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Auxilium: “parole del Papa su ‘inimmaginabile inferno’ in Libia sollecitano Europa a non essere complice”

9 Luglio 2020 - Roma - “Bisogna essere grati a Papa Francesco per aver voluto, ancora una volta, richiamare l’Italia, l’Europa e il mondo su quell’’inimmaginabile inferno’ che vivono centinaia di migliaia di migranti nei ‘lager di detenzione’ in Libia. Una tragedia epocale che molti vogliono ignorare, come se non riguardasse la nostra umanità e la nostra responsabilità verso il futuro dell’Italia e dell’Europa”. Lo afferma Angelo Chiorazzo, fondatore della Cooperativa Auxilium, intervenendo sulle parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri nell’omelia della Messa dedicata ai migranti, nel settimo anniversario della sua visita a Lampedusa. “Quando sette anni fa Papa Francesco andò a Lampedusa e denunciò la ‘globalizzazione dell’indifferenza’, anche per noi che lavoravamo da alcuni anni nell’accoglienza dei migranti fu un cambio completo di orizzonte, l’inizio di un nuovo modo di affrontare la situazione per ‘accogliere, proteggere, promuovere, integrare’ tanti nostri fratelli, che sembrano avere il solo torto di essere nati dalla parte sbagliata del Mediterraneo”, evidenzia Chiorazzo. Aggiunge il fondatore di Auxilium: “Oggi, mentre in Libia e nel Mediterraneo uomini, donne e bambini in fuga da guerre e miseria continuano a morire, la globalizzazione dell’indifferenza si sta radicalizzando. Papa Francesco ci chiede di far sbarcare chi è in mare, ma soprattutto ci chiede di cambiare. Questo è il tempo di cambiare politica, di affrontare con coraggio il fenomeno migratorio, senza calcoli elettorali e guardando alle persone. I corridoi umanitari devono riprendere al più presto per mettere in salvo le persone più fragili, ma deve cambiare la politica migratoria e quella dell’accoglienza. L’Europa unita può governare con umanità e giustizia il fenomeno migratorio, non può, invece, continuare ad essere complice di questi crimini contro l’umanità”. La Cooperativa Auxilium gestisce e sviluppa servizi sanitari, socio assistenziali, sociali ed educativi in tutta Italia, perseguendo la promozione umana e l’integrazione sociale. La Cooperativa opera in molti settori del welfare al servizio di anziani, malati, disabili e minori. Dal 2007 Auxilium opera anche nel sistema nazionale di accoglienza dei migranti.

Lampedusa: incontro di preghiera al santuario nel VII anniversario visita del Papa

8 Luglio 2020 -   Lampedusa – Un incontro di preghiera per ricordare l’anniversario del viaggio del Papa a Lampedusa di un anno fa. Lo promuove questa sera la parrocchia di Lampedusa all’aperto al santuario della Madonna di Porto Salvo. “La maggior parte dei lampedusani ricorda questo momento con orgoglio e ne tiene viva la memoria – dice al Sir don Carmelo La Magra, parroco di San Gerlando a Lampedusa – perché è stato un momento significativo per la vita dell’isola. Ma nemmeno qui mancano gli attacchi al Papa: c’è chi gli attribuisce la colpa di aver dato il via ad una migrazione più libera, come se avesse detto ‘venite tutti, vi aspettiamo’”. Per il sacerdote “sembra essere passato tanto tempo dal viaggio del Papa ma i nostri comportamenti non sono cambiati anzi sono peggiorati. Sono ancora in vigore i decreti sicurezza, c’è ancora tante gente che muore in mare e persone lasciate giorni e giorni in attesa sulle navi senza capire perché, visto che prima o poi dovranno sbarcare”. “Il Papa quel giorno chiese se qualcuno avesse pianto per le sofferenze dei migranti – ricorda don La Magra -. Invece siamo ancora concentrati sui nostri problemi. Nemmeno la pandemia ci è servita per imparare a sentirci tutti sulla stessa barca”.

Papa Francesco: cercare Dio “nel volto dei poveri, degli ammalati, degli abbandonati e degli stranieri”

8 Luglio 2020 - Città del Vaticano – “La Vergine Maria, Solacium migrantium, ci aiuti a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra per tante ingiustizie da cui è ancora afflitto il nostro mondo”. Così ha pregato papa Francesco questa mattina al termine della liturgia, celebrata nella cappella di Casa Santa Marta nel settimo anniversario del suo viaggio apostolico a Lampedusa, l’8 luglio 2013, il primo del pontificato di papa Bergoglio. Alla celebrazione  il personale della sezione rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. “Oggi – ha detto - ricorre il settimo anniversario della mia visita a Lampedusa. Alla luce della Parola di Dio, vorrei ribadire quanto dicevo ai partecipanti al meeting ‘Liberi dalla paura’ (promosso dalla Fondazione Migrantes, dalla Caritas Italiana e dal Centro Astalli, ndr) nel febbraio dello scorso anno: ‘L’incontro con l’altro è anche incontro con Cristo. Ce l’ha detto Lui stesso. È Lui che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito’”. Per il papa l’incontro personale con Gesù Cristo è “possibile anche per noi, discepoli del terzo millennio. Protesi alla ricerca del volto del Signore, lo possiamo riconoscere nel volto dei poveri, degli ammalati, degli abbandonati e degli stranieri che Dio pone sul nostro cammino. E questo incontro diventa anche per noi tempo di grazia e di salvezza, investendoci della stessa missione affidata agli Apostoli”. Nella sua omelia il pontefice ha sottolineato come la “cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza”, ripetendo le stesse parole pronunciate nell’isola siciliana in quel primo viaggio del suo ministero petrino. “La ricerca del volto di Dio è garanzia del buon esito del nostro viaggio in questo mondo, che è un esodo verso la vera Terra Promessa, la Patria celeste”, ha detto il papa aggiungendo che “il volto di Dio è la nostra meta ed è anche la nostra stella polare, che ci permette di non perdere la via”. Il papa ha anche ricordato i campi di detenzione in Libia e gli abusi e violenze di cui sono “vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti. Tutto quello che avete fatto... l’avete fatto a me”. E a braccio ha detto che quel giorno alcuni migranti gli hanno raccontato quello che vivevano, “quanto avevano sofferto per arrivare lì. C'erano degli interpreti e uno raccontava cose terribili e l'interprete sembrava tradurre bene, ma questo prima parlava lungo e invece la traduzione era troppo breve. Quando sono tornato a casa, nella reception c'era una signora, figlia di etiopi. Mi ha detto che quello che ha detto il traduttore non era che la quarta parte delle sofferenze che hanno vissuto loro. Mi hanno dato la versione distillata. Questo succede con la Libia, voi non immaginate l'inferno che si vive là, in quei lager di detenzione. Questa gente soltanto vive con la speranza di incrociare il mare”.

Raffaele Iaria

Dov’è tuo fratello?

8 Luglio 2020 - Città del Vaticano - «Dov’è tuo fratello?, la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi». Sono passati sette anni dalla visita di Papa Francesco a Lampedusa e da quella domanda rivolta all’umanità nella Messa celebrata al campo sportivo dell’isola nel cuore del Mediterraneo. Un viaggio durato poche ore e che però è stato in qualche modo “programmatico” per il Pontificato. Lì, nella punta Sud dell’Europa, Francesco ha mostrato cosa intenda quando parla di “Chiesa in uscita”. Ha reso visibile l’affermazione che la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro. In mezzo ai migranti fuggiti dalla guerra e dalla miseria, ha fatto toccare con mano il suo sogno di una “Chiesa povera e per i poveri”. A Lampedusa, d’altro canto, parlando di Caino e Abele, ha anche posto in primo piano l’interrogativo sulla fratellanza. Domanda fondamentale per il nostro tempo. O forse, di ogni tempo. Sull’asse della fratellanza ruota tutto il Pontificato di Francesco. “Fratelli” è proprio la prima parola che ha rivolto al mondo da Papa, la sera del 13 marzo del 2013. La dimensione della fratellanza è, se così si può dire, nel Dna di questo Pontefice che ha scelto il nome del Poverello d’Assisi, un uomo che per sé ha voluto come unico titolo quello di “frate”, frater, fratello appunto. Fraterno è anche il modo in cui definisce il suo rapporto con il Papa emerito Benedetto XVI. Dopo la firma del Documento sulla Fratellanza umana, tale cifra del Pontificato appare certamente più marcata ed evidente a tutti. Eppure, ripercorrendo all’indietro i primi sette anni di Pontificato di Francesco, si ritrovano diverse pietre miliari sul cammino che ha condotto alla firma, assieme al Grande Imam di Al Azhar, dello storico documento ad Abu Dhabi, il 4 febbraio del 2019. Un percorso che ora prosegue, perché quell’avvenimento in terra araba è stato un punto di arrivo, certo, ma anche di un nuovo inizio. Ritornando alla “domanda di Lampedusa”, è particolarmente significativo che il Papa riprenda le stesse parole in un’altra visita fortemente simbolica, quella che compie al Sacrario militare di Redipuglia nel centenario dell’inizio della Prima guerra mondiale. Anche qui, nel settembre del 2014, torna a risuonare con tutta la sua drammaticità il dialogo tra Dio e Caino, dopo l’uccisione del fratello Abele. «A me che importa? Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4, 9). Per Francesco, in quel rifiuto di sentirsi custode del fratello, di ogni fratello, sta la radice di tutti i mali che scuotono l’umanità. Questo atteggiamento, sottolinea il Papa, «è esattamente l’opposto di quello che ci chiede Gesù nel Vangelo», «Chi si prende cura del fratello, entra nella gioia del Signore; chi invece non lo fa, chi con le sue omissioni dice: “A me che importa?”, rimane fuori». Con lo scorrere del Pontificato, vediamo che la comune appartenenza alla fratellanza umana viene declinata in tutta la sua multiforme dinamicità, spaziando dal terreno ecumenico a quello interreligioso, dalla dimensione sociale a quella politica. Ancora una volta è il poliedro la figura che meglio rappresenta il pensiero e l’azione di Francesco. La fratellanza, infatti, ha tante sfaccettature. Tante quanti sono gli uomini e le relazioni tra loro. Francesco parla di fratelli nell’incontro di preghiera e di pace nei Giardini Vaticani con Shimon Peres e Abu Mazen. «La vostra presenza», sottolinea rivolgendosi al leader israeliano e a quello palestinese, «è un grande segno di fraternità, che compite quali figli di Abramo, ed espressione concreta di fiducia in Dio, Signore della storia, che oggi ci guarda come fratelli l’uno dell’altro e desidera condurci sulle sue vie». Nel nome della fratellanza, vivificata dalla comune fede in Cristo, si realizza anche l’incontro, impensabile fino a pochi anni prima, del Vescovo di Roma con il Patriarca di Mosca, evento benedetto dal Patriarca di Costantinopoli, il fratello Bartolomeo I. A Cuba, Francesco e Kirill firmano un documento comune che, nel suo incipit, sottolinea: «Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per “parlare a viva voce”». Fratellanza è pure la parola chiave che ci permette di decodificare uno degli atti più forti e sorprendenti del Pontificato: il gesto di inginocchiarsi a baciare i piedi dei leader del Sud Sudan convocati in Vaticano per un ritiro spirituale e di pace. «A voi tre, che avete firmato l’Accordo di pace — dice il Papa con parole accorate — vi chiedo come fratello, rimanete nella pace. Ve lo chiedo con il cuore. Andiamo avanti». Se dunque il Documento di Abu Dhabi è stato come la fioritura di semi piantati all’inizio e poi lungo il Pontificato, certamente il “cambiamento d’epoca” che stiamo vivendo, accelerato dalla pandemia, rende improrogabile l’assunzione di responsabilità rispetto alla questione della fratellanza umana. «Dov’è tuo fratello?». Quella domanda-appello, levata nella mattina assolata dell’8 luglio 2013 a Lampedusa, è oggi “la” domanda. Il mondo, convinto di poter fare da sé, di poter andare avanti nella logica egoista del “si è sempre fatto così”, si è invece ritrovato a terra, incredulo e impotente di fronte ad un nemico invisibile e inafferrabile. E ora fa fatica a rialzarsi perché non trova la base giusta per sorreggersi. Questa base, ci ripete Francesco, è la fratellanza. Lì sono le uniche fondamenta su cui costruire una casa solida per l’umanità. Il coronavirus ha mostrato drammaticamente che, per quanto siano differenti i livelli di sviluppo tra le nazioni e di reddito all’interno delle nazioni, siamo tutti vulnerabili. Siamo fratelli sulla stessa barca, agitata dalle onde di una tempesta che colpisce tutti e ciascuno indistintamente. «Con la tempesta — afferma il Papa sotto la pioggia il 27 marzo nella piazza San Pietro vuota — è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli». Ecco cosa può risvegliare le nostre coscienze un po’ anestetizzate dinnanzi alle tante “pandemie”, come la guerra e la fame, che hanno bussato alle nostre porte, ma di cui non ci siamo curati perché non sono riuscite ad entrare in casa. «Ci sono tante altre pandemie che fanno morire la gente — ha ricordato Francesco nella Messa a Santa Marta del 14 maggio — e noi non ce ne accorgiamo, guardiamo da un’altra parte». Oggi come sette anni fa a Lampedusa, il Papa ci dice che non dobbiamo guardare dall’altra parte, perché se veramente ci sentiamo fratelli, membra gli uni degli altri, l’altra parte non esiste. L’altra parte siamo noi. (Alessandro Gisotti - Osservatore Romano)  

Tv2000 la Messa per l’anniversario della visita a Lampedusa

7 Luglio 2020 - Roma - La Messa di Papa Francesco, in occasione dell’anniversario della visita a Lampedusa (8 luglio 2013), celebrata nella cappella di Santa Marta sarà trasmessa in diretta da Tv2000 (canale 28 e 157 Sky) mercoledì 8 luglio ore 11. Alla celebrazione, come ha detto ieri il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni,  parteciperà solo il personale della sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Papa Francesco celebra in occasione della sua visita a Lampedusa

6 Luglio 2020 - Città del Vaticano - Mercoledì 8 luglio 2020, alle ore 11.00, nell’anniversario della sua visita a Lampedusa nel 2013, papa Francesco celebrerà la Santa Messa nella cappella di Casa Santa Marta. Vista la situazione sanitaria - spiega il Direttore della Sala Stampa della Santa, Matteo Bruni,  alla Messa parteciperà solo il personale della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. La celebrazione sarà trasmessa in diretta televisiva da Vatican Media e in streaming sul sito di Vatican News. L'8 luglio 2013 papa Franceco a Lampedusa venne accolto dal card. Francesco Montenegro, allora Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes. Si trattava del primo viaggio del pontificato di Papa Bergoglio. Nella maggiore delle Pelagie, il Pontefice, dopo avere lanciato in mare una corona di fiori in memoria dei migranti morti nel Mediterraneo, incontrando alcuni giovani migranti sul Molo Favarolo, luogo di approdo dei migranti, parlò di globalizzazione dell’indifferenza e di una società che ha dimenticato l’esperienza di piangere…

Raffaele Iaria

 

Venite voi semplici

6 Luglio 2020 - Città del Vaticano - Cessate il fuoco. Guarda con speranza alla Risoluzione che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato, e nella quale vengono predispone alcune misure per affrontare le devastanti conseguenze” del Covid-19, nelle zone dove ancora oggi si combatte: “lodevole la richiesta di un cessate il fuoco globale e immediato, che permetterebbe la pace e la sicurezza indispensabili per fornire l’assistenza umanitaria così urgentemente necessaria”. Questo l’auspicio del Papa: “venga attuata effettivamente e tempestivamente per il bene di tante persone che stanno soffrendo”, ma anche, o forse soprattutto, come “primo passo coraggioso per un futuro di pace”. Parole che pronuncia dopo la recita della preghiera dell’Angelus, ieri mattina, in una piazza san Pietro con un migliaio di persone presenti. Papa Francesco commenta il Vangelo della domenica “articolato in tre parti: anzitutto Gesù innalza un inno di benedizione e di ringraziamento al Padre, perché ha rivelato ai poveri e ai semplici i misteri del Regno dei cieli; poi svela il rapporto intimo e singolare che c’è tra lui e il Padre; e infine invita ad andare a lui e a seguirlo per trovare sollievo”. Com’è lontana la logica degli uomini rispetto a quella di Dio; i beati sono i “poveri di spirito”, i sofferenti, i perseguitati, gli operatori di pace. Ancora una volta la consonanza tra l’Antico e il Nuovo Testamento: nella prima lettura Zaccaria parla di un re “giusto e vittorioso, umile”, che cavalca un asino, e “l’arco di guerra sarà spezzato, e annunzierà la pace tra le genti”. Come non ricordare l’immagine di Gesù che entra a Gerusalemme su un asino. Non un Messia guerriero, che impone il suo potere con la forza e le armi, ma un Messia povero, mansueto e pacifico, che annuncia la salvezza: “venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. A un Dio potente, guerriero, si contrappone la logica dell’umiltà e della debolezza: paradosso che spiazza le attese umane. “Venite a me, voi tutti”, dice Gesù. Messaggio non riservato a pochi, ma rivolto a tutti coloro che sono stanchi e oppressi dalla vita. Nel suo cammino Gesù incontra dotti e sapienti, ma soprattutto gente semplice. Quando pronuncia questa preghiera rivolta al Padre, vive un momento difficile perché la sua parola di speranza non è stata accolta da sacerdoti e dottori della legge, mentre poveri, peccatori, ed emarginati, si avvicinano a lui. Come leggiamo in Matteo Gesù loda il Padre, “perché ha tenuto nascosti i segreti del suo Regno, della sua verità ai sapienti e ai dotti. Li chiama così con un velo di ironia – commenta il Papa – perché presumono di esserlo e dunque hanno il cuore chiuso tante volte”. La vera saggezza, afferma il vescovo di Roma, viene anche dal cuore: “se tu sai tante cose ma hai il cuore chiuso, tu non sei saggio. I misteri di suo Padre, Gesù li dice rivelati ai ‘piccoli’, a quanti si aprono con fiducia alla sua Parola di salvezza”. Padre. Anzi “Padre mio” lo chiama, proprio per “affermare l’unicità del suo rapporto con lui”. Proprio in forza di questa comunione può dire: venite a me, voi tutti. Il Padre ha una preferenza per i ‘piccoli’, e Gesù si rivolge agli affaticati e oppressi, “anzi, mette sé stesso tra loro, perché è il ‘mite e umile di cuore’”. Questo “non è un modello per i rassegnati né semplicemente una vittima – commenta papa Francesco – ma è l’uomo che vive ‘di cuore’ questa condizione in piena trasparenza all’amore del Padre, cioè allo Spirito Santo”. Nell’ultima parte del Vangelo troviamo la parola ristoro: “troverete ristoro per la vostra vita”. Ciò che Cristo “offre agli affaticati e oppressi non è un sollievo soltanto psicologico o un’elemosina elargita, ma la gioia dei poveri di essere evangelizzati e costruttori della nuova umanità. È un messaggio per tutti gli uomini di buona volontà, che Gesù rivolge ancora oggi in un mondo che esalta chi si fa ricco e potente”. Invito per ogni discepolo, e, dunque, anche per noi troppo spesso affaticati e inquieti. Noi che, ricorda il Papa, a volte diciamo: “vorrei essere come quello che è ricco e potente e non manca di nulla, non importa con quali mezzi, e a volte calpesta la persona umana e la sua dignità”. Messaggio anche per una Chiesa che papa Francesco ancora una volta vuole “Chiesa in uscita”, cioè “chiamata a vivere le opere di misericordia e a evangelizzare i poveri”.

Fabio Zavattaro

Papa Francesco: “non chiudere gli occhi davanti a coloro che soffrono”

30 Giugno 2020 - Città del Vaticano - "Vi chiedo di essere uniti e segno di unità anche tra di voi. I media possono essere grandi o piccoli, ma nella Chiesa non sono queste le categorie che contano". Lo scrive Papa Francesco nel suo messaggio ai membri della Catholic Press Association in occasione della Virtual Catholic Media Conference , che si svolge dal 30 giugno al 2 luglio 2020 sul tema “Together While Apart”. Consapevole del fatto che "la comunicazione non è solo una questione di competenza professionale", Francesco ricorda un altro aspetto di questa professione: "Il vero comunicatore dedica tutto se stesso o se stessa al benessere degli altri, ad ogni livello, dalla vita di ogni individuo alla vita dell’intera famiglia umana". Ma c'è una condizione basilare, ricordata dal Papa. "Non possiamo veramente comunicare se non veniamo coinvolti in prima persona, se non attestiamo personalmente la verità del messaggio che trasmettiamo". Quindi, un monito ai comunicatori: "Solo lo sguardo dello Spirito ci permette di non chiudere gli occhi davanti a coloro che soffrono e di cercare il vero bene per tutti. Solo con quello sguardo possiamo lavorare efficacemente per superare le malattie del razzismo, dell'ingiustizia e dell'indifferenza che deturpano il volto della nostra famiglia comune". Torna anche un tema caro a Francesco, quando parla di comunicazione: "Laddove il nostro mondo parla troppo spesso con aggettivi e avverbi, possano i comunicatori cristiani parlare con nomi che riconoscano e promuovano la rivendicazione silenziosa della verità e favoriscano la dignità umana". Quindi, l'invito a "guardare alla sofferenza e ai poveri per dare voce alla richiesta dei nostri fratelli e sorelle bisognosi di misericordia e comprensione". (Sir)

Papa Francesco per la festa dei santi Pietro e Paolo: “Unità e profezia”

30 Giugno 2020 - Città del Vaticano - Unità e profezia. Sono le parole chiave che Papa Francesco ha utilizzato ieri nella sua riflessione per la Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. In una Basilica di San Pietro ancora sottoposta ai vincoli imposti dal Coronavirus, Francesco ha celebrato, con le stesse modalità usate per il Triduo Pasquale e il tempo di Pasqua, la Messa in cui si ricordano i due Apostoli "romani" che secondo la tradizione furono martirizzati a Roma: Pietro ai piedi del Colle Vaticano, Paolo nella zona delle Tre Fontane. “Celebriamo insieme due figure molto diverse – ha esordito il Papa nella sua omelia –, Pietro era un pescatore, Paolo un colto fariseo che insegnava nelle sinagoghe, e quando le loro strade si incrociarono, discussero in modo animato. Erano insomma due persone tra le più differenti, ma si sentivano fratelli, come in una famiglia unita”. E qui il primo affondo di Francesco: unità ! Un’unità non costruita però su presupposti umani ma innanzitutto sulla parola del Signore che ”non ci ha comandato di piacerci, ma di amarci – ha detto – perché è Lui che ci unisce, senza uniformarci”. E insieme alla Parola la preghiera, “perché dalla preghiera – ha aggiunto – viene un’unità più forte di qualsiasi minaccia. L’unità è un principio che si attiva con la preghiera, che permette allo Spirito Santo di intervenire, di aprire alla speranza, di accorciare le distanze, di tenerci insieme nelle difficoltà”. Una preghiera incessante, dunque, per tutti. In particolare per chi ci governa. “Ma questo governante è …, e i qualificativi sono tanti e io non li dirò perché non è il luogo né il posto", ha sottolineato parlando a braccio, ma pregare per loro "è un compito che il Signore ci affida. Lo facciamo? Oppure parliamo, insultiamo, e basta?". Nelle parole del Papa poi, ancora una volta la condanna di un atteggiamento inutile e dannoso e più volte da lui stigmatizzato: la lamentela. Nella prima comunità cristiana "nessuno si lamenta del male, del mondo, della società. "Tempo sprecato e inutile per i cristiani quello passato a lamentarsi di quello che non va - ha proseguito -  perché le lamentele – ha ribadito – non cambiano nulla. Quei cristiani non incolpavano Pietro, non sparlavano di lui, ma pregavano per lui. Non parlavano alle spalle, ma a Dio”. Da qui, l’invito a custodire l’unità mormorando di meno e pregando di più, a ricordarci di coloro che ci sono stati affidati, e in particolare di “quelli che non la pensano come noi, di chi ci ha chiuso la porta in faccia, di chi fatichiamo a perdonare. Solo la preghiera scioglie le catene, spiana la via all’unità”. E allora, come per Pietro in carcere, anche per noi “tante porte che ci separano si aprirebbero, tante catene che paralizzano cadrebbero”. Francesco ha quindi ricordato il rito della benedizione dei palli che secondo la tradizione, vengono conferiti al Decano del Collegio cardinalizio e agli Arcivescovi Metropoliti nominati nell’ultimo anno. Per l’Italia si tratta degli arcivescovi di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, e del vescovo eletto di Genova, padre Marco Tasca, che sarà consacrato vescovo l’11 luglio prossimo quando farà l’ingresso in città ricevendo il testimone dal cardinale Angelo Bagnasco che ha guidato la diocesi negli ultimi 14 anni. Le restrizioni imposte dal Coronavirus, poi, oltre a vietare una più vasta partecipazione di fedeli, hanno impedito alla delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli di partecipare alla celebrazione. È la prima volta infatti, che lo scambio di visite delle delegazioni tra il Patriarcato ecumenico e la Santa Sede si interrompe. Un’usanza istituita dopo lo storico incontro del 1964 tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora, a Gerusalemme, e alla successiva remissione delle reciproche scomuniche. “Una bella tradizione – ha detto Francesco – Pietro e Andrea erano fratelli e noi, quando possibile, ci scambiamo visite fraterne nelle rispettive festività: non tanto per gentilezza, ma per camminare insieme verso la meta che il Signore ci indica: la piena unità”. Un pensiero questo che ha preceduto il secondo affondo del Papa: la profezia! Tutto nasce dalla provocazione di Gesù ai due apostoli. Da quel “ma tu chi dici che io sia” rivolto a Pietro, a quel “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Due provocazioni diverse, che avvengono in contesti diversi, ma che al primo fa capire che “al Signore non interessano le opinioni generali, ma la scelta personale di seguirlo, mentre al secondo fa “cadere la sua presunzione di uomo religioso e per bene, così da farlo diventare Paolo, che significa ‘piccolo’”. Due provocazioni sulle quali però si fonda la profezia che li accompagnerà per sempre. Pietro sarà la "pietra" sulla quale Gesù edificherà la sua Sua Chiesa, mentre Paolo sarà trasformato in quello “'strumento' che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni”. Entrambi hanno accolto il Vangelo, e con esso quella provocazione che ribalta le nostre certezze,quel desiderio tutto umano "gestire la propria tranquillità, di tenere tutto sotto controllo". Il mondo e la Chiesa, oggi, hanno bisogno di questa profezia, “non di parolai che promettono l’impossibile, ma di testimonianze che il Vangelo è possibile”. E poi l’appello finale. “Oggi – ha ricordato con forza – non servono manifestazioni miracolose, ma vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Non teoria, ma testimonianza. Non abbiamo bisogno di essere ricchi, ma di amare i poveri; non di guadagnare per noi, ma di spenderci per gli altri; non del consenso del mondo, ma della gioia per il mondo che verrà; non di progetti pastorali efficienti, ma di pastori che offrono la vita: di innamorati di Dio”. Una profezia vivente che “cambia la storia”. E se c’è “sempre chi distrugge l’unità e chi spegne la profezia – ha concluso – il Signore crede in noi e chiede a te: “Vuoi essere costruttore di unità? Vuoi essere profeta del mio cielo sulla terra?”. Lasciamoci provocare da Gesù e troviamo il coraggio di dirgli: “Sì, lo voglio!”.

Amerigo Vecchiarelli

Il giusto amore

29 Giugno 2020 - Città del Vaticano - Tutto l’insegnamento di Gesù è un invito ad amare l’altro, anche il nemico. Domenica però, abbiamo letto in Matteo queste parole: “chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me”. Matteo, nel suo Vangelo, ci propone un’altra parte del discorso di Gesù ai suoi discepoli, chiamati ad essere missionari, per le strade del mondo. Parla a loro, ma, se vogliamo, parla a tutti noi per indicare il modo di quell’andare nel mondo, per essere testimoni della novità cristiana. Parole forti, esigenti anzi, che non nascondono fatiche e sofferenze, ma che dicono anche che chi compie questa scelta “non perderà la sua ricompensa”. Parole che non vanno lette come un assoluto, ma comprese nella verità profonda cui invitano. Non si tratta, cioè, di non amare padre, madre – come la mettiamo con il quarto comandamento? – o di non amare i figli. Gesù non esige un amore totalitario per la sua persona, ma chiede quel “morso del più”, direbbe don Ciotti, che richiama l’amore che deve essere dato al Signore; Gesù vuole, semplicemente, che a lui, alla sua volontà, non sia preferito niente e nessuno da colui che vuole essere suo discepolo. Non ci chiede di ignorare l’affetto di un padre, la tenerezza di una madre, l’amicizia tra fratelli e sorelle – anche se in questi giorni di lockdown abbiamo imparato che non vedere le persone care è sì un sacrificio, ma anche un gesto d’amore – ma tutto questo non può essere anteposto a lui. La nostra vita è fatta di tanti fili sottili che ci legano, come il voler bene a una persona, l’affetto e la stima degli altri, il timore di non essere ‘qualcuno’, paure e insicurezze che ci impediscono di essere accoglienti, di guardare l’altro come un fratello, non un nemico, e di chiuderci nelle nostre pseudo sicurezze. Ma è questa la strada? Il Signore sa che i legami di parentela, “se sono messi al primo posto, possono deviare dal vero bene”. Lo vediamo, dice Papa Francesco all’Angelus rivolgendosi alle persone, un migliaio, presenti in piazza san Pietro, nel rispetto delle regole di distanziamento: accade “in alcune corruzioni nei governi, vengono proprio perché l’amore alla parentela è più grande dell’amore alla patria, e mettono in carica i parenti […] senza parlare di quelle situazioni in cui gli affetti familiari si mischiano con scelte contrapposte al Vangelo”. Ricorda il Papa: “quando invece l’amore verso i genitori e i figli è animato e purificato dall’amore del Signore, allora diventa pienamente fecondo e produce frutti di bene nella famiglia stessa e molto al di là di essa”. Questo è il senso pieno della frase rivolta da Gesù ai suoi discepoli, nell’ultima parte del discorso missionario. Così le parole “chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me”, sono un invito a percorrere la stessa sua strada, senza scorciatoie: “portata con Gesù, la croce non fa paura, perché Lui è sempre al nostro fianco per sorreggerci nell’ora della prova più dura, per darci forza e coraggio”. È il paradosso del Vangelo, ci dice il Papa: “la pienezza della vita e della gioia si trova donando sé stessi per il Vangelo, e per i fratelli, con apertura, accoglienza e benevolenza. Così facendo, possiamo sperimentare la generosità e la gratitudine di Dio”. Una gratitudine che tiene conto anche del più piccolo gesto d’amore: “chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli”. Gratitudine generosa di Dio Padre, afferma Francesco, che apre a una “riconoscenza contagiosa, che aiuta ciascuno di noi ad avere gratitudine verso quanti si prendono cura delle nostre necessità. Quando qualcuno ci offre un servizio, non dobbiamo pensare che tutto ci sia dovuto”. Qui il Papa sottolinea il lavoro silenzioso, importante, di tanti volontari in questo tempo di pandemia: “la gratitudine – dice – la riconoscenza, è prima di tutto segno di buona educazione, ma è anche un distintivo del cristiano. È un segno semplice ma genuino del regno di Dio, che è regno di amore gratuito e riconoscente”. Un pensiero, infine, nel dopo Angelus, alla Siria, al Libano. Il Papa guarda alla quarta Conferenza dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite per sostenere il futuro di queste nazioni, e auspica un miglioramento della drammatica situazione dei popoli della regione.

Fabio Zavattaro