Intelligenza artificiale e migranti: confini intelligenti?

21 Maggio 2026 – Lunedì 25 maggio papa Leone XIV in persona presenterà “Magnifica humanitas”, la sua prima Lettera enciclica, un documento “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Si occuperà anche dell’impatto di queste “res novae” sulla sorte delle persone coinvolte in tutti i fenomeni della mobilità umana? Non lo sappiamo ancora. Nel frattempo, per il numero di “Migranti Press” in uscita, abbiamo chiesto a Lugi “Gigio” Rancilio, giornalista esperto di digitale, di accennare qualche questione sul tavolo, a proposito di questo argomento. Anticipiamo il suo editoriale. Buona lettura!

Per noi sono persone, per l’intelligenza artificiale sono dati. O peggio.

Quando un drone di Frontex, che sorvola il mare, riprende con le sue telecamere un’imbarcazione sovraffollata nel Mediterraneo centrale, a centinaia di chilometri dalle coste, per il sistema di sorveglianza non è un naufragio in attesa di soccorso, ma un’anomalia da classificare, una rotta da tracciare, un dato da inserire nel database. Le persone, gli aiuti, i soccorsi vengono dopo.

Non è la scena di un film distopico. È il presente delle frontiere europee, dove l’intelligenza artificiale è diventata uno strumento centrale nella gestione dei flussi migratori.

L’Unione Europea ha investito miliardi per rendere i propri confini “intelligenti”. Prima con Eurosur, il sistema di sorveglianza attivo dal 2013 e potenziato nel 2019, che collega in tempo reale le autorità di frontiera di tutti gli Stati membri raccogliendo dati da droni, satelliti, sensori terrestri e navali. Poi, con l’Entry/Exit System, il sistema biometrico che registra le impronte digitali e le immagini facciali di ogni cittadino extra-UE che attraversa le frontiere esterne. Poi ancora con l’Etias, il sistema di autorizzazione preventiva che valuta algoritmicamente il “rischio” rappresentato da un visitatore prima ancora che salga su un aereo. Il risultato è una rete di controllo senza precedenti, costruita pezzo per pezzo nell’arco di un decennio.

C’è un punto, in questa vicenda, che non è affatto secondario. Gli algoritmi che governano questi sistemi non sono neutri. Studi e inchieste mostrano che i sistemi di profilazione del rischio usati alle frontiere tendono a penalizzare chi proviene da alcuni paesi, chi parla alcune lingue, chi ha alcuni comportamenti digitali. La presenza sui social media, i contatti, gli spostamenti: tutto può diventare un elemento di un profilo algoritmico che etichetta qualcuno come “a rischio” prima ancora che abbia fatto qualcosa di irregolare. E quando un algoritmo sbaglia, chi ne risponde? Nella maggior parte dei casi, nessuno.

Detto questo, non tutta l’intelligenza artificiale applicata alle migrazioni opera contro i migranti. L’Unhcr utilizza sistemi di analisi dei dati per identificare situazioni di rischio e migliorare i processi di registrazione nei campi profughi. Alcune Ong hanno sviluppato app e chatbot che forniscono ai migranti informazioni legali, indicazioni sui diritti, avvisi sui pericoli delle rotte. Sono piccoli esempi che ci ricordano che la tecnologia può essere orientata anche verso la tutela della dignità. Resta solo una domanda: quale tipo di tecnologia vogliamo costruire, e a chi vogliamo che serva? (Gigio Rancilio, in “Migranti Press” 5 2026)

 

Ia migranti
(Immagine generata con IA)

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