20 Luglio 2026 - Scrivo queste parole quando si è appena conclusa l’attesa visita di papa Leone XIV sull’isola di Lampedusa, a 13 anni quasi esatti da quella, storica e dal grande valore simbolico, del suo predecessore. Un passaggio di consegne con papa Francesco che è andato ben oltre la dovuta formalità.
È stata una visita fatta in estrema sintonia con lo spirito e la quotidianità di un luogo in cui, come ha detto il Papa, «più che le parole, parlano i gesti». Gesti che sollecitano tutti a scegliere come stare sulla “Porta d’Europa”, di fronte alla realtà delle persone che migrano, alla luce del Vangelo e di un Magistero della Chiesa ormai consolidato. Gesti celebrati nell’Eucaristia.
Nelle parole della sua omelia, tra i rimandi a Mt 25 e alla parabola del “Buon Samaritano”, il Papa ha reso esplicito il filo che ha unito il viaggio in Spagna, e alle Canarie in particolare, a questa visita, messa in agenda proprio nel giorno del 250° anniversario dell’Indipendenza degli Stati Uniti. Una scelta non proprio banale per un Papa statunitense, in questo preciso momento storico.
Leone XIV ha ricordato che, certo, l’integrazione è un cammino di reciprocità; e che, per consentire alle persone di non dover lasciare la propria casa, bisogna intervenire sulle cause, economiche, climatiche e sociali delle migrazioni e sui “mercanti di carne umana” – come san Giovanni Battista Scalabrini definiva coloro che lucravano sulla miseria degli emigranti italiani – che le rende un business senza scrupoli. Non è un impegno morale e politico da poco.
Le concause e le criticità delle migrazioni, però, non possono essere usate come alibi, per dimenticare il rispetto della vita umana, o come lasciapassare per calpestare la dignità delle persone migranti, dignità che supera ogni altra priorità e che «non ha passaporto»: esse non sono numeri né sono fascicoli. A me sembra chiarissimo che per Leone questa sia una priorità “non negoziabile” per tutti, governi in particolare, con una particolare aspettativa verso l’Europa e la Chiesa.
Infatti, tra le Canarie e Lampedusa, Leone ci ha fatto capire che la Chiesa, in primis, deve farsi interpellare nel suo insieme. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare le persone migranti non deve essere un’attenzione delegata soltanto ad «alcuni volontari» e agli uomini e donne di buona volontà.
Di tutte le immagini della visita del Papa a Lampedusa mi porto soprattutto quel suo arrampicarsi sugli scogli, di fronte al mare, una volta superata la “Porta d’Europa”, per fermarsi davanti all’orizzonte: quanti uomini e quante donne, anche ora che leggi queste parole, sono lì da qualche parte ad affrontare l’abisso per darsi un futuro? Nel febbraio del 1992, Giovanni Paolo II andò sull’isolotto di Gorée, in Senegal, e si affacciò dalla cosiddetta “porta del non ritorno” della Casa degli schiavi: lì, l’orizzonte, per le persone costrette ad attraversarla, significava abbandono, strappo, schiavitù, e forse la morte in mare verso le Americhe. Sarebbe bello e necessario che oggi, dalle tante nuove “porte di non ritorno”, si potesse vedere all’orizzonte sempre e solo una porta sulla speranza, come quella aperta dall’accoglienza indomita e generosa dei lampedusani.
In questo orizzonte possibile, la Chiesa che evangelizza e si fa evangelizzare dai migranti è ciò che di più prezioso possiamo offrire contro la globalizzazione dell’indifferenza. Per costruire anche da lavoratori e cittadini quella «civiltà dell’amore» che Leone XIV continua a invocare come possibilità concreta. Non chiudiamo la porta aperta dal cuore di Lampedusa. (mons. Pierpaolo Felicolo | "Migranti Press" 6 2026)
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(credit: Vatican Media / SIR)[/caption]
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