L'opera viene presentata il 31 luglio 2026 a Reggio Calabria alle 20.30 presso il Cortile degli Ottimati.
La Tendopoli ospitava, a seconda dei periodi dell’anno, tra 200 e 600 persone che lavorano nelle campagne della zona per raccogliere la frutta e la verdura che arriva sulle nostre tavole. Un insediamento nato come soluzione temporanea e diventato negli anni un luogo di precarietà permanente, segnato dalla mancanza di servizi essenziali, dalla fragilità abitativa e dall’isolamento sociale. “Noi della Tendopoli” sceglie però di raccontare altro. Non è un’inchiesta né una denuncia: è uno sguardo rispettoso sulla vita quotidiana di chi abita questo luogo. Il film restituisce nomi, volti e storie a uomini arrivati dall’Africa attraverso percorsi difficili, spinti dalla ricerca di sicurezza e di un futuro migliore, e che oggi chiedono semplicemente di poter vivere con dignità. Attraverso immagini di una giornata nella Tendopoli – il lavoro, gli spazi condivisi, i momenti di vita quotidiana e le relazioni che si costruiscono – il documentario mette al centro le persone, mostrando la loro forza, i legami di solidarietà e le aspirazioni che continuano a guidarle. Il vero protagonista del film è chi viveva nella Tendopoli e ha scelto di raccontarsi, permettendo alle telecamere di entrare nel proprio spazio di vita. Alcuni residenti hanno scelto di non essere ripresi in modo riconoscibile, ma tutti hanno contribuito a costruire un racconto fatto di dignità e desiderio di essere visti. Un lavoro che invita a guardare ciò che spesso rimane nascosto e che può diventare uno strumento prezioso per percorsi di educazione civica, diritti umani, lavoro e inclusione, aiutando a superare stereotipi e semplificazioni per riconoscere l’unicità di ogni persona. Per richiedere una proiezione del documentario presso le scuole, centri, associazioni ecc.: 📩 noidellatendopoli@gmail.com(fonte: Centro Astalli)
(Pexels/Ilane A)[/caption]
Mimmo Calopresti[/caption]
Parliamoci chiaro, quelle del suo film non immagini semplici da vedere. Anzi, si vorrebbe poterle dimenticare come se non fossero mai accadute e invece sappiamo di dover fare uno sforzo perché i fatti di Cutro continuino a chiamarci all’azione e all’indignazione…
Certamente, sono durissime. È naturale volerle evitare. Per questo per girare il mio documentario ho seguito proprio il proposito di raccontare per non dimenticare quello che è successo. Ma soprattutto volevo ricordare chi c’era su quella barca. Come dicono le persone che ho intervistato, su quella barca c’era il mondo. Sono persone migranti che escono dallo stereotipo e per questo ci colpiscono. Su quella barca è morta una campionessa cricket, una studentessa di 19 anni che viaggiava per poter completare la sua formazione, una giornalista… Mi sono così concentrato nel raccontare le storie inaspettate di queste persone. Mi interessavano le loro singolarità.

Un momento della presentazione del cortometraggio "Mooving roots".[/caption]