13 Agosto 2026 - C'è un tema importante legato alla mobilità umana, che viene spesso sottovalutato e strumentalizzato: quello della salute mentale e, in particolar modo, quello delle conseguenze su di essa dell’esperienza migratoria. Si parla pochissimo delle problematiche che si sviluppano dopo la partenza, durante il viaggio e, come sempre più spesso ci dice la ricerca, anche nel Paese di arrivo. Spesso ci si ammala in Italia.
Ne parliamo con Barbara Massimilla, che è psichiatra, psicoanalista junghiana, ricercatrice di psicologia transculturale, fondatrice e presidente dell’associazione Dun, attiva dal 2015 per offrire terapie gratuite a migranti, rifugiati e donne vittime di tratta. Massimilla è anche ideatrice e direttrice artistica della rassegna cinematografica “S-cambiamo il mondo”, ormai alla sua nona edizione, – che si svolge da qualche anno presso la Casa del Cinema di Roma, sostenuta dalla Fondazione Migrantes – ed è anche regista di due cortometraggi, Intrecci e Welcome to the River, usati come strumento culturale per promuovere integrazione e cura.
Dott.ssa Massimilla, perché “Dun”?
Dunè nersèn g’shinvì: la casa si costruisce da dentro. Dun è una parola armena di origine indoeuropea, analoga alla parola domus in latino. Abbiamo scelto questa parola-simbolo nella lingua di un popolo coraggioso che ha subìto violenza contro il suo diritto di esistere. Da circa 10 anni ci dedichiamo all’accoglienza e al sostegno psicologico di persone provenienti da diversi Paesi, promuovendo il rispetto e la valorizzazione delle loro culture.
Qual è il metodo, il modello “Dun”?
Un approccio alle ricerche e alla cura che si basa su un intreccio metodologico e multidisciplinare. È un modello che si fonda sull’idea che la cura della sofferenza psicologica non possa prescindere da un ascolto profondo delle narrazioni, delle immagini, dei sogni dei pazienti, che rappresentano intense testimonianze dei traumi vissuti durante la migrazione nel Paese d’origine, in quelli di transito e anche in quello d’accoglienza. Proviamo a rispondere a questa complessità con un contenitore clinico e culturale che intreccia di continuo la cura alla creatività. I percorsi di psicoterapia sono personalizzati in rapporto alla storia della persona e sono affiancati da laboratori di espressione creativa, cineforum e attività artigianali, che fungono da “dispositivi transizionali”, per facilitare l’elaborazione dei traumi e la ricostruzione del sé. Gli psicoanalisti sono presenti in entrambi i setting, sia quello prettamente curativo sia quello creativo.
Accanto all’intervento clinico il “modello Dun” promuove un lavoro condiviso, ovviamente con la rete istituzionale, con i servizi sociali territoriali, le ASL, altri enti del terzo settore, per creare una fitta rete che sostenga ogni persona e nucleo familiare nel suo percorso verso l’autonomia.
Mi sembra che si lavori molto sull’identità, come risorsa e terreno di incontro, e non come differenza. E così?
Uno dei principi alla base del modello è quello della fertile contaminazione. L’obiettivo è creare una cultura terza basata sul valore delle differenze e della reciprocità. Solo nel lento e graduale processo empatico di condivisione e ricostruzione compiuto dalla coppia terapeuta-paziente e nello spazio dei gruppi e dei laboratori creativi è possibile dunque riemergere da quello che definiamo il “naufragio identitario” patito a causa dei traumi della migrazione. Ogni individuo deve essere riconosciuto, legittimato nella sua specifica identità, come soggetto che si fa protagonista della propria esistenza nel luogo nel quale migra. Il filosofo François Julien propone di non esprimersi in termini di differenze culturali, ma di affrontare le diversità tra le culture in termini di “scarto” e l’identità in termini di “risorsa”. L’identità è un organismo vivo, in movimento, che non può essere cristallizzato. In questo orizzonte la cura assume una valenza etica.
Quali sono le principali difficoltà che sperimentano le persone migranti sul piano psicologico? E come le affrontate nel concreto?
Sono tutte quelle insite nella condizione di aver lasciato il proprio Paese d’origine, correndo pericoli e rischi di ogni sorta. Lo scoglio principale da affrontare è la diffidenza. Inizialmente sabotano la terapia con ritardi o assenze. La disumanizzazione che hanno subito li porta a non credere che l’interesse benevolo per loro sia autentico. Bisogna riconquistare la loro fiducia con una presenza perseverante, coerente, recettiva, in grado di aiutarli a seminare speranza e trasformarla in azioni costruttive.
Con le donne vittime di tratta, in particolare, come si struttura il vostro intervento?
Ci prendiamo cura sia delle donne vittime di tratta sia delle donne che hanno subìto violenza domestica, che è poi un altro tipo di sfruttamento, un’altra accezione della violenza contro le donne. Il nostro lavoro clinico ha mostrato come gli abusi generino nelle donne un senso di annientamento che investe non solo la loro identità femminile, ma anche la loro possibilità di vivere una maternità serena. Gli effetti della violenza si manifestano in varie forme, non sempre il marchio è visibile sul corpo.
Sono spesso donne che soffrono molto sul piano psicosomatico e tutto questo incide sul futuro della donna, sulla sua genitorialità, sul legame di attaccamento e sul sentimento materno riguardo al figlio. Per questo cerchiamo di aiutarle a costruire una nuova relazione con la propria identità femminile, al fine di maturare un’affezione per loro stesse e riappropriarsi di un progetto di vita, ricevendo al contempo un appoggio concreto riguardo al proprio ruolo genitoriale.
Si tratta ovviamente di percorsi molto complessi e dolorosi che non sempre conducono a esiti positivi, ma che offrono alla donna la possibilità di riappropriarsi della funzione materna in termini autonomi, vitali e creativi. Quando la donna vittima di tratta e di violenza riesce a fare un taglio netto con l’ambiente che l’ha destinata al suo tormento, vuol dire che c’è un progresso.
Che ruolo ha il cinema nell’impegno di Dun e perché proprio il cinema?
Il cinema ha una grande potenzialità: in uno spazio temporale di circa due ore l’opera condensa sentimenti, emozioni, risoluzioni di conflitti, prospettive umane. Ha un immenso valore educativo in un tempo breve e fruibile. Ovviamente parliamo del grande cinema e il grande cinema per noi è comunque un cinema sempre rivolto ai diritti umani e al sociale.
Ha parlato del ruolo terapeutico del cinema: vale anche per “chi cura”?
Sì. Il corto Welcome to the River nasce da un fallimento, da una storia che non è andata in porto, perché la rete istituzionale non ha funzionato. Con una paziente mi sono trovata totalmente da sola a gestire una situazione difficilissima; e, purtroppo, non è finita bene. La verità è che può succedere. Ma è stata una ferita enorme, anche per me. Il film ha avuto un po’ la funzione di riparare quella ferita.
Ci può fare un esempio di come funziona terapeuticamente anche il “fare cinema”?
Qualche tempo fa, all’interno di un gruppo di terapia con donne di diverse etnie, che è durato tre anni, abbiamo costruito con i loro ricordi e le loro storie una sceneggiatura, diventata in seguito un cortometraggio, Il segreto di Hamida. È la storia di una bambina del Bangladesh – il cui padre paranoico, repressivo e violento, l’aveva fatta anche sposare da bambina – che entra in classe in Italia per la prima volta senza il grembiule, ma con il vestito tradizionale.
L’escamotage che Hamida trova per mantenere il filo con le proprie origini e al tempo stesso vivere una vita migliore in Italia, nel nuovo gruppo di appartenenza, è confezionare un grembiule realizzato con il velo della madre: le parti belle della sua appartenenza culturale possono coesistere con il nuovo contesto sociale. Quando le donne hanno visto il frutto della loro sceneggiatura è stata per tutte un’emozione grandissima: un momento di gioia intensa, di riconoscimento.
Cosa vede nel suo futuro e in quello dell’associazione Dun?
Già da quest’anno, oltre al cinema, ci siamo dedicati alle scuole. Mi interessa che i ragazzi si confrontino con le vite di coetanei che non hanno la fortuna di vivere in una democrazia e in una società che rispetta l’infanzia e l’età dello sviluppo.
Ora vorremmo intrecciare l’aiuto psicologico di Dun con un intervento strettamente medico. Il professor Raffaele Leuzzi, che opera sia a Roma che in Calabria, ha costituito un eccellente presidio di cura per la prevenzione e lo screening del tumore al seno: Casa di Rosa. Noi come Dun collaboriamo per quanto riguarda la parte psicologica.
La Calabria tra l’altro è la prima regione dove il tumore al seno è in crescente aumento ed è la regione col più alto tasso di migrazione sanitaria. Stiamo pensando di realizzare un intreccio di cura per le tantissime donne migranti che vivono sia in Calabria sia a Roma, lavorando con istituzioni religiose e i servizi sociali per favorire l’accesso di queste donne ai controlli. Inoltre c’è un gemellaggio artistico perché Dun cura la parte creativa del festival della Salute, promosso da Casa di Rosa, a Fiumefreddo Bruzio (16/19 settembre 2026). (Simone Varisco | “Migranti Press” 6 2026)
Dott.ssa Massimilla, perché “Dun”?
Dunè nersèn g’shinvì: la casa si costruisce da dentro. Dun è una parola armena di origine indoeuropea, analoga alla parola domus in latino. Abbiamo scelto questa parola-simbolo nella lingua di un popolo coraggioso che ha subìto violenza contro il suo diritto di esistere. Da circa 10 anni ci dedichiamo all’accoglienza e al sostegno psicologico di persone provenienti da diversi Paesi, promuovendo il rispetto e la valorizzazione delle loro culture.
Qual è il metodo, il modello “Dun”?
Un approccio alle ricerche e alla cura che si basa su un intreccio metodologico e multidisciplinare. È un modello che si fonda sull’idea che la cura della sofferenza psicologica non possa prescindere da un ascolto profondo delle narrazioni, delle immagini, dei sogni dei pazienti, che rappresentano intense testimonianze dei traumi vissuti durante la migrazione nel Paese d’origine, in quelli di transito e anche in quello d’accoglienza. Proviamo a rispondere a questa complessità con un contenitore clinico e culturale che intreccia di continuo la cura alla creatività. I percorsi di psicoterapia sono personalizzati in rapporto alla storia della persona e sono affiancati da laboratori di espressione creativa, cineforum e attività artigianali, che fungono da “dispositivi transizionali”, per facilitare l’elaborazione dei traumi e la ricostruzione del sé. Gli psicoanalisti sono presenti in entrambi i setting, sia quello prettamente curativo sia quello creativo.
Accanto all’intervento clinico il “modello Dun” promuove un lavoro condiviso, ovviamente con la rete istituzionale, con i servizi sociali territoriali, le ASL, altri enti del terzo settore, per creare una fitta rete che sostenga ogni persona e nucleo familiare nel suo percorso verso l’autonomia.
Mi sembra che si lavori molto sull’identità, come risorsa e terreno di incontro, e non come differenza. E così?
Uno dei principi alla base del modello è quello della fertile contaminazione. L’obiettivo è creare una cultura terza basata sul valore delle differenze e della reciprocità. Solo nel lento e graduale processo empatico di condivisione e ricostruzione compiuto dalla coppia terapeuta-paziente e nello spazio dei gruppi e dei laboratori creativi è possibile dunque riemergere da quello che definiamo il “naufragio identitario” patito a causa dei traumi della migrazione. Ogni individuo deve essere riconosciuto, legittimato nella sua specifica identità, come soggetto che si fa protagonista della propria esistenza nel luogo nel quale migra. Il filosofo François Julien propone di non esprimersi in termini di differenze culturali, ma di affrontare le diversità tra le culture in termini di “scarto” e l’identità in termini di “risorsa”. L’identità è un organismo vivo, in movimento, che non può essere cristallizzato. In questo orizzonte la cura assume una valenza etica.
Quali sono le principali difficoltà che sperimentano le persone migranti sul piano psicologico? E come le affrontate nel concreto?
Sono tutte quelle insite nella condizione di aver lasciato il proprio Paese d’origine, correndo pericoli e rischi di ogni sorta. Lo scoglio principale da affrontare è la diffidenza. Inizialmente sabotano la terapia con ritardi o assenze. La disumanizzazione che hanno subito li porta a non credere che l’interesse benevolo per loro sia autentico. Bisogna riconquistare la loro fiducia con una presenza perseverante, coerente, recettiva, in grado di aiutarli a seminare speranza e trasformarla in azioni costruttive.
Con le donne vittime di tratta, in particolare, come si struttura il vostro intervento?
Ci prendiamo cura sia delle donne vittime di tratta sia delle donne che hanno subìto violenza domestica, che è poi un altro tipo di sfruttamento, un’altra accezione della violenza contro le donne. Il nostro lavoro clinico ha mostrato come gli abusi generino nelle donne un senso di annientamento che investe non solo la loro identità femminile, ma anche la loro possibilità di vivere una maternità serena. Gli effetti della violenza si manifestano in varie forme, non sempre il marchio è visibile sul corpo.
Sono spesso donne che soffrono molto sul piano psicosomatico e tutto questo incide sul futuro della donna, sulla sua genitorialità, sul legame di attaccamento e sul sentimento materno riguardo al figlio. Per questo cerchiamo di aiutarle a costruire una nuova relazione con la propria identità femminile, al fine di maturare un’affezione per loro stesse e riappropriarsi di un progetto di vita, ricevendo al contempo un appoggio concreto riguardo al proprio ruolo genitoriale.
Si tratta ovviamente di percorsi molto complessi e dolorosi che non sempre conducono a esiti positivi, ma che offrono alla donna la possibilità di riappropriarsi della funzione materna in termini autonomi, vitali e creativi. Quando la donna vittima di tratta e di violenza riesce a fare un taglio netto con l’ambiente che l’ha destinata al suo tormento, vuol dire che c’è un progresso.
Che ruolo ha il cinema nell’impegno di Dun e perché proprio il cinema?
Il cinema ha una grande potenzialità: in uno spazio temporale di circa due ore l’opera condensa sentimenti, emozioni, risoluzioni di conflitti, prospettive umane. Ha un immenso valore educativo in un tempo breve e fruibile. Ovviamente parliamo del grande cinema e il grande cinema per noi è comunque un cinema sempre rivolto ai diritti umani e al sociale.
Ha parlato del ruolo terapeutico del cinema: vale anche per “chi cura”?
Sì. Il corto Welcome to the River nasce da un fallimento, da una storia che non è andata in porto, perché la rete istituzionale non ha funzionato. Con una paziente mi sono trovata totalmente da sola a gestire una situazione difficilissima; e, purtroppo, non è finita bene. La verità è che può succedere. Ma è stata una ferita enorme, anche per me. Il film ha avuto un po’ la funzione di riparare quella ferita.
Ci può fare un esempio di come funziona terapeuticamente anche il “fare cinema”?
Qualche tempo fa, all’interno di un gruppo di terapia con donne di diverse etnie, che è durato tre anni, abbiamo costruito con i loro ricordi e le loro storie una sceneggiatura, diventata in seguito un cortometraggio, Il segreto di Hamida. È la storia di una bambina del Bangladesh – il cui padre paranoico, repressivo e violento, l’aveva fatta anche sposare da bambina – che entra in classe in Italia per la prima volta senza il grembiule, ma con il vestito tradizionale.
L’escamotage che Hamida trova per mantenere il filo con le proprie origini e al tempo stesso vivere una vita migliore in Italia, nel nuovo gruppo di appartenenza, è confezionare un grembiule realizzato con il velo della madre: le parti belle della sua appartenenza culturale possono coesistere con il nuovo contesto sociale. Quando le donne hanno visto il frutto della loro sceneggiatura è stata per tutte un’emozione grandissima: un momento di gioia intensa, di riconoscimento.
Cosa vede nel suo futuro e in quello dell’associazione Dun?
Già da quest’anno, oltre al cinema, ci siamo dedicati alle scuole. Mi interessa che i ragazzi si confrontino con le vite di coetanei che non hanno la fortuna di vivere in una democrazia e in una società che rispetta l’infanzia e l’età dello sviluppo.
Ora vorremmo intrecciare l’aiuto psicologico di Dun con un intervento strettamente medico. Il professor Raffaele Leuzzi, che opera sia a Roma che in Calabria, ha costituito un eccellente presidio di cura per la prevenzione e lo screening del tumore al seno: Casa di Rosa. Noi come Dun collaboriamo per quanto riguarda la parte psicologica.
La Calabria tra l’altro è la prima regione dove il tumore al seno è in crescente aumento ed è la regione col più alto tasso di migrazione sanitaria. Stiamo pensando di realizzare un intreccio di cura per le tantissime donne migranti che vivono sia in Calabria sia a Roma, lavorando con istituzioni religiose e i servizi sociali per favorire l’accesso di queste donne ai controlli. Inoltre c’è un gemellaggio artistico perché Dun cura la parte creativa del festival della Salute, promosso da Casa di Rosa, a Fiumefreddo Bruzio (16/19 settembre 2026). (Simone Varisco | “Migranti Press” 6 2026)

Marcello Silvestri[/caption]
Marcello Silvestri[/caption]
Impegnato nel sociale, ha interpretato la Bibbia mescolandola ad appelli ecologici, denunce della violenza bellica, meditazioni su migrazioni e rifugiati. «Come nell’Apocalisse, l’immagine della porta chiusa. Il testo dice: “Sto alla porta e busso”. Quindi c’è qualcuno che sta dietro quella porta, che vuole entrare… Ricorda la parabola dell’amico importuno. Questo Cristo che è dietro la porta e bussa, se non lo avvertiamo come una persona che ci dà fastidio, che ci fa alzare, per poi scoprire che invece è una persona che vuole stare con te, vuole mangiare insieme, non possiamo comprendere il Vangelo. Non è un racconto del passato. Ha una contemporaneità».
È una contemporaneità che passa anche attraverso le immagini?
Io leggo, in Isaia 64, che “tutti siamo avvizziti come foglie”, che “le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”. Nessuno cerca il bene. È una fotografia che Isaia fa della contemporaneità di chi legge quel testo. Pensiamo, allora, a questa parola nella nostra contemporaneità: nei migranti e nei profughi che non vengono accolti, come se ci fosse una scritta davanti a tutte le coste d’Italia e d’Europa: “Vietato l’ingresso agli stranieri”.
Isaia ha un altro mondo nella testa, per questo dice così – “avvizziti come foglie” – usa questa immagine, ma poi aggiunge: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani”. Prima ci vengono messe davanti le foglie calpestate e bagnate dalla pioggia, oggi le immaginiamo calpestate dalle scarpe, dalle gomme delle macchine e dei motorini, marce. Allora, dobbiamo abbinare il testo di Isaia con quello della Genesi, perché nel creare l’uomo Dio ammucchia il fango.
Se entriamo dentro queste parole febbrili, vediamo il fango raccolto, ammucchiato, con la grazia che un vasaio usa per costruire un vaso. Un testo così vecchio diventa contemporaneo quando io vedo il vasaio che costruisce: c’è il fango delle foglie morte, c’è il gesto liturgico del vasaio che plasma, e questo modo di accarezzare il vaso sono le mani di Dio che ci accarezzano per costruire la nostra persona. Questa è la contemporaneità del testo sacro.
[caption id="attachment_70063" align="aligncenter" width="300"]
Marcello Silvestri, "Tombe in mare con cartiglio"[/caption]
E la contemporaneità dell’arte?
In un’opera che ho realizzato in tema di migrazioni (Naufragio, 2016, ndr), ci sono degli occhi che ci guardano, fra le onde. È la vergogna dei cosiddetti governi emancipati, questi occhi che chiedono aiuto, chiedono pietà. Si rifà al naufragio di san Paolo, ma il suo naufragio diventa la contemporaneità del nostro oggi.
Oppure, in un’altra opera (Tombe in Mare, 2015, ndr) rappresento lapidi di differenti forme e misure, come sono differenti le fedi e il credo delle persone che l’acqua ha inghiottito. E poi, in basso, un cartiglio, l’ultimo grido soffocato dall’onda che emette chi chiede aiuto e non riesce a terminare la parola.
Un simbolo inventato, che non è nessuna lingua ma che potrebbe essere ciascuna.
Una locuzione di aiuto, inaudito e inascoltato. Cose che nessuno vuole udire e vedere. I giornali ne parlano, i politici fanno omaggi, ma rimane la bestemmia di un aiuto mancato. Allora ci vuole un’arte che dica queste cose, che vada oltre le edulcorate parole di pietà.
Dirlo come?
Sono tanti anni che traduco il testo biblico a colori. Ho dilatato la lettera, perché la lettera non si vede. Quando io parlo voi non vedete niente, ascoltate, invece la lettera scritta la vedi. Ma san Paolo vuole che la fede sia trasmessa attraverso la predicazione, “la stoltezza della predicazione”, e la predicazione può essere verbale o cromatica. Allora io dilato la verbalità della parola, la faccio diventare cromatica e parlo alle persone.
C’è un problema, però: è una predicazione non fatta di regole e dogmi ma, per così dire, di affetto e adattamento a chi ho davanti. Il mio pubblico è stato sempre quello del terzo stato. Ho vissuto per anni alla Repubblica dei Ragazzi, dove si raccoglievano giovani senza famiglia. Ho fatto per un decennio catechesi nel carcere di Civitavecchia e a ragazzi con problemi di tossicodipendenza. A queste persone non puoi presentare subito la dottrina, perché a loro non interessa. Devi presentarti con il Vangelo che è amore al prossimo.
Pensiamo a un bambino di 8 anni che vede la madre fatta a pezzi dal suo sfruttatore; oppure a un ragazzo che fa migliaia di chilometri per trovare un posto dove poter respirare e vivere: arriva in Italia, da solo, dopo aver visto gli altri annegare, è subito reclutato dalla malavita, spaccia droga e finisce in carcere. Non sappiamo da dove viene, cosa gli serve, cosa gli è successo, cosa vorrebbe fare: sappiamo solo che merita la galera. Il Vangelo è libertà, è bellezza, è un grazie per la vita.
[caption id="attachment_70062" align="aligncenter" width="300"]
Marcello Silvestri, "Naufragio"[/caption]
Spetta anche all’arte mostrarlo?
Per far capire il Vangelo serve una catechesi visiva, oltre che di parole. Prendiamo l’immagine della vite, che è Cristo, e dei tralci. Ci sembra un’immagine bella, ma se si guarda come è fatto il tronco della vite, si vede che è nodoso, con lacerazioni e spacchi: sono le torsioni dell’anima che vive Gesù prima di essere crocifisso. Nella mia rappresentazione della vite, siamo alla transavanguardia, sia come tecnica che come proposta artistica.
La drammaticità di questo discorso lo dice l’opera, questa icona contemporanea che mostra la realtà, queste nervature, questi dolori, come anche la speranza del frutto. Fra l’altro, il Vangelo raccontato con questo tipo di immagini semi-astratte è accettato anche dai protestanti.
Ancora, prendiamo la Lettera agli Ebrei. Dice: “Avete assaporato la bella parola di Dio”, per-ché in greco kalòs kai agathòs, il bello e il buono, si identificano. Quindi, la bellezza e la bontà della parola di Dio coincidono. C’è un estetismo, un’architettura, che può mostrare il senso del testo originale del “gustare” qualcosa che è “bello”. Ci vogliono persone che raccontino con il colore, con la materia, la contemporaneità dei testi che si leggono.
Però anche la contemporaneità cambia, e quindi il modo di raccontarla.
Sì. Prendi il tema dell’ecologia: l’ho affrontato ripetutamente, anni fa con i dipinti figurativi del Cantico delle Creature di san Francesco; nel 2025 con la mostra “Sacra. Ecologia Dentro”, che, ispirata dalla Laudato si’, mostra la terra, l’aria, l’acqua, il fuoco, i quattro elementi della vita, in stile astratto, arte povera. Il Cantico come lo avevo rappresentato negli anni ’90 non possiamo più proporlo oggi: dovremmo invece proporre il Miserere mei, Deus, perché abbiamo lasciato che altri distruggessero la terra, diventata proprietà di miliardari e sfruttatori.
[caption id="attachment_70061" align="aligncenter" width="207"]
Marcello Silvestri, "La battaglia"[/caption]
In questo senso, quale via traccia l’arte?
C’è bisogno di rivalutare l’umanità di Cristo. Dio si è incarnato. Non si è fatto solo “ebreo”, solo “bianco”, solo “nero”. Si è fatto carne, si è fatto umanità. Dobbiamo saper leggere l’unica umanità vera, la sua, perché noi siamo tutti disumani: l’unica umanità è quella di Cristo.
Per questo, vanno sottolineate le opere che ha fatto Cristo, perché noi nell’arte lo vediamo sempre rappresentato in bronzo, in gesso, in legno, in plastica. Ma quella è carne e ossa, è vissuto, è verità, è persona, è incarnato.
E va visto, letto e vissuto come umanità. Quando mangia le spighe, quando perdona, quando guarisce, sono le stesse opere che dovremmo fare noi nel nostro lavoro: compiere quelle opere lì, amare il prossimo attraverso il nostro lavoro.
Viviamo una generazione corrotta, non c’è più l’umanità, non esiste. Ecco il compito nostro: dire e fare, con tutti i limiti creaturali, che questo è il Vangelo e che questo è il senso umano di esistere. (Simone Varisco |

[gallery ids="57456,57457,57458,57459,57460,57461"]