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A Reggio Emilia un evento ecumenico itinerante contro la tratta
Tratta, Leone XIV: “La pace inizia con la dignità”


Mariam, storia di una vita in sospeso. Cronologia dell’estenuante ricerca del riconoscimento dei diritti di una vittima di tratta
Prologo
Luglio 2024. La relazione clinica rilasciata dal Dirigente medico del reparto di psichiatria riporta: «Durante il puerperio, dopo circa una settimana dal parto, viene riferita l’insorgenza di plurimi episodi di agitazione psicomotoria associata a una sintomatologia caratterizzata da distress emozionale, ideazione persecutoria (con ripetute preoccupazioni che il figlio le venisse sottratto), idee di veneficio rispetto al latte somministrato al neonato. In data 1.7.2024 veniva descritto un episodio caratterizzato da atteggiamento agitato e aggressivo nei confronti del personale, rifiuto reiterato della paziente alle cure proposte, assenza di consapevolezza. Sulla paziente è stato attuato il TSO, praticata terapia sedativa e predisposto il presente ricovero presso questo SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, ndr)». Il documento veniva allegato agli atti trasmessi dalla Direzione Sanitaria del presidio ospedaliero alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni di Torino per la successiva convalida del provvedimento di collocamento in sicurezza di un neonato di soli 11 giorni, allontanato dai genitori a causa di una «sospetta reazione paranoide acuta» della madre, giovane donna ivoriana richiedente asilo in Italia. Dopo aver dato alla luce il figlio Aboubacar, nato pretermine di due settimane, Mariam veniva ripetutamente rassicurata dal personale sanitario in merito alle buone condizioni del neonato ed alle loro dimissioni, che tuttavia - a causa di lungaggini burocratiche e della carenza di personale nel reparto nei giorni stabiliti - venivano rimandate in due occasioni senza che le fosse fornita alcuna spiegazione. Nel corso della degenza, infatti, il personale sanitario riteneva superflua la presenza di una mediatrice o di una interprete, motivando tale scelta data la presenza in reparto di un’infermiera che parlava la lingua francese, pertanto in grado di comunicare con la paziente. Dopo oltre una settimana di ricovero, di fronte ad una mediatrice inviata dal centro di accoglienza, Mariam iniziava a mostrare segni di insofferenza dovuti alla lunga permanenza in ospedale, confidando all’operatrice di non aver compreso il ruolo delle varie figure incontrate nella struttura né il contenuto di moduli che le venivano sottoposti alla firma. La stessa alternava momenti di serenità a momenti di forte agitazione, domandando con insistenza di poter lasciare l’ospedale e dichiarando l’intenzione di giorno previsto per la dimissione una psicologa e una psichiatra incontravano Mariam, rappresentando le loro preoccupazioni e comunicandole la necessità del suo ricovero nel reparto di psichiatria, riferendole che, in caso di rifiuto, il piccolo Aboubacar sarebbe stato affidato all’ospedale. La reazione alla notizia era immediata: la giovane tentava di raggiungere il bambino presso il nido del reparto, ma il personale sanitario glielo impediva, bloccandole l’uscita dalla stanza. Entrata in uno stato di forte agitazione, Mariam cercava di forzare la barriera formata dagli operatori sanitari, chiedendo poi l’intervento delle forze dell’ordine. La stessa veniva raggiunta dal personale di sicurezza dell’ospedale, attendendo seduta insieme al compagno Moussa, padre del bambino e anch’egli richiedente asilo, l’intervento della polizia. Quando giungevano gli agenti di pubblica sicurezza, sulla donna veniva effettuato un trattamento sanitario obbligatorio e la stessa veniva trasferita in ambulanza al reparto S.P.D.C. dell’ospedale. A partire da quel momento, la violenza istituzionale che inondava la vita di Mariam sommergeva ogni residuo di speranza per il tanto desiderato nuovo progetto di vita, finalmente solo proprio, lontano dagli inganni, dai ricatti e dagli abusi subiti sin dall’infanzia in Costa d’Avorio e poi durante il percorso migratorio che la conduceva dapprima in Tunisia e successivamente in Italia. Alle forme di violenza esplicite legate al proprio vissuto di donna migrante, se ne aggiungevano altre di carattere strutturale, sistemico e simbolico relative al sistema italiano, che se da un lato può consentire alle richiedenti asilo di rielaborare i propri percorsi di vita, similmente le costringe in spazi ristretti di condivisione fisica e interculturale, così come in tempi della giustizia difficilmente tollerabili o comprensibili, nell’attesa di completare l’iter necessario per vedere riconosciuti i propri diritti.Un fenomeno che continuamente evolve: le nuove rotte e i nuovi modelli di sfruttamento della tratta di esseri umani
Dicembre 2023. Formalizzata la domanda di asilo, convocata avanti la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, Mariam rispondeva puntualmente alle domande poste dalla funzionaria: «D: Mi parli della sua famiglia… R: Siamo io, mio padre, mia madre, due fratelli. A casa mio padre mi maltrattava, una volta mi ha anche versato l’acqua calda addosso, ho anche le cicatrici. Preferiva i figli maschi a me. […] D: Ricorda quando ha lasciato la Costa d’Avorio? R: 19 dicembre 2019. D: Da lì dov’è andata? R: In Tunisia, direttamente. D: Dalla Tunisia è poi andata in altri Paesi? R: Solo qui in Italia, sono arrivata il 21 giugno 2023. D: Adesso le chiederò di parlarmi liberamente delle ragioni che l’hanno costretta a lasciare il suo Paese. Per quale motivo ha lasciato la Costa d’Avorio? R: Mio padre mi ha chiamata e mi ha detto che mi dovevo sposare per forza con un uomo anziano, che aveva già tre mogli. Lui era un uomo ricco e mio zio aveva già preso la dote. Nel mio villaggio, prima del matrimonio, la donna deve essere infibulata. Mio zio ha detto che dovevo essere infibulata, per quello sono andata via. D: Visto che era qualcosa che lei non voleva fare, non ha pensato di chiedere aiuto a sua madre? R: Cosa poteva dire? Mia madre fa solo quello che le chiede mio padre, obbedisce e basta. D: Sembra un po’ nervosa, c’è qualche ragione in particolare? R: No… D: Cosa ha fatto quindi? R: Sono scappata ad Abidjan. Dormivo fuori, al mercato. Poi una donna si è avvicinata e le ho spiegato i miei problemi. Mi ha detto che aveva una sorella in Tunisia, se ero d’accordo avrebbe chiesto a sua sorella di farmi i documenti per viaggiare. L’ha chiamata e lei mi ha detto che mi avrebbe organizzato il viaggio. Una volta in Tunisia avrei dovuto lavorare per un anno per rimborsare i soldi. Ho accettato, lei ha mandato i soldi a sua sorella e ha fatto il passaporto e il biglietto dell’aereo. Così sono partita, mi ha portato all’aeroporto. Una volta arrivata in Tunisia sua sorella è venuta a prendermi, mi ha ritirato il passaporto e mi ha portata in una casa, mi ha chiusa in una stanza e ha detto che dovevo prostituirmi. Io non volevo ma lei faceva entrare tanti uomini, poi teneva quello che loro pagavano per stare con me. L’ho implorata di farmi cambiare lavoro per restituire i soldi e dopo un po’ mi ha portato da una famiglia tunisina. Non uscivo mai, quando lo facevo era solo per andare a prendere le cose al mercato sotto casa, se mi mandava la signora. Lei mi picchiava se il lavoro che facevo non andava bene, lavoravo tante ore al giorno e mi faceva dormire per terra in una stanza vuota. Di notte, suo marito veniva con un coltello e mi diceva di stare zitta mentre si approfittava di me. A volte veniva anche suo fratello. Questo è durato per tanti mesi, non ce la facevo più. Dopo più di un anno, la signora mi ha detto che avevo finito e mi ha messo in strada». Influenzata dai cambiamenti che su scala globale colpiscono le popolazioni mondiali, la tratta di esseri umani costituisce una grave violazione dei diritti fondamentali che si mantiene nel tempo evolvendo in termini di entità, direzione dei flussi e varietà dei servizi offerti. [...] (Irene Pagnotta)“Come funziona davvero il traffico di migranti”. Un Rapporto del Mixed Migration Centre
- La mancanza di percorsi migratori legali, come già anticipato, e le sollecitazioni che arrivano dalle reti personali sono fattori determinanti nella decisione di ricorrere ai trafficanti.
- Risultano rari i casi di coercizione da parte dei trafficanti e comunque raramente essi influenzano la decisione di migrare; anche se, una volta presa la decisione, hanno un ruolo determinante nella scelta dei percorsi e forniscono informazioni sul viaggio.
- I trafficanti sono motivati principalmente dal guadagno economico, anche se alcuni segnalano il desiderio di aiutare le persone in movimento; la maggior parte di loro entra in questo business tramite la rete di relazioni sociali.
- Il traffico di migranti è una fonte di reddito importante o principale per molti, spesso superiore ad altre opportunità di guadagno locali.


Tratta, “Quattro pezzi da 20”: presentata a “Più libri più liberi” la nuova graphic novel della Fondazione Migrantes



L’evoluzione della tratta degli esseri umani: i cosiddetti “centri truffa”


Una settimana di mobilitazione, preghiera e riflessione contro la tratta di esseri umani
La tratta è un fenomeno che, secondo i dati delle Nazioni Unite, colpisce a livello globale 50 milioni di persone. A soffrirne maggiormente le conseguenze, donne, bambini, migranti e rifugiati. Una vittima su tre è un bambino, mentre il 79% delle vittime dello sfruttamento sessuale a livello globale è costituito da donne e ragazze. Le persone costrette alla migrazione forzata sono circa 120 milioni. Guerre, conflitti, violenze, povertà e catastrofi ambientali li portano ad abbandonare le proprie case, rendendoli particolarmente vulnerabili alla tratta e allo sfruttamento, per la pericolosità delle rotte e perché spesso si fa ricorso a trafficanti o al mercato nero per spostarsi da un Paese all’altro. A questo si aggiunge anche lo sfruttamento online: un’altra forma di tratta, rimarcano gli organizzatori della Giornata.
(fonte: Romasette.it)
Libia, il caso di Naima Jamal e la tratta dei nuovi schiavi
Scarica la sintesi del Report.
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Papa Francesco: “La tratta di persone sfigura la dignità”
Papa Francesco: “la tratta cresce in misura preoccupante”
L’impegno contro la tratta ha il volto di tanti giovani
Giuseppina Bakhita: da vittima dei soprusi del mondo a testimone dell’Amore più grande
Migrantes Messina: veglia di preghiera contro la tratta
Giornata Mondiale di Preghiera e Riflessione contro la tratta: una delegazione internazionale di giovani si riunisce a Roma
Lì dove le suore aiutano le schiave. Al Maxxi le foto di Talitha Kum
Roma - Lo si potrebbe definire una sorta di viaggio nell’accoglienza e nella cura dei cuori. Un viaggio al femminile. Cuori di donna, cuori di religiose che accolgono e curano cuori di giovani, giovanissime e bambine la cui vita, in questo primo scorcio del secondo millennio, è stata sconvolta dalla tratta: la riduzione in schiavitù e il commercio che ne deriva. Stiamo parlando della mostra fotografica Nuns healing hearts (Suore che curano i cuori), che si è aperta martedì al Maxxi di Roma (fino al 6 marzo) e di cui 'Avvenire' è mediapartner (fotogallery sul sito avvenire. it). L’iniziativa è stata presentata in una tavola rotonda alla quale hanno partecipato, fra gli altri, la ministra per le Pari opportunità Elena Bonetti, il prefetto del Dicastero vaticano per le Comunicazioni sociali Paolo Ruffini, il sottosegretario per i rifugiati presso il Dicastero vaticano per lo sviluppo integrale, padre Fabio Baggio, la coordinatrice internazionale della fondazione Talitha Kum suor Gabriella Bottani e la presidente della Fondazione Maxxi Giovanna Melandri.
L’esposizione è stata curata da Claudia Conte in collaborazione col Global solidarity fund, per conto dell’Unione italiana delle superiore generali (Uisg) e per Talitha Kum. Propone dieci foto di grande formato realizzate per Talitha Kum dalla fotografa e attivista umanitaria statunitense Lisa Kristine, selezionate da una serie di 30 scatti. La mostra era nata nel 2019 ed era stata presentata a papa Francesco in occasione dell’udienza delle superiore generali della Uisg. Poi, dopo essere stata portata il 30 luglio dello stesso anno al palazzo dell’Onu per la giornata mondiale contro la tratta e riallestita a novembre a Tokyo in occasione della visita del Papa, si era dovuta fermare a causa della pandemia. Adesso riprende il suo viaggio con questa mostra che la propone al pubblico italiano, per poi diventare itinerante e multimediale. Le fotografie (scattate in Thailandia, Filippine, Messico, Stati Uniti, Italia e Guatemala) documentano l’impegno della rete che fa riferimento a Talitha Kum. Un lavoro che ha il volto e il cuore di più di 3000 suore di varie congregazioni e volontari in oltre 90 Paesi, accanto alle donne sopravvissute alla tratta (circa 15.000 nel 2020). Come ha spiegato suor Gabriella Bottani, le foto «vogliono essere spunto di riflessione che spinga a riflettere ma senza perdere la speranza, perché se l’umanità perde la speranza di fronte alla violenza è destinata a soccombere». Per Padre Baggio sono immagini che «rendono il giusto onore al lavoro di tante donne che quasi sempre rimane nel segreto». (RobertoI. Zanini - Avvenire)
