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I bambini di Lesbo prigionieri nel fango

25 Gennaio 2021 - Milano - La più grande paura di Mohammed, 9 anni, è che qualcuno entri di notte nella tenda dove dorme con il padre, la madre e i due fratelli più piccoli. Fuori dal telone bianco che da ottobre è casa loro, ci sono altre 7.300 persone accampate in 700 tende uguali. Suo padre Ahmad A. condivide lo stesso timore, resta sempre all’erta per evitare che «ladri alla ricerca di telefoni e di soldi entrino all’interno». La famiglia è afghana, della provincia di Herat, e ora vive nel nuovo campo per rifugiati che sull’isola greca di Lesbo ha sostituito la vecchia e sovraffollata tendopoli di Moria, bruciata a settembre. Il nuovo accampamento, chiamato Kara Tepe o Mavrovouni, è conosciuto anche come Moria 2, perché le condizioni di vita pessime che Moria riservava a chi aveva la sfortuna di finirci dentro sono le stesse che si ritrovano anche qui. Servizi carenti (271 bagni chimici, uno ogni 27 residenti, secondo l’Unhcr), freddo e fiumi di fango alle prime gocce di pioggia, tende divelte dal vento, che nel nuovo campo soffia con più forza, visto che il mare è a pochi metri dagli alloggi. Per sollecitare le autorità europee a portare via da quest’isola, una volta per tutte, i bambini come Mohammed e le loro famiglie, questa settimana Avvenire ha pubblicato la lettera aperta di un gruppo di cittadini e personalità del mondo della cultura e dell’educazione che avevano fatto appello al presidente del Parlamento Ue David Sassoli. La risposta del leader dell’Europarlamento è arrivata: vi si ammette un «deficit insopportabile di sovranità europea che costituisce un danno umanitario» e una «mancanza di poteri dell’Unione Europea in materia di immigrazione e di asilo» di fronte all’«egoismo dei Governi nazionali, sempre più riluttanti (…) a trasferire quote di sovranità». Il problema non è, tra l’altro, circoscritto solo a Lesbo. Circa 18.500 richiedenti asilo risiedono nelle isole dell’Egeo, di cui bambini e ragazzi rappresentano il 27% e tra loro quasi 7 su 10 hanno meno di 12 anni. «Molti governi hanno paura di mostrarsi generosi nei confronti di chi fugge dalla fame». In una lettera pubblicata venerdì da Avvenire, il presidente del Parlamento Ue David Sassoli critica le chiusure di fronte ai bambini profughi a Lesbo. - . Mentre l’Europa cerca di trovare una soluzione che sembra tardare (ormai da cinque anni), Ahmad A. pensa a crescere i suoi tre figli e tenerli d’occhio il più possibile: «Ho paura che vadano in bagno da soli, le toilette sono lontane dalla tenda, li accompagno sempre io» ci dice al telefono e il pensiero va alle indagini della polizia sul caso di violenza sessuale subita da una bambina trovata priva di sensi nei bagni una sera di dicembre. A preoccupare maggiormente Morteza H., anche lui afghano, è invece la salute di suo figlio Martin che ha 4 mesi, ha tosse e mal di gola, «ma il medico che lo ha visitato e visto paffuto ha detto che va tutto bene. Eppure tossisce parecchio». Intanto, le temperature di notte in questo periodo arrivano a 4 o 5 gradi e per questa settimana sono previsti cinque giorni consecutivi di precipitazioni. Avevamo parlato con questo neo-papà lo scorso ottobre, alla nascita di Martin, suo primo figlio. Pochi giorni dopo il parto in ospedale, mamma e neonato erano stati rimandati in tenda. «Da allora le uniche novità sono state l’arrivo delle docce (a lungo del tutto assenti, costringendo le persone a lavarsi in mare) e i pallet che ora sono posizionati sotto le tende. Ma quando piove forte, l’acqua raggiunge lo stesso l’interno degli alloggi» racconta. «Per il vento forte la mia tenda, come altre, è stata sradicata. L’ho rimessa in piedi. Quando arriva la pioggia, il terreno è troppo molle e non adatto, non drena, dunque non va bene per piantarci i teloni. Il vento li solleva». Vite nel fango, che l’Europa non vede. Non era semplice nemmeno con temperature buone, ma ora che è arrivato l’inverno tenere un neonato in una tenda è un tormento: «Fa freddo, quindi mia moglie e io ci chiediamo di continuo se Martin sia caldo abbastanza, se si stia ammalando, se riceva latte a sufficienza. Viene allattato al seno, mia moglie sta bene, ma quando noi adulti non abbiamo abbastanza cibo, lei ha un po’ meno latte». Altro problema sono i vestiti, perché un bambino così piccolo «cresce di continuo e ha bisogno di abbigliamento sempre diverso» aggiunge Morteza, che riceve abiti usati da Ong come Refugee4Refugees e Team Humanity. Non lontano dal nuovo accampamento di Kara Tepe, proprio accanto al parcheggio del supermercato Lidl, c’è quello “vecchio”, un campo più piccolo gestito dalla municipalità di Mitilene, capoluogo dell’isola. È stato creato anni fa per i casi più fragili. Non ci sono tende, ma piccoli box prefabbricati. Lì vive con la sua famiglia Youssef al-H., siriano di Aleppo. All’esterno, con pallet coperti da un telo blu, ha allestito una specie di divano, davanti al fuoco. Ci mette la pentola su cui cucina nuovamente il cibo del campo, per aggiungere sapore e «renderlo commestibile». Fanno così tutte le famiglie. Grazie a MSF Youssef al-H. è riuscito ad avere un posto qui: ha un cancro, che cura con infusioni settimanali, e un problema cardiaco genetico ereditario, lo stesso riscontrato anche in sua figlia Lara di 13 anni. Con loro, oltre alla madre, ci sono anche i gemelli Muhammad e Abdo di 14 anni e la piccola Sarah, un mese e mezzo di vita. «Durante la guerra sono stato ferito, e Muhammad, uno dei gemelli, mi ha visto sanguinare. Da allora, ancora oggi, di notte si sveglia terrorizzato» racconta. Da quando ha messo piede a Lesbo dice di tentare di prendere un appuntamento in ospedale per far visitare Lara, che per i suoi problemi cardiaci in Siria era stata sottoposta a un intervento. «Non ci sono ancora riuscito» dice, e continua il suo racconto. «Nel campo non ci sentiamo sicuri, c’è gente violenta. Il prefabbricato è piccolo, ci stanno solo i 5 letti. I bambini vanno a scuola, ma non capisco, pare che qui sia sempre vacanza e le lezioni saltano». Youssef al-H. ha avuto il primo rigetto della richiesta di asilo e da sei mesi la famiglia è senza aiuto economico. «Non so perché abbiano rigettato la domanda, mi hanno detto che la Turchia è un paese sicuro ma non è così». Ci ha vissuto per 7 anni e mezzo, ma un giorno, mentre faceva la spesa, è stato fermato, arrestato e deportato in Siria. «Sono rientrato in Turchia con 1.500 dollari in tasca, ho raggiunto la mia famiglia, e ho deciso di portarli tutti in Grecia». Da allora è passato un anno e mezzo e la loro vita si è fermata dentro un campo, in un box prefabbricato, su quest’isola. (Francesca Ghirardelli – Avvenire)  

Card. Lojudice: contrastare le narrazioni ideologiche con “la precisione di una comunicazione sana e intelligente”

25 Gennaio 2021 - Roma - «Far comprendere le motivazioni profonde che spingono tante persone a migrare in cerca di un futuro migliore è tra i compiti di una informazione chiara, seria e oggettiva». Con queste parole il cardinal Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d'Elsa-Montalcino e Segretario della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI ha aperto lo scorso fine settimana l’incontro sul tema “la comunicazione su migranti e rifugiati tra solidarietà e paura”  promosso su impulso della Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce, Associazione ISCOM e Harambee Africa International. Giornata di studio e di formazione professionale per giornalisti alla viglia della Festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Il porporato ha richiamato l'importanza di contrastare le narrazioni ideologiche con «la precisione di una comunicazione sana e intelligente». La stessa su cui ha riflettuto padre Fabio Baggio, Sottosegretario Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, per il quale i limiti presenti nell'attuale panorama informativo sono in particolare «le facili generalizzazioni, la leggerezza anche nell'utilizzo di termini impropri (clandestini, illegali, extracomunitari) e le analisi affrettate». Là dove Papa Francesco, con l'enciclica Fratelli tutti, mette in allerta dai “narcisismi localistici” preoccupati di creare mura difensive. E invita a confrontarsi nel dialogo con tutti “poiché le altre culture non sono nemici da cui bisogna difendersi, ma sono riflessi differenti della ricchezza inesauribile della vita umana”. Tra le criticità della rappresentazione del fenomeno migratorio, la pigrizia di gran parte dei media nel limitarsi alla mera e sterile divulgazione di numeri e dati ("le fredde statistiche"), trascurando le persone e le loro storie, ciascuna con una identità e un vissuto straordinari. Come quelli di tre rifugiati, le cui testimonianze hanno accompagnato il dibattito, moderato da Donatella Parisi, responsabile Comunicazione del Centro Astalli, sulla costruzione sociale e sulla percezione dell’immigrazione. Di fronte alle campagne di ostilità e alla propaganda sovranista, occorre dare voce a un'Italia «che non si vede, non si conosce», ha osservato Mario Marazziti della Comunità di Sant’Egidio: «Un Paese che si sta già ricostruendo, proprio attorno all'arrivo dei profughi arrivati in maniera sicura grazie all'intuizione dei Corridoi Umanitari»: persone comuni, che operano per l'accoglienza e l'integrazione a proprie spese, dedicando tempo, soldi, risorse umane. Una chiave per parlare degli “italiani” e di come costruire un territorio più solidale.  Una comunicazione chiamata a offrire una via d'uscita alla visione negativa dell'altro, infarcita di stereotipi e pregiudizi, dovrebbe fare tesoro degli insegnamenti di Gordon Allport, eminente psicologo statunitense. Insegnamenti che Aldo Skoda, incaricato di Teologia alla Pontificia Università Urbaniana, ha condensato: «Sottolineare il medesimo status tra migranti e autoctoni, entrambi persone capaci di un dialogo tra pari; l'importanza dell'interazione cooperativa, con la narrazione di esempi di co-costruzione della società in cui i migranti e i rifugiati abbiano un ruolo di protagonisti, non solo di fruitori; un chiaro sostegno sociale e istituzionale che metta in luce la realtà per quella che è, rifuggendo da facili buonismi». Il punto, ha rilevato Fabrizio Battistelli, ordinario di Sociologia alla Sapienza, è che «gli aspetti negativi fanno più notizia di quelli positivi, per cui è più semplice dare la notizia più clamorosa e scandalistica, per suscitare l’attenzione si calca la mano sull'aspetto dell’allarme anche quando non c’è. A trasformare il 'rischio' migrazioni in un’autentica 'minaccia' è il discorso mediatico, che rimuove sistematicamente i benefici». Il compito è dunque quello di scandagliare il fenomeno nella sua complessità, evidenziandone costi e vantaggi. «E lo devono fare da una parte la politica e dall'altra l'informazione, offrendo una comunicazione non strumentale, che non miri soltanto ad avere audience e voti». Per padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, una corretta percezione del fenomeno non può prescindere dal «coltivare la fiducia reciproca tra migranti e autoctoni e dal praticare la cultura dell'incontro, con il proposito di ascoltarsi, mettersi cioè nei panni gli uni degli altri»: “conoscere per comprendere”, per richiamare le parole di Papa Francesco. Puntando sui giovani e sulle scuole italiane per gettare le basi di una società in cui le diversità etniche, linguistiche e religiose siano considerate una ricchezza, non un ostacolo per il nostro futuro. «Migliaia di studenti ogni anno hanno la possibilità di ascoltare - grazie agli incontri promossi dal Centro Astalli - le testimonianze dirette di uomini e donne che hanno vissuto l’esperienza dell’esilio o che sono fedeli di religioni diverse dalla nostra». La riflessione si è focalizzata infine sul linguaggio e la deontologia della professione giornalistica, temi introdotti da Irene Savio, giornalista e coautrice di Mi nombre es refugiado (Reportajes, 2016). Con il supporto dell’Osservatorio di Pavia, l'Associazione Carta di Roma ha esplorato il lessico della migrazione per ciascun anno dal 2013 al 2020. Ne ha parlato il suo presidente, Valerio Cataldi: «Nel 2013 la parola simbolo era “Lampedusa”, teatro di naufragi e di accoglienza, nel 2014 “Mare nostrum”, l'operazione di salvataggio in mare dei migranti nel Canale di Sicilia e nel 2015, all'indomani della morte del piccolo Alan Kurdi, “Europa”, come risposta europea agli arrivi di migranti e rifugiati. Nel 2016, la cornice in cui si racconta la migrazione, inizia a cambiare, sono i “muri” la parola simbolo e nel 2017 le "Ong", verso cui si orientano sospetti e accuse di “svolgere le operazioni di ricerca e di soccorso in mare a scopo di business”. Nel 2018 la parola simbolo è "Salvini", l'anno successivo è ancora "Salvini" affiancato da "Carola" (la migrazione è ormai un tema di confronto e scontro politico). La parola simbolo del 2020 è “virus”, in una cornice di allarme sanitario che associa la presenza di migranti a possibili contagi». Continuano a essere presenti - ha sottolineato Paolo Lambruschi, caporedattore di Avvenire - «alcune delle parole che hanno contraddistinto questi ultimi anni di racconto della migrazione: emergenza, invasione, sbarchi, ghetti, confini. Tutte funzionali a un giornalismo poco accurato, ansiogeno - là dove è essenziale continuare a studiare e approfondire -, che non si cura di capire e far capire bene, ignorando il carattere globale del fenomeno senza indagare sulle nuove rotte migratorie gestite dai terroristi, al di là del Mediterraneo e della rotta balcanica. E relegando ai margini i progetti di sviluppo e le missioni umanitarie». Necessario, anche da parte degli operatori dell'informazione, incalzare l'Europa a promuovere canali legali d'ingresso, da concordare tra tutti i Paesi membri, «per porre fine al traffico di esseri umani, una piaga che non conosce pause, affrontando con razionalità il problema dei migranti economici».  

Treviso: anche lettori migranti per la Giornata della Parola

24 Gennaio 2021 - Treviso - Ventuno lettori, introdotti dal vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi e scelti tra i cristiani del territorio, compresi i rappresentanti di diversi gruppi linguistici cattolici e di alcune chiese ortodosse (nel contesto della “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”) si alterneranno nella proclamazione del Vangelo più breve e più antico, quello di Marco, oggi nella Domenica della Parola voluta da Papa Francesco. L'iniziativa - dalle 15,30 alle 18,00 - si colloca all'interno del Festival Biblico e nella diocesi di Treviso è promossa dall'Ufficio Ecumenismo e Dialogo Interreligioso e dall'Ufficio Migrantes della diocesi veneta. Tra i 21 lettori una soprano russa che canta alla Fenice, un’infermiera della comunità indiana, una lavoratrice stagionale della comunità nigeriana, due sacerdoti ortodossi e uno greco-cattolico, una suora carmelitana originaria di Nazaret, una sarta brasiliana. A seguire, dalle ore 19, il Festival Biblico proporrà un momento di riflessione “on line” costruito sul dialogo tra Mariangela Gualtieri, scrittrice, poetessa e attrice, e padre Francesco Bernardo Maria Gianni, abate di San Miniato al Monte, moderati dallo scrittore e conduttore Edoardo Camurri, sui canali social del Festival Biblico mentre la lettura del Vangelo di Marco si può seguire sul canale YouTube della Diocesi di Treviso.

Raffaele Iaria

 

Migranti: salvati 120 migranti al largo della Libia

22 Gennaio 2021 -

Milano - L’equipaggio della "Ocean Viking" ha salvato ieri mattina 119 persone a bordo di un gommone sovraccarico a 36 miglia nautiche dalla costa libica e in acque internazionali. Lo rende noto la ong francese Sos Mediterranee. 

Tra i migranti ci sono 11 donne e 59 minori, tra cui 4 bambini compreso un neonato di un mese, e tutti «sono visibilmente scossi, infreddoliti, bagnati ed esausti». La Viking è ripartita in missione umanitaria l’11 gennaio, dopo 5 mesi di fermo amministrativo in Italia.

Istat: mobilità e migrazioni in forte flessione nelle fasi di lockdown per Covid-19

21 Gennaio 2021 - Roma - I dati provvisori sull’andamento dei flussi migratori nei primi otto mesi del 2020 mettono in evidenza una forte flessione delle migrazioni (complessivamente -17,4%). Le misure di contenimento della diffusione dell’epidemia messe in atto dal Governo a marzo 2020 hanno ridotto al minimo la mobilità interna (flussi inter-comunali, tra province e tra regioni) con pesanti ripercussioni anche sui trasferimenti di residenza da o per l’estero. Lo rivela oggi il Report "Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente" dell'Istat​. Il confronto tra l’andamento dei flussi osservati nei primi otto mesi del 2020 e la media dei flussi rilevati nello stesso periodo del 2015-2019 mette in evidenza una flessione pari al 6% per i movimenti tra comuni, al 12% per le cancellazioni anagrafiche per l’estero e al 42% per i flussi provenienti dall’estero. Tuttavia, a partire da giugno 2020, tutti i flussi migratori sembrano riprendere il loro trend e tornare quasi ai livelli pre-lockdown (Figura 7). A livello territoriale, non tutte le regioni hanno risentito con la stessa intensità delle restrizioni imposte alla mobilità. La Calabria ha ridotto di quasi un terzo la mobilità complessiva, il Molise e il Lazio di un quinto, mentre per il Friuli-Venezia Giulia e il Veneto si osserva una riduzione del 7% rispetto alla media delle migrazioni nello stesso periodo degli anni 2015-2019. Con riferimento ai trasferimenti di residenza interni al Paese (in calo del 6%), le misure restrittive e il rallentamento dell’attività amministrativa, soprattutto nelle prime fasi del lockdown, hanno inciso maggiormente sui movimenti a breve raggio (trasferimenti entro i confini provinciali, -7%), un po’ meno per la mobilità a medio e lungo raggio (all’interno della regione e tra regioni diverse, rispettivamente -4% e -6%). Inoltre, si osserva una riduzione dell’11% dei flussi verso i capoluoghi di provincia. Non si rilevano, invece, significative variazioni strutturali sulla composizione dei flussi interni. In generale, la sospensione momentanea della mobilità residenziale ha avuto un impatto uniforme sulle caratteristiche socio-demografiche dei trasferiti. Differenti considerazioni valgono per i flussi da e per l’estero per i quali i blocchi alle frontiere hanno ridotto sensibilmente il volume in ingresso e in uscita di immigrati ed emigrati. La prima sostanziale differenza si evidenzia nella composizione dei paesi di origine per gli iscritti dall’estero. Il confronto tra il numero di ingressi nei primi otto mesi del 2020 e il numero medio degli ingressi nello stesso periodo degli ultimi cinque anni mostra un calo drastico dei flussi provenienti dall’Africa: si riducono a poche centinaia gli immigrati provenienti da Gambia (-85%) e Mali (-84%), sono fortemente in calo i flussi dalla Nigeria (-73%), quasi dimezzati quelli provenienti da Egitto (-47%) e Marocco (-40%). Forti diminuzioni anche per gli ingressi da Cina (-63%), Brasile (-49%), e Romania (-48%). I flussi che decrescono in misura meno significativa sono quelli provenienti dagli altri paesi dell’Unione europea: -12% da Svizzera e Francia, -10% dalla Spagna e -4% dalla Germania.  

COMECE: “nessuno muoia in mare o nei Paesi di transito per mancanza di aiuti”

21 Gennaio 2021 - Bruxelles - “L’Ue dovrebbe garantire che nessuno muoia in mare a causa della mancanza di aiuti e che il diritto internazionale sia rispettato in materia di non respingimento e sbarco”. I migranti e i rifugiati che sono “bloccati nei Paesi di transito e che stanno subendo gravi violazioni dei diritti umani dovrebbero essere aiutati a lasciare quel paese e tornare o nel loro paese d’origine o in un altro paese sicuro”. È uno dei passaggi-chiavi del corposo documento che il card. Jean-Claude Hollerich, presidente della COMECE, e mons. Youssef Soueif, arcivescovo di Tripoli dei Maroniti (Libano), hanno presentato a Olivér Várhelyi, commissario europeo per la politica di vicinato e l’allargamento, come contributo degli episcopati cattolici dell’Unione europea al prossimo rinnovo del partenariato Ue per la regione del Mediterraneo meridionale. “Rendere il Mediterraneo di nuovo un luogo di incontro pacifico di persone di culture e religioni diverse è stata anche una grande preoccupazione per la Chiesa cattolica”, si legge nella introduzione del Documento, ricordando che nel febbraio 2020, più di 50 vescovi di 19 nazioni del Mediterraneo si sono riuniti a Bari per discutere le molteplici problematiche socio-economiche, diritti umani, pace e sfide ecologiche che la regione deve affrontare. Il testo contiene più di 30 proposte politiche in cinque aree prioritarie: migrazione, pace, libertà religiosa, sviluppo umano ed ecologia. Riguardo alle migrazioni, i vescovi chiedono all’Ue un maggiore impegno a combattere le cause profonde della migrazione, per “rendere reale il diritto primario delle persone e delle famiglie di rimanere nel loro paese d’origine in sicurezza e dignità”. Viene chiesto anche uno sforzo nella “formazione degli ufficiali di controllo delle frontiere dei paesi del vicinato meridionale dell’Ue sulle norme dei diritti umani, compreso il rispetto del principio di non respingimento, il diritto fondamentale di chiedere asilo e il diritto a non essere torturato, o posto in condizioni disumane o trattamento degradante”. I vescovi chiedono anche un programma speciale per favorire il ricongiungimento dei minori migranti non accompagnati con i loro genitori o tutori legali”. Riguardo al paragrafo relativo alla pace e alla sicurezza, i vescovi chiedono un maggior coinvolgimento deli leader locali religiosi i quali possono svolgere un ruolo cruciale nei diversi contesti per rafforzare la coesione sociale e promuovere una cultura dell’incontro e della fraternità umana. Nel Documento si evidenzia poi la realtà di discriminazione che purtroppo in determinati Paesi vivono le comunità religiose di minoranza e, nel caso specifico, le chiese cristiane. “L’Ue dovrebbe rendere visibili queste situazioni nelle sedi internazionali, sostenere le vittime e usare il suo potere e la sua influenza per fermare (e prevenire) queste violazioni della libertà religiosa, anche attraverso l’uso del diritto penale internazionale”. A questo proposito, la promozione del concetto di “cittadinanza comune” è, a parere dei vescovi, la chiave per superare percezioni o posizioni religiose e civili di superiorità agendo “in tutti gli aspetti della vita, in particolare nelle scuole e nei mass media”.      

Centro Astalli: “altri 43 morti in mare, inerzia intollerabile degli Stati e della Ue”

21 Gennaio 2021 - Roma - Il Centro Astalli esprime cordoglio per le vittime e profonda preoccupazione per le condizioni dei migranti che cercano di arrivare in Europa senza possibilità di accedere a vie legali di ingresso. “Ogni giorno ascoltiamo di torture e violenze nei racconti dei migranti che incontriamo al Centro Astalli – ricorda padre Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli –. Dalla Libia le persone non hanno altra possibilità che tentare di fuggire: la situazione che descrivono è di un clima generalizzato di violenza e terrore”. È evidente, prosegue, “che c’è un problema molto serio di gestione delle frontiere da parte degli Stati europei e di un’inerzia intollerabile da parte delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Le isole greche, i Balcani, la frontiera della Spagna e il Mediterraneo centrale, pur essendo contesti giuridicamente diversi, sono sempre più luoghi di morte. Non è possibile continuare a ignorare l’ecatombe che si consuma alle porte di casa nostra”. Il Centro Astalli dopo la morte di altri 43 migranti chiede con forza a chi ricopre ruoli di responsabilità “che si compia immediatamente un atto politico di discontinuità: si evacui la Libia così come le isole greche e i Balcani. Si trovino soluzioni dignitose per tutti, senza derogare mai al rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali su migranti e rifugiati”.  

Tragedia in mare: almeno 43 morti

21 Gennaio 2021 - Milano - Sono passati pochi giorni dall’inizio dell’anno, ed ecco già il primo grande naufragio di questo 2021. Almeno 43 persone sarebbero morte al largo della costa di Zuwara, in Libia. Altre 10 sono invece sopravvissute. Lo ha annunciato per primo, su Twitter, Alarm Phone, il centralino di volontari che raccoglie le richieste di soccorso delle traversate del Mediterraneo. «Siamo tristi e arrabbiati. Ue, smetti di uccidere le persone con le tue frontiere» ha commentato la Ong. Anche l’Onu, poco dopo, ha confermato la tragedia. L’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati si dicono «profondamente rattristati» per quanto accaduto, confermando che si tratta del primo caso di naufragio nel 2021 «nel Mediterraneo centrale», costato la vita ad «almeno 43 persone». La tragedia è avvenuta martedì, riferiscono dallo staff di Oim e dell’International Rescue Committee (IRC), partner di ACNUR/ UNHCR: i 10 sopravvissuti sono stati portati a Zwara dalla Libyan Coastal Security. L’imbarcazione, salpata dalla città di Zawiya, ha avuto un problema al motore poche ore dopo la partenza e poi si è rovesciata a causa del maltempo. I sopravvissuti sono principalmente cittadini di Costa d’Avorio, Nigeria, Ghana e Gambia. Proprio questi ultimi hanno raccontato che con loro c’erano decine di compagni di viaggio, poi annegati o dispersi: si trattava di uomini provenienti da Paesi dell’Africa occidentale. E nelle stesse ore del naufragio, si è aperto anche un altro caso: un’altra imbarcazione, infatti, è stata intercettata e riportata a terra dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Il respingimento è documentato dal video registrato da Moon Bird, l’aereo della Ong Sea Watch che sorvola il Mediterraneo. «Il nostro aereo #Moonbird sta documentando l’intercettazione del gommone con a bordo circa 40 persone da parte di una motovedetta della cosiddetta Guardia costiera libica. I respingimenti in Libia sono un crimine che viola i diritti umani fondamentali». Anche le due organizzazioni delle Nazioni Unite puntano il dito contro i respingimenti, quelli lungo la rotta balcanica, ma anche quelli in mare. Quella del Mediterraneo centrale rimane sempre «la rotta migratoria più pericolosa del mondo» affermano dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) in una nota congiunta. Le due organizzazioni temono che, «a causa della limitata capacità di monitorare queste rotte, il numero reale di persone morte nel Mediterraneo centrale già nel corso di questo 2021 potrebbe essere più alto di quanto si pensi». Oim e UNHCR hanno lanciato un appello agli Stati affinché vengano riattivate le «operazioni di ricerca e salvataggio, una lacuna che le Ong e le navi commerciali stanno cercando di colmare nonostante le loro limitate risorse. È necessario smettere di riportare i migranti e i rifugiati in porti non sicuri e si deve istituire un meccanismo di sbarco sicuro che possa essere seguito da una dimostrazione tangibile di solidarietà da parte degli Stati europei con i Paesi che registrano un numero elevato di arrivi». In Libia, spiegano, la situazione «rimane estremamente precaria. Continuano gli arresti arbitrari e le detenzioni arbitrarie in condizioni drammatiche. Molti rifugiati e migranti sono sfruttati da trafficanti, tenuti in ostaggio e diventano vittime di abusi e torture» Le due agenzie dell’Onu «temono che, qualora l’inazione e l’impunità dovessero prevalere, un numero ancora più elevato di persone potrebbe perdere tragicamente la vita». Nel 2020, oltre 34mila rifugiati e migranti sono arrivati via mare in Italia, mentre più di 4.100 so- no giunti attraversando il confine italo-sloveno dopo aver viaggiato via terra lungo la rotta balcanica, ricorda l’UNHCR. Nel solo mese di dicembre, 1.591 rifugiati e migranti sono arrivati via mare nelle regioni meridionali dell’Italia: la maggioranza proviene dalla Tunisia e, in misura minore, da Iraq, Iran, Costa d’Avorio ed Egitto. Quasi la metà è partita dalla Tunisia, mentre circa un terzo è partito dalla Turchia. Le partenze da Libia, Algeria e Grecia rappresentavano rispettivamente il 10%, 5% e 4% degli arrivi. Alla fine del 2020, nonostante l’emergenza per il Covid-19, in Italia sono stati registrati 34.154 arrivi via mare. «Ciò rappresenta un aumento significativo rispetto agli 11.471 registrati nel 2019 – afferma l’UNHCR –: le partenze dalla Tunisia sono quadruplicate e i tunisini rappresentano il gruppo nazionale più diffuso tra gli arrivi, pari al 38% del totale. Solo circa 4.500 delle persone arrivate via mare nel 2020 sono state soccorse dalle autorità o dalle Ong in alto mare: le altre sono stati intercettate dalle autorità vicino alla costa o sono arrivate inosservate. «In tutto il 2020 c’è stata una presenza limitata di Ong che conducono operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Alla fine dell’anno, operava solo la nave di soccorso Open Arms». (Daniela Fassini)​    

L’ospitalità? Nessun aumento di spesa pubblica

20 Gennaio 2021 - Milano - Ospitare richiedenti asilo non comporta un aumento dei costi di breve periodo a livello comunale, né in termini di reddito pro-capite né in termini di welfare, bensì favorisce il ripopolamento dei comuni con un più alto tasso di popolazione anziana. È quanto emerge dalla prima indagine nazionale sul sistema di accoglienza straordinaria (Cas) realizzata dai ricercatori dell’Università Milano Bicocca. 

Nel periodo della cosiddetta «crisi dei rifugiati», tra il 2014 e il 2018, ogni anno, circa 150mila persone hanno fatto richiesta di asilo anche in Italia, diventando nella gran parte dei casi beneficiari dei servizi previsti dalle politiche pubbliche sul sistema di accoglienza. 

Il Guatemala blocca 9.000 migranti honduregni

19 Gennaio 2021 - Roma - I circa novemila migranti partiti venerdì dall’Honduras per raggiungere gli Stati Uniti, ed entrati in un primo momento senza problemi in Guatemala attraverso la frontiera di El Corinto, si sono scontrati ieri con agenti di polizia e soldati guatemaltechi che hanno posto blocchi sulle strade del Paese. Le forze di sicurezza sono riuscite, per il momento, a fermarne i propositi di avanzata verso la frontiera con il Messico. Molti migranti non avrebbero rispettato le direttive sanitarie in materia anti-covid. E 21 persone nel gruppo sottoposte ai controlli sanitari sono risultate positive al coronavirus e  dovranno essere messe in quarantena in Guatemala prima di tornare nel proprio Paese. Vi sono stati momenti di tensione con scontri anche violenti tra alcuni membri della carovana e l’esercito che ha fatto ricorso all’uso di lacrimogeni ed ha arrestato diversi migranti. «È impossibile per loro continuare il viaggio, li invitiamo a tornare al proprio luogo di origine, non passeranno», ha assicurato loro il direttore della Migrazione, Guillermo Díaz, secondo il quotidiano locale «Prensa Libre». Tuttavia, la carovana rimane ferma in attesa di una soluzione, poiché assicura che il ritorno in Honduras non è un’opzione a causa della mancanza di opportunità nel proprio Paese di origine. L’Honduras, oltre a essere segnato da una violenza dilagante, ha subito la devastazione portata lo scorso mese di novembre dal passaggio dei due uragani Eta e Iota. Visto quanto accaduto in Guatemala, il Messico ha rafforzato il proprio confine meridionale per prepararsi all’eventuale arrivo della carovana. Il governo messicano e quello guatemalteco, attraverso una dichiarazione congiunta, hanno invitato le autorità dell’Honduras a «contenere la massiccia partenza dei propri cittadini».