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“Prega con noi”: domani Rosario con Mons. Tani

1 Dicembre 2020 - Roma - Tv2000 e InBlu Radio invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi, mercoledì 2 dicembre in occasione della Giornata Internazionale delle persone con Disabilità (3 dicembre), alle 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da Tv2000 (canale 28 e 157 Sky), InBlu Radio, e su Facebook. La preghiera sarà trasmessa dal Santuario del Pelingo in Acqualagna (PU), con mons. Giovanni Tani, Arcivescovo di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado.  

Quei focolari domestici

1 Dicembre 2020 - Noi vorremmo solamente questa mattina attirare la vostra attenzione sulla ospitalità, che è una forma eminente della missione apostolica della famiglia. […] Nei nostri tempi, così duri per molti, quale grazia è quella di essere accolti in questa “piccola Chiesa”, secondo la parola di San Giovanni Crisostomo, di entrare nella sua tenerezza, di scoprire la sua maternità, di esperimentare la sua misericordia, perché è vero che una famiglia cristiana è “l’immagine ridente e dolce della Chiesa”. È un apostolato insostituibile che dovete compiere generosamente, un apostolato famigliare per il quale la formazione dei fidanzati, l'aiuto ai giovani sposi, il soccorso alle famiglie in difficoltà costituiscono dei campi privilegiati. Sostenendovi a vicenda, quali compiti non siete in grado di svolgere nella Chiesa e nel mondo? (Paolo VI, Discorso ad una rappresentanza delle coppie dell’Équipes Notre-Dame, n.12 – 4 maggio 1970)   L’Équipes Notre-Dame nacquero intorno al 1938 per iniziativa di alcune coppie che, insieme ad un sacerdote, padre Henry Caffarel, presero l’abitudine di incontrarsi mensilmente per approfondire il significato del sacramento del matrimonio. Un’iniziativa che presto si diffuse dalla Francia ad altri Paesi fino a formalizzare, l’8 dicembre del 1947 la nascita di un nuovo Movimento che ancora oggi vive e anima la Chiesa. Nel 1970 Papa Paolo VI si rivolge a duemila coppie giunte in Vaticano in rappresentanza delle ventimila famiglie sparse nel mondo. Quello del Papa è un lungo e articolato discorso che abbraccia tutti gli ambiti della spiritualità coniugale a partire dalla rinnovata constatazione che la Chiesa non misconosce i valori quotidianamente vissuti da milioni di famiglie. Paolo VI richiama il tema conciliare della specifica vocazione alla santità dei coniugi, fa sua l’espressione di Lumen Gentium di famiglia come “chiesa domestica” e invita gli sposi a vedere nel sacramento che li unisce “il Mistero dell’Incarnazione, che innalza le nostre virtualità umane penetrandole dall’interno”. Una dimensione fondamentale dell’amore coniugale è la sua fecondità e ad essa il Papa dedica molto spazio all’interno del suo discorso, con il dichiarato intento di spiegare e collocare nel giusto inquadramento gli assunti dell’enciclica Humanae Vitae promulgata due anni prima. In questo contesto si inserisce il passo che abbiamo scelto, nel quale Paolo VI esplicita l’ospitalità come virtù peculiare della spiritualità coniugale. Una virtù che accomuna tutti gli sposi e che pone sullo stesso piano sia coloro che sono diventati genitori sia quelli che vivono la dura prova di non poter avere figli. La famiglia come luogo di accoglienza, come avamposto di prossimità, come chiesa domestica che mostra il volto, l’immagine ridente della Chiesa più grande. Il Papa sembra quasi immedesimarsi in un sacerdote, un pellegrino, un povero che bussi alla porta di una casa e sia accolto dal calore di una famiglia capace di farlo sentire a suo agio, di accudirlo con amore materno. Questo il compito alto che il Papa affida agli sposi rivolgendosi ad un’assemblea di famiglie di un movimento che ha saputo espandersi proprio in virtù di una spiritualità che dalla casa si apre al mondo. E il compito si amplia - il Papa lo chiama “apostolato insostituibile” denunciando una priorità delle coppie di laici rispetto al clero – individuando tre ambiti peculiari che ancora oggi a cinquant’anni di distanza appaiono come fertile terreno di evangelizzazione e servizio. Si tratta della formazione dei fidanzati, ai quali ancora oggi le parrocchie è bene che riservino delle risorse speciali e in cui risulta indispensabile il ruolo delle coppie sposate come animatori e guide; dell’aiuto alle giovani coppie, ovvero l’ideazione di percorsi di aggregazione e formazione per chi si è sposato da poco e cerca nella comunità ecclesiale un punto di riferimento per la nuova vita intrapresa; infine il soccorso alle famiglie in difficoltà, con riferimento sia alle condizioni pratiche – una carità fraterna e disinteressata che sostenga le coppie indigenti senza ledere la loro dignità – sia riguardo alle crisi e al rischio di separazioni, in cui l’affiancarsi con pudore e discrezione può già esso stesso essere un balsamo e un principio di guarigione.   L’invito è lanciato con calore da papa Montini che sprona le coppie cristiane ad osare una partecipazione che ancora oggi – in tempi non meno duri di allora - risulta essenziale e che pure necessita una sempre rinnovata chiamata all’azione. “Focolari provati, focolari felici, focolari fedeli, voi preparate per la Chiesa e il mondo una nuova primavera le cui prime gemme già ci fanno trasalire di gioia”. (Giovanni M. Capetta - SIR)  

Tempo di Avvento

30 Novembre 2020 - Città del Vaticano - Due imperativi accompagnano il credente in questa prima settimana di Avvento, tempo liturgico forte che ci conduce verso il Natale: fate attenzione e vigilate. Ma c’è soprattutto una prospettiva, ovvero “l’incessante richiamo alla speranza” come dice all’Angelus Papa Francesco. Tempo in cui “fare memoria della vicinanza di Dio”; tempo della “nostra vigilanza”, che ci permette di sfuggire al “sonno della mediocrità” e al “sonno dell’indifferenza”, come ha affermato nell’omelia, messa in San Pietro con i nuovi cardinali. Già il tempo. Ci sembrava insufficiente, fino all’inizio di quest’anno, eravamo quasi bisognosi di giornate più lunghe delle 24 ore per poter fare, almeno così credevamo, tutto quello che la frenetica società sembra chiederci. Poi ecco la pandemia; ci siamo accordi che lo spazio, i movimenti, i viaggi, si è estremamente ridotto, mentre si è dilatato il nostro tempo. Abbiamo riscoperto la possibilità di stare a casa, di lavorare da casa. Siamo entrati nel tempo dell’attesa, e l’anno liturgico ci porta la “buona notizia” di un Dio che ci dona il suo tempo, ricordava papa Benedetto XVI, nell’Angelus del 30 novembre 2008: “Dio ci dona il suo tempo, perché è entrato nella storia con la sua parola e le sue opere di salvezza, per aprirla all’eterno, per farla diventare storia di alleanza. In questa prospettiva, il tempo è già in sé stesso segno fondamentale dell’amore di Dio”. Nella basilica vaticana Francesco parla di attesa: siamo nella notte, afferma, e viviamo l’attesa del giorno “tra oscurità e fatiche”. La notte passerà e arriverà il giorno “sorgerà il Signore, ci giudicherà lui che è morto in croce per noi. Vigilare è attendere questo, è non lasciarsi sopraffare dallo scoraggiamento, e questo si chiama vivere nella speranza”. Se siamo attesi in cielo, allora “perché affannarci per un po’ di soldi, di fama, di successo, tutte cose che passano? Perché perdere tempo a lamentarci della notte, mentre ci aspetta la luce del giorno? Perché cercare dei “padrini” per avere una promozione e andare su, promuoverci nella carriera? Tutto passa. Vegliate, dice il Signore”. Vegliare, dunque; e lo ripete all’Angelus: il Signore “non delude la nostra attesa”. Forse ci “farà aspettare”, afferma, “qualche momento nel buio per far maturare la nostra speranza, ma mai delude. Il Signore sempre viene, sempre è accanto a noi”. Il Natale commemora proprio questa venuta “in un preciso momento storico”, quando si è fatto uomo “per prendere su di sé i nostri peccati”. Verrà alla fine dei tempi come giudice, come abbiamo ricordato domenica scorsa, nella domenica della solennità di Cristo re dell’universo, re di giustizia e di misericordia. E viene ogni giorno, afferma ancora il Papa, viene “a visitare il suo popolo, a visitare ogni uomo e donna che lo accoglie nella Parola, nei Sacramenti, nei fratelli e nelle sorelle. Gesù, ci dice la Bibbia, è alla porta e bussa”. È accanto a noi anche nei momenti bui, “la vita è fatta di alti e bassi, di luci e ombre. Ognuno di noi sperimenta momenti di delusione, di insuccesso e di smarrimento”. In questo tempo di pandemia, tempo sospeso tra un prima e un dopo che ancora non conosciamo, viviamo una stagione di preoccupazione, paura, sconforto, “si corre il rischio di cadere nel pessimismo, il rischio di cadere in quella chiusura e nell’apatia”. Come reagire, chiede papa Francesco, come non cadere nel pericoloso “sonno della mediocrità”, quando “dimentichiamo il primo amore e andiamo avanti per inerzia, badando solo al quieto vivere; senza slanci d’amore per Dio, senza attendere la sua novità, si diventa mediocri, tiepidi, mondani. E questo corrode la fede”, ha affermato in san Pietro. Ecco allora l’attesa fiduciosa del Signore che “fa trovare conforto e coraggio nei momenti bui dell’esistenza”. L’Avvento “è un incessante richiamo alla speranza: ci ricorda che Dio è presente nella storia per condurla al suo fine ultimo, per condurla alla sua pienezza”. Dio cammina al nostro fianco, “ci accompagna nelle nostre vicende esistenziali per aiutarci a scoprire il senso del cammino, il significato del quotidiano, per infonderci coraggio nelle prove e nel dolore. In mezzo alle tempeste della vita, Dio ci tende sempre la mano e ci libera dalle minacce”. Il vero padrone del mondo, ci dice Francesco, non è l’uomo, ma Dio. (Fabio Zavattaro -Sir)  

Migrantes Marche: una preghiera per l’Avvento

30 Novembre 2020 - Insegnaci Signore a condividere il nostro pane, il pane bianco dei nostri sogni, il pane nero dei nostri limiti, il pane bello dei nostri doni, il pane duro delle sconfitte, e il pane forte della speranza. Con ogni essere umano sulla terra, insegnaci, o Padre, a condividere da fratelli. Signore Gesù, Tu che hai superato ogni frontiera, della vita o della morte, dell’odio o dell’amore, donaci la forza di superare le nostre barriere, le frontiere dei nostri egoismi o delle nostre terre chiuse, delle nostre solitudini o delle nostre infinite paure. Insegnaci ad ascoltare l’altro e la sua fragilità, ad accogliere il suo mistero e i suoi valori differenti, la sua storia e i suoi veri sentimenti, a camminare con lui, ormai, per sentieri nuovi. Insegnaci a vivere del tuo Spirito, o Signore, spirito di servizio e di ospitalità, spirito di apertura e di unità, spirito di riconciliazione e di pace. Liberaci, o Signore, da noi stessi. E insegnaci a vivere insieme di nuovi cieli e di terre nuove. (p. Renato Zilio)    

Avvento: accogliere il signore che viene profugo e migrante

27 Novembre 2020 - Si è abbastanza concordi nell’affermare che il fenomeno migratorio come si è verificato dalla fine del secolo scorso fino a i nostri giorni è qualcosa che non ha precedenti nella storia umana. Un inedito che ci ha trovati sbigottiti ed impreparati. Dico questo come premessa personale per non infierire su chi sul fenomeno migratorio ha oggettivamente mostrato cecità, superficialità, paura. Non ne ho il diritto. Scrivo dopo aver appena ascoltato la testimonianza di un giovane migrante che ha raggiunto finalmente il nord della Francia dopo tre tentativi andati a vuoto e dopo le carceri e lo sfruttamento sia della mafia libica che della cosiddetta Polizia di Stato. Racconta quanto gli è costato conquistare il suo diritto a vivere e la sua dignità di uomo. Racconta le nefandezze diffuse ai vari confini, come la gentilezza del popolo quando approdò a Lampedusa. Mentre parlava lo immaginavo sperduto e confuso come il popolo ebraico quando il cammino della libertà passava fra due muraglie minacciose di acqua. Era lì quel giovane uomo: tornare a casa per morire di fame, essere ucciso, costretto ad andare in guerra, oppure tentare la liberazione sperando di sfuggire alle guardie armate dei confini europei e soprattutto alla loro mente terrorizzata. Non sapeva che c’era una terza muraglia ad ostacolare il suo cammino: l’incoscienza dei cristiani (cattolici e no) che, sulla sua pelle e sulla tragedia di settanta milioni di esseri umani, avevano rinnegato la propria fede assieme alla loro presunta civiltà. Mi riferisco a quelli del “Se il Papa li difende e li vuole, che se li porti in Vaticano!” o a quelli della invasione tsunamica da ricacciare indietro con ogni mezzo. Se vogliamo essere onesti, Covid-19 e migranti sono i due fenomeni che indicano dove abbiamo smarrito la nostra umanità. Sono uomini-umani quelli che hanno affidato la salvaguardia dei nostri confini ai libici o alla Turchia? Quelli che hanno definito “carnefici” le nostre vittime? E lo sono quelli che sulla tragedia sanitaria hanno piantato speculazioni miliardarie? O quei capi di Stato che si sono sentiti autorizzati ad affermare che loro compito era salvare l’economia e non vite umane? Il peggio è che, perdendo la nostra umanità, tutto il cristianesimo si è sciolto come neve al sole. Perdendo la fraternità ed il senso della custodia della vita (Gn 2), stabilendo noi chi doveva morire e chi doveva vivere, chi era uomo e chi sotto-uomo, rinnovando il culto per due vecchi idoli, il potere e il denaro, abbiamo perso il Padre ed abbiamo rinnegato tutto. Costretti dal coronavirus a non andare in chiesa, non ci è pesato accorgerci che, abbandonati i riti in chiesa, avevamo anche “bevuto” da tempo col cervello la stessa fede. Era svanito quel Gesù che nelle Beatitudini aveva indicato la strada di rapporti sani ed umani tra noi. Tanto sani ed umani da portare il Cielo in Terra, da rendere visibile il Padre invisibile, e da mostrare lo stesso volto di quel Gesù che un giorno aveva camminato con noi. Si era dileguata quella incredibile sua identificazione con i piccoli, i poveri, gli sventurati, gli invisibili, gli scarti, i senza-diritti. Avevamo stracciato senza rimpianti tante pagine del Vangelo e dello stesso Antico Testamento. “Ama il prossimo tuo come te stesso”. La sacralità dell’ospite (si ricorda ancora la vicenda di Abramo alle querce di Mamre?) si trasformò in criminalizzazione, respingimento, xenofobia. “Ero straniero e mi avete accolto”, ero nudo, affamato, minacciato, stremato e mi avete soccorso di Matteo 25, diventava non più compito qui ed ora, ma avvenimento del “Regno de cieli”, quando ci presenteremo davanti a Dio ed Egli finalmente accoglierà in quei disgraziati il suo stesso Figlio. Ma saranno affari suoi questi, non nostri… Era politicamente scorretta e dunque da dimenticare quella pagina di Vangelo. Accogliere il Signore che viene nel volto del migrante, ripetuto in tanti modi da Papa Francesco, diventò così uno slogan sovversivo che – se ce ne fosse stato bisogno – aumentò la sua impopolarità anche all’interno della chiesa, diciamo, impegnata. Quante comunità religiose (sovraccariche di spazi immensi ed inutilizzati), quante parrocchie, quante famiglie di cristiani ascoltarono il suo invito a fare spazio a chi aveva perso tutto? “Avete dimenticato il comando del Signore” osò dire, qualche decennio fa, a titubanti cattolici, un intellettuale sedicente “ateo”, durante un convegno. Eppure abbiamo sotto i nostri occhi una grazia. Pandemia da coronavirus e fenomeno migratorio, intimamente connessi tra loro, sono come una immensa parabola (con tragico “fondamento esperienziale”) per farci aprire gli occhi sulla realtà. Il mito del progresso legato allo sfruttamento della natura e delle sue infinite (?) risorse ha incendiato il Pianeta, ha avvelenato mari ed atmosfera, ha reso cancerogeno il cibo che ingoiamo, ha fatto rinascere la schiavitù, ha messo l’uomo della strada di fronte all’alternativa: o morire di fame o lavorare per morire di cancro. Ha reso il “mondo malato”, dice il Papa. In questo mondo malato “pretendere di vivere sani” è follia. Ma questo mondo non è solo malato, è assassino e disumano. Per gli interessi del nostro pseudo-cristiano Occidente abbiamo creato infinite guerre intestine tra i popoli le cui ricchezze volevamo depredare, abbiamo annientato popolazioni, abbiamo fatto della guerra l’asse trainante dell’economia mondiale. Con incredibili raggiri abbiamo venduto le terre degli indigeni agli stranieri, abbiamo desertificato la loro patria, li abbiamo schiavizzati ed affamati, in definitiva abbiamo detto loro che decidevamo noi chi poteva avere e chi non doveva avere il pass per vivere. Tutta questa immensa disgrazia può diventare grazia se solo apriamo gli occhi e ci rendiamo conto che di questo passo l’unico avvenire sa di morte di ogni vita sul Pianeta. Chi sa? Se accogliamo il “segno dei tempi” costituito dalla tragedia del coronavirus e quella delle migrazioni, se riaccendiamo quanto resta della nostra fede e riconosciamo – come dice Papa Francesco –  sul volto del migrante lo stesso volto di Cristo, allora “saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare, amare e servire” negli esuberi umani. (p. Felice Scalia)  

Della vita umana

27 Novembre 2020 - Perciò l’amore coniugale richiede dagli sposi che essi conoscano convenientemente la loro missione di paternità responsabile, sulla quale oggi a buon diritto tanto si insiste e che va anch’essa esattamente compresa. […] Nel compito di trasmettere la vita, essi non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della chiesa. (Paolo VI, lettera enciclica Humanae Vitae, n.10 – 25 luglio 1968)   1968! Un anno simbolicamente evocativo, che riconduce subito a un periodo di tensioni, di scontri generazionali, di fermento. Anche la Chiesa vive un suo momento di confronto acceso nella ricezione dell’ultima lettera enciclica promulgata da Paolo VI, l’Humanae Vitae. Un documento che ha visto una travagliata gestazione, risalente agli anni del Concilio Vaticano II, durante i quali Giovanni XXIII aveva istituito la Commissione pontificia per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità, successivamente confermata e ampliata da Paolo VI, il quale aveva poi stralciato dalla discussione conciliare e avocato a sé il giudizio su come comporre l’amore coniugale e la procreazione responsabile. Consapevole della gravità dell’argomento, Paolo VI scrive quella che può considerarsi da allora “pietra di inciampo che ha impedito l’aggiornamento della morale coniugale oppure pietra di confine che ha stabilito dei limiti invalicabili”. Superando questa polarizzazione il documento può essere considerato – scrive Aristide Fumagalli in “Humanae Vitae. Una pietra miliare” – Queriniana 2019 – “una pietra miliare il cui significato non è quello di congelare la dottrina morale della Chiesa, ma di orientare il suo sviluppo”. Stabilire come inscindibili nell’atto coniugale il significato unitivo e il significato procreativo comporta che vi siano dei metodi naturali per la regolazione della natalità e delle vie, invece, illecite, ovvero quelle artificiali. Ma se questo è il centro dottrinale della lettera, il punto su cui ancora oggi tanto si discute, l’enciclica può essere letta anche nella sua complessità come uno strumento atto a spronare gli sposi e tutta la comunità ecclesiale ad amare la vita nella sua dimensione di dono e di mistero. Amare la vita che comporta essere docili alla comprensione delle sue dinamiche, comprese quelle della procreazione. La prima responsabilità dei coniugi è sapersi dimostrare aperti ad una vita più grande, che non si esaurisce nello spazio egoistico della coppia, ma si allarga ad una prossimità che è in prima istanza quella dei figli, ma poi quella di tutti coloro che si incontrano nel cammino di un’esistenza. La famiglia come seme di Vangelo per il mondo. Alla luce di questa dimensione di accoglienza si possono leggere le disposizioni dottrinali dell’enciclica. Un testo che obbiettivamente pone interrogativi, suscita ancora domande, sollecita delle attenzioni e delle fatiche. Quello che è certo è che si tratta di un documento che oggi, a più di cinquant’anni di distanza, ha ancora bisogno di essere preso in seria considerazione da parte delle coppie, ma prima ancora dai pastori, che non si devono esimere da un lavoro di lettura, di riflessione condivisa, senza stancarsi di spiegarlo, enuclearlo e applicarlo alla vita concreta delle famiglie. Si ha l’impressione che Humanae Vitae, “che Paolo VI ha scritto – secondo un’espressione del cardinal Ratzinger nel 1995 – a partire da una decisione di coscienza profondamente sofferta” abbia avviato un discorso che rimane ancora aperto e che, di fatto, è stato ripreso in tanti altri documenti ecclesiali: limitandoci solo ai testi papali, si pensi alla esortazione apostolica Familiaris Consortio  di Giovanni Paolo II e le sue Catechesi sull’amore umano fino alla molto più recente Amoris Laetitia di Francesco. È un evidenza che in merito al grande tema dell’amore coniugale il magistero dei Papi si sviluppa in una continuità feconda, facendosi carico del patrimonio di discernimento dei predecessori e riproponendolo, alla luce al Vangelo, all’umanità del proprio tempo. Questa è la dimostrazione che la Chiesa in ogni tempo si fa compagna di strada degli uomini e delle donne, non solo dei battezzati, perché non considera a sé estraneo nulla di ciò che riguarda l’umano. Ai singoli, alle coppie, alle comunità l’onere di non lasciare impolverare i documenti del magistero, ma di farli parlare e vivere come preziosi compagni di strada. (Giovanni M. Capetta - Sir)  

Contro la violenza servono responsabilità e cura

25 Novembre 2020 - Roma - Ci sono tante forme di violenza, spesso ignorate o taciute, se non ridicolizzate o minimizzate. La Giornata contro la violenza sulle donne, che oggi celebriamo a livello internazionale, non accende un faro solo su un genere – le donne – ma punta a una presa di coscienza collettiva. La violenza non è mai parziale o di settore, ma è una ferita profonda che lacera la vita e che coinvolge l’intera società. In questo, il ruolo della comunicazione e dei media è fondamentale. Di fronte a narrazioni distorte che colpevolizzano le vittime e fanno dilagare un’informazione deformata, ricordiamo ancora una volta che i punti nodali devono essere le dimensioni di cura e custodia che ogni comunicazione dovrebbe avere al suo centro. Così come la responsabilità. “Se la via d’uscita dal dilagare della disinformazione è la responsabilità – ricordava Papa Francesco nel Messaggio per la 52ª Giornata per le comunicazioni sociali –, particolarmente coinvolto è chi per ufficio è tenuto ad essere responsabile nell’informare, ovvero il giornalista, custode delle notizie”. Cerchiamo ogni giorno, e non solo oggi, di andare al di là degli stereotipi e costruire insieme, uomini e donne, una comunicazione autentica, rispettosa, unitiva. (Vincenzo Corrado)

Migranti in Trentino: ogni euro speso “raddoppia” il suo valore

25 Novembre 2020 - Trento - Il Trentino sta rinunciando a quanto costruito negli ultimi dieci anni in tema di accoglienza, compreso l’effetto “moltiplicatore” di ogni euro speso per i migranti. È quanto emerso dalla ricerca commissionata ad Euricse dalla rete di organizzazioni Cooperativa sociale Arcobaleno, Centro Astalli, Atas, Cgil e Kaleidoscopio e pubblicata nella collana “Quaderni” da Fondazione Migrantes. Il volume – che indaga l’impatto del sistema di accoglienza trentino da un punto di vista sociale ed economico e valuta i cambiamenti introdotti dal Decreto “Sicurezza e immigrazione” del 2018 - è stato presentato ieri in un evento online alla presenza dei curatori Paolo Boccagni e Serena Piovesan (Università di Trento), Giulia Galera (Euricse), Leila Giannetto (FIERI, Torino). Il volume riporta i risultati di una ricerca commissionata ad Euricse da una rete di enti trentini composta da Cooperativa sociale Arcobaleno, Centro Astalli Trento, Atas del Trentino, Cgil del Trentino e Kaleidoscopio. Lo studio - curato da Paolo Boccagni e Serena Piovesan (Università di Trento), Giulia Galera (Euricse) e Leila Giannetto (FIERI, Torino) - indaga l’impatto del sistema di accoglienza trentino da un punto di vista socio-economico alla luce dei cambiamenti introdotti dal Decreto “Sicurezza e immigrazione” (D.L. 113/2018). La ricerca è basata sui dati messi a disposizione dal Cinformi e dal Servizio statistico della Provincia, su due focus group e 27 interviste con stakeholder della pubblica amministrazione ed enti del terzo settore. “Minori sono le risorse e competenze che riusciamo a dedicare alle persone più fragili e maggiori saranno le risorse che dovremmo investire in assistenza e in spese sanitarie, finendo spesso col mantenere le persone in uno stato di dipendenza e marginalità che fa male ai diretti interessati ma anche alle comunità nel suo complesso”, ha sottolineato Mariacristina Molfetta di Fondazione Migrantes. “Il volume lo illustra con chiarezza – ha aggiunto - e noi speriamo che una maggiore consapevolezza in questo senso aiuti ogni territorio a riorientare le scelte politiche e organizzative senza esitazioni, ritornando ad una concezione delle politiche sociali come motore e anima del bene comune”. Nella prima parte della ricerca emerge come in Trentino, fino all’entrata in vigore del Decreto Sicurezza e Immigrazione del 2018, esistesse un sistema di accoglienza centralizzato e ben funzionante, basato sul coordinamento di circa 20 enti gestori, in particolare organizzazioni del Terzo settore, da parte di Cinformi. Il numero di territori comunali interessati dall'accoglienza straordinaria è andato ampliandosi negli anni: 42 comuni nel 2016, 65 nel 2017, 69 a fine 2018. Due terzi del totale dei richiedenti asilo sono però sempre stati ospitati a Trento e Rovereto. Il 2018 ha visto un cambio di tendenza per il numero di richieste di asilo in Trentino, come nel resto d’Italia, con la conseguente riduzione di persone accolte e una diminuzione delle strutture ospitanti (84 strutture nel 2019 contro le 170 dell’anno precedente). I principali cambiamenti introdotti dal D.L. 113/2018 riguardano la cancellazione del permesso di protezione umanitaria, la trasformazione del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) in Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati (SIPROIMI) e la cancellazione dei servizi di integrazione per i richiedenti asilo, cambiamenti accompagnati da un sostanziale taglio delle risorse dedicate all’accoglienza. L’analisi qualitativa, basata su 27 interviste e due focus group dedicati agli aspetti cruciali dell’abitare e del lavoro, porta in primo piano il punto di vista delle realtà direttamente e indirettamente coinvolte nella fornitura di servizi a richiedenti asilo e rifugiati, per quanto concerne l’accesso ai servizi di welfare locale, il mercato del lavoro, la coesione sociale e l’impatto territoriale.  “Dalle interviste emerge che il Trentino sta rinunciando con considerevole superficialità a quanto costruito negli ultimi dieci anni facendo assegnamento sulla forte vocazione comunitaria e solidale del territorio e sulla capacità di innovare”, è la tesi sostenuta dal team di ricercatori. “Le recenti scelte politiche in materia di accoglienza sono dettate da una visione di brevissimo periodo”, aggiungono. “A medio e lungo termine questo approccio rischia di giungere a risultati opposti, penalizzando fortemente gli stessi territori ospitanti e i servizi territoriali a causa della crescente marginalità sociale e dei costi indiretti più alti che ne derivano per le istituzioni”. Secondo i risultati dell’analisi di impatto realizzata da Eddi Fontanari con riferimento al 2016 – ovvero al massimo delle presenze – la spesa pubblica per l’accoglienza dei migranti ha contribuito a generare lo 0,03% del valore della produzione dell'economia trentina, con un'attivazione di oltre 9 milioni di euro distribuiti in particolare tra commercio, alloggio e ristorazione, sanità e assistenza sociale, oltre a trasporto e prestazioni professionali. Guardando inoltre alle ulteriori ricadute sulle attività produttive in termini di beni e servizi intermedi e di consumi finali indotti, lo studio evidenzia che ogni euro speso per l’accoglienza ha generato complessivamente nel sistema economico trentino quasi due euro di valore della produzione (1,96), portando il totale da 9,4 a 18,5 milioni di euro nel 2016. Nel capitolo dedicato alle conseguenze economiche della mancata accoglienza, curato da Sara Depedri, emerge che, a fronte di un risparmio di spesa, i potenziali costi diretti e indiretti generati dalla riduzione dei servizi di accoglienza, orientamento al lavoro e integrazione rischiano di superare significativamente i benefici.  Basti pensare al mancato prelievo fiscale legato al calo delle assunzioni di richiedenti asilo, all’aumento di costi a carico delle strutture di accoglienza a bassa soglia e di quelli per la fornitura di generi di prima necessità, al rischio di aumento delle fragilità socio-sanitarie alle quali i servizi territoriali devono rispondere, tra i quali gli accessi impropri al pronto soccorso. Senza contare i licenziamenti di operatori altamente qualificati, spesso giovani laureati trentini, con una conseguente dispersione delle competenze acquisite.    

Un nuovo premio giornalistico per l’informazione sui migranti

25 Novembre 2020 - Roma - È stato istituito il Premio “Informazione e migranti” per trattare temi legati ad una realtà centrale nell’attuale panorama internazionale, come ad esempio: il superamento dei pregiudizi sui migranti; il ruolo e il rispetto delle minoranze; l’importanza della convivenza e della integrazione; la rappresentazione mediatica della sofferenza e dell’emergenza; la deontologia nel racconto del fenomeno migratorio; e la percezione del fenomeno della migrazione e politiche di accoglienza. Al Premio possono accedere i giornalisti professionisti, pubblicisti, praticanti o corrispondenti esteri, nei settori della carta stampata, dell’emittenza radiofonica, televisiva e dei nuovi media, in testate sia nazionali che estere. I lavori partecipanti al Premio dovranno essere prodotti dal 1° marzo 2020 al 31 marzo 2021 e dovranno essere presentati entro il 30 giugno 2021. Questo appuntamento giornalistico è frutto della iniziativa del Comitato “Informazione, migranti e rifugiati”, coordinato dalla Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce, dall’Associazione Iscom, da Harambee Africa International, dallo Scalabrini International Migration Institute, dal Centro Astalli e dalla Fondazione Migrantes. Per maggiori informazioni, si può visitare il sito web dell’Associazione De Carli, all’interno della quale è stato ideato questo  Premio. www.associazionedecarli.it. BANDO DEL PREMIO: http://www.associazionedecarli.it/price/101-category-home/205-regolamento-del-premio-6%C2%AA-edizione-2021.html