20 Agosto 2026 - Nel XII secolo, il monaco sassone Ugo di San Vittore scriveva nel suo monumentale Didascalicon che «l’uomo che considera dolce la propria patria è ancora un tenero principiante; colui per il quale ogni territorio è come il proprio suolo natio è già forte; ma perfetto è colui per il quale l’intero mondo è come una terra straniera».
Otto secoli dopo, l’intellettuale palestinese Edward Said, nel suo Reflections on Exile, affermava, riflettendo su esilio e migrazione, che considerare il mondo come un luogo a noi estraneo «rende possibile l’originalità della visione», un’elasticità mentale capace di dar conto della pluralità di culture, usi e costumi entro la quale navighiamo quotidianamente.
In questo senso, il ciclo di incontri “Ti presento la mia terra”, promosso a partire dallo scorso mese di febbraio presso il Centro internazionale studenti “Giorgio La Pira” di Firenze nella cornice dello Spazio Giovani – che riunisce studenti da tutto il mondo in un clima informale di socializzazione e divertimento –, fornisce un’occasione imperdibile per approfondire la conoscenza di Paesi e culture lontane.
Le regole d’ingaggio sono presto dette: ogni giovedì sera, un giovane presenta la propria nazione, svelandone aspetti relativi a società, costumi, lingua, religione e cibi. A inaugurare il fitto calendario di incontri con l’Altro, Argentina e Germania, per continuare poi con il Perù e il Sud Sudan, fino ad arrivare, viaggiando con la mente e il cuore, alla Palestina e al Pakistan.
Accompagnandosi con immagini, video e canzoni, ogni studente guida per mano gli altri verso la scoperta, individuale e originale, della propria terra d’origine, dalla quale si sono dovuti distaccare momentaneamente per ragioni differenti.
Le varie presentazioni vanno, così, a costruire un colorato mosaico di ricordi, emozioni e percezioni che non parlano solo di un territorio punteggiato di città, case, monumenti, ma di un ventre materno, un profumo, un cibo, restituendo il senso di una lontananza nostalgica. A metà tra un punto d’origine e molteplici prospettive d’arrivo, gli “esiliati” della contemporaneità si muovono tra più dimensioni e appartenenze.
Questa simultaneità di sguardi – verso il proprio Paese e verso Paesi altri – è un antidoto efficace contro giudizi superficiali e sbrigativi, pietra angolare per costruire una consapevolezza che, partendo dalle identità singole, cerca di fondare un’appartenenza comune, non omogenea, ricca allo stesso tempo di sfaccettature diverse e punti di contatto preziosi.
Particolare rilievo hanno avuto le presentazioni di Paesi che, in questo momento storico, stanno vivendo situazioni di conflitto e crisi umanitaria. Durante la presentazione della Siria, le immagini del ricco patrimonio monumentale – dalla cittadella di Aleppo a Palmira – hanno gettato luce su un Paese diverso rispetto a quello che siamo abituati a immaginare.
Spostandoci in Palestina, è stato evocato il forte sentimento di attaccamento alla terra di quel popolo, rappresentato dall’albero di ulivo, simbolo nazionale di una lotta contro lo sradicamento e la dimenticanza, lotta fatta anche di piccoli gesti dal grande significato culturale: la condivisione del cibo, i balli tradizionali, l’arte del ricamo.
L’Afghanistan ha fatto sventolare la sua bandiera che, dal nero dell’oscurità causata dal dramma della guerra, degrada verso il verde, colore della speranza, riflessa in particolare nei volti dei suoi giovani uomini e donne.
L’Etiopia, tormentata in anni recenti da una dolorosa guerra civile, si è mostrata attraverso le sue celebrazioni religiose collettive, le candide tuniche bianche dei fedeli intenti a festeggiare la Pasqua ortodossa, le tremule candele di una notte che si fa giorno e segna la vittoria della luce sulle tenebre.
“Ti presento la mia terra” ha fornito la possibilità di andare oltre le immagini di morte e devastazione troppo spesso presentate quali unica chiave interpretativa di intere regioni del mondo, mantenendo comunque un’attenzione verso le pressanti istanze di pace, uguaglianza e rispetto del diritto emerse dalle voci dei giovani studenti stranieri. (Vanni Rosini | “Migranti Press” 6 2026)
