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Come (non) funziona il Decreto flussi a livello territoriale? Uno studio della Campagna “Ero Straniero”

21 Aprile 2026 - La campagna "Ero straniero" ha pubblicato un approfondimento del suo Rapporto annuale sugli esiti del decreto flussi nel 2024 e 2025 a livello territoriale. Significative le differenze che esistono da provincia a provincia. Infatti, dai dati - aggiornati a fine 2025 - e dalle infografiche elaborate dalla campagna emerge una situazione profondamente diversa per ciascuna prefettura, persino all’interno della stessa Regione, "a riprova - si legge in un comunicato - di un sistema che produce esiti radicalmente diversi a seconda di dove si presenta la domanda e della enorme difficoltà delle amministrazioni pubbliche coinvolte a portare a termine le istruttorie e consentire l’assunzione e il rilascio di un titolo di soggiorno alle decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici in attesa di fare ingresso in Italia attraverso l’unico canale disponibile". A quasi due anni dai click day del 2024, a livello nazionale a fronte di 146.850 ingressi programmati, risultano 24.858 permessi di soggiorno in via di rilascio, pari a un tasso di successo del 16,9%: solo 17 persone circa su 100 sono in Italia con un lavoro e un regolare titolo di soggiorno. Dall’analisi dei territori emerge che, sul totale dei permessi di soggiorno rilasciati, il 60% si concentra tutto nelle prime 20 prefetture (Verona, Ragusa, Trento, Cuneo, Lecce, Milano, Latina, Bari, Bolzano, Brescia sono le prime dieci). "Il sistema - spiegano dalla Campagna Ero Straniero -, quindi, non fallisce in modo uniforme, ma produce poche aree che 'chiudono' le istruttorie e moltissime altre ferme, dove si registrano ritardi e pratiche accumulate, rinunce, archiviazioni e percorsi interrotti".

Leggi il comunicato e l'approfondimento completo.

 

Demenza e migranti anziani, in Italia cure a ostacoli: pochi mediatori e servizi non adeguati

12 Aprile 2026 - I più fragili fra i fragili. Gli stranieri sopra i 60 anni, residenti in Italia e affetti da disturbi cognitivi, sono costretti ad affrontare numerosi ostacoli per accedere a cure e percorsi diagnostici. La loro popolazione è cresciuta e si stima che su 590mila persone, circa 45mila convivano oggi con la demenza. Al fenomeno si dedicano i ricercatori del progetto Immidem, coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e avviato con il finanziamento del ministero della Salute nell’ambito dei fondi della ricerca finalizzata del 2016. I dati emersi dal lavoro portato avanti mostrano un uso disomogeneo dei servizi e la frequente interruzione dei percorsi di cura per le persone straniere affette da demenza. Secondo una survey nazionale, condotta su 343 Centri per disturbi cognitivi e demenze (Cdcd) nel 2019, si stima che oltre 4.500 migranti siano stati presi in carico dai servizi specialistici, ma con risorse ancora insufficienti. Solo il 6,7% dei Centri infatti dispone di materiale informativo multilingue, il 10,5% offre interpreti professionali e il 37,3% può contare sulla presenza di un mediatore culturale. Un’altra analisi, condotta in 18 Centri che ha coinvolto 823 pazienti, quasi la metà dei quali con una storia migratoria, ha mostrato come le persone risultino mediamente più giovani al momento della valutazione (73,0 vs 78,5 anni), presentino una maggiore vulnerabilità linguistica (bassa competenza in italiano nel 21,9% dei casi) e reti familiari più fragili, pur avendo una complessità clinica sovrapponibile a quella dei pazienti italiani. Il lavoro compiuto dai ricercatori ha messo in luce in questi anni l’esigenza di adottare un approccio multidisciplinare per gestire i pazienti. “Un approccio multisettoriale è fondamentale per comprendere i complessi bisogni di salute dei migranti con demenza, individuare le barriere che queste persone e i loro caregiver incontrano nell’accesso alle risorse sociosanitarie e sviluppare politiche culturalmente appropriate”, spiega Marco Canevelli, docente del dipartimento di Neuroscienze Umane della Sapienza Università di Roma. “In questa prospettiva, istituzioni governative, agenzie di sanità pubblica, mondo accademico, operatori sanitari, organizzazioni non governative attive in ambito umanitario e associazioni di pazienti rappresentano interlocutori essenziali per sviluppare strategie collaborative realmente inclusive”. Come per il resto della popolazione anziana in Italia, la crescita costante dell’incidenza delle demenze in quella straniera è un dato ineluttabile. “A causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione – osserva il professor Canevelli –, un numero crescente di migranti, così come di persone native, è e sarà esposto al rischio di sviluppare malattie croniche correlate all’età e già oggi convive con demenza e altri disturbi cognitivi”.
“Questa transizione demografica ed epidemiologica non è un fenomeno transitorio, ma rappresenta e rappresenterà una sfida permanente e strutturale per il nostro Servizio sanitario. I dati raccolti dal progetto Immidem hanno confermato che le demenze tra i migranti sono in netto aumento nel nostro Paese e hanno inoltre documentato una più frequente insorgenza di casi anche in età presenile”.
Centrale, è anche il contributo dei mediatori culturali, essenziali per una valutazione accurata e culturalmente appropriata. Il progetto Immidem ha curato la traduzione e l’adattamento in italiano di strumenti per la valutazione cognitiva. “La survey dei Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (Cdcd) condotta nell’ambito del progetto Immidem ha evidenziato importanti criticità nei servizi, quali la scarsa presenza e la difficoltà nel ricorrere a interpreti professionali e mediatori culturali, lo scarso impiego di strumenti di valutazione cognitiva cross-culturale, la mancanza di materiale informativo sulle demenze tradotto in altre lingue, la limitata esperienza e competenza degli operatori sul tema della demenza nelle persone culturalmente e linguisticamente diverse. Queste carenze devono rappresentare l’oggetto di politiche sanitarie mirate”. I ricercatori non sottovalutano un altro aspetto: la sottodiagnosi del fenomeno. La causa è “riconducibile a barriere linguistiche e culturali e a carenze strutturali che precludono o ritardano l’accesso ai servizi sociosanitari”, conferma Canevelli. Per far uscire dall’ombra i casi “è fondamentale condurre attività di sensibilizzazione – suggerisce – per aumentare i livelli di consapevolezza ed alfabetizzazione sanitaria sul tema della demenza e combattere lo stigma”.
“È inoltre cruciale investire sulla formazione del personale sociosanitario e sull’adozione di strumenti di valutazione cross-culturali per implementare percorsi diagnostici e assistenziali sensibili alle diversità culturali”.

(Elisabetta Gramolini/SIR)

La salute nei centri di detenzione per immigrati. Un rapporto dell’OMS

11 Marzo 2026 - Un rapporto pubblicato nel mese di gennaio 2026 dalla Organizzazione mondiale della sanità (Oms) denuncia che i migranti, i richiedenti asilo e gli altri cittadini stranieri detenuti nei Centri per l'immigrazione vivono in condizioni sociali e ambientali dannose, che comportano conseguenze negative per la salute. Intanto, il ricorso alla detenzione è in aumento a livello globale. Gli standard universali in materia di diritti umani e le raccomandazioni fornite nel "Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare" (Global compact) richiedono agli Stati di garantire che la detenzione sia una misura di ultima istanza e non venga mai applicata ai minori; ma, secondo l'Oms, i dati dimostrano che questi principi non vengono rispettati in modo coerente. Il documento evidenzia la necessità di difendere il diritto alla salute di tutti gli individui, indipendentemente dal loro status giuridico. Le alternative alla detenzione sono ampiamente citate.

(fonte: Organizzazione mondiale della sanità)

  Salute detenzione Oms

Minacce globali e paure quotidiane. Quattro rapporti, una riflessione

11 Marzo 2026 - Il "migrante" è divenuto il simbolo di un cambiamento percepito come incontrollabile, improvviso e destabilizzante; un contenitore simbolico sui cui proiettare ansie che hanno origini molto più profonde. E poco importa che i dati raccontino una storia diversa. Una riflessione di Simone Varisco per "Migranti Press" alla luce dei risultati di quattro recenti rapporti. Viviamo in un’epoca in cui le minacce globali – crisi ambientale, conflittualità geopolitica, emergenze sociali, trasformazioni tecnologiche – sembrerebbero avere un peso enorme sulla nostra percezione del futuro. E molto spesso è così. Eppure, paradossalmente, ciò che più condiziona le nostre emozioni e i nostri comportamenti non è l’astratta vastità dei problemi planetari, ma la concretezza delle paure quotidiane. È come se l’orizzonte del mondo fosse troppo grande per essere davvero temuto, mentre ciò che percepiamo come vicino, tangibile, immediato, diventa improvvisamente ingombrante. Le grandi minacce globali hanno una caratteristica comune: sono complesse, muovono interessi enormi eppure sono difficili da visualizzare. Il cambiamento climatico, per esempio, è un fenomeno scientificamente documentato, ma emotivamente sfuggente: non ha un volto, non ha un nome, non sembra bussare alla porta di casa. La guerra in una lontana parte del mondo è tragica, ma rimane spesso confinata dentro i margini di uno schermo. Le trasformazioni economiche e tecnologiche sono pervasive, ma sanno affascinare e non producono un nemico immediatamente identificabile. Pezzi di realtà che, solo apparentemente, non ci riguardano.
Paure prossime e migranti
La mente umana fatica a temere ciò che non può rappresentare con chiarezza. E così, mentre le minacce globali restano sullo sfondo, la nostra attenzione si concentra su ciò che appare più vicino, più semplice, più immediato. Tra le paure “di prossimità”, quella legata alle persone migranti rimane uno dei paradigmi più evidenti. Non perché sia la più fondata, ma perché è la più facilmente narrabile, visibile, spesso manipolabile. Soltanto alcune eccezioni sfuggono – almeno in parte – a questa regola. La più recente, fra il 2019 e il 2022, è stata l’emergenza generata dalla pandemia di Covid: una breve pausa nell’ingranaggio della “paura dello straniero”, e peraltro soltanto dopo una iniziale attribuzione di colpe alla popolazione immigrata. «Il virus viene associato alle migrazioni in una cornice di crisi sanitaria, alimentando timori legati alla presunta diffusione dell’infezione da parte dei migranti. Questo termine riflette l’intersezione reale e simbolica tra paura della pandemia e narrazione sull’immigrazione», scrivono Associazione Carta di Roma e Osservatorio di Pavia nel XIII Rapporto Carta di Roma “Notizie senza volto”. Perché fra paura e informazione c’è reciprocità, e la paura è spesso indotta, alimentata e sfruttata.
La cornice mediatica delle paure crescenti
«Nel 2025, il 47% dei cittadini percepisce l’immigrazione come minaccia alla sicurezza», prosegue il Rapporto. Va però osservato che la pervasività della copertura mediatica sui temi dell’immigrazione «da sola spiega solo parzialmente le oscillazioni della percezione di insicurezza. Appare infatti determinante la cornice interpretativa con cui il fenomeno migratorio è raccontato. Le fasi di “paura crescente” coincidono con cornici mediatiche allarmanti, che enfatizzano emergenze di sbarchi, cronaca nera, binomio immigrazione-criminalità, rischi di attentati terroristici e scontri di civiltà. Al contrario, i momenti di “paura calante” riflettono cornici più moderate e normalizzanti, orientate ad accoglienza, economia e lavoro, scuola e convivenza nei territori». La paura del quotidiano ha, infatti, i suoi confini: il quartiere, il condominio, il posto di lavoro. È una paura che nasce dall’idea di perdere la sicurezza del proprio spazio vitale. E in questo universo ristretto, il “migrante” diventa il simbolo di un cambiamento percepito come incontrollabile, improvviso e destabilizzante. E poco importa che i dati reali raccontino una storia diversa. Che la presenza di cittadini – lavoratori e lavoratrici, studentesse e studenti – stranieri sia spesso essenziale per l’economia, per il welfare, per la tenuta del tessuto sociale. Quando «i conflitti ridefiniscono le traiettorie del nostro tempo, riaffiora la necessità di un linguaggio capace di distinguere tra ciò che accade e ciò che temiamo. Perché dietro ogni titolo, anche quando moltiplica le paure, rimane il compito più semplice e più difficile del giornalismo: restituire umanità a ciò che la politica riduce a flusso, e voce a chi continua a non averne».
La paura non si nutre di statistiche
Che la paura non si nutra di statistiche, ma di percezioni, è confermato anche dal 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese curato dal Censis. È così che, con poco spazio per un sano realismo rispetto all’ineluttabilità storica dei movimenti di persone su scala globale e alle opportunità che da sempre ne sono derivate, il 62,8% degli italiani ritiene che l’immigrazione debba essere il più possibile frenata, una realtà percepita dal 54,1% come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali. L’irrigidimento difensivo appare la postura più usuale di fronte alla crisi di senso: difesa del proprio peso politico, sia locale che nazionale (il 47% e il 14,7% degli italiani sono, rispettivamente, contrari e indecisi rispetto all’estensione del diritto di voto alle amministrative ai cittadini stranieri residenti, mentre il 56,5% è contrario o non si esprime circa il voto alle elezioni politiche); difesa delle opportunità offerte dal sistema pubblico (il 47,3% è contrario all’apertura dei concorsi a chi non è in possesso della cittadinanza italiana, con un 16,1% non ha un’opinione in proposito); difesa del proprio orizzonte urbano e patrimoniale (il 58,8% degli italiani è convinto che un quartiere finisca con il degradarsi – e dunque con lo svalutarsi – quando vi risiedono molti cittadini immigrati). È, d’altronde, la conferma di quanto emerso dal referendum dell’8 e 9 giugno 2025: il rifiuto della maggioranza degli italiani di allargare concretamente la platea dei nuovi cittadini, rigettando la proposta di abbreviare i tempi necessari per la richiesta della cittadinanza da parte degli stranieri residenti (sebbene oggi la maggioranza degli italiani – il 59,2% – si dichiari d’accordo con una riforma secondo il criterio dello ius culturae).
Migranti e “aporofobia”
Il “migrante” – eterno aggettivo sostantivato – incarna, nella narrazione pubblica e nella percezione privata, una serie di timori sovrapposti: paura dell’ignoto, paura del cambiamento, paura della perdita, paura dell’insicurezza personale. In altre parole, il “migrante” è reso un contenitore simbolico su cui proiettare ansie che hanno origini molto più profonde: paura della precarietà economica, della fragilità sociale, dell’inadeguatezza delle istituzioni, della crescente solitudine urbana. Ma anche della povertà. La chiamano "aporofobia": il timore, il rifiuto, quando non l’ostilità verso le persone povere, che si vedono come un pericolo. Quasi che la povertà sia contagiosa. Anche in questo caso, innestandosi sopra un substrato di paure ataviche, la narrazione mediatica gioca un ruolo fondamentale. Come evidenziano Caritas Italiana e Osservatorio di Pavia nel rapporto “Taglio basso. Come la povertà fa notizia”, nel 2025, in riferimento ai post su Facebook dei “giornalisti più social”, «i risultati sulle cornici narrative attestano la prevalenza del frame politico/economico (53%), seguito da quello solidaristico/caritatevole (39%), [mentre] meno frequente è il frame securitario (7%). Un frame, quest’ultimo, che caratterizza solo i post di cronaca, ma ne caratterizza meno di uno su tre (29%), attestando la prevalenza di uno sguardo più compassionevole che impaurito su storie di vita, e spesso anche di violenza, di persone povere o ai margini della società. Il 53% dei post di cronaca ha infatti un frame solidaristico/caritatevole». Nonostante questo, anche la povertà è «in bilico fra strumentalizzazione politica e compassione». È più facile temere ciò che ha un volto, un corpo, una presenza. È più facile attribuire a un gruppo visibile la responsabilità di problemi complessi. È più facile costruire un “noi” rassicurante contro un “loro” percepito come diverso e minaccioso.
Distinguere ciò che ci spaventa da ciò che è pericoloso
Affrontare le paure globali richiede consapevolezza, assunzione di responsabilità collettiva, capacità di pensare in grande o, soprattutto, in lungo, nel tempo. Alimentare la paura del quotidiano, invece, richiede soltanto un bersaglio. Comprendere questo meccanismo non significa negare le difficoltà reali – politiche e sociali – connesse alla gestione dei flussi migratori. Significa però riconoscere che la paura, quando non è proporzionata ai fatti, diventa uno strumento di divisione e di regressione sociale. «Molte delle buone pratiche […] si muovono attorno all’idea di costruire una nuova grammatica narrativa, capace di sostituire la retorica della paura e della sicurezza con un linguaggio della comprensione e dell’empatia», si evidenzia nel rapporto “Informazione diseguale. L’invisibilità delle persone migranti, rifugiate e razzializzate nei media in Italia”, realizzato nell’ambito del progetto Mild – More correct Information Less Discrimination da Associazione Carta di Roma e Lunaria. «Il lessico giornalistico, come sottolineato più volte, ha un potere enorme nel plasmare l’immaginario collettivo. Cambiare il modo in cui si raccontano le persone con background migratorio, le minoranze o i soggetti vulnerabili significa cambiare la percezione della realtà. La sfida è passare da una comunicazione che “parla di” a una comunicazione che “parla con”. In questa prospettiva, l’intersezionalità diventa un principio guida: non esistono esperienze isolate di discriminazione, ma dimensioni intrecciate di disuguaglianza che si sovrappongono – di classe, di genere, di etnia, di orientamento sessuale, di disabilità – riuscire a raccontare queste intersezioni significa rifiutare la semplificazione, accettare la complessità del reale e, di conseguenza, restituire dignità alle storie». Tanto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare. «Il cambiamento linguistico e narrativo è già in atto, ma richiede tempo, formazione e collaborazione». La sfida è imparare a distinguere tra ciò che ci spaventa perché è vicino da ciò che è davvero pericoloso. È imparare a guardare oltre la superficie, a non confondere il sintomo con la causa, la vulnerabilità con vulnerati e vulneranti. Solo così la paura può tornare a essere un segnale utile, e non un’arma impropria nella disponibilità di pochi. (Simone M. Varisco | "Migranti Press" 1 2026)

Stato dell’integrazione dei migranti in Italia: il rapporto Ocse e ministero del Lavoro

5 Marzo 2026 - In Italia, i migranti contribuiscono in maniera significativa alla forza lavoro. I nuovi arrivati sono sempre più istruiti e i figli degli immigrati mostrano risultati incoraggianti nel campo dell’istruzione. Anche i migranti umanitari mostrano un forte legame con il mercato del lavoro nel tempo. L'altro lato della medaglia è rappresentato dalla concentrazione in lavori a bassa qualifica e da livelli di educazione e formazione degli adulti limitati, con ritorni all’istruzione bassi. Elevati livelli di povertà e sovraffollamento abitativo tra i nati all’estero sottolineano la necessità di politiche sociali più inclusive. Sono queste in estrema sintesi alcune delle conclusioni a cui giunge l’Ocse nel rapporto Stato dell’integrazione dei migranti - Italia realizzato con il supporto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, presentato recentemente a Roma nel corso dell’evento “Migrazioni, lavoro e integrazione in Italia”. L’Italia, evidenzia tra l'altro il rapporto, ospita una delle più numerose popolazioni immigrate dell’UE in termini assoluti, sebbene la crescita recente sia stata contenuta. Pur contando 6,4 milioni di immigrati, pari al 10% della popolazione, tale quota è aumentata solo del 13% nell’ultimo decennio, molto meno che in Germania, Spagna o Francia.   Rapporto Ocse 2026 Integrazione

Libia: un nuovo Rapporto Onu smaschera un modello di sistematica violazione dei diritti umani e di abusi nei confronti dei migranti

19 Febbraio 2026 - “Venivamo picchiati ogni giorno”, ha raccontato George, un cittadino keniota trattenuto contro la sua volontà ad al-Kufra, in Libia e ripetutamente malmenato: la sua famiglia è stata costretta a pagare 10.000 dollari per il suo rilascio. "Chiamavano le nostre famiglie da numeri di telefono diversi, chiedendo loro dei soldi. C'era un ragazzo che si è ribellato: è stato picchiato e ucciso. Ci dicevano che saremmo stati picchiati fino a quando i nostri familiari non avessero pagato il riscatto. Se non lo avessero fatto, ci avrebbero uccisi, abbandonato o gettati nel deserto". La violenza contro i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati in Libia non è un elemento accessorio: si tratta di un modello di business sistematico e basato sullo sfruttamento, come riporta un  rapporto congiunto della Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il rapporto evidenzia i modelli di violazioni dei diritti umani e abusi perpetrati impunemente contro migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Libia, tra il 2024 e il 2025. George è uno dei tanti che sono stati ingannati dalla promessa di una vita migliore in Libia. Viveva nel Sud Sudan, lavorava come cuoco e gli era stato promesso un lavoro migliore. Ha attraversato il Sudan devastato dalla guerra prima di raggiungere la Libia. Secondo George, alcuni migranti sono entrati in Libia volontariamente, sperando di poter attraversare l'Europa. Il rapporto documenta anche diversi incidenti in cui alcune persone sono cadute in mare o si sono gettate in mare durante pericolosi interventi di intercettazione effettuati dalle autorità libiche. L'UNSMIL e l'OHCHR hanno registrato casi in cui diversi attori marittimi avrebbero sparato colpi di arma da fuoco vicino o contro imbarcazioni in difficoltà. Questi interventi di intercettazione sono attribuiti alla cosiddetta Guardia Costiera libica, all'Amministrazione Generale della Sicurezza Costiera, nonché ad altre forze di sicurezza e gruppi armati che operano in mare. I risultati mostrano gravi violazioni dei diritti umani. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede che venga fatta giustizia e che si ponga fine a una radicata cultura dell'impunità. (fonte: Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Nostra traduzione)

Campagna “Ero straniero”: su 181.450 quote da decreto flussi, solo 14.349 permessi di soggiorno richiesti (7,9%)

20 Febbraio 2026 - Il sistema degli ingressi per lavoro continua a produrre risultati preoccupanti: a quasi due anni dai click day del 2024 , a fronte di 146.850 persone programmate per gli ingressi, risultano 24.858 permessi di soggiorno richiesti, pari a un tasso di successo del 16,9%. Solo 17 persone circa su 100 riescono a entrare in Italia e risultano avere un lavoro e un regolare titolo di soggiorno. Per il 2025 il quadro non pare migliorare: su 181.450 quote da decreto sono 14.349 i permessi di soggiorno richiesti, il 7,9%, e cioè circa 8 persone su 100 hanno finalizzato la procedura a dicembre 2025. Sono i dati inediti che la campagna "Ero straniero" presenta nel IV rapporto annuale sugli esiti della procedura d’ingresso per lavoro della programmazione flussi triennale 2023-25, aggiornati a dicembre 2025.  (fonte: erostraniero.it)

Sono poco più di 17 mila i minori non accompagnati in Italia. Il nuovo Rapporto semestrale

17 Febbraio 2026 - I minori stranieri non accompagnati (MSNA) censiti in Italia al 31 dicembre 2025 sono 17.011, sono in maggioranza maschi (88,6%) e hanno per la maggior parte 17 (58,5%) e 16 (20,3%) anni; arrivano soprattutto da Egitto (30,3%), Ucraina (17,4%), Bangladesh (10%) e Gambia (6,6%), mentre le Regioni che ne accolgono di più sono la Sicilia (22%), la Lombardia (13,5%), la Campania (11,5%) e l'Emilia-Romagna (7,5%). Sono alcuni dei dati raccolti nel nuovo Rapporto di approfondimento semestrale sulla presenza dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) in Italia, pubblicato dalla Direzione Generale per le politiche migratorie e per l'inserimento sociale e lavorativo dei migranti del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Il Rapporto monitora le presenze, le caratteristiche e l'accoglienza dei minori soli, dando conto anche di nuovi arrivi e allontanamenti, richieste di protezione internazionale, indagini familiari nei Paesi di origine e pareri sulla conversione dei permessi di soggiorno alla maggiore età. Illustra, inoltre, le novità procedurali e normative italiane e internazionali e misure per l'inserimento socio-lavorativo come i progetti "Percorsi" e "PUOI PLUS". I contributi di Unhcr, Unicef, Oim, Rete Sai e Tavolo Minori Migranti approfondiscono particolari aspetti del fenomeno dei MSNA. Ad aprire il Rapporto sono alcune testimonianze di ex minori soli, accolti in Italia e accompagnati verso l'autonomia: un modo per dare voce ai tanti altri giovani "in viaggio" che si celano dietro dati, analisi e norme. (fonte: integrazionemigranti.gov.it)   Rapporto Msna 2025

“Come funziona davvero il traffico di migranti”. Un Rapporto del Mixed Migration Centre

12 Gennaio 2026 - Il Mixed Migration Centre (Mmc) di Ginevra ha presentato nel mese di dicembre 2025 il Rapporto “How smuggling really works: drivers, operations and impacts”, che mette in luce il ruolo dei trafficanti nelle rotte migratorie e la percezione che ne hanno i migranti. Il documento raccoglie le testimonianze di oltre 80.000 interviste con persone in movimento lungo le principali rotte migratorie in tutto il mondo e più di 450 interviste con trafficanti in Africa. Il limitato accesso a vie di migrazione regolari continua ad alimentare la domanda di movimenti irregolari, consentendo al traffico di migranti di prosperare. In assenza di alternative sicure e legali, i trafficanti intervengono per soddisfare il persistente bisogno di mobilità (e informazioni) determinato da conflitti, persecuzioni, instabilità economica, domanda di manodopera e legami familiari. I governi cercano di interrompere "il modello di business” dei trafficanti con l'applicazione di norme specifiche e con il controllo sempre più stretto delle frontiere, ma misure hanno in gran parte spinto le persone verso rotte più pericolose e rafforzato le reti di traffico. Le principali evidenze che emergono dal Rapporto:
  • La mancanza di percorsi migratori legali, come già anticipato, e le sollecitazioni che arrivano dalle reti personali sono fattori determinanti nella decisione di ricorrere ai trafficanti.
  • Risultano rari i casi di coercizione da parte dei trafficanti e comunque raramente essi influenzano la decisione di migrare; anche se, una volta presa la decisione, hanno un ruolo determinante nella scelta dei percorsi e forniscono informazioni sul viaggio.
  • I trafficanti sono motivati principalmente dal guadagno economico, anche se alcuni segnalano il desiderio di aiutare le persone in movimento; la maggior parte di loro entra in questo business tramite la rete di relazioni sociali.
  • Il traffico di migranti è una fonte di reddito importante o principale per molti, spesso superiore ad altre opportunità di guadagno locali.

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  Rapporto MMC 2025