Primo Piano

Rapporto Italiani nel Mondo: domani il terzo appuntamento del ciclo di approfondimento

25 Gennaio 2021 -

Modena - Continua il ciclo di videoconferenze dedicate allo “Speciale Province d’Italia 2020” contenuto nel Rapporto Italiani nel Mondo 2020 (RIM), promosso dalla Fondazione Migrantes, nell’ambito delle iniziative del Festival della Migrazione. Il prossimo appuntamento sarà martedì 26 gennaio, dalle 15 alle 17: alcuni degli autori della quindicesima edizione del RIM si troveranno a dialogare sul tema della mobilità italiana e delle aree di confine in collaborazione con la Sapienza Università di Roma. L’attuale mobilità non è una questione solo del Nord Italia. Che tra il Settentrione e il Meridione di Italia vi siano divari profondi è storia conosciuta, quanto questi divari abbiano a che fare con la mobilità spesso lo si ignora, così come si è poco consapevoli che la narrazione di una nuova mobilità, soprattutto dal Nord Italia, spesso urta con la realtà. Il vero divario non è tra Nord e Sud, ma tra città e aree interne. Sono luoghi che si trovano al Sud ma anche al Nord, ma che al Sud diventano doppia perdita: verso il Settentrione e verso l’estero. A svuotarsi ancora sono i territori già provati da spopolamento, senilizzazione, da eventi calamitosi o da sfortunate congiunture economiche. Nell’incontro di martedì 26 si punteranno i riflettori sulle province di Aosta, Como, Sondrio, Trento, Bolzano, Udine e Ragusa. A introdurre e coordinare i lavori sarà Delfina Licata, curatrice e caporedattrice del RIM. Interverranno Alessandro Celi per Aosta, Gianmaria Italia per Como, Luciana Mella per Sondrio, Maurizio Tomasi per Trento, Edith Pichler per Bolzano, Javier Grossutti per Udine e Antonella Giardina per Ragusa. Concluderà i lavori Flavia Cristaldi della Sapienza Università di Roma e membro della Commissione Scientifica del Rapporto Italiani nel Mondo. È possibile seguire l’evento sulla home page di www.festivalmigrazione.it oppure sulla pagina Facebook del Festival (https://www.facebook.com/festivalmigrazione) o, ancora, sul canale Youtube (https://www.youtube.com/channel/UCIkQTdGqDl_CurK0NGzezdg​).

Viminale: da inizio anno sbarcate 425 persone sulle nostre coste

25 Gennaio 2021 - Roma - Sono 425 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Dei 425 migranti sbarcati in Italia nel 2021, 217 sono di nazionalità eritrea (51%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (61, 14%), Afghanistan (50, 12%), Etiopia (17, 4%), Egitto (13, 3%), Marocco (7, 2%), Sudan (4, 1%), Algeria (3, 1%), Bangladesh (3, 1%), Turchia (2, 0,5%) a cui si aggiungono 48 persone (11%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Fino ad oggi sono stati 66 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare. Il dato è aggiornato a oggi, 25 gennaio.    

I bambini di Lesbo prigionieri nel fango

25 Gennaio 2021 - Milano - La più grande paura di Mohammed, 9 anni, è che qualcuno entri di notte nella tenda dove dorme con il padre, la madre e i due fratelli più piccoli. Fuori dal telone bianco che da ottobre è casa loro, ci sono altre 7.300 persone accampate in 700 tende uguali. Suo padre Ahmad A. condivide lo stesso timore, resta sempre all’erta per evitare che «ladri alla ricerca di telefoni e di soldi entrino all’interno». La famiglia è afghana, della provincia di Herat, e ora vive nel nuovo campo per rifugiati che sull’isola greca di Lesbo ha sostituito la vecchia e sovraffollata tendopoli di Moria, bruciata a settembre. Il nuovo accampamento, chiamato Kara Tepe o Mavrovouni, è conosciuto anche come Moria 2, perché le condizioni di vita pessime che Moria riservava a chi aveva la sfortuna di finirci dentro sono le stesse che si ritrovano anche qui. Servizi carenti (271 bagni chimici, uno ogni 27 residenti, secondo l’Unhcr), freddo e fiumi di fango alle prime gocce di pioggia, tende divelte dal vento, che nel nuovo campo soffia con più forza, visto che il mare è a pochi metri dagli alloggi. Per sollecitare le autorità europee a portare via da quest’isola, una volta per tutte, i bambini come Mohammed e le loro famiglie, questa settimana Avvenire ha pubblicato la lettera aperta di un gruppo di cittadini e personalità del mondo della cultura e dell’educazione che avevano fatto appello al presidente del Parlamento Ue David Sassoli. La risposta del leader dell’Europarlamento è arrivata: vi si ammette un «deficit insopportabile di sovranità europea che costituisce un danno umanitario» e una «mancanza di poteri dell’Unione Europea in materia di immigrazione e di asilo» di fronte all’«egoismo dei Governi nazionali, sempre più riluttanti (…) a trasferire quote di sovranità». Il problema non è, tra l’altro, circoscritto solo a Lesbo. Circa 18.500 richiedenti asilo risiedono nelle isole dell’Egeo, di cui bambini e ragazzi rappresentano il 27% e tra loro quasi 7 su 10 hanno meno di 12 anni. «Molti governi hanno paura di mostrarsi generosi nei confronti di chi fugge dalla fame». In una lettera pubblicata venerdì da Avvenire, il presidente del Parlamento Ue David Sassoli critica le chiusure di fronte ai bambini profughi a Lesbo. - . Mentre l’Europa cerca di trovare una soluzione che sembra tardare (ormai da cinque anni), Ahmad A. pensa a crescere i suoi tre figli e tenerli d’occhio il più possibile: «Ho paura che vadano in bagno da soli, le toilette sono lontane dalla tenda, li accompagno sempre io» ci dice al telefono e il pensiero va alle indagini della polizia sul caso di violenza sessuale subita da una bambina trovata priva di sensi nei bagni una sera di dicembre. A preoccupare maggiormente Morteza H., anche lui afghano, è invece la salute di suo figlio Martin che ha 4 mesi, ha tosse e mal di gola, «ma il medico che lo ha visitato e visto paffuto ha detto che va tutto bene. Eppure tossisce parecchio». Intanto, le temperature di notte in questo periodo arrivano a 4 o 5 gradi e per questa settimana sono previsti cinque giorni consecutivi di precipitazioni. Avevamo parlato con questo neo-papà lo scorso ottobre, alla nascita di Martin, suo primo figlio. Pochi giorni dopo il parto in ospedale, mamma e neonato erano stati rimandati in tenda. «Da allora le uniche novità sono state l’arrivo delle docce (a lungo del tutto assenti, costringendo le persone a lavarsi in mare) e i pallet che ora sono posizionati sotto le tende. Ma quando piove forte, l’acqua raggiunge lo stesso l’interno degli alloggi» racconta. «Per il vento forte la mia tenda, come altre, è stata sradicata. L’ho rimessa in piedi. Quando arriva la pioggia, il terreno è troppo molle e non adatto, non drena, dunque non va bene per piantarci i teloni. Il vento li solleva». Vite nel fango, che l’Europa non vede. Non era semplice nemmeno con temperature buone, ma ora che è arrivato l’inverno tenere un neonato in una tenda è un tormento: «Fa freddo, quindi mia moglie e io ci chiediamo di continuo se Martin sia caldo abbastanza, se si stia ammalando, se riceva latte a sufficienza. Viene allattato al seno, mia moglie sta bene, ma quando noi adulti non abbiamo abbastanza cibo, lei ha un po’ meno latte». Altro problema sono i vestiti, perché un bambino così piccolo «cresce di continuo e ha bisogno di abbigliamento sempre diverso» aggiunge Morteza, che riceve abiti usati da Ong come Refugee4Refugees e Team Humanity. Non lontano dal nuovo accampamento di Kara Tepe, proprio accanto al parcheggio del supermercato Lidl, c’è quello “vecchio”, un campo più piccolo gestito dalla municipalità di Mitilene, capoluogo dell’isola. È stato creato anni fa per i casi più fragili. Non ci sono tende, ma piccoli box prefabbricati. Lì vive con la sua famiglia Youssef al-H., siriano di Aleppo. All’esterno, con pallet coperti da un telo blu, ha allestito una specie di divano, davanti al fuoco. Ci mette la pentola su cui cucina nuovamente il cibo del campo, per aggiungere sapore e «renderlo commestibile». Fanno così tutte le famiglie. Grazie a MSF Youssef al-H. è riuscito ad avere un posto qui: ha un cancro, che cura con infusioni settimanali, e un problema cardiaco genetico ereditario, lo stesso riscontrato anche in sua figlia Lara di 13 anni. Con loro, oltre alla madre, ci sono anche i gemelli Muhammad e Abdo di 14 anni e la piccola Sarah, un mese e mezzo di vita. «Durante la guerra sono stato ferito, e Muhammad, uno dei gemelli, mi ha visto sanguinare. Da allora, ancora oggi, di notte si sveglia terrorizzato» racconta. Da quando ha messo piede a Lesbo dice di tentare di prendere un appuntamento in ospedale per far visitare Lara, che per i suoi problemi cardiaci in Siria era stata sottoposta a un intervento. «Non ci sono ancora riuscito» dice, e continua il suo racconto. «Nel campo non ci sentiamo sicuri, c’è gente violenta. Il prefabbricato è piccolo, ci stanno solo i 5 letti. I bambini vanno a scuola, ma non capisco, pare che qui sia sempre vacanza e le lezioni saltano». Youssef al-H. ha avuto il primo rigetto della richiesta di asilo e da sei mesi la famiglia è senza aiuto economico. «Non so perché abbiano rigettato la domanda, mi hanno detto che la Turchia è un paese sicuro ma non è così». Ci ha vissuto per 7 anni e mezzo, ma un giorno, mentre faceva la spesa, è stato fermato, arrestato e deportato in Siria. «Sono rientrato in Turchia con 1.500 dollari in tasca, ho raggiunto la mia famiglia, e ho deciso di portarli tutti in Grecia». Da allora è passato un anno e mezzo e la loro vita si è fermata dentro un campo, in un box prefabbricato, su quest’isola. (Francesca Ghirardelli – Avvenire)  

Card. Lojudice: contrastare le narrazioni ideologiche con “la precisione di una comunicazione sana e intelligente”

25 Gennaio 2021 - Roma - «Far comprendere le motivazioni profonde che spingono tante persone a migrare in cerca di un futuro migliore è tra i compiti di una informazione chiara, seria e oggettiva». Con queste parole il cardinal Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d'Elsa-Montalcino e Segretario della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI ha aperto lo scorso fine settimana l’incontro sul tema “la comunicazione su migranti e rifugiati tra solidarietà e paura”  promosso su impulso della Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce, Associazione ISCOM e Harambee Africa International. Giornata di studio e di formazione professionale per giornalisti alla viglia della Festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Il porporato ha richiamato l'importanza di contrastare le narrazioni ideologiche con «la precisione di una comunicazione sana e intelligente». La stessa su cui ha riflettuto padre Fabio Baggio, Sottosegretario Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, per il quale i limiti presenti nell'attuale panorama informativo sono in particolare «le facili generalizzazioni, la leggerezza anche nell'utilizzo di termini impropri (clandestini, illegali, extracomunitari) e le analisi affrettate». Là dove Papa Francesco, con l'enciclica Fratelli tutti, mette in allerta dai “narcisismi localistici” preoccupati di creare mura difensive. E invita a confrontarsi nel dialogo con tutti “poiché le altre culture non sono nemici da cui bisogna difendersi, ma sono riflessi differenti della ricchezza inesauribile della vita umana”. Tra le criticità della rappresentazione del fenomeno migratorio, la pigrizia di gran parte dei media nel limitarsi alla mera e sterile divulgazione di numeri e dati ("le fredde statistiche"), trascurando le persone e le loro storie, ciascuna con una identità e un vissuto straordinari. Come quelli di tre rifugiati, le cui testimonianze hanno accompagnato il dibattito, moderato da Donatella Parisi, responsabile Comunicazione del Centro Astalli, sulla costruzione sociale e sulla percezione dell’immigrazione. Di fronte alle campagne di ostilità e alla propaganda sovranista, occorre dare voce a un'Italia «che non si vede, non si conosce», ha osservato Mario Marazziti della Comunità di Sant’Egidio: «Un Paese che si sta già ricostruendo, proprio attorno all'arrivo dei profughi arrivati in maniera sicura grazie all'intuizione dei Corridoi Umanitari»: persone comuni, che operano per l'accoglienza e l'integrazione a proprie spese, dedicando tempo, soldi, risorse umane. Una chiave per parlare degli “italiani” e di come costruire un territorio più solidale.  Una comunicazione chiamata a offrire una via d'uscita alla visione negativa dell'altro, infarcita di stereotipi e pregiudizi, dovrebbe fare tesoro degli insegnamenti di Gordon Allport, eminente psicologo statunitense. Insegnamenti che Aldo Skoda, incaricato di Teologia alla Pontificia Università Urbaniana, ha condensato: «Sottolineare il medesimo status tra migranti e autoctoni, entrambi persone capaci di un dialogo tra pari; l'importanza dell'interazione cooperativa, con la narrazione di esempi di co-costruzione della società in cui i migranti e i rifugiati abbiano un ruolo di protagonisti, non solo di fruitori; un chiaro sostegno sociale e istituzionale che metta in luce la realtà per quella che è, rifuggendo da facili buonismi». Il punto, ha rilevato Fabrizio Battistelli, ordinario di Sociologia alla Sapienza, è che «gli aspetti negativi fanno più notizia di quelli positivi, per cui è più semplice dare la notizia più clamorosa e scandalistica, per suscitare l’attenzione si calca la mano sull'aspetto dell’allarme anche quando non c’è. A trasformare il 'rischio' migrazioni in un’autentica 'minaccia' è il discorso mediatico, che rimuove sistematicamente i benefici». Il compito è dunque quello di scandagliare il fenomeno nella sua complessità, evidenziandone costi e vantaggi. «E lo devono fare da una parte la politica e dall'altra l'informazione, offrendo una comunicazione non strumentale, che non miri soltanto ad avere audience e voti». Per padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, una corretta percezione del fenomeno non può prescindere dal «coltivare la fiducia reciproca tra migranti e autoctoni e dal praticare la cultura dell'incontro, con il proposito di ascoltarsi, mettersi cioè nei panni gli uni degli altri»: “conoscere per comprendere”, per richiamare le parole di Papa Francesco. Puntando sui giovani e sulle scuole italiane per gettare le basi di una società in cui le diversità etniche, linguistiche e religiose siano considerate una ricchezza, non un ostacolo per il nostro futuro. «Migliaia di studenti ogni anno hanno la possibilità di ascoltare - grazie agli incontri promossi dal Centro Astalli - le testimonianze dirette di uomini e donne che hanno vissuto l’esperienza dell’esilio o che sono fedeli di religioni diverse dalla nostra». La riflessione si è focalizzata infine sul linguaggio e la deontologia della professione giornalistica, temi introdotti da Irene Savio, giornalista e coautrice di Mi nombre es refugiado (Reportajes, 2016). Con il supporto dell’Osservatorio di Pavia, l'Associazione Carta di Roma ha esplorato il lessico della migrazione per ciascun anno dal 2013 al 2020. Ne ha parlato il suo presidente, Valerio Cataldi: «Nel 2013 la parola simbolo era “Lampedusa”, teatro di naufragi e di accoglienza, nel 2014 “Mare nostrum”, l'operazione di salvataggio in mare dei migranti nel Canale di Sicilia e nel 2015, all'indomani della morte del piccolo Alan Kurdi, “Europa”, come risposta europea agli arrivi di migranti e rifugiati. Nel 2016, la cornice in cui si racconta la migrazione, inizia a cambiare, sono i “muri” la parola simbolo e nel 2017 le "Ong", verso cui si orientano sospetti e accuse di “svolgere le operazioni di ricerca e di soccorso in mare a scopo di business”. Nel 2018 la parola simbolo è "Salvini", l'anno successivo è ancora "Salvini" affiancato da "Carola" (la migrazione è ormai un tema di confronto e scontro politico). La parola simbolo del 2020 è “virus”, in una cornice di allarme sanitario che associa la presenza di migranti a possibili contagi». Continuano a essere presenti - ha sottolineato Paolo Lambruschi, caporedattore di Avvenire - «alcune delle parole che hanno contraddistinto questi ultimi anni di racconto della migrazione: emergenza, invasione, sbarchi, ghetti, confini. Tutte funzionali a un giornalismo poco accurato, ansiogeno - là dove è essenziale continuare a studiare e approfondire -, che non si cura di capire e far capire bene, ignorando il carattere globale del fenomeno senza indagare sulle nuove rotte migratorie gestite dai terroristi, al di là del Mediterraneo e della rotta balcanica. E relegando ai margini i progetti di sviluppo e le missioni umanitarie». Necessario, anche da parte degli operatori dell'informazione, incalzare l'Europa a promuovere canali legali d'ingresso, da concordare tra tutti i Paesi membri, «per porre fine al traffico di esseri umani, una piaga che non conosce pause, affrontando con razionalità il problema dei migranti economici».  

Il momento di Dio

25 Gennaio 2021 - Città del Vaticano - Al centro del Vangelo di questa domenica – siamo tornati a quello di Marco che, attorno all’anno 70, ha raccolto la testimonianza di Pietro – c’è il racconto della chiamata dei primi discepoli, l’inizio della vita pubblica di Gesù e la sua prima predicazione: “il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino”. Sullo sfondo, la prima lettura, la chiamata di Giona, o meglio la seconda chiamata visto che la prima volta il profeta fugge e va dalla parte opposta a Ninive, dove Dio vorrebbe inviarlo. Non per paura o per la difficoltà della prova, ma perché non può comprendere che la conversione è il frutto della misericordia di Dio. Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni rispondono subito alla chiamata del Signore; ai primi due “Gesù disse loro: venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini. E subito lasciarono le reti e lo seguirono”. Così i due fratelli, incontrati poco dopo, che “lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui”. Giovanni Battista è stato arrestato e ucciso da Erode, e il Signore sente che è giunto il suo tempo, anzi “il tempo è compiuto”. La vita pubblica di Gesù inizia non a Gerusalemme, ma, possiamo dire con papa Francesco, nelle periferie dell’esistenza: la Galilea è terra lontana dalla capitale. È qui che incontra i suoi primi discepoli, gente semplice, poveri pescatori. È da questa periferia che sceglie di iniziare la sua missione: luogo marginale, escluso, abitato da poveri, da pagani e rivoluzionari. Ma è proprio da questo luogo, dove non ha difficoltà ad incontrare i samaritani giudicati eretici, scismatici, separati dai giudei, che dice: sono finiti i giorni dell’odio, della contrapposizione, della divisione. Papa Francesco, all’Angelus, ci invita a riflettere su due temi: il tempo e la conversione. Si tratta di “cambiare mentalità e cambiare vita: non seguire più i modelli del mondo, ma quello di Dio, che è Gesù”. La conversione, ricorda il Papa, “è un cambiamento decisivo di visione e di atteggiamento. Infatti, il peccato ha portato nel mondo una mentalità della mondanità, che tende all’affermazione di sé stessi, definendosi contro gli altri e anche contro Dio, e per questo scopo non esita a usare l’inganno e la violenza”. Queste portano alla “cupidigia”, alla “voglia di potere e non di servizio, guerre, sfruttamento della gente”. A ciò si oppone Gesù “che invita a riconoscersi bisognosi di Dio e della sua grazia; ad avere un atteggiamento equilibrato nei confronti dei beni terreni; a essere accoglienti e umili verso tutti; a conoscere e realizzare se stessi nell’incontro e nel servizio agli altri”. Poi il tempo, “quello in cui l’azione salvifica è giunta al suo culmine, alla sua piena attuazione: è il momento storico in cui Dio ha mandato il Figlio nel mondo”, ricorda Francesco. “Per ciascuno di noi – ha aggiunto – il tempo in cui poter accogliere la redenzione è breve: è la durata della nostra vita in questo mondo”. Ma la vita è breve, “vola via la vita”. È dono dell’infinito amore di Dio, “ma è anche tempo di verifica del nostro amore verso di lui. Perciò ogni momento, ogni istante della nostra esistenza è un tempo prezioso per amare Dio e il prossimo, e così entrare nella vita eterna”. Il tempo lo misuriamo in ore, giorni, anni; ma c’è anche un altro modo, dice il Papa, composto dalle stagioni del nostro sviluppo: nascita, infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia, morte. “Ogni tempo, ogni fase ha un valore proprio, e può essere momento privilegiato di incontro con il Signore. La fede ci aiuta a scoprire il significato spirituale di questi tempi: ognuno di essi contiene una particolare chiamata del Signore”. Il riacutizzarsi della sciatalgia non ha permesso al Papa di essere in San Pietro e nella basilica di San Paolo per la conclusione della 54ma Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Proprio la basilica dedicata all’apostolo delle genti venne scelta da Giovanni XXIII, 25 gennaio 1959, per indire il Concilio ecumenico Vaticano II. E sarà sempre questa basilica ad essere indicata come luogo per la celebrazione conclusiva della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, istituita nel 1910 in seguito alla necessità, manifestata dai missionari delle varie confessioni cristiane, di presentarsi uniti, e quindi credibili, nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo. (Fabio Zavattaro)  

Treviso: anche lettori migranti per la Giornata della Parola

24 Gennaio 2021 - Treviso - Ventuno lettori, introdotti dal vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi e scelti tra i cristiani del territorio, compresi i rappresentanti di diversi gruppi linguistici cattolici e di alcune chiese ortodosse (nel contesto della “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”) si alterneranno nella proclamazione del Vangelo più breve e più antico, quello di Marco, oggi nella Domenica della Parola voluta da Papa Francesco. L'iniziativa - dalle 15,30 alle 18,00 - si colloca all'interno del Festival Biblico e nella diocesi di Treviso è promossa dall'Ufficio Ecumenismo e Dialogo Interreligioso e dall'Ufficio Migrantes della diocesi veneta. Tra i 21 lettori una soprano russa che canta alla Fenice, un’infermiera della comunità indiana, una lavoratrice stagionale della comunità nigeriana, due sacerdoti ortodossi e uno greco-cattolico, una suora carmelitana originaria di Nazaret, una sarta brasiliana. A seguire, dalle ore 19, il Festival Biblico proporrà un momento di riflessione “on line” costruito sul dialogo tra Mariangela Gualtieri, scrittrice, poetessa e attrice, e padre Francesco Bernardo Maria Gianni, abate di San Miniato al Monte, moderati dallo scrittore e conduttore Edoardo Camurri, sui canali social del Festival Biblico mentre la lettura del Vangelo di Marco si può seguire sul canale YouTube della Diocesi di Treviso.

Raffaele Iaria

 

Rom: famiglie di rom lunedì in Campidoglio

22 Gennaio 2021 - Roma - Lunedi 25 gennaio  in Piazza del Campidoglio, decine di famiglie residenti nei diversi campi rom della Capitale presenteranno una lettera aperta alla città di Roma e alle autorità capitoline. Si tratta di famiglie che da tempo hanno presentato regolare domanda per una casa popolare e che, a causa dei tempi estremamente compressi del “Piano rom”, rischiano di essere sgomberati dai rispettivi insediamenti senza che la loro richiesta possa essere debitamente vagliata dagli uffici competenti a causa del blocco delle graduatorie avvenuto nel 2020, spiega l'Associazione 21 luglio. Per questo, come riportato nella lettera, viene chiesto all’Amministrazione di Roma di «facilitare lo scorrimento della graduatoria per l’assegnazione delle case popolari e concedere ai cittadini romani, e noi con loro, di vedere assegnata una casa secondo i tempi e le priorità previste dalla legge». Dopo la manifestazione una delegazione dei manifestanti sarà ricevuta in Campidoglio da rappresentanti dell’Assemblea Capitolina.

Migrantes Modena-Nonantola e Carpi: domenica l’Epifania dei Popoli

22 Gennaio 2021 - Modena - L’ufficio Migrantes di Modena – Nonantola e Carpi,  in occasione della Domenica della Parola, che si celebra il 24 gennaio,  propone “L’Epifania dei Popoli” quest’anno in versione online: le comunità cristiane migranti celebreranno, testimonieranno e ringrazieranno il Signore perché, nonostante la pandemia e ogni altra difficoltà, l’annuncio e la condivisione della Parola non si è fermata, evidenzia la Migrantes della inter diocesana.  In periodo di pandemia, senza la possibilità di trovarsi a pregare tutti assieme, “ci si sposterà sul canale Youtube «Arcidiocesi di Modena-Nonantola», al quale si può accedere anche direttamente da sito internet www.chiesamodenanonantola.it, spiega la diocesi: l’incontro avrà inizio alle 18. Preghiere, canti, riflessioni e testimonianze di fede a cura delle comunità cristiane migranti contraddistingueranno come da tradizione l’appuntamento, durante il quale interverranno anche l’arcivescovo mons. Erio Castellucci e Davide Galassi, pastore in «Missione Cristiana Libertà» di Modena, e i membri di numerose comunità cristiane migranti di tutta la provincia.  

CEI: martedì la Sessione invernale del Consiglio Permanente

22 Gennaio 2021 - Roma -Martedì 26 gennaio alle ore 9.30 si svolgerà la sessione invernale del Consiglio Episcopale Permanente, in videoconferenza. Dopo l’Introduzione del Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Presidente della CEI i lavori prevedono una riflessione e un confronto sulla situazione legata alla pandemia da COVID-19, specialmente in relazione alla religiosità e alla spiritualità, per capire come affrontare le sfide pastorali presenti e future. All’ordine del giorno del Consiglio anche un aggiornamento sul tema della prossima Assemblea Generale e alcune comunicazioni riguardanti la liturgia e la celebrazione diocesana della Giornata Mondiale della Gioventù.  

Scalabriniane: “con attenzione sui migranti Biden dimostra una profonda cura verso l’umanità”

22 Gennaio 2021 - Roma - Un "caro" augurio al 46esimo presidente statunitense Joe Biden, per un mandato che «sappia esprimere al meglio i concetti di accoglienza, solidarietà, carità».  A dirlo è suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Suore Missionarie Scalabriniane. «Le misure che Biden sostiene per la protezione dei migranti, compreso il ricongiungimento di migliaia di bambini dai loro genitori, sono il segnale di una profonda attenzione verso l’umanità – aggiunge suor Neusa – Biden, sin da questi primi passi, dimostra di essere un presidente che vuole abbattere muri e costruire ponti. Negli Usa siamo presenti con le nostre comunità di Melrose Park, Chicago, Washington, New York e Boston che continuano, incessantemente, ad aprire le porte ai migranti che cercano aiuto. Siamo in Messico, sul confine di Tijuana, che è diventato - conclude - il teatro di tanti sogni distrutti.  Presidente, l’umanità aspetta umanità”.