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Migranti e rifugiati, i piccoli del Vangelo

7 Settembre 2026 - In un tempo abituato a contare i morti e a considerare un nul­la la vita di ogni creatura, il tema scelto da papa Leone XIV per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2026 ri­corda a tutti che ogni esistenza brilla agli occhi di Dio. È incredibile la critica mossa alla comunità cristiana, accu­sata di «buonismo» e di «fare politica» quando parla di acco­glienza. La Chiesa non anima sentimentalismi e non fa po­litica: fa Vangelo. E da qui una visione di polis, di città umana e umanizzante. Alla fine della vita, infatti, saremo giudicati non sul potere, non sul succes­so, ma sull’amore. Questo vuol dire che di fronte al povero, al sofferente, al bambi­no, non ha senso cercare spie­gazioni o retropensieri. Van­no accolti, e basta. Non come si accoglie un “poveraccio”, ma come chi ha qualcosa da dir­ti e da darti. Quando capiremo che l’altro è quell’oltre che ci porta a pienezza? Quando ca­piremo che solo stando accan­to ai deboli si scopre la dolcez­za dell’anima e del corpo di cui parla Francesco d’Assisi nel suo Testamento? Il Padre misericor­dioso non chiede al figlio «per­ché sei tornato»: sei tornato, sei venuto, sei un figlio, un fra­tello. Altro non serve. Oggi i migranti e i rifugiati sono i piccoli del Vangelo. Dio si ricorda di loro. Esistenze irri­petibili, volti presenti singolar­mente alla memoria del Padre, che giungono a ribaltare le no­stre idee religiose e a metter­ci di fronte a uno scandalo mai sopito: sono loro il volto di Dio, perché con loro si è identificato il Figlio di Dio. Il modo in cui li trattiamo è la cartina di tornasole della veri­dicità del nostro rapporto con Dio. Dirsi cristiani e non acco­gliere è una contraddizione as­soluta. D’altronde, Gesù fug­gito in Egitto per insegnarci che Dio non conosce frontie­re. La famiglia di Nazareth che varca il confine benedice tutti gli attraversamenti di frontie­ra. Fuggire dagli Erodi che non guardano negli occhi i bambini è, a volte, l’unico modo per dare un futuro ai propri figli. La storia è nata e rinata da un bambino a Betlemme, così la storia dell’umanità rinasce ogni volta che un bambino viene cu­stodito. Custodire i bambini è forse, oggi, il compito più ur­gente che ci sia dato. «Una ma­dre a Gaza non dorme… Ascolta il buio, ne controlla i margini, fil­tra i suoni uno ad uno / […] per cullare i suoi bambini. / E dopo che tutti si sono addormentati, / si erge come uno scudo di fronte alla morte» (Ni’ma Hassan). Una madre a Gaza. Una ma­dre in tutti i teatri di guerra del mondo. In questa veglia sen­za sonno si condensa tutto il senso di questa nostra Giorna­ta: perché anche un solo bam­bino, un solo volto, una sola vita, vale come il mondo inte­ro agli occhi di Dio e, se voglia­mo davvero dirci suoi discepo­li, anche ai nostri. (mons. Corrado Lorefice | "Migranti Press" 7-8 2026)   Manifesto GMMR 2026

“Migranti Press”, in uscita lo speciale per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

3 Settembre 2026 - È integralmente dedicato alla Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (27 settembre 2026), come di consueto ogni anno, il numero doppio speciale di Migranti Press in uscita, eccezionalmente in distribuzione presso tutte le parrocchie italiane. Il tema della Giornata (in breve, GMMR), indicato da papa Leone – “Anche uno solo di questi bambini” – è il filo conduttore dei contributi pubblicati sulla rivista, a partire dall’editoriale del presidente della Fondazione Migrantes, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, che ricorda che i migranti e i rifugiati sono i piccoli del Vangelo e che la Chiesa che li tutela e li accoglie «fa Vangelo». Scrive il presidente: «È incredibile la critica mossa alla comunità cristiana, accusata di “buonismo” e di “fare politica” quando parla di accoglienza. La Chiesa non anima sentimentalismi e non fa politica: fa Vangelo. E da qui una visione di polis, di città umana e umanizzante. Alla fine della vita, infatti, saremo giudicati non sul potere, non sul successo, ma sull’amore». Il numero si struttura in due sezioni.
  1. Nella prima cinque brevi saggi che inquadrano il tema dentro i principali ambiti di missione pastorale e culturale della Fondazione Migrantes: immigrazione, rifugiati e richiedenti asilo, emigrazione, spettacolo viaggiante, rom, sinti e camminanti.
  2. Nella seconda un focus dedicato alla presenza della Migrantes in Toscana (in collaborazione anche con Toscana Oggi), introdotto da un testo dell’arcivescovo di Firenze, mons. Gherardo Gambelli. Ogni anno, infatti, a rotazione, la Chiesa italiana individua una Regione ecclesiastica che segua e accompagni con particolare attenzione la Giornata.Non a caso, la S. Messa ufficiale della GMMR sarà celebrata il 27 settembre 2026 alle ore 11.00 nella Basilica di San Clemente in Santa Maria dei Servi a Siena e presieduta dall’arcivescovo di Siena-Colle Val D’Elsa-Montalcino e vescovo di Montepulciano-Chiusi-Pienza, il card. Augusto Paolo Lojudice, presidente della Conferenza episcopale toscana.
In molti contributi del numero speciale di Migranti Press, grande attenzione è dedicata, visto il tema della GMMR, alla condizione dei minori stranieri non accompagnati, con storie, testimonianze e dati. La rivista contiene, inoltre, il manifesto per la Giornata, proposto e realizzato dalla Fondazione Migrantes per tutta la Chiesa italiana, anche in considerazione della “colletta obbligatoria”;  e un sussidio liturgico staccabile. Tali materiali sono disponibili anche sul sito migrantes.it.
Il sommario completo
GMMR 2026 | Il messaggio "Anche uno solo di questi bambini". Il Messaggio di Leone XIV per la 112a Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. GMMR 2026 | Editoriale Migranti e rifugiati, i piccoli del Vangelo mons. Corrado Lorefice GMMR 2026 | La voce del biblista Ero bambino e mi avete accolto Daniele Simonazzi GMMR 2026
  • Anche uno solo di questi alunni Simone M. Varisco
  • In pericolo e abbandonati. I minori stranieri non accompagnati Mariacristina Molfetta
  • Bambine e bambini italiani nel mondo. La geografia della mobilità familiare Marisa Fois e Delfina Licata
  • I figli del viaggio. Accoglienza, gioco e lavoro in un “circo aperto” Alessandro Serena
  • Guardare oltre gli stereotipi. Giovani rom e sinti protagonisti del cambiamento Vittorio Tavagnutti
GMMR 2026 | Sussidio liturgico «Anche uno solo di questi bambini» a cura di sr. Stella Joseph, mscs GMMR 2026 | Speciale Toscana
  • Non dimentichiamo l’ospitalità mons. Gherardo Gambelli
  • Se il porto non è solo una banchina. La Toscana dell’accoglienza alla prova dei diritti Bruno Lazzoni
  • L’accoglienza dei Msna in Toscana Fiamma Andrei
  • «A me non piace la parola integrazione». Omar, dal Marocco al lavoro come educatore nel Sai Fiamma Andrei
  • Custodi della gioia in viaggio. La pastorale silenziosa che abita le carovane Sara Vatteroni e don Giovanni Martini
  • “Altro giro, altra corsa”. Il diritto alla scuola e al futuro per i ragazzi del viaggio Ivonne Tonarelli
GMMR 2026 | Leggi e giurisprudenza La legge italiana e i minori stranieri non accompagnati Alessandro Pertici

“Ti presento la mia terra”. Conoscere gli altri e sé stessi al Centro La Pira

20 Agosto 2026 - Nel XII secolo, il monaco sassone Ugo di San Vittore scriveva nel suo monumentale Didascalicon che «l’uomo che considera dolce la propria patria è ancora un tenero principiante; colui per il quale ogni territorio è come il proprio suolo natio è già forte; ma perfetto è colui per il quale l’intero mondo è come una terra straniera». Otto secoli dopo, l’intellettuale palestinese Edward Said, nel suo Reflections on Exile, affermava, riflettendo su esilio e migrazione, che considerare il mondo come un luogo a noi estraneo «rende possibile l’originalità della visione», un’elasticità mentale capace di dar conto della pluralità di culture, usi e costumi entro la quale navighiamo quotidianamente. In questo senso, il ciclo di incontri “Ti presento la mia terra”, promosso a partire dallo scorso mese di febbraio presso il Centro internazionale studenti “Giorgio La Pira” di Firenze nella cornice dello Spazio Giovani – che riunisce studenti da tutto il mondo in un clima informale di socializzazione e divertimento –, fornisce un’occasione imperdibile per approfondire la conoscenza di Paesi e culture lontane. Le regole d’ingaggio sono presto dette: ogni giovedì sera, un giovane presenta la propria nazione, svelandone aspetti relativi a società, costumi, lingua, religione e cibi. A inaugurare il fitto calendario di incontri con l’Altro, Argentina e Germania, per continuare poi con il Perù e il Sud Sudan, fino ad arrivare, viaggiando con la mente e il cuore, alla Palestina e al Pakistan. Accompagnandosi con immagini, video e canzoni, ogni studente guida per mano gli altri verso la scoperta, individuale e originale, della propria terra d’origine, dalla quale si sono dovuti distaccare momentaneamente per ragioni differenti. Le varie presentazioni vanno, così, a costruire un colorato mosaico di ricordi, emozioni e percezioni che non parlano solo di un territorio punteggiato di città, case, monumenti, ma di un ventre materno, un profumo, un cibo, restituendo il senso di una lontananza nostalgica. A metà tra un punto d’origine e molteplici prospettive d’arrivo, gli “esiliati” della contemporaneità si muovono tra più dimensioni e appartenenze. Questa simultaneità di sguardi – verso il proprio Paese e verso Paesi altri – è un antidoto efficace contro giudizi superficiali e sbrigativi, pietra angolare per costruire una consapevolezza che, partendo dalle identità singole, cerca di fondare un’appartenenza comune, non omogenea, ricca allo stesso tempo di sfaccettature diverse e punti di contatto preziosi. Particolare rilievo hanno avuto le presentazioni di Paesi che, in questo momento storico, stanno vivendo situazioni di conflitto e crisi umanitaria. Durante la presentazione della Siria, le immagini del ricco patrimonio monumentale – dalla cittadella di Aleppo a Palmira – hanno gettato luce su un Paese diverso rispetto a quello che siamo abituati a immaginare. Spostandoci in Palestina, è stato evocato il forte sentimento di attaccamento alla terra di quel popolo, rappresentato dall’albero di ulivo, simbolo nazionale di una lotta contro lo sradicamento e la dimenticanza, lotta fatta anche di piccoli gesti dal grande significato culturale: la condivisione del cibo, i balli tradizionali, l’arte del ricamo. L’Afghanistan ha fatto sventolare la sua bandiera che, dal nero dell’oscurità causata dal dramma della guerra, degrada verso il verde, colore della speranza, riflessa in particolare nei volti dei suoi giovani uomini e donne. L’Etiopia, tormentata in anni recenti da una dolorosa guerra civile, si è mostrata attraverso le sue celebrazioni religiose collettive, le candide tuniche bianche dei fedeli intenti a festeggiare la Pasqua ortodossa, le tremule candele di una notte che si fa giorno e segna la vittoria della luce sulle tenebre. “Ti presento la mia terra” ha fornito la possibilità di andare oltre le immagini di morte e devastazione troppo spesso presentate quali unica chiave interpretativa di intere regioni del mondo, mantenendo comunque un’attenzione verso le pressanti istanze di pace, uguaglianza e rispetto del diritto emerse dalle voci dei giovani studenti stranieri. (Vanni Rosini | “Migranti Press” 6 2026)   Ti presento la mia terra Centro La Pira

“Tondi orizzonti”. Raccontare il dolore e i sogni di chi è emigrato

17 Agosto 2026 - Tondi orizzonti è il secondo libro – realizzato insieme a Fondazione Migrantes e Terre di mezzo editore, con le illustrazioni di Cristiano Lissoni –, per raccontare ai più giovani l’emigrazione degli italiani nel mondo. Mentre i capitoli del primo volume, Sulla porta del mondo, fanno riferimento a ciascuna delle regioni d’Italia di cui ho voluto narrare storie emblematiche – drammatiche o felici – in grado di rappresentare le caratteristiche specifiche di ciascun flusso migratorio regionale (le motivazioni legate al contesto storico-geografico, le differenti destinazioni, lo specifico apporto culturale nei Paesi d’arrivo, i personaggi più rappresentativi...), in Tondi orizzonti i capitoli si riferiscono, invece, alle 10 nazioni del mondo in cui gli italiani sono emigrati in maggior numero. Il titolo del libro vuole richiamare la forma del mondo ma, allo stesso tempo, anche evocare orizzonti di spazio e di tempo non lineari, in grado di unire gli stessi destini, gli stessi drammi, le stesse speranze, in un’esperienza, quella migratoria, che nella storia dell’umanità accomuna le generazioni e i popoli. Si tratta di un’opera frutto di un lavoro intenso che, con l’aiuto di Fondazione Migrantes, ha richiesto notevole ricerca e studio, un percorso a volte straziante per le vicende che ho incontrato, con la volontà di far rivivere soprattutto le vicissitudini di coloro che sono spesso stati considerati dalla storia gli ultimi della società, ovvero le donne e i bambini migranti. Tondi Orizzonti Dal Cin
Dalla Ciociaria a soffiar vetro in Francia
“Nella vetreria Legras – racconta il piccolo Giuseppe Polese condotto nel 1896 dai trafficanti di bambini Vozza e Carlesimo dalla provincia di Frosinone a St. Denis, in Francia – io fui collocato in un fosso dove l’operaio soffiava il vetro rovente; era troppo faticoso, riuscii ad abbandonarlo, ma fui messo ad altro lavoro faticosissimo, a soffiare la pasta rovente, ma vi ero obbligato con palettate dagli operai francesi. Ferito alla testa, scottato in parecchie parti, fui addetto al trasporto: 1400 viaggi al giorno, per un 400 metri, ma anche lì, sempre percosse. Il mio salario era di lire 50 al mese, ma lo riscuoteva il Vozza che sapeva il francese e mi dava mezza lira la domenica, pane duro la mattina, minestra di cavoli la sera. Quando ci coricavamo sulla paglia ci facevan levare la camicia per non farla consumare. Una mattina, il compagno Francesco Fraioli non voleva andare a lavorare, perché non si fidava: fu obbligato dal Carlesimo ad andare. All’officina si accorsero che stava male e a mezzanotte un commesso della fabbrica lo riportò moribondo: portato all’ospedale morì lo stesso giorno. Noi compagni lo accompagnammo al cimitero e gli portammo dei fiori. La cassa ed il trasporto lo pagammo noi, compagni. Poco dopo anche l’altro Fraioli, Felice, non si fidava di lavorare. Ma Vozza veniva all’officina e l’obbligava a lavorare”.
Ernestina, dalla Val d’Aosta all’orrore di Ellis Island
Ernestine Branche era invece una ragazza valdostana che a ventidue anni, nel 1912, arrivò come emigrante a New York. Scriveva: “Soltanto quelli che hanno conosciuto la tragedia di quell’isolotto nei giorni della grande immigrazione sono in grado di comprenderne tutti gli orrori: uomini, donne, bambini gettati alla rinfusa, senza alcun riguardo, come degli animali, mentre gli impiegati, abituati a quel disordine migratorio, urlavano loro selvaggiamente in una lingua che nessuno riusciva a comprendere e li spingevano tutti come se si fosse trattato di animali spinti al macello. […] Perché non c’era qualche donna dal cuore tenero che si prendesse pena di tante miserie, di tante lacrime? Erano considerati come dell’immondizia umana, poiché le grida continuavano senza tregua né pausa. Sì, erano considerati come dell’immondizia umana da quegli impiegati senza cuore che non si ricordavano che erano essi stessi discendenti da tutta quella miseria umana trasportata in America, dove poi, grazie al lavoro e alle privazioni, erano riusciti a crearsi una posizione mangiando un pane condito con lacrime”.
Il cuore del libro è la narrazione
Documentata ricostruzione storica, innanzitutto, ma il cuore delle pagine di Tondi orizzonti rimane comunque la narrazione. Le parole della narrazione offrono, infatti, nuova informazione alla nostra mente, ma sono in grado di realizzare molto di più rispetto alla semplice somministrazione di dati: possono suscitare immedesimazione, emozioni, sentimenti, affetto, empatia, commozione. E i nostri punti di vista, le nostre prospettive, le nostre vite – come quelle dei più giovani – cambiano davvero non quando riceviamo più informazioni, ma quando ci commuoviamo. Per questo ho voluto ancora una volta che il cuore di questo libro, oltre alle rigorose informazioni storiche e alle precise statistiche, fosse narrativo: un cuore che pulsa di storie vere vissute da persone vere. Con il desiderio che, in colui che le leggerà, lo sguardo verso chi arriva da lontano possa diventare più consapevole e più familiare e, lo spero davvero, anche più umano: specie per le giovani generazioni che non hanno avuto la possibilità di ascoltare racconti personali di emigrazione da parte di testimoni familiari. E rispetto alle testimonianze familiari, sappiamo bene come i giovani lettori pretendano dall’adulto, innanzitutto, sincerità e onestà.
L’autore si mette in gioco. L’incipit
Nel definire la cornice narrativa che collega i diversi capitoli, non ho pertanto avuto alcun dubbio sulla necessità di mettermi in gioco raccontando, io per primo, la verità della mia famiglia. Ecco l’incipit di Tondi orizzonti:
“Fisso la pila di lettere che ho qui sulla mia scrivania. Sono 103 lettere custodite da altrettante buste azzurro chiaro, con incollato francobollo canadese ed evidenti scritte PAR AVION-VIA AIR MAIL-CORREO AEREO. Sono 103 lettere di carta leggera perché il prezzo del francobollo si pagava a peso. Sono le 103 lettere che mia zia Wilma, sorella di mio padre, nata nel 1929, scrisse da Toronto, Canada, dove era emigrata. Sono le 103 lettere indirizzate a sua madre Elda Palù, mia nonna, a suo papà Lorenzo Dal Cin, mio nonno, e a suo fratello più piccolo Renzo, nato nel 1936, che poi sarebbe diventato mio padre. La prima lettera è datata sabato 9 aprile 1955 ed è stata scritta sul piroscafo Arosa Star, l’ultima datata venerdì 23 dicembre 1955, scritta due giorni prima della tragedia che la colpì e che segnò di ulteriore dolore la mia famiglia. Wilma e Renzo avevano infatti un fratello maggiore, Luigi, nato nel 1925. Mio zio quindi si chiamava Luigi Dal Cin, come me. Guardo una sua fotografia. È maggio 1941, c'è scritto dietro, calligrafia elegante, inchiostro nero. Ha sedici anni, è in posa davanti alla porta della casa dei miei nonni, la riconosco. Ha i calzoncini corti, le gambe magre. Tiene un fucile tra le braccia. Non è un giocattolo, è un fucile vero. È serio. Aveva i capelli rossi e le lentiggini. Come me. Solo che a diciott’anni lui fu obbligato dai nazifascisti a partire soldato, sotto la brutale minaccia di incendiare la casa di mio nonno. Costretto a combattere dalla parte sbagliata, durante un bombardamento si unì ai partigiani – a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia – che volevano invece un’Italia democratica e libera dall’oppressione del regime fascista. Fu catturato e, su condanna del tribunale militare nazifascista, fucilato senza pietà nel campo sportivo di Parma, il 9 maggio 1944. Era un ragazzo. Aveva solo diciott’anni. La sua uccisione ha talmente segnato di dolore la mia famiglia che io, in ricordo, porto il suo stesso identico nome: Luigi Dal Cin. Guardo una sua fotografia, e penso al desiderio di vita, libertà, giustizia, pace per cui, ancora ragazzo, è morto Luigi Dal Cin. E penso che, oggi, quel desiderio di vita, libertà, giustizia, pace è lo stesso desiderio di vita, libertà, giustizia, pace che mi spinge a scrivere queste parole su questo foglio bianco. E poi tutte le prossime parole con cui riempirò i prossimi fogli. E sento che con queste parole, mai scritte prima, ho appena riportato mio zio Luigi Dal Cin a casa sua. Come in quei racconti irlandesi dove i fantasmi vagano afflitti e sospesi, finché qualcuno, pronunciando il loro nome, finalmente li rende liberi. Ora sapete tutto. No. Quasi tutto. Mia zia Wilma era bella, gentile, dolce, intelligente, generosa, divertente. In paese, a Codognè, gli anziani usano queste parole quando mi parlano di lei. Mi dicono che aveva molti pretendenti, ma non si era mai fidanzata, non si era ancora innamorata di nessuno di loro. Guardo una sua fotografia. È datata dicembre 1955, c'è scritto dietro, inchiostro nero. La stessa calligrafia elegante nella foto di mio zio Luigi, è la scrittura della loro mamma. Wilma lì aveva 26 anni. È seduta dietro un tavolino di legno bianco, in un giardino. Sullo sfondo una foresta di betulle. È in Canada. È davvero bella. Ride. Undici anni dopo il dramma della fucilazione di mio zio Luigi, mancando il primogenito che aiutasse mio nonno e mia nonna a tirare avanti, mia zia Wilma, a 26 anni, è emigrata da sola in Canada per lavorare e inviare soldi alla famiglia, che ne aveva bisogno. Wilma lavorava otto ore al giorno imbustando pezzi di carne che poi venivano venduti nei negozi al dettaglio. Ho letto con grande emozione tutte le lettere di mia zia Wilma. Poi le ho trascritte. In queste pagine ne riporterò alcuni stralci. Quelle parole sono un battito di cuore. Il suo, il mio, quello della mia famiglia. Una nuova audace impresa. Il Canada è una delle dieci nazioni dove gli italiani sono emigrati in maggior numero. Riportare le parole di Wilma è un modo per raccontare l’impatto che può avere l’esperienza migratoria sul cuore di una ragazza di 26 anni, nata e cresciuta nella campagna trevigiana, che parte da sola per andare lavorare a Toronto, la città più popolosa del Canada, senza conoscere una parola d’inglese. Ma sento che questo è un modo per riportare anche Wilma Dal Cin a casa sua”.
Riportare le storie a casa
“Riportare le storie a casa”: credo sia questo, in fondo, il compito dello scrittore. Quando mi sono immerso a raccontare il dolore e i sogni di chi è emigrato è per riportare quel dolore e quei sogni a casa loro. E credo che per comprendere meglio la realtà in cui viviamo, e poter quindi immaginare tutti insieme una futura società, sia necessario, oggi più che mai, riportare a casa le storie della migrazione degli italiani nel mondo. È un attimo poi percepire una connessione tra la nostra storia di emigranti e ogni migrazione, anche quella dei nostri tempi. E i ragazzi, questa tonda connessione, la sanno vedere più di noi adulti. A condizione che noi adulti abbiamo la forza e l’onestà di raccontare una delle verità più dolorose e coraggiose della storia d’Italia. (Luigi Dal Cin | “Migranti Press” 6 2026)

Salute mentale: la casa si costruisce da dentro. Intervista a Barbara Massimilla

13 Agosto 2026 - C'è un tema importante legato alla mobilità umana, che viene spesso sottovalutato e strumentalizzato: quello della salute mentale e, in particolar modo, quello delle conseguenze su di essa dell’esperienza migratoria. Si parla pochissimo delle problematiche che si sviluppano dopo la partenza, durante il viaggio e, come sempre più spesso ci dice la ricerca, anche nel Paese di arrivo. Spesso ci si ammala in Italia. Ne parliamo con Barbara Massimilla, che è psichiatra, psicoanalista junghiana, ricercatrice di psicologia transculturale, fondatrice e presidente dell’associazione Dun, attiva dal 2015 per offrire terapie gratuite a migranti, rifugiati e donne vittime di tratta. Massimilla è anche ideatrice e direttrice artistica della rassegna cinematografica “S-cambiamo il mondo”, ormai alla sua nona edizione, – che si svolge da qualche anno presso la Casa del Cinema di Roma, sostenuta dalla Fondazione Migrantes – ed è anche regista di due cortometraggi, Intrecci e Welcome to the River, usati come strumento culturale per promuovere integrazione e cura. Barbara Massimilla Dott.ssa Massimilla,  perché “Dun”? Dunè nersèn g’shinvì: la casa si costruisce da dentro. Dun è una parola armena di origine indoeuropea, analoga alla parola domus in latino. Abbiamo scelto questa parola-simbolo nella lingua di un popolo coraggioso che ha subìto violenza contro il suo diritto di esistere. Da circa 10 anni ci dedichiamo all’accoglienza e al sostegno psicologico di persone provenienti da diversi Paesi, promuovendo il rispetto e la valorizzazione delle loro culture. Qual è il metodo, il modello “Dun”? Un approccio alle ricerche e alla cura che si basa su un intreccio metodologico e multidisciplinare. È un modello che si fonda sull’idea che la cura della sofferenza psicologica non possa prescindere da un ascolto profondo delle narrazioni, delle immagini, dei sogni dei pazienti, che rappresentano intense testimonianze dei traumi vissuti durante la migrazione nel Paese d’origine, in quelli di transito e anche in quello d’accoglienza. Proviamo a rispondere a questa complessità con un contenitore clinico e culturale che intreccia di continuo la cura alla creatività. I percorsi di psicoterapia sono personalizzati in rapporto alla storia della persona e sono affiancati da laboratori di espressione creativa, cineforum e attività artigianali, che fungono da “dispositivi transizionali”, per facilitare l’elaborazione dei traumi e la ricostruzione del sé. Gli psicoanalisti sono presenti in entrambi i setting, sia quello prettamente curativo sia quello creativo. Accanto all’intervento clinico il “modello Dun” promuove un lavoro condiviso, ovviamente con la rete istituzionale, con i servizi sociali territoriali, le ASL, altri enti del terzo settore, per creare una fitta rete che sostenga ogni persona e nucleo familiare nel suo percorso verso l’autonomia. Mi sembra che si lavori molto sull’identità, come risorsa e terreno di incontro, e non come differenza. E così? Uno dei principi alla base del modello è quello della fertile contaminazione. L’obiettivo è creare una cultura terza basata sul valore delle differenze e della reciprocità. Solo nel lento e graduale processo empatico di condivisione e ricostruzione compiuto dalla coppia terapeuta-paziente e nello spazio dei gruppi e dei laboratori creativi è possibile dunque riemergere da quello che definiamo il “naufragio identitario” patito a causa dei traumi della migrazione. Ogni individuo deve essere riconosciuto, legittimato nella sua specifica identità, come soggetto che si fa protagonista della propria esistenza nel luogo nel quale migra. Il filosofo François Julien propone di non esprimersi in termini di differenze culturali, ma di affrontare le diversità tra le culture in termini di “scarto” e l’identità in termini di “risorsa”. L’identità è un organismo vivo, in movimento, che non può essere cristallizzato. In questo orizzonte la cura assume una valenza etica. Quali sono le principali difficoltà che sperimentano le persone migranti sul piano psicologico? E come le affrontate nel concreto? Sono tutte quelle insite nella condizione di aver lasciato il proprio Paese d’origine, correndo pericoli e rischi di ogni sorta. Lo scoglio principale da affrontare è la diffidenza. Inizialmente sabotano la terapia con ritardi o assenze. La disumanizzazione che hanno subito li porta a non credere che l’interesse benevolo per loro sia autentico. Bisogna riconquistare la loro fiducia con una presenza perseverante, coerente, recettiva, in grado di aiutarli a seminare speranza e trasformarla in azioni costruttive. Con le donne vittime di tratta, in particolare, come si struttura il vostro intervento? Ci prendiamo cura sia delle donne vittime di tratta sia delle donne che hanno subìto violenza domestica, che è poi un altro tipo di sfruttamento, un’altra accezione della violenza contro le donne. Il nostro lavoro clinico ha mostrato come gli abusi generino nelle donne un senso di annientamento che investe non solo la loro identità femminile, ma anche la loro possibilità di vivere una maternità serena. Gli effetti della violenza si manifestano in varie forme, non sempre il marchio è visibile sul corpo. Sono spesso donne che soffrono molto sul piano psicosomatico e tutto questo incide sul futuro della donna, sulla sua genitorialità, sul legame di attaccamento e sul sentimento materno riguardo al figlio. Per questo cerchiamo di aiutarle a costruire una nuova relazione con la propria identità femminile, al fine di maturare un’affezione per loro stesse e riappropriarsi di un progetto di vita, ricevendo al contempo un appoggio concreto riguardo al proprio ruolo genitoriale. Si tratta ovviamente di percorsi molto complessi e dolorosi che non sempre conducono a esiti positivi, ma che offrono alla donna la possibilità di riappropriarsi della funzione materna in termini autonomi, vitali e creativi. Quando la donna vittima di tratta e di violenza riesce a fare un taglio netto con l’ambiente che l’ha destinata al suo tormento, vuol dire che c’è un progresso. Che ruolo ha il cinema nell’impegno di Dun e perché proprio il cinema? Il cinema ha una grande potenzialità: in uno spazio temporale di circa due ore l’opera condensa sentimenti, emozioni, risoluzioni di conflitti, prospettive umane. Ha un immenso valore educativo in un tempo breve e fruibile. Ovviamente parliamo del grande cinema e il grande cinema per noi è comunque un cinema sempre rivolto ai diritti umani e al sociale. Ha parlato del ruolo terapeutico del cinema: vale anche per “chi cura”? Sì. Il corto Welcome to the River nasce da un fallimento, da una storia che non è andata in porto, perché la rete istituzionale non ha funzionato. Con una paziente mi sono trovata totalmente da sola a gestire una situazione difficilissima; e, purtroppo, non è finita bene. La verità è che può succedere. Ma è stata una ferita enorme, anche per me. Il film ha avuto un po’ la funzione di riparare quella ferita. Ci può fare un esempio di come funziona terapeuticamente anche il “fare cinema”? Qualche tempo fa, all’interno di un gruppo di terapia con donne di diverse etnie, che è durato tre anni, abbiamo costruito con i loro ricordi e le loro storie una sceneggiatura, diventata in seguito un cortometraggio, Il segreto di Hamida. È la storia di una bambina del Bangladesh – il cui padre paranoico, repressivo e violento, l’aveva fatta anche sposare da bambina – che entra in classe in Italia per la prima volta senza il grembiule, ma con il vestito tradizionale. L’escamotage che Hamida trova per mantenere il filo con le proprie origini e al tempo stesso vivere una vita migliore in Italia, nel nuovo gruppo di appartenenza, è confezionare un grembiule realizzato con il velo della madre: le parti belle della sua appartenenza culturale possono coesistere con il nuovo contesto sociale. Quando le donne hanno visto il frutto della loro sceneggiatura è stata per tutte un’emozione grandissima: un momento di gioia intensa, di riconoscimento. Cosa vede nel suo futuro e in quello dell’associazione Dun? Già da quest’anno, oltre al cinema, ci siamo dedicati alle scuole. Mi interessa che i ragazzi si confrontino con le vite di coetanei che non hanno la fortuna di vivere in una democrazia e in una società che rispetta l’infanzia e l’età dello sviluppo. Ora vorremmo intrecciare l’aiu­to psicologico di Dun con un intervento strettamente medico. Il professor Raffaele Leuzzi, che opera sia a Roma che in Calabria, ha costituito un eccellente presidio di cura per la prevenzione e lo screening del tumore al seno: Casa di Rosa. Noi come Dun collaboriamo per quanto riguarda la parte psicologica. La Calabria tra l’altro è la prima regione dove il tumore al seno è in crescente aumento ed è la regione col più alto tasso di migrazione sanitaria. Stiamo pensando di realizzare un intreccio di cura per le tantissime donne migranti che vivono sia in Calabria sia a Roma, lavorando con istituzioni religiose e i servizi sociali per favorire l’accesso di queste donne ai controlli. Inoltre c’è un gemellaggio artistico perché Dun cura la parte creativa del festival della Salute, promosso da Casa di Rosa, a Fiumefreddo Bruzio (16/19 settembre 2026). (Simone Varisco | “Migranti Press” 6 2026)

Salute mentale, benessere integrale e dignità dei lavoratori immigrati

10 Agosto 2026 - Il caso di Amendolara, in provincia di Cosenza, dove lo scorso giugno quattro lavoratori immigrati hanno perso la vita in circostanze dolose, non è un fatto isolato, ma il segnale di un problema molto più ampio: lo sfruttamento del lavoro migrante e il ritorno a forme di schiavitù, discriminazione e marginalizzazione. Sono molti i lavoratori immigrati – dall’edilizia all’agricoltura, dal manifatturiero all’assistenza alla persona – che ogni giorno subiscono condizioni di sfruttamento, intrappolati in meccanismi di caporalato che negano la loro dignità e mettono in discussione diritti fondamentali: dalla salute alla libertà di espressione, fino alla stessa possibilità di condurre una vita dignitosa. Questa realtà produce ripercussioni profonde e spesso invisibili sul piano psicologico, un tema ancora poco affrontato sia nelle imprese che nel dibattito pubblico. Episodi come quello di Amendolara, o come il caso dell’operaio del cantiere del consolato degli Stati Uniti a Milano, insieme alle tante situazioni quotidiane di sfruttamento occupazionale, incidono sul vissuto di chi, mettendo a rischio la propria incolumità, convive con ansia, precarietà esistenziale, disturbi post-traumatici e depressione. Tutto questo alimenta, in non poche di queste persone, una crescente sfiducia nella capacità del nostro ordinamento di assicurare protezione e rispetto della persona.
Lavoro e centralità della dignità umana
Papa Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, vedendo nel lavoro un’esigenza inscritta nella condizione umana necessaria alla realizzazione personale, lo definisce «luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità». Di qui l’importanza per le imprese di perseguire il bene comune e non la massimizzazione del profitto: in una dimensione sociale d’impresa, l’unico fine autentico è la centralità dignitosa della persona umana e il raggiungimento del suo benessere integrale. Quando un’occupazione perde questi connotati, smette di chiamarsi lavoro e comincia a definirsi schiavitù. In questo solco, tra il 2025 e l’inizio del 2026, il Centro studi e ricerche della Confederazione nazionale artigiani e piccoli imprenditori (Co.n.a.p.i. nazionale) ha condotto una prima rilevazione esplorativa su un campione di 23 piccole imprese, partendo dal presupposto che il benessere dei lavoratori non sia un costo da sostenere, bensì una scelta organizzativa e strategica. I risultati indicano che il 71,4% dei rispondenti considera la conciliazione vita-lavoro una priorità fondamentale, seguita dalla salute psicologica e dalla gestione dello stress. Questo dato suggerisce che, anche nelle imprese di piccola dimensione, il benessere venga progressivamente interpretato come un equilibrio concreto tra performance produttive, gestione dei tempi di vita, responsabilità familiari e stabilità emotiva nel contesto lavorativo.
Benessere integrale e lavoratori stranieri
Nel 2026 il Centro Studi della Co.n.a.p.i. nazionale ha pubblicato un nuovo questionario – coinvolgendo diversi partner, anche del mondo della formazione professionale – con l’obiettivo di comprendere se e in quale misura il benessere integrale dei lavoratori rappresenti una leva strategica per le micro, piccole e medie imprese: quelle realtà cioè che, per i costi che comporta, sono spesso le prime a sacrificarne la dimensione psico-fisica. Tra le domande figura per la prima volta un quesito dedicato alla composizione multiculturale della forza lavoro: non una semplice rilevazione statistica, ma un’esplorazione delle pratiche adottate per garantire inclusione, sicurezza e accesso al welfare ai lavoratori stranieri. Si tratta, dunque, di una dimensione che arricchisce significativamente il perimetro dell’indagine rispetto alla rilevazione esplorativa del 2025. È ormai noto che, a fronte del calo demografico e della crescente difficoltà a reperire personale in settori strategici – logistica, agricoltura, sanità, edilizia e servizi alla persona – i lavoratori immigrati rappresentano una componente essenziale per sostenere il mercato del lavoro italiano. Secondo le stime Istat, al 1° gennaio 2026 in Italia «risiedono 5.559.527 cittadini stranieri, in aumento di 188.276 unità, con un tasso di occupazione di circa il 66,2%. Di questi, secondo le banche dati Inps, 2,7 milioni lavorano in settori non agricoli (con una retribuzione media annua di 18.800 euro), 314 mila nell’agricoltura (circa 9.700 euro di media all’anno) e quasi 500 mila come lavoratori domestici (circa 9.800 euro). A questi si aggiungono i molti lavoratori irregolari, fuori da ogni rilevazione, che talvolta percepiscono salari inferiori ai 2 euro l’ora, in condizioni di lavoro insicure e disumane, che rappresentano una radicale negazione della centralità della persona lavoratrice. Questo accade soprattutto nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura.
La vulnerabilità psicosociale
Quella economica, tuttavia, non è l’unica dimensione di vulnerabilità che grava sui lavoratori immigrati. La letteratura evidenzia una specifica esposizione ai rischi psicosociali, legata a fattori strutturali quali la precarietà occupazionale, la scarsa mobilità professionale, le barriere linguistiche e le difficoltà di accesso ai servizi di tutela. Sono ancora molti gli immigrati che vivono in alloggi sovraffollati e in condizioni igienico-sanitarie carenti, con una esposizione continuativa a rischi per la propria salute. A questi fattori si aggiunge la discriminazione – razziale, religiosa o etnica – spesso amplificata dalle relazioni interne tra connazionali che alimentano forme di caporalato gerarchicamente organizzato. L’intreccio di queste condizioni produce un terreno fertile per l’insorgenza di disagi di salute mentale, dallo stress cronico ai disturbi depressivi e post-traumatici. Secondo uno studio dell’Inmp (Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà), condotto in collaborazione con Istat, su un campione di 12.408 immigrati regolarmente residenti in Italia, «il 15,8% ha riferito di essere stato discriminato sul luogo di lavoro in quanto straniero, il 44,4% ha riferito un basso livello di soddisfazione per la propria vita in generale e il 16,3% ha dichiarato di sentirsi solo». Un quadro che si riflette in vissuti diffusi di solitudine, insicurezza esistenziale, sfiducia nelle istituzioni e, nei casi più gravi, in esiti comportamentali difficili, fino a spinte verso atti di violenza o tentativi di suicidio.
Impresa come spazio di promozione umana e integrazione
Per queste ragioni, anche attraverso l’indagine 2026, il Centro studi e ricerche della Co.n.a.p.i. nazionale si interroga su quanto l’impresa possa essere – oltre che luogo di produzione – spazio di promozione umana e integrazione. La ricerca documenta che la discriminazione nei luoghi di lavoro è un fattore di rischio diretto per la salute mentale dei lavoratori, soprattutto quelli immigrati: non un dato marginale, ma una responsabilità organizzativa concreta. La risposta non può essere perciò soltanto normativa, ma risiede in una visione sociale d’impresa che restituisce al lavoro il suo significato più profondo: valorizzare la persona, tutelarne la dignità, promuoverne il benessere integrale. Siamo convinti che un’impresa autenticamente responsabile non si limiti ad adempiere obblighi, ma scelga di essere – per ciascun lavoratore, nativo o straniero – un luogo in cui la vita vale la pena di essere vissuta e il lavoro diventa lo strumento per elevarla, così come insegnava Giorgio La Pira. (Antonio Zizza | “Migranti Press” 6 2026)

Belgio, “pregiudizio e riscatto”. A 70 anni dalla tragedia di Marcinelle

6 Agosto 2026 - Il 23 giugno 2026 ricorrevano gli 80 anni del Protocollo italo-belga, il cosiddetto scambio di “uomini contro carbone”. E l’8 agosto 2026 si ricordano i 70 anni dalla tragedia di Marcinelle: morirono 262 persone nella miniera di Bois du Cazier, tra cui 136 italiani. Ne facciamo memoria con uno stralcio del racconto, “Pregiudizio e riscatto”, che Luigi Dal Cin ha dedicato agli emigranti del nostro Paese in Belgio nel volume "Tondi orizzonti". Tondi Orizzonti Dal Cin
Tutto buio
Nel dopoguerra il Belgio è stato la prima destinazione dei flussi migratori in partenza dall’Italia: i belgi avevano bisogno di braccia e l’Italia aveva bisogno di carbone. Così, nel 1946, fu stipulato tra i due Stati il primo accordo di “emigrazione assistita”, termine edulcorato rispetto al trattamento amaro riservato a chi emigrava. Tutto fu buio: gli aspetti nascosti dell’accordo siglato tra gli Stati, una propaganda che metteva in evidenza i vantaggi di un lavoro in miniera e non citava difficoltà e rischi, la paura degli emigranti che si trovarono a lavorare nei budelli infernali delle miniere senza alcuna preparazione, la colpevole mancanza di sicurezza, le disumane sistemazioni nelle baracche, l’imbroglio delle paghe differenti da quelle prospettate e, non ultima, l’emarginazione dovuta a feroci stereotipi. Poi la data più buia di tutte, l’8 agosto 1956, quando si verificò il disastroso incidente minerario a Marcinelle con 262 morti dei quali 136, più della metà, italiani. Da quella data terminò gradualmente l’emigrazione collettiva dall’Italia al Belgio, mentre fu lentamente superata l’ostilità che molti belgi avevano riservato agli emigranti italiani e cominciò a essere riconosciuto da tutti il contributo straordinario fornito dagli italiani all’industria carbonifera del Belgio e, più in generale, allo sviluppo della sua economia. Un po’ di luce per gli italiani delle miniere. Ma, prima, la via belga fu davvero molto, molto buia. Fu nera. Molto nera. Come il carbone.
Manodopera straniera
L’accordo con il Belgio del 1946 prevedeva che all’Italia fossero forniti 24 quintali di carbone all’anno per ogni emigrante italiano inviato in miniera. Ma, nella contrattazione, il governo italiano non riuscì a esercitare un ruolo forte per quanto riguardava la tutela dei lavoratori. Debole, nel dopoguerra, era infatti la considerazione internazionale dell’Italia e, invece, forte il ricordo del suo recente passato come Paese fascista e nemico. L’accordo tra Belgio e Italia, che prevedeva la “deportazione economica” verso le miniere belghe di centinaia di migliaia di italiani in cambio di carbone, fu per questo una specie di punizione nei confronti dell’Italia. Un accordo composto da un insieme di provvedimenti squilibrati: a vantaggio del governo belga e a svantaggio del governo italiano. A svantaggio soprattutto dei lavoratori emigranti. Già in partenza. Già nelle pratiche del reclutamento. Già con i primi pregiudizi.
Pregiudizi in partenza
Secondo la Fédération Charbonnière de Belgique, la selezione dei lavoratori doveva infatti garantire che questi ultimi fossero, oltre che “elementi tecnicamente capaci” e fisicamente adatti al tipo di lavoro al quale erano destinati, anche adeguati all’ambiente in cui avrebbero dovuto vivere e confacenti a “rappresentare degnamente” i lavoratori italiani all’estero. Ed ecco il primo pregiudizio. Contro i lavoratori meridionali sussistevano molti stereotipi negativi, mentre il Nord Italia, per la più lunga esperienza di industrializzazione, era ritenuto dagli imprenditori belgi del carbone una zona di reclutamento migliore.
Inferno sotto
Tra i traumi principali che attendevano gli emigranti italiani al loro arrivo nei bacini minerari belgi il più terribile era quello dell’impatto con le condizioni di lavoro. La prima “discesa al fondo” era, per uomini del tutto inesperti del mestiere di minatore, un tale trauma da impedire a molti di scendere sottoterra una seconda volta. La stragrande maggioranza dei minatori italiani veniva fatta lavorare sia nelle postazioni di “fondo” che di “vena”, ossia ricoprivano le posizioni più difficili e pericolose all’interno della miniera.
Inferno sopra
A causa della scarsa esperienza lavorativa, i salari risultavano molto inferiori a quelli stampati sui manifesti rosa. […] E poi c’erano le condizioni in cui i minatori italiani in Belgio vennero inizialmente alloggiati. L’alloggio “conveniente”, previsto dall’accordo bilaterale Italia-Belgio, fu garantito solo sulla carta, perché in realtà si trattò di misere baracche, inizialmente utilizzate dai tedeschi occupanti per i prigionieri russi e polacchi e, successivamente, dai belgi per i prigionieri tedeschi.
Riscatto
Dopo oltre tre quarti di secolo di presenza in Belgio, gli italiani oggi sono considerati con grande rispetto. Il prestigio degli incarichi di alcuni membri della collettività non ha eguale in nessun altro Paese europeo. [caption id="attachment_79630" align="aligncenter" width="671"]Tondi orizzonti Miniera (Cristiano Lissoni)[/caption]

Stranieri e ristretti. Il Rapporto 2026 sulle carceri dell’associazione Antigone

4 Agosto 2026 - La presenza dei cittadini stranieri in carcere in Italia rimane stabile. Il Marocco si conferma come la nazione più rappresentata tra i detenuti non italiani. Permangono le criticità che determinano una maggiore afflittività della pena per i reclusi stranieri rispetto a quelli italiani. Sono alcuni dei dati che emergono da “Tutto chiuso”, il XXII Rapporto dell’associazione Antigone sulle condizioni di detenzione nel nostro Paese. Il dossier, che offre una fotografia completa della situazione carceraria in Italia, analizza anche la particolare condizione dei detenuti stranieri, mettendo in evidenza le molte ombre e le poche luci della condizione della popolazione carceraria straniera.
La popolazione carceraria straniera
Le rilevazioni del ministero della Giustizia attestano che, al 30 aprile 2026, la popolazione carceraria contava complessivamente 64.412 persone. Di questi 20.307 erano stranieri, pari al 31,5% del totale e allo 0,4 della popolazione straniera in stato di libertà, residente in Italia. Dati, questi, sostanzialmente in linea con quelli dell’anno precedente.
Il passaporto dei detenuti stranieri
Il detenuto straniero tipo è un uomo e ha un’età sotto i 40 anni. La stragrande maggioranza della popolazione carceraria straniera, ben il 96,2%, è infatti composta da detenuti di sesso maschile. Guardando la provenienza geografica della popolazione carceraria si scopre che circa un terzo dei detenuti stranieri è nordafricano. La nazionalità più rappresentata tra i ristretti, infatti, è il Marocco (da lì proviene il 22% delle persone straniere), seguito dalla Tunisia (l’11,3% del totale degli stranieri). Dal 2019 l’andamento delle presenze dei detenuti di entrambe le nazionalità è in costante aumento. Seguono due Paesi europei, la Romania (il 10,4%) e l’Albania (9,7%). Quindi, distanziati, troviamo l’Egitto (5,5%), la Nigeria (5,1%) il Senegal (2,5%) e l’Algeria (2,4%). Le altre nazionalità rappresentate raggiungono percentuali inferiori al 2%. Proprio sul dato della provenienza il Rapporto segnala il caso dei cittadini rumeni e albanesi. La popolazione rumena è, in Italia, quella numericamente più consistente, con più di un milione di residenti. L’Albania, invece, è la nazione europea non comunitaria che si posiziona al secondo posto per presenze in Italia, con circa 360 mila residenti. In entrambi i casi le due nazionalità hanno fatto registrare una consistente flessione delle presenze in carcere. In particolare, tra il 2019 e il 2025 la componente rumena si è ridotta dell’11%, mentre quella albanese si è contratta del 18%. Segno – sottolinea il Rapporto – dell’esito positivo del lungo percorso di integrazione che ha interessato le due popolazioni, grazie ai legami instaurati sul territorio italiano e, in primo luogo, ai nuclei familiari stabili e all’elevato livello di integrazione raggiunto dalle seconde generazioni. Un discorso analogo va fatto per i cittadini asiatici e, in particolare, per quelli cinesi e filippini. Entrambe le nazionalità fanno registrare una modesta rappresentanza di detenuti. Merito del radicamento nel nostro Paese, che passa soprattutto dal lavoro e della rilevante presenza femminile nel nostro Paese.
La geografica carceraria
Le ultime rilevazioni statistiche fanno emergere una maggiore concentrazione di detenuti stranieri negli istituti di pena del Nord Italia. In alcune regioni, in particolare, si raggiungono concentrazioni superiori al 50%. È il caso del Trentino-Alto Adige (il 62,5% di ristretti non italiani), della Liguria (55%), della Valle d’Aosta (54,2%), del Veneto (53,4%) e dell’Emilia-Romagna (52,6%).
Tipi di reato e accesso alle misure alternative
Le fattispecie di reato confermano il dato che vede gli stranieri ristretti, in primo luogo, per reati contro il patrimonio (il 26% del totale dei reati per cui gli stranieri sono detenuti), reati contro la persona (22,8%), nonché per la violazione della normativa in materia di stupefacenti (il 15,2%). È residuale, invece, il numero di detenuti non italiani per il reato di associazione di stampo mafioso: incidono per il 2,4%. Tra i ristretti per reati connessi alla legge sull’immigrazione gli stranieri sono il 91,7% del totale. Il catalogo dei reati evidenzia come gli stranieri commettano in media reati con pene edittali più basse rispetto agli italiani. Tra i detenuti che devono scontare una condanna definitiva, infatti, è significativa la percentuale degli immigrati detenuti per reati che prevedono una pena sotto i 3 anni. Tra i condannati alla pena dell’ergastolo, al contrario, l’incidenza degli stranieri è del 7,5%. Si conferma la tendenza che vede le persone migranti finire con più facilità nel sistema carcerario e uscirne meno agevolmente rispetto agli italiani. Ai detenuti stranieri, ad esempio, viene applicata con maggiore rigore la custodia cautelare in carcere rispetto agli autoctoni. Più di un terzo dei detenuti stranieri, ovvero il 37,3%, si trova in carcere perché in attesa del primo grado di giudizio. Tra i condannati non definitivi gli stranieri sono il 37,1%. Pesano sui cittadini stranieri problemi ormai noti, come la mancanza di riferimenti sul territorio e l’assenza di garanzie economiche. Circostanze che spingono e trattengono i cittadini stranieri nel circuito penale, determinando, inoltre, una sovra-rappresentazione della popolazione carceraria straniera. Se le pene inflitte indicano una minore pericolosità sociale degli immigrati, gli stessi beneficiano in maniera più blanda delle misure alternative rispetto ai detenuti autoctoni. Si vedano, ad esempio, le statistiche degli Uffici di esecuzione penale esterna (Uepe), che vedono la presenza del 20,8% di stranieri nel novero totale di persone prese in carico. Un dato decisamente sottodimensionato rispetto all’incidenza della componente straniera nelle carceri. Si spiegano così le statistiche che vedono gli stranieri scontare fino all’ultimo la pena in carcere.
Attività trattamentali e mediatori
È di segno sostanzialmente positivo il dato relativo all’accesso alle attività trattamentali. Nel 2025 i detenuti non italiani coinvolti negli interventi rieducativi, volti alla risocializzazione dei detenuti, sono stati il 33,3%. Un dato, quello della partecipazione, in linea con la presenza di persone straniere in carcere. Le attività che più hanno impegnato i ristretti di origine straniera sono quelle di tipo sportivo (54,2% delle persone straniere), quelle culturali (21,9%) e quelle religiose (15,2%). Nell’ambito dei percorsi formativi circa il 45% degli iscritti ai corsi di istruzione è di origine straniera; di questi quasi la metà frequenta i corsi di alfabetizzazione e di apprendimento della lingua italiana. Si attesta sulle medesime percentuali la partecipazione ai corsi professionali portati a termine nel secondo semestre del 2025. Tra questi gli stranieri hanno preferito i corsi di cucina e ristorazione (il 25,7% degli iscritti) e di orientamento al lavoro (il 19,8%). È ancora inadeguata, invece, la presenza dei mediatori, la cui attività favorisce la rieducazione e il reinserimento sociale dei reclusi. Al 31 dicembre 2025, infatti, i mediatori erano 335, con un rapporto di appena 1,67 mediatori ogni 100 detenuti stranieri.
Le donne
Le donne non italiane rappresentano appena il 3,8% della popolazione carceraria straniera e il 27% del totale delle donne detenute. Tra le detenute la Romania spicca come il Paese estero maggiormente rappresentato (il 25,1% del totale delle donne straniere). Seguono Nigeria (12,4%), Marocco (7,3%), Bosnia Erzegovina (5,5%) e Bulgaria (4%). Si segnala ancora la stabile presenza di madri detenute con figli al seguito, la metà delle quali parla straniero. In totale sono 20 le mamme, che scontano la pena insieme ai 24 bambini presenti. Di queste sono 10 le donne straniere e 12 i loro figli. (Luca Insalaco | “Migranti Press” 6 2026) Rapporto Antigone 2026 Carcere

La corsa contro il tempo di Amdjed. A che cosa “servono” i tutori volontari?

22 Luglio 2026 - Lavoravo come mediatrice culturale in un progetto del Centro provinciale per l’istruzione degli adulti (Cpia) di Oristano quando un giorno arrivarono tre nuovi iscritti: erano minori stranieri non accompagnati ospiti di un Centro di accoglienza straordinaria (Cas) per minori. Mi fu chiesto di sottoporli al test di ingresso. Erano arrivati da pochissimo e capivano ancora poco l’italiano. Tuttavia, uno di loro mi colpì subito: ascoltava ogni parola con un’attenzione fuori dal comune, cercando di coglierne il senso. Davanti a quel test si concentrò come se fosse la prova più importante della sua vita. In un certo senso lo era davvero. Mi raccontò che in Algeria frequentava la terza classe di un liceo economico e che il suo sogno era continuare a studiare economia anche in Italia. Quando controllai i documenti per completare l’iscrizione mi accorsi, però, di un dettaglio decisivo: mancavano soltanto otto giorni al suo diciottesimo compleanno. Se non gli fosse stato assegnato un tutore in tempo, sarebbe stato trasferito in un Cas per adulti e avrebbe dovuto iniziare il percorso di richiesta di asilo, con il rischio concreto di perdere la possibilità di proseguire gli studi. Dopo il test di ingresso lo osservai in classe. Era evidente che fosse un ragazzo brillante e determinato. Il suo talento e la sua volontà non potevano andare sprecati. Contattai con urgenza il Tribunale per i minorenni chiedendo la tutela del ragazzo e spiegando la situazione. Nel frattempo, iniziai a informarmi per iscriverlo a un istituto tecnico, indirizzo amministrazione, finanza e marketing, il più vicino al suo percorso scolastico precedente. Il tempo però era pochissimo. Il tribunale non rispondeva e non sapevo se sarei stata nominata tutrice. Alla vigilia del suo diciottesimo compleanno, insieme all’assistente sociale del Comune, decidemmo comunque di presentare l’istanza di prosieguo amministrativo. Il giorno del suo compleanno, il 28 ottobre 2025, arrivò finalmente il decreto di nomina come tutrice, emesso qualche giorno prima. Formalmente la nomina era ormai decaduta, ma era comunque servita a presentare in tempo l’istanza di prosieguo: Amdjed non sarebbe stato trasferito in un Cas per adulti. Il passo successivo fu la scuola. L’istituto tecnico inizialmente non accettò la sua iscrizione al corso diurno: era ormai maggiorenne e non parlava ancora bene l’italiano. Nonostante la mia insistenza, la proposta fu quella di iscriverlo al corso serale. Per procedere con l’iscrizione serviva anche la traduzione dei suoi certificati scolastici dall’Algeria. Passai diverse ore a tradurre dall’arabo la sua ultima pagella e il certificato dell’ultimo anno frequentato. Alla fine, riuscimmo a presentare tutta la documentazione necessaria. Dalla settimana successiva Amdjed iniziò a frequentare la terza classe del corso serale, mentre nel pomeriggio continuava le lezioni di italiano al Cpia. Le sue giornate oggi sono molto intense. Frequenta il corso di italiano a Cabras nel pomeriggio e poi si sposta verso Oristano, dove iniziano le lezioni serali dell’istituto tecnico. La scuola si trova a circa sei chilometri dalla struttura di accoglienza in cui vive. Il percorso non è semplice: la strada non è illuminata e non esistono mezzi pubblici notturni. Nei primi mesi Amdjed si spostava spesso in bicicletta. Durante l’inverno, invece, riesce a organizzarsi con passaggi di professori, compagni di classe o miei per poter frequentare con continuità. Nonostante queste difficoltà e le criticità presenti nel centro di accoglienza, Amdjed dimostra una grande pazienza e maturità. Non prende parte ai conflitti e preferisce confrontarsi con me quando si trova in situazioni difficili, chiedendo consiglio su come comportarsi. Rimane concentrato sui suoi obiettivi. A scuola si impegna molto e ottiene buoni risultati: adora economia aziendale. Ha costruito relazioni positive con compagni e insegnanti e in pochissimo tempo ha fatto progressi sorprendenti nella lingua italiana. Dopo appena cinque mesi dal suo arrivo riesce a comprendere conversazioni anche complesse e a esprimersi con sicurezza. Spesso aiuta altri ragazzi della sua stessa nazionalità facendo da tramite linguistico. Il suo progetto di vita è chiaro: conseguire il diploma e iscriversi all’università per studiare economia. Nel frattempo, ci siamo attivati anche nella ricerca di un lavoro e abbiamo individuato un’opportunità stagionale nel settore della ristorazione, come cameriere in un hotel sul mare. «Se non ti avessi incontrato, forse avrei preso una strada sbagliata», mi ha detto una volta Amdjed. Ecco a cosa “serve” un tutore volontario.  (Marta Piras | "Migranti Press" 6 2026)
Chi sono i tutori volontari e perché sono così importanti?
Il 6 maggio 2026 è stata celebrata per la prima volta in Italia la Giornata nazionale della Tutela Volontaria, dedicata ai cittadini e alle cittadine che affiancano i minori stranieri non accompagnati (Msna) nel loro percorso di crescita e autonomia. Quella del tutore volontario è, infatti, una figura introdotta proprio il 6 maggio di nove anni fa con la Legge 47/2017, nota come “Legge Zampa”. Il tutore volontario è un cittadino formato e nominato dal Tribunale per i minorenni per rappresentare legalmente il minore. Ma il suo ruolo va oltre la dimensione giuridica: accompagna il ragazzo o la ragazza nel rapporto con scuola, servizi e istituzioni, sostenendo concretamente il percorso di crescita, inclusione e autonomia. A nove anni da quella svolta normativa, la Giornata nasce su iniziativa di “Tutori in Rete” – la rete nazionale che riunisce 20 associazioni e gruppi informali di tutrici e tutori volontari attivi su tutto il territorio – per riconoscere e rendere visibile un impegno diffuso, ma ancora poco conosciuto, e per rilanciare una richiesta chiara: garantire un tutore volontario a ogni minore straniero non accompagnato. Tutori volontari Minori stranieri

Migranti Press 6/2026: «La dignità umana non ha passaporto». Leone XIV, dalle Canarie a Lampedusa

16 Luglio 2026 - «La dignità umana non ha passaporto». La copertina del numero in uscita di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, è dedicata al filo rosso che ha unito il viaggio di papa Leone XIV alle Canarie alla sua successiva visita a Lampedusa, 13 anni dopo quella storica di Francesco. Quello di copertina è il tema dell’editoriale firmato dal direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo: accanto alle parole di un Pontefice che non arretra di un millimetro da un Magistero consolidato, «la Chiesa che evangelizza e si fa evangelizzare dai migranti è ciò che di più prezioso possiamo offrire contro la globalizzazione dell’indifferenza».   Gli altri contenuti del numero:

Per informazioni e se vuoi ricevere la rivista scrivi a: mpress@migrantes.it

“Europa, un patto indietro”. Il numero 5 2026 di “Migranti Press”, il mensile della Fondazione Migrantes

4 Giugno 2026 - Roma, 4 giugno 2026. Il numero in uscita di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, mette in copertina il tema dell’editoriale di mons. Gian Carlo Perego, l’ultimo da presidente della Fondazione Migrantes: che Europa nascerà dal Patto su migrazione e asilo che entrerà in vigore entro la fine di giugno? Scrive mons. Perego: “L’Europa non si sta accorgendo che il nuovo Patto europeo ipoteca il suo futuro, che è solo nell’accogliere, tutelare, promuovere e integrare persone diverse, come aveva detto papa Francesco e come ha ripetuto nella Dilexi te, papa Leone: un passo indietro nel percorso di un’Europa solidale”. (LEGGI L'EDITORIALE)  In primo piano, poi, l’intervista di Simone Sereni al professor Paolo D’Achille, ordinario di Linguistica italiana presso l’Università Roma Tre e da poco riconfermato presidente dell’Accademia della Crusca, sull’impatto della mobilità umana sulla nostra lingua e sul suo futuro. In evidenza, anche “l’altro editoriale” di Gigio Rancilio (già anticipato il 21 maggio) sul possibile impatto delle IA sulle migrazioni: quando un algoritmo sbaglia, chi ne risponde? Gli altri contenuti del numero:
  • Uno sguardo dentro una guerra ignorata, quella nella Repubblica democratica del Congo, firmato da Simone Varisco, con il contributo di un testimone impegnato quotidianamente con gli sfollati interni.
  • Mariacristina Molfetta, attraverso due volumi di recente pubblicazioni, fotografa l’impatto della guerra sui bambini e lo sperpero di risorse investite nel riarmo di tutti i Paesi del mondo.
  • La nuova puntata della rubrica “Parole in fuga”, le parole della quotidianità di chi è rifugiato o richiedente asilo. Questa volta la parola è “Rotta”. A cura dell’Osservatorio Vie di Fuga.
  • La presidente del “Comité Catholique Internationale pour les Tsiganes” (CCIT), Cristina Simonelli, sui 50 anni dell’associazione, celebrati recentemente a Bologna.
  • Dopo Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo. Eleonora Voltolina ci introduce a una nuova ricerca che punta a integrare la precedente: chi sono i genitori “ex expat” che hanno deciso di rientrare in Italia? Cosa li ha spinti a rientrare? Sono contenti della scelta che hanno fatto? E soprattutto: che Italia hanno ri-trovato?
  • L’intervista di Stefano Proietti a mons. Erio Castellucci sul valore sinodale del gesto di formare per l’8mille.
  • E poi le nostre rubriche fisse: “Leggi e giurisprudenza”, le “Brevi” e le “Segnalazioni” di libri, film, arte, musica.

Per info: mpress@migrantes.it.

MP 5 2026_Copertina

Intelligenza artificiale e migranti: confini intelligenti?

21 Maggio 2026 - Lunedì 25 maggio papa Leone XIV in persona presenterà "Magnifica humanitas", la sua prima Lettera enciclica, un documento “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Si occuperà anche dell'impatto di queste "res novae" sulla sorte delle persone coinvolte in tutti i fenomeni della mobilità umana? Non lo sappiamo ancora. Nel frattempo, per il numero di "Migranti Press" in uscita, abbiamo chiesto a Lugi "Gigio" Rancilio, giornalista esperto di digitale, di accennare qualche questione sul tavolo, a proposito di questo argomento. Anticipiamo il suo editoriale. Buona lettura! Per noi sono persone, per l'intelligenza artificiale sono dati. O peggio. Quando un drone di Frontex, che sorvola il mare, riprende con le sue telecamere un'imbarcazione sovraffollata nel Mediterraneo centrale, a centinaia di chilometri dalle coste, per il sistema di sorveglianza non è un naufragio in attesa di soccorso, ma un'anomalia da classificare, una rotta da tracciare, un dato da inserire nel database. Le persone, gli aiuti, i soccorsi vengono dopo. Non è la scena di un film distopico. È il presente delle frontiere europee, dove l'intelligenza artificiale è diventata uno strumento centrale nella gestione dei flussi migratori. L'Unione Europea ha investito miliardi per rendere i propri confini “intelligenti”. Prima con Eurosur, il sistema di sorveglianza attivo dal 2013 e potenziato nel 2019, che collega in tempo reale le autorità di frontiera di tutti gli Stati membri raccogliendo dati da droni, satelliti, sensori terrestri e navali. Poi, con l'Entry/Exit System, il sistema biometrico che registra le impronte digitali e le immagini facciali di ogni cittadino extra-UE che attraversa le frontiere esterne. Poi ancora con l'Etias, il sistema di autorizzazione preventiva che valuta algoritmicamente il “rischio” rappresentato da un visitatore prima ancora che salga su un aereo. Il risultato è una rete di controllo senza precedenti, costruita pezzo per pezzo nell'arco di un decennio. C'è un punto, in questa vicenda, che non è affatto secondario. Gli algoritmi che governano questi sistemi non sono neutri. Studi e inchieste mostrano che i sistemi di profilazione del rischio usati alle frontiere tendono a penalizzare chi proviene da alcuni paesi, chi parla alcune lingue, chi ha alcuni comportamenti digitali. La presenza sui social media, i contatti, gli spostamenti: tutto può diventare un elemento di un profilo algoritmico che etichetta qualcuno come “a rischio” prima ancora che abbia fatto qualcosa di irregolare. E quando un algoritmo sbaglia, chi ne risponde? Nella maggior parte dei casi, nessuno. Detto questo, non tutta l'intelligenza artificiale applicata alle migrazioni opera contro i migranti. L'Unhcr utilizza sistemi di analisi dei dati per identificare situazioni di rischio e migliorare i processi di registrazione nei campi profughi. Alcune Ong hanno sviluppato app e chatbot che forniscono ai migranti informazioni legali, indicazioni sui diritti, avvisi sui pericoli delle rotte. Sono piccoli esempi che ci ricordano che la tecnologia può essere orientata anche verso la tutela della dignità. Resta solo una domanda: quale tipo di tecnologia vogliamo costruire, e a chi vogliamo che serva? (Gigio Rancilio, in "Migranti Press" 5 2026)   [caption id="attachment_76748" align="aligncenter" width="1024"]Ia migranti (Immagine generata con IA)[/caption]

“Chi accoglie questi bambini accoglie me”. In arrivo il nuovo numero di “Migranti Press”

7 Maggio 2026 - Il nuovo numero di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, “gioca” in copertina con la suggestione offerta dal tema della prossima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (“Anche uno solo di questi bambini”), annunciato da papa Leone XIV: un filo rosso che unisce diversi contributi presenti nel numero. In evidenza, il punto di Mariacristina Molfetta sulla tendenza delle politiche europee nei confronti di rifugiati e richiedenti asilo, particolarmente preoccupanti per i minori, a poche settimane dall’entrata in vigore del Patto Ue su migrazione ed asilo. E poi, l’intervista di Simone Varisco alla iraniana Minoo Mirshahvalad, ricercatrice in Studi islamici presso l’Università di Copenaghen, sulla reazione alla guerra con gli Usa e Israele nelle comunità della diaspora iraniana in Europa e, in particolare, in Italia. Gli altri contenuti del numero:
  • L’editoriale di mons. Gian Carlo Perego sulla prossima edizione del “Festival della migrazione”, che ambisce a divenire una iniziativa di livello nazionale.
  • “L’altro editoriale” di don Nazareno Galullo, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di San Severo (FG), sui ghetti che in Puglia e altrove uccidono in silenzio; e sull’impasse delle istituzioni, nonostante i fondi del PNRR.
  • La terza puntata della rubrica “Parole in fuga”, le parole della quotidianità di chi è rifugiato o richiedente asilo. Questa volta si parla di “tratta”.
  • A proposito della mobilità degli italiani in Italia e verso l’estero, un focus sui fenomeni della “tornanza” e della “restanza”, come risposta allo spopolamento delle aree interne del Paese.
  • Vincenzo La Monica presenta il volume che ha realizzato per Fondazione Migrantes, insieme a Rita Mirabella su “una comunità nomade invisibile e fraintesa”: i Caminanti di Sicilia.
  • Con don Mirko Dalla Torre, che fa parte della Commissione sullo Spettacolo viaggiante della Fondazione Migrantes, facciamo il punto sulla presenza pastorale della Chiesa italiana con la “gente del viaggio”.
  • E poi le nostre rubriche fisse: “Leggi e giurisprudenza”, le “Brevi” e le “Segnalazioni” di libri, film, arte, musica.
  Copertina Migranti Press Bambini

Guerra in Iran, voci dalla diaspora. Intervista a Minoo Mirshahvalad

23 Aprile 2026 - Siamo di fronte a una guerra dai contorni sfumati e priva di obiettivi credibili, figlia del contesto di crisi del sistema globale. «Mentre i missili colpiscono, il diritto internazionale viene armato. I civili in Iran e in tutta la regione subiscono le conseguenze più gravi», ha evidenziato Alain Berset, segretario generale del Consiglio d’Europa. Il mondo viene trasformato in una scacchiera, senza neppure il coraggio di «mostrare il volto della guerra e raccontarla con gli occhi delle vittime per non trasformarla in un videogame», come ha sottolineato papa Leone XIV. «Una guerra vera, con morte e sofferenza reali, trattata come un videogioco: è nauseante», ha confermato senza mezzi termini il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago. Obiettivi civili e culturali, risorse economiche e infrastrutture sociali: nulla sfugge ormai alla follia distruttiva della violenza e ai nuovi algoritmi della guerra ibrida. «Questa guerra non è soltanto il frutto di fattori interni all’Iran, ma di un complesso di vari elementi, anche esterni», spiega Minoo Mirshahvalad, ricercatrice in Studi islamici presso l’Università di Copenaghen, esperta in tema di intersezioni fra religione, mobilità umana e genere nell’Europa contemporanea, con particolare attenzione alle minoranze musulmane e alle comunità sciite della diaspora. «Nei media mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e questa immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva della realtà». [caption id="attachment_75207" align="aligncenter" width="268"]Minoo Mirshahvalad Minoo Mirshahvalad[/caption]
Professoressa Mirshahvalad, come stanno reagendo alla guerra le comunità della diaspora iraniana in Europa e, in particolare, in Italia?
Come io riesco a capire, in base anche a quello che vedo nei media e nei social media in Europa, sembra che una parte della diaspora sia felice per questa guerra e che mostri tanto entusiasmo per il progetto coloniale che stanno portando avanti Israele e Stati Uniti. Questa parte della diaspora, ahimè, è stata molto sovraesposta dai media mainstream, anche in Europa, mostrandola come l’unica voce esistente della diaspora.
Come stanno raccontando la guerra i media italiani ed europei? Cosa manca, cosa eccede e cosa non viene capito?
Bisogna distinguere tra media mainstream e media alternativi. I media mainstream in Italia stanno vendendo questo progetto coloniale essenzialmente come la “liberazione delle donne iraniane”. Vengono dette cose surreali. Come quando si dice che ora non possono uscire di casa con il volto scoperto. Questa è un’assoluta falsità. Questa strumentalizzazione dei diritti delle donne purtroppo è molto forte e mi pare assolutamente patologica. Sui media alternativi la situazione è diversa: si cerca di dare un’immagine diversa del conflitto. Purtroppo, però, non raggiungono gli stessi numeri che hanno i media mainstream. Quello che non viene compreso è che questa guerra non è soltanto il frutto di fattori interni all’Iran, ma di un complesso di vari elementi, anche esterni. Per esempio, nei media mainstream non viene attribuita assolutamente nessuna responsabilità alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, per le violenze del gennaio 2026, il successivo massacro da parte dello Stato iraniano di tante persone che protestavano, e anche per la guerra. Nei media alternativi si cerca di dare un’immagine più complessa, con le sfumature dei vari livelli di grigio che ci sono in questa realtà. Ahimè nei media mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e questa immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva.
Il patrimonio culturale, storico e artistico è sempre più spesso considerato un obiettivo nei conflitti armati contemporanei, con una strategia militare finalizzata a colpire l’identità di un popolo, a cancellarne la memoria e, in ultima analisi, la sopravvivenza. È accaduto in Siria, Yemen, Nagorno-Karabakh, Ucraina, Libano e Striscia di Gaza. Ora sta accadendo in Iran. Che cosa tutti noi abbiamo già perduto?
L’Iran è pieno di siti archeologici, musei, beni culturali, e alcuni fanno parte anche del patrimonio Unesco. Tra quelli danneggiati o distrutti, stiamo parlando al momento di 56 musei in tutto l’Iran. A Teheran è stato colpito il Palazzo Golestan, un edificio del Settecento, patrimonio Unesco. Sempre a Teheran è stato distrutto il Grande Bazar ed è stato danneggiato il Palazzo del Parlamento. In altre città, il Castello di Falak-ol-Aflak, a Khorramabad, nella regione del Lorestan. Quando è stata presa di mira la regione di Esfahan, sono stati distrutti vari palazzi, fra cui il Chehel Sotun, Rakib Khane, la Sala Teimuri. Nella Piazza Naqsh-e Jahan sono andati in frantumi i vetri del Palazzo Ali Qapu, che è uno dei monumenti più emblematici della città di Esfahan e parte di uno dei complessi storici più importanti dell’Iran. E questi sono solo alcuni dei monumenti distrutti. Fra l’altro, Esfahan è una città gemellata con Firenze, ed è la più ricca tra le città iraniane dal punto di vista del patrimonio culturale e artistico.
Da decenni, giovani iraniani arrivano in Italia per motivi di studio, spesso lasciando un contesto percepito come oppressivo. Quale visione di “Occidente” emerge nei loro percorsi di vita?
Mi pare che ne venga fuori un’immagine utopica dell’Occidente come luogo dell’uguaglianza di genere, della democrazia, dei diritti per tutti, della libertà di culto, della libertà di espressione. Sono valori molto alti, che vengono “venerati” nei media e trasmessi ai giovani iraniani ancora prima di arrivare in Italia, una venerazione che continua anche nei primi anni dopo l’arrivo. La presa di queste immagini, di questi – possiamo dire – stereotipi su cosa sia l’Occidente è molto forte. Però, chi resta a lungo a vivere in Italia o in altri Paesi europei, riesce pian piano a rendersi conto che quell’immagine utopistica che gli è stata raccontata negli anni non corrisponde alla realtà.
Che ruolo hanno le comunità religiose nel promuovere una partecipazione autentica, che non sia solo assistenzialismo, ma valorizzazione di talenti e aspirazioni delle persone migranti?
Faccio parte di un gruppo di ricerche all’Università di Copenaghen che studia specificamente la diaspora iraniana. In base a quello che studiamo e in base alla letteratura esistente, quella iraniana non è una diaspora impegnata nelle attività religiose. È marcatamente laica. Anzi, non è soltanto irreligiosa, ma proprio antireligiosa. Nello specifico è molto islamofoba. Essa vede nell’islam le radici di tutti i problemi che ha. Questo fa sì che la religione non abbia alcun ruolo nel gestire o valorizzare talenti e aspirazioni delle persone migranti. Cioè, la rilevanza della religione in questo caso è un fattore assolutamente da escludere.
Quali prospettive intravede per la popolazione iraniana della diaspora?
Per gran parte della popolazione iraniana in diaspora, considerando i suoi ultimi sviluppi, a essere sincera, non vedo grandi prospettive. Si tratta prevalentemente di persone con scarsa formazione culturale, superficiali, che vedono il mondo in bianco e nero, diviso tra buoni e cattivi, ispirate da quello che viene dato loro in pasto intellettualmente nei media mainstream. Quindi, mi sembra che non si tratti di una comunità profonda o dotata di una visione critica. Personalmente, non sono ottimista per il futuro della diaspora iraniana.  (Simone Varisco | "Migranti Press" 3-4 2026)

Una comunità nomade invisibile e fraintesa. I Caminanti di Sicilia visti “dall’interno”

7 Aprile 2026 - In occasione della Giornata internazionale dei rom, sinti e caminanti - istituita in ricordo del primo Congresso internazionale delle popolazioni rom, tenutosi a Londra l'8 aprile 1971 - anticipiamo un articolo del prossimo numero di "Migranti Press" firmato da Vincenzo La Monica, coautore insieme a Rita Mirabella di "Sacri, santi e inviolabili. Parole dette e non dette dai Caminanti in Sicilia" (Fondazione Migrantes/Tau editrice).  Sacri, santi e inviolabili è stato pensato come un viaggio dentro la storia e l’identità dei Caminanti di Sicilia, una comunità nomade a lungo invisibile e fraintesa. È un libro – realizzato con Tau editrice, grazie alla Fondazione Migrantes – anch’esso nomade, a metà strada tra ricerca storica, antropologia e letteratura di testimonianza. Il tentativo è quello di raccontare i Caminanti siciliani “dall’interno”, senza ridurli a oggetto folklorico o caso sociologico, costruendo un testo corale in cui le voci dei Caminanti non sono semplicemente citate, ma diventano protagoniste. Questo è dichiarato fin dalla scelta del titolo che è l’espressione con cui un capo Caminante di Priolo definisce gli antenati che hanno dato vita al nomadismo della Comunità. Abbiamo scelto consapevolmente di non “spiegare” i Caminanti dall’esterno, ma di restituire parole, silenzi e contraddizioni così come emergono dalle testimonianze che Rita Mirabella ha raccolto in oltre 20 anni di frequentazioni con persone della Comunità. Crediamo che questo approccio eviti, da un lato, il rischio, sempre dietro l’angolo, di semplificare una realtà complessa o di incasellarla in categorie rassicuranti; e, dall’altro, abbia il merito di restituire la voce di una popolazione rimasta finora ai margini. Sacri, santi e inviolabili
Le origini e l’identità
Il volume tratta diversi aspetti della vita e dell’organizzazione di questi nomadi di Sicilia. Il tema delle origini, ad esempio, viene affrontato senza pretendere una risposta definitiva. Le ipotesi accademiche, che vogliono i Caminanti come discendenti di rom venuti dall’Albania o di origine autoctona, si affiancano alle narrazioni interne della comunità, spesso più simboliche che documentabili. Ne emerge un punto chiave: l’identità caminante non è tanto un dato storico quanto una costruzione dinamica, alimentata da memoria, necessità concrete di sopravvivenza e senso di appartenenza.
La centralità della famiglia e il ruolo delle donne
Uno degli assi portanti è la centralità della famiglia. I Caminanti si percepiscono come un’unica grande rete parentale, regolata da norme interne forti e da un senso di solidarietà che, almeno nel racconto degli anziani, appare oggi in crisi. Le genealogie, i matrimoni endogamici, le alleanze tra famiglie mostrano come la Comunità si sia costruita nel tempo attraverso incontri, migrazioni e incroci continui. Non un gruppo chiuso e immutabile, quindi, ma un organismo che si espande e si ridefinisce. Accanto alla famiglia, emerge con forza il ruolo delle donne. Spesso descritte come figure silenziose, risultano invece centrali nella trasmissione culturale e nella gestione della vita quotidiana. Nei capitoli più contemporanei – soprattutto quelli sull’uso dei social media – diventano anche agenti di cambiamento, capaci di negoziare tra tradizione e modernità.
Povertà, lavori itineranti e marginalità
Il libro dedica ampio spazio alle condizioni materiali di vita: povertà, lavori itineranti, marginalità. I Caminanti storicamente sono “aggiustatori” più che produttori di oggetti. E quindi sono conosciuti come arrotini, stagnini, ambulanti. Mestieri che li collocano ai margini dell’economia formale e che oggi risultano sempre più fragili. La miseria non è però raccontata in modo pietistico. È piuttosto il contesto da cui nasce una cultura della resilienza, ma anche il segno di una distanza strutturale dalle istituzioni. Interessante è il legame tra marginalità e conflitto con la legge. Il libro non nasconde che piccoli reati, carcere e latitanza fanno parte della storia di molti Caminanti. Tuttavia, questi elementi non vengono usati per stigmatizzare, ma per mostrare un circolo vizioso di esclusione sociale, in cui sopravvivenza e illegalità spesso si sovrappongono.
Dal gergo segreto a TikTok
Dal punto di vista culturale, infine, uno degli aspetti più affascinanti è il baccagghiu, il gergo segreto della comunità. Più che un semplice codice linguistico, rappresenta uno spazio identitario protetto, un confine simbolico tra “noi” e “gli altri”. La sua progressiva perdita viene percepita come un segnale di trasformazione – se non di erosione – dell’identità caminante. L’indagine non si ferma al passato. Il capitolo finale mostra una comunità in piena trasformazione, sospesa tra tradizione e modernità. L’ingresso nell’era digitale – emblematico il caso di TikTok – segna una svolta radicale: da invisibili a ipervisibili, mostrando come i Caminanti stanno rimodellando la propria fisionomia. [caption id="attachment_74185" align="aligncenter" width="1024"]Caminanti Sicilia (foto: Rita Mirabella)[/caption]
L’archetipo del Viandante
I capitoli più propriamente saggistici sono intervallati dalle pagine di diario che Rita Mirabella ha scritto nei suoi anni di frequentazione della Comunità e dai ritratti di vita – una sorta di medaglioni – di alcuni esponenti di spicco della Comunità. In questo modo si è voluto dare varietà alla lettura, anche a rischio di un’apparente disomogeneità. Ma è una scelta coerente con l’oggetto del libro: una realtà non lineare non può essere raccontata con una forma troppo ordinata. In definitiva, Sacri, santi e inviolabili intende colmare un vuoto di conoscenza su una comunità poco studiata, ma nelle nostre intenzioni vorrebbe anche mettere in discussione lo sguardo del lettore. La ricerca, infatti, si è concentrata sui tratti più evidenti della chiusura di questi siciliani erranti: lì dove le linee di confine tra il “noi” e il “voi” si fanno più marcate e i gendarmi culturali più inflessibili. I Caminanti sono sempre stati gelosi della propria identità e la loro è stata spesso una comunità invisibile, nascosta: per povertà, per scelta, per necessità. In certi casi per sfuggire ai grandi eventi della Storia, come le guerre mondiali. A guardarli senza pregiudizi, tuttavia, questi nomadi di Sicilia incarnano l’archetipo del Viandante con una valenza profonda, forse pedagogica. Sono figura di colui che si muove in equilibrio instabile tra due mondi: da un lato, la vita “normale”, fondata su regole, appartenenze, certezze; dall’altro, la chiamata a seguire un’identità non conforme, spesso invisibile, mobile, eppure autentica. L’archetipo del Viandante ci parla dell’individuo lacerato tra il bisogno di appartenere e il desiderio di esprimere la propria essenza, anche a costo della solitudine o dell’emarginazione. È un simbolo universale dell’esperienza di chi vive fuori dagli schemi, e attraverso la propria traiettoria mette in discussione le convenzioni familiari, sociali, culturali. Per il Viandante il viaggio è una dimensione mentale che rende più sopportabile la fatica di vivere. Anzi, di sopravvivere. Per questo la storia dei Caminanti non è solo etnografica o sociale. È anche una riflessione esistenziale sul bisogno universale di riconoscimento e sulla forza che serve per restare fedeli a sé stessi. I Caminanti, come ogni comunità in migrazione o nomadismo, ci interrogano sul prezzo dell’identità, sul bisogno di appartenenza, sul senso del viaggio, sul valore della distanza, sull’obbligo di trasformarsi per continuare a esistere. E se è così, siamo anche noi, come loro, in cammino. (Vincenzo La Monica, in "Migranti Press" 3/2026)

La sicurezza dei numeri e l’eclissi dei diritti

23 Marzo 2026 - L’entrata in vigore del cosiddetto “Decreto Sicurezza” (decreto legge n. 23/2026) segna un punto di non ritorno nella gestione della protezione internazionale in Italia. Con una stretta senza precedenti su identificazioni, respingimenti e tempi di trattenimento, il provvedimento si pone l’obiettivo di blindare le frontiere e velocizzare le espulsioni. Tuttavia, per leggere correttamente le pieghe di questa riforma, non bastano i codici. Serve uno sguardo che conosca il diritto, ma che sappia anche cosa significhi vivere quel diritto. Insieme alle colleghe e ai colleghi del Ciac (Centro immigrazione asilo e cooperazione di Parma), ente di tutela di cittadini migranti, sono quotidianamente impegnato a tradurre la norma in tutele concrete, ma sono anche una persona migrante che ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza della marginalizzazione e dell’ingiustizia delle leggi. È da questa doppia osservazione – tecnica e umana – che emerge la preoccupazione più grande: l’idea che una legge possa giustificare l’eclissi delle garanzie fondamentali.
Il ricatto dell’identità e la rimozione del trauma
Il punto più critico riguarda l’obbligo di cooperazione per l’accertamento dell’identità. Sulla carta sembra una norma di buon senso; nella realtà dei fatti, è un paradosso giuridico. Chiedere a chi fugge da torture, regimi oppressivi o reti di tratta di “cooperare immediatamente” sotto minaccia di sanzioni procedurali significa ignorare la psicologia del trauma. L’identità di un sopravvissuto non è un dato che si consegna a comando: è un percorso di fiducia. Accelerare questi tempi significa condannare all’irregolarità persone vulnerabili che, per timore o shock, non riescono a narrare subito la propria storia. In questo modo, la sanzione amministrativa finisce per colpire non chi mente, ma chi ha subìto troppo per poter parlare subito.
L’eccezione come norma: i Cpr e la deroga perenne
Il decreto estende i poteri straordinari fino al 2028, permettendo deroghe sistematiche a quasi ogni norma non penale per la gestione dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Questa scelta trasforma lo Stato di diritto in uno Stato di eccezione permanente. Trattenere una persona fino a 18 mesi in un Cpr significa sottoporla a una “pena” senza reato, spesso in strutture dove la dignità minima è un miraggio. L’esperienza sul campo ci insegna che i Cpr sono zone grigie di sospensione dei diritti. La recente sentenza n. 3857/2025 del Consiglio di Stato ha già evidenziato carenze sanitarie inaccettabili, specialmente per chi soffre di fragilità psichiche. Eppure, la risposta politica è il potenziamento di questo modello di isolamento, a scapito di forme di accoglienza che favoriscano la trasparenza e l’inclusione.
Una giustizia sacrificata alla statistica
L’accelerazione delle procedure rischia di svuotare di significato il diritto alla difesa. Se i tempi diventano troppo contratti, il ricorso diventa un atto formale privo di efficacia. Non possiamo dimenticare che, nelle sezioni specializzate dei Tribunali, una larghissima parte dei dinieghi delle Commissioni territoriali viene ribaltata: la magistratura riconosce spesso quella protezione che una procedura frettolosa avrebbe negato. Invocare l’articolo 3 della nostra Costituzione non è un esercizio di retorica, ma una necessità legale. La Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza; questo decreto, al contrario, ne costruisce di nuovi. La vera legalità non viene assicurata dalla velocità delle espulsioni, ma dalla tenuta delle garanzie. (Gazmir Cela, responsabile area cittadinanza Ciac | "Migranti Press" 2 2026)

“Migranti Press” 2 2026

20 Marzo 2026 - Il nuovo numero di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina la questione dei migranti climatici, con un mini-reportage di Stefania Divertito che permette di cogliere il legame tra crisi ambientale, disuguaglianze di genere e lacune normative. Con un piccolo focus sugli sfollati interni in Italia, a causa di eventi estremi. In evidenza, poi, l’editoriale “La sicurezza dei numeri e l’eclissi dei diritti” firmato da Gazmir Cela – responsabile dell’area cittadinanza di Ciac onlus e al tempo stesso migrante residente in Italia –, che analizza gli effetti del recente “Decreto Sicurezza”.

Scopri il sommario del numero.

 

“Migranti Press” 2 2026 | In copertina: quando restare è impossibile. Chi sono i “migranti climatici”?

19 Marzo 2026 - Il nuovo numero di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina la questione dei migranti climatici, con un mini-reportage di Stefania Divertito che permette di cogliere il legame tra crisi ambientale, disuguaglianze di genere e lacune normative. Con un piccolo focus sugli sfollati interni in Italia, a causa di eventi estremi. In evidenza, poi, l’editoriale “La sicurezza dei numeri e l’eclissi dei diritti” firmato da Gazmir Cela – responsabile dell’area cittadinanza di Ciac onlus e al tempo stesso migrante residente in Italia –, che analizza gli effetti del recente “Decreto Sicurezza”. Il suo sguardo, tecnico ed esperienziale insieme, mette in luce il rischio più profondo della nuova normativa: l’eclissi delle garanzie fondamentali di tutti noi in nome dell’efficienza amministrativa, che trasforma la tutela dei diritti in statistica e la vulnerabilità in irregolarità. Da leggere insieme al commento sul cosiddetto “ddl immigrazione” di Stefania N’Kombo José Teresa, già pubblicato su migrantesonline.it. E poi, gli altri contenuti del numero:
  • L’altro editoriale. “Parola e parole per risorgere”: il percorso quaresimale di libertà e rigenerazione spirituale proposto dalla Conferenza episcopale italiana.
  • “Quattro pezzi da 20”. Una graphic novel per sensibilizzare i giovani sul tema della tratta. Con una proposta didattica.
  • Dimmi dove vivi: perché la conoscenza della lingua e del territorio sono decisive per l’inclusione dei migranti. Alcune buone pratiche.
  • La seconda puntata della rubrica “Parole in fuga”, si concentra per la seconda volta sulla parola “tempo”: le implicazioni delle procedure accelerate in materia di asilo.
  • L’Italia fuori dall’Italia. Ispirata dal Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, la testata diocesana online Clarus sta raccontando storie di mobilità italiana all’estero tra radici, talento e ricerca di futuro.
  • Progetti. Cinema aldilà del muro: “Cinelà”, il Festival del cinema africano a Verona che unisce in una giuria speciale anche studenti e detenuti.
  • E poi le nostre rubriche fisse: “Leggi e giurisprudenza”, le “Brevi” e le “Segnalazioni” di libri, film, arte, musica.

Come si crescono figli italiani lontano dall’Italia? Una ricerca sulle famiglie expat

5 Marzo 2026 - Giovedì 12 marzo, alle ore 16 a Roma, presso la Sala stampa della Camera dei deputati (via della Missione 4/8) viene presentato il volume “Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo” (Tau editrice) di Eleonora Voltolina, frutto di una ricerca promossa e finanziata dalla Fondazione Migrantes. Ripubblichiamo l'articolo in cui l'autrice ha presentato il suo lavoro su "Migranti Press". Gli italiani che vivono all’estero ne hanno abbastanza di sentirsi definire “cervelli in fuga”: una etichetta cliché che piace ai giornalisti, ma rende un servizio davvero povero alla comunità degli italiani fuori dall’Italia, che è molto ricca e variegata, e composta da expat molto diversi per titolo di studio, età, situazione professionale e personale. Continuare a parlare di cervelli in fuga lascia da parte tantissime persone che, invece, hanno bisogno e voglia di essere raccontate a tutto tondo, e ascoltate. Per esempio, una condizione peculiare che accomuna molti, nel Paese di approdo, è quella di portare avanti una famiglia. In due accezioni: aver effettuato un progetto migratorio familiare – ed essere partiti quindi con figli al seguito – o aver messo al mondo dei figli direttamente all’estero.
Soddisfazione, speranza, dispiacere
Per esplorare questo tema, tra il 2024 e il 2025, ho effettuato, grazie al sostegno della Fondazione Migrantes, una ricerca che ha visto la partecipazione di oltre 1.200 genitori italiani residenti all’estero (per un 81% mamme, e il restante 19% papà), che hanno risposto a un set di oltre 200 domande condividendo la loro esperienza. Nell’edizione 2025 del RIM, il Rapporto Italiani nel Mondo, è già apparso un piccolo assaggio dei risultati: risulta subito chiaro che queste famiglie sono contente della loro scelta. Le emozioni più frequentemente associate al crescere i figli all’estero sono infatti “soddisfazione” e “speranza”; anche se il 57% ammette di avvertire un senso di colpa, o dispiacere, per averli allontanati dai nonni. I genitori expat sono generalmente soddisfatti della loro vita (tre su cinque danno un voto tra 8 e 10 al tenore di vita raggiunto) e, forse per questo, solo un terzo di loro avverte un concreto desiderio di rientrare in Italia. Conciliare lavoro e famiglia sembra più facile quando si è all’estero. Per esempio, le penalizzazioni verso chi lavora e ha figli sono ben più frequenti in Italia che nel resto del mondo: se un 15,5% di genitori expat racconta di aver subito mobbing nel Paese di approdo, tra coloro che avevano già figli quando ancora vivevano in Italia la percentuale di esperienze negative nel mercato del lavoro italiano sale addirittura al 49%. La suddivisione dei lavori di cura tra madri e padri è più equilibrata all’estero che in Italia, con un più alto livello di parità di genere nelle famiglie; non a caso il congedo di paternità italiano si prende una sonora bocciatura quando viene messo a confronto con quelli vigenti altrove, spesso di durata maggiore.
Un libro per raccontare i risultati
I risultati della ricerca sono raccontati in un libro che ai dati intreccia le storie di oltre 30 genitori italiani all’estero, per costruire un affresco di come si crescono “figli italiani lontano dall’Italia”. Molti i temi toccati: le ragioni che spingono a partire; le differenze tra le famiglie 100% italiane e quelle miste, con genitori di nazionalità diverse. E ancora: le strategie di costruzione e consolidamento dell’identità italiana quando si vive lontano; l’importanza e la complessità di mantenere l’italiano in casa e fuori casa, e trasmettere la lingua ai figli; la diversità nei sistemi sanitari e in quelli scolastici. A proposito, in particolare, di calendari scolastici, non sorprende che una decisa maggioranza di genitori expat sia convinta che sia più facile gestire varie settimane di vacanza distribuite durante l’intero corso dell’anno, anziché tutte in blocco d’estate, come ancora si fa in Italia!
Politiche di sostegno alle famiglie
Ben tre quarti dei genitori expat affermano che è più facile fare figli nel loro Paese d’approdo rispetto all’Italia. Un verdetto netto, che si basa sul fatto che all’estero le famiglie sono aiutate di più, e sul quale la classe politica italiana dovrebbe riflettere. Il maggior aiuto pubblico messo a disposizione di chi ha figli all’estero è lo sgravio fiscale, uno sconto sulle tasse dovuto al fatto di avere uno o più figli: ben il 51% di chi ha partecipato alla ricerca racconta che il Paese in cui vive prevede questo tipo di agevolazione. E poi generosi assegni mensili di sostegno economico per ciascun figlio, spesso addirittura indipendenti dal reddito del nucleo familiare; contributi o rimborsi per spese varie, come le attività extra-scolastiche o il babysitting; servizi di assistenza e counseling gratuiti o a prezzo calmierato, dopo il parto e nei primi mesi (o addirittura anni) di vita del bambino, come il servizio di puericultura a domicilio. Altro che bonus bebè! All’estero sembrano aver capito che aiutare le famiglie con una somma una tantum alla nascita non basta, e che è necessario prevedere aiuti e servizi continuativi. La ricerca e il libro vogliono mettere a disposizione dei policymaker e del dibattito pubblico proposte e idee direttamente dai genitori italiani residenti all’estero, per far tornare l’Italia un Paese accogliente per tutti coloro che hanno desiderio di fare famiglia. (Eleonora Voltolina, in "Migranti Press" 1 2026)

Speranze recluse. La “nuova normalità” del diritto d’asilo | “Migranti Press” 1 2026

19 Febbraio 2026 - Il primo numero del 2026 di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina lo sguardo lucido e preoccupato offerto dal Report 2025 sul diritto d’asilo: “Ciò che un tempo sarebbe apparso inaccettabile – respingimenti, accordi con regimi autoritari, esternalizzazione della protezione – diventa tollerato e persino auspicato. È la nuova normalità di un Nord America e di un’Europa sempre più chiuse, e di un mondo che sembra rassegnato alla crisi permanente”, scrivono Giovanni Godio e Mariacristina Molfetta. In evidenza, i due editoriali. In quello firmato dal direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo, una riflessione e una prospettiva su un tema di grande attualità sociale e politica, spesso strumentalizzato anche a spese delle persone migranti: quale sicurezza cerchiamo? Nell’altro editoriale, che abbiamo già anticipato su migrantesonline, Massimo Faggioli – expat a lungo degli Stati Uniti e ora in Irlanda – ci regala una testimonianza personale sulla “sua” Minneapolis e sul perché proprio lì potrebbe essere esplosa per la prima volta la durezza della nuova ICE di Donald Trump. E ancora: Eleonora Voltolina, presentando un volume in uscita il 20 febbraio, racconta la vita, le speranze e le preoccupazioni di chi lascia l’Italia e costruisce una famiglia all’estero. Simone Varisco, commenta 4 studi di recente pubblicazione, per ragionare sul tema della paura e su come essa possa essere legata ai pregiudizi e alla (cattiva) comunicazione. Simone Sereni prima apre una finestra sull’applicazione dell’intelligenza artificiale e degli strumenti digitali nell’accompagnamento di migranti e rifugiati, presentando due esperienze: Infocaminante e Sportellino; poi racconta la sua visita alla scuola di italiano del progetto “Sababu”, nel cuore di Torpignattara, a Roma Infine, oltre alla prima puntata della nuova rubrica curata dall’Osservatorio “Vie di fuga”, dedicata alle “Parole in fuga” – un glossario ragionato e incarnato sulle parole che accompagnano la quotidianità dei richiedenti asilo e dei rifugiati –, le nostre pagine fisse dedicate a leggi e giurisprudenza sui migranti, brevi notizie dal mondo della Fondazione Migrantes e alle segnalazioni culturali: libri, cinema, arte, etc.   Copertina Migranti Press 1 2026 rifugiati