19 Gennaio 2026 - Il 24 gennaio il Comitato Remigrazione e Riconquista, "promotore della legge di iniziativa popolare per attuare la Remigrazione anche in Italia", ha annunciato una mobilitazione nazionale a Piacenza con un corteo che partirà alle 16, con ritrovo in piazzale Milano.
L'Ufficio di Pastorale per i migranti diocesi, sollecitato a esprimersi, ha diffuso una nota a firma del direttore dell’Ufficio, p. Mario Toffari, c.s., e del vicedirettore, diac. Giuseppe Chiodaroli, nella quale innanzi tutto ci si interroga su chi siano "i membri del comitato organizzatore" e nella quale poi ricorda la posizione della Chiesa di Piacenza-Bobbio circa la pastorale, "cioè il lavoro religioso, civile e sociale con i migranti".
Si fa riferimento all'intervento al Consiglio Comunale del vescovo, S.E. mons. Adriano Cevolotto, il 20 gennaio 2025: “C’è un primo dato con cui ho fatto i conti visitando la città: la città è cambiata; le comunità parrocchiali si sono modificate per la presenza consistente di famiglie immigrate. Il volto della nostra città ha assunto caratteristiche radicalmente diverse, perché non siamo più nella fase di qualche decennio fa nella quale arrivavano le persone da altri continenti che si trattava di accogliere.
Ora queste persone e queste famiglie hanno qui la loro residenza. Qui il futuro loro e dei loro figli. Parliamo, e lo sappiamo bene, di oltre il 20% di persone immigrate nel comune di Piacenza! Una persona ogni cinque ha un’origine nell’immigrazione. Se fino a qualche tempo fa l’emergenza era di andare incontro a delle povertà, oggi, pur perdurando questa esigenza, possiamo dire che il nostro rapporto con chi è arrivato tra noi si sta modificando. Quasi in una forma di slogan potremmo riassumere: 'non cosa fare per…?', ma 'come costruire una convivenza con…?'. Questa è la sfida. Per tutti”.
L’Ufficio di pastorale per i migranti fa sapere che sta lavorando alla comunione tra i piacentini d’origine e i piacentini di adozione "con ogni mezzo a disposizione, sempre attenti a non giustificare mai chi sbaglia gravemente o chi trasgredisce le regole e le leggi del nostro Paese".
In questi casi, si scrive nella nota, "non abbiamo bisogno, francamente, di provocazioni sommarie, ma di far funzionare la giustizia". E si chiarisce: "Ci dispiace, ma c’è una netta differenza di significato delle migrazioni tra noi e gli organizzatori della inutile provocazione del 24 gennaio [...]. Per noi le migrazioni non sono ideologie: sono un fatto umano, che contribuisce, se ben governato, all’unione dei popoli e, quindi, alla pace".
19 Gennaio 2026 - Quanto spazio viene dato alla povertà nei telegiornali, nei talk show e nei social media? In che modo viene raccontata? Con quali parole, immagini e cornici narrative? E quali stereotipi rischiano di essere rafforzati?
A queste domande prova a rispondere Taglio basso. Come la povertà fa notizia, il nuovo rapporto promosso da Caritas Italiana e realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, presentato a Roma, presso il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, lunedì 19 gennaio 2026
La ricerca analizza la copertura mediatica delle diverse forme di povertà e di esclusione sociale nei principali telegiornali di prima serata, in un ampio campione di talk show televisivi e nei contenuti social di alcuni giornalisti e influencer, nel periodo compreso tra settembre 2024 e giugno 2025. Ne emerge un quadro articolato che mette in luce una presenza spesso episodica e marginale del tema, una prevalenza di letture riduttive e unidimensionali, un uso limitato di dati e fonti qualificate, e una frequente associazione della povertà a cornici emergenziali, securitarie o stereotipate.
Il tema delle povertà non è neutro: nel 18% dei casi si rileva un’associazione con stereotipi o pregiudizi. La principale associazione negativa riguarda illegalità e criminalità (13,6%), spesso veicolata da servizi che raccontano crimini violenti o episodi di degrado urbano in cui le persone senzatetto o indigenti sono protagoniste, sia come vittime sia come autori. Una quota significativa delle notizie (10,5%) associa la povertà al background migratorio, consolidando un binomio immigrazione-criminalità che può influenzare la percezione di insicurezza tra il pubblico.
Gli immigrati, infatti, emergono in narrazioni prevalentemente cronachistiche e incentrate su eventi violenti, in cui condizioni di povertà e marginalità sociale sono collegate a comportamenti antisociali o illegali, come per esempio nei servizi dedicati alle proteste di piazza Corvetto a Milano, dopo la morte di Ramy Elgaml durante un inseguimento da parte dei carabinieri.
[caption id="attachment_70386" align="aligncenter" width="1024"] (foto: Caritas Italiana)[/caption]
19 Gennaio 2026 - Giovedì 15 gennaio, nella Parrocchia Santa Maria degli Angeli a Sanremo, è stata celebrata la Santa Messa per le Cresime dei ragazzi e ragazze figli delle famiglie dei fieranti che nel periodo natalizio hanno impiantato le loro attrazioni del Luna Park.
Gli otto cresimati hanno seguito la loro preparazione durante lo scorso anno on line, attraverso la piattaforma Zoom, poiché le loro famiglie si trovavano in differenti città del Nord Italia e con frequenti spostamenti. Il catechismo, in otto incontri da febbraio a giugno, è stato seguito dal diacono incaricato, Lorenzo, che ha coordinato gli incontri con i ragazzi e infine con il loro arrivo a Sanremo si è conclusa la preparazione al Sacramento.
Importante rilevare la collaborazione e il sostegno che i genitori e le madri dei cresimandi che hanno sostenuto e seguito i loro figli e figlie accompagnandoli nelle varie tappe.
Nella stessa celebrazione si sono uniti anche due bambini e una bambina delle famiglie dei fieranti, che hanno ricevuto la Prima Comunione. La partecipazione numerosa della Comunità dei Viaggianti ospiti ogni anno della nostra città ha fatto da cornice di festa al sacro rito. (fonte: Ufficio Migrantes diocesi di Ventimiglia-Sanremo)
15 Gennaio 2026 - “Superfici narrative – pittura e identità culturale in dialogo” è la mostra d’arte promossa a Salerno dall’Associazione "Italia e Georgia" che invita il pubblico a un’esperienza espositiva dedicata alla scoperta della ricchezza dell’arte georgiana attraverso la pittura contemporanea.
La mostra vede la collaborazione dell’Ufficio diocesano Migrantes e dell’associazione "2ndhand solidale odv" ed è allestita negli spazi della Casa del Volontariato, resa disponibile dal Csv Sodalis, in via F. Patella. Il taglio del nastro è previsto giovedì 15 gennaio alle ore 16 e sarà possibile continuare a visitare le opere e interagire con le autrici anche venerdì 16 gennaio, dalle ore 10 alle ore 20.
Saranno infatti esposte le opere di Ana Epremidze e Natalia Kavelashvili, due artiste georgiane che oggi vivono in Italia e che, pur attraversando nuovi contesti culturali, non hanno mai abbandonato la loro passione artistica. La pittura resta per entrambe una radice viva, un legame profondo con la patria d’origine, con la sua storia, i suoi simboli e la sua memoria collettiva.
La mostra celebra valori di bellezza, dialogo interculturale e continuità creativa, offrendo allo spettatore l’occasione di lasciarsi toccare da un’arte capace di superare confini geografici e pregiudizi, e di farsi linguaggio universale. “Superfici narrative” è un invito ad ascoltare, attraverso l’espressione artistica, la voce di un popolo che continua a raccontarsi.
15 Gennaio 2026 - Abbiamo bisogno delle “parole per dirlo”, per parlare del fenomeno migratorio, per fermarci a riflettere e a comprendere. L’Ufficio Migrantes della diocesi di Mondovì (CN) riparte con un nuovo percorso di formazione sul tema della mobilità umana.
Come lo scorso anno, saranno sei appuntamenti con cadenza mensile, a partire da fine gennaio, in orario serale, in presenza - presso i locali della parrocchia del Cuore Immacolato di Maria, in Via Cuneo a Mondovì - e online, in modo da favorire la partecipazione di chi è più lontano.
La Fondazione Migrantes pubblica ogni anno ben tre rapporti (Rapporto Immigrazione, con la collaborazione di Caritas Italiana, Rapporto Italiani nel Mondo e Report Il Diritto d’Asilo): un vero e proprio tesoro che viene consegnato a chi è interessato per conoscere la realtà della migrazione in tutte le sue sfaccettature.
Perché di migrazione se ne parla, anche troppo: ma sono le narrazioni ideologiche che hanno la meglio. Da una parte si fomenta la paura e il senso di insicurezza, parlando di invasione, di sostituzione etnica, di terrorismo, di violenza e criminalità. Dall’altra rischiamo di cadere in un “pietismo” che vede solo e sempre l’aspetto di fragilità e l’impegno caritativo.
Il primo incontro in programma, il 23 gennaio, sarà con mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, con il quale sarà proprio affrontato il tema "Come parlare di migrazioni?". A seguire, il 27 febbraio, la dott.ssa Mariacristina Molfetta, curatrice del Report "Il diritto d'asilo" che presenterà la situazione dei rifugiati e le loro "speranze recluse". (fonte: Ufficio Migrantes Mondovì)
15 Gennaio 2026 - Qual è oggi il significato concreto del diritto all’accoglienza? In che modo le politiche di asilo, il diritto europeo e nazionale e i sistemi di welfare territoriale si intrecciano con le pratiche quotidiane dell’accoglienza?
Venerdì 16 gennaio 2026 presso l'Auditorium "Piazza della Libertà" di Bergamo, a partire dalle ore 9, è in programma il convegno “Il diritto all’accoglienza. Dalla narrazione della solidarietà al rafforzamento del welfare” che intende offrire uno spazio di riflessione e confronto su questi temi, a partire da un’analisi giuridica, sociale e culturale, mettendo in dialogo istituzioni, ricercatori, professionisti e cittadinanza.
Nella tavola rotonda sul "diritto all'accoglienza" interviene anche Mariacristina Molfetta, antropologa, curatrice del Report "Il diritto d'asilo" della Fondazione Migrantes, sul tema "Il diritto d'asilo messo all'angolo?".
Il convegno si rivolge a operatori sociali, amministratori, professionisti, studenti e a tutte le persone interessate ad approfondire il tema dell’accoglienza come elemento strutturale delle politiche di welfare e di coesione sociale.
14 Gennaio 2026 - 14 Gennaio 2026 - Doveva iniziare oggi il processo penale sulla strage di Cutro: la prima udienza è stata rinviata al 30 gennaio, per "un errore nell'attribuzione del collegio penale", come riportano alcuni media.
Restano i fatti. La notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 un caicco partito dalla Turchia si schianta a pochi metri dalla riva di Steccato di Cutro. Muoiono 94 persone, più un numero imprecisato di dispersi. La città di Crotone si stringe intorno ai familiari delle vittime. Diventano, per diversi giorni, una comunità.
Mentre la giustizia fa il suo corso, cosa rimane a 3 anni da quella ferita? Giuseppe Ciulla e Arianna Martini hanno ricostruito quella notte e ricordato le persone che potevano essere salvate in Sultan, l'ottava puntata del podcast "Il Filo d'Arianna".
Ma la vicenda di Cutro, già in sé enorme e tragica, apre una finestra ulteriore su una questione che, purtroppo, si pone dopo stragi analoghe: la gestione delle morti lungo le rotte migratorie.
Essa appare un “orrore senza nome”. La definisce così un saggio di Giovanni Papotti contenuto nel Report “Il diritto d’asilo 2025”, presentato nello scorso mese di dicembre dalla Fondazione Migrantes, in cui l'autore racconta la storia “esemplare” del giovane Yonas, morto a Ventimiglia, che evidenzia le falle normative e operative nei processi di identificazione delle persone decedute o scomparse.
Emerge una intricata rete legale e burocratica che nega ai familiari il diritto alla verità e a una degna sepoltura. “Il sistema di diritto – sono parole della sorella di una migrante scomparsa nel corso del viaggio nel Mediterraneo riportate nel saggio – non risponde alle esigenze della realtà: non è un fallimento umanitario, è un fallimento legale”.
Il dolore dei familiari e le conseguenze culturali e legali legate all’incertezza sulla sorte dei propri cari nel caso di migranti dispersi sono un tema ancora oggetto di studio e dibattito. Esso pone numerosi interrogativi legali e morali, ma si muove nel solco di un principio di umanità: quello di garantire che il tempo non cancelli la memoria di questi giovani uomini e donne morte o disperse nell’inseguire il sogno di un futuro migliore.
14 Gennaio 2026 - Stiamo vivendo un inferno, con sempre meno consapevolezza. Difficile costringere la mente a rifletterci, mentre la legna sussurra nel camino e il sole si inabissa fra gli alberi e il mare, oltre la finestra. Eppure c’è dolore, all’esterno e non solo. «Se la lettura del Vangelo, della Bibbia, non ti graffia dentro, non è autentica». Inizia così il pomeriggio con Marcello Silvestri, artista, pittore e scultore italiano di respiro internazionale, che ha viaggiato insieme alle sue opere a Roma, Parigi, Bruxelles, New York, Osaka. È stato uno degli artisti che hanno impreziosito la Bottega d’Arte aperta da Fondazione Migrantes sulla Terrazza del Pincio a Roma, in occasione dell’Earth Day 2025.
[caption id="attachment_70064" align="aligncenter" width="300"] Marcello Silvestri[/caption]
Impegnato nel sociale, ha interpretato la Bibbia mescolandola ad appelli ecologici, denunce della violenza bellica, meditazioni su migrazioni e rifugiati. «Come nell’Apocalisse, l’immagine della porta chiusa. Il testo dice: “Sto alla porta e busso”. Quindi c’è qualcuno che sta dietro quella porta, che vuole entrare… Ricorda la parabola dell’amico importuno. Questo Cristo che è dietro la porta e bussa, se non lo avvertiamo come una persona che ci dà fastidio, che ci fa alzare, per poi scoprire che invece è una persona che vuole stare con te, vuole mangiare insieme, non possiamo comprendere il Vangelo. Non è un racconto del passato. Ha una contemporaneità».
È una contemporaneità che passa anche attraverso le immagini?
Io leggo, in Isaia 64, che “tutti siamo avvizziti come foglie”, che “le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”. Nessuno cerca il bene. È una fotografia che Isaia fa della contemporaneità di chi legge quel testo. Pensiamo, allora, a questa parola nella nostra contemporaneità: nei migranti e nei profughi che non vengono accolti, come se ci fosse una scritta davanti a tutte le coste d’Italia e d’Europa: “Vietato l’ingresso agli stranieri”.
Isaia ha un altro mondo nella testa, per questo dice così – “avvizziti come foglie” – usa questa immagine, ma poi aggiunge: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani”. Prima ci vengono messe davanti le foglie calpestate e bagnate dalla pioggia, oggi le immaginiamo calpestate dalle scarpe, dalle gomme delle macchine e dei motorini, marce. Allora, dobbiamo abbinare il testo di Isaia con quello della Genesi, perché nel creare l’uomo Dio ammucchia il fango.
Se entriamo dentro queste parole febbrili, vediamo il fango raccolto, ammucchiato, con la grazia che un vasaio usa per costruire un vaso. Un testo così vecchio diventa contemporaneo quando io vedo il vasaio che costruisce: c’è il fango delle foglie morte, c’è il gesto liturgico del vasaio che plasma, e questo modo di accarezzare il vaso sono le mani di Dio che ci accarezzano per costruire la nostra persona. Questa è la contemporaneità del testo sacro.
[caption id="attachment_70063" align="aligncenter" width="300"] Marcello Silvestri, "Tombe in mare con cartiglio"[/caption]
E la contemporaneità dell’arte?
In un’opera che ho realizzato in tema di migrazioni (Naufragio, 2016, ndr), ci sono degli occhi che ci guardano, fra le onde. È la vergogna dei cosiddetti governi emancipati, questi occhi che chiedono aiuto, chiedono pietà. Si rifà al naufragio di san Paolo, ma il suo naufragio diventa la contemporaneità del nostro oggi.
Oppure, in un’altra opera (Tombe in Mare, 2015, ndr) rappresento lapidi di differenti forme e misure, come sono differenti le fedi e il credo delle persone che l’acqua ha inghiottito. E poi, in basso, un cartiglio, l’ultimo grido soffocato dall’onda che emette chi chiede aiuto e non riesce a terminare la parola.
Un simbolo inventato, che non è nessuna lingua ma che potrebbe essere ciascuna.
Una locuzione di aiuto, inaudito e inascoltato. Cose che nessuno vuole udire e vedere. I giornali ne parlano, i politici fanno omaggi, ma rimane la bestemmia di un aiuto mancato. Allora ci vuole un’arte che dica queste cose, che vada oltre le edulcorate parole di pietà.
Dirlo come?
Sono tanti anni che traduco il testo biblico a colori. Ho dilatato la lettera, perché la lettera non si vede. Quando io parlo voi non vedete niente, ascoltate, invece la lettera scritta la vedi. Ma san Paolo vuole che la fede sia trasmessa attraverso la predicazione, “la stoltezza della predicazione”, e la predicazione può essere verbale o cromatica. Allora io dilato la verbalità della parola, la faccio diventare cromatica e parlo alle persone.
C’è un problema, però: è una predicazione non fatta di regole e dogmi ma, per così dire, di affetto e adattamento a chi ho davanti. Il mio pubblico è stato sempre quello del terzo stato. Ho vissuto per anni alla Repubblica dei Ragazzi, dove si raccoglievano giovani senza famiglia. Ho fatto per un decennio catechesi nel carcere di Civitavecchia e a ragazzi con problemi di tossicodipendenza. A queste persone non puoi presentare subito la dottrina, perché a loro non interessa. Devi presentarti con il Vangelo che è amore al prossimo.
Pensiamo a un bambino di 8 anni che vede la madre fatta a pezzi dal suo sfruttatore; oppure a un ragazzo che fa migliaia di chilometri per trovare un posto dove poter respirare e vivere: arriva in Italia, da solo, dopo aver visto gli altri annegare, è subito reclutato dalla malavita, spaccia droga e finisce in carcere. Non sappiamo da dove viene, cosa gli serve, cosa gli è successo, cosa vorrebbe fare: sappiamo solo che merita la galera. Il Vangelo è libertà, è bellezza, è un grazie per la vita.
[caption id="attachment_70062" align="aligncenter" width="300"] Marcello Silvestri, "Naufragio"[/caption]
Spetta anche all’arte mostrarlo?
Per far capire il Vangelo serve una catechesi visiva, oltre che di parole. Prendiamo l’immagine della vite, che è Cristo, e dei tralci. Ci sembra un’immagine bella, ma se si guarda come è fatto il tronco della vite, si vede che è nodoso, con lacerazioni e spacchi: sono le torsioni dell’anima che vive Gesù prima di essere crocifisso. Nella mia rappresentazione della vite, siamo alla transavanguardia, sia come tecnica che come proposta artistica.
La drammaticità di questo discorso lo dice l’opera, questa icona contemporanea che mostra la realtà, queste nervature, questi dolori, come anche la speranza del frutto. Fra l’altro, il Vangelo raccontato con questo tipo di immagini semi-astratte è accettato anche dai protestanti.
Ancora, prendiamo la Lettera agli Ebrei. Dice: “Avete assaporato la bella parola di Dio”, per-ché in greco kalòs kai agathòs, il bello e il buono, si identificano. Quindi, la bellezza e la bontà della parola di Dio coincidono. C’è un estetismo, un’architettura, che può mostrare il senso del testo originale del “gustare” qualcosa che è “bello”. Ci vogliono persone che raccontino con il colore, con la materia, la contemporaneità dei testi che si leggono.
Però anche la contemporaneità cambia, e quindi il modo di raccontarla.
Sì. Prendi il tema dell’ecologia: l’ho affrontato ripetutamente, anni fa con i dipinti figurativi del Cantico delle Creature di san Francesco; nel 2025 con la mostra “Sacra. Ecologia Dentro”, che, ispirata dalla Laudato si’, mostra la terra, l’aria, l’acqua, il fuoco, i quattro elementi della vita, in stile astratto, arte povera. Il Cantico come lo avevo rappresentato negli anni ’90 non possiamo più proporlo oggi: dovremmo invece proporre il Miserere mei, Deus, perché abbiamo lasciato che altri distruggessero la terra, diventata proprietà di miliardari e sfruttatori.
[caption id="attachment_70061" align="aligncenter" width="207"] Marcello Silvestri, "La battaglia"[/caption]
In questo senso, quale via traccia l’arte?
C’è bisogno di rivalutare l’umanità di Cristo. Dio si è incarnato. Non si è fatto solo “ebreo”, solo “bianco”, solo “nero”. Si è fatto carne, si è fatto umanità. Dobbiamo saper leggere l’unica umanità vera, la sua, perché noi siamo tutti disumani: l’unica umanità è quella di Cristo.
Per questo, vanno sottolineate le opere che ha fatto Cristo, perché noi nell’arte lo vediamo sempre rappresentato in bronzo, in gesso, in legno, in plastica. Ma quella è carne e ossa, è vissuto, è verità, è persona, è incarnato.
E va visto, letto e vissuto come umanità. Quando mangia le spighe, quando perdona, quando guarisce, sono le stesse opere che dovremmo fare noi nel nostro lavoro: compiere quelle opere lì, amare il prossimo attraverso il nostro lavoro.
Viviamo una generazione corrotta, non c’è più l’umanità, non esiste. Ecco il compito nostro: dire e fare, con tutti i limiti creaturali, che questo è il Vangelo e che questo è il senso umano di esistere. (Simone Varisco | "Migranti Press" 11-12 2025)
26 Gennaio 2026 - “La speranza è itinerante. Mio padre e mia madre erano aramei erranti” è stato il tema che ha fatto da filo rosso fra due importanti incontri tra rom, sinti, caminanti e operatori pastorali in cammino con loro: il primo a Napoli, tra il 12 e il 14 settembre, per il convegno nazionale specifico della Fondazione Migrantes; il secondo a Roma, nei giorni 18 e 19 ottobre, per il Giubileo dei rom, sinti e caminanti. Il tema, scelto come titolo del Giubileo, è stato il centro di una lectio magistralis dell’arcivescovo di Napoli, il card. Domenico Battaglia – “don Mimmo” – rivolta a più di 70 persone presenti nell’aula magna del seminario diocesano a Capodimonte, che ospitava il primo incontro: sono arrivati dal Veneto, dalla Lombardia, dal Piemonte, dall’Emilia-Romagna, dalle Marche, dal Lazio e dalla Campania.
Insieme a loro numerosi rom, provenienti specialmente dai campi della città metropolitana di Napoli. Una città che aveva già accolto e abbracciato i presenti al loro arrivo, il giorno prima, in particolare con la visita alle catacombe di San Gennaro, gestite da un’impresa sociale – “La paranza” – fondata da don Antonio Loffredo, esempio di cura dei talenti dei giovani provenienti dalle zone più marginali della città (in questo caso il Rione Sanità).
Il Vangelo non chiede prima un domicilio e poi la fede
Mons. Battaglia nella sua lectio ha chiarito subito che la frase “un arameo errante era mio padre” non è triste: è una chiave. Dice che veniamo “da poco” e che Dio costruisce casa proprio lì, dove e quando mancano le sicurezze. Per la pastorale con rom e sinti vuol dire riconoscere la dignità di chi vive di soste e ripartenze, smontare il pregiudizio che confonde mobilità e sospetto, passare dall’“integrazione” che uniforma a un’alleanza che valorizza lingue, mestieri, musica e famiglia allargata.
Se il padre era “errante”, il Vangelo non chiede prima un domicilio e poi la fede: offre una famiglia che cammina con chi è in viaggio, capace di fermarsi in un’area di sosta, in un campo tollerato, in un parcheggio ai margini, e di iniziare dal passo giusto: salutare, conoscere i nomi, ascoltare le storie, chiedere permesso, parlare con capifamiglia e mamme, costruire fiducia prima di realizzare progetti.
La pastorale specifica lo ripete da anni: non “progetti per”, ma “percorsi con”. Si parte dall’ascolto, si riconosce l’autorevolezza degli anziani, si formano catechisti interni, si punta sulla scuola dei piccoli e su lavori dignitosi per gli adulti, si promuovono aree di sosta legali e sicure, si trasforma l’elemosina in responsabilità reciproca.
Non assistenza a strappi, ma vicinanza stabile. Non eventi isolati, ma alleanze territoriali con Comuni, associazioni e parrocchie di confine. È lo stile di fraternità sociale ricordato tante volte da papa Francesco.
Dal “loro” al “noi”
I pronomi “io” e noi” che ritornano nel testo – ha spiegato “don Mimmo” – dicono che la storia di Dio non è lontana: entra in casa, entra in roulotte, entra nel campo. Non parliamo di “loro”: parliamo di noi. È così che la memoria fa pace con la vita.
La comunità cristiana, allora, non arriva con moduli precotti e prediche lunghe; arriva con presenza fedele, passi piccoli, ma continui: camminare con le persone, valorizzare le famiglie, proteggere i piccoli, creare legami con scuola e sanità, promuovere luoghi sicuri e legali.
La pastorale non è assistenza a scatti, è alleanza che ridà dignità. Se impariamo a dire “noi”, cambia il tono di tutto: meno diffidenze, più fiducia; meno discorsi, più cura concreta; meno “venite da noi”, più “veniamo con voi”.
L’Eucarestia è una cena: si controlla sempre chi manca
Le sollecitazioni del card. Battaglia, insieme ad alcune domande-guida, sono state lo stimolo dei successivi lavori di gruppo, organizzati in tavoli tematici, in cui sono emersi tanti spunti di riflessione.
Nel pomeriggio poi si è “praticato” ciò che si era discusso durante la mattina: i partecipanti, divisi per gruppi, sono stati accompagnati da operatori locali e volontari a conoscere la realtà dei campi rom presenti a Napoli. Il gruppo più numeroso si è recato a Giugliano, dove risiedono in condizioni di estrema povertà più di 700 persone; altri sono stati a Scampia, altri ancora nei campi di Gianturco e Barra-Ponticelli. Al termine, tutti a cena a Scampia, ospiti di una famiglia del campo, e infine insieme con la musica degli “O’ Rom”, guidati da Carmine D’Aniello, che uniscono la tradizione napoletana e quella rom.
La domenica, l’Eucarestia è stata presieduta dal vescovo ausiliare di Napoli, S.E. monsignor Michele Autuoro, presidente della Fondazione Missio.
Prima del pranzo conclusivo c’è stata la restituzione del frutto dei tavoli tematici, guidata da padre Alex Zanotelli. Tra i punti emersi, il primo ha riguardato il rapporto con politica e pubblica amministrazione: “La politica è sorda nei confronti dei rom”, si è detto. Molti non hanno il certificato di nascita, quindi non possono ottenere la residenza e di conseguenza non possono avere un lavoro. Forte è anche la consapevolezza che occorre continuare a sostenere cammini per favorire l’uscita dai campi.
Il secondo punto riguarda la Chiesa. È stata ribadita la necessità di conoscere e frequentare i rom che vivono nei territori delle parrocchie, di intraprendere un cammino insieme, per tendere a quel “noi” di cui aveva parlato il card. Battaglia. Se si crea una relazione, non può rimanere solo nel campo, ma bisogna esprimerla fuori, nella società e nella parrocchia. L’Eucarestia è una cena: si controlla sempre chi manca, prima di iniziare. E se mancano gli ultimi, non si inizia. Le barriere, certamente, ci sono, ma si possono superare: con il dialogo, l’ascolto attento e rispettoso, la creatività necessaria per costruire un percorso umano. E per fare tutto questo è necessario anche superare le divisioni ancora presenti tra soggetti ecclesiali e con altri “mondi”; per costruire alleanze profetiche.
Il terzo punto è quello dei luoghi “virtuosi” di integrazione. La scuola è lo spazio che ha maggiore potenziale, ma lo sono anche lo sport, la musica e ogni momento o esperienza di aggregazione pomeridiana. È vitale accompagnare i ragazzi soprattutto nell’età dell’adolescenza, il periodo in cui si rischia di più di fare dei passi indietro. In questa cura dei luoghi, va inclusa anche la comunicazione: c’è una cattiva informazione sui rom, anche tramite i social.
Il quarto punto emerso riguarda i percorsi possibili per passare dall’“assistenzialismo” alla cooperazione costruttiva. La progettualità deve venire dai fratelli e dalle sorelle rom, perché sono loro che devono prendere coscienza del problema. Dopo l’assistenza, nelle situazioni di emergenza, tutte le persone vanno aiutate nell’autonomia e nella responsabilità. Il ruolo degli operatori gagè deve essere quello di facilitare la consapevolezza dell’importanza della scuola e della formazione, dall’infanzia fino all’espletamento dell’obbligo, e la conoscenza dei propri diritti e doveri di cittadini. È un lavoro che aiuta a creare ponti con il resto della società e che chiama le diocesi ad affiancare e supportare anche altri soggetti del cosiddetto terzo settore.
Il Giubileo a Roma con il Papa
Dopo poco più di un mese dall’incontro di Napoli, si è celebrato a Roma il “Giubileo dei rom, sinti e caminanti”, alla presenza di papa Leone XIV. Più di 3.500 persone provenienti da tutta Europa – incluso un gruppetto di caminanti dall’Irlanda – si sono radunate al mattino del sabato 18 ottobre nell’aula Paolo VI, in Vaticano.
Qui si sono susseguiti canti, testimonianze e riflessioni sulla storia e la vita di rom, sinti e caminanti, in attesa del Pontefice, il quale alle ore 11.45 è giunto sul palco della grande Aula progettata da Pier Luigi Nervi. Tre conduttori di eccezione hanno accompagnato l’uditorio nella mattinata: Maris Milanese, presentatrice di TV2000; Eva Rizzin, sinta, ricercatrice universitaria in antropologia e storia della politica; e Jordan Halilovic, rom, studente di economia a Roma.
Tra i momenti più toccanti, la performance di una canzone gitana dedicata al Santo Padre, l’ascolto di alcune testimonianze su vicende dolorose di resilienza del popolo romanès e la meravigliosa danza dei bambini rom rumeni del gruppo musicale “Elijah”. Inoltre, i presenti hanno potuto ascoltare alcune bellissime poesie e musiche della tradizione romanì di Spagna, Francia, Austria, Cecoslovacchia, Italia, Paesi balcanici e altre parti di Europa, a riprova del fatto che la cultura romanì è trasversale a tutta l’Europa.
Il dialogo dei bambini e dei giovani con Leone XIV
Dopo il suo discorso, papa Leone ha avviato un dialogo a braccio con alcuni bambini e giovani rom. La prima domanda che questi ultimi gli hanno rivolto è stata: «Come essere amici di Gesù?». «Essere amico di Gesù – ha risposto il Pontefice – comincia con l’essere amico: è importante essere amici di tutti, è bello avere una vera amicizia. Non possiamo essere amici di Gesù senza conoscerlo. Conoscere l’altro e che l’altro conosca me stesso. Il dialogo con Gesù che si ha nella preghiera è un elemento importante. […] Cercare Gesù anche in comunità, amare Gesù, essere amico di Gesù vuol dire essere amico della Chiesa, cercare anche gli aiuti della Chiesa».
È seguita un’altra domanda: «Possiamo crescere in un mondo senza guerre? Possiamo fare qualcosa affinché questo avvenga? ». Qui il Papa ha risposto così: «La pace è possibile, non è soltanto un sogno. Per vivere in pace dobbiamo essere noi stessi persone di pace. Se vogliamo cambiare il mondo, cominciamo da noi: nelle famiglie, tra i compagni di scuola, con il rispetto e il dialogo. Così si costruisce un mondo di pace».
Quindi, sul tema del pregiudizio e della diversità, il Papa ha aggiunto: «I bambini non sono preoccupati di chi è diverso. Siamo noi adulti che iniziamo a giudicare e a separare. Ogni essere umano è nato con l’immagine di Dio».
Vi è stata quindi un’ultima domanda in spagnolo, riguardante i poveri. Papa Leone ha risposto nella stessa lingua, dicendo: «Siamo tutti esseri umani, ricchi e poveri. Amare un povero è amare una persona senza distinzioni. Bisogna fare attenzione ai pregiudizi e rispettare chi è lontano, chi è nel bisogno, chi è diverso».
Il congedo e il passaggio dalla Porta Santa
Papa Leone, dopo un momento di preghiera alla Vergine, riprendendo il gesto compiuto 60 anni prima da san Paolo VI, ha incoronato la scultura originale della Madonna con il Bambino – presente in sala – “Regina dei rom e sinti”, e ha impartito la benedizione apostolica. Ciascun partecipante aveva ricevuto in dono un’immagine di quella scultura, contenuta in un sacchetto in stoffa realizzato dal laboratorio di sartoria dell’Istituto Penale di Reggio Emilia, alla cui manifattura hanno partecipato anche ospiti sinti della struttura detentiva.
Al termine, Leone XIV ha salutato uno a uno i malati e le persone in carrozzina sedute nelle prime file – scambiando qualche parola con ciascuno –, ha benedetto un neonato, firmato biglietti e strumenti musicali, per poi congedarsi tra numerosi applausi. Concluso l’incontro in Aula Paolo VI, il gruppo giubilare si è recato in pellegrinaggio in San Pietro, varcando la Porta Santa.
La celebrazione finale al Santuario del Divino Amore
L’indomani, domenica 19 ottobre, i rom, sinti e caminanti rimasti a Roma si sono dati convegno presso il santuario del Divino Amore – dove sono custodite le reliquie del beato Zefirino, unico santo rom riconosciuto dalla Chiesa cattolica – per un’Eucarestia all’aperto. La concelebrazione è stata presieduta da S. Em. il cardinal Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La Santa Messa è stata animata con canti di tutte le tradizioni musicali romanì europee, coinvolgendo i presenti in una vera celebrazione di gioia e di ringraziamento a Dio per il dono della Vita. È stato il modo più bello per concludere il cammino comune che ci ha portato da Napoli a Roma. (Eraldo Cacchione e Simone Strozzi in "Migranti Press" 11-12 2025)
13 Gennaio 2026 - L’ultimo numero del 2025 di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina e approfondisce il tema-guida del Rapporto Italiani nel Mondo 2025: non siamo un Paese di “cervelli in fuga”. L’Italia si racconta come il Paese della grande fuga dei giovani altamente qualificati, ma parlare di “cervelli” è offensivo per chi parte come per chi resta. E l’immagine tragica della “fuga” offusca la dimensione della “scelta”.
In evidenza, i due editoriali e l’intervista all’artista Marcello Silvestri. Nell’editoriale del direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo, che abbiamo già anticipato su migrantesonline.it, troviamo ciò di cui è opportuno dire grazie per il 2025 accanto alle sfide per il 2026, una in particolare… Nell’altro editoriale, Paolo Lambruschi accende un piccolo spot su degli emigrati italiani che non ti aspetti. Mentre con Marcello Silvestri affrontiamo il possibile ruolo dell’arte nel vivere la contemporaneità, con una riflessione particolare su ciò che riguarda la mobilità umana.
E ancora, oltre all’ultima puntata della rubrica “Paesi sicuri?” – che ci ha accompagnato per tutto il 2025 – dedicata all’Algeria, due racconti di donne che nel mondo “salvano e si salvano” di Antonella Mariani, la questione del disagio abitativo delle comunità immigrate in Italia, vista da una città come Salerno, la strada fatta insieme a rom, sinti e caminanti, dall’Incontro nazionale degli operatori pastorali di settore a Napoli fino al Giubileo con Leone XIV a Roma.
Infine, le nostre rubriche (Norme e giurisprudenza, Brevi e Segnalazioni – Libri, Cinema, Arte, etc).
Editoriale
I “grazie” per il 2025. E la sfida per il 2026
mons. Pierpaolo Felicolo
L’altro editoriale
“Italbangla” a Londra. Gli emigrati italiani che non ti aspettiPaolo LambruschiPrimo Piano
Oltre la fuga e la retorica dei “cervelli”. Il Rapporto Italiani nel Mondo 2025
Delfina Licata
L’Italia secondo il RIM. Intervista a Paolo Pagliaro
Simone SereniImmigrati e rifugiati
Protagoniste. Donne nel mondo che salvano e si salvano
Antonella Mariani
La lunga strada verso un “abitare sicuro”
Antonio Bonifacio
Il problema abitativo tra le comunità immigrate. Una ricerca specifica dal Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes 2025
Simone Varisco
Giovedì 15 gennaio 2026, alle ore 18, presso la Sala Libretti del Giornale di Brescia in Via Solferino 22 a Brescia, si terrà la presentazione del RIM – Rapporto Italiani nel Mondo 2025, il report annuale della Fondazione Migrantes dedicato alle migrazioni degli italiani all’estero, che è arrivato alla sua XX edizione.
L’incontro sarà moderato da Gabriele Bazzoli, presidente della Fondazione San Francesco di Sales. A presentare il Rapporto, per conto della Fondazione Migrantes, sarà Delfina Licata, curatrice del volume. Accanto all’analisi dei dati e delle dinamiche migratorie, la serata darà spazio anche alle testimonianze di due giovani, Rachele Momi e Leonardo Rossi, che vivono e hanno vissuto l’esperienza dell’emigrazione all’estero, offrendo uno sguardo diretto e concreto sulle sfide e le opportunità della mobilità contemporanea.
La presentazione del rapporto potrà essere seguita anche attraverso la diretta streaming accedendo alla home page www.giornaledibrescia.it
12 Gennaio 2026 - Il Mixed Migration Centre (Mmc) di Ginevra ha presentato nel mese di dicembre 2025 il Rapporto “How smuggling really works: drivers, operations and impacts”, che mette in luce il ruolo dei trafficanti nelle rotte migratorie e la percezione che ne hanno i migranti. Il documento raccoglie le testimonianze di oltre 80.000 interviste con persone in movimento lungo le principali rotte migratorie in tutto il mondo e più di 450 interviste con trafficanti in Africa.
Il limitato accesso a vie di migrazione regolari continua ad alimentare la domanda di movimenti irregolari, consentendo al traffico di migranti di prosperare. In assenza di alternative sicure e legali, i trafficanti intervengono per soddisfare il persistente bisogno di mobilità (e informazioni) determinato da conflitti, persecuzioni, instabilità economica, domanda di manodopera e legami familiari. I governi cercano di interrompere "il modello di business” dei trafficanti con l'applicazione di norme specifiche e con il controllo sempre più stretto delle frontiere, ma misure hanno in gran parte spinto le persone verso rotte più pericolose e rafforzato le reti di traffico.
Le principali evidenze che emergono dal Rapporto:
La mancanza di percorsi migratori legali, come già anticipato, e le sollecitazioni che arrivano dalle reti personali sono fattori determinanti nella decisione di ricorrere ai trafficanti.
Risultano rari i casi di coercizione da parte dei trafficanti e comunque raramente essi influenzano la decisione di migrare; anche se, una volta presa la decisione, hanno un ruolo determinante nella scelta dei percorsi e forniscono informazioni sul viaggio.
I trafficanti sono motivati principalmente dal guadagno economico, anche se alcuni segnalano il desiderio di aiutare le persone in movimento; la maggior parte di loro entra in questo business tramite la rete di relazioni sociali.
Il traffico di migranti è una fonte di reddito importante o principale per molti, spesso superiore ad altre opportunità di guadagno locali.
12 Gennaio 2026 - Nell'ambito della terza edizione del Festival euromediterraneo Pontos (13-16 gennaio 2026), mercoledì 14 gennaio dalle ore 14.30 la sala conferenze del Museo nazionale dell'emigrazione italiana (Mei) a Genova, ospiterà un talk dal titolo "Il viaggio delle donne: una storia di emancipazione" con Roberta Leverone, Delfina Licata (Fondazione Migrantes) e Anna Maria Saiano.
Il viaggio, per le donne, non è mai stato solo uno spostamento, ma un gesto di libertà e trasformazione. Dalle viaggiatrici del passato alle esperienze contemporanee, muoversi ha significato sfidare ruoli imposti, confini sociali e immaginari patriarcali.
In questo intervento il viaggio femminile viene raccontato come atto politico e culturale, capace di ridefinire identità, conquistare spazio e costruire nuove narrazioni. Nel contesto mediterraneo,
crocevia di storie e attraversamenti, il viaggio diventa così uno strumento di emancipazione, di riappropriazione della propria voce e di apertura a possibilità plurali e inclusive.
12 Gennaio 2026 - Nigrizia, Cestim, Centro Missionario Diocesano di Verona, Comboniane, Progetto Mondo, CUM, Centro Pastorale Immigrati di Verona organizzano "I Martedì del Mondo", una rassegna di incontri, aperta su tematiche di attualità riguardanti gli argomenti più importanti per impatto sulla vita delle persone.
Il 13 gennaio 2026 alle ore 18.00 presso la Sala Africa dei Missionari Comboniani (Vicolo Pozzo 1, Verona) è in programma un "Martedì del Mondo" dal tema: "Nonostante le porte chiuse... Le migrazioni nel futuro dell'Europa". Si parlerà di mobilità umana in entrata, di giovani e del nuovo giro di vite dei ministri degli Interni europei sugli ingressi in Europa, in particolare per i richiedenti asilo.
Don Giuseppe Mirandola ne parlerà in studio con Simone Varisco, curatore del Rapporto Immigrazione 2025 per la Fondazione Migrantes, e con Enrico Varali, giurista. Contributo video di Gianfranco Schiavone, studioso di migrazioni.
L'incontro è in presenza con ingresso libero, in streaming sul canale YouTube dei Martedì del Mondo sulla pagina Facebook dedicata.
9 Gennaio 2026 - Nel "quadro drammatico" delle crisi internazionali, esposto anche da Leone XIV nell'Udienza concessa al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, la situazione in Siria torna ad aggravarsi. A un mese dall’anniversario della Liberazione, quando in molte città e piazze si è celebrato il primo anno dalla caduta del regime del clan Assad, si è riaccesa la tensione ad Aleppo tra le SDF (forze armate a maggioranza curda) e l’esercito siriano. Lo denuncia un comunicato pubblicato l'8 gennaio 2026 dalla Caritas Italiana, che ricostruisce il contesto della nuova recrudescenza del conflitto che nasce nelle pieghe delle questioni aperte sui territori controllati dai curdi.
Secondo le stime diffuse dall’Ufficio del Governatore di Aleppo, almeno 140.000 persone hanno abbandonato i quartieri teatro degli scontri. Alcuni sfollati hanno trovato rifugio presso parenti o conoscenti in altre zone della città, altri si sono diretti verso Afrin, mentre una parte è ospitata in centri predisposti dalla Protezione Civile Siriana. Anche alcune Chiese cristiane di Aleppo hanno aperto le porte agli sfollati, mettendo a disposizione gli spazi disponibili.
Nel corso dell’offensiva vengono segnalati attacchi anche a ospedali, al dormitorio universitario e a circa 30 strutture governative. Secondo il vice ministro dell’Informazione Obada Kojan, il bilancio provvisorio è di 10 morti e 88 feriti, ma si teme che il numero possa aumentare. Da alcuni giorni sono sospese le lezioni nelle scuole e nelle università e risultano chiusi tutti gli uffici pubblici. Al momento non si registrano interruzioni significative dei servizi essenziali come acqua, elettricità e connessione internet.
«In una situazione già estremamente fragile per il Paese - racconta da Aleppo Davide Chiarot, operatore di Caritas Italiana - questa nuova escalation pesa come un macigno sui sogni di pace e di ricostruzione della popolazione. Come Caritas Italiana ci stiamo attivando, in coordinamento con le realtà della Chiesa locale, per rispondere alle prime necessità più urgenti: coperte, materassi, pannolini e latte in polvere per i bambini, prodotti per l’igiene e cibo. È già stato acquistato un primo stock di pannolini per bambini e la distribuzione è attualmente in corso. La speranza è che si giunga quanto prima a un accordo per evitare che il conflitto si estenda ad altre zone del Paese e che gli sfollati possano rientrare nelle proprie case. Nei prossimi giorni valuteremo come rafforzare ulteriormente l’assistenza, in base all’evoluzione del conflitto».
9 Gennaio 2026 - Leone XIV, per la prima volta nel corso del suo Pontificato, ha ricevuto i membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, nella tradizionale Udienza di inizio anno in cui il Pontefice in carica affronta i temi della politica internazionale.
Il suo discorso si è sviluppato prendendo spunto dalla Città di Dio di s. Agostino - «opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia» (Benedetto XVI) - in un tempo che "sembra piuttosto incline a negare diritto di cittadinanza alla città di Dio".
Papa Leone ha spiegato la scelta di un testo agostiniano che va certamente contestualizzato nella sua epoca: "Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca".
Il Pontefice ha voluto in particolare sottolineare la sua preoccupazione - condivisa con papa Francesco - per "la debolezza del multilateralismo", il cui scopo è "offrire un luogo perché le persone possano incontrarsi e parlare". Tuttavia, ha spiegato Leone XIV "per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo". Il paradosso che ha sottolineato il Papa è che "questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione".
Il contesto che il Pontefice ha diffusamente spiegato nel suo discorso lo induce a pensare che "nell’attuale contesto si stia verificando un vero e proprio corto circuito dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità".
A proposito dei diritti umani e della difesa della "dignità inalienabile di ogni persona", il Papa ha dedicato un pensiero anche al mondo della mobilità umana: "Ogni migrante è una persona e, in quanto tale possiede dei diritti inalienabili, che vanno rispettati in ogni contesto. Non tutti i migranti, poi, si spostano per scelta, ma molti sono costretti a fuggire a causa di violenze, persecuzioni, conflitti e persino per l’effetto dei cambiamenti climatici, come in diverse parti dell’Africa e dell’Asia. In quest’anno, in cui peraltro si celebra il 75° anniversario dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, rinnovo l’auspicio della Santa Sede che le azioni che gli Stati intraprendono contro l’illegalità e il traffico di esseri umani, non diventino il pretesto per ledere la dignità di migranti e rifugiati".
"Nonostante il quadro drammatico che abbiamo di fronte ai nostri occhi", ha infine concluso il Papa, "la pace rimane un bene arduo ma possibile. Essa, come ricorda Agostino, «è il fine del nostro bene», poiché è il fine proprio della città di Dio, a cui aspiriamo, anche inconsapevolmente, e di cui possiamo assaporare l’anticipo nella città terrena". Ma non si tratta di quell’idea di pace "possibile solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza"; per questo "essa esige umiltà e coraggio. L’umiltà della verità e il coraggio del perdono".
8 Gennaio 2026 - In occasione della conclusione dell’Anno Giubilare, la comunità cattolica cinese di Napoli, dal 27 dicembre al 4 gennaio, ha svolto la Settimana di Evangelizzazione. Abbiamo invitato circa 20 sacerdoti, religiosi e religiose attualmente impegnati nello studio a Roma a partecipare a questa opera di evangelizzazione, offrendo la testimonianza della loro vita e la condivisione della fede, per trasmettere insieme l’amore del Signore a un numero sempre maggiore di persone.
Nel corso di questi giorni abbiamo avuto la grazia di entrare in contatto diretto con molti fratelli e sorelle cinesi che vivono e lavorano a Napoli. Molti di loro ci hanno accolto: talvolta per cortesia, talvolta per semplice educazione; tuttavia, attraverso l’ascolto e il dialogo, è emerso con chiarezza un profondo bisogno spirituale.
Molti sono completamente assorbiti dal lavoro e dalla ricerca del guadagno: tempo, energie e pensieri sono concentrati quasi esclusivamente sull’attività lavorativa e sulla sicurezza economica, mentre la cura del corpo e, soprattutto, della vita interiore e spirituale risulta trascurata. Alcuni ci hanno persino incoraggiato a “pensare a guadagnare di più” e a lasciare perdere una vita di fede, come se la fede fosse un ostacolo e non una ricchezza. Altri si definiscono cristiani non cattolici o buddhisti solo di nome: non hanno una reale esperienza di fede, né una conoscenza profonda di ciò che professano.
Eppure, al di là delle apparenze, abbiamo colto un bisogno profondo e spesso inesprimibile: il bisogno di senso, di speranza, di una vita spirituale capace di dare orientamento e pienezza all’esistenza.
Nella cultura cinese la fiducia si costruisce lentamente, attraverso il tempo, la presenza costante e relazioni autentiche. Poco alla volta, dopo una conoscenza reciproca costruita sulla fiducia, si potrebbe arrivare a condividere anche la vita della Chiesa e il messaggio del Vangelo.
Approfittando del tempo a disposizione, abbiamo visitato anche cinque famiglie di fedeli. Siamo entrati nelle loro case portando una semplice presenza, la benedizione di Dio e parole di conforto e vicinanza. L’accoglienza è stata profondamente toccante. Questa esperienza ci ha confermato quanto sia importante la visita, l’ascolto e la vicinanza concreta alle famiglie cattoliche, soprattutto in questo tempo. (Chiesa della Sacra Famiglia dei Cinesi, Napoli)
8 Gennaio 2026 - Lo scorso 29 dicembre, l'arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Giuseppe Baturi, ha incontrato gli operatori del Circo Millennium e la famiglia Martini, proprietaria della struttura, celebrando la S. Messa nell'atrio d'ingresso dello chapiteau (il tendone).
Erano presenti alcuni degli artisti tra cui il mago, che ha letto la Parola di Dio, il trasformista e un'acrobata.
L'evento è stato organizzato a cura dall'ufficio diocesano Migrantes.
8 Gennaio 2026 - La prima udienza del processo penale sul naufragio di Cutro è fissata per il 14 gennaio a Crotone. Ne dà notizia un comunicato congiunto di una coalizione di organizzazioni di ricerca e soccorso in mare (Sar) - si tratta di Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, Sos Humanity e Sos Mediterranee - che lo scorso anno si era costituita parte civile e che sarà formalmente parte del processo. All'udienza saranno presenti rappresentanti di tutte le Ong, che nel corso del processo saranno ascoltati insieme ai consulenti tecnici individuati nelle liste testi delle Organizzazioni. Sarà presente anche Amnesty International Italia in qualità di osservatore.
Da tempo le Ong della coalizione mirano a ottenere verità e giustizia per la catena di eventi, decisioni ed omissioni che hanno portato a uno dei più tragici naufragi della storia italiana: quello avvenuto al largo di Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, quando un’imbarcazione è affondata provocando la morte di almeno 94 persone e un numero imprecisato di dispersi. Di tutte le persone che erano a bordo solo 80 sono sopravvissute. Nel processo sono accusati di naufragio colposo e di omicidio colposo plurimo sei ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza.
“Come la tempestività è fondamentale nei soccorsi, così i ritardi nell’attivare interventi di salvataggio non sono un semplice incidente, ma una negligenza da sanzionare”, commentano le Ong.
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Ascolta anche "Sultan", l'ottava puntata del podcast "Il Filo d'Arianna" - un podcast che parla di storie di una comunità di esclusi, emarginati, naufraghi, a cura di Giuseppe Ciulla e Arianna Martini - dedicata proprio alla strage di Cutro.
https://open.spotify.com/episode/5obvOb2HInDiEorqfVnSZ2?si=8jZw0QWLRyykjycz2wEDxg&nd=1&dlsi=79aba980ea454132
7 Gennaio 2026 - L'Epifania è per molte diocesi in Italia il momento dell'anno liturgico scelto da coloro che sono impegnati nella pastorale dei migranti per celebrare la Festa dei popoli o delle genti. Gesù Bambino, appena nato, si manifesta infatti innanzi tutto agli "ultimi" - ai pastori - e poi ai "magi" venuti da lontano, in rappresentanza di tutti i popoli della terra: un'immagine esplicita e forte che il Vangelo consegna da secoli alla contemplazione di tutte le persone. A cominciare dalla diocesi del presidente della Conferenza episcopale italiana, il card. Matteo Zuppi.
Da decenni a Bologna, come in tante altre diocesi, la solennità dell’Epifania viene celebrata in Cattedrale come “Messa dei Popoli”. La celebrazione, presieduta dal cardinale arcivescovo, è stata organizzata dall’Ufficio Migrantes, che attraverso le comunità e i gruppi di immigrati cattolici presenti in diocesi, offre una cura pastorale a persone, famiglie e studenti provenienti da tutto il mondo, mostrando così la ricchezza del nome "cattolico".
Più volte il Cardinale ha invitato le comunità a essere unite nella fede e nel servizio del Vangelo: «Ci ha portato tutti qui, nella casa del Signore, per essere noi tutti la sua casa, la sua famiglia, senza confini, fratelli e sorelle tutti. Che gioia vederlo, sentirlo, viverlo! E ciascuno di noi si ricordi di vivere ovunque come un fratello o una sorella di Gesù e quindi di tutti! Una famiglia davvero universale, cattolica. Amiamo le nostre comunità! Facciamole crescere invitando altri che, come noi, cercano speranza, luce, futuro, che qualche volta non ne hanno più. E noi possiamo essere un pochino di quella stella che gli dice "vieni, c’è luce, ti porto la luce, l’amore di Gesù"».
E così anche tanta parte del Paese ha fatto festa, da Torino - con il pranzo multietnico condiviso e l'animazione con danze, canti e spettacoli dal mondo, dopo la S. Messa - a Salerno, dove con l'occasione hanno ricevuto i sacramenti due ragazzi camerunensi, giunti in Italia qualche anno fa con un barcone; da Piacenza - con tante lingue, tante bandiere unite, che dialogano e credono che vivere insieme è possibile - a Firenze, da dove arriva un pensiero che rappresenta il senso e lo spirito di queste feste in giro per l'Italia: "Una Chiesa plurale che anela al mondo unito".