Primo Piano

Vangelo Migrante: XXI Domenica del Tempo Ordinario | Vangelo (Lc 13, 22-30)

18 Agosto 2022 - Gesù si rifiuta di rispondere ad un tale che chiede: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” Domanda quanto meno sospetta che sembra cercare più nelle statistiche la sicurezza della propria salvezza che non nella misericordia di Dio. Il pensiero sotteso è che se la maggior parte o addirittura tutti si salvano, facilmente ci si può confondere nella massa, evitando di assumersi le proprie responsabilità. Per Gesù la questione della salvezza non si pone in termini generali o per gli altri, ma si pone “per me”. Argomento tutt’altro che datato. L’opinione diffusa che Dio è buono e quindi tutti, in un modo o nell’altro, si salveranno indipendentemente dalla qualità buona o cattiva della loro vita, non trova conferma nelle Sue parole. Gesù non dice se siano pochi, tanti o tutti quelli che si salvano. Sia chiaro, l’universale predestinazione alla salvezza è il nucleo essenziale della Sua predicazione: tutti sono chiamati, senza alcuna eccezione e senza alcun privilegio, a far parte del regno dei cieli; ma la possibilità di salvarsi, offerta a tutti indistintamente, richiede un’impegnativa risposta personale. E allora formula un invito molto chiaro: “sforzatevi di entrare per la porta stretta”. Non è un immagine ‘lacrime e sangue’ o un’impresa fuori della nostra portata. Il Vangelo porta solo belle notizie e, quindi, la porta è stretta, è un’entrata piccola, come lo sono i piccoli, i bambini e i poveri, veri prìncipi del regno di Dio; è stretta ma a misura d’uomo, di un uomo nudo ed essenziale che ha lasciato giù tutto ciò che lo gonfiava: ruoli, portafogli, l’elenco dei meriti, i bagagli inutili, il superfluo; la porta è stretta, ma è aperta. L’insegnamento è chiaro: fatti piccolo e la porta si farà grande! E va oltre. Attenzione: non è la stessa cosa stare dentro o fuori! Il rischio di rimanere esclusi dal regno esiste ed ha delle conseguenze: “là ci sarà pianto e stridore di denti”. Nè servirà bussare e dire: “Signore aprici!” o vantarsi di cose di poco conto: “abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Quanti non sono passati per la porta stretta a motivo della propria ignavia e falsa coscienza, si sentiranno rispondere: “non so di dove siete”. Dio non riconosce per formule, riti, simboli religiosi o perché si fanno delle cose per Lui, ma perché con Lui e come Lui si fanno delle cose per i piccoli e i poveri. Il resto o sono alibi o false credenziali che normalmente poggiano su un Dio a misura d’uomo. Non mancheranno sorprese. Oltre quella porta Gesù immagina una festa multicolore: verranno da oriente e occidente, dal nord e dal sud del mondo e siederanno a mensa. La porta stretta non è porta per pochi, o per i più bravi. Tutti possono passarvi, per la misericordia di Dio. Il suo sogno è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo; il Suo regno ammette quelli che il mondo reputa clandestini; e se arrivati ultimi, Lui li considera primi. Attrezzarsi a passare quella porta, non è ‘fare di meno’ … ma darsi da fare con un Vangelo che travalica tutti i confini, non solo quelli geografici! (p. Gaetano Saracino)  

Italiani nel mondo: il miracolo di Casablanca

16 Agosto 2022 - Casablanca - Sì, sembrava fosse accaduto un vero miracolo. Già dal mattino del 15 agosto la Chiesa italiana 44, boulevard Abdelmoumen era in fibrillazione. A Casablanca da sempre è il cuore della comunità cristiana italiana. Dove pregare, ritrovarsi e ritrovare insieme la propria identità. Per incanto, il grande piazzale antistante era diventato una … inedita e suggestiva cattedrale ! Con tutti i suoi banchi allineati, le belle piante tutt’attorno solide come colonne, le bandiere del Marocco e dell’Italia, intrecciate all’entrata come un simpatico benvenuto. A tutto un popolo che, sul far della sera, alla presenza del vescovo emerito Giovanni D’Ercole, celebra la tradizionale Madonna di Trapani. Questa, infatti, troneggia grandiosa, incoronata e restaurata da poco dal Coasit accanto all’altare. Al calar del sole, ecco arrivare alla spicciolata fedeli da tutta la città… Una corale filippina ci fa la sorpresa di animare i canti in lingua italiana. Ed è sempre bello ritrovare la propria lingua sulla bocca degli altri ! La santa messa corre veloce, non manca la voce emozionata del vescovo nel ricordare la nostra storia di emigrazione e di fede, di incontro di popoli, di un avvenire costruito a più mani. Per questo si è voluto portare proprio da Trapani, quasi cent’anni fa, un’enorme statua di Maria. « La mamma rassicura, accompagna, dà pace e serenità » sottolinea il vescovo. Lo è soprattutto per chi cambia mondo, per chi è in prima linea come un migrante, allora, in particolare, erano siciliani. E poi alla fine, una cascata infinita di… Ave Maria ! Ognuno, allora, mette la sua voce e la propria lingua, chi dal Rwanda, chi dal Libano, chi dalla Spagna, dalla Francia, dall’Etiopia… mentre l’assemblea, in ascolto con il fiato sospeso, ripete ogni volta, con intima gioia, « Amen ! ». Perfino il Console di Spagna,  con emozione interviene in lingua italiana, mettendosi a servizio per qualsiasi cosa della comunità. Sì, la chiesa italiana di Casablanca, chiusa da troppo tempo ormai, questa notte si è aperta al mondo. Ed è il miracolo più grande di Maria, venuta da Trapani ! Andandosene, infine, ognuno, dopo un rinfresco con i fiocchi e al suono continuato dell’Ave Maria, porterà con sè le sfide e le speranze dell’umanità intera.  Anche questo, in fondo, è oggi esseri italiani a Casablanca !   (p. Renato Zilio)

Mons. Perego: mettere al primo posto l’accoglienza

16 Agosto 2022 - Ferrara - “La donna è il segno della vita, una vita sempre minacciata – è il segno del drago – dal male, dalla violenza, dalla prepotenza. Ieri come oggi, sempre.  Ma la vita trionfa, anche se deve fuggire lontano, nel deserto”. E’ quanto ha detto ieri l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego, in occasione della Festa dell’Assunta nell’Abbazia di Pomposa. La pagina dell’Apocalisse, letta durante la liturgia, “la vediamo rappresentata in tante madri che fuggono dalle guerre, dai disastri ambientali, dalla violenza, dalla miseria e desiderano far nascere il proprio figlio e proteggerlo”. Una pagina che aiuta ad immaginare la casa del padre “ricca dei simboli della storia della salvezza, in particolare l’arca dell’alleanza, segno di un Dio che ha accompagnato il cammino del suo popolo passo dopo passo. Accanto all’arca c’è una donna, che sta per avere un figlio e grida per le doglie. Voi madri presenti comprendete queste parole, questo grido di dolore che accompagna la vita”. Questa pagina dell’Apocalisse - ha aggiunto il presule che è anche presidente della Fondazione Migrantes - è “rappresentata in tante madri che fuggono dalle guerre, dai disastri ambientali, dalla violenza, dalla miseria e desiderano far nascere il proprio figlio e proteggerlo. Madri che talora subiscono violenze, abbandoni, rifiuti dai nuovi draghi, che mettono al primo posto l’interesse più che l’accoglienza, il rifiuto più che l’incontro, il profitto più che il lavoro, la guerra più che la pace, la morte più che la vita. Il mare, il deserto diventano per loro talora luoghi di morte e non di vita, in una fuga che non ha approdo. Dio, invece non abbandona, ma dona rifugio: in questa e nell’altra vita. E’ il nostro rifugio, la nostra vita”. (R.Iaria)

Don Bruno Nicolini: 10 anni fa la morte di uno dei pionieri della pastorale dei rom e sinti

16 Agosto 2022 - Roma - Ricorrono domani, 17 agosto, dieci anni dalla morte di don Bruno Nicolini, uno dei sacerdoti pionieri nella pastorale con il mondo dei rom. Aveva 85 anni e aveva dedicato a questo mondo oltre 50 anni della sua vita. Fin dal lontano 1958, infatti, quando vice parroco a Bolzano, aveva iniziato ad occuparsi dei Rom e Sinti nella sua diocesi. Qui aveva fondato l’Opera Nomadi. Fu chiamato a Roma da Papa Paolo VI per continuare ad occuparsi della pastorale dei Rom nella diocesi capitolina nel 1964 dove aveva preparato, nello spirito del Concilio Vaticano II, il primo grande incontro europeo tra il popolo Rom e Papa Paolo VI, a Pomezia nel 1965. Ha creato il Centro Studi Zingari, punto di riferimento culturale per molti per la comprensione della lunga storia dei Rom in Europa. Dalla fine degli anni ’80 è stato responsabile per la Diocesi di Roma della cappellania per la pastorale dei Rom e Sinti. “Con la morte di don Bruno Nicolini i rom hanno perso un padre e un amico, la Chiesa in Italia un pastore attento a riconoscere e tutelare il popolo rom, la Migrantes un collaboratore fedele e intelligente fino agli ultimi incontri degli operatori rom e sinti nei mesi scorsi”, dice oggi il presidente della Commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, mons. Gian Carlo Perego. Don Nicolini – ha aggiunto il presule - è stato “un protagonista della nuova stagione conciliare della Chiesa, aiutando a sentire i rom ‘di casa nella Chiesa’, valorizzando percorsi di giustizia e di cittadinanza dei rom attraverso l’Opera Nomadi da lui fondata e la conoscenza storica e culturale del popolo rom attraverso il Centro Studi zingari, fondato con Mirella Karpati”. I funerali si sono svolti il 18 agosto di dieci anni fa nella Basilica di Santa Maria in Trastevere presieduti dall’attuale presidente della Cei, il card. Matteo Zuppi che nell’omelia ha  sottolineato che il sacerdote nella sua vita “si è fatto nomade. Ha camminato molto, in tanti modi. Si è messo in viaggio con attenzione intelligente e libera, appassionata e profonda; con una carità esigente, mai pigra e soddisfatta di sé, sempre, sempre alla ricerca, inquieta perché innamorata. Ha amato quanto Gesù e la Chiesa stessa il popolo dei rom e dei sinti”. “In questo giorno lo accogliamo in questa casa di amore, dedicata all’Assunta, dove ha celebrato, quando i suoi passi si erano fatti lenti e incerti, negli ultimi anni, il giorno del Signore”, ha aggiunto l’allora vescovo ausiliare Zuppi ripercorrendo la vita del sacerdote che ha trascorso gli ultimi anni in una casa della Comunità di Sant’Egidio: “lo accompagniamo con molto affetto nell’ultimo tratto del suo cammino. Peraltro morto nel giorno della memoria di san Rocco, santo pellegrino, che superava anche la frontiera più difficile, quella che allontana dalla sofferenza e dalla malattia. Bruno ha cercato di superare la frontiera del pregiudizio”. Di mons. Nicolini il card. Zuppi  ha ricordato, nell'omelia per i funerali di dieci anni fa, il dialogo con le istituzioni sempre improntato “alla ricerca di soluzioni giuste e soprattutto durature e rispettose della dignità della persona”, anche se “non possiamo non constatare come incredibilmente, ed è un’amarezza e anche una promessa a don Bruno, la condizione dei rom è ancora tanto lontana da condizioni minime di rispetto” a causa di scarsa determinazione e lungimiranza, “come se occuparsi di rom sia una concessione mal sopportata e non un diritto da garantire”. Per  Zuppi il sacerdote ha lasciato “la passione per la Chiesa, per il Vangelo e per gli ultimi. E gli zingari purtroppo sono spesso gli ultimi perché in molti casi nei confronti degli zingari il pregiudizio è forte. Noi, ci insegna don Bruno, dobbiamo amare i poveri per quello che sono, il Signore ci chiede di amare i poveri e di riconoscere i fratelli più piccoli, senza chiedergli né certificati penali né certificati fiscali né certificati di bontà o di cattiveria, bisogna volergli bene e basta. In don Bruno dobbiamo riconoscere un testimone che ci ha insegnato e ci ha aiutato ad amare e a conoscere e anche a valorizzare la grande tradizione, la grande cultura dei Rom". (R.Iaria)          

Afghanistan…un anno dopo

15 Agosto 2022 - Brescia - Abbiamo passato il Ferragosto del 2021 vedendo le immagini dell’immane operazione umanitaria e militare scatenata dalla ripresa di Kabul da parte dei Talebani; 4.890 afghani arrivarono in Italia in pochi giorni, mentre scatenavamo una gara di parole per dire che “l’accoglienza era un dovere”, nonostante fosse chiaro per tutti, soprattutto per gli “addetti ai lavori” nel campo dell’accoglienza, che era difficile esercitarla perché alcuni decreti rendevano impossibili l’applicazione di misure straordinarie per persone costrette a fuggire e poter esser accolte “per motivi umanitari”. Ma poco importa, era importante condannare il regime talebano e il fallimento di una lunga operazione militare in quella terra in corso da decenni da nazioni diverse e da schieramenti diversi. L’accoglienza venne gestita in larga parte dal nostro Esercito, lasciando “a bocca asciutta”, in prima battuta, tutti quelli che volevano prodigarsi. Riprese il lavoro e la scuola, una nuova ondata di covid fece spostare la nostra attenzione; a inizio 2022 il conflitto in Ucraina calamitò la nostra attenzione e ci scontrammo nuovamente con le difficoltà nella macchina di accoglienza che non prevedeva più la doverosa accoglienza per chi scappava da una guerra. L’impegno del mondo ecclesiale, del Terzo Settore, degli enti locali e della generosità di tanti ha reso possibile ciò che abbiamo fatto. Ma in questo Ferragosto di un anno dopo la tragedia dell’Afghanistan, mi chiedo cosa ci rimane di quella esperienza? Un anno fa scrivevo commentando quella esperienza e il moto di accoglienza vissuto in quei giorni: […] si tratta adesso di non vivere così solo per qualche giorno, ma di allargare questo stile a tutti i fratelli e le sorelle che per motivi diversi hanno bisogno di essere accolti”. Sono passati 365 giorni e non so se ci siamo mai chiesti che fine hanno fatto le 4.890 persone arrivate, dove sono, se hanno ancora bisogno di aiuto. Non so se sappiamo che all’11 Agosto 2022 tra il mare e la terribile rotta balcanica sono arrivati altri 3.504 afghani (dati del Ministero dell’Interno), ma questi non erano collaboratori dei nostri governi occidentali e hanno dovuto soffrire molto di più per riuscire a scappare, ma di questi non parleremo mai; non fanno notizia e non ci disturberanno in questo Ferragosto con immagini drammatiche, abbiamo ben altro a cui pensare con le prossime elezioni alle porte, sperando che almeno ci ricorderemo l’importanza dell’accoglienza quando sceglieremo chi ci governerà. Come un anno fa’ voglio riscrivere le stesse parole: “In questo caldo tempo estivo voglio augurarmi che la vicenda dell’Afghanistan ci aiuti ad accorgerci maggiormente che il fenomeno della mobilità umana è dettato da storie di vita reali caratterizzate dalla sofferenza, dall’ingiustizia e dalla mancanza di libertà. Non ci si muove per comodità ma per poter vivere realmente; cosi come oggi, quasi tutti, anche coloro che non avevano progetti di accoglienza, dicono “che è un dovere morale accogliere”, mi auguro che non dimentichiamo che questa scelta è vera: l’accoglienza fa vivere chi la esercita e fa vivere chi la riceve”. Speriamo che in Agosto 2023 avremo imparato a interessarci di chi accogliamo e far nascere scelte concrete dall’accoglienza e non a nutrire solo la nostra emotività; speriamo che questo tempo ci insegni che la storia della mobilità umana va’ conosciuta e non usata a propria comodità. (don Roberto Ferranti)    

Card. Zuppi: riaprire vita e speranza

14 Agosto 2022 -

Nel cuore del mese di agosto, in quasi tutti i paesi e le città del nostro Paese, si celebra la festa dell’assunzione di Maria al cielo. Un mistero che ci dice qual è la nostra destinazione: ossia essere assunti con il nostro corpo risorto nel cielo di Dio.

Maria, la prima che ha creduto alla Parola del Signore, è la prima a entrare nel cielo di Dio con il suo corpo. Questa festa è celebrata da tutti i cristiani di tutte le confessioni, ovunque nel mondo. In Occidente la chiamiamo, appunto, Assunzione. In Oriente l’iconografia la trasmette con l’icona della 'Dormizione': gli apostoli circondano in preghiera la madre di Gesù 'addormentata' nel suo letto di morte (la morte dei credenti non è mai da sola, ma sempre circondata dalle presenze degli amici di Gesù). Gesù è raffigurato sopra di lei e tiene tra le sue mani una piccola Maria - quasi 'bambina'. Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli. Per tanti anni l’ho contemplata nel mosaico absidale della Basilica di Santa Maria in Trastevere. Ed è bello che la prima persona che transita direttamente al cielo di Dio, anima e corpo, sia l’anziana madre di Gesù: lei che ha inaugurato la storia della nostra fede e ospitato il Figlio del nostro riscatto, entra per prima, con un corpo risorto, nella pienezza del Regno.

Il corpo risorto vuol dire che non perderemo la sensibilità umana: al contrario, essa diventerà così pura, così profonda, così fine, da renderci capaci di intercettare direttamente la sensibilità di Dio per tutto il creato e per tutte le creature, dalle più piccole alle più emozionanti che abitano l’eterna fantasia dell’amore di Dio che genera e ispira da sempre i ritmi e i riti della vita che ha creato. E Maria è il simbolo reale del legame profondo della generazione e dell’ispirazione divina della vita con l’origine e la destinazione. In Gesù risorto questo legame irrevocabile abita per sempre l’intimità divina da cui proviene e la condizione umana nella quale si irradia. L’intera storia dell’uomo e quella dell’umanità, lungi dall’essere abbandonata al suo destino mortale, vi appare destinata al riscatto di ogni abbandono che la umilia, la ferisce, la perde: nell’anima e nel corpo.

La cultura moderna ci ha resi gelosi della nostra libertà di vivere: e persino di morire. Ma siamo anche diventati molto rassegnati al corto respiro del nostro modo di godere la vita. Possiamo chiamarlo disincanto, per dare un tono molto adulto e molto razionale a questo pensiero. Di fatto, da quando abbiamo abbassato il cielo dei nostri desideri restringendolo all’orizzonte del nostro io, anche la terra ci sembra più avara di vere soddisfazioni e di autentici entusiasmi. A ragione si parla di passioni tristi. Non sappiamo più stupirci del tanto che pure abbiamo e scoprire l’incanto che è ogni persona che nasconde il riflesso di Dio.

Ci affanniamo giustamente ad aggiustare la società e l’habitat per tanti individui, ma non crediamo più nella comunità e nel mondo che dovrebbero ospitare la fraternità di cui abbiamo bisogno e alla quale apparteniamo.

Dobbiamo chiederci se per caso non ci stiamo rassegnando a essere una sorta di colonia di insetti, certo, evoluti e ingegnosi. La società che stiamo costruendo rischia di avere paura della vita e diffidare della speranza.

Scopriamo di avere politiche da amministrazione di condominio, aspettative di vita giovanilistiche, distanze umilianti e in crescita: fra ricchi e poveri, uomini e donne, vecchi e bambini, mediatici e anonimi, onesti e furbi. Nello spaesamento dell’incertezza, cresce il fascino della chiusura in spazi ristretti e orizzonti chiusi e angusti

L’autoreferenzialità porta a ripiegarci su noi stessi e contagia le persone, i popoli e le culture, anche noi credenti: non di rado appariamo senza idee, senza parole, senza azioni che riaprano i cuori al senso della destinazione dell’esistenza nostra e del mondo. Come Maria troviamo forza facendo nostra la visione di Dio che si fa uomo per iniziare il suo Regno di amore, che sarà di tutto il popolo. La rassegnazione a un mondo ingiusto non è l’effetto – che ora diventa particolarmente visibile – di una certa depressione escatologica che affligge lo stesso cristianesimo?

Il mistero dell’Assunta ci ri-apre al cielo della nostra destinazione. Mercoledì scorso il Papa, riferendosi proprio alla nostra destinazione finale, ha affermato con efficacia: «Il meglio deve ancora venire ». Il cielo – che pure pensiamo pieno di santi rimane forse povero di Vita. E quindi poco attrattivo. Gesù quando parla del Regno lo descrive come un pranzo di nozze, una festa con gli amici, il lavoro che rende perfetta la casa, le sorprese che rendono il raccolto più ricco della semina. Tutto ciò lo iniziamo già sulla terra. Con il 'sì' di Maria a divenire la madre del Figlio. Con il nostro sì a farlo nascere e crescere in noi. Il Signore è «nato da Donna », scrive l’Apostolo. Come ogni essere umano: certo, la sua destinazione è il grembo di Dio; ma il rispetto per la qualità spirituale del grembo che l’ha portato da Dio a noi è la discriminante della qualità umana della nostra esistenza.

La donna comunica al corpo umano la sua sensibilità spirituale, fin dal concepimento, fin dalla gestazione. La donna che diventa madre non è una donna violata, consumata, di seconda scelta. La maternità deve apparire – ed essere trattata – come un valore aggiunto dell’autodeterminazione femminile, non come un uso e un abuso che le fa perdere valore. La società civile, la politica e tutta la comunità cristiana debbono impegnarsi a riconoscere il prestigio della maternità e il valore che la natalità rappresenta per i nostri tempi e per il Paese di cui siamo cittadini e cittadine. L’Assunta è Vergine e Madre, senza pregiudizio di entrambe. Il riscatto dall’attuale depressione escatologica della vita cristiana (e dell’umano che ci è comune) incomincia forse proprio da qui: da una madre che, proprio perché umile, ha saputo dire di sé: «grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente ». Il nostro Paese – il mondo – ha sempre più bisogno di grandi visioni e di uomini e donne umili che se ne lasciano appassionare e non hanno paura di donare la vita per trovarla. ( card. Matteo Maria Zuppi - presidente della Cei)

Vangelo Migrante:XX Domenica del Tempo Ordinario | Vangelo (Lc 12, 49-53)

10 Agosto 2022 - Gesù non usa giri di parole: “sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! (...) Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”. Ma cosa sono questo fuoco e questa divisione di cui parla? Il Vangelo non è ottundimento e illusione ma “morso del più”: visione, coraggio, creatività, appunto, fuoco! Altro che oppio dei popoli! Dio non è neutrale: vittime o carnefici non sono la stessa cosa davanti a lui, tra ricchi e poveri, Dio ha delle preferenze e si schiera. Il Dio di Gesù Cristo non porta la falsa pace della neutralità o dell’inerzia, ma “ascolta il gemito” di chi lo invoca e prende posizione contro i faraoni di sempre. La divisione che porta evoca il coraggio di esporsi e lottare contro il male. Perché si può uccidere anche stando alla finestra, muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano il vento dell’odio, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione. Non si può restarsene inerti a contemplare lo spettacolo della vita che ci scorre a fianco, senza alzarsi a lottare contro la morte e ogni forma di morte. Altrimenti il male si fa sempre più arrogante e legittimato. Quel fuoco è l’alta temperatura morale che rende possibili le trasformazioni positive del cuore e della storia. Come quella fiammella che a Pentecoste si è posata sul capo di ogni discepolo e ha sposato una originalità propria, ha illuminato una genialità diversa per ciascuno. Abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali, con fuoco. È questo che intende papa Francesco quando nella Evangelii Gaudium invita i credenti a essere creativi, nella missione, nella pastorale, nel linguaggio. Propone instancabilmente non l’omologazione, ma la creatività; invoca non l’obbedienza ma l’originalità dei cristiani. Fino a suggerire di non temere eventuali conflitti che ne possono seguire perché senza conflitto non c’è passione (EG 226). Un invito pieno di energia a non seguire il pensiero dominante, a non accodarci alla maggioranza o ai sondaggi d’opinione. Essere discepoli significa essere profeti: invito forte, anche se molte volte disatteso! Essere profeti anche scomodi, per Gesù significa far divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente. (p. Gaetano Saracino)

Padre Kolbe e Magis: 17 profughi ucraini accolti al Cenacolo mariano di Bologna

11 Agosto 2022 - Bologna - 17 profughi ucraini sono stati ospitati, dallo scorso 3 marzo, presso il Cenacolo mariano delle Missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe, a pochi chilometri da Bologna. Al progetto di accoglienza ha partecipato anche la Fondazione Magis contribuendo a renderlo concreto. I profughi ucraini sono stati messi nelle condizioni di poter maturare diverse scelte riguardo al loro futuro e hanno lasciato il Cenacolo in tempi diversi, tra metà giugno e fine luglio. Dal primo agosto è rimasta ospite solo una persona adulta. Le persone ospitate normo-udenti sono state 3 adulti e 4 minori. A fine luglio, le due mamme con i rispettivi figli hanno raggiunto i loro mariti in Ucraina. Sperano di poter rimanere nel loro Paese ma hanno già fatto richiesta di poter ritornare al Cenacolo mariano qualora dovessero sentirsi in pericolo. Sono state anche ospitate persone audiolese (8 adulti e 3 minori). Una famiglia i cui membri sono tutti sordomuti (marito, moglie al 7° mese di gravidanza al momento dell’arrivo al Cenacolo, ma ora con figlia neonata ed una figlia di 6 anni); un’altra mamma con la figlia di 10 anni, entrambe sordomute; un fratello e una sorella sordomuti; infine tre adulti (un uomo e due donne). La famiglia composta da marito, moglie e due bambine (la più piccola nata a Bologna a giugno) e la famiglia composta da 1 fratello ed una sorella hanno richiesto la protezione internazionale. I primi a metà giugno e i secondi a metà luglio si sono trasferiti nel centro di Bologna presso strutture Sai  (Sistema accoglienza integrazione). Intendono cercare lavoro e prendere la residenza a Bologna. Nel mese di giugno sono partiti anche gli altri ospiti non udenti: uno ha raggiunto la nonna in Francia, una mamma e la figlia invece hanno raggiunto parenti in Israele. Due donne adulte risiedono a Bologna, in attesa di rientrare in Ucraina appena possibile. In collaborazione con i medici sanitari dell’Usl di Sasso Marconi e Casalecchio di Reno si sono svolte visite, vaccinazioni, ed esami clinici.  

Il Complesso della Cattedrale accoglierà i ragazzi ucraini ospiti a Savona

11 Agosto 2022 -
Savona -  Nella mattinata di domani, 12 agosto, i bambini e ragazzi ucraini ospitati a Savona  parteciperanno ad una visita guidata con annessi laboratori artistici e musicali promossa dal Complesso Museale della Cattedrale. La presenza di una comunità ucraina affidata alla sede della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù ha infatti messo in moto l’interesse della Direzione e lo staff di animatori che già in primavera hanno accolto tanti gruppi scolastici per attività didattiche e di laboratorio, anche con la collaborazione dell'associazione Pro Musica Antiqua.
Alle ore 9 il gruppo di giovani e giovanissimi e i loro accompagnatori saranno accolti in piazza del Duomo. Dopo una visita animata alla Cattedrale Nostra Signora Assunta, al suo coro ligneo e al Chiostro Francescano verranno guidati in un laboratorio creativo sotto il fresco porticato e ad uno musicale nella Cappella Sistina con i suoni rinascimentali di Pro Musica Antiqua. L’iniziativa è stata pianificata dalla Direzione museale e da Maria Volvhak. "L'opportunità di visitare il patrimonio storico, artistico e culturale di Savona, per eccellenza il più identitario, ci sembra una forma di accoglienza completa e insieme essenziale per dare il benvenuto a chi è costretto a lasciare con violenza il proprio Paese e condividere almeno l’identità di una casa e di radici", dichiara la Direzione stessa.

A Edirne, lungo la “rotta impossibile”

11 Agosto 2022 -

Edirne  - Quaranta chilometri di cammino solo con i calzini ai piedi, senza le scarpe, sottratte oltrefrontiera durante il respingimento. Nessuno le ha più ridate a Yassine, cittadino tunisino di 49 anni, né agli altri che con lui avevano tentato di attraversare illegalmente il confine turco per entrare in Bulgaria. Intercettati e ricacciati indietro, hanno patito dalla polizia bulgara il trattamento che da anni i richiedenti asilo vanno descrivendo. Da aprile Yassine ci ha provato tre volte. In tutte e tre è stato picchiato. Ora negli occhi ha l’espressione di chi non si spiega tanta violenza, incredulo che quella sia l’Europa. «Potrebbero dirci che siamo illegali e che perciò non ci fanno passare, ma che bisogno c’è di picchiare la gente? Perché farla spogliare, derubarla di tutto, anche delle scarpe?». L’appuntamento con lui è all’ombra del porticato della Eski Cami, la moschea vecchia della città di Edirne, punta estrema della Turchia nord occidentale, a un passo dal confine con Grecia e Bulgaria, da anni tappa obbligata di chi percorre la rotta migratoria orientale cercando di entrare in Europa via terra. Da questa placida cittadina passano afghani, siriani, nordafricani, subsahariani. Quelli giunti in Grecia, dopo innumerevoli tentativi, sono 3.200 da gennaio. Erano stati 4.800 nel 2021, ma 14.800 nel 2019. I respingimenti, agli occhi di chi li compie, devono apparire efficaci.

«Eccole le nostre storie» ci dicono ragazzi di varie nazionalità, fuori da una tavola calda di Edirne. Si sollevano gli orli di pantaloni e magliette per mostrare i segni dei morsi dei cani della polizia bulgara, le manganellate di quella greca. «Nell’ultimo tentativo mi hanno preso lo zaino, i soldi e la giacca. È qualcosa che fa male, no? Poi avevano i cani. Non erano solo bulgari, tra gli agenti c’era chi parlava tedesco e polacco. Ci hanno picchiato senza ragione, alcuni ridevano. L’Unione Europea troverà una soluzione? La sentite la sofferenza delle persone?», riprende con le domande incalzanti Yassine. Sul versante greco, stessi rischi, uguale pericolo. Questa è la frontiera in cui a febbraio 19 uomini semisvestiti sono stati trovati morti congelati. La Turchia ha accusato Atene di averli respinti lasciandoli senza abiti, ma per i greci è solo «falsa propaganda». Dei respingimenti verso la Turchia riferiscono da anni Ong e stampa. Il 30 giugno la commissaria Ue agli Affari Interni Yl- va Johansson ha avvertito la Grecia che le «deportazioni violente e illegali » devono cessare. Già a ottobre era intervenuta in una plenaria della Commissione: «La violenza ai nostri confini non è mai accettabile. Soprattutto se è strutturale e organizzata ». Peccato che le parole non bastino, e i respingimenti continuino. A fine luglio, per giunta, sono emersi i dettagli di un rapporto “riservato” dell’Olaf, l’ufficio antifrode dell’Unione, in cui si documenta il coinvolgimento dell’agenzia europea Frontex nelle attività illegali della guardia costiera greca.

Ci raggiunge alla moschea anche Firas, siriano di Deraa, che oltre il confine non è mai arrivato. «La polizia turca mi ha catturato prima, e mi ha trattenuto in un campo per 65 giorni. Gli agenti turchi non si prendono soldi né vestiti, ma sono duri durante le detenzioni». All’ingresso della pensione dove alloggia incontriamo Amredka, un giovane somalo con un occhio gonfio e un taglio sopra lo zigomo. «È stata la polizia di frontiera», sussurra. «Sono qui da un anno e mezzo e non so più quante volte ci ho provato. Almeno nove, senza trafficanti. Quelli vogliono soldi, noi non li abbiamo. Perché dev’essere così difficile? ». Chi ha denaro si affida a contrabbandieri che da Istanbul garantiscono il trasporto a bordo di van. È l’esperienza di Wassim, afghano di Herat. Dopo cinque anni in Turchia, ne ha abbastanza di pregiudizi e vessazioni. «Se lavori vieni pagato la metà dei locali. A volte non sei considerato nemmeno un essere umano». Il 13 luglio ha raggiunto altre 35 persone in un cimitero di un sobborgo di Istanbul, punto d’incontro con il trafficante. 1.800 euro per arrivare oltreconfine, 3.500 per un posto sicuro in Grecia. Con 10 o 12mila euro (per le bustarelle ad agenti corrotti) ci si imbarca su navi dirette in Italia. Wassim, però, non possiede tanto denaro. «Alle 3 del mattino eravamo a Edirne. Una guida a piedi ci ha condotti al fiume (Evros, il confine, ndr). Lì abbiamo atteso le barche, piccole, a remi. Ci hanno trasportato a due a due». Una volta di là, i trafficanti hanno indicato il punto della boscaglia da cui passare, fino a una radura. «Ma messo piede allo scoperto si è acceso un faro, e la polizia greca è venuta fuori. Abbiamo fatto marcia indietro, ma alle nostre spalle sono comparsi altri poliziotti. È stata un’imboscata ». Agenti «con la bandiera greca sulle spalline e i passamontagna» hanno iniziato il pestaggio. «Con i manganelli, il calcio dei fucili, gli stivali. È rimasto coinvolto anche un bambino di 7 anni» prosegue Wassim. «Poi, hanno fatto spogliare nudi gli uomini, senza biancheria. Hanno lasciato vestite le donne, ma per perquisirle infilavano le mani dappertutto ». Via i soldi, i gioielli, ciò che aveva valore. «Siccome alcuni cuciono il denaro all’interno degli indumenti, i poliziotti hanno tagliato i tessuti con un coltello. Ci hanno persino detto di aprire la bocca, e hanno guardato dentro». (Francesca Ghirardelli)