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Meno confini e più partecipazione. Presentato a Roma il XXXV “Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes”

19 Ottobre 2026 - Cos’è un confine e cosa una frontiera? Sono sinonimi? Alla tensione semantica tra confini e frontiere è dedicata l’edizione 2026, la 35esima, del “Rapporto Immigrazione” di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, dal titolo "Confini e frontiere": 35 anni di testimonianza, analisi e proposte, guardando al presente per immaginare insieme un futuro condiviso. Il Rapporto Immigrazione 2026 (Tau editrice), curato da Manuela De Marco e Simone Varisco, con i disegni di Francesco Piobbichi, che raccoglie in 360 pagine il contributo di 32 autrici e autori, è stato presentato oggi a Roma, presso l’Auditorium San Giovanni Paolo II della Pontificia Università Urbaniana. RICM 2026
Perché questo tema?
I due organismi della Chiesa italiana spiegano che «viviamo in una stagione storica nella quale si moltiplicano le linee di separazione e si restringono gli spazi dell’incontro. Aumentano i dispositivi di controllo, mentre si indebolisce la capacità di riconoscere l’altro».
L’immigrazione in Italia in breve
Al 1° gennaio 2026 gli stranieri residenti sono quasi 5,6 milioni (9,4% della popolazione). In un solo anno sono aumentati di circa 188 mila persone (+3,5%), contribuendo in maniera determinante a mitigare il calo demografico in corso in Italia. Le provenienze si diversificano: restano centrali Romania, Albania e Marocco, ma cresce il peso delle comunità asiatiche rispetto al passato. Rispetto ai principali Paesi europei, negli ultimi 10 anni in Italia la crescita dell’immigrazione è stata più lenta (+13% tra il 2013 e il 2023), rispetto a Germania (+51%), Spagna (+33%) e Francia (+18%).
Barriere fisiche e confini sociali
Il “Rapporto Immigrazione” 2026 denuncia i pericoli della moltiplicazione delle barriere fisiche, ma anche dei molti confini socio-economici, culturali ed esistenziali che creano divari nella società, che è urgente colmare:
  • inefficienza e opacità dei canali regolari di ingresso dai Paesi di origine;
  • mancanza di misure che garantiscano l’opportunità di ottenere o conservare un permesso soggiorno regolare in Italia, riconoscendo i percorsi positivi di integrazione in atto;
  • nel 2025 i 2,6 milioni di occupati stranieri hanno generato 196 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 9,7% del PIL italiano (più dell’incidenza sulla popolazione), e versato 12,6 miliardi di IRPEF, ma il reddito medio dei contribuenti stranieri è intorno ai 17.000 euro annui, contro i quasi 27.000 dei nati in Italia;
  • i lavoratori stranieri sono il 10,7% degli occupati in Italia, ma sono confinati nelle professioni non qualificate e a basso salario (29% contro 8% degli italiani), con pesanti divari retributivi e sovra-qualificazione rispetto ai titoli di studio conseguiti;
  • il 60% del bilancio delle famiglie straniere serve a coprire i bisogni essenziali; al risparmio è destinato solo il 13%; pesano anche le rimesse (17%);
  • persistono preoccupanti sacche di lavoro nero, sfruttamento lavorativo e gravi irregolarità contrattuali, a danno di lavorati e dell’intero sistema-Italia. Il lavoro su piattaforma si attesta sempre più come nuova frontiera dello sfruttamento;
  • nella scuola, persistono divari negli apprendimenti e un maggiore rischio di abbandono per gli studenti con background migratorio; il fenomeno dei NEET è più diffuso tra i giovani con background migratorio (30% contro 17%);
  • la frontiera accentua i problemi: nelle diocesi di frontiera, i problemi occupazionali riguardano il 61,5% degli stranieri (è il 44,7% nelle altre diocesi) e la grave esclusione abitativa il 34,5% (contro il 27,8% nelle altre diocesi).
Focus e contributi originali
Il “Rapporto Immigrazione” 2026 presenta indagini e ricerche, tra le quali:
  • un’indagine ha coinvolto i circa 400 uffici Caritas e Migrantes sul territorio sui fattori che determinano la propensione a restare in Italia dei cittadini immigrati (desiderio espresso dal 67,4% degli intervistati); a influire positivamente sono l’aver trovato nella società e nell’associazionismo civile ed ecclesiale supporto, vicinanza e amicizia;
  • un’indagine promossa da Caritas Italiana sull’opacità delle procedure di ingresso connesse al “Decreto flussi”, che possono nascondere indebitamento, dipendenza e irregolarità;
  • una ricerca promossa da Fondazione Migrantes sulle pratiche partecipative e di cittadinanza dei giovani di origine straniera;
  • un’indagine promossa da Fondazione Migrantes sulle comunità degli immigrati cattolici e, per la prima volta, un censimento ragionato di sacerdoti, religiosi e religiose con cittadinanza non italiana che vivono e supportano le comunità di fede e i processi di partecipazione in Italia.
Le priorità politiche alla luce del “Rapporto Immigrazione” 2026
Nel corso della presentazione Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, tenendo conto del fatto che questi 5,6 milioni di stranieri residenti oggi in Italia danno molto al Paese e ricevono poco, hanno indicato una serie di priorità politiche che emergono chiaramente dalle evidenze descritte nel Rapporto Immigrazione. Tra le urgenze individuate, l’istituzione di un permesso di soggiorno per “radicamento sociale” e un adeguato finanziamento del Fondo nazionale per le politiche migratorie (leggi il documento completo). Come spiegano nella prefazione al volume mons. Pierpaolo Felicolo (direttore generale della Fondazione Migrantes) e don Marco Pagniello (direttore di Caritas Italiana): «Il confine non è soltanto uno spazio di divisione fisica e valoriale, ma anche di opportunità di vita. È tempo ormai di affrontarne i limiti con decisione e volontà risolutiva: troppe sono ancora le barriere nell’accesso alla scuola e agli alloggi, nelle possibilità occupazionali e di mantenere la regolarità del soggiorno, fino a quelle della segregazione più esplicita. Cogliamo, dunque, l’occasione di questa pubblicazione per evidenziarli e restituirli alla comunità civile e cristiana con il consueto sguardo propositivo, che vuole essere un invito anche ai decisori politici perché assumano queste evidenze e agiscano».
I materiali utili
RICM 2026  

Economia e immigrazione. Secondo Fondazione Moressa un’Italia senza immigrati sarebbe più vecchia e più povera

14 Ottobre 2026 - Il contributo dei cittadini stranieri rappresenta una risorsa utile per il tessuto economico e demografico dell'Italia. Questo il quadro del Rapporto 2026 sull’economia dell’Immigrazione della Fondazione Leone Moressa, edito da Il Mulino, presentato il 13 ottobre al Cnel. Secondo il Rapporto, infatti, la forza lavoro di origine immigrata (2,6 milioni di occupati, pari al 10,7% del totale) genera un valore aggiunto di 197 miliardi di euro, pari al 9,7% della ricchezza nazionale. Il contributo supera la media in settori nevralgici come agricoltura (21,3%), edilizia (18,4%) e ristorazione (14,4%). Inoltre, gli oltre 5 milioni di contribuenti nati all'estero hanno dichiarato quasi 88 miliardi di redditi, versando 12,6 miliardi di Irpef. Il saldo tra entrate (gettito fiscale e contributivo) e uscite (spesa pubblica per sanità, istruzione, welfare, giustizia e accoglienza) della popolazione straniera residente restituisce un saldo netto positivo di +1,0 miliardi di euro (45 miliardi di entrate contro 44 miliardi di spesa). Infine, l’imprenditoria migrante non conosce crisi. Sono quasi 796 mila gli imprenditori nati all’estero (10,8% del totale). Nel decennio 2015-2025 sono cresciuti del 21,3%, a fronte di un calo del -5,2% degli imprenditori nati in Italia. A trainare il settore sono le comunità cinese e romena. (fonte: Fondazione Moressa) MOressa

“Squilibrata”, longeva e multiculturale: un’Italia in movimento. Una ricerca di Fondazione Migrantes e Istituto Toniolo

9 Ottobre 2026 - L’Italia contemporanea vive tre grandi trasformazioni strettamente intrecciate: lo squilibrio demografico tra giovani e anziani; la crescente dimensione multiculturale della popolazione; la mobilità, interna e internazionale, che modifica territori, famiglie e relazioni. È questa, in sintesi, la fotografia del Paese proposta dal volume Stare nel mondo. Giovani e anziani dell’Italia longeva e multiculturale, a cura di Fabio Introini, Delfina Licata e Cristina Pasqualini (ed. il Mulino), realizzato da Fondazione Migrantes e Istituto Toniolo, in collaborazione con Istat. Il volume è stato presentato questa mattina a Roma. Stare nel mondo La pubblicazione, in uscita il 30 ottobre 2026, è il risultato di una ricerca che integra analisi statistiche e interviste biografiche (200 interviste: 100 giovani di 18-34 anni e i rispettivi nonni o nonne con cui i giovani hanno una relazione significativa). La prima parte ricostruisce quantitativamente il cambiamento demografico e sociale. La seconda dà voce a giovani e anziani, mettendo a confronto esperienze, bisogni, rappresentazioni dell’età e modi di vivere la fede. Dalle biografie dei nonni e dei loro nipoti è emerso un quadro che Cristina Pasqualini, professoressa associata di Sociologia all’Università Cattolica di Milano e co-curatrice del volume, ha riassunto così: «Giovani e anziani riconoscono più libertà e possibilità rispetto al passato, ma ci ricordano anche quanto contino la stabilità e le relazioni. Nessuna generazione è migliore delle altre: ciascuna va compresa nel proprio tempo, ascoltando ciò che ha guadagnato e le difficoltà che incontra».
Qualche spunto
  • Molte Italie demografiche. L’Italia non è semplicemente un Paese che invecchia: è un Paese nel quale il peso numerico delle generazioni si è rovesciato e nel quale immigrazione, genere e territorio producono molte “Italie demografiche” differenti, in cui le opportunità sono sempre più diseguali.
  • Il divario generazionale non è solo numerico. I giovani sono meno numerosi, più poveri, più precari e più dipendenti dalla famiglia; gli anziani sono più protetti economicamente, ma maggiormente esposti alla solitudine, alla fragilità fisica e al bisogno di assistenza. La Generazione Z non ha meno possibilità dei nonni: ne ha molte di più, ma fatica maggiormente a trasformarle in un progetto di vita stabile. La libertà è cresciuta; la prevedibilità del futuro è diminuita.
  • Un Paese in movimento, all’interno e verso l’esterno. La mobilità interna non è più soltanto la tradizionale migrazione degli italiani dal Sud verso il Nord. È un sistema complesso nel quale stranieri, italiani e nuovi italiani si spostano, si stabilizzano, invecchiano e ridisegnano la geografia sociale del Paese. L’Italia è, poi, contemporaneamente Paese di immigrazione, di emigrazione e di transito. La mobilità verso l’estero non segue più un unico modello: può essere fuga dei giovani, circolazione professionale, ritorno al Paese d’origine, riunificazione familiare o scelta residenziale nella pensione.
  • La fede cambia, non scompare. La fede non scompare: semplicemente, passando dagli anziani ai giovani, cambia forma. I nonni trasmettono meno attraverso regole e insegnamenti e più attraverso la testimonianza, la memoria, i gesti e la relazione affettiva.
Dati più interessanti
  1. In quarant’anni il rapporto è passato da 52 anziani ogni 100 giovani a circa 140 anziani ogni 100 giovani.
  2. Gli over 65 rappresentano il 24,3% della popolazione italiana.
  3. I giovani di 18-34 anni sono diminuiti del 22,9% rispetto al 2002.
  4. Il 67,4% dei giovani di 18-34 anni vive ancora con i genitori.
  5. La povertà assoluta riguarda il 14% dei minori, contro il 5,4% dei 65-74enni.
  6. È povero il 43,7% dei minori stranieri, contro il 9,7% dei minori italiani.
  7. Nelle zone rurali del Mezzogiorno la popolazione giovanile è diminuita di oltre il 32%.
  8. Gli utenti regolari di Internet sono passati dal 24,9% all’84,5% in vent’anni.
  9. I giovani che si riconoscono nella religione cattolica sono scesi dal 56% al 33,7%.
  10. Prega ogni giorno il 44,4% degli anziani, contro il 14,4% dei giovani.
Interessante, infine, l’identikit dei cittadini italiani con background migratorio (persone che hanno acquisito la cittadinanza italiana o che appartengono a famiglie con una storia migratoria) e dei cosiddetti “expat”, i giovani italiani nati in Italia e poi emigrati, oppure giovani di origine italiana nati all’estero. Le due categorie non coincidono: i primi raccontano soprattutto l’integrazione e la doppia appartenenza; i secondi la mobilità internazionale e il mantenimento delle radici italiane. «La collaborazione di queste tre organizzazioni – ha detto nel suo intervento il direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo – può e deve portare certamente ad analizzare la realtà, ma anche dare poi il proprio contributo nell’affrontare le criticità di oggi: le necessità che emergono nella vita delle persone, le forme di fragilità e le carenze di un sistema pubblico e privato a volte troppo distante da singoli e famiglie». Come evidenzia nelle sue conclusioni Anna Maria Tarantola, «solo con un cambiamento culturale profondo, che guidi le decisioni politiche e i comportamenti di istituzioni, aziende, comunità, si può realizzare un nuovo patto sociale tra generazioni ed etnie in grado di restituire equilibrio tra chi dà e chi riceve, tra chi lavora e chi ha lavorato, tra chi nasce e chi arriva in un contesto di turbolenta innovazione tecnologica».

Libri, “Stare nel mondo. Giovani e anziani dell’Italia longeva e multiculturale”. Una ricerca di Fondazione Migrantes e Istituto Toniolo

28 Settembre 2026 - Venerdì 9 ottobre a partire dalle ore 11.30 a Roma (Sala Capitolare - Chiostro del Convento di Santa Maria Sopra Minerva - Senato della Repubblica · Piazza della Minerva, 38), la Fondazione Migrantes e l’Istituto Toniolo presentano il volume Stare nel mondo. Giovani e anziani dell’Italia longeva e multiculturale (ed. Il Mulino).

👉 Per partecipare è richiesta la registrazione, entro il 5 ottobre 2026, scrivendo a segreteria@migrantes.it.

L’Italia contemporanea sta vivendo una delle più profonde trasformazioni della propria storia recente. L’invecchiamento della popolazione, la persistente denatalità, la crescente mobilità interna e internazionale, l’aumento delle acquisizioni di cittadinanza, la diffusione di forme sempre più articolate di appartenenza culturale e territoriale e il progressivo allungamento della vita stanno modificando gli equilibri demografici, sociali e culturali del Paese. Comprendere tali trasformazioni significa interrogarsi non soltanto sui cambiamenti delle strutture sociali, ma anche sul modo in cui essi incidono sulle biografie individuali, sulle relazioni e sui legami che tengono insieme la società. (dall'Introduzione del volume).
Il programma
SALUTI ISTITUZIONALI
  • Sen. Graziano Delrio.
  • Pierpaolo Felicolo, direttore generale Fondazione Migrantes.
  • Giuseppe Fioroni, vicepresidente Istituto Toniolo.
  • Francesco Maria Chelli, presidente ISTAT.
INTERVENTI
  • “Il quadro demografico e sociale: generazioni a confronto” | Sabrina Prati, Istat.
  • “La ricerca: metodo e differenze tra generazioni” | Cristina Pasqualini, Università Cattolica, Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo.
  • “Risorse e fatiche delle età della vita” | Delfina Licata, Fondazione Migrantes.
  • “I bisogni spirituali di giovani e anziani” | Fabio Introini, Università Cattolica, Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo.
CONCLUSIONI
  • “Per un nuovo patto sociale tra le generazioni” | Anna Maria Tarantola, vicepresidente Fondazione Cecchettin, consigliere Fondazione EDUCatt, già VDG della Banca d’Italia e già presidente RAI.
MODERA I LAVORI
  • Elisabetta Soglio, Corriere della Sera - Buone Notizie.
👉 Per partecipare è richiesta la registrazione, entro il 5 ottobre 2026, scrivendo a segreteria@migrantes.it. N.B. Per i media è richiesta registrazione e accredito, comunicando i dati anagrafici completi, gli estremi della tessera di iscrizione all’Ordine dei giornalisti (o di un documento di identità per gli altri operatori dell’informazione), la testata di riferimento e un recapito telefonico. Stare nel mondo

Istat: rallenta l’emigrazione verso l’estero

7 Agosto 2026 - Riparte la mobilità interna e si attenua la "fuga" verso l’estero: questo, in estrema sintesi, quanto emerge dal rapporto dell’Istat “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente”, secondo un comunicato dello stesso Istituto nazionale di statistica. Alla luce dei dati provvisori disponibili, il biennio appena trascorso appare caratterizzato da una ripresa della mobilità interna e da un contenimento delle emigrazioni per l’estero, mentre le immigrazioni dall’estero rimangono sostenute, particolarmente quelle di cittadini stranieri. Più in dettaglio, nel 2025 i trasferimenti interni tornano a crescere rispetto al 2024, passando da 1 milione 385mila a 1 milione 455mila (dati provvisori): un aumento di oltre 70mila movimenti, pari al +5,1%. La crescita riguarda sia gli italiani (+34mila), sia gli stranieri, (+36mila) ma con una accelerazione relativa più intensa tra questi ultimi, pari al +14,8% contro il +3,0% degli italiani. Questo fa salire anche il peso degli stranieri sui trasferimenti interni che passa dal 17,9% del 2024 al 19,5% del 2025. Sul versante delle immigrazioni dall’estero, il 2025 segna invece una lieve flessione: secondo i dati provvisori, gli ingressi complessivi scendono da 452mila a 440mila unità, con una riduzione di 12mila immigrazioni (-2,6%). Il calo interessa sia gli italiani di rientro (rimpatri), che scendono da 58mila a 56mila (-3,4%), sia gli stranieri, che passano da 393mila a 383mila (-2,5%). La componente straniera rappresenta la quota largamente prevalente delle immigrazioni dall’estero, oltre l’87% del totale. Il cambiamento più marcato riguarda però le emigrazioni verso l’estero. Rispetto al valore molto elevato di 189mila emigrazioni registrate nel 2024, nel 2025 le uscite scendono a 144mila (dati provvisori), con una contrazione di quasi 45mila movimenti (-23,7%). La riduzione interessa gli stranieri (-26,5%), ma è rilevante anche per gli italiani: dopo il picco di 141mila registrato in seguito all’introduzione di norme più stringenti sull’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), gli espatri si attestano, infatti, a 109mila (-32mila, il 22,7% in meno rispetto all’anno precedente). (fonte: Istat)

Tornare in Italia dopo aver vissuto la genitorialità all’estero. Partecipa o condividi la nuova indagine di Fondazione Migrantes

8 Luglio 2026 - Com’è tornare in Italia dopo aver vissuto la genitorialità all’estero? Che Paese hanno trovato, al ritorno, rispetto a quella che avevano lasciato? Un’Italia a misura di famiglia? Ecco le domande al centro di nuova indagine curata da Eleonora Voltolina, autrice del recente Crescere expat, con il sostegno della Fondazione Migrantes. La ricerca, rivolta agli italiani all'estero che sono rientrati in Italia con i propri bambini, vuole esplorare alcuni temi importanti come: le agevolazioni fiscali per il "rientro dei cervelli", il cambiamento delle relazioni familiari, il confronto tra i servizi per l'infanzia. Il lavoro dei curatori si avvale di un questionario (anonimo) indirizzato a chi ha almeno un/a figlio/a under 25 ed è rientrato in Italia negli ultimi anni. Il questionario (a questo link) richiede circa 20-25 minuti di tempo per la compilazione. L’obiettivo ultimo è dunque quello di raccogliere dati per tracciare un quadro aggiornato, approfondito e ricco delle “gioie e dolori” delle famiglie italiane che rientrano dall'estero, che restano ancora oggi largamente invisibili alla ricerca e al dibattito pubblico. Non esistono, infatti, studi sistematici sulla loro esperienza, sulle difficoltà che incontrano, sulle loro aspettative e su quanto esse vengano confermate o deluse dalla realtà italiana. I risultati della ricerca, sostenuta dalla Fondazione Migrantes, verranno inclusi in una prossima edizione del Rapporto Italiani nel Mondo.

Pubblicata la Relazione annuale della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Ue (Comece)

3 Giugno 2026 - La Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) ha pubblicato l’edizione digitale della sua "Relazione annuale 2025", presentata ai delegati episcopali durante l’Assemblea primaverile tenutasi a Cipro alla fine di aprile 2025.

Scarica la Relazione annuale 2025

La struttura della pubblicazione
La pubblicazione contiene un’introduzione del presidente della Comece, mons. Mariano Crociata, che riflette sui principali risultati del lavoro della Commissione nel corso dell’anno passato, esaminando al contempo le sfide che rimangono sia per la Chiesa che per l’Unione europea in un contesto internazionale caratterizzato da rapidi e profondi cambiamenti. Inoltre, include due interviste speciali: una con l’attuale Nunzio apostolico presso l’Unione europea, mons. Bernardito Auza, e l’altra con un consulente politico che ha dedicato trent’anni di servizio alla Comece, Stefan Lunte. La Relazione offre una panoramica completa delle principali attività di advocacy della Comece e del suo impegno con le istituzioni dell’Unione europea nel corso del 2025. Essa mette in evidenza il contributo della Chiesa cattolica al processo decisionale europeo e al dibattito pubblico in un’ampia gamma di settori politici, tra cui:
  • Giustizia, diritti fondamentali e articolo 17 Tfue.
  • Libertà di religione, all’interno e all’esterno dell’Ue.
  • Affari esteri dell’Ue.
  • Migrazione e asilo.
  • Etica, ricerca e salute.
  • Affari socio-economici.
  • Ecologia, energia e agricoltura.
  • Cultura e istruzione.
  • Politiche per i giovani.
Migrazione e asilo
Nel paragrafo dedicato a "Migrazione e asilo" la Comece ribadisce la necessità di "affrontare le cause profonde della migrazione forzata e intervenire su di esse con spirito di solidarietà, in collaborazione con i paesi coinvolti e la comunità internazionale, armonizzando in modo responsabile i diritti e le esigenze delle comunità ospitanti con la dignità umana dei nuovi arrivati. La direttiva sulla protezione temporanea, prorogata fino a marzo 2027, ha garantito sicurezza agli ucraini in fuga dalla guerra e ha dimostrato la solidarietà degli europei. La lotta contro la tratta di esseri umani e il traffico di migranti – che non dovrebbe includere l’autentica assistenza umanitaria – deve continuare a essere una priorità incrollabile, così come la prevenzione delle morti in mare".

La versione digitale del Rapporto annuale 2025 della COMECE è disponibile per la consultazione e il download.

  COMECE Annual Report 2025  

Verso il Rapporto immigrazione 2026: un questionario rivolto ai cittadini stranieri che vivono in Italia

13 Maggio 2026 - Nell’ambito della realizzazione del Rapporto Immigrazione 2026, che giunge alla sua 35ª edizione, Caritas Italiana e Fondazione Migrantes chiedono una collaborazione per la diffusione e la somministrazione di un questionario rivolto a cittadine e cittadini stranieri che vivono in Italia. L’iniziativa si inserisce nel solco delle precedenti edizioni e intende valorizzare sempre più la partecipazione diretta e la voce dei cittadini stranieri all’interno del Rapporto. Il questionario ha infatti l’obiettivo di rilevare il grado di soddisfazione rispetto alla vita in Italia, nonché le intenzioni future (restare o trasferirsi altrove) e le motivazioni alla base di tali scelte. Il questionario è disponibile online, tramite il seguente link: https://forms.gle/qCxvr2k5qcWEYES36 Il termine ultimo per la raccolta delle compilazioni è fissato al 31 maggio. Logo Rapporto Immigrazione

Rapporto Idmc: nel 2025 sono stati più di 82 milioni gli sfollati interni nel mondo, in prevalenza dovuti a guerra e violenza

13 Maggio 2026 - Secondo la nuova edizione del "Rapporto globale sugli sfollati interni" dell'Idmc di Ginevra, dopo un decennio di crescita continua, il numero di persone che vivono tale condizione è leggermente diminuito nel 2025, ma è rimasto vicino ai livelli record, attestandosi a 82,2 milioni in 104 paesi e territori. Di questi, 68,6 milioni sono stati costretti ad abbandonare le proprie case a causa di conflitti e violenze, mentre 13,6 milioni a causa di catastrofi naturali. Si tenga conto che il numero di rifugiati complessivo nel mondo, inclusi gli sfollati interni, attualmente si attesta tra i 125 e i 130 milioni di persone. Vengono definiti "sfollati interni" coloro che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case a causa di conflitti, violenze o catastrofi e che non hanno attraversato un confine di Stato riconosciuto a livello internazionale. Molti vivono in condizioni di sfollamento da anni o decenni, senza riuscire a trovare una soluzione duratura. Sfollati interni 2026 Rapporto Idmc Secondo l'Idmc, la leggera diminuzione del numero di sfollati interni non riflette però un miglioramento strutturale. Il calo è stato in parte legato a rientri programmati, molti dei quali sono avvenuti in condizioni precarie, con persone che sono tornate in situazioni di insicurezza, in abitazioni danneggiate e con servizi limitati. Allo stesso tempo, i conflitti emergenti, in escalation e già radicati, insieme alle catastrofi naturali, hanno continuato a costringere le persone ad abbandonare le proprie case, spesso più volte. Molti di coloro che sono stati sfollati nel 2025 vivevano già in condizioni di sfollamento interno, il che ha acuito i loro bisogni e la loro vulnerabilità, rendendo ancora più irraggiungibili soluzioni durature. Queste dinamiche evidenziano come lo sfollamento interno rifletta un'instabilità più profonda e crisi irrisolte. "Man mano che i conflitti si intensificano - puntualizza la direttrice dell'Idmc, Tracy Lucas -, sono spesso le stesse persone a essere costrette a lasciare le proprie case più e più volte. Eppure, i sistemi pensati per proteggerle vengono smantellati". Il Rapporto fa emergere, inoltre, che circa un terzo degli sfollamenti causati da conflitti a livello mondiale è stato registrato in Iran, tutti legati a evacuazioni temporanee da Teheran. Un altro terzo, sempre a causa di conflitti, si è verificato nella Repubblica Democratica del Congo, il dato più alto mai registrato nel Paese. Infine, gli sfollamenti causati da conflitti e violenze sono cresciuti dell'8% in più rispetto a quelli causati da catastrofi naturali: è la prima volta che si registra un dato del genere.

🔗 Vai alla pagina del Rapporto (in inglese)

Sfollati interni 2026 Rapporto Idmc

Centro Astalli, la presentazione del Rapporto annuale 2026 a Roma il 29 aprile. Con mons. Perego

27 Aprile 2026 - 21 Aprile 2026 - Mercoledì 29 aprile 2026 alle ore 11, presso l’Aula della Congregazione generale della Curia generalizia della Compagnia di Gesù (Borgo Santo Spirito, 4 – Roma), il Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, presenta il Rapporto annuale 2026, dedicato a un anno di attività in favore di richiedenti asilo e rifugiati in Italia.
Il programma
Interverranno:
  • S. E. mons. Gian Carlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes.
  • Fiorenza Sarzanini, condirettrice del Corriere della Sera.
La presentazione dei dati del Rapporto sarà a cura di p. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli. L’incontro sarà aperto da alcune testimonianze di rifugiati e rifugiate, che offriranno uno sguardo diretto sulle esperienze di accoglienza e integrazione.
Centro Astalli e rifugiati: attività e impegno
Il Rapporto annuale 2026 del Centro Astalli documenta le principali attività svolte nell’ultimo anno a sostegno di persone richiedenti asilo, rifugiati e titolari di protezione internazionale, attraverso servizi di accoglienza, assistenza legale, sanitaria e percorsi di integrazione. Ai partecipanti sarà distribuita una copia del Rapporto annuale 2026.

Per informazioni: astalli@jrs.net – 06 69925099

Come (non) funziona il Decreto flussi a livello territoriale? Uno studio della Campagna “Ero Straniero”

21 Aprile 2026 - La campagna "Ero straniero" ha pubblicato un approfondimento del suo Rapporto annuale sugli esiti del decreto flussi nel 2024 e 2025 a livello territoriale. Significative le differenze che esistono da provincia a provincia. Infatti, dai dati - aggiornati a fine 2025 - e dalle infografiche elaborate dalla campagna emerge una situazione profondamente diversa per ciascuna prefettura, persino all’interno della stessa Regione, "a riprova - si legge in un comunicato - di un sistema che produce esiti radicalmente diversi a seconda di dove si presenta la domanda e della enorme difficoltà delle amministrazioni pubbliche coinvolte a portare a termine le istruttorie e consentire l’assunzione e il rilascio di un titolo di soggiorno alle decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici in attesa di fare ingresso in Italia attraverso l’unico canale disponibile". A quasi due anni dai click day del 2024, a livello nazionale a fronte di 146.850 ingressi programmati, risultano 24.858 permessi di soggiorno in via di rilascio, pari a un tasso di successo del 16,9%: solo 17 persone circa su 100 sono in Italia con un lavoro e un regolare titolo di soggiorno. Dall’analisi dei territori emerge che, sul totale dei permessi di soggiorno rilasciati, il 60% si concentra tutto nelle prime 20 prefetture (Verona, Ragusa, Trento, Cuneo, Lecce, Milano, Latina, Bari, Bolzano, Brescia sono le prime dieci). "Il sistema - spiegano dalla Campagna Ero Straniero -, quindi, non fallisce in modo uniforme, ma produce poche aree che 'chiudono' le istruttorie e moltissime altre ferme, dove si registrano ritardi e pratiche accumulate, rinunce, archiviazioni e percorsi interrotti".

Leggi il comunicato e l'approfondimento completo.

 

Demenza e migranti anziani, in Italia cure a ostacoli: pochi mediatori e servizi non adeguati

12 Aprile 2026 - I più fragili fra i fragili. Gli stranieri sopra i 60 anni, residenti in Italia e affetti da disturbi cognitivi, sono costretti ad affrontare numerosi ostacoli per accedere a cure e percorsi diagnostici. La loro popolazione è cresciuta e si stima che su 590mila persone, circa 45mila convivano oggi con la demenza. Al fenomeno si dedicano i ricercatori del progetto Immidem, coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e avviato con il finanziamento del ministero della Salute nell’ambito dei fondi della ricerca finalizzata del 2016. I dati emersi dal lavoro portato avanti mostrano un uso disomogeneo dei servizi e la frequente interruzione dei percorsi di cura per le persone straniere affette da demenza. Secondo una survey nazionale, condotta su 343 Centri per disturbi cognitivi e demenze (Cdcd) nel 2019, si stima che oltre 4.500 migranti siano stati presi in carico dai servizi specialistici, ma con risorse ancora insufficienti. Solo il 6,7% dei Centri infatti dispone di materiale informativo multilingue, il 10,5% offre interpreti professionali e il 37,3% può contare sulla presenza di un mediatore culturale. Un’altra analisi, condotta in 18 Centri che ha coinvolto 823 pazienti, quasi la metà dei quali con una storia migratoria, ha mostrato come le persone risultino mediamente più giovani al momento della valutazione (73,0 vs 78,5 anni), presentino una maggiore vulnerabilità linguistica (bassa competenza in italiano nel 21,9% dei casi) e reti familiari più fragili, pur avendo una complessità clinica sovrapponibile a quella dei pazienti italiani. Il lavoro compiuto dai ricercatori ha messo in luce in questi anni l’esigenza di adottare un approccio multidisciplinare per gestire i pazienti. “Un approccio multisettoriale è fondamentale per comprendere i complessi bisogni di salute dei migranti con demenza, individuare le barriere che queste persone e i loro caregiver incontrano nell’accesso alle risorse sociosanitarie e sviluppare politiche culturalmente appropriate”, spiega Marco Canevelli, docente del dipartimento di Neuroscienze Umane della Sapienza Università di Roma. “In questa prospettiva, istituzioni governative, agenzie di sanità pubblica, mondo accademico, operatori sanitari, organizzazioni non governative attive in ambito umanitario e associazioni di pazienti rappresentano interlocutori essenziali per sviluppare strategie collaborative realmente inclusive”. Come per il resto della popolazione anziana in Italia, la crescita costante dell’incidenza delle demenze in quella straniera è un dato ineluttabile. “A causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione – osserva il professor Canevelli –, un numero crescente di migranti, così come di persone native, è e sarà esposto al rischio di sviluppare malattie croniche correlate all’età e già oggi convive con demenza e altri disturbi cognitivi”.
“Questa transizione demografica ed epidemiologica non è un fenomeno transitorio, ma rappresenta e rappresenterà una sfida permanente e strutturale per il nostro Servizio sanitario. I dati raccolti dal progetto Immidem hanno confermato che le demenze tra i migranti sono in netto aumento nel nostro Paese e hanno inoltre documentato una più frequente insorgenza di casi anche in età presenile”.
Centrale, è anche il contributo dei mediatori culturali, essenziali per una valutazione accurata e culturalmente appropriata. Il progetto Immidem ha curato la traduzione e l’adattamento in italiano di strumenti per la valutazione cognitiva. “La survey dei Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (Cdcd) condotta nell’ambito del progetto Immidem ha evidenziato importanti criticità nei servizi, quali la scarsa presenza e la difficoltà nel ricorrere a interpreti professionali e mediatori culturali, lo scarso impiego di strumenti di valutazione cognitiva cross-culturale, la mancanza di materiale informativo sulle demenze tradotto in altre lingue, la limitata esperienza e competenza degli operatori sul tema della demenza nelle persone culturalmente e linguisticamente diverse. Queste carenze devono rappresentare l’oggetto di politiche sanitarie mirate”. I ricercatori non sottovalutano un altro aspetto: la sottodiagnosi del fenomeno. La causa è “riconducibile a barriere linguistiche e culturali e a carenze strutturali che precludono o ritardano l’accesso ai servizi sociosanitari”, conferma Canevelli. Per far uscire dall’ombra i casi “è fondamentale condurre attività di sensibilizzazione – suggerisce – per aumentare i livelli di consapevolezza ed alfabetizzazione sanitaria sul tema della demenza e combattere lo stigma”.
“È inoltre cruciale investire sulla formazione del personale sociosanitario e sull’adozione di strumenti di valutazione cross-culturali per implementare percorsi diagnostici e assistenziali sensibili alle diversità culturali”.

(Elisabetta Gramolini/SIR)

La salute nei centri di detenzione per immigrati. Un rapporto dell’OMS

11 Marzo 2026 - Un rapporto pubblicato nel mese di gennaio 2026 dalla Organizzazione mondiale della sanità (Oms) denuncia che i migranti, i richiedenti asilo e gli altri cittadini stranieri detenuti nei Centri per l'immigrazione vivono in condizioni sociali e ambientali dannose, che comportano conseguenze negative per la salute. Intanto, il ricorso alla detenzione è in aumento a livello globale. Gli standard universali in materia di diritti umani e le raccomandazioni fornite nel "Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare" (Global compact) richiedono agli Stati di garantire che la detenzione sia una misura di ultima istanza e non venga mai applicata ai minori; ma, secondo l'Oms, i dati dimostrano che questi principi non vengono rispettati in modo coerente. Il documento evidenzia la necessità di difendere il diritto alla salute di tutti gli individui, indipendentemente dal loro status giuridico. Le alternative alla detenzione sono ampiamente citate.

(fonte: Organizzazione mondiale della sanità)

  Salute detenzione Oms

Minacce globali e paure quotidiane. Quattro rapporti, una riflessione

11 Marzo 2026 - Il "migrante" è divenuto il simbolo di un cambiamento percepito come incontrollabile, improvviso e destabilizzante; un contenitore simbolico sui cui proiettare ansie che hanno origini molto più profonde. E poco importa che i dati raccontino una storia diversa. Una riflessione di Simone Varisco per "Migranti Press" alla luce dei risultati di quattro recenti rapporti. Viviamo in un’epoca in cui le minacce globali – crisi ambientale, conflittualità geopolitica, emergenze sociali, trasformazioni tecnologiche – sembrerebbero avere un peso enorme sulla nostra percezione del futuro. E molto spesso è così. Eppure, paradossalmente, ciò che più condiziona le nostre emozioni e i nostri comportamenti non è l’astratta vastità dei problemi planetari, ma la concretezza delle paure quotidiane. È come se l’orizzonte del mondo fosse troppo grande per essere davvero temuto, mentre ciò che percepiamo come vicino, tangibile, immediato, diventa improvvisamente ingombrante. Le grandi minacce globali hanno una caratteristica comune: sono complesse, muovono interessi enormi eppure sono difficili da visualizzare. Il cambiamento climatico, per esempio, è un fenomeno scientificamente documentato, ma emotivamente sfuggente: non ha un volto, non ha un nome, non sembra bussare alla porta di casa. La guerra in una lontana parte del mondo è tragica, ma rimane spesso confinata dentro i margini di uno schermo. Le trasformazioni economiche e tecnologiche sono pervasive, ma sanno affascinare e non producono un nemico immediatamente identificabile. Pezzi di realtà che, solo apparentemente, non ci riguardano.
Paure prossime e migranti
La mente umana fatica a temere ciò che non può rappresentare con chiarezza. E così, mentre le minacce globali restano sullo sfondo, la nostra attenzione si concentra su ciò che appare più vicino, più semplice, più immediato. Tra le paure “di prossimità”, quella legata alle persone migranti rimane uno dei paradigmi più evidenti. Non perché sia la più fondata, ma perché è la più facilmente narrabile, visibile, spesso manipolabile. Soltanto alcune eccezioni sfuggono – almeno in parte – a questa regola. La più recente, fra il 2019 e il 2022, è stata l’emergenza generata dalla pandemia di Covid: una breve pausa nell’ingranaggio della “paura dello straniero”, e peraltro soltanto dopo una iniziale attribuzione di colpe alla popolazione immigrata. «Il virus viene associato alle migrazioni in una cornice di crisi sanitaria, alimentando timori legati alla presunta diffusione dell’infezione da parte dei migranti. Questo termine riflette l’intersezione reale e simbolica tra paura della pandemia e narrazione sull’immigrazione», scrivono Associazione Carta di Roma e Osservatorio di Pavia nel XIII Rapporto Carta di Roma “Notizie senza volto”. Perché fra paura e informazione c’è reciprocità, e la paura è spesso indotta, alimentata e sfruttata.
La cornice mediatica delle paure crescenti
«Nel 2025, il 47% dei cittadini percepisce l’immigrazione come minaccia alla sicurezza», prosegue il Rapporto. Va però osservato che la pervasività della copertura mediatica sui temi dell’immigrazione «da sola spiega solo parzialmente le oscillazioni della percezione di insicurezza. Appare infatti determinante la cornice interpretativa con cui il fenomeno migratorio è raccontato. Le fasi di “paura crescente” coincidono con cornici mediatiche allarmanti, che enfatizzano emergenze di sbarchi, cronaca nera, binomio immigrazione-criminalità, rischi di attentati terroristici e scontri di civiltà. Al contrario, i momenti di “paura calante” riflettono cornici più moderate e normalizzanti, orientate ad accoglienza, economia e lavoro, scuola e convivenza nei territori». La paura del quotidiano ha, infatti, i suoi confini: il quartiere, il condominio, il posto di lavoro. È una paura che nasce dall’idea di perdere la sicurezza del proprio spazio vitale. E in questo universo ristretto, il “migrante” diventa il simbolo di un cambiamento percepito come incontrollabile, improvviso e destabilizzante. E poco importa che i dati reali raccontino una storia diversa. Che la presenza di cittadini – lavoratori e lavoratrici, studentesse e studenti – stranieri sia spesso essenziale per l’economia, per il welfare, per la tenuta del tessuto sociale. Quando «i conflitti ridefiniscono le traiettorie del nostro tempo, riaffiora la necessità di un linguaggio capace di distinguere tra ciò che accade e ciò che temiamo. Perché dietro ogni titolo, anche quando moltiplica le paure, rimane il compito più semplice e più difficile del giornalismo: restituire umanità a ciò che la politica riduce a flusso, e voce a chi continua a non averne».
La paura non si nutre di statistiche
Che la paura non si nutra di statistiche, ma di percezioni, è confermato anche dal 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese curato dal Censis. È così che, con poco spazio per un sano realismo rispetto all’ineluttabilità storica dei movimenti di persone su scala globale e alle opportunità che da sempre ne sono derivate, il 62,8% degli italiani ritiene che l’immigrazione debba essere il più possibile frenata, una realtà percepita dal 54,1% come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali. L’irrigidimento difensivo appare la postura più usuale di fronte alla crisi di senso: difesa del proprio peso politico, sia locale che nazionale (il 47% e il 14,7% degli italiani sono, rispettivamente, contrari e indecisi rispetto all’estensione del diritto di voto alle amministrative ai cittadini stranieri residenti, mentre il 56,5% è contrario o non si esprime circa il voto alle elezioni politiche); difesa delle opportunità offerte dal sistema pubblico (il 47,3% è contrario all’apertura dei concorsi a chi non è in possesso della cittadinanza italiana, con un 16,1% non ha un’opinione in proposito); difesa del proprio orizzonte urbano e patrimoniale (il 58,8% degli italiani è convinto che un quartiere finisca con il degradarsi – e dunque con lo svalutarsi – quando vi risiedono molti cittadini immigrati). È, d’altronde, la conferma di quanto emerso dal referendum dell’8 e 9 giugno 2025: il rifiuto della maggioranza degli italiani di allargare concretamente la platea dei nuovi cittadini, rigettando la proposta di abbreviare i tempi necessari per la richiesta della cittadinanza da parte degli stranieri residenti (sebbene oggi la maggioranza degli italiani – il 59,2% – si dichiari d’accordo con una riforma secondo il criterio dello ius culturae).
Migranti e “aporofobia”
Il “migrante” – eterno aggettivo sostantivato – incarna, nella narrazione pubblica e nella percezione privata, una serie di timori sovrapposti: paura dell’ignoto, paura del cambiamento, paura della perdita, paura dell’insicurezza personale. In altre parole, il “migrante” è reso un contenitore simbolico su cui proiettare ansie che hanno origini molto più profonde: paura della precarietà economica, della fragilità sociale, dell’inadeguatezza delle istituzioni, della crescente solitudine urbana. Ma anche della povertà. La chiamano "aporofobia": il timore, il rifiuto, quando non l’ostilità verso le persone povere, che si vedono come un pericolo. Quasi che la povertà sia contagiosa. Anche in questo caso, innestandosi sopra un substrato di paure ataviche, la narrazione mediatica gioca un ruolo fondamentale. Come evidenziano Caritas Italiana e Osservatorio di Pavia nel rapporto “Taglio basso. Come la povertà fa notizia”, nel 2025, in riferimento ai post su Facebook dei “giornalisti più social”, «i risultati sulle cornici narrative attestano la prevalenza del frame politico/economico (53%), seguito da quello solidaristico/caritatevole (39%), [mentre] meno frequente è il frame securitario (7%). Un frame, quest’ultimo, che caratterizza solo i post di cronaca, ma ne caratterizza meno di uno su tre (29%), attestando la prevalenza di uno sguardo più compassionevole che impaurito su storie di vita, e spesso anche di violenza, di persone povere o ai margini della società. Il 53% dei post di cronaca ha infatti un frame solidaristico/caritatevole». Nonostante questo, anche la povertà è «in bilico fra strumentalizzazione politica e compassione». È più facile temere ciò che ha un volto, un corpo, una presenza. È più facile attribuire a un gruppo visibile la responsabilità di problemi complessi. È più facile costruire un “noi” rassicurante contro un “loro” percepito come diverso e minaccioso.
Distinguere ciò che ci spaventa da ciò che è pericoloso
Affrontare le paure globali richiede consapevolezza, assunzione di responsabilità collettiva, capacità di pensare in grande o, soprattutto, in lungo, nel tempo. Alimentare la paura del quotidiano, invece, richiede soltanto un bersaglio. Comprendere questo meccanismo non significa negare le difficoltà reali – politiche e sociali – connesse alla gestione dei flussi migratori. Significa però riconoscere che la paura, quando non è proporzionata ai fatti, diventa uno strumento di divisione e di regressione sociale. «Molte delle buone pratiche […] si muovono attorno all’idea di costruire una nuova grammatica narrativa, capace di sostituire la retorica della paura e della sicurezza con un linguaggio della comprensione e dell’empatia», si evidenzia nel rapporto “Informazione diseguale. L’invisibilità delle persone migranti, rifugiate e razzializzate nei media in Italia”, realizzato nell’ambito del progetto Mild – More correct Information Less Discrimination da Associazione Carta di Roma e Lunaria. «Il lessico giornalistico, come sottolineato più volte, ha un potere enorme nel plasmare l’immaginario collettivo. Cambiare il modo in cui si raccontano le persone con background migratorio, le minoranze o i soggetti vulnerabili significa cambiare la percezione della realtà. La sfida è passare da una comunicazione che “parla di” a una comunicazione che “parla con”. In questa prospettiva, l’intersezionalità diventa un principio guida: non esistono esperienze isolate di discriminazione, ma dimensioni intrecciate di disuguaglianza che si sovrappongono – di classe, di genere, di etnia, di orientamento sessuale, di disabilità – riuscire a raccontare queste intersezioni significa rifiutare la semplificazione, accettare la complessità del reale e, di conseguenza, restituire dignità alle storie». Tanto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare. «Il cambiamento linguistico e narrativo è già in atto, ma richiede tempo, formazione e collaborazione». La sfida è imparare a distinguere tra ciò che ci spaventa perché è vicino da ciò che è davvero pericoloso. È imparare a guardare oltre la superficie, a non confondere il sintomo con la causa, la vulnerabilità con vulnerati e vulneranti. Solo così la paura può tornare a essere un segnale utile, e non un’arma impropria nella disponibilità di pochi. (Simone M. Varisco | "Migranti Press" 1 2026)

Stato dell’integrazione dei migranti in Italia: il rapporto Ocse e ministero del Lavoro

5 Marzo 2026 - In Italia, i migranti contribuiscono in maniera significativa alla forza lavoro. I nuovi arrivati sono sempre più istruiti e i figli degli immigrati mostrano risultati incoraggianti nel campo dell’istruzione. Anche i migranti umanitari mostrano un forte legame con il mercato del lavoro nel tempo. L'altro lato della medaglia è rappresentato dalla concentrazione in lavori a bassa qualifica e da livelli di educazione e formazione degli adulti limitati, con ritorni all’istruzione bassi. Elevati livelli di povertà e sovraffollamento abitativo tra i nati all’estero sottolineano la necessità di politiche sociali più inclusive. Sono queste in estrema sintesi alcune delle conclusioni a cui giunge l’Ocse nel rapporto Stato dell’integrazione dei migranti - Italia realizzato con il supporto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, presentato recentemente a Roma nel corso dell’evento “Migrazioni, lavoro e integrazione in Italia”. L’Italia, evidenzia tra l'altro il rapporto, ospita una delle più numerose popolazioni immigrate dell’UE in termini assoluti, sebbene la crescita recente sia stata contenuta. Pur contando 6,4 milioni di immigrati, pari al 10% della popolazione, tale quota è aumentata solo del 13% nell’ultimo decennio, molto meno che in Germania, Spagna o Francia.   Rapporto Ocse 2026 Integrazione

Libia: un nuovo Rapporto Onu smaschera un modello di sistematica violazione dei diritti umani e di abusi nei confronti dei migranti

19 Febbraio 2026 - “Venivamo picchiati ogni giorno”, ha raccontato George, un cittadino keniota trattenuto contro la sua volontà ad al-Kufra, in Libia e ripetutamente malmenato: la sua famiglia è stata costretta a pagare 10.000 dollari per il suo rilascio. "Chiamavano le nostre famiglie da numeri di telefono diversi, chiedendo loro dei soldi. C'era un ragazzo che si è ribellato: è stato picchiato e ucciso. Ci dicevano che saremmo stati picchiati fino a quando i nostri familiari non avessero pagato il riscatto. Se non lo avessero fatto, ci avrebbero uccisi, abbandonato o gettati nel deserto". La violenza contro i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati in Libia non è un elemento accessorio: si tratta di un modello di business sistematico e basato sullo sfruttamento, come riporta un  rapporto congiunto della Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il rapporto evidenzia i modelli di violazioni dei diritti umani e abusi perpetrati impunemente contro migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Libia, tra il 2024 e il 2025. George è uno dei tanti che sono stati ingannati dalla promessa di una vita migliore in Libia. Viveva nel Sud Sudan, lavorava come cuoco e gli era stato promesso un lavoro migliore. Ha attraversato il Sudan devastato dalla guerra prima di raggiungere la Libia. Secondo George, alcuni migranti sono entrati in Libia volontariamente, sperando di poter attraversare l'Europa. Il rapporto documenta anche diversi incidenti in cui alcune persone sono cadute in mare o si sono gettate in mare durante pericolosi interventi di intercettazione effettuati dalle autorità libiche. L'UNSMIL e l'OHCHR hanno registrato casi in cui diversi attori marittimi avrebbero sparato colpi di arma da fuoco vicino o contro imbarcazioni in difficoltà. Questi interventi di intercettazione sono attribuiti alla cosiddetta Guardia Costiera libica, all'Amministrazione Generale della Sicurezza Costiera, nonché ad altre forze di sicurezza e gruppi armati che operano in mare. I risultati mostrano gravi violazioni dei diritti umani. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede che venga fatta giustizia e che si ponga fine a una radicata cultura dell'impunità. (fonte: Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Nostra traduzione)

Campagna “Ero straniero”: su 181.450 quote da decreto flussi, solo 14.349 permessi di soggiorno richiesti (7,9%)

20 Febbraio 2026 - Il sistema degli ingressi per lavoro continua a produrre risultati preoccupanti: a quasi due anni dai click day del 2024 , a fronte di 146.850 persone programmate per gli ingressi, risultano 24.858 permessi di soggiorno richiesti, pari a un tasso di successo del 16,9%. Solo 17 persone circa su 100 riescono a entrare in Italia e risultano avere un lavoro e un regolare titolo di soggiorno. Per il 2025 il quadro non pare migliorare: su 181.450 quote da decreto sono 14.349 i permessi di soggiorno richiesti, il 7,9%, e cioè circa 8 persone su 100 hanno finalizzato la procedura a dicembre 2025. Sono i dati inediti che la campagna "Ero straniero" presenta nel IV rapporto annuale sugli esiti della procedura d’ingresso per lavoro della programmazione flussi triennale 2023-25, aggiornati a dicembre 2025.  (fonte: erostraniero.it)

Sono poco più di 17 mila i minori non accompagnati in Italia. Il nuovo Rapporto semestrale

17 Febbraio 2026 - I minori stranieri non accompagnati (MSNA) censiti in Italia al 31 dicembre 2025 sono 17.011, sono in maggioranza maschi (88,6%) e hanno per la maggior parte 17 (58,5%) e 16 (20,3%) anni; arrivano soprattutto da Egitto (30,3%), Ucraina (17,4%), Bangladesh (10%) e Gambia (6,6%), mentre le Regioni che ne accolgono di più sono la Sicilia (22%), la Lombardia (13,5%), la Campania (11,5%) e l'Emilia-Romagna (7,5%). Sono alcuni dei dati raccolti nel nuovo Rapporto di approfondimento semestrale sulla presenza dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) in Italia, pubblicato dalla Direzione Generale per le politiche migratorie e per l'inserimento sociale e lavorativo dei migranti del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Il Rapporto monitora le presenze, le caratteristiche e l'accoglienza dei minori soli, dando conto anche di nuovi arrivi e allontanamenti, richieste di protezione internazionale, indagini familiari nei Paesi di origine e pareri sulla conversione dei permessi di soggiorno alla maggiore età. Illustra, inoltre, le novità procedurali e normative italiane e internazionali e misure per l'inserimento socio-lavorativo come i progetti "Percorsi" e "PUOI PLUS". I contributi di Unhcr, Unicef, Oim, Rete Sai e Tavolo Minori Migranti approfondiscono particolari aspetti del fenomeno dei MSNA. Ad aprire il Rapporto sono alcune testimonianze di ex minori soli, accolti in Italia e accompagnati verso l'autonomia: un modo per dare voce ai tanti altri giovani "in viaggio" che si celano dietro dati, analisi e norme. (fonte: integrazionemigranti.gov.it)   Rapporto Msna 2025

“Come funziona davvero il traffico di migranti”. Un Rapporto del Mixed Migration Centre

12 Gennaio 2026 - Il Mixed Migration Centre (Mmc) di Ginevra ha presentato nel mese di dicembre 2025 il Rapporto “How smuggling really works: drivers, operations and impacts”, che mette in luce il ruolo dei trafficanti nelle rotte migratorie e la percezione che ne hanno i migranti. Il documento raccoglie le testimonianze di oltre 80.000 interviste con persone in movimento lungo le principali rotte migratorie in tutto il mondo e più di 450 interviste con trafficanti in Africa. Il limitato accesso a vie di migrazione regolari continua ad alimentare la domanda di movimenti irregolari, consentendo al traffico di migranti di prosperare. In assenza di alternative sicure e legali, i trafficanti intervengono per soddisfare il persistente bisogno di mobilità (e informazioni) determinato da conflitti, persecuzioni, instabilità economica, domanda di manodopera e legami familiari. I governi cercano di interrompere "il modello di business” dei trafficanti con l'applicazione di norme specifiche e con il controllo sempre più stretto delle frontiere, ma misure hanno in gran parte spinto le persone verso rotte più pericolose e rafforzato le reti di traffico. Le principali evidenze che emergono dal Rapporto:
  • La mancanza di percorsi migratori legali, come già anticipato, e le sollecitazioni che arrivano dalle reti personali sono fattori determinanti nella decisione di ricorrere ai trafficanti.
  • Risultano rari i casi di coercizione da parte dei trafficanti e comunque raramente essi influenzano la decisione di migrare; anche se, una volta presa la decisione, hanno un ruolo determinante nella scelta dei percorsi e forniscono informazioni sul viaggio.
  • I trafficanti sono motivati principalmente dal guadagno economico, anche se alcuni segnalano il desiderio di aiutare le persone in movimento; la maggior parte di loro entra in questo business tramite la rete di relazioni sociali.
  • Il traffico di migranti è una fonte di reddito importante o principale per molti, spesso superiore ad altre opportunità di guadagno locali.

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  Rapporto MMC 2025