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Guerra in Iran, voci dalla diaspora. Intervista a Minoo Mirshahvalad

23 Aprile 2026 - Siamo di fronte a una guerra dai contorni sfumati e priva di obiettivi credibili, figlia del contesto di crisi del sistema globale. «Mentre i missili colpiscono, il diritto internazionale viene armato. I civili in Iran e in tutta la regione subiscono le conseguenze più gravi», ha evidenziato Alain Berset, segretario generale del Consiglio d’Europa. Il mondo viene trasformato in una scacchiera, senza neppure il coraggio di «mostrare il volto della guerra e raccontarla con gli occhi delle vittime per non trasformarla in un videogame», come ha sottolineato papa Leone XIV. «Una guerra vera, con morte e sofferenza reali, trattata come un videogioco: è nauseante», ha confermato senza mezzi termini il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago. Obiettivi civili e culturali, risorse economiche e infrastrutture sociali: nulla sfugge ormai alla follia distruttiva della violenza e ai nuovi algoritmi della guerra ibrida. «Questa guerra non è soltanto il frutto di fattori interni all’Iran, ma di un complesso di vari elementi, anche esterni», spiega Minoo Mirshahvalad, ricercatrice in Studi islamici presso l’Università di Copenaghen, esperta in tema di intersezioni fra religione, mobilità umana e genere nell’Europa contemporanea, con particolare attenzione alle minoranze musulmane e alle comunità sciite della diaspora. «Nei media mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e questa immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva della realtà». [caption id="attachment_75207" align="aligncenter" width="268"]Minoo Mirshahvalad Minoo Mirshahvalad[/caption]
Professoressa Mirshahvalad, come stanno reagendo alla guerra le comunità della diaspora iraniana in Europa e, in particolare, in Italia?
Come io riesco a capire, in base anche a quello che vedo nei media e nei social media in Europa, sembra che una parte della diaspora sia felice per questa guerra e che mostri tanto entusiasmo per il progetto coloniale che stanno portando avanti Israele e Stati Uniti. Questa parte della diaspora, ahimè, è stata molto sovraesposta dai media mainstream, anche in Europa, mostrandola come l’unica voce esistente della diaspora.
Come stanno raccontando la guerra i media italiani ed europei? Cosa manca, cosa eccede e cosa non viene capito?
Bisogna distinguere tra media mainstream e media alternativi. I media mainstream in Italia stanno vendendo questo progetto coloniale essenzialmente come la “liberazione delle donne iraniane”. Vengono dette cose surreali. Come quando si dice che ora non possono uscire di casa con il volto scoperto. Questa è un’assoluta falsità. Questa strumentalizzazione dei diritti delle donne purtroppo è molto forte e mi pare assolutamente patologica. Sui media alternativi la situazione è diversa: si cerca di dare un’immagine diversa del conflitto. Purtroppo, però, non raggiungono gli stessi numeri che hanno i media mainstream. Quello che non viene compreso è che questa guerra non è soltanto il frutto di fattori interni all’Iran, ma di un complesso di vari elementi, anche esterni. Per esempio, nei media mainstream non viene attribuita assolutamente nessuna responsabilità alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, per le violenze del gennaio 2026, il successivo massacro da parte dello Stato iraniano di tante persone che protestavano, e anche per la guerra. Nei media alternativi si cerca di dare un’immagine più complessa, con le sfumature dei vari livelli di grigio che ci sono in questa realtà. Ahimè nei media mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e questa immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva.
Il patrimonio culturale, storico e artistico è sempre più spesso considerato un obiettivo nei conflitti armati contemporanei, con una strategia militare finalizzata a colpire l’identità di un popolo, a cancellarne la memoria e, in ultima analisi, la sopravvivenza. È accaduto in Siria, Yemen, Nagorno-Karabakh, Ucraina, Libano e Striscia di Gaza. Ora sta accadendo in Iran. Che cosa tutti noi abbiamo già perduto?
L’Iran è pieno di siti archeologici, musei, beni culturali, e alcuni fanno parte anche del patrimonio Unesco. Tra quelli danneggiati o distrutti, stiamo parlando al momento di 56 musei in tutto l’Iran. A Teheran è stato colpito il Palazzo Golestan, un edificio del Settecento, patrimonio Unesco. Sempre a Teheran è stato distrutto il Grande Bazar ed è stato danneggiato il Palazzo del Parlamento. In altre città, il Castello di Falak-ol-Aflak, a Khorramabad, nella regione del Lorestan. Quando è stata presa di mira la regione di Esfahan, sono stati distrutti vari palazzi, fra cui il Chehel Sotun, Rakib Khane, la Sala Teimuri. Nella Piazza Naqsh-e Jahan sono andati in frantumi i vetri del Palazzo Ali Qapu, che è uno dei monumenti più emblematici della città di Esfahan e parte di uno dei complessi storici più importanti dell’Iran. E questi sono solo alcuni dei monumenti distrutti. Fra l’altro, Esfahan è una città gemellata con Firenze, ed è la più ricca tra le città iraniane dal punto di vista del patrimonio culturale e artistico.
Da decenni, giovani iraniani arrivano in Italia per motivi di studio, spesso lasciando un contesto percepito come oppressivo. Quale visione di “Occidente” emerge nei loro percorsi di vita?
Mi pare che ne venga fuori un’immagine utopica dell’Occidente come luogo dell’uguaglianza di genere, della democrazia, dei diritti per tutti, della libertà di culto, della libertà di espressione. Sono valori molto alti, che vengono “venerati” nei media e trasmessi ai giovani iraniani ancora prima di arrivare in Italia, una venerazione che continua anche nei primi anni dopo l’arrivo. La presa di queste immagini, di questi – possiamo dire – stereotipi su cosa sia l’Occidente è molto forte. Però, chi resta a lungo a vivere in Italia o in altri Paesi europei, riesce pian piano a rendersi conto che quell’immagine utopistica che gli è stata raccontata negli anni non corrisponde alla realtà.
Che ruolo hanno le comunità religiose nel promuovere una partecipazione autentica, che non sia solo assistenzialismo, ma valorizzazione di talenti e aspirazioni delle persone migranti?
Faccio parte di un gruppo di ricerche all’Università di Copenaghen che studia specificamente la diaspora iraniana. In base a quello che studiamo e in base alla letteratura esistente, quella iraniana non è una diaspora impegnata nelle attività religiose. È marcatamente laica. Anzi, non è soltanto irreligiosa, ma proprio antireligiosa. Nello specifico è molto islamofoba. Essa vede nell’islam le radici di tutti i problemi che ha. Questo fa sì che la religione non abbia alcun ruolo nel gestire o valorizzare talenti e aspirazioni delle persone migranti. Cioè, la rilevanza della religione in questo caso è un fattore assolutamente da escludere.
Quali prospettive intravede per la popolazione iraniana della diaspora?
Per gran parte della popolazione iraniana in diaspora, considerando i suoi ultimi sviluppi, a essere sincera, non vedo grandi prospettive. Si tratta prevalentemente di persone con scarsa formazione culturale, superficiali, che vedono il mondo in bianco e nero, diviso tra buoni e cattivi, ispirate da quello che viene dato loro in pasto intellettualmente nei media mainstream. Quindi, mi sembra che non si tratti di una comunità profonda o dotata di una visione critica. Personalmente, non sono ottimista per il futuro della diaspora iraniana.  (Simone Varisco | "Migranti Press" 3-4 2026)

Una comunità nomade invisibile e fraintesa. I Caminanti di Sicilia visti “dall’interno”

7 Aprile 2026 - In occasione della Giornata internazionale dei rom, sinti e caminanti - istituita in ricordo del primo Congresso internazionale delle popolazioni rom, tenutosi a Londra l'8 aprile 1971 - anticipiamo un articolo del prossimo numero di "Migranti Press" firmato da Vincenzo La Monica, coautore insieme a Rita Mirabella di "Sacri, santi e inviolabili. Parole dette e non dette dai Caminanti in Sicilia" (Fondazione Migrantes/Tau editrice).  Sacri, santi e inviolabili è stato pensato come un viaggio dentro la storia e l’identità dei Caminanti di Sicilia, una comunità nomade a lungo invisibile e fraintesa. È un libro – realizzato con Tau editrice, grazie alla Fondazione Migrantes – anch’esso nomade, a metà strada tra ricerca storica, antropologia e letteratura di testimonianza. Il tentativo è quello di raccontare i Caminanti siciliani “dall’interno”, senza ridurli a oggetto folklorico o caso sociologico, costruendo un testo corale in cui le voci dei Caminanti non sono semplicemente citate, ma diventano protagoniste. Questo è dichiarato fin dalla scelta del titolo che è l’espressione con cui un capo Caminante di Priolo definisce gli antenati che hanno dato vita al nomadismo della Comunità. Abbiamo scelto consapevolmente di non “spiegare” i Caminanti dall’esterno, ma di restituire parole, silenzi e contraddizioni così come emergono dalle testimonianze che Rita Mirabella ha raccolto in oltre 20 anni di frequentazioni con persone della Comunità. Crediamo che questo approccio eviti, da un lato, il rischio, sempre dietro l’angolo, di semplificare una realtà complessa o di incasellarla in categorie rassicuranti; e, dall’altro, abbia il merito di restituire la voce di una popolazione rimasta finora ai margini. Sacri, santi e inviolabili
Le origini e l’identità
Il volume tratta diversi aspetti della vita e dell’organizzazione di questi nomadi di Sicilia. Il tema delle origini, ad esempio, viene affrontato senza pretendere una risposta definitiva. Le ipotesi accademiche, che vogliono i Caminanti come discendenti di rom venuti dall’Albania o di origine autoctona, si affiancano alle narrazioni interne della comunità, spesso più simboliche che documentabili. Ne emerge un punto chiave: l’identità caminante non è tanto un dato storico quanto una costruzione dinamica, alimentata da memoria, necessità concrete di sopravvivenza e senso di appartenenza.
La centralità della famiglia e il ruolo delle donne
Uno degli assi portanti è la centralità della famiglia. I Caminanti si percepiscono come un’unica grande rete parentale, regolata da norme interne forti e da un senso di solidarietà che, almeno nel racconto degli anziani, appare oggi in crisi. Le genealogie, i matrimoni endogamici, le alleanze tra famiglie mostrano come la Comunità si sia costruita nel tempo attraverso incontri, migrazioni e incroci continui. Non un gruppo chiuso e immutabile, quindi, ma un organismo che si espande e si ridefinisce. Accanto alla famiglia, emerge con forza il ruolo delle donne. Spesso descritte come figure silenziose, risultano invece centrali nella trasmissione culturale e nella gestione della vita quotidiana. Nei capitoli più contemporanei – soprattutto quelli sull’uso dei social media – diventano anche agenti di cambiamento, capaci di negoziare tra tradizione e modernità.
Povertà, lavori itineranti e marginalità
Il libro dedica ampio spazio alle condizioni materiali di vita: povertà, lavori itineranti, marginalità. I Caminanti storicamente sono “aggiustatori” più che produttori di oggetti. E quindi sono conosciuti come arrotini, stagnini, ambulanti. Mestieri che li collocano ai margini dell’economia formale e che oggi risultano sempre più fragili. La miseria non è però raccontata in modo pietistico. È piuttosto il contesto da cui nasce una cultura della resilienza, ma anche il segno di una distanza strutturale dalle istituzioni. Interessante è il legame tra marginalità e conflitto con la legge. Il libro non nasconde che piccoli reati, carcere e latitanza fanno parte della storia di molti Caminanti. Tuttavia, questi elementi non vengono usati per stigmatizzare, ma per mostrare un circolo vizioso di esclusione sociale, in cui sopravvivenza e illegalità spesso si sovrappongono.
Dal gergo segreto a TikTok
Dal punto di vista culturale, infine, uno degli aspetti più affascinanti è il baccagghiu, il gergo segreto della comunità. Più che un semplice codice linguistico, rappresenta uno spazio identitario protetto, un confine simbolico tra “noi” e “gli altri”. La sua progressiva perdita viene percepita come un segnale di trasformazione – se non di erosione – dell’identità caminante. L’indagine non si ferma al passato. Il capitolo finale mostra una comunità in piena trasformazione, sospesa tra tradizione e modernità. L’ingresso nell’era digitale – emblematico il caso di TikTok – segna una svolta radicale: da invisibili a ipervisibili, mostrando come i Caminanti stanno rimodellando la propria fisionomia. [caption id="attachment_74185" align="aligncenter" width="1024"]Caminanti Sicilia (foto: Rita Mirabella)[/caption]
L’archetipo del Viandante
I capitoli più propriamente saggistici sono intervallati dalle pagine di diario che Rita Mirabella ha scritto nei suoi anni di frequentazione della Comunità e dai ritratti di vita – una sorta di medaglioni – di alcuni esponenti di spicco della Comunità. In questo modo si è voluto dare varietà alla lettura, anche a rischio di un’apparente disomogeneità. Ma è una scelta coerente con l’oggetto del libro: una realtà non lineare non può essere raccontata con una forma troppo ordinata. In definitiva, Sacri, santi e inviolabili intende colmare un vuoto di conoscenza su una comunità poco studiata, ma nelle nostre intenzioni vorrebbe anche mettere in discussione lo sguardo del lettore. La ricerca, infatti, si è concentrata sui tratti più evidenti della chiusura di questi siciliani erranti: lì dove le linee di confine tra il “noi” e il “voi” si fanno più marcate e i gendarmi culturali più inflessibili. I Caminanti sono sempre stati gelosi della propria identità e la loro è stata spesso una comunità invisibile, nascosta: per povertà, per scelta, per necessità. In certi casi per sfuggire ai grandi eventi della Storia, come le guerre mondiali. A guardarli senza pregiudizi, tuttavia, questi nomadi di Sicilia incarnano l’archetipo del Viandante con una valenza profonda, forse pedagogica. Sono figura di colui che si muove in equilibrio instabile tra due mondi: da un lato, la vita “normale”, fondata su regole, appartenenze, certezze; dall’altro, la chiamata a seguire un’identità non conforme, spesso invisibile, mobile, eppure autentica. L’archetipo del Viandante ci parla dell’individuo lacerato tra il bisogno di appartenere e il desiderio di esprimere la propria essenza, anche a costo della solitudine o dell’emarginazione. È un simbolo universale dell’esperienza di chi vive fuori dagli schemi, e attraverso la propria traiettoria mette in discussione le convenzioni familiari, sociali, culturali. Per il Viandante il viaggio è una dimensione mentale che rende più sopportabile la fatica di vivere. Anzi, di sopravvivere. Per questo la storia dei Caminanti non è solo etnografica o sociale. È anche una riflessione esistenziale sul bisogno universale di riconoscimento e sulla forza che serve per restare fedeli a sé stessi. I Caminanti, come ogni comunità in migrazione o nomadismo, ci interrogano sul prezzo dell’identità, sul bisogno di appartenenza, sul senso del viaggio, sul valore della distanza, sull’obbligo di trasformarsi per continuare a esistere. E se è così, siamo anche noi, come loro, in cammino. (Vincenzo La Monica, in "Migranti Press" 3/2026)

La sicurezza dei numeri e l’eclissi dei diritti

23 Marzo 2026 - L’entrata in vigore del cosiddetto “Decreto Sicurezza” (decreto legge n. 23/2026) segna un punto di non ritorno nella gestione della protezione internazionale in Italia. Con una stretta senza precedenti su identificazioni, respingimenti e tempi di trattenimento, il provvedimento si pone l’obiettivo di blindare le frontiere e velocizzare le espulsioni. Tuttavia, per leggere correttamente le pieghe di questa riforma, non bastano i codici. Serve uno sguardo che conosca il diritto, ma che sappia anche cosa significhi vivere quel diritto. Insieme alle colleghe e ai colleghi del Ciac (Centro immigrazione asilo e cooperazione di Parma), ente di tutela di cittadini migranti, sono quotidianamente impegnato a tradurre la norma in tutele concrete, ma sono anche una persona migrante che ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza della marginalizzazione e dell’ingiustizia delle leggi. È da questa doppia osservazione – tecnica e umana – che emerge la preoccupazione più grande: l’idea che una legge possa giustificare l’eclissi delle garanzie fondamentali.
Il ricatto dell’identità e la rimozione del trauma
Il punto più critico riguarda l’obbligo di cooperazione per l’accertamento dell’identità. Sulla carta sembra una norma di buon senso; nella realtà dei fatti, è un paradosso giuridico. Chiedere a chi fugge da torture, regimi oppressivi o reti di tratta di “cooperare immediatamente” sotto minaccia di sanzioni procedurali significa ignorare la psicologia del trauma. L’identità di un sopravvissuto non è un dato che si consegna a comando: è un percorso di fiducia. Accelerare questi tempi significa condannare all’irregolarità persone vulnerabili che, per timore o shock, non riescono a narrare subito la propria storia. In questo modo, la sanzione amministrativa finisce per colpire non chi mente, ma chi ha subìto troppo per poter parlare subito.
L’eccezione come norma: i Cpr e la deroga perenne
Il decreto estende i poteri straordinari fino al 2028, permettendo deroghe sistematiche a quasi ogni norma non penale per la gestione dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Questa scelta trasforma lo Stato di diritto in uno Stato di eccezione permanente. Trattenere una persona fino a 18 mesi in un Cpr significa sottoporla a una “pena” senza reato, spesso in strutture dove la dignità minima è un miraggio. L’esperienza sul campo ci insegna che i Cpr sono zone grigie di sospensione dei diritti. La recente sentenza n. 3857/2025 del Consiglio di Stato ha già evidenziato carenze sanitarie inaccettabili, specialmente per chi soffre di fragilità psichiche. Eppure, la risposta politica è il potenziamento di questo modello di isolamento, a scapito di forme di accoglienza che favoriscano la trasparenza e l’inclusione.
Una giustizia sacrificata alla statistica
L’accelerazione delle procedure rischia di svuotare di significato il diritto alla difesa. Se i tempi diventano troppo contratti, il ricorso diventa un atto formale privo di efficacia. Non possiamo dimenticare che, nelle sezioni specializzate dei Tribunali, una larghissima parte dei dinieghi delle Commissioni territoriali viene ribaltata: la magistratura riconosce spesso quella protezione che una procedura frettolosa avrebbe negato. Invocare l’articolo 3 della nostra Costituzione non è un esercizio di retorica, ma una necessità legale. La Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza; questo decreto, al contrario, ne costruisce di nuovi. La vera legalità non viene assicurata dalla velocità delle espulsioni, ma dalla tenuta delle garanzie. (Gazmir Cela, responsabile area cittadinanza Ciac | "Migranti Press" 2 2026)

“Migranti Press” 2 2026

20 Marzo 2026 - Il nuovo numero di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina la questione dei migranti climatici, con un mini-reportage di Stefania Divertito che permette di cogliere il legame tra crisi ambientale, disuguaglianze di genere e lacune normative. Con un piccolo focus sugli sfollati interni in Italia, a causa di eventi estremi. In evidenza, poi, l’editoriale “La sicurezza dei numeri e l’eclissi dei diritti” firmato da Gazmir Cela – responsabile dell’area cittadinanza di Ciac onlus e al tempo stesso migrante residente in Italia –, che analizza gli effetti del recente “Decreto Sicurezza”.

Scopri il sommario del numero.

 

“Migranti Press” 2 2026 | In copertina: quando restare è impossibile. Chi sono i “migranti climatici”?

19 Marzo 2026 - Il nuovo numero di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina la questione dei migranti climatici, con un mini-reportage di Stefania Divertito che permette di cogliere il legame tra crisi ambientale, disuguaglianze di genere e lacune normative. Con un piccolo focus sugli sfollati interni in Italia, a causa di eventi estremi. In evidenza, poi, l’editoriale “La sicurezza dei numeri e l’eclissi dei diritti” firmato da Gazmir Cela – responsabile dell’area cittadinanza di Ciac onlus e al tempo stesso migrante residente in Italia –, che analizza gli effetti del recente “Decreto Sicurezza”. Il suo sguardo, tecnico ed esperienziale insieme, mette in luce il rischio più profondo della nuova normativa: l’eclissi delle garanzie fondamentali di tutti noi in nome dell’efficienza amministrativa, che trasforma la tutela dei diritti in statistica e la vulnerabilità in irregolarità. Da leggere insieme al commento sul cosiddetto “ddl immigrazione” di Stefania N’Kombo José Teresa, già pubblicato su migrantesonline.it. E poi, gli altri contenuti del numero:
  • L’altro editoriale. “Parola e parole per risorgere”: il percorso quaresimale di libertà e rigenerazione spirituale proposto dalla Conferenza episcopale italiana.
  • “Quattro pezzi da 20”. Una graphic novel per sensibilizzare i giovani sul tema della tratta. Con una proposta didattica.
  • Dimmi dove vivi: perché la conoscenza della lingua e del territorio sono decisive per l’inclusione dei migranti. Alcune buone pratiche.
  • La seconda puntata della rubrica “Parole in fuga”, si concentra per la seconda volta sulla parola “tempo”: le implicazioni delle procedure accelerate in materia di asilo.
  • L’Italia fuori dall’Italia. Ispirata dal Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, la testata diocesana online Clarus sta raccontando storie di mobilità italiana all’estero tra radici, talento e ricerca di futuro.
  • Progetti. Cinema aldilà del muro: “Cinelà”, il Festival del cinema africano a Verona che unisce in una giuria speciale anche studenti e detenuti.
  • E poi le nostre rubriche fisse: “Leggi e giurisprudenza”, le “Brevi” e le “Segnalazioni” di libri, film, arte, musica.

Come si crescono figli italiani lontano dall’Italia? Una ricerca sulle famiglie expat

5 Marzo 2026 - Giovedì 12 marzo, alle ore 16 a Roma, presso la Sala stampa della Camera dei deputati (via della Missione 4/8) viene presentato il volume “Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo” (Tau editrice) di Eleonora Voltolina, frutto di una ricerca promossa e finanziata dalla Fondazione Migrantes. Ripubblichiamo l'articolo in cui l'autrice ha presentato il suo lavoro su "Migranti Press". Gli italiani che vivono all’estero ne hanno abbastanza di sentirsi definire “cervelli in fuga”: una etichetta cliché che piace ai giornalisti, ma rende un servizio davvero povero alla comunità degli italiani fuori dall’Italia, che è molto ricca e variegata, e composta da expat molto diversi per titolo di studio, età, situazione professionale e personale. Continuare a parlare di cervelli in fuga lascia da parte tantissime persone che, invece, hanno bisogno e voglia di essere raccontate a tutto tondo, e ascoltate. Per esempio, una condizione peculiare che accomuna molti, nel Paese di approdo, è quella di portare avanti una famiglia. In due accezioni: aver effettuato un progetto migratorio familiare – ed essere partiti quindi con figli al seguito – o aver messo al mondo dei figli direttamente all’estero.
Soddisfazione, speranza, dispiacere
Per esplorare questo tema, tra il 2024 e il 2025, ho effettuato, grazie al sostegno della Fondazione Migrantes, una ricerca che ha visto la partecipazione di oltre 1.200 genitori italiani residenti all’estero (per un 81% mamme, e il restante 19% papà), che hanno risposto a un set di oltre 200 domande condividendo la loro esperienza. Nell’edizione 2025 del RIM, il Rapporto Italiani nel Mondo, è già apparso un piccolo assaggio dei risultati: risulta subito chiaro che queste famiglie sono contente della loro scelta. Le emozioni più frequentemente associate al crescere i figli all’estero sono infatti “soddisfazione” e “speranza”; anche se il 57% ammette di avvertire un senso di colpa, o dispiacere, per averli allontanati dai nonni. I genitori expat sono generalmente soddisfatti della loro vita (tre su cinque danno un voto tra 8 e 10 al tenore di vita raggiunto) e, forse per questo, solo un terzo di loro avverte un concreto desiderio di rientrare in Italia. Conciliare lavoro e famiglia sembra più facile quando si è all’estero. Per esempio, le penalizzazioni verso chi lavora e ha figli sono ben più frequenti in Italia che nel resto del mondo: se un 15,5% di genitori expat racconta di aver subito mobbing nel Paese di approdo, tra coloro che avevano già figli quando ancora vivevano in Italia la percentuale di esperienze negative nel mercato del lavoro italiano sale addirittura al 49%. La suddivisione dei lavori di cura tra madri e padri è più equilibrata all’estero che in Italia, con un più alto livello di parità di genere nelle famiglie; non a caso il congedo di paternità italiano si prende una sonora bocciatura quando viene messo a confronto con quelli vigenti altrove, spesso di durata maggiore.
Un libro per raccontare i risultati
I risultati della ricerca sono raccontati in un libro che ai dati intreccia le storie di oltre 30 genitori italiani all’estero, per costruire un affresco di come si crescono “figli italiani lontano dall’Italia”. Molti i temi toccati: le ragioni che spingono a partire; le differenze tra le famiglie 100% italiane e quelle miste, con genitori di nazionalità diverse. E ancora: le strategie di costruzione e consolidamento dell’identità italiana quando si vive lontano; l’importanza e la complessità di mantenere l’italiano in casa e fuori casa, e trasmettere la lingua ai figli; la diversità nei sistemi sanitari e in quelli scolastici. A proposito, in particolare, di calendari scolastici, non sorprende che una decisa maggioranza di genitori expat sia convinta che sia più facile gestire varie settimane di vacanza distribuite durante l’intero corso dell’anno, anziché tutte in blocco d’estate, come ancora si fa in Italia!
Politiche di sostegno alle famiglie
Ben tre quarti dei genitori expat affermano che è più facile fare figli nel loro Paese d’approdo rispetto all’Italia. Un verdetto netto, che si basa sul fatto che all’estero le famiglie sono aiutate di più, e sul quale la classe politica italiana dovrebbe riflettere. Il maggior aiuto pubblico messo a disposizione di chi ha figli all’estero è lo sgravio fiscale, uno sconto sulle tasse dovuto al fatto di avere uno o più figli: ben il 51% di chi ha partecipato alla ricerca racconta che il Paese in cui vive prevede questo tipo di agevolazione. E poi generosi assegni mensili di sostegno economico per ciascun figlio, spesso addirittura indipendenti dal reddito del nucleo familiare; contributi o rimborsi per spese varie, come le attività extra-scolastiche o il babysitting; servizi di assistenza e counseling gratuiti o a prezzo calmierato, dopo il parto e nei primi mesi (o addirittura anni) di vita del bambino, come il servizio di puericultura a domicilio. Altro che bonus bebè! All’estero sembrano aver capito che aiutare le famiglie con una somma una tantum alla nascita non basta, e che è necessario prevedere aiuti e servizi continuativi. La ricerca e il libro vogliono mettere a disposizione dei policymaker e del dibattito pubblico proposte e idee direttamente dai genitori italiani residenti all’estero, per far tornare l’Italia un Paese accogliente per tutti coloro che hanno desiderio di fare famiglia. (Eleonora Voltolina, in "Migranti Press" 1 2026)

Speranze recluse. La “nuova normalità” del diritto d’asilo | “Migranti Press” 1 2026

19 Febbraio 2026 - Il primo numero del 2026 di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina lo sguardo lucido e preoccupato offerto dal Report 2025 sul diritto d’asilo: “Ciò che un tempo sarebbe apparso inaccettabile – respingimenti, accordi con regimi autoritari, esternalizzazione della protezione – diventa tollerato e persino auspicato. È la nuova normalità di un Nord America e di un’Europa sempre più chiuse, e di un mondo che sembra rassegnato alla crisi permanente”, scrivono Giovanni Godio e Mariacristina Molfetta. In evidenza, i due editoriali. In quello firmato dal direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo, una riflessione e una prospettiva su un tema di grande attualità sociale e politica, spesso strumentalizzato anche a spese delle persone migranti: quale sicurezza cerchiamo? Nell’altro editoriale, che abbiamo già anticipato su migrantesonline, Massimo Faggioli – expat a lungo degli Stati Uniti e ora in Irlanda – ci regala una testimonianza personale sulla “sua” Minneapolis e sul perché proprio lì potrebbe essere esplosa per la prima volta la durezza della nuova ICE di Donald Trump. E ancora: Eleonora Voltolina, presentando un volume in uscita il 20 febbraio, racconta la vita, le speranze e le preoccupazioni di chi lascia l’Italia e costruisce una famiglia all’estero. Simone Varisco, commenta 4 studi di recente pubblicazione, per ragionare sul tema della paura e su come essa possa essere legata ai pregiudizi e alla (cattiva) comunicazione. Simone Sereni prima apre una finestra sull’applicazione dell’intelligenza artificiale e degli strumenti digitali nell’accompagnamento di migranti e rifugiati, presentando due esperienze: Infocaminante e Sportellino; poi racconta la sua visita alla scuola di italiano del progetto “Sababu”, nel cuore di Torpignattara, a Roma Infine, oltre alla prima puntata della nuova rubrica curata dall’Osservatorio “Vie di fuga”, dedicata alle “Parole in fuga” – un glossario ragionato e incarnato sulle parole che accompagnano la quotidianità dei richiedenti asilo e dei rifugiati –, le nostre pagine fisse dedicate a leggi e giurisprudenza sui migranti, brevi notizie dal mondo della Fondazione Migrantes e alle segnalazioni culturali: libri, cinema, arte, etc.   Copertina Migranti Press 1 2026 rifugiati

Migranti Press 1 2026

19 Febbraio 2026 - Il primo numero del 2026 di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina lo sguardo lucido e preoccupato offerto dal Report 2025 sul diritto d’asilo: “Ciò che un tempo sarebbe apparso inaccettabile – respingimenti, accordi con regimi autoritari, esternalizzazione della protezione – diventa tollerato e persino auspicato. È la nuova normalità di un Nord America e di un’Europa sempre più chiuse, e di un mondo che sembra rassegnato alla crisi permanente”, scrivono Giovanni Godio e Mariacristina Molfetta.

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Copertina Migranti Press 1 2026 rifugiati

Quale sicurezza cerchiamo?

19 Febbraio 2026 - Dopo la morte di Abanoub Youssef, 18 anni, ucciso da una coltellata del compagno Zouhair Atif tra le mura di una scuola a La Spezia, la reazione del Governo è stata immediata. Subito l’annuncio di un “pacchetto sicurezza” – non il primo, peraltro – composto da un decreto, per le materie considerate di più urgente applicazione, e da un disegno di legge che, quindi, sarà sottoposto al vaglio preventivo del Parlamento. Una prima bozza, con provvedimenti molto restrittivi, è entrata presto in circolazione ed è stata abbondantemente commentata, non senza legittime preoccupazioni. In particolare, per la Fondazione Migrantes, quella per la speciale “attenzione” dedicata ai giovani con background migratorio e ai minori stranieri non accompagnati, considerando anche l’aria pesante che arriva da Oltreoceano. Per quanto riguarda il decreto, esso dovrebbe essere già stato emanato dal Consiglio dei ministri nel momento in cui leggerete questo articolo, anche in seguito ai gravi fatti di Torino. Una riflessione si impone. Perché il bisogno di sicurezza, ieri come oggi, richiede risposte razionali, non emotive né tarate esclusivamente sulla ricerca del consenso facile: che cosa vuol dire “sentirsi sicuri” e come lo si ottiene? Bisognerebbe intanto partire da dati oggettivi. Le statistiche rispetto ai reati verso cose e persone in Europa ci dicono che in Italia i crimini più gravi sono in costante diminuzione da anni e che siamo tra i Paesi più sicuri in Europa. Le statistiche, però, non sono l’unico riferimento. È indubbio che molte persone, soprattutto nelle grandi città, non si sentano tranquille a uscire di casa o ad attraversare gli spazi pubblici in zone di periferia o nei pressi delle stazioni. D’altra parte, abbiamo sempre più giovani che ci dicono che le città non sono più pensate per loro, che gli spazi di aggregazione pubblica sono sempre di meno e che l’unica possibilità spesso è quella di ritrovarsi nei centri commerciali o all’aperto vicino a locali dove si vendono alcolici. Tra i giovani, inoltre, è vero, sta aumentando la pratica di avere e usare armi da fuoco o coltelli. Sanzionare duramente chi le porti e ne faccia uso, non solo tra i giovani, è persino ovvio; ma l’ipotesi di abbassare l’età punibile dai 14 ai 12 anni, di aumentare le pene detentive per loro e pecuniarie per i genitori o chi ne fa le veci non può essere l’unica risposta. Non sarà, in particolare, aumentando le pene pecuniarie per i tutori dei minori non accompagnati – che, ricordiamolo, sono un tassello prezioso in una comunità civile che dovrebbe educare prima di controllare e punire – che ci sentiremo più sicuri. Perché proprio quando abbiamo bisogno di più adulti attenti che facciano un pezzo di strada con questi minori è illogico spaventarli con la minaccia di multe salate per i comportamenti illeciti dei giovani che potrebbero essere loro affidati. Insomma, per evitare di continuare a spendere solo nelle “punizioni” serve investire nel costruire “relazioni”: offrire spazi – ad esempio, oratori e scuole aperte e presidiate da figure educative anche fuori dall’orario di lezione –, aprire dibattiti e non processi o gogne buone per i dati di ascolto in Tv o per qualche click sui social. Serve un potenziamento dei servizi sociali e dei percorsi di formazioni, anche per il personale scolastico. Servono ovviamente delle possibilità effettive di realizzazione per tutti i giovani. E gli studi che facciamo sulla mobilità umana, da e verso l’Italia, ce lo rammentano da tanti anni. È importante che si affrontino le questioni di ordine pubblico come pure il disagio dei minori, ma la repressione e la punizione non daranno né ai giovani né agli adulti la vera sicurezza che cerchiamo tutti: quella di “un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131). (mons. Pierpaolo Felicolo - "Migranti Press" 1 2026) [caption id="attachment_71892" align="aligncenter" width="520"]Lucchetto Sicurezza (foto: Unsplash/Stephen Harlan)[/caption]

Ice, perché Minneapolis? La testimonianza di “un italiano d’America”

29 Gennaio 2026 - Anticipiamo l'editoriale del prossimo numero di "Migranti Press", a firma di Massimo Faggioli, che attualmente insegna Ecclesiologia presso il "Trinity College" di Dublino, in Irlanda. La sua famiglia è nata a Minneapolis e ha vissuto molti anni negli Stati Uniti. La nostra famiglia, i Faggiolis, è nata come tale a Minneapolis, una delle due città gemelle, le Twin Cities affacciate sul fiume Mississippi. Mia moglie e io abbiamo insegnato sette anni nell’università cattolica in quelle città, che mi hanno fatto conoscere l’America vera, non quella finta di telefilm come Happy Days o Friends. Abbiamo ancora molti colleghi, amici e parenti in quella zona urbana plasmata come poche dalla presenza delle chiese – protestanti (luterani scandinavi in particolare), ancora prima di quelle cattoliche. Nel resto dell’America, uno dei modi di definire quelli del Minnesota è Minnesota nice, per dire di una gentilezza particolare nei modi di fare, all’opposto dei modi bruschi degli americani di New York o Boston. Quando un minnesotano che non ti conosce non è d’accordo con te, dice that’s interesting oppure that’s different, per non esacerbare il disaccordo. Non stupisce che quella città sia stata uno dei centri dell’ecumenismo negli Stati Uniti. Su quelle rive del Mississippi nacque anche, cent’anni fa esatti, il movimento per la riforma liturgica in Nordamerica, che poi seguì la corrente del fiume fino al Midwest più a sud. Quella chiesa locale è la culla del cattolicesimo sociale americano (cercare su Google monsignor John Ryan), che influenzò le politiche del New Deal di Franklin D. Roosevelt. La cultura sociale solidarista non è solo materia di politiche pubbliche, ma anche di stili di vita: aiutarsi tra colleghi in momenti complicati (il trasloco, la nascita di un figlio/a) era parte integrante della vita in una città (quella di Charles Schulz, il padre di Snoopy e Charlie Brown dei Peanuts) molto fredda nelle temperature, ma calda nei rapporti umani. La comunità somala e quella Hmong (rifugiati dal Laos, una delle conseguenze della guerra in Vietnam) sono parte integrante della vita della città, e da decenni. È una chiesa locale in cui la liturgia eucaristica viene celebrata anche in forma inculturata per i nativi americani. Sono molti i motivi di contrasto tra le scene di violenza da parte delle forze federali per le strade di Minneapolis e i ricordi personali che ho di quella città. Ma non stupisce la scelta di prendere di mira quella zona del paese da parte dell’amministrazione Trump: per le sue tradizioni politiche solidariste e democratiche, ma anche per la presenza capillare e pacifica di chiese e religioni (compresi ebraismo e islam) nel tessuto politico e sociale. Una parte di America in cui religioni e democrazia si ispirano reciprocamente, in modi molto diversi dall’ideologia del Make America Great Again. (Massimo Faggioli)

Migranti Press 11/12 2025

23 Gennaio 2026 - L’ultimo numero del 2025 di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina e approfondisce il tema-guida del Rapporto Italiani nel Mondo 2025non siamo un Paese di “cervelli in fuga”. L’Italia si racconta come il Paese della grande fuga dei giovani altamente qualificati, ma parlare di “cervelli” è offensivo per chi parte come per chi resta. E l’immagine tragica della “fuga” offusca la dimensione della “scelta”.

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Migranti Press 11-12 2025 Copertina

 

“La bestemmia di un aiuto mancato”. Arte e contemporaneità. Intervista a Marcello Silvestri

14 Gennaio 2026 - Stiamo vivendo un inferno, con sempre meno consapevolezza. Difficile costringere la mente a rifletterci, mentre la legna sussurra nel camino e il sole si inabissa fra gli alberi e il mare, oltre la finestra. Eppure c’è dolore, all’esterno e non solo. «Se la lettura del Vangelo, della Bibbia, non ti graffia dentro, non è autentica». Inizia così il pomeriggio con Marcello Silvestri, artista, pittore e scultore italiano di respiro internazionale, che ha viaggiato insieme alle sue opere a Roma, Parigi, Bruxelles, New York, Osaka. È stato uno degli artisti che hanno impreziosito la Bottega d’Arte aperta da Fondazione Migrantes sulla Terrazza del Pincio a Roma, in occasione dell’Earth Day 2025. [caption id="attachment_70064" align="aligncenter" width="300"]Marcello Silvestri Marcello Silvestri[/caption] Impegnato nel sociale, ha interpretato la Bibbia mescolandola ad appelli ecologici, denunce della violenza bellica, meditazioni su migrazioni e rifugiati. «Come nell’Apocalisse, l’immagine della porta chiusa. Il testo dice: “Sto alla porta e busso”. Quindi c’è qualcuno che sta dietro quella porta, che vuole entrare… Ricorda la parabola dell’amico importuno. Questo Cristo che è dietro la porta e bussa, se non lo avvertiamo come una persona che ci dà fastidio, che ci fa alzare, per poi scoprire che invece è una persona che vuole stare con te, vuole mangiare insieme, non possiamo comprendere il Vangelo. Non è un racconto del passato. Ha una contemporaneità». È una contemporaneità che passa anche attraverso le immagini? Io leggo, in Isaia 64, che “tutti siamo avvizziti come foglie”, che “le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”. Nessuno cerca il bene. È una fotografia che Isaia fa della contemporaneità di chi legge quel testo. Pensiamo, allora, a questa parola nella nostra contemporaneità: nei migranti e nei profughi che non vengono accolti, come se ci fosse una scritta davanti a tutte le coste d’Italia e d’Europa: “Vietato l’ingresso agli stranieri”. Isaia ha un altro mondo nella testa, per questo dice così – “avvizziti come foglie” – usa questa immagine, ma poi aggiunge: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani”. Prima ci vengono messe davanti le foglie calpestate e bagnate dalla pioggia, oggi le immaginiamo calpestate dalle scarpe, dalle gomme delle macchine e dei motorini, marce. Allora, dobbiamo abbinare il testo di Isaia con quello della Genesi, perché nel creare l’uomo Dio ammucchia il fango. Se entriamo dentro queste parole febbrili, vediamo il fango raccolto, ammucchiato, con la grazia che un vasaio usa per costruire un vaso. Un testo così vecchio diventa contemporaneo quando io vedo il vasaio che costruisce: c’è il fango delle foglie morte, c’è il gesto liturgico del vasaio che plasma, e questo modo di accarezzare il vaso sono le mani di Dio che ci accarezzano per costruire la nostra persona. Questa è la contemporaneità del testo sacro. [caption id="attachment_70063" align="aligncenter" width="300"]Marcello Silvestri, "Tombe in mare con cartiglio" Marcello Silvestri, "Tombe in mare con cartiglio"[/caption] E la contemporaneità dell’arte? In un’opera che ho realizzato in tema di migrazioni (Naufragio, 2016, ndr), ci sono degli occhi che ci guardano, fra le onde. È la vergogna dei cosiddetti governi emancipati, questi occhi che chiedono aiuto, chiedono pietà. Si rifà al naufragio di san Paolo, ma il suo naufragio diventa la contemporaneità del nostro oggi. Oppure, in un’altra opera (Tombe in Mare, 2015, ndr) rappresento lapidi di differenti forme e misure, come sono differenti le fedi e il credo delle persone che l’acqua ha inghiottito. E poi, in basso, un cartiglio, l’ultimo grido soffocato dall’onda che emette chi chiede aiuto e non riesce a terminare la parola. Un simbolo inventato, che non è nessuna lingua ma che potrebbe essere ciascuna. Una locuzione di aiuto, inaudito e inascoltato. Cose che nessuno vuole udire e vedere. I giornali ne parlano, i politici fanno omaggi, ma rimane la bestemmia di un aiuto mancato. Allora ci vuole un’arte che dica queste cose, che vada oltre le edulcorate parole di pietà. Dirlo come? Sono tanti anni che traduco il testo biblico a colori. Ho dilatato la lettera, perché la lettera non si vede. Quando io parlo voi non vedete niente, ascoltate, invece la lettera scritta la vedi. Ma san Paolo vuole che la fede sia trasmessa attraverso la predicazione, “la stoltezza della predicazione”, e la predicazione può essere verbale o cromatica. Allora io dilato la verbalità della parola, la faccio diventare cromatica e parlo alle persone. C’è un problema, però: è una predicazione non fatta di regole e dogmi ma, per così dire, di affetto e adattamento a chi ho davanti. Il mio pubblico è stato sempre quello del terzo stato. Ho vissuto per anni alla Repubblica dei Ragazzi, dove si raccoglievano giovani senza famiglia. Ho fatto per un decennio catechesi nel carcere di Civitavecchia e a ragazzi con problemi di tossicodipendenza. A queste persone non puoi presentare subito la dottrina, perché a loro non interessa. Devi presentarti con il Vangelo che è amore al prossimo. Pensiamo a un bambino di 8 anni che vede la madre fatta a pezzi dal suo sfruttatore; oppure a un ragazzo che fa migliaia di chilometri per trovare un posto dove poter respirare e vivere: arriva in Italia, da solo, dopo aver visto gli altri annegare, è subito reclutato dalla malavita, spaccia droga e finisce in carcere. Non sappiamo da dove viene, cosa gli serve, cosa gli è successo, cosa vorrebbe fare: sappiamo solo che merita la galera. Il Vangelo è libertà, è bellezza, è un grazie per la vita. [caption id="attachment_70062" align="aligncenter" width="300"]Marcello Silvestri, "Naufragio" Marcello Silvestri, "Naufragio"[/caption] Spetta anche all’arte mostrarlo? Per far capire il Vangelo serve una catechesi visiva, oltre che di parole. Prendiamo l’immagine della vite, che è Cristo, e dei tralci. Ci sembra un’immagine bella, ma se si guarda come è fatto il tronco della vite, si vede che è nodoso, con lacerazioni e spacchi: sono le torsioni dell’anima che vive Gesù prima di essere crocifisso. Nella mia rappresentazione della vite, siamo alla transavanguardia, sia come tecnica che come proposta artistica. La drammaticità di questo discorso lo dice l’opera, questa icona contemporanea che mostra la realtà, queste nervature, questi dolori, come anche la speranza del frutto. Fra l’altro, il Vangelo raccontato con questo tipo di immagini semi-astratte è accettato anche dai protestanti. Ancora, prendiamo la Lettera agli Ebrei. Dice: “Avete assaporato la bella parola di Dio”, per-ché in greco kalòs kai agathòs, il bello e il buono, si identificano. Quindi, la bellezza e la bontà della parola di Dio coincidono. C’è un estetismo, un’architettura, che può mostrare il senso del testo originale del “gustare” qualcosa che è “bello”. Ci vogliono persone che raccontino con il colore, con la materia, la contemporaneità dei testi che si leggono. Però anche la contemporaneità cambia, e quindi il modo di raccontarla. Sì. Prendi il tema dell’ecologia: l’ho affrontato ripetutamente, anni fa con i dipinti figurativi del Cantico delle Creature di san Francesco; nel 2025 con la mostra “Sacra. Ecologia Dentro”, che, ispirata dalla Laudato si’, mostra la terra, l’aria, l’acqua, il fuoco, i quattro elementi della vita, in stile astratto, arte povera. Il Cantico come lo avevo rappresentato negli anni ’90 non possiamo più proporlo oggi: dovremmo invece proporre il Miserere mei, Deus, perché abbiamo lasciato che altri distruggessero la terra, diventata proprietà di miliardari e sfruttatori. [caption id="attachment_70061" align="aligncenter" width="207"]Marcello Silvestri, "La battaglia" Marcello Silvestri, "La battaglia"[/caption] In questo senso, quale via traccia l’arte? C’è bisogno di rivalutare l’umanità di Cristo. Dio si è incarnato. Non si è fatto solo “ebreo”, solo “bianco”, solo “nero”. Si è fatto carne, si è fatto umanità. Dobbiamo saper leggere l’unica umanità vera, la sua, perché noi siamo tutti disumani: l’unica umanità è quella di Cristo. Per questo, vanno sottolineate le opere che ha fatto Cristo, perché noi nell’arte lo vediamo sempre rappresentato in bronzo, in gesso, in legno, in plastica. Ma quella è carne e ossa, è vissuto, è verità, è persona, è incarnato. E va visto, letto e vissuto come umanità. Quando mangia le spighe, quando perdona, quando guarisce, sono le stesse opere che dovremmo fare noi nel nostro lavoro: compiere quelle opere lì, amare il prossimo attraverso il nostro lavoro. Viviamo una generazione corrotta, non c’è più l’umanità, non esiste. Ecco il compito nostro: dire e fare, con tutti i limiti creaturali, che questo è il Vangelo e che questo è il senso umano di esistere. (Simone Varisco | "Migranti Press" 11-12 2025)

“La speranza è itinerante”. Tra Napoli e Roma con rom, sinti e itineranti

26 Gennaio 2026 - “La speranza è itinerante. Mio padre e mia madre erano aramei erranti” è stato il tema che ha fatto da filo rosso fra due importanti incontri tra rom, sinti, caminanti e operatori pastorali in cammino con loro: il primo a Napoli, tra il 12 e il 14 settembre, per il convegno nazionale specifico della Fondazione Migrantes; il secondo a Roma, nei giorni 18 e 19 ottobre, per il Giubileo dei rom, sinti e caminanti. Il tema, scelto come titolo del Giubileo, è stato il centro di una lectio magistralis dell’arcivescovo di Napoli, il card. Domenico Battaglia – “don Mimmo” – rivolta a più di 70 persone presenti nell’aula magna del seminario diocesano a Capodimonte, che ospitava il primo incontro: sono arrivati dal Veneto, dalla Lombardia, dal Piemonte, dall’Emilia-Romagna, dalle Marche, dal Lazio e dalla Campania. Insieme a loro numerosi rom, provenienti specialmente dai campi della città metropolitana di Napoli. Una città che aveva già accolto e abbracciato i presenti al loro arrivo, il giorno prima, in particolare con la visita alle catacombe di San Gennaro, gestite da un’impresa sociale – “La paranza” – fondata da don Antonio Loffredo, esempio di cura dei talenti dei giovani provenienti dalle zone più marginali della città (in questo caso il Rione Sanità).
Il Vangelo non chiede prima un domicilio e poi la fede
Mons. Battaglia nella sua lectio ha chiarito subito che la frase “un arameo errante era mio padre” non è triste: è una chiave. Dice che veniamo “da poco” e che Dio costruisce casa proprio lì, dove e quando mancano le sicurezze. Per la pastorale con rom e sinti vuol dire riconoscere la dignità di chi vive di soste e ripartenze, smontare il pregiudizio che confonde mobilità e sospetto, passare dall’“integrazione” che uniforma a un’alleanza che valorizza lingue, mestieri, musica e famiglia allargata. Se il padre era “errante”, il Vangelo non chiede prima un domicilio e poi la fede: offre una famiglia che cammina con chi è in viaggio, capace di fermarsi in un’area di sosta, in un campo tollerato, in un parcheggio ai margini, e di iniziare dal passo giusto: salutare, conoscere i nomi, ascoltare le storie, chiedere permesso, parlare con capifamiglia e mamme, costruire fiducia prima di realizzare progetti. La pastorale specifica lo ripete da anni: non “progetti per”, ma “percorsi con”. Si parte dall’ascolto, si riconosce l’autorevolezza degli anziani, si formano catechisti interni, si punta sulla scuola dei piccoli e su lavori dignitosi per gli adulti, si promuovono aree di sosta legali e sicure, si trasforma l’elemosina in responsabilità reciproca. Non assistenza a strappi, ma vicinanza stabile. Non eventi isolati, ma alleanze territoriali con Comuni, associazioni e parrocchie di confine. È lo stile di fraternità sociale ricordato tante volte da papa Francesco.
Dal “loro” al “noi”
I pronomi “io” e noi” che ritornano nel testo – ha spiegato “don Mimmo” – dicono che la storia di Dio non è lontana: entra in casa, entra in roulotte, entra nel campo. Non parliamo di “loro”: parliamo di noi. È così che la memoria fa pace con la vita. La comunità cristiana, allora, non arriva con moduli precotti e prediche lunghe; arriva con presenza fedele, passi piccoli, ma continui: camminare con le persone, valorizzare le famiglie, proteggere i piccoli, creare legami con scuola e sanità, promuovere luoghi sicuri e legali. La pastorale non è assistenza a scatti, è alleanza che ridà dignità. Se impariamo a dire “noi”, cambia il tono di tutto: meno diffidenze, più fiducia; meno discorsi, più cura concreta; meno “venite da noi”, più “veniamo con voi”.
L’Eucarestia è una cena: si controlla sempre chi manca
Le sollecitazioni del card. Battaglia, insieme ad alcune domande-guida, sono state lo stimolo dei successivi lavori di gruppo, organizzati in tavoli tematici, in cui sono emersi tanti spunti di riflessione. Nel pomeriggio poi si è “praticato” ciò che si era discusso durante la mattina: i partecipanti, divisi per gruppi, sono stati accompagnati da operatori locali e volontari a conoscere la realtà dei campi rom presenti a Napoli. Il gruppo più numeroso si è recato a Giugliano, dove risiedono in condizioni di estrema povertà più di 700 persone; altri sono stati a Scampia, altri ancora nei campi di Gianturco e Barra-Ponticelli. Al termine, tutti a cena a Scampia, ospiti di una famiglia del campo, e infine insieme con la musica degli “O’ Rom”, guidati da Carmine D’Aniello, che uniscono la tradizione napoletana e quella rom. La domenica, l’Eucarestia è stata presieduta dal vescovo ausiliare di Napoli, S.E. monsignor Michele Autuoro, presidente della Fondazione Missio. Prima del pranzo conclusivo c’è stata la restituzione del frutto dei tavoli tematici, guidata da padre Alex Zanotelli. Tra i punti emersi, il primo ha riguardato il rapporto con politica e pubblica amministrazione: “La politica è sorda nei confronti dei rom”, si è detto. Molti non hanno il certificato di nascita, quindi non possono ottenere la residenza e di conseguenza non possono avere un lavoro. Forte è anche la consapevolezza che occorre continuare a sostenere cammini per favorire l’uscita dai campi. Il secondo punto riguarda la Chiesa. È stata ribadita la necessità di conoscere e frequentare i rom che vivono nei territori delle parrocchie, di intraprendere un cammino insieme, per tendere a quel “noi” di cui aveva parlato il card. Battaglia. Se si crea una relazione, non può rimanere solo nel campo, ma bisogna esprimerla fuori, nella società e nella parrocchia. L’Eucarestia è una cena: si controlla sempre chi manca, prima di iniziare. E se mancano gli ultimi, non si inizia. Le barriere, certamente, ci sono, ma si possono superare: con il dialogo, l’ascolto attento e rispettoso, la creatività necessaria per costruire un percorso umano. E per fare tutto questo è necessario anche superare le divisioni ancora presenti tra soggetti ecclesiali e con altri “mondi”; per costruire alleanze profetiche. Il terzo punto è quello dei luoghi “virtuosi” di integrazione. La scuola è lo spazio che ha maggiore potenziale, ma lo sono anche lo sport, la musica e ogni momento o esperienza di aggregazione pomeridiana. È vitale accompagnare i ragazzi soprattutto nell’età dell’adolescenza, il periodo in cui si rischia di più di fare dei passi indietro. In questa cura dei luoghi, va inclusa anche la comunicazione: c’è una cattiva informazione sui rom, anche tramite i social. Il quarto punto emerso riguarda i percorsi possibili per passare dall’“assistenzialismo” alla cooperazione costruttiva. La progettualità deve venire dai fratelli e dalle sorelle rom, perché sono loro che devono prendere coscienza del problema. Dopo l’assistenza, nelle situazioni di emergenza, tutte le persone vanno aiutate nell’autonomia e nella responsabilità. Il ruolo degli operatori gagè deve essere quello di facilitare la consapevolezza dell’importanza della scuola e della formazione, dall’infanzia fino all’espletamento dell’obbligo, e la conoscenza dei propri diritti e doveri di cittadini. È un lavoro che aiuta a creare ponti con il resto della società e che chiama le diocesi ad affiancare e supportare anche altri soggetti del cosiddetto terzo settore.
Il Giubileo a Roma con il Papa
Dopo poco più di un mese dall’incontro di Napoli, si è celebrato a Roma il “Giubileo dei rom, sinti e caminanti”, alla presenza di papa Leone XIV. Più di 3.500 persone provenienti da tutta Europa – incluso un gruppetto di caminanti dall’Irlanda – si sono radunate al mattino del sabato 18 ottobre nell’aula Paolo VI, in Vaticano. Qui si sono susseguiti canti, testimonianze e riflessioni sulla storia e la vita di rom, sinti e caminanti, in attesa del Pontefice, il quale alle ore 11.45 è giunto sul palco della grande Aula progettata da Pier Luigi Nervi. Tre conduttori di eccezione hanno accompagnato l’uditorio nella mattinata: Maris Milanese, presentatrice di TV2000; Eva Rizzin, sinta, ricercatrice universitaria in antropologia e storia della politica; e Jordan Halilovic, rom, studente di economia a Roma. Tra i momenti più toccanti, la performance di una canzone gitana dedicata al Santo Padre, l’ascolto di alcune testimonianze su vicende dolorose di resilienza del popolo romanès e la meravigliosa danza dei bambini rom rumeni del gruppo musicale “Elijah”. Inoltre, i presenti hanno potuto ascoltare alcune bellissime poesie e musiche della tradizione romanì di Spagna, Francia, Austria, Cecoslovacchia, Italia, Paesi balcanici e altre parti di Europa, a riprova del fatto che la cultura romanì è trasversale a tutta l’Europa. Il dialogo dei bambini e dei giovani con Leone XIV Dopo il suo discorso, papa Leone ha avviato un dialogo a braccio con alcuni bambini e giovani rom. La prima domanda che questi ultimi gli hanno rivolto è stata: «Come essere amici di Gesù?». «Essere amico di Gesù – ha risposto il Pontefice – comincia con l’essere amico: è importante essere amici di tutti, è bello avere una vera amicizia. Non possiamo essere amici di Gesù senza conoscerlo. Conoscere l’altro e che l’altro conosca me stesso. Il dialogo con Gesù che si ha nella preghiera è un elemento importante. […] Cercare Gesù anche in comunità, amare Gesù, essere amico di Gesù vuol dire essere amico della Chiesa, cercare anche gli aiuti della Chiesa». È seguita un’altra domanda: «Possiamo crescere in un mondo senza guerre? Possiamo fare qualcosa affinché questo avvenga? ». Qui il Papa ha risposto così: «La pace è possibile, non è soltanto un sogno. Per vivere in pace dobbiamo essere noi stessi persone di pace. Se vogliamo cambiare il mondo, cominciamo da noi: nelle famiglie, tra i compagni di scuola, con il rispetto e il dialogo. Così si costruisce un mondo di pace». Quindi, sul tema del pregiudizio e della diversità, il Papa ha aggiunto: «I bambini non sono preoccupati di chi è diverso. Siamo noi adulti che iniziamo a giudicare e a separare. Ogni essere umano è nato con l’immagine di Dio». Vi è stata quindi un’ultima domanda in spagnolo, riguardante i poveri. Papa Leone ha risposto nella stessa lingua, dicendo: «Siamo tutti esseri umani, ricchi e poveri. Amare un povero è amare una persona senza distinzioni. Bisogna fare attenzione ai pregiudizi e rispettare chi è lontano, chi è nel bisogno, chi è diverso».
Il congedo e il passaggio dalla Porta Santa
Papa Leone, dopo un momento di preghiera alla Vergine, riprendendo il gesto compiuto 60 anni prima da san Paolo VI, ha incoronato la scultura originale della Madonna con il Bambino – presente in sala – “Regina dei rom e sinti”, e ha impartito la benedizione apostolica. Ciascun partecipante aveva ricevuto in dono un’immagine di quella scultura, contenuta in un sacchetto in stoffa realizzato dal laboratorio di sartoria dell’Istituto Penale di Reggio Emilia, alla cui manifattura hanno partecipato anche ospiti sinti della struttura detentiva. Al termine, Leone XIV ha salutato uno a uno i malati e le persone in carrozzina sedute nelle prime file – scambiando qualche parola con ciascuno –, ha benedetto un neonato, firmato biglietti e strumenti musicali, per poi congedarsi tra numerosi applausi. Concluso l’incontro in Aula Paolo VI, il gruppo giubilare si è recato in pellegrinaggio in San Pietro, varcando la Porta Santa.
La celebrazione finale al Santuario del Divino Amore
L’indomani, domenica 19 ottobre, i rom, sinti e caminanti rimasti a Roma si sono dati convegno presso il santuario del Divino Amore – dove sono custodite le reliquie del beato Zefirino, unico santo rom riconosciuto dalla Chiesa cattolica – per un’Eucarestia all’aperto. La concelebrazione è stata presieduta da S. Em. il cardinal Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La Santa Messa è stata animata con canti di tutte le tradizioni musicali romanì europee, coinvolgendo i presenti in una vera celebrazione di gioia e di ringraziamento a Dio per il dono della Vita. È stato il modo più bello per concludere il cammino comune che ci ha portato da Napoli a Roma. (Eraldo Cacchione e Simone Strozzi in "Migranti Press" 11-12 2025)

“Non siamo cervelli in fuga”. La complessità della mobilità italiana. Il numero 11-12/2025 di “Migranti Press”

13 Gennaio 2026 - L’ultimo numero del 2025 di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina e approfondisce il tema-guida del Rapporto Italiani nel Mondo 2025: non siamo un Paese di “cervelli in fuga”. L’Italia si racconta come il Paese della grande fuga dei giovani altamente qualificati, ma parlare di “cervelli” è offensivo per chi parte come per chi resta. E l’immagine tragica della “fuga” offusca la dimensione della “scelta”. In evidenza, i due editoriali e l’intervista all’artista Marcello Silvestri. Nell’editoriale del direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo, che abbiamo già anticipato su migrantesonline.it, troviamo ciò di cui è opportuno dire grazie per il 2025 accanto alle sfide per il 2026, una in particolare… Nell’altro editoriale, Paolo Lambruschi accende un piccolo spot su degli emigrati italiani che non ti aspetti. Mentre con Marcello Silvestri affrontiamo il possibile ruolo dell’arte nel vivere la contemporaneità, con una riflessione particolare su ciò che riguarda la mobilità umana. E ancora, oltre all’ultima puntata della rubrica “Paesi sicuri?” – che ci ha accompagnato per tutto il 2025 – dedicata all’Algeria, due racconti di donne che nel mondo “salvano e si salvano” di Antonella Mariani, la questione del disagio abitativo delle comunità immigrate in Italia, vista da una città come Salerno, la strada fatta insieme a rom, sinti e caminanti, dall’Incontro nazionale degli operatori pastorali di settore a Napoli fino al Giubileo con Leone XIV a Roma.   Infine, le nostre rubriche (Norme e giurisprudenza, Brevi e Segnalazioni – Libri, Cinema, Arte, etc).
In sommario
Foto di copertina: © Song_about_summer - Adobe Stock
Editoriale I “grazie” per il 2025. E la sfida per il 2026 mons. Pierpaolo Felicolo
L’altro editoriale “Italbangla” a Londra. Gli emigrati italiani che non ti aspetti Paolo Lambruschi Primo Piano Oltre la fuga e la retorica dei “cervelli”. Il Rapporto Italiani nel Mondo 2025 Delfina Licata L’Italia secondo il RIM. Intervista a Paolo Pagliaro Simone Sereni Immigrati e rifugiati
  • Protagoniste. Donne nel mondo che salvano e si salvano Antonella Mariani
  • La lunga strada verso un “abitare sicuro” Antonio Bonifacio

Il problema abitativo tra le comunità immigrate. Una ricerca specifica dal Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes 2025 Simone Varisco

Paesi sicuri?
Algeria a cura di Mirtha Sozzi e Giovanni Godio
Rom, Sinti e Caminanti
Leggi e giurisprudenza a cura di Alessandro Pertici Ufficio nazionale per i problemi giuridici della Cei
Brevi Segnalazioni
[caption id="attachment_70038" align="aligncenter" width="724"]Migranti Press 11-12 2025 Copertina (foto: © Song_about_summer - Adobe Stock)[/caption]

I “grazie” per il 2025. E la sfida per il 2026

22 Dicembre 2025 - Siamo nel tempo di Natale. E in quello dei bilanci. Il 2025, dal punto di vista ecclesiale, è stato innanzi tutto all’insegna della gratitudine. Siamo grati per la vita di papa Francesco, da cui ci siamo congedati nella notte tra la Pasqua e il Lunedì dell’Angelo; per l’elezione di papa Leone; per aver potuto attraversare quest’anno giubilare. In particolare, è stato bellissimo vivere il Giubileo dei migranti, in concomitanza eccezionale con la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Il passaggio di testimone tra Francesco e Leone qui è stato sul territorio italiano, con i 96 pastorale fatta alla base e nel esplicito: papa Bergoglio aveva indicato il tema della Giornata – “Migranti, missionari di speranza” – e papa Prevost ci ha regalato un Messaggio che ci consegna un’immagine-guida, quella della missio migrantium. Siamo certamente soddisfatti anche del lavoro della Fondazione nel corso dell’anno, a livello nazionale e soprattutto sul territorio italiano, con i 96 progetti specifici e 10 di ricerca sostenuti e animati. La realizzazione dei nostri tre Rapporti annuali – Rapporto Immigrazione, con Caritas Italiana; Rapporto Italiani nel Mondo; Report "Il diritto d’asilo" – è poi l’espressione più istituzionale ed evidente di un’azione di ricerca, informazione, formazione e accompagnamento pastorale fatta alla base e nel quotidiano da tanti piccoli tasselli. La mobilità umana, dall’Italia e verso l’Italia, è un fenomeno complesso e intrecciato, con diverse criticità, ma anche ricco di opportunità. Fin qui, le cose belle e comunque importanti nella nostra missione pastorale. Ovviamente, i “ma” sono tanti e preoccupanti, in un contesto internazionale in cui la logica della guerra, l’ossessione per la “sicurezza armata” e per la costruzione del nemico, sembrano guadagnare ogni giorno un metro in più. Mi soffermo su due aspetti per arrivare a una domanda sincera e aperta. Da un lato, i dati preliminari sul 2025 diffusi da Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, ci dicono che c’è un forte calo degli ingressi irregolari nell’Unione Europea. Ma, come ha commentato su Avvenire Paolo Lambruschi, “resta grave il bilancio di perdite di vite umane, con oltre 1.700 morti sulle rotte migratorie mediterranee che partono dal continente africano in direzione della Fortezza Europa”. Dall’altro lato, politica e media, in Italia come altrove, continuano a soffiare strumentalmente sulle paure della cittadinanza rispetto ai fenomeni migratori e alle loro presunte implicazioni. Mi sembra che dobbiamo fare i conti col fatto che produrre ricerche, informazioni e dati o confutare scientificamente dei preconcetti sia necessario, ma non basti – anche nelle nostre parrocchie – a riportare l’opinione pubblica dentro i binari dell’obiettività e a restituire alle persone, di cui parliamo e di cui ci occupiamo tutti i giorni, la loro dignità. Cosa possiamo fare? In questo senso, penso anche alle occasioni in cui nel corso dell’anno ci siamo dovuti chiedere se fosse necessario emanare l’ennesimo comunicato per commentare l’ennesimo naufragio, macabra e inaccettabile ricorrenza di morti evitabili. Non corriamo forse il rischio di assuefarci alla ritualità del pianto, delle parole, dei commenti? Con le nostre parole accendiamo davvero un riflettore? Cominciamo a chiedercelo. Altrimenti le morti, che la statistica e la spettacolarizzazione del dolore lasciano senza volto e senza storia, saranno inutili. Come Fondazione Migrantes vogliamo raccogliere questa sfida per il 2026 insieme a te che leggi: aiutaci a trovare le parole, le proposte, le scelte opportune. Alla luce del Vangelo. (mons. Pierpaolo Felicolo | "Migranti Press" 11-12 2025) [caption id="attachment_69453" align="aligncenter" width="1024"]Rifugiati (Max Hirzel)[/caption]

Giornata internazionale dei migranti: la storia di Balbir Singh

17 Dicembre 2025 - Il 18 dicembre si celebra la Giornata internazionale dei migranti, proclamata dall'Onu nel 2000 per ricordare l'approvazione - il 18 dicembre 1990 - della "Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie". Per l'occasione ripubblichiamo integralmente da "Migranti Press" l'intervista di Ilaria De Bonis a Marco Omizzolo sulla vicenda "esemplare" - un storia di successo ma anche di fallimenti - di Balbir Singh. È forse ingenuo defini­re la storia di Balbir Sin­gh semplicemente come di successo o “a lieto fine”. Ma, in effetti, quella del braccian­te sikh indiano rimasto schia­vo per sei anni in una tenuta di uno dei tanti “padroni” dell’A­gro pontino, e poi liberato, non può essere chiamata in altro modo. L’uomo, originario del Punjab come migliaia di altri braccianti nelle campagne laziali, è emer­so dalla trappola di una vita di­sumana e fuori legge (schiaviz­zata eppure “normalizzata” in Italia), grazie alla sua forza di volontà, alla preghiera, e a una profonda fede in Dio, quella del sikhismo appunto. Ma senza la rete di persone, con Marco Omizzolo al cen­tro, che si sono occupate di lui, dopo mesi di lavoro in accordo con le forze dell’ordine, Balbir non sarebbe mai uscito dalla schiavitù. Ne abbiamo parlato proprio con Omizzolo, classe 1975, so­ciologo, giornalista, attivista e grande conoscitore della realtà nelle campagne della Pianura Pontina. È co-autore con Singh di Il mio nome è Balbir, pubbli­cato da People editore. «Oggi Balbir è impiegato come lavoratore agricolo nelle cam­pagne italiane, con un contrat­to di lavoro in regola e ha preso la patente. È molto grato all’I­talia per averlo aiutato a uscire da questo incubo. Per lui lavo­rare, rimanere qui e poter gui­dare un veicolo è un grande successo! Sia dal punto di vista lavorativo che personale e fa­migliare, Balbir Singh sta cre­scendo», ci spiega Omizzolo. Tuttavia questa storia racconta anche il fallimento di un Paese, il nostro, che consente di tene­re in piedi un sistema di corru­zione, criminalità e schiavitù molto solido, dove i “padroni” si spalleggiano a vicenda e al­cuni imprenditori locali, grazie alla connivenza degli enti in­termedi, possono schiavizzare gli esseri umani. Ci sono leg­gi, spiega Omizzolo, come la Bossi-Fini, che «rendono pos­sibili situazioni di precarizza­zione, eclissamento dei diritti e delegittimazione» delle per­sone, con o senza permesso di soggiorno. Marco è decisamen­te uno dei riferimenti di quella rete che combatte da moltissi­mi anni per portare alla luce si­tuazioni di sfruttamento e raf­forzare gli strumenti a favore di chi vive in Italia. Tuttavia, rispetto al fenome­no ignobile del trattamento dei braccianti nelle campagne, del lavoro in nero e della violazio­ne degli obblighi sanitari e le­gali, ammette di non essere per nulla ottimista: «Questo feno­meno, che sfocia nello schia­vismo, nonostante le molte in­chieste fatte e nonostante sia tutto uscito allo scoperto, non è stato scalfito in Italia». L’affermazione di Omizzolo, che è anche docente universi­tario, pesa come un macigno. La denuncia è forte: «c’è una macchina social-politica e cul­turale che persiste. Un impian­to normativo procedurale e un welfare che hanno come scopo quello di produrre schiavi. Ne­gli anni questa macchina è ri­masta invariata». L’intricato meccanismo che rende “mafiosa” tutta l’attività che ruota attorno ai “padroni” è stato analizzato in diversi libri da Omizzolo; in particolare con "Il sistema criminale degli india­ni punjabi in provincia di Latina", pubblicato nel volume a cura di Stefano Becucci e Francesco Carchedi, Mafie straniere in Ita­lia, come operano come si con­trastano (Franco Angeli, 2016). Dall’altra parte della barrica­ta ci sono persone senza pro­tezione, ma molto rispettose persino del padrone: tutto ciò è insito nella visione del sikhi­smo, così come l’attaccamen­to al lavoro e il senso di solida­rietà. Nonché la voglia di fare giustizia. «Abbiamo anche avviato delle cause contro alcune aziende – dice Omizzolo –, ma ci voglio­no almeno tre anni per otte­nere giustizia. E nel frattempo molti lavoratori vengono li­cenziati. Ci sono casi di donne maltrattate, che hanno subito abusi e ricatti sessuali, ma non è scontato pensare che otten­gano giustizia». C’è la storia di una trenten­ne molto coraggiosa che anni fa ha raccontato tutto nel cor­so di un’assemblea pubblica, mettendosi a nudo con fati­ca: «e non è facile per le don­ne, abituate al silenzio e a star nell’ombra, denunciare gli abu­si», dice Marco. Queste vite sommerse e ben nascoste, occultate da un si­stema che è nato per lo sfrutta­mento, già da alcuni anni stan­no emergendo. È amaro constatare come l’azio­ne di Omizzolo e quella di tan­ti come lui, compresa la Chiesa cattolica che sul territorio è im­pegnata ad aiutare, «hanno fat­to emergere il sistema, ma non lo hanno potuto indebolire». Il sociologo dice che c’è «una ecclesia straordinaria, come quella del Monastero di San Magno a Fondi, che fa tanto per dare sostegno a chiunque ne abbia bisogno». Ma il sento­re è che la buona volontà non basti più. Che serva un’azione politica forte. L’azione dei sin­dacati, ad esempio, nella qua­le lo stesso Omizzolo credeva molto in passato, «appare oggi deludente», ammette lui. Se qualche tempo fa ci ave­va raccontato: «non è vero che il sindacato ha esaurito la sua funzione: qui siamo di fronte a nuovi conflitti sociali», oggi è decisamente più scettico e per certi versi abbattuto. Tornando invece alla “parte sana”, e di nuovo a Balbir, che è portatore di speranza vera, vale la pena leggere il libro per­ché è un’incredibile immersio­ne nell’universo fisico, mentale e spirituale di un uomo dall’e­levata forza morale. «Da circa sei anni non entro in un nego­zio, non torno a casa dai miei figli, non vado a fare una pas­seggiata, a una festa sikh o a un matrimonio. Sono carne e ossa usate dal padrone per i suoi in­teressi», racconta nel volume. Per ben sei anni, relegato in una roulotte, vive vessazioni, fame, privazione di libertà per­sonale e duro lavoro. E tuttavia non si arrende, mantiene sal­da la sua umanità e lo sguardo alto al cielo: è un insegnamen­to di come si possa non passare dal ruolo di vittima a quello di carnefice, e di come si possa te­stimoniare il bene. Leggendo, noi pure veniamo contagiati, siamo spinti all’a­zione. Non possiamo più dire di non sapere o di non voler ve­dere. Balbir non apre gli occhi al sistema corrotto, perché non fa miracoli, ma li apre al resto del mondo libero. «Noi schiavi abitiamo accan­to a voi, a volte anche den­tro le vostre case» scrive Bal­bir nel capitolo “La schiavitù è sotto gli occhi di tutti, eppure ci chiamate invisibili”. «Ci po­tete incontrare per strada, in un cantiere, al supermercato, in fila all’Ufficio immigrazione della Questura o mentre peda­liamo su una bicicletta scassa­ta, indossando uno zaino enor­me per consegnare nelle vostre mani delle gustosissime pizze made in Italy cucinate da mol­ti di noi». Come ci spiega ancora Mar­co Omizzolo la vicenda di quest’uomo «non è un caso ec­cezionale, isolato ma Balbir ha comunque vinto». «È stato da poco di nuovo in In­dia dove ha potuto riabbraccia­re la moglie e i figli e soprattut­to conoscere il nipotino nato da poco. È possibile affermare che Balbir si dava per morto e invece abbraccia il futuro. Ave­va anche pensato al suicidio durante quei sei anni, ma alla fine non lo ha fatto, perché è un uomo profondamente reli­gioso e la sua religione gli vieta di uccidersi». Balbir ci insegna la postura da assumere, il senso di gratitu­dine per il creato e l’amore per gli altri da mantenere anche in situazioni di grave sofferen­za. «Lo schiavo oggi non ha le catene, però, per come viene considerato, trattato, definito e sfruttato, non può esercitare quei diritti che voi considerate normali». Eppure ha sempre la possibilità di scegliere se sta­re dalla parte della vita o del­la morte, del cielo o dell’abis­so, del sorriso e della speranza o della disfatta totale. ("Il successo di Balbir Singh e il fallimento di un sistema schiavista. Una conversazione con Marco Omizzolo" di Ilaria De Bonis - da "Migranti Press" 10 2025). [caption id="attachment_69167" align="aligncenter" width="1024"]Balbir Singh e Marco Omizzolo Balbir Singh e Marco Omizzolo[/caption]

“Giovani protagonisti silenziosi”. Che Italia emerge dal Rapporto Immigrazione 2025? | In uscita “Migranti Press” 10/2025

4 Dicembre 2025 - Roma, 4 dicembre 2025.  È in uscita il numero 10/2025 di Migranti Press, il periodico della Fondazione Migrantes. In copertina, la “giovane Italia silenziosa” che emerge dal Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes 2025: un’Italia che è cambiata e continua a cambiare, senza clamore, ma con la forza di una trasformazione profonda. È l’Italia dei giovani di origine straniera, nati o cresciuti in un Paese che è anche il loro, che oggi rappresentano non soltanto una componente numerica rilevante, ma soprattutto un laboratorio vivente. In evidenza, l’editoriale della presidente dell’associazione “Tutori in rete”, Paola Scafidi, che chiede “un tutore volontario per ogni minore”: la realtà dei minori stranieri non accompagnati vista da chi vorrebbe prendersene cura, ma ancora non può farlo fino in fondo; e poi, il progetto, da poco concluso a Roma, della Mostra immersiva sull’emigrazione italiana, “Come ponti sul mondo”. E ancora, oltre alla rubrica “Paesi sicuri?”, questa volta dedicata al Sudan, anche “La speranza è una radice”, l’esperienza del Festival dell’Accoglienza di Torino; l’intervista a Marco Omizzolo sulla storia di Balbir Singh e di come si è liberato dalla schiavitù del caporalato; un racconto di una giovane studentessa su Gaza, premiato al concorso “La scrittura non va in esilio” del Centro Astalli.  Infine, le nostre rubriche (Norme e giurisprudenza, Brevi e Segnalazioni – Libri, Cinema, Arte, etc).

Info:mpress@migrantes.it

Migranti Press 10 2025 Copertina

“Oltre il mare, oltre i muri”. Il Festival della Migrazione compie 10 anni

22 Ottobre 2025 - Il 22 ottobre 2025 parte ufficialmente la 10ma edizione del Festival della Migrazione, promosso sin dal principio dalla Fondazione Migrantes. Ecco come il presidente del Festival, Edo Patriarca, ha presentato questa edizione speciale della manifestazione, nata a Modena, sulle pagine dell'ultimo numero di "Migranti Press".
Raccontare 10 anni del Fe­stival della migrazione è come raccontare un po’ la storia del Paese. Il tema delle migrazioni è una questione sul­la quale si è giocato tanto nella politica come pure nel dibattito pubblico sociale e culturale. Quali sono stati e sono tutto­ra gli assi portanti di questa av­ventura iniziata da un gruppo di amici, dall’associazione Porta Aperta, con l’Università di Mode­na e la Fondazione Migrantes? I punti sono rimasti presso­ché invariati nonostante nel frattempo si siano succedu­ti governi di vario colore e con maggioranze diverse. Anzitut­to abbiamo raccontato la real­tà del fenomeno migratorio con verità e onestà. Abbiamo scrit­to nella nostra Agenda che “vi­viamo in emergenza dimenti­cando che le migrazioni sono un fenomeno strutturale, ine­stinguibile, che andrebbe ac­compagnato da una narrazione onesta fondata sulla verità del­ le cose, sulla realtà conosciuta e accolta per quella che è. Troppa la propaganda, troppe le infor­mazioni non veritiere e l’enfasi data alla presunta eccezionali­tà o all’emergenza del fenome­no migratorio che offuscano le cause più profonde e le dina­miche effettive”. Da qui il contributo di analisi e di dati offerti per fare chia­rezza sul fenomeno. Partire dai dati di realtà per non offrire il fianco a stereotipi e luoghi co­muni cavalcati da populismi che costruiscono il consenso sulla paura del diverso, sulla sacralizzazione dei confini da difendere con muri e barrie­re normative di ogni tipo, sulla presunta invasione che minac­cerebbe le tradizioni del Paese e persino le sue radici cristiane. Sappiamo che non è in atto al­cuna invasione, che non sono i migranti a modificare la mappa demografica di un Paese invec­chiato che perderà nei prossi­mi decenni abitanti soprattutto nelle aree interne, anche per l’e­migrazione di tanti giovani ita­liani. Non saranno i 5 milioni di residenti stranieri in gran parte di religione cristiana a modifi­care questo trend negativo. Dunque il Festival non è solo un’occasione per fare chiarez­za, dicevamo, ma anche per svelare le contraddizioni sul­le quali si sono mossi i gover­ni succedutisi negli anni. La più evidente è la questione la­voro. La relazione tecnica che accompagna il cosiddetto “de­creto flussi” – approvato nel lu­glio scorso dall’attuale gover­no –, che consente l’ingresso di mezzo milione di migranti regolari nel prossimo triennio, dichiara che “le dinamiche po­sitive dell’andamento genera­le dell’economia e dell’occupa­zione possono essere sostenute solo da una politica migratoria che consenta in Italia di avere manodopera indispensabile al sistema economico e produtti­vo nazionale e di difficile repe­rimento nel nostro Paese”. Fermo restando che i lavorato­ri non sono pacchetti, numeri o solo “forza lavoro”, ma per­sone con diritti, quella del go­verno appare di primo acchito una presa di posizione sensa­ta. Peccato non se ne tragga­no le dovute conseguenze: non si parla di politiche di ac­coglienza e di inter-relazione con le comunità locali; di rego­larizzazione della immigrazio­ne originariamente irregolare, ma ormai stabile e integrata; di formazione scolastica e profes­sionale; di modifica della legge Bossi-Fini e di quella per acce­dere alla cittadinanza italiana; di investire risorse e speran­ze, in un Paese con il più bas­so tasso di natalità al mondo, sugli oltre 20 mila minori non accompagnati ospitati nel si­stema Sai (Sistema accoglien­za e integrazione) in carico ai Comuni, e che oggi rischiano di non aver più i mezzi per portar­li avanti; non ultimo di favori­re i ricongiungimenti familiari, proprio perché crediamo nella famiglia come spazio vitale an­che per i lavoratori stranieri. Festival della Migrazione 2025 Abbiamo sempre dichiarato che il Festival è anche un even­to politico nella sua accezio­ne più nobile, per la costru­zione di comunità sempre più fraterne e accoglienti, plura­li e ricche di diversità. La no­stra Agenda scritta a più mani, con il contributo del Comita­to scientifico, intende offrire ai soggetti pubblici e privati e alle istituzioni una bussola, un orientamento per governare un fenomeno strutturale che si gestisce solo con politiche lun­gimiranti e stabili nel tempo. Inoltre le battaglie per i diritti dei migranti misurano la quali­tà e la tenuta della democrazia e dello stato di diritto (quel­lo sostanziale), che è nato pro­prio a tutela soprattutto delle persone più fragili. Con preoc­cupazione stiamo assistendo alla sua lenta erosione, indot­ta dall’ideologia del “governo forte” che attraversa le demo­crazie mature e che vorrebbe ridurre alla irrilevanza le auto­rità sovranazionali, avere una magistratura sempre allinea­ta e Parlamenti ridotti a passa­carte e sotto dettatura. Ma l’aspetto più significativo del Festival è quello cultura­le, con il coinvolgimento del­le Università, delle Migrantes diocesane, dell’associazioni­smo laico e cattolico, e di tan­te amministrazioni locali e re­gionali. Un riferimento costante sono i Messaggi per la Giorna­ta mondiale del migrante e del rifugiato, quelli di papa France­sco e ultimo quello di papa Le­one: “Migranti, missionari di speranza”. In questi anni abbiamo narrato le migrazioni come un elemen­to costituivo della nostra uma­nità, un tratto quasi esisten­ziale. Gli uomini e le donne da sempre sono cresciuti sulla strada, le migrazioni da sem­pre hanno fatto la storia delle comunità. E questo ha compor­tato contaminazioni culturali e religiose straordinarie. Lo spirito che ha animato le precedenti edizioni è quello che anima la vita dei navigato­ri più esperti: viaggiano spesso andando di bolina, controven­to, praticando lo studio e l’os­servazione attenta del presen­te, senza attardarsi e guardando avanti. Conoscere per compren­dere per l’appunto, modifican­do i punti di osservazione, le posture, indagando con ostina­zione nuove prospettive. Temi come l’educazione interculturale, la libertà religiosa e il dialogo fra le religioni, il valore delle diaspore nel nostro Pae­se, la presenza creativa dei gio­vani italiani ormai di seconda e terza generazione, l’Italia del­le professioni sempre più “co­lorate” da persone con back­ground migratorio, sono stati temi sempre presenti in tutte le edizioni. È questa l’Italia che verrà e che noi testardamente continueremo a raccontare. Il messaggio di Leone XIV ci spinge a proseguire su questo cammino: lo sentiamo molto vicino: “In un mondo oscura­to da guerre e ingiustizie, an­che lì dove tutto sembra per­duto, i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di spe­ranza”. Essi sono una benedi­zione, in un tempo in cui sono necessari e urgenti la condivi­sione e la cooperazione contro ogni forma di chiusura, contro nazionalismi e sovranismi. “La generalizzata tendenza a cu­rare esclusivamente comunità circoscritte – continua il San­ to Padre nel suo Messaggio – costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsa­bilità, alla cooperazione multi­laterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana”. Papa Leone si rivolge soprat­tutto alle chiese locali, tal­volta irrigidite e appesantite; le sollecita a restare aperte, a mantenere viva la dimensio­ne pellegrina e a contrastare la tentazione di “sedersi”. Comu­nità per essere “nel mondo” e non per diventare “del mondo”. Un invito alle comunità cristia­ne che noi pensiamo valga per tutte le comunità locali in cui vive ancora speranza e fiducia nel futuro. (Edo Patriarca - "Migranti Press" 9 2025) Festival della Migrazione 2025

In uscita “Migranti Press” 9/2025. “Salto logico”: lo sport di base fotografa la quotidianità di un “Paese reale” che attende solo piena legittimazione

16 Ottobre 2025 - È in uscita il numero 9/2025 di Migranti Press, il periodico della Fondazione Migrantes. In copertina, il balzo mondiale di Mattia Furlani da cui prende spunto l’“altro editoriale” di Elena Miglietti, che mostra come dall’osservatorio quotidiano offerto dai piccoli e grandi atleti dello sport di base e dalle loro famiglie emerga già un Paese reale che chiede solo di essere visto, sostenuto e pienamente legittimato. Mattia Furlani MIgranti Press A seguire, dopo l’editoriale di S.E. mons. Gian Carlo Perego sulla specifica rilevanza dei corridoi umanitari per le donne in fuga da violenze e privazioni, in primo piano, la presentazione della nuova edizione del Festival della Migrazione – “Oltre il mare, oltre i muri” –, che compie 10 anni: come costruire città più giuste e inclusive? E poi: il giubileo dei migranti, letto anche alla luce del pellegrinaggio in vita di alcuni giovani santi; l’intervista a p. Pat Murphy, direttore della Casa del Migrante a Tijuana, in Messico, al confine con gli Stati Uniti; e quella a Gabriella Kuruvilla sul ruolo della letteratura della migrazione nel processo di inclusione; e la nostra scheda sui Paesi cosiddetti “sicuri”: questa volta parliamo di Tunisia. E ancora, la memoria della tragedia di Mattmark, a 60 anni da quella “ultima strage” di lavoratori italiani emigrati; l’esperienza del Coro Millecolori a Napoli; il contributo della Fondazione Migrantes all’effettivo esercizio del diritto allo studio per i figli e le figlie delle famiglie dello spettacolo viaggiante in Italia. Infine, le nostre rubriche (Norme e giurisprudenza, Brevi e Segnalazioni – Libri, Cinema, Arte, etc).
Il sommario completo
  • Editoriale Donne in fuga. Corridoi umanitari e politica europea Gian Carlo Perego 
  • L’altro editoriale I cittadini di fatto di ogni benedetta domenica Nello sport di base vediamo già l’Italia del futuro. E la politica? Elena Miglietti 
  • Primo Piano Oltre il mare, oltre i muri. Il Festival della migrazione compie 10 anni Edo Patriarca 
  • Immigrati e rifugiati
    • La santità è in cammino. Storie di giovani santi, giubilei e migranti Simone M. Varisco
    • A Tijuana è in gioco il “sogno americano”. Intervista a p. Pat Murphy Antonella Palermo
    • La letteratura della migrazione e la nuova Italia Una conversazione con Gabriella Kuruvilla Marina Halaka
    • Paesi sicuri? Tunisia a cura di Mirtha Sozzi e Giovanni Godio 
  • Italiani nel mondo L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana. A 60 anni dalla strage della diga di Mattmark Carlo De Stasio 
  • Rom, Sinti e caminanti Il Coro Millecolori. Le voci di Scampia Eraldo Cacchione 
  • Spettacolo viaggiante Il diritto allo studio dei figli dello spettacolo viaggiante Arianna Cocchi 
  • Leggi e giurisprudenza a cura di Alessandro Pertici. Ufficio nazionale per i problemi giuridici della Cei
  • Brevi
  • Segnalazioni

“Migranti Press”, il numero speciale per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2025

11 Settembre 2025 - È in uscita il numero 7/8 del 2025 di Migranti Press, il periodico della Fondazione Migrantes. Si tratta di un numero speciale, interamente dedicato alla Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2025 (GMMR), che quest’anno – per volontà di papa Francesco – si celebra eccezionalmente in concomitanza con il Giubileo dei migranti e del mondo missionario (4-5 ottobre 2025). Nella prima parte del numero, una serie di articoli propongono una sintesi essenziale delle principali tendenze degli ultimi 25 anni negli ambiti di azione pastorale e di ricerca della Fondazione Migrantes (emigrazione, immigrazione, rifugiati e richiedenti asilo, rom-sinti e camminanti, spettacolo viaggiante) e nella legislazione e giurisprudenza italiana dello stesso periodo. La seconda parte è dedicata a uno speciale regionale – sempre suddiviso per ambiti – che in quest’anno giubilare si sofferma sul Lazio. In copertina, il tema e l’immagine usata per il manifesto della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. E poi: il commento biblico al tema della GMMR di p. Claudio Monge e il sussidio liturgico per la celebrazione della GMMR. Nel suo Messaggio per la GMMR, “Leone XIV evoca una missio migrantium, – scrive nell’editoriale il direttore della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo – la «missione realizzata dai migranti, per la quale devono essere assicurate un’adeguata preparazione e un sostegno continuo frutto di un’efficace cooperazione interecclesiale». Il Papa sembra volerci dire che è proprio questa, oggi, la prima forma di testimonianza evangelica di speranza da contemplare, accanto, certamente, a quella delle comunità che li accolgono. Sono migranti e rifugiati i primi missionari della speranza in questo tempo in cui il cielo appare chiuso come lo sono tante frontiere! Una sottolineatura che mi fa vedere meglio che spesso diamo molto – troppo? – più spazio a quello che facciamo e diciamo noi per loro, invece che direttamente alla voce, alla testimonianza e allo sguardo sulla realtà dei migranti e dei rifugiati, anche nelle nostre comunità”
Il sommario del numero 7/8 2025
  • Editoriale | Missionari di speranza, insieme (mons. Pierpaolo Felicolo).
  • La voce del biblista | La speranza di raggiungere la felicità (Claudio Monge).
  • La mobilità italiana oggi. La ricerca della felicità e la ferita migratoria (Delfina Licata).
  • Da “clandestini” a cittadini. La lunga strada in salita (Simone Varisco).
  • 25 anni di accoglienza di persone in fuga. Tra interazione e contenimento (Mariacristina Molfetta).
  • Un cammino insieme. La Chiesa italiana con i rom e i sinti dal 2000 a oggi (Susanna Placidi).
  • Gente dello spettacolo viaggiante. Uomini e donne di speranza (Mirko Dalla Torre).
GMMR 2025 | Sussidio liturgico «Migranti, missionari di speranza» a cura di sr. Ana Paula Ferreira da Rocha mscs e p. Marcin Paca cr GMMR 2025 | Speciale Lazio GMMR 2025 | Leggi e giurisprudenza
  • Mobilità umana ed evoluzione normativa in Italia dal 2000 a oggi (Alessandro Pertici).
Copertina Migranti Press speciale 2025