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Salute mentale: la casa si costruisce da dentro. Intervista a Barbara Massimilla

13 Agosto 2026 - C'è un tema importante legato alla mobilità umana, che viene spesso sottovalutato e strumentalizzato: quello della salute mentale e, in particolar modo, quello delle conseguenze su di essa dell’esperienza migratoria. Si parla pochissimo delle problematiche che si sviluppano dopo la partenza, durante il viaggio e, come sempre più spesso ci dice la ricerca, anche nel Paese di arrivo. Spesso ci si ammala in Italia. Ne parliamo con Barbara Massimilla, che è psichiatra, psicoanalista junghiana, ricercatrice di psicologia transculturale, fondatrice e presidente dell’associazione Dun, attiva dal 2015 per offrire terapie gratuite a migranti, rifugiati e donne vittime di tratta. Massimilla è anche ideatrice e direttrice artistica della rassegna cinematografica “S-cambiamo il mondo”, ormai alla sua nona edizione, – che si svolge da qualche anno presso la Casa del Cinema di Roma, sostenuta dalla Fondazione Migrantes – ed è anche regista di due cortometraggi, Intrecci e Welcome to the River, usati come strumento culturale per promuovere integrazione e cura. Barbara Massimilla Dott.ssa Massimilla,  perché “Dun”? Dunè nersèn g’shinvì: la casa si costruisce da dentro. Dun è una parola armena di origine indoeuropea, analoga alla parola domus in latino. Abbiamo scelto questa parola-simbolo nella lingua di un popolo coraggioso che ha subìto violenza contro il suo diritto di esistere. Da circa 10 anni ci dedichiamo all’accoglienza e al sostegno psicologico di persone provenienti da diversi Paesi, promuovendo il rispetto e la valorizzazione delle loro culture. Qual è il metodo, il modello “Dun”? Un approccio alle ricerche e alla cura che si basa su un intreccio metodologico e multidisciplinare. È un modello che si fonda sull’idea che la cura della sofferenza psicologica non possa prescindere da un ascolto profondo delle narrazioni, delle immagini, dei sogni dei pazienti, che rappresentano intense testimonianze dei traumi vissuti durante la migrazione nel Paese d’origine, in quelli di transito e anche in quello d’accoglienza. Proviamo a rispondere a questa complessità con un contenitore clinico e culturale che intreccia di continuo la cura alla creatività. I percorsi di psicoterapia sono personalizzati in rapporto alla storia della persona e sono affiancati da laboratori di espressione creativa, cineforum e attività artigianali, che fungono da “dispositivi transizionali”, per facilitare l’elaborazione dei traumi e la ricostruzione del sé. Gli psicoanalisti sono presenti in entrambi i setting, sia quello prettamente curativo sia quello creativo. Accanto all’intervento clinico il “modello Dun” promuove un lavoro condiviso, ovviamente con la rete istituzionale, con i servizi sociali territoriali, le ASL, altri enti del terzo settore, per creare una fitta rete che sostenga ogni persona e nucleo familiare nel suo percorso verso l’autonomia. Mi sembra che si lavori molto sull’identità, come risorsa e terreno di incontro, e non come differenza. E così? Uno dei principi alla base del modello è quello della fertile contaminazione. L’obiettivo è creare una cultura terza basata sul valore delle differenze e della reciprocità. Solo nel lento e graduale processo empatico di condivisione e ricostruzione compiuto dalla coppia terapeuta-paziente e nello spazio dei gruppi e dei laboratori creativi è possibile dunque riemergere da quello che definiamo il “naufragio identitario” patito a causa dei traumi della migrazione. Ogni individuo deve essere riconosciuto, legittimato nella sua specifica identità, come soggetto che si fa protagonista della propria esistenza nel luogo nel quale migra. Il filosofo François Julien propone di non esprimersi in termini di differenze culturali, ma di affrontare le diversità tra le culture in termini di “scarto” e l’identità in termini di “risorsa”. L’identità è un organismo vivo, in movimento, che non può essere cristallizzato. In questo orizzonte la cura assume una valenza etica. Quali sono le principali difficoltà che sperimentano le persone migranti sul piano psicologico? E come le affrontate nel concreto? Sono tutte quelle insite nella condizione di aver lasciato il proprio Paese d’origine, correndo pericoli e rischi di ogni sorta. Lo scoglio principale da affrontare è la diffidenza. Inizialmente sabotano la terapia con ritardi o assenze. La disumanizzazione che hanno subito li porta a non credere che l’interesse benevolo per loro sia autentico. Bisogna riconquistare la loro fiducia con una presenza perseverante, coerente, recettiva, in grado di aiutarli a seminare speranza e trasformarla in azioni costruttive. Con le donne vittime di tratta, in particolare, come si struttura il vostro intervento? Ci prendiamo cura sia delle donne vittime di tratta sia delle donne che hanno subìto violenza domestica, che è poi un altro tipo di sfruttamento, un’altra accezione della violenza contro le donne. Il nostro lavoro clinico ha mostrato come gli abusi generino nelle donne un senso di annientamento che investe non solo la loro identità femminile, ma anche la loro possibilità di vivere una maternità serena. Gli effetti della violenza si manifestano in varie forme, non sempre il marchio è visibile sul corpo. Sono spesso donne che soffrono molto sul piano psicosomatico e tutto questo incide sul futuro della donna, sulla sua genitorialità, sul legame di attaccamento e sul sentimento materno riguardo al figlio. Per questo cerchiamo di aiutarle a costruire una nuova relazione con la propria identità femminile, al fine di maturare un’affezione per loro stesse e riappropriarsi di un progetto di vita, ricevendo al contempo un appoggio concreto riguardo al proprio ruolo genitoriale. Si tratta ovviamente di percorsi molto complessi e dolorosi che non sempre conducono a esiti positivi, ma che offrono alla donna la possibilità di riappropriarsi della funzione materna in termini autonomi, vitali e creativi. Quando la donna vittima di tratta e di violenza riesce a fare un taglio netto con l’ambiente che l’ha destinata al suo tormento, vuol dire che c’è un progresso. Che ruolo ha il cinema nell’impegno di Dun e perché proprio il cinema? Il cinema ha una grande potenzialità: in uno spazio temporale di circa due ore l’opera condensa sentimenti, emozioni, risoluzioni di conflitti, prospettive umane. Ha un immenso valore educativo in un tempo breve e fruibile. Ovviamente parliamo del grande cinema e il grande cinema per noi è comunque un cinema sempre rivolto ai diritti umani e al sociale. Ha parlato del ruolo terapeutico del cinema: vale anche per “chi cura”? Sì. Il corto Welcome to the River nasce da un fallimento, da una storia che non è andata in porto, perché la rete istituzionale non ha funzionato. Con una paziente mi sono trovata totalmente da sola a gestire una situazione difficilissima; e, purtroppo, non è finita bene. La verità è che può succedere. Ma è stata una ferita enorme, anche per me. Il film ha avuto un po’ la funzione di riparare quella ferita. Ci può fare un esempio di come funziona terapeuticamente anche il “fare cinema”? Qualche tempo fa, all’interno di un gruppo di terapia con donne di diverse etnie, che è durato tre anni, abbiamo costruito con i loro ricordi e le loro storie una sceneggiatura, diventata in seguito un cortometraggio, Il segreto di Hamida. È la storia di una bambina del Bangladesh – il cui padre paranoico, repressivo e violento, l’aveva fatta anche sposare da bambina – che entra in classe in Italia per la prima volta senza il grembiule, ma con il vestito tradizionale. L’escamotage che Hamida trova per mantenere il filo con le proprie origini e al tempo stesso vivere una vita migliore in Italia, nel nuovo gruppo di appartenenza, è confezionare un grembiule realizzato con il velo della madre: le parti belle della sua appartenenza culturale possono coesistere con il nuovo contesto sociale. Quando le donne hanno visto il frutto della loro sceneggiatura è stata per tutte un’emozione grandissima: un momento di gioia intensa, di riconoscimento. Cosa vede nel suo futuro e in quello dell’associazione Dun? Già da quest’anno, oltre al cinema, ci siamo dedicati alle scuole. Mi interessa che i ragazzi si confrontino con le vite di coetanei che non hanno la fortuna di vivere in una democrazia e in una società che rispetta l’infanzia e l’età dello sviluppo. Ora vorremmo intrecciare l’aiu­to psicologico di Dun con un intervento strettamente medico. Il professor Raffaele Leuzzi, che opera sia a Roma che in Calabria, ha costituito un eccellente presidio di cura per la prevenzione e lo screening del tumore al seno: Casa di Rosa. Noi come Dun collaboriamo per quanto riguarda la parte psicologica. La Calabria tra l’altro è la prima regione dove il tumore al seno è in crescente aumento ed è la regione col più alto tasso di migrazione sanitaria. Stiamo pensando di realizzare un intreccio di cura per le tantissime donne migranti che vivono sia in Calabria sia a Roma, lavorando con istituzioni religiose e i servizi sociali per favorire l’accesso di queste donne ai controlli. Inoltre c’è un gemellaggio artistico perché Dun cura la parte creativa del festival della Salute, promosso da Casa di Rosa, a Fiumefreddo Bruzio (16/19 settembre 2026). (Simone Varisco | “Migranti Press” 6 2026)

Salute mentale, benessere integrale e dignità dei lavoratori immigrati

10 Agosto 2026 - Il caso di Amendolara, in provincia di Cosenza, dove lo scorso giugno quattro lavoratori immigrati hanno perso la vita in circostanze dolose, non è un fatto isolato, ma il segnale di un problema molto più ampio: lo sfruttamento del lavoro migrante e il ritorno a forme di schiavitù, discriminazione e marginalizzazione. Sono molti i lavoratori immigrati – dall’edilizia all’agricoltura, dal manifatturiero all’assistenza alla persona – che ogni giorno subiscono condizioni di sfruttamento, intrappolati in meccanismi di caporalato che negano la loro dignità e mettono in discussione diritti fondamentali: dalla salute alla libertà di espressione, fino alla stessa possibilità di condurre una vita dignitosa. Questa realtà produce ripercussioni profonde e spesso invisibili sul piano psicologico, un tema ancora poco affrontato sia nelle imprese che nel dibattito pubblico. Episodi come quello di Amendolara, o come il caso dell’operaio del cantiere del consolato degli Stati Uniti a Milano, insieme alle tante situazioni quotidiane di sfruttamento occupazionale, incidono sul vissuto di chi, mettendo a rischio la propria incolumità, convive con ansia, precarietà esistenziale, disturbi post-traumatici e depressione. Tutto questo alimenta, in non poche di queste persone, una crescente sfiducia nella capacità del nostro ordinamento di assicurare protezione e rispetto della persona.
Lavoro e centralità della dignità umana
Papa Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, vedendo nel lavoro un’esigenza inscritta nella condizione umana necessaria alla realizzazione personale, lo definisce «luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità». Di qui l’importanza per le imprese di perseguire il bene comune e non la massimizzazione del profitto: in una dimensione sociale d’impresa, l’unico fine autentico è la centralità dignitosa della persona umana e il raggiungimento del suo benessere integrale. Quando un’occupazione perde questi connotati, smette di chiamarsi lavoro e comincia a definirsi schiavitù. In questo solco, tra il 2025 e l’inizio del 2026, il Centro studi e ricerche della Confederazione nazionale artigiani e piccoli imprenditori (Co.n.a.p.i. nazionale) ha condotto una prima rilevazione esplorativa su un campione di 23 piccole imprese, partendo dal presupposto che il benessere dei lavoratori non sia un costo da sostenere, bensì una scelta organizzativa e strategica. I risultati indicano che il 71,4% dei rispondenti considera la conciliazione vita-lavoro una priorità fondamentale, seguita dalla salute psicologica e dalla gestione dello stress. Questo dato suggerisce che, anche nelle imprese di piccola dimensione, il benessere venga progressivamente interpretato come un equilibrio concreto tra performance produttive, gestione dei tempi di vita, responsabilità familiari e stabilità emotiva nel contesto lavorativo.
Benessere integrale e lavoratori stranieri
Nel 2026 il Centro Studi della Co.n.a.p.i. nazionale ha pubblicato un nuovo questionario – coinvolgendo diversi partner, anche del mondo della formazione professionale – con l’obiettivo di comprendere se e in quale misura il benessere integrale dei lavoratori rappresenti una leva strategica per le micro, piccole e medie imprese: quelle realtà cioè che, per i costi che comporta, sono spesso le prime a sacrificarne la dimensione psico-fisica. Tra le domande figura per la prima volta un quesito dedicato alla composizione multiculturale della forza lavoro: non una semplice rilevazione statistica, ma un’esplorazione delle pratiche adottate per garantire inclusione, sicurezza e accesso al welfare ai lavoratori stranieri. Si tratta, dunque, di una dimensione che arricchisce significativamente il perimetro dell’indagine rispetto alla rilevazione esplorativa del 2025. È ormai noto che, a fronte del calo demografico e della crescente difficoltà a reperire personale in settori strategici – logistica, agricoltura, sanità, edilizia e servizi alla persona – i lavoratori immigrati rappresentano una componente essenziale per sostenere il mercato del lavoro italiano. Secondo le stime Istat, al 1° gennaio 2026 in Italia «risiedono 5.559.527 cittadini stranieri, in aumento di 188.276 unità, con un tasso di occupazione di circa il 66,2%. Di questi, secondo le banche dati Inps, 2,7 milioni lavorano in settori non agricoli (con una retribuzione media annua di 18.800 euro), 314 mila nell’agricoltura (circa 9.700 euro di media all’anno) e quasi 500 mila come lavoratori domestici (circa 9.800 euro). A questi si aggiungono i molti lavoratori irregolari, fuori da ogni rilevazione, che talvolta percepiscono salari inferiori ai 2 euro l’ora, in condizioni di lavoro insicure e disumane, che rappresentano una radicale negazione della centralità della persona lavoratrice. Questo accade soprattutto nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura.
La vulnerabilità psicosociale
Quella economica, tuttavia, non è l’unica dimensione di vulnerabilità che grava sui lavoratori immigrati. La letteratura evidenzia una specifica esposizione ai rischi psicosociali, legata a fattori strutturali quali la precarietà occupazionale, la scarsa mobilità professionale, le barriere linguistiche e le difficoltà di accesso ai servizi di tutela. Sono ancora molti gli immigrati che vivono in alloggi sovraffollati e in condizioni igienico-sanitarie carenti, con una esposizione continuativa a rischi per la propria salute. A questi fattori si aggiunge la discriminazione – razziale, religiosa o etnica – spesso amplificata dalle relazioni interne tra connazionali che alimentano forme di caporalato gerarchicamente organizzato. L’intreccio di queste condizioni produce un terreno fertile per l’insorgenza di disagi di salute mentale, dallo stress cronico ai disturbi depressivi e post-traumatici. Secondo uno studio dell’Inmp (Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà), condotto in collaborazione con Istat, su un campione di 12.408 immigrati regolarmente residenti in Italia, «il 15,8% ha riferito di essere stato discriminato sul luogo di lavoro in quanto straniero, il 44,4% ha riferito un basso livello di soddisfazione per la propria vita in generale e il 16,3% ha dichiarato di sentirsi solo». Un quadro che si riflette in vissuti diffusi di solitudine, insicurezza esistenziale, sfiducia nelle istituzioni e, nei casi più gravi, in esiti comportamentali difficili, fino a spinte verso atti di violenza o tentativi di suicidio.
Impresa come spazio di promozione umana e integrazione
Per queste ragioni, anche attraverso l’indagine 2026, il Centro studi e ricerche della Co.n.a.p.i. nazionale si interroga su quanto l’impresa possa essere – oltre che luogo di produzione – spazio di promozione umana e integrazione. La ricerca documenta che la discriminazione nei luoghi di lavoro è un fattore di rischio diretto per la salute mentale dei lavoratori, soprattutto quelli immigrati: non un dato marginale, ma una responsabilità organizzativa concreta. La risposta non può essere perciò soltanto normativa, ma risiede in una visione sociale d’impresa che restituisce al lavoro il suo significato più profondo: valorizzare la persona, tutelarne la dignità, promuoverne il benessere integrale. Siamo convinti che un’impresa autenticamente responsabile non si limiti ad adempiere obblighi, ma scelga di essere – per ciascun lavoratore, nativo o straniero – un luogo in cui la vita vale la pena di essere vissuta e il lavoro diventa lo strumento per elevarla, così come insegnava Giorgio La Pira. (Antonio Zizza | “Migranti Press” 6 2026)

Roma, il 20 e il 21 giugno alla Casa del Cinema torna “S-Cambiamo il mondo”

15 Giugno 2026 - Torna a Roma, alla Casa del Cinema (Largo Marcello Mastroianni 1, ingresso gratuito fino a esaurimento posti), "S-Cambiamo il mondo" la rassegna cinematografica, giunta alla IX edizione, organizzata dall’associazione Dun, che si dedica da anni alle cure psicologiche ai migranti e ai rifugiati con un metodo che intreccia di continuo la Cura alla Creatività. Questa edizione è intitolata "Affetti in scena. Pace e culture". "S-Cambiamo il Mondo" valorizza l’importanza della conoscenza di altri orizzonti culturali e del fenomeno della migrazione come simbolo di contaminazione feconda tra i popoli. In questo momento storico l’arte cinematografica può trasmettere un messaggio determinante nel contrastare: il razzismo, la violenza di genere, quella inflitta all’infanzia e ai soggetti vulnerabili, le disuguaglianze, lo sfruttamento e il traffico di esseri umani. Il cinema impegnato può opporsi attivamente alle guerre, ai genocidi, all’orrore dello sterminio a cui stiamo assistendo. Il grande cinema valorizza la fraternità, la solidarietà, l’empatia, stimola la riflessione critica, l’elaborazione psicologica per generare nuove visioni del mondo, nuove azioni nel rispetto assoluto dell’Altro. "S-Cambiamo il Mondo" vuole promuovere l’incontro e il dialogo, suscitando emozioni e stimolando cambiamenti e trasformazioni positive nel proprio modo di sentire, pensare, immaginare. Lo fa attraverso il cinema, la musica e la valorizzazione dell’espressione creativa che da oltre un decennio anima con passione i Laboratori multietnici di Dun. Accanto alle proiezioni cinematografiche verranno ospitate personalità della cultura, dello spettacolo, insieme a chi è in prima linea nella difesa dei Diritti umani come Fondazione Migrantes e Amnesty International Italia. Si comincia sabato 20 dalle ore 15 (Sala Cinema verde) con la presentazione dell'edizione di quest'anno con Barbara Massimilla (psicoanalista Aipa, presidente Dun, direttrice artistica), Roberta Perri (psicoanalista, presidente Aipa), Alessandro Generoso (socio Dun, psicoanalista Aipa) e Valerio Colangeli (socio Dun, psicoanalista Aipa).

Scopri il programma completo della due giorni.

S-Cambiamo il MOndo

“Discriminata-Mente”. Un incontro e una serie di podcast del Centro Astalli sulle discriminazioni che accomunano disagio mentale e migrazioni

17 Marzo 2026 - Le parole che usiamo per descrivere la sofferenza psichica e le persone migranti non sono mai neutre. Possono escludere, stigmatizzare, rendere invisibili — o al contrario aprire spazi, restituire dignità, costruire relazioni. “Discriminata-Mente. Il linguaggio discriminante e le ferite invisibili del disagio mentale” è un momento di riflessione pubblica su come il linguaggio discriminante agisce nella vita quotidiana di chi convive con un disagio mentale e di chi ha attraversato una migrazione — spesso le stesse persone. L'incontro - promosso dal Centro Astalli, in collaborazione con il Centro SAMIFO ASL Roma 1, - serve per ragionare insieme su parole, rappresentazioni e responsabilità: di chi cura, di chi comunica, di chi fa politica, di chi incontra l’altro ogni giorno. Si tiene mercoledì 18 marzo 2026 dalle ore 11 presso il Complesso monumentale del Santa Maria della Pietà, a Roma (Sala Basaglia – presso il Padiglione 26, Piazza Santa Maria della Pietà, 5). Intervengono:
  • Valeria Della Valle, linguista, accademica e saggista italiana;
  • Giancarlo Santone, Direttore UOSD Centro SAMIFO, ASL Roma 1;
  • p. Camillo Ripamonti, Presidente Centro Astalli.
Prenotazioni fino a esaurimento posti al link: https://forms.gle/ESZQy5TNb21BiZU58 Per informazioni: astalli@jrs.net – 06 69925099
Sullo stesso filone, Negli stessi giorni il Centro Astalli lancia una serie podcast - “Discriminata-Mente. Le ferite invisibili della discriminazione” - per conoscere e riflettere sulla doppia discriminazione vissuta da molte persone migranti con traumi e disturbi psichici, tra testimonianze dirette e il contributo di esperti. Il podcast affronta il tema della doppia discriminazione che colpisce molte persone migranti con traumi e disturbi psichici: da un lato il peso delle esperienze di violenza, fuga e perdita, dall’altro lo stigma e le difficoltà di accesso ai servizi e ai percorsi di cura. Attraverso il contributo di operatori sociali, esperti e giornalisti, insieme alle testimonianze dirette di persone rifugiate, la serie propone uno spazio di ascolto e approfondimento per comprendere meglio il rapporto tra migrazione, salute mentale e discriminazione. Centro Astalli Unar

La salute nei centri di detenzione per immigrati. Un rapporto dell’OMS

11 Marzo 2026 - Un rapporto pubblicato nel mese di gennaio 2026 dalla Organizzazione mondiale della sanità (Oms) denuncia che i migranti, i richiedenti asilo e gli altri cittadini stranieri detenuti nei Centri per l'immigrazione vivono in condizioni sociali e ambientali dannose, che comportano conseguenze negative per la salute. Intanto, il ricorso alla detenzione è in aumento a livello globale. Gli standard universali in materia di diritti umani e le raccomandazioni fornite nel "Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare" (Global compact) richiedono agli Stati di garantire che la detenzione sia una misura di ultima istanza e non venga mai applicata ai minori; ma, secondo l'Oms, i dati dimostrano che questi principi non vengono rispettati in modo coerente. Il documento evidenzia la necessità di difendere il diritto alla salute di tutti gli individui, indipendentemente dal loro status giuridico. Le alternative alla detenzione sono ampiamente citate.

(fonte: Organizzazione mondiale della sanità)

  Salute detenzione Oms

Anteprima “Rapporto Immigrazione 2025”: i podcast. Fra traumi in viaggio e traumi in Italia

10 Ottobre 2025 - Benché i dati statistici dicano altro, la percezione di molti italiani è che gli immigrati siano in maggioranza giovani maschi africani e asiatici, arrivati per lo più con i barconi, accolti fin troppo bene, visto che hanno tutti il telefonino. A ciò si aggiunge talvolta, generalizzando su alcuni isolati casi di cronaca, un ulteriore stigma: "arrivano solo i pazzi". Non è così: la sofferenza mentale degli immigrati traumatizzati dipende molto da ciò che accade loro dopo l’arrivo in Italia. Affronta questo argomento, in una breve conversazione, il prof. Marco Mazzetti, medico psichiatra, presidente della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. Questo è uno dei contenuti audio extra che arricchiscono e corredano l’edizione 2025 del Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes, che sarà presentata martedì 14 ottobre 2025, a Roma.  

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