Tag: Comunicazione
“Più informazione corretta, meno discriminazione”. Un corso gratuito online
- Per i dettagli del corso: www.cartadiroma.org/formazione/e-online-il-training-more-correct-information-less-discrimination-corso-gratuito-per-migliorare-linformazione-sulle-persone-razzializzate-e-sul-tema-delle-migrazioni
- Per maggiori informazioni sul progetto MILD: www.cronachediordinariorazzismo.org/mild-more-correct-information-less-discrimination-eng/
ℹ️ Contatti: antirazzismo@lunaria.org | info@cartadiroma.org
Minacce globali e paure quotidiane. Quattro rapporti, una riflessione
Paure prossime e migranti
La mente umana fatica a temere ciò che non può rappresentare con chiarezza. E così, mentre le minacce globali restano sullo sfondo, la nostra attenzione si concentra su ciò che appare più vicino, più semplice, più immediato. Tra le paure “di prossimità”, quella legata alle persone migranti rimane uno dei paradigmi più evidenti. Non perché sia la più fondata, ma perché è la più facilmente narrabile, visibile, spesso manipolabile. Soltanto alcune eccezioni sfuggono – almeno in parte – a questa regola. La più recente, fra il 2019 e il 2022, è stata l’emergenza generata dalla pandemia di Covid: una breve pausa nell’ingranaggio della “paura dello straniero”, e peraltro soltanto dopo una iniziale attribuzione di colpe alla popolazione immigrata.
«Il virus viene associato alle migrazioni in una cornice di crisi sanitaria, alimentando timori legati alla presunta diffusione dell’infezione da parte dei migranti. Questo termine riflette l’intersezione reale e simbolica tra paura della pandemia e narrazione sull’immigrazione», scrivono Associazione Carta di Roma e Osservatorio di Pavia nel XIII Rapporto Carta di Roma “Notizie senza volto”. Perché fra paura e informazione c’è reciprocità, e la paura è spesso indotta, alimentata e sfruttata.
La cornice mediatica delle paure crescenti
«Nel 2025, il 47% dei cittadini percepisce l’immigrazione come minaccia alla sicurezza», prosegue il Rapporto. Va però osservato che la pervasività della copertura mediatica sui temi dell’immigrazione «da sola spiega solo parzialmente le oscillazioni della percezione di insicurezza. Appare infatti determinante la cornice interpretativa con cui il fenomeno migratorio è raccontato. Le fasi di “paura crescente” coincidono con cornici mediatiche allarmanti, che enfatizzano emergenze di sbarchi, cronaca nera, binomio immigrazione-criminalità, rischi di attentati terroristici e scontri di civiltà. Al contrario, i momenti di “paura calante” riflettono cornici più moderate e normalizzanti, orientate ad accoglienza, economia e lavoro, scuola e convivenza nei territori». La paura del quotidiano ha, infatti, i suoi confini: il quartiere, il condominio, il posto di lavoro. È una paura che nasce dall’idea di perdere la sicurezza del proprio spazio vitale. E in questo universo ristretto, il “migrante” diventa il simbolo di un cambiamento percepito come incontrollabile, improvviso e destabilizzante. E poco importa che i dati reali raccontino una storia diversa. Che la presenza di cittadini – lavoratori e lavoratrici, studentesse e studenti – stranieri sia spesso essenziale per l’economia, per il welfare, per la tenuta del tessuto sociale. Quando «i conflitti ridefiniscono le traiettorie del nostro tempo, riaffiora la necessità di un linguaggio capace di distinguere tra ciò che accade e ciò che temiamo. Perché dietro ogni titolo, anche quando moltiplica le paure, rimane il compito più semplice e più difficile del giornalismo: restituire umanità a ciò che la politica riduce a flusso, e voce a chi continua a non averne».La paura non si nutre di statistiche
Che la paura non si nutra di statistiche, ma di percezioni, è confermato anche dal 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese curato dal Censis. È così che, con poco spazio per un sano realismo rispetto all’ineluttabilità storica dei movimenti di persone su scala globale e alle opportunità che da sempre ne sono derivate, il 62,8% degli italiani ritiene che l’immigrazione debba essere il più possibile frenata, una realtà percepita dal 54,1% come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali.
L’irrigidimento difensivo appare la postura più usuale di fronte alla crisi di senso: difesa del proprio peso politico, sia locale che nazionale (il 47% e il 14,7% degli italiani sono, rispettivamente, contrari e indecisi rispetto all’estensione del diritto di voto alle amministrative ai cittadini stranieri residenti, mentre il 56,5% è contrario o non si esprime circa il voto alle elezioni politiche); difesa delle opportunità offerte dal sistema pubblico (il 47,3% è contrario all’apertura dei concorsi a chi non è in possesso della cittadinanza italiana, con un 16,1% non ha un’opinione in proposito); difesa del proprio orizzonte urbano e patrimoniale (il 58,8% degli italiani è convinto che un quartiere finisca con il degradarsi – e dunque con lo svalutarsi – quando vi risiedono molti cittadini immigrati).
È, d’altronde, la conferma di quanto emerso dal referendum dell’8 e 9 giugno 2025: il rifiuto della maggioranza degli italiani di allargare concretamente la platea dei nuovi cittadini, rigettando la proposta di abbreviare i tempi necessari per la richiesta della cittadinanza da parte degli stranieri residenti (sebbene oggi la maggioranza degli italiani – il 59,2% – si dichiari d’accordo con una riforma secondo il criterio dello ius culturae).
Migranti e “aporofobia”
Il “migrante” – eterno aggettivo sostantivato – incarna, nella narrazione pubblica e nella percezione privata, una serie di timori sovrapposti: paura dell’ignoto, paura del cambiamento, paura della perdita, paura dell’insicurezza personale. In altre parole, il “migrante” è reso un contenitore simbolico su cui proiettare ansie che hanno origini molto più profonde: paura della precarietà economica, della fragilità sociale, dell’inadeguatezza delle istituzioni, della crescente solitudine urbana. Ma anche della povertà. La chiamano "aporofobia": il timore, il rifiuto, quando non l’ostilità verso le persone povere, che si vedono come un pericolo. Quasi che la povertà sia contagiosa. Anche in questo caso, innestandosi sopra un substrato di paure ataviche, la narrazione mediatica gioca un ruolo fondamentale. Come evidenziano Caritas Italiana e Osservatorio di Pavia nel rapporto “Taglio basso. Come la povertà fa notizia”, nel 2025, in riferimento ai post su Facebook dei “giornalisti più social”, «i risultati sulle cornici narrative attestano la prevalenza del frame politico/economico (53%), seguito da quello solidaristico/caritatevole (39%), [mentre] meno frequente è il frame securitario (7%).
Un frame, quest’ultimo, che caratterizza solo i post di cronaca, ma ne caratterizza meno di uno su tre (29%), attestando la prevalenza di uno sguardo più compassionevole che impaurito su storie di vita, e spesso anche di violenza, di persone povere o ai margini della società. Il 53% dei post di cronaca ha infatti un frame solidaristico/caritatevole».
Nonostante questo, anche la povertà è «in bilico fra strumentalizzazione politica e compassione». È più facile temere ciò che ha un volto, un corpo, una presenza. È più facile attribuire a un gruppo visibile la responsabilità di problemi complessi. È più facile costruire un “noi” rassicurante contro un “loro” percepito come diverso e minaccioso.
Distinguere ciò che ci spaventa da ciò che è pericoloso
Affrontare le paure globali richiede consapevolezza, assunzione di responsabilità collettiva, capacità di pensare in grande o, soprattutto, in lungo, nel tempo. Alimentare la paura del quotidiano, invece, richiede soltanto un bersaglio. Comprendere questo meccanismo non significa negare le difficoltà reali – politiche e sociali – connesse alla gestione dei flussi migratori. Significa però riconoscere che la paura, quando non è proporzionata ai fatti, diventa uno strumento di divisione e di regressione sociale. «Molte delle buone pratiche […] si muovono attorno all’idea di costruire una nuova grammatica narrativa, capace di sostituire la retorica della paura e della sicurezza con un linguaggio della comprensione e dell’empatia», si evidenzia nel rapporto “Informazione diseguale. L’invisibilità delle persone migranti, rifugiate e razzializzate nei media in Italia”, realizzato nell’ambito del progetto Mild – More correct Information Less Discrimination da Associazione Carta di Roma e Lunaria.
«Il lessico giornalistico, come sottolineato più volte, ha un potere enorme nel plasmare l’immaginario collettivo. Cambiare il modo in cui si raccontano le persone con background migratorio, le minoranze o i soggetti vulnerabili significa cambiare la percezione della realtà. La sfida è passare da una comunicazione che “parla di” a una comunicazione che “parla con”.
In questa prospettiva, l’intersezionalità diventa un principio guida: non esistono esperienze isolate di discriminazione, ma dimensioni intrecciate di disuguaglianza che si sovrappongono – di classe, di genere, di etnia, di orientamento sessuale, di disabilità – riuscire a raccontare queste intersezioni significa rifiutare la semplificazione, accettare la complessità del reale e, di conseguenza, restituire dignità alle storie».
Tanto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare. «Il cambiamento linguistico e narrativo è già in atto, ma richiede tempo, formazione e collaborazione». La sfida è imparare a distinguere tra ciò che ci spaventa perché è vicino da ciò che è davvero pericoloso. È imparare a guardare oltre la superficie, a non confondere il sintomo con la causa, la vulnerabilità con vulnerati e vulneranti. Solo così la paura può tornare a essere un segnale utile, e non un’arma impropria nella disponibilità di pochi. (Simone M. Varisco | "Migranti Press" 1 2026) Monsignor Perego a FuoriTg (Tg3): senza una missione europea come Mare Nostrum “il Mediterraneo vede sempre più persone abbandonate a sé stesse”
👉 Rivedi l'intera trasmissione.
La sfida delle IA, Leone XIV: “Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona”
(foto: Vatican Media/SIR)[/caption] “Come parlare di migrazioni?”. A Mondovì con mons. Felicolo il primo incontro del percorso “Le parole per dirlo”
“Taglio basso”. Come l’informazione racconta i poveri e gli esclusi
(foto: Caritas Italiana)[/caption] A Mondovì (CN) anche nel 2026 cerchiamo “Le parole per dirlo”
La prenotazione agli incontri è obbligatoria: migrantes.mondovi@libero.it
Mons. Perego ai dipendenti del Gruppo editoriale San Paolo: «Il compito di chi fa comunicazione è cambiare la cultura».
Lavoro domestico e competenze digitali: il convegno di chiusura del progetto Api Colf-Fondazione Migrantes
“Chiesa cattolica. Nelle nostre vite, ogni giorno”. La nuova campagna istituzionale della Cei
- l’attenzione agli anziani, che diventa cura per chi affronta la solitudine;
- l’impegno verso le nuove generazioni, che si traduce in percorsi formativi per l’utilizzo delle nuove tecnologie;
- il dono delle seconde possibilità, che si concretizza in una mano tesa a chi si sente escluso o emarginato;
- la forza della preghiera, che illumina il cammino di chi è in ricerca;
- la salvaguardia del creato, che passa anche dall’esplorazione scientifica per scoprire la bellezza nascosta nel mondo. Un invito a riconoscere nella vita di tutti i giorni il volto di una Chiesa che c’è, serve e ascolta, testimoniando la concretezza del Vangelo vissuto.
Per maggiori informazioni:
www.8xmille.it www.unitineldono.it
Anteprima “Rapporto Immigrazione 2025”: i podcast. Comunicare la mobilità umana
“Che Italia!”: l’Italia plurale che già esiste. Una nuova campagna di comunicazione
Discorsi d’odio: Unicef, “tra i pregiudizi più diffusi l’associazione dell’etichetta migrante al fenotipo subsahariano”
(Fonte: SIR/Unicef)
Nasce a Messina “Agorà – Spazio Migrante(S)”, una redazione multimediale di giovani comunicatori interculturali
🎯 Segui anche su Instagram @agora.spaziomigrantes
Leone XIV agli operatori dei media: per la pace serve “una comunicazione disarmata e disarmante”
Nell’8ª edizione del Premio giornalistico “Giuseppe De Carli” una sezione dedicata a comunicazione e migranti
- (Generale), sul tema “Testimoni di speranza in un mondo da aggiustare” collegata direttamente ai temi del Giubileo in corso, guardando al racconto di esperienze di rinascita e di speranza, appunto, nonostante le lacerazioni di un mondo in continuo conflitto ma bisognevole di essere “guarito” e “aggiustato”.
- (Comunicazione e migranti), promossa dall’Associazione in collaborazione con il Comitato “Informazione, migranti e rifugiati” e l’’Associazione ISCOM, sul tema “Rompere gli stereotipi: rifugiati e immigrati si raccontano”.
- (Giornalismo e tradizioni religiose), promossa dall’Associazione in collaborazione con il Comitato “Giornalismo & Tradizioni religiose” e l’Associazione ISCOM sul tema “Costruire ponti: il ruolo dei media nel racconto delle religioni”.
Leggi il Bando per la nuova edizione del Premio.
-------------------------------------- Per ulteriori informazioni: Valentina Ciaccio - 3397093577 info@associazionedecarli.itMigranti e media: si parla di loro, ma non con loro
“Notizie di contrasto”, il XII Rapporto dell’Associazione Carta di Roma
- Un netto calo dell’attenzione mediatica verso la questione migratoria (contrazione del 40% circa in stampa e Tg prime time). Assenza di eventi che hanno generato picchi di attenzione particolari, come era stato nel 2023 per la strage di Cutro e il decennale del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013.
- La crescita delle voci Economia e Lavoro (11 %) e Società e cultura (18,3%). Incidenti e sicurezza sul lavoro, lotta a lavoro nero e caporalato, dibattito sulla riforma della cittadinanza, razzismo nello sport, episodi di antisemitismo.
- Il tema principale dell’anno è l’accordo tra Italia e Albania sui centri per persone migranti.
Nello Scavo, nuovo presidente dell'Associazione Carta di Roma
Nella stessa giornata, l'Associazione comunica anche l'elezione dell'inviato del quotidiano Avvenire, Nello Scavo, a nuovo presidente: “Attraverso questa scelta si proverà a dare continuità a un lavoro impegnativo importante difficile, stando a fianco ai giornalisti e nello stesso tempo sollecitando tutti i nostri colleghi a prendere coscienza di cosa Carta di Roma significa e di quello che chiede, e di come può essere utile al nostro lavoro di ogni giorno, specialmente per i tanti cronisti sul campo, sul territorio, sul terreno, che sentono la responsabilità di raccontare il nostro tempo attraverso le storie, dando un nome alle persone e ai fatti”.(fonte: Associazione Carta di Roma)
GMCS: saper ascoltare la vita degli altri: di qui passa un nuovo annuncio
Roma - Ascoltate, è l’invito del Papa, ascoltate in profondità. Aprite le orecchie prima di aprire la bocca; farete un’esperienza capace di catturarvi a tal punto che l’ascolto vi sazierà, e scoprirete di non avere più molto di davvero importante da dire. L’ascolto è al centro del Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali numero 56, in calendario domenica prossima. Profeti, apostoli, padri della Chiesa, lo stesso Gesù invitano innanzitutto ad ascoltare, e ad ascoltare con il cuore prima che con le orecchie. Le riflessioni del Papa sono tutte pertinenti, ma a noi spetta compiere un passo oltre, per riconoscere come il materialismo abbia, per primo, compreso quanto sia importante ascoltare.
Mentre tutti ci affannavamo a cercare le 'parole giuste' per comunicare, per annunciare il Vangelo, per convincere, il Mercato ascoltava, lui sì, in profondità. Individuava le paure e i desideri più reconditi e li tramutava in merce. Lo stesso ascolto faceva questa triste fine: gli ascolti, l’audience, stabiliscono il destino di una trasmissione, di un prodotto, di tutto: dall’uomo di spettacolo al politico. Monetizzato, il dono dell’ascolto si tramuta in audience. I like altro non sono che un diverso nome dell’ascolto al soldo del Mercato. E triste sarebbe cadere nel tranello, e decretare il 'successo' di questa o quella esperienza di Chiesa sulla base degli 'ascolti'.
A volte sentiamo uomini e donne di Chiesa lamentarsi di un mondo che 'non ci ascolta'. Cattivo, questo mondo sordo alle nostre parole alate. Ma il mondo, forse, potrebbe allo stesso modo, lamentarsi di una Chiesa che 'non mi ascolta'. Chi ascolta chi? Com’è possibile un dialogo tra chi anela a essere ascoltato, ma non sa o non vuole ascoltare?
C’è chi ritiene che l’ascolto sia superfluo perché 'basta la Parola di Dio'... come se Dio non fosse il Dio dell’ascolto, un autentico fuoriclasse nell’arte di ascoltare. E c’è soprattutto chi investe enormi energie nell’affinare tecniche ed escogitare trucchi al fine di farsi ascoltare, senza dedicare un centesimo delle stesse energie nell’arte dell’ascolto. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda dell’amore. Desideriamo immensamente essere amati ed elaboriamo strategie complesse per renderci amabili. Ma sui modi migliori, autentici e liberanti di amare investiamo molto di meno. Sorge il sospetto che ascolto e amore vadano a braccetto. Che ascolto sarà mai quello di persone per le quali non nutriamo alcun interesse? Persone che riteniamo non abbiano niente di importante da dire perché troppo vuote, troppo diverse, troppo lontane? Persone che ci sono indifferenti, indegne di ascolto?
C’è anche chi considera l’ascolto come un semplice strumento in funzione dell’annuncio della Parola di Dio: in sé, l’ascolto non avrebbe valore. E mentre distrattamente ascolta, la mente già elabora strategie comunicative per conquistare persone o situazioni. Niente di più sbagliato. In realtà l’ascolto è già di per sé un atto ecclesiale. È annuncio del Vangelo. Lo è, se ascoltiamo come Gesù ascoltava ieri e ascolterebbe oggi. L’apostolo, laico o presbìtero, è chiamato a prolungare la presenza di Gesù quaggiù. A replicarne i gesti, le parole e... i silenzi. Ascoltare come farebbe Gesù è già un modo di annunciare il Vangelo. Chi si sente ascoltato, ma sul serio, avverte l’amore di chi lo ascolta. Quell’amore è l’amore di Gesù che lentamente si deposita sull’anima e la libera. Ascoltiamo, dunque, senza troppo preoccuparci di trovare subito le 'parole giuste'. L’ascolto può essere rumorosissimo più di mille parole. (Umbero Folena).