23 Aprile 2026 - Siamo di fronte a una guerra dai contorni sfumati e priva di obiettivi credibili, figlia del contesto di crisi del sistema globale. «Mentre i missili colpiscono, il diritto internazionale viene armato. I civili in Iran e in tutta la regione subiscono le conseguenze più gravi», ha evidenziato Alain Berset, segretario generale del Consiglio d’Europa.
Il mondo viene trasformato in una scacchiera, senza neppure il coraggio di «mostrare il volto della guerra e raccontarla con gli occhi delle vittime per non trasformarla in un videogame», come ha sottolineato papa Leone XIV. «Una guerra vera, con morte e sofferenza reali, trattata come un videogioco: è nauseante», ha confermato senza mezzi termini il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago. Obiettivi civili e culturali, risorse economiche e infrastrutture sociali: nulla sfugge ormai alla follia distruttiva della violenza e ai nuovi algoritmi della guerra ibrida.
«Questa guerra non è soltanto il frutto di fattori interni all’Iran, ma di un complesso di vari elementi, anche esterni», spiega Minoo Mirshahvalad, ricercatrice in Studi islamici presso l’Università di Copenaghen, esperta in tema di intersezioni fra religione, mobilità umana e genere nell’Europa contemporanea, con particolare attenzione alle minoranze musulmane e alle comunità sciite della diaspora. «Nei media mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e questa immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva della realtà».
[caption id="attachment_75207" align="aligncenter" width="268"] Minoo Mirshahvalad[/caption]
Professoressa Mirshahvalad, come stanno reagendo alla guerra le comunità della diaspora iraniana in Europa e, in particolare, in Italia?
Come io riesco a capire, in base anche a quello che vedo nei media e nei social media in Europa, sembra che una parte della diaspora sia felice per questa guerra e che mostri tanto entusiasmo per il progetto coloniale che stanno portando avanti Israele e Stati Uniti. Questa parte della diaspora, ahimè, è stata molto sovraesposta dai media mainstream, anche in Europa, mostrandola come l’unica voce esistente della diaspora.
Come stanno raccontando la guerra i media italiani ed europei? Cosa manca, cosa eccede e cosa non viene capito?
Bisogna distinguere tra media mainstream e media alternativi. I media mainstream in Italia stanno vendendo questo progetto coloniale essenzialmente come la “liberazione delle donne iraniane”. Vengono dette cose surreali. Come quando si dice che ora non possono uscire di casa con il volto scoperto. Questa è un’assoluta falsità. Questa strumentalizzazione dei diritti delle donne purtroppo è molto forte e mi pare assolutamente patologica. Sui media alternativi la situazione è diversa: si cerca di dare un’immagine diversa del conflitto. Purtroppo, però, non raggiungono gli stessi numeri che hanno i media mainstream.
Quello che non viene compreso è che questa guerra non è soltanto il frutto di fattori interni all’Iran, ma di un complesso di vari elementi, anche esterni. Per esempio, nei media mainstream non viene attribuita assolutamente nessuna responsabilità alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, per le violenze del gennaio 2026, il successivo massacro da parte dello Stato iraniano di tante persone che protestavano, e anche per la guerra.
Nei media alternativi si cerca di dare un’immagine più complessa, con le sfumature dei vari livelli di grigio che ci sono in questa realtà. Ahimè nei media mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e questa immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva.
Il patrimonio culturale, storico e artistico è sempre più spesso considerato un obiettivo nei conflitti armati contemporanei, con una strategia militare finalizzata a colpire l’identità di un popolo, a cancellarne la memoria e, in ultima analisi, la sopravvivenza. È accaduto in Siria, Yemen, Nagorno-Karabakh, Ucraina, Libano e Striscia di Gaza. Ora sta accadendo in Iran. Che cosa tutti noi abbiamo già perduto?
L’Iran è pieno di siti archeologici, musei, beni culturali, e alcuni fanno parte anche del patrimonio Unesco. Tra quelli danneggiati o distrutti, stiamo parlando al momento di 56 musei in tutto l’Iran. A Teheran è stato colpito il Palazzo Golestan, un edificio del Settecento, patrimonio Unesco. Sempre a Teheran è stato distrutto il Grande Bazar ed è stato danneggiato il Palazzo del Parlamento. In altre città, il Castello di Falak-ol-Aflak, a Khorramabad, nella regione del Lorestan.
Quando è stata presa di mira la regione di Esfahan, sono stati distrutti vari palazzi, fra cui il Chehel Sotun, Rakib Khane, la Sala Teimuri. Nella Piazza Naqsh-e Jahan sono andati in frantumi i vetri del Palazzo Ali Qapu, che è uno dei monumenti più emblematici della città di Esfahan e parte di uno dei complessi storici più importanti dell’Iran. E questi sono solo alcuni dei monumenti distrutti. Fra l’altro, Esfahan è una città gemellata con Firenze, ed è la più ricca tra le città iraniane dal punto di vista del patrimonio culturale e artistico.
Da decenni, giovani iraniani arrivano in Italia per motivi di studio, spesso lasciando un contesto percepito come oppressivo. Quale visione di “Occidente” emerge nei loro percorsi di vita?
Mi pare che ne venga fuori un’immagine utopica dell’Occidente come luogo dell’uguaglianza di genere, della democrazia, dei diritti per tutti, della libertà di culto, della libertà di espressione. Sono valori molto alti, che vengono “venerati” nei media e trasmessi ai giovani iraniani ancora prima di arrivare in Italia, una venerazione che continua anche nei primi anni dopo l’arrivo. La presa di queste immagini, di questi – possiamo dire – stereotipi su cosa sia l’Occidente è molto forte. Però, chi resta a lungo a vivere in Italia o in altri Paesi europei, riesce pian piano a rendersi conto che quell’immagine utopistica che gli è stata raccontata negli anni non corrisponde alla realtà.
Che ruolo hanno le comunità religiose nel promuovere una partecipazione autentica, che non sia solo assistenzialismo, ma valorizzazione di talenti e aspirazioni delle persone migranti?
Faccio parte di un gruppo di ricerche all’Università di Copenaghen che studia specificamente la diaspora iraniana. In base a quello che studiamo e in base alla letteratura esistente, quella iraniana non è una diaspora impegnata nelle attività religiose. È marcatamente laica. Anzi, non è soltanto irreligiosa, ma proprio antireligiosa. Nello specifico è molto islamofoba. Essa vede nell’islam le radici di tutti i problemi che ha. Questo fa sì che la religione non abbia alcun ruolo nel gestire o valorizzare talenti e aspirazioni delle persone migranti. Cioè, la rilevanza della religione in questo caso è un fattore assolutamente da escludere.
Quali prospettive intravede per la popolazione iraniana della diaspora?
Per gran parte della popolazione iraniana in diaspora, considerando i suoi ultimi sviluppi, a essere sincera, non vedo grandi prospettive. Si tratta prevalentemente di persone con scarsa formazione culturale, superficiali, che vedono il mondo in bianco e nero, diviso tra buoni e cattivi, ispirate da quello che viene dato loro in pasto intellettualmente nei media mainstream. Quindi, mi sembra che non si tratti di una comunità profonda o dotata di una visione critica. Personalmente, non sono ottimista per il futuro della diaspora iraniana. (Simone Varisco | "Migranti Press" 3-4 2026)