24 Agosto 2026 - C'è una montagna all'orizzonte. Prendiamo un binocolo per osservarla meglio, ma l'immagine è sfocata. Le lenti non sono ancora regolate. Solo mettendo a fuoco riusciamo a distinguere i dettagli, a riconoscere i sentieri, a capire dove conduce quella strada che da lontano sembrava indistinta.
Anche le emozioni assomigliano a quel binocolo. Sono le lenti attraverso cui leggiamo la realtà: la gioia di un incontro, la paura di una scelta, la rabbia per un'ingiustizia, l'attesa di qualcosa che speriamo si compia. Ci parlano di noi, dei nostri desideri più profondi, delle ferite che ci abitano e delle relazioni che danno significato alla nostra vita. Ma, da sole, non bastano. Hanno bisogno di essere messe a fuoco perché possano aiutarci a riconoscere ciò che è vero, ciò che è bello e ciò che rimane.
Viviamo in un tempo che ci invita continuamente a provare emozioni, ma raramente ci insegna ad ascoltarle. Eppure, proprio da questo ascolto può nascere una conoscenza più autentica di sé e un rapporto più profondo con Dio. La tradizione cristiana non ha mai contrapposto ragione ed emozione: al contrario, insegna che il cuore, quando è educato, diventa una via privilegiata per incontrare la verità.
Da questa convinzione nasce Il Sentiero dell'Anima, il percorso digitale gratuito promosso dal Servizio per la Promozione del Sostegno Economico alla Chiesa cattolica della Conferenza Episcopale Italiana.
L'iniziativa propone un cammino semplice, ma intenso. Dopo l'iscrizione, ogni quattro giorni arriva una mail che accompagna il lettore nella rilettura delle proprie emozioni e delle esperienze quotidiane alla luce del Vangelo. Parabole contemporanee, testimonianze di santi e luoghi simbolici diventano strumenti per imparare a dare un nome a ciò che si vive, scoprendo che le emozioni non sono un ostacolo alla fede, ma uno dei luoghi nei quali Dio continua a parlare all'uomo.
I Vangeli, del resto, raccontano un Gesù profondamente umano. Gioisce con gli amici, si commuove davanti al dolore, piange per la morte di Lazzaro, prova indignazione di fronte all'ipocrisia, sperimenta l’angoscia nel Getsemani. Seguirlo significa imparare ad abitare anche il proprio mondo affettivo, senza subirlo né reprimerlo, ma lasciandolo diventare una strada di maturazione.
Il percorso, però, conduce anche oltre. Quando impariamo a rileggere con sincerità la nostra storia, ci accorgiamo che non siamo diventati ciò che siamo da soli. La nostra vita è attraversata da volti, incontri, parole, gesti di persone che ci hanno sostenuto nei momenti decisivi.
Per molti, tra questi volti ci sono anche quelli dei sacerdoti. Li incontriamo nei momenti più importanti dell’esistenza: quando nasce un figlio, quando ci si sposa, quando si attraversa una malattia, quando si perde una persona cara. Li troviamo accanto ai giovani, agli anziani, alle famiglie, a chi vive la solitudine o la fragilità. Una presenza spesso discreta, quasi nascosta, ma capace di costruire quotidianamente relazioni, comunità e speranza. Ed è proprio qui che il cammino trova il suo approdo più naturale: la riconoscenza.
La gratitudine autentica non rimane un sentimento intimistico. Quando riconosciamo il bene ricevuto nasce spontaneamente il desiderio di custodirlo e di renderlo possibile anche per altri. La riconoscenza, allora, diventa responsabilità. Per questo, al termine del percorso, viene proposto un gesto concreto: sostenere i sacerdoti con un'offerta libera. Non come semplice contributo economico, ma come espressione di una gratitudine che si traduce in condivisione e permette a tanti sacerdoti di continuare la loro missione di ascolto, prossimità e servizio.
In questo senso, Il Sentiero dell'Anima è molto più di un itinerario digitale. È un invito a guardare dentro di sé per imparare a guardare meglio anche gli altri. Perché ogni autentico cammino spirituale conduce sempre fuori da sé: verso relazioni più vere, una fede più consapevole e una gratitudine che trova il coraggio di diventare gesto.
L'iniziativa propone un cammino semplice, ma intenso. Dopo l'iscrizione, ogni quattro giorni arriva una mail che accompagna il lettore nella rilettura delle proprie emozioni e delle esperienze quotidiane alla luce del Vangelo. Parabole contemporanee, testimonianze di santi e luoghi simbolici diventano strumenti per imparare a dare un nome a ciò che si vive, scoprendo che le emozioni non sono un ostacolo alla fede, ma uno dei luoghi nei quali Dio continua a parlare all'uomo.
I Vangeli, del resto, raccontano un Gesù profondamente umano. Gioisce con gli amici, si commuove davanti al dolore, piange per la morte di Lazzaro, prova indignazione di fronte all'ipocrisia, sperimenta l’angoscia nel Getsemani. Seguirlo significa imparare ad abitare anche il proprio mondo affettivo, senza subirlo né reprimerlo, ma lasciandolo diventare una strada di maturazione.
Il percorso, però, conduce anche oltre. Quando impariamo a rileggere con sincerità la nostra storia, ci accorgiamo che non siamo diventati ciò che siamo da soli. La nostra vita è attraversata da volti, incontri, parole, gesti di persone che ci hanno sostenuto nei momenti decisivi.
Per molti, tra questi volti ci sono anche quelli dei sacerdoti. Li incontriamo nei momenti più importanti dell’esistenza: quando nasce un figlio, quando ci si sposa, quando si attraversa una malattia, quando si perde una persona cara. Li troviamo accanto ai giovani, agli anziani, alle famiglie, a chi vive la solitudine o la fragilità. Una presenza spesso discreta, quasi nascosta, ma capace di costruire quotidianamente relazioni, comunità e speranza. Ed è proprio qui che il cammino trova il suo approdo più naturale: la riconoscenza.
La gratitudine autentica non rimane un sentimento intimistico. Quando riconosciamo il bene ricevuto nasce spontaneamente il desiderio di custodirlo e di renderlo possibile anche per altri. La riconoscenza, allora, diventa responsabilità. Per questo, al termine del percorso, viene proposto un gesto concreto: sostenere i sacerdoti con un'offerta libera. Non come semplice contributo economico, ma come espressione di una gratitudine che si traduce in condivisione e permette a tanti sacerdoti di continuare la loro missione di ascolto, prossimità e servizio.
In questo senso, Il Sentiero dell'Anima è molto più di un itinerario digitale. È un invito a guardare dentro di sé per imparare a guardare meglio anche gli altri. Perché ogni autentico cammino spirituale conduce sempre fuori da sé: verso relazioni più vere, una fede più consapevole e una gratitudine che trova il coraggio di diventare gesto.
Per informazioni e iscrizioni gratuite: https://riconoscenza.unitineldono.it/

Dott.ssa Massimilla, perché “Dun”?
Dunè nersèn g’shinvì: la casa si costruisce da dentro. Dun è una parola armena di origine indoeuropea, analoga alla parola domus in latino. Abbiamo scelto questa parola-simbolo nella lingua di un popolo coraggioso che ha subìto violenza contro il suo diritto di esistere. Da circa 10 anni ci dedichiamo all’accoglienza e al sostegno psicologico di persone provenienti da diversi Paesi, promuovendo il rispetto e la valorizzazione delle loro culture.
Qual è il metodo, il modello “Dun”?
Un approccio alle ricerche e alla cura che si basa su un intreccio metodologico e multidisciplinare. È un modello che si fonda sull’idea che la cura della sofferenza psicologica non possa prescindere da un ascolto profondo delle narrazioni, delle immagini, dei sogni dei pazienti, che rappresentano intense testimonianze dei traumi vissuti durante la migrazione nel Paese d’origine, in quelli di transito e anche in quello d’accoglienza. Proviamo a rispondere a questa complessità con un contenitore clinico e culturale che intreccia di continuo la cura alla creatività. I percorsi di psicoterapia sono personalizzati in rapporto alla storia della persona e sono affiancati da laboratori di espressione creativa, cineforum e attività artigianali, che fungono da “dispositivi transizionali”, per facilitare l’elaborazione dei traumi e la ricostruzione del sé. Gli psicoanalisti sono presenti in entrambi i setting, sia quello prettamente curativo sia quello creativo.
Accanto all’intervento clinico il “modello Dun” promuove un lavoro condiviso, ovviamente con la rete istituzionale, con i servizi sociali territoriali, le ASL, altri enti del terzo settore, per creare una fitta rete che sostenga ogni persona e nucleo familiare nel suo percorso verso l’autonomia.
Mi sembra che si lavori molto sull’identità, come risorsa e terreno di incontro, e non come differenza. E così?
Uno dei principi alla base del modello è quello della fertile contaminazione. L’obiettivo è creare una cultura terza basata sul valore delle differenze e della reciprocità. Solo nel lento e graduale processo empatico di condivisione e ricostruzione compiuto dalla coppia terapeuta-paziente e nello spazio dei gruppi e dei laboratori creativi è possibile dunque riemergere da quello che definiamo il “naufragio identitario” patito a causa dei traumi della migrazione. Ogni individuo deve essere riconosciuto, legittimato nella sua specifica identità, come soggetto che si fa protagonista della propria esistenza nel luogo nel quale migra. Il filosofo François Julien propone di non esprimersi in termini di differenze culturali, ma di affrontare le diversità tra le culture in termini di “scarto” e l’identità in termini di “risorsa”. L’identità è un organismo vivo, in movimento, che non può essere cristallizzato. In questo orizzonte la cura assume una valenza etica.
Quali sono le principali difficoltà che sperimentano le persone migranti sul piano psicologico? E come le affrontate nel concreto?
Sono tutte quelle insite nella condizione di aver lasciato il proprio Paese d’origine, correndo pericoli e rischi di ogni sorta. Lo scoglio principale da affrontare è la diffidenza. Inizialmente sabotano la terapia con ritardi o assenze. La disumanizzazione che hanno subito li porta a non credere che l’interesse benevolo per loro sia autentico. Bisogna riconquistare la loro fiducia con una presenza perseverante, coerente, recettiva, in grado di aiutarli a seminare speranza e trasformarla in azioni costruttive.
Con le donne vittime di tratta, in particolare, come si struttura il vostro intervento?
Ci prendiamo cura sia delle donne vittime di tratta sia delle donne che hanno subìto violenza domestica, che è poi un altro tipo di sfruttamento, un’altra accezione della violenza contro le donne. Il nostro lavoro clinico ha mostrato come gli abusi generino nelle donne un senso di annientamento che investe non solo la loro identità femminile, ma anche la loro possibilità di vivere una maternità serena. Gli effetti della violenza si manifestano in varie forme, non sempre il marchio è visibile sul corpo.
Sono spesso donne che soffrono molto sul piano psicosomatico e tutto questo incide sul futuro della donna, sulla sua genitorialità, sul legame di attaccamento e sul sentimento materno riguardo al figlio. Per questo cerchiamo di aiutarle a costruire una nuova relazione con la propria identità femminile, al fine di maturare un’affezione per loro stesse e riappropriarsi di un progetto di vita, ricevendo al contempo un appoggio concreto riguardo al proprio ruolo genitoriale.
Si tratta ovviamente di percorsi molto complessi e dolorosi che non sempre conducono a esiti positivi, ma che offrono alla donna la possibilità di riappropriarsi della funzione materna in termini autonomi, vitali e creativi. Quando la donna vittima di tratta e di violenza riesce a fare un taglio netto con l’ambiente che l’ha destinata al suo tormento, vuol dire che c’è un progresso.
Che ruolo ha il cinema nell’impegno di Dun e perché proprio il cinema?
Il cinema ha una grande potenzialità: in uno spazio temporale di circa due ore l’opera condensa sentimenti, emozioni, risoluzioni di conflitti, prospettive umane. Ha un immenso valore educativo in un tempo breve e fruibile. Ovviamente parliamo del grande cinema e il grande cinema per noi è comunque un cinema sempre rivolto ai diritti umani e al sociale.
Ha parlato del ruolo terapeutico del cinema: vale anche per “chi cura”?
Sì. Il corto Welcome to the River nasce da un fallimento, da una storia che non è andata in porto, perché la rete istituzionale non ha funzionato. Con una paziente mi sono trovata totalmente da sola a gestire una situazione difficilissima; e, purtroppo, non è finita bene. La verità è che può succedere. Ma è stata una ferita enorme, anche per me. Il film ha avuto un po’ la funzione di riparare quella ferita.
Ci può fare un esempio di come funziona terapeuticamente anche il “fare cinema”?
Qualche tempo fa, all’interno di un gruppo di terapia con donne di diverse etnie, che è durato tre anni, abbiamo costruito con i loro ricordi e le loro storie una sceneggiatura, diventata in seguito un cortometraggio, Il segreto di Hamida. È la storia di una bambina del Bangladesh – il cui padre paranoico, repressivo e violento, l’aveva fatta anche sposare da bambina – che entra in classe in Italia per la prima volta senza il grembiule, ma con il vestito tradizionale.
L’escamotage che Hamida trova per mantenere il filo con le proprie origini e al tempo stesso vivere una vita migliore in Italia, nel nuovo gruppo di appartenenza, è confezionare un grembiule realizzato con il velo della madre: le parti belle della sua appartenenza culturale possono coesistere con il nuovo contesto sociale. Quando le donne hanno visto il frutto della loro sceneggiatura è stata per tutte un’emozione grandissima: un momento di gioia intensa, di riconoscimento.
Cosa vede nel suo futuro e in quello dell’associazione Dun?
Già da quest’anno, oltre al cinema, ci siamo dedicati alle scuole. Mi interessa che i ragazzi si confrontino con le vite di coetanei che non hanno la fortuna di vivere in una democrazia e in una società che rispetta l’infanzia e l’età dello sviluppo.
Ora vorremmo intrecciare l’aiuto psicologico di Dun con un intervento strettamente medico. Il professor Raffaele Leuzzi, che opera sia a Roma che in Calabria, ha costituito un eccellente presidio di cura per la prevenzione e lo screening del tumore al seno: Casa di Rosa. Noi come Dun collaboriamo per quanto riguarda la parte psicologica.
La Calabria tra l’altro è la prima regione dove il tumore al seno è in crescente aumento ed è la regione col più alto tasso di migrazione sanitaria. Stiamo pensando di realizzare un intreccio di cura per le tantissime donne migranti che vivono sia in Calabria sia a Roma, lavorando con istituzioni religiose e i servizi sociali per favorire l’accesso di queste donne ai controlli. Inoltre c’è un gemellaggio artistico perché Dun cura la parte creativa del festival della Salute, promosso da Casa di Rosa, a Fiumefreddo Bruzio (16/19 settembre 2026). (Simone Varisco |
(Cristiano Lissoni)[/caption] 


(Credit: ANSA/SIR)[/caption]
