Primo Piano

Minori stranieri non accompagnati, Anci e 23 organizzazioni lanciano allarme sulla carenza di risorse per l’accoglienza

7 Agosto 2025 - Gli stanziamenti per il Fondo nazionale per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) non sono sufficienti a coprire le spese sostenute dai Comuni per l’accoglienza dei minori migranti che arrivano soli in Italia: è questo l’allarme di ANCI che, in una lettera del 12 giugno 2025, ha rappresentato al Governo tale grave problematica, sollecitando un intervento strutturale e risolutivo. Nel 2023 e nel 2024, infatti, i Comuni italiani si sono confrontati con rimborsi parziali delle spese da loro sostenute, per un ammanco di almeno 190 milioni di euro in questo biennio. Si tratta di fondi che sono già stati erogati dalle Amministrazioni locali per l’accoglienza dei minori e che rischiano di determinare gravi problemi sotto il profilo della loro tenuta finanziaria, nonché della qualità dell’accoglienza nel rispetto dei diritti normativamente sanciti. La circolare recentemente emanata dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno anticipa uno scenario complesso anche per il 2025. Per questi motivi, 23 organizzazioni - Agevolando, Ai.Bi. Amici dei Bambini, ARCI, Caritas Italiana, Casa dei diritti sociali, Centro Astalli, CeSPI, CIDAS, CIES, CISMAI, Commissioni Migrantes & Gpic dei Missionari Comboniani, Consiglio Italiano per i Rifugiati, Coop. CivicoZero, CNCA, Defence for Children, Europasilo, Fondazione Migrantes, Intersos, Oxfam, Save the Children, SOS Villaggi dei Bambini, Terre des Hommes Italia, Tutori in Rete - impegnate nella promozione dei diritti dei minori non accompagnati in linea con la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, compreso quello a un’accoglienza adeguata e rispettosa dei diritti e delle norme, ricordano oggi come i Comuni siano realtà fondamentali per il buon esito dell’inclusione dei tanti minorenni che arrivano in Italia in fuga da violenze, persecuzioni, violazioni dei diritti umani e povertà. Secondo le Organizzazioni, molti Comuni italiani si adoperano instancabilmente per garantire un’accoglienza adeguata, nonostante i limiti di un assetto ancora emergenziale e poco organico perché non in linea con la L. 47/2017, il quale rende spesso complesso agire in modo pianificato. A fronte di questo impegno, è essenziale che il Governo agisca sostenendo gli enti locali in questo esercizio di responsabilità, come peraltro disposto dal D.Lgs. 142/2015, secondo il quale l’accoglienza dei minori non accompagnati non deve comportare alcuna spesa o onere a carico dei Comuni. Se ulteriormente prolungato, questo stato di cose, penalizzando i Comuni impegnati nell’accoglienza dei minori non accompagnati, finirà inevitabilmente per ripercuotersi sui diritti di migliaia di adolescenti e bambini/e non accompagnati presenti in Italia, che rischierebbero di non essere adeguatamente seguiti e supportati e, di conseguenza, di sprofondare in situazioni di marginalità, nonostante l’esiguità del loro numero attuale – poco più di 16 mila – che invece consentirebbe una programmazione organica e un impegno economico del tutto sostenibile per lo Stato. In previsione della discussione del prossimo Disegno di Legge Bilancio, si esorta il Governo a prevedere adeguati fondi a copertura delle spese del biennio pregresso e del prossimo triennio, nell’ambito di un confronto con ANCI rispetto alle previsioni di spesa e alle necessità dei Comuni.

“Un manifesto rosa”. L’emigrazione italiana in Belgio e la tragedia di Marcinelle

7 Agosto 2025 - In vista della 69esima ricorrenza della strage nella miniera di Marcinelle, a Bois du Cazier, dell'8 agosto 1956, ripubblichiamo un racconto di Luigi Dal Cin, "Un manifesto rosa", tratto dal suo volume "Sulla porta del mondo. Storie di emigranti italiani" (Terre di Mezzo editore, 2024), realizzato con la Fondazione Migrantes. Le illustrazioni sono di Cristiano Lissoni.  Lo tengo aperto qui da­vanti a me, sopra il foglio bianco ancora da scrive­re. L’ho trovato tra le vecchie carte di mio nonno, conservate nel baule in soffitta. Riposava lì, ripiegato su sé stesso, chis­sà da quanti anni. Un manife­sto rosa. “Operai italiani, condizioni particolarmente vantaggiose vi sono offerte per il lavoro sot­terraneo nelle miniere belghe.” E subito sotto il titolo un’invi­tante tabella con i salari gior­nalieri. A seguire: “Premio temporaneo. Per un periodo di 6 mesi, a partire dal 1° novem­bre 1951, gli operai delle minie­re riceveranno, in più del loro salario, un premio eccezionale e supplementare”. E poi, in bel­la evidenza, tutta una serie di benefici: “Assegni familiari, As­senze giustificate per motivi di famiglia, Carbone gratuito, Bi­glietti ferroviari gratuiti, Pre­mio di natalità, Ferie, Alloggio”. In fondo al manifesto: “Appro­fittate degli speciali vantag­gi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Il viaggio dall’Ita­lia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italia­ni firmatari di un contratto an­nuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall’Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d’uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”. Manifesto rosa Belgio Marcinelle Strano, però. Sì, strano. Nessun accenno alle condizioni di la­voro. A quale profondità i mi­natori avrebbero dovuto ina­bissarsi nel ventre della terra per scavare il carbone? Quante ore al giorno avrebbero dovuto lavorare là sotto? C’erano dei rischi? Rischi lavorativi? Rischi per la salute, a respirare tutta quella polvere di carbone? Niente. Il manifesto rosa non dice nient’altro. Mio nonno non è mai emigrato in Belgio, ma aveva conservato con grande cura questo mani­festo. Mi viene da pensare che, sfiancato dalla fame e dalla mi­seria, avesse preso in conside­razione la possibilità di partire per lavorare nelle miniere bel­ghe. Sarebbe mai ritornato? Perché è proprio nelle parole di propaganda altisonante di questo manifesto rosa che van­no cercati i motivi per cui nella tragedia della miniera di Mar­cinelle la maggior parte delle vittime era italiana. Tra que­ste, la maggior parte era parti­ta dall’Abruzzo.
Una promessa
La Seconda guerra mondia­le aveva lasciato in Italia feri­te profonde. Una nazione, fatta a pezzi, da ricostruire, un’eco­nomia in ginocchio, interi ter­ritori ridotti in miseria. Fu al­lora che la promessa di una vita migliore apparve all’improvvi­so su curiosi manifesti rosa ap­pesi per le strade delle città a dei paesi di tutta Italia. Un miraggio di speranza nel deserto che la guerra aveva lasciato dietro di sé. In mol­ti lo leggono. Qualcuno se lo fa leggere. È una proposta. Di più. È una promessa. Un lavo­ro. Uno stipendio. Un lavoro nelle miniere di carbone, ben stipendiato. Belgio. Certo, significa separarsi dagli affetti e dai luoghi di sem­pre. Ma sarebbe stato per poco: si guadagna, si risparmia, e poi si ritorna a casa. Quel manife­sto rosa è un proclama. A chiare lettere annuncia la liberazione dalla miseria. Una prospettiva di riscatto. Una via di fuga. Nel disastro della miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, persero la vita 262 minatori, di cui 136 italia­ni. E la regione con il maggior numero di vittime fu l’Abruz­zo. Era l’8 agosto del 1956. Fu il terzo incidente per numero di vittime nella storia dei minato­ri italiani emigrati. Il primo, per numero di mor­ti, fu il disastro avvenuto nel 1907 a Monongah in West Vir­ginia, negli Stati Uniti, dove le vittime furono in prevalenza italiane, in prevalenza molisa­ne. Molise e Abruzzo: unite in un’unica regione fino al 1963, drammaticamente accomuna­te anche nelle condizioni di la­voro dei propri emigranti.
Approfittate degli speciali vantaggi
Il 23 giugno 1946 tra il governo italiano e quello belga era sta­to firmato un trattato che pre­vedeva un gigantesco baratto. L’Italia doveva inviare in Bel­gio 2.000 lavoratori a settima­na da impiegare nelle miniere. In cambio, il Belgio assicurava all’Italia una buona quantità di carbone per ogni minatore. Ap­pena uscita dalla guerra, l’Italia contava milioni di disoccupa­ti e aveva necessità di carbone per far ripartire le proprie indu­strie. In Belgio, invece, la man­canza di manodopera nelle mi­niere frenava la produzione. Il governo italiano considera­va l’emigrazione come il prin­cipale fattore economico per la ricostruzione del Paese trami­te le rimesse, ovvero il trasfe­rimento del denaro degli emi­granti verso il Paese d’origine, e poiché in Belgio c’era bisogno di manovalanza a basso costo incentivò la partenza di lavo­ratori che non trovavano im­piego in Italia. Dell’accordo “minatori in cam­bio di carbone” – il trattato par­lava testualmente di “accordo minatori-carbone” – sui mani­festi rosa della Federazione car­bonifera belga, però, non c’era traccia. I minatori emigranti al­lora non ne furono messi a co­noscenza. Lo scoprirono solo dopo il disastro di Marcinelle. E ne nacque una questione mol­to controversa. L’accordo “mi­natori-carbone” equiparava in­fatti i lavoratori a una merce. I minatori italiani sentirono di essere stati trattati come de-portati economici, venduti da un’Italia matrigna e cinica per qualche misero sacco di car­bone. E se l’accordo si occupa­va di tutti gli altri aspetti del­lo scambio, si preferiva invece chiudere gli occhi, sia da par­te delle autorità belghe che di quelle italiane, sulle condizioni di vita e di lavoro che effettiva­mente attendevano i lavorato­ri italiani destinati alle miniere del Belgio. Approfittate degli speciali van­taggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Condizioni par­ticolarmente vantaggiose di la­voro sotterraneo. Premio tem­poraneo, Assegni familiari, Assenze giustificate per motivi di famiglia, Carbone gratuito, Biglietti ferroviari gratuiti, Pre­mio di natalità, Ferie, Alloggio. [caption id="attachment_62615" align="aligncenter" width="210"]Marcinelle Manifesto rosa (illustrazione di Cristiano Lissoni)[/caption]
Propaganda
Pura propaganda. Pubblicità in­gannevole, diremmo oggi. Per­ché nei vagoni di ogni treno erano stipate circa mille per­sone. E, una volta a destinazio­ne, la promessa degli alloggi a prezzi scontati si svelava in tut­ta la sua cruda realtà. Baracche fatiscenti dove pochi anni pri­ma erano stati rinchiusi i pri­gionieri di guerra. E apparve subito chiaro come per gli ita­liani emigrati non fosse possi­bile affittare un alloggio più di­gnitoso. Non solo per ragioni economiche. La gente del posto lo scrive­va su cartelli: Ni animaux, ni étrangers ovvero “Né animali, né stranieri”. Non mancò in­fatti il disprezzo nei confron­ti degli emigranti italiani, a cui fu affibbiata l’etichetta dispre­giativa di macaronì. E poi c’e­ra l’impatto con la miniera e le “condizioni particolarmente vantaggiose di lavoro sotterra­neo” che talvolta prevedevano che i minatori arrivassero a ol­tre mille metri di profondità. L’inesperienza, la mancanza di un periodo di formazione e l’ignoranza sulla reale situa­zione in cui avrebbero dovuto lavorare rendevano particolar­mente traumatica la discesa in miniera. E non c’era nemmeno la consapevolezza che respira­re quell’aria intrisa di polve­re di carbone esponeva al ri­schio di contrarre la silicosi, una grave malattia professio­nale che ha portato alla mor­te centinaia di migliaia di mi­natori. Ma ormai non era più possibile tornare indietro. Chi rompeva il contratto poteva fi­nire in carcere.
La tragedia di Marcinelle
Pare che all’origine del disa­stro ci fu un’incomprensione tra i minatori che dal fondo del pozzo caricavano sull’ascenso­re i vagoncini con il carbone e i manovratori in superficie. Alle 8 e 10 del mattino dell’8 ago­sto 1956 un vagone di carbone rimase incastrato nella gabbia del montacarichi ma l’ascenso­re partì comunque. Nella risali­ta il carrello che sporgeva tran­ciò le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione. Le scintille causate dal cortocircuito fece­ro incendiare l’olio. Fu subito l’inferno. Un impo­nente incendio si estese alle gallerie superiori mentre sotto, a oltre mille metri di profondi­tà, i minatori venivano soffo­cati dal fumo. Il fuoco infatti era divampato nel pozzo d’in­gresso dell’aria e il fumo pro­dotto dalla combustione rag­giunse ben presto ogni angolo della miniera. Fin dai primi istanti la gravità dell’incidente e l’impossibilità di trarre in salvo gli eventua­li superstiti apparvero chia­re ai soccorritori. Il 22 agosto, dopo due settimane di diffici­li ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava ancora a uscire dal pozzo, uno di loro, riemergendo affranto dalle vi­scere della miniera, sussurrò in italiano: “Tutti cadaveri”. A Marcinelle persero così la vita 262 minatori di diverse nazionalità ma per la maggior parte, 136, italiani. Di questi, 60 erano abruzzesi, di cui quasi la metà dai paesi di Manoppel­lo e Lettomanoppello, in pro­vincia di Pescara. Il ministro dell’Economia bel­ga creò una commissione d’in­chiesta alla quale presero parte due ingegneri del Corpo delle miniere italiane. Anche la Fe­derazione carbonifera belga creò una propria commissione d’indagine. Le inchieste si pro­ponevano di fare “ogni luce” su cosa fosse accaduto nella mi­niera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle la mattina dell’8 agosto 1956. Ma nessuna del­le istituzioni mantenne piena­mente le sue promesse.
Da “macaronì” a “copains”
Fu la strage di Marcinelle a far superare i preconcetti sui mi­natori italiani. La tragedia in­fatti accomunò famiglie italia­ne e belghe nello stesso lutto e all’improvviso fu chiaro per tutti come lo sviluppo econo­mico dell’intera nazione bel­ga stesse poggiando anche sul lavoro di molti italiani, schiavi del carbone. Nel 1956, tra i 142.000 lavo­ratori impiegati nelle miniere belghe, 63.000 erano stranieri e, tra questi, 44.000 erano ita­liani. “Il nostro vicino, che non la smetteva mai di insultare mio padre, è venuto da noi piangen­do”, dichiarò in un’intervista il figlio di un minatore. “La comu­nità italiana del Belgio ha pa­gato con il sangue il prezzo del suo riconoscimento”, commen­tò il quotidiano Le Monde. L’impressione della tragedia di Marcinelle trasformò i macaronì in copains, “amici”. Da quel do­lore si avviò il processo di inte­grazione degli italiani in Belgio. Il prezzo pagato per ottenere il riconoscimento della digni­tà degli emigranti italiani fu di 136 vite, consumate in poche ore. Vite perdute per riscattare una dignità propria a ogni esse­re umano. La storia a venire era già pronta a chiudere gli occhi per dimenticare e riproporre lo spaventoso baratto. Nel 2012 la miniera di Marcinelle è stata inserita tra i siti dichiarati Patrimonio dell’U­manità dall’Unesco. Un ricono­scimento, certo, ma soprattutto un monito. Per non dimentica­re gli incidenti sul lavoro che hanno segnato le pagine più buie della storia dell’emigra­zione. (Luigi Dal Cin, "Migranti Press" n. 6 - giugno 2025) [caption id="attachment_62616" align="aligncenter" width="555"]Marcinelle (illustrazione di Cristiano Lissoni)[/caption]

Naufragio in Yemen: mons. Martinelli (vicariato Arabia), “necessarie politiche migratorie oculate e sagge”

5 Agosto 2025 - “Il naufragio accaduto vicino alle coste dello Yemen è motivo di grande dolore e tristezza”. Così mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia Meridionale, esprime al Sir il suo cordoglio per l’ennesima tragedia del mare. “Preghiamo per le vittime: il Signore le accolga nella sua pace; i sopravvissuti possano essere curati degnamente e ritrovare serenità”, aggiunge. Il presule, pastore di una Chiesa composta interamente da migranti, ribadisce la necessità di “politiche migratorie oculate e sagge” per contrastare i viaggi organizzati da “trafficanti senza scrupoli”. Mons. Martinelli, che ha guidato a Roma novanta giovani del Golfo per il Giubileo, sottolinea: “Come Chiesa di migranti credo sia importante sottolineare l’importanza dei processi migratori, così diffusi nel mondo intero”, e insiste: “Sono processi che devono essere governati sapientemente, interrompendo questi viaggi che spesso hanno esiti nefasti, come in questo caso”. (R.B./SIR)

Agrigento, il 9 agosto il Giubileo diocesano dei migranti

1 Agosto 2025 - Il 9 agosto 2025 si terrà ad Agrigento il Giubileo diocesano dei migranti. Si tratta, spiega il testo di presentazione reso noto dalla Diocesi, "di un evento di profondo significato spirituale che si inserisce nel cammino dell’Anno Giubilare della Speranza, in un territorio da sempre segnato dai fenomeni della mobilità umana in particolare dai fenomeni dell’emigrazione (circa 160.000 agrigentini sparsi per il mondo), sia per l’immigrazione visto e considerato che siamo la prima provincia e diocesi più vicina alle coste africane. Sono particolarmente invitati tutti coloro che vivono o hanno vissuto l’esperienza migratoria per condividere insieme un tempo di spiritualità, fraternità e convivialità".    

Al Giubileo dei giovani italiani un momento interreligioso di spiritualità

1 Agosto 2025 - Si intitola “Parole di speranza per l’umanità” il momento interreligioso di spiritualità in programma il 1° agosto, alle 17, nell’ambito del Giubileo dei giovani. Promosso dal Tavolo nazionale interreligioso dei giovani costituito presso la Conferenza Episcopale Italiana, l’appuntamento si svolgerà al Convitto Nazionale “Vittorio Emanuele II”, sede della “Casa dei Volontari PG-ITA”. I ragazzi, appartenenti a differenti tradizioni religiose, si ritroveranno attorno al segno simbolico dell’acqua: ciascuno secondo la propria tradizione declamerà un messaggio per dire parole di speranza per l’umanità e poi immergersi nella preghiera, e concludere con un momento di festa conviviale e di musica etnica mediterranea. “Questi giovani hanno un mandato importante nelle loro tradizioni religiose: quello di promuovere il dialogo, fare rete ed essere protagonisti della coesione sociale”, afferma don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. (fonte: CEI)

Diritto d’asilo e “Paesi sicuri”, mons. Felicolo: “Finalmente la Corte di giustizia europea ha fatto chiarezza”

1 agosto 2025 - Con un sentenza molto attesa, la Corte di giustizia dell'Unione europea, in merito alla richiesta di protezione internazionale di un cittadino o di una cittadina di Paesi terzi, conferma che può essere respinta "in esito a una procedura accelerata di frontiera, qualora il suo Paese di origine sia stato designato come «sicuro» ad opera di uno Stato membro". La Corte ha precisato però "che tale designazione può essere effettuata mediante un atto legislativo, a condizione che quest'ultimo possa essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo vertente sul rispetto dei criteri sostanziali stabilite dal diritto dell'Unione" e che nessuno Stato membro può "includere un Paese nell'elenco dei paesi di origine sicuri qualora esso non offra una protezione sufficiente a tutta la sua popolazione". "La Corte di giustizia dell'Unione europea - ha commentato il direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo - ha finalmente fatto chiarezza su una questione molto importante, a tutela dei diritti dei richiedenti asilo e di tutti noi". Il pronunciamento chiarisce anche che si fa riferimento alla direttiva attualmente applicabile fino all'entrata in vigore del nuovo regolamento (12 giugno 2026), e che il legislatore dell'Unione può anticipare questa data. Secondo il Tavolo asilo e immigrazione "si tratta di una decisione dirompente, che smentisce in modo radicale la linea del governo italiano" sul cosiddetto "modello Albania" e chiede al governo "di prendere atto della pronuncia, cessare ogni iniziativa orientata alla riattivazione del Protocollo, e ricondurre la politica migratoria all’interno del diritto internazionale ed europeo, e delle garanzie costituzionali.". (foto: Corte di giustizia dell’Unione europea).

“Lo Spettacolo Popolare, un mondo ambasciatore di gioia e speranza”. Il 9 settembre un seminario online

31 Luglio 2025 - Il 9 settembre 2025 dalle ore 15:30 alle 17:30 è in programma il seminario on line “Lo Spettacolo Popolare, un mondo ambasciatore di gioia e speranza”, organizzato dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e dalla Fondazione Migrantes. Il programma:
  • “Lo spettacolo popolare nel magistero pontificio”. Salvatore Luciano Bonventre, assessore nazionale Federazione Italiana Tradizioni Popolari
  • “La speranza in scena: lo spettacolo popolare come cuore vivo delle comunità”. Fulvia Caruso, professore associato di Etnomusicologia presso Università di Pavia.
  • “L’annuncio del vangelo tra i viaggianti” p. Sascha Ellinghaus, direttore nazionale della pastorale dello Spettacolo popolare della Conferenza episcopale tedesca.
  • “Criticità per le comunità dello spettacolo popolare: presentazione della buona prassi della scuola itinerante” . Sara Vatteroni, direttore regionale Fondazione Migrantes.
  • “La speranza nella religiosità popolare”. José Luis Alonso Ponga, già professore titolare di Antropologia sociale presso l’Universidad de Valladolid.
  • “Un circo per tutti. Lo spettacolo popolare tra gioia e speranza”. Alessandro Serena, direttore scientifico di Open Circus, già Docente dell'Università degli Studi di Milano.
Modera gli interventi don Mirko Dalla Torre, responsabile diocesano e regionale Fondazione Migrantes.

💡 Per partecipare, inquadra il QrCode.

Seminario Spettacolo popolare QrCode

Giubileo dei Giovani: coscienza, città e speranza. Una catechesi di mons. Perego

30 Luglio 2025 - L’atmosfera della Capitale è segnata dalla presenza di migliaia di giovani che, con il loro entusiasmo, trasformano queste giornate in un’esperienza di incontro, preghiera e festa. Il Giubileo diventa così un tempo intenso di fraternità e di speranza, un invito concreto al cammino condiviso e alla costruzione di legami nuovi. Tra i numerosi eventi, l’iniziativa “12 parole per dire speranza” anima oggi e domani, 31 luglio, un percorso diffuso di ascolto e confronto ospitato in 12 chiese giubilari di Roma. Ogni chiesa è dedicata a una parola-chiave che racconta la speranza nel linguaggio della vita concreta: coraggio, soglia, riscatto, abito, responsabilità, coscienza, senso e consenso, scoperta, promessa, popolo, gioia piena, abbraccio. Promossa dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei, l’esperienza si ispira al sussidio "Pellegrini di speranza" e alla bolla giubilare Spes non confundit, offrendo ai giovani spazi di ascolto, dialogo e crescita, dove la parola della Chiesa incontra la vita quotidiana. I gruppi italiani partecipano a momenti specificamente preparati: testimonianze, catechesi e laboratori che aiutano a leggere la propria vita alla luce della speranza. Attorno a ciascuna parola si intrecciano le voci di chi, nella quotidianità personale e professionale, incarna segni concreti di fiducia e di futuro, insieme alle esperienze dei giovani e alla parola dei vescovi, in un dialogo che diventa occasione di discernimento e crescita comunitaria. Tra gli incontri di oggi, quello ospitato nella chiesa della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo è stato animato da mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes. È stato il primo di tre appuntamenti dedicati alla parola “coscienza”, declinata nel suo rapporto con la città. L’incontro si è aperto con le testimonianze di Pilar Shannon Perez Brown (Spagna) e Vittoriana Sanitate (Italia) del Consiglio dei giovani del Mediterraneo, il “Sinodo” laico under 35 fortemente voluto dalla Cei, che da due anni riunisce 37 giovani cattolici delle diverse sponde del Mediterraneo. Si tratta di un’esperienza nata come opera segno del primo Convegno dei sindaci e dei vescovi del Mediterraneo, tenutosi a Firenze nel 2022, che aveva posto al centro il sogno profetico – caro a Giorgio La Pira – di un Mediterraneo non più segnato da muri e conflitti, ma vissuto come “casa comune”, laboratorio di pace, dialogo e cooperazione. A seguire, mons. Perego ha offerto una riflessione intensa e articolata, ponendo in dialogo coscienza e città alla luce della Parola di Dio e del Magistero sociale della Chiesa. La coscienza – ha spiegato – è “la voce interiore che si accende nell’incontro con Dio e con gli altri, capace di orientare la vita personale e sociale”. A partire dalla Costituzione conciliare Gaudium et spes, di cui quest’anno ricorre il 60° anniversario, ha evidenziato come la Chiesa si senta intimamente solidale con il mondo, chiamata a leggere i “segni dei tempi” e a trasformarli in “segni di speranza”. La cittadinanza, ha ricordato, non è solo un insieme di diritti e doveri formali, ma un percorso di fraternità, bene comune e partecipazione attiva. Da qui tre impegni concreti: l’opzione preferenziale per i poveri, l’amore ai nemici e l’obiezione di coscienza alle armi, insieme al superamento di ogni discriminazione. Mons. Perego ha richiamato anche alcuni tra i drammi del nostro tempo: i conflitti come quello di Gaza, il Mediterraneo trasformato da via di collegamento a “cimitero”, e le inumane condizioni di detenzione dei migranti in Libia e Tunisia. «Se il mondo è la nostra casa – ha detto – dobbiamo coniugare coscienza e cittadinanza: libertà e servizio, pace e giustizia, tutela della persona e del creato». Un messaggio, quello del presidente della Fondazione Migrantes, che vede nei giovani i protagonisti più consapevoli della sfida di essere cittadini del mondo: donne e uomini chiamati a impegnarsi nel volontariato, nella cittadinanza attiva e nella solidarietà sociale, contribuendo a un impegno trasformativo e rigenerativo delle società in cui vivono e operano. Mons. Perego ha, inoltre, richiamato la necessità di contrastare ogni forma di disinteresse sociale e di disaffezione politica, che finisce per colpire i più deboli, e di recuperare il valore dell’impegno e dell’educazione alla politica come strumenti essenziali per costruire il bene comune. Un richiamo che si lega alle parole di papa Leone sull’impegno sociale e sull’educazione alla pace, che oggi più che mai appaiono indispensabili. «La Gaudium et spes – ha concluso – ci invita a non essere cittadini di una sola città, ma a riconoscerci cittadini di un mondo senza confini, capaci di assumere una prospettiva “glocal”, come ci ha insegnato papa Francesco: radicati nel territorio e, al tempo stesso, con lo sguardo aperto all’intera umanità». Un impegno che richiede una virtù fondamentale: la speranza. Chi ne è privo fatica a guardare oltre il proprio orizzonte; chi, invece, vive di speranza sa “guardare insieme” il mondo, cercando nel dialogo e nella partecipazione le vie privilegiate per costruire un futuro di pace e fraternità. (Elia Tornesi) Perego Giubileo dei giovani 12 parole

Terra Santa, card. Zuppi (Cei): “Siamo prossimi alla comunità con la preghiera e con l’aiuto concreto”

30 Luglio 2025 - La Conferenza episcopale italiana resta accanto alle comunità della Terra Santa, provate da anni di violenze e ora da un conflitto che sta seminando morte e distruzione, con pesanti ricadute anche nei territori limitrofi. In questa regione così martoriata, il Servizio nazionale per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli ha finanziato 143 progetti per quasi 43 milioni di euro. Nei mesi scorsi, per l’emergenza a causa della chiusura degli altri ospedali e il grande afflusso dei profughi, è stato necessario finanziare l’ospedale nel Karak, gestito dalle Missionarie Comboniane al confine con la Cisgiordania, e in questi giorni sono stati messi a disposizione ulteriori 300mila euro. Inoltre, attraverso Caritas Italiana, sono stati sostenuti progetti di Caritas Gerusalemme e di altri partner della società civile palestinese e israeliana. Negli ultimi due anni sono stati destinati 1.645.000 euro per far fronte all’emergenza umanitaria, offrire cure mediche e supporto psicosociale alle famiglie di Gaza, di Gerusalemme Est e della Cisgiordania, avviare percorsi di riabilitazione socioeconomica, tessere un dialogo tra israeliani e palestinesi, non perdendo mai la speranza di una pace duratura. “Siamo prossimi alla comunità della Terra Santa con la preghiera e con l’aiuto concreto: il loro dolore è il nostro dolore, le loro lacrime sono le nostre. Non ci abituiamo al grido che giorno e notte sale a Dio, ma anche alle nostre orecchie. Esserci fa la differenza e promuove davvero la pace, una pace di cui la Terra Santa e il mondo intero hanno bisogno”, afferma il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. (Fonte: Cei) [caption id="attachment_62326" align="aligncenter" width="1024"]Palestina Gaza (Foto AFP/SIR)[/caption]

“Ferite di confine”: il Tai ha presentato un nuovo report sul “modello Albania”

30 Luglio 2025 - Il nuovo assetto operativo del cosiddetto "modello Albania" è un dispositivo di "detenzione amministrativa transnazionale a bassa trasparenza e ad alto potenziale lesivo dei diritti fondamentali". Lo denuncia il nuovo report del Tavolo asilo e immigrazione (Tai), intitolato Ferite di confine, che documenta la nuova fase operativa del Protocollo Italia-Albania, con un focus sui trasferimenti coatti nel centro di Gjader, convertito di recente in Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr), aggiungendosi così agli 11 già esistenti sul territorio italiano. Secondo quanto ricostruito dalle 47 organizzazioni aderenti al Tai - tra cui Amnesty International, Emergency, Caritas italiana, Fondazione Migrantes, Medici per i Diritti Umani, Save the Children, Arci e molte altre - il trasferimento di persone migranti già trattenute nei Cpr italiani verso la struttura albanese è avvenuto finora senza alcun provvedimento scritto e motivato. Le persone, ammanettate con fascette anche per 20-24 ore, sono state prelevate all'improvviso, spesso di notte, e condotte all'estero senza sapere la destinazione finale. Un'operazione definita nel report "illegittima, disumana e lesiva della dignità", in aperta violazione della Costituzione e delle norme europee sui rimpatri forzati. Ma non è solo la procedura a essere criticata. Le condizioni materiali nel centro di Gjader - spiega il Report - aggravano ulteriormente la vulnerabilità dei trattenuti. Le testimonianze raccolte dagli operatori durante le missioni di monitoraggio parlano di isolamento, carenza di mediazione culturale, accesso alle cure e alla tutela legale limitato e forte incidenza di episodi autolesivi. In poco più di un mese, si sono registrati almeno 42 "eventi critici", di cui 21 episodi di autolesionismo o intenti suicidari.

🔗 Scarica il Report

Il TAI sottolinea anche la "grammatica opaca" con cui viene gestita tutta l'operazione: un blackout informativo che esclude Parlamento, giornalisti e società civile da ogni forma di controllo. Le richieste di accesso agli atti rimangono inevase, i parlamentari in missione ottengono risposte parziali o nulle o comunque, come ha sottolineato al parlamentare Rachele Scarpa, non congruenti con quanto rilevato nelle visite in loco. Numeri alla mano, l'intera operazione - finora costata circa 800 milioni di euro in cinque anni - ha prodotto, al momento del Report, il trasferimento di appena 132 persone, con soli 32 rimpatri effettivi. In sintesi, secondo il Tai, da un punto di vista giuridico, sono 3 le principali questioni confermate dal nuovo Report:
  1. il trasferimento e trattenimento coattivo senza provvedimento giudiziario e senza comunicazione della motivazione.
  2. l'enorme affievolimento o non esercitabilità dei diritti delle persone trattenute,  anche se formalmente vigenti.
  3. la non conformità con la normativa Ue, anche quella "in cantiere", prevista nel Patto per la migrazione e l'asilo.
Alla luce delle gravi violazioni documentate, il Tavolo asilo e immigrazione chiede la sospensione immediata dei trasferimenti, la cancellazione del Protocollo con l'Albania e l'apertura di un'inchiesta indipendente sul funzionamento del centro di Gjader. Ferite di confine TAI Report

Le conseguenze culturali delle migrazioni. Se ne parla il 1° agosto al Festival “Andata e ritorno” di Curcuris (OR)

29 Luglio 2025 - Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni. È il titolo del libro del sociologo Stefano Allievi, che verrà presentato venerdì 1° agosto alle 19 presso Casa Pilloni, a Curcuris (OR). L’evento, inserito nel programma del festival comunitario “Andata e ritorno”, vedrà anche la partecipazione dello storico e saggista della Fondazione Migrantes, Simone Varisco, e la professoressa Aide Esu, sociologa dell’Università di Cagliari. Prendendo spunto dall’ultimo lavoro di Allievi, professore dell’Università di Padova, l’incontro-dibattito, affronterà il tema delle migrazioni e le relative sfide che attendono l’Italia e l’Europa sotto i diversi profili della pluralità culturale, identitaria, religiosa che i fenomeni migratori necessariamente pongono all’attenzione dei cittadini. Il festival comunitario di Curcuris è organizzato dal Comune con il patrocinio della Fondazione di Sardegna e il partenariato della Diocesi di Ales-Terralba. Curcuris 2025 programma

Tavolo Asilo, oggi la presentazione del rapporto sulle visite di monitoraggio nel centro di Gjadër in Albania

29 Luglio 2025 - Oggi, alle ore 16, presso la sala stampa della Camera, in Via della Missione 4, a Roma, si terrà la conferenza stampa di presentazione del report del Tavolo Asilo e Immigrazione Ferite di confine. La nuova fase del modello Albania, sulle visite di monitoraggio nel centro di Gjadër effettuate in collaborazione con il Gruppo di contatto del Parlamento italiano e di quello dell’Ue. Il report nasce come prosecuzione e aggiornamento della pubblicazione “Oltre la frontiera. L'accordo Italia-Albania e la sospensione dei diritti”, realizzato dal Tavolo Asilo e Immigrazione a marzo 2025. Gli obiettivi di questo secondo report sono duplici: da un lato, documentare con rigore i contorni giuridici, organizzativi e materiali e le ulteriori criticità sanitarie di questa nuova fase del cosiddetto “modello Albania”; dall’altro, analizzare criticamente gli effetti sulle garanzie individuali e sull’assetto democratico della gestione dei flussi migratori. Tra i parlamentari saranno presenti, tra gli altri, Matteo Orfini, Matteo Mauri, Rachele Scarpa e Paolo Ciani. Ferite di confine TAI

“Che Italia!”: l’Italia plurale che già esiste. Una nuova campagna di comunicazione

25 Luglio 2025 - Raccontare l’Italia reale, quotidiana, già viva e in movimento, fatta anche di nuove italiane e nuovi italiani con background migratorio che ogni giorno contribuiscono alla crescita del Paese. È l’obiettivo di “Che Italia!”, la nuova campagna di comunicazione promossa da una rete di organizzazioni civiche attive sul tema della cittadinanza, della partecipazione e dei diritti. Il progetto – online da oggi con un video racconto collettivo e materiali scaricabili per scuole, associazioni e cittadini – nasce per costruire una narrazione più autentica e inclusiva dell’Italia di oggi. Un’Italia spesso oscurata da stereotipi e divisioni, ma che nelle sue diversità trova energie, competenze e visioni comuni. Promossa da realtà come CISV, CoNNGI, Codiasco, Secondo Welfare, Acra, Generazione Ponte, Viaggi Solidali, Soomaaliya, Nuovi Profili e Migrantour, la campagna è il frutto di un anno di lavoro condiviso tra nuove generazioni, enti del terzo settore e reti educative: "Siamo una coalizione di organizzazioni nata con l’obiettivo di promuovere un concetto di italianità autentico, inclusivo e aperto". Tutte le informazioni, il video e i materiali della campagna sono disponibili sul sito del Cisv Torino. Le scuole, le associazioni e i singoli cittadini sono invitati a contribuire e a promuovere iniziative locali sotto il segno di “Che Italia!”. (fonte: Askanews/Cisv) https://youtu.be/mS8rFh6naCk?si=8yZFxZaFKaPAmx5-

Soccorso in mare, le Ong chiedono cessazione dell’ostruzionismo sistematico contro le loro operazioni

25 Luglio 2025 - Ostacolare le imbarcazioni di ricerca e soccorso significa causare centinaia di morti in mare. 32 organizzazioni chiedono l'immediata cessazione dell'ostruzionismo sistematico contro le operazioni di ricerca e soccorso (Sar) delle Ong da parte dello Stato italiano. "Soltanto nell'ultimo mese, le imbarcazioni delle Ong sono state fermate tre volte a causa di accuse basate sul Decreto Piantedosi", si legge in una nota pubblicata diffusa il 25 luglio. Secondo le Ong, l'introduzione di questi ostacoli legali e amministrativi "persegue un obiettivo evidente: tenere le imbarcazioni Sar lontane dalle aree operative". Da febbraio 2023, le imbarcazioni delle ONG sono state oggetto di 29 fermi amministrativi, per un totale di 700 giorni trascorsi in porto invece di salvare vite umane in mare. Le stesse navi hanno trascorso altri 822 giorni in mare per raggiungere porti assegnati a distanze ingiustificabili, per un totale di 330.000 chilometri di navigazione. Tali misure - si precisa nella nota - "inizialmente riguardavano solo le navi SAR delle organizzazioni non governative" mentre ora estese anche alle imbarcazioni più piccole con un ruolo di monitoraggio. Le organizzazioni firmatarie della nota congiunta chiedono che:
  • I Decreti Piantedosi e Flussi siano immediatamente abrogati, per mettere fine alle disumane richieste che impongono alle imbarcazioni di soccorso di procedere a sbarchi selettivi e all’assegnazione di porti distanti. In conformità con il diritto marittimo internazionale, le persone soccorse devono essere sbarcate senza ritardo nel luogo sicuro più vicino; non possono essere costrette a sostenere lunghi viaggi a fini di strumentalizzazione politica.
  • L'imbarcazione di monitoraggio “Nadir” sia immediatamente rilasciata e che siano definitivamente rimossi gli ostacoli e le pratiche di criminalizzazione contro le attività delle ONG impegnate nella ricerca e soccorso in mare.
  • Gli Stati membri dell'UE adempiano al loro dovere di soccorso in mare e rispettino il diritto internazionale. Le autorità dovrebbero fornire a tutte le imbarcazioni SAR il supporto necessario nelle operazioni di soccorso e assumersi la responsabilità e il coordinamento delle attività di salvataggio di chi si trova in situazione di pericolo in mare.
  • Sia istituita una missione di ricerca e soccorso finanziata e coordinata dall'UE.
  • Siano garantite vie di accesso sicure e legali verso l'Europa, per impedire che chiunque debba salire a bordo di imbarcazioni precarie ed intraprendere viaggi pericolosi o perfino mortali.

(Fonte: Mediterranea)

[caption id="attachment_62159" align="aligncenter" width="1024"]Soccorso in mare (Sar) Mediterranea (foto: Mediterranea)[/caption]

GMMR 2025, mons. Perego: il Papa ci indica “condivisione” e “cooperazione” come segni di speranza

25 Luglio 2025 - Il presidente della Fondazione Migrantes sul Messaggio di papa Leone XIV per la 111a Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato. “La speranza, virtù al centro del Giubileo, guida anche il Messaggio della 111a Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. È il primo messaggio per questa Giornata di papa Leone XIV, in cui, fedele alla scelta di papa Francesco di far coincidere il Giubileo dei migranti e dei missionari – non la Giornata –, egli coniuga insieme i tre temi: speranza, migrazione e missione». Con queste parole il presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione episcopale per le migrazioni, S.E. mons. Gian Carlo Perego, accoglie la pubblicazione del testo del Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, dal tema “Migranti, missionari di speranza”, che si celebrerà nei giorni 4 e 5 ottobre 2025. «Il tema delle migrazioni – continua mons. Perego – richiama la necessità della “condivisione” e della “cooperazione”, contro ogni forma di chiusura e di nazionalismo. La speranza è la virtù che guida il cammino dei migranti, come risulta anche da molte testimonianze dei migranti stessi. Ma anche la fede è una virtù che i migranti donano alle nostre Chiese, una “benedizione” ripete Leone XIV, come già Benedetto XVI e Francesco, per le nostre Chiese e le nostre città, che sono chiamate a impegnarsi in una valorizzazione dei migranti e a costruire un inedito dialogo interreligioso».

👉 Leggi il Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2025.

Aperte le iscrizioni al Master di II livello in “Diritto delle migrazioni” dell’Università di Bergamo

25 Luglio 2025 - Si sono aperte le iscrizioni (scadenza 16 febbraio 2026) alla XVI edizione del Master di II livello in "Diritto delle migrazioni" dell'Università degli studi di Bergamo, realizzato in collaborazione con Oim (International Organization for Migration), Icmc (International Catholic Migration Commission) e Cir (Consiglio italiano per i rifugiati) e diretto dalla prof.ssa Paola Scevi . Il Master è finalizzato a rispondere alla crescente domanda di competenze professionali necessarie per affrontare le complesse tematiche connesse ai processi migratori, che coinvolgono e segnano in maniera strutturale e permanente il contesto sociale. I destinatari del corso sono i laureati con Laurea magistrale o equipollente (o Laureandi che conseguono il titolo entro tre mesi dalla data di avvio del Master), interessati a sviluppare approfondite conoscenze e competenze specialistiche, nel settore delle migrazioni. Ma anche gli appartenenti ai vari rami dell’Amministrazione centrale e locale, nonché dei servizi alla persona; coloro che operano nel settore delle Organizzazioni internazionali, dei Ministeri, delle Regioni, degli Enti locali, nelle strutture didattiche di vario livello, nonché nelle strutture giurisdizionali, quali giudici di pace e Tribunali per i minorenni; operatori di Onlus, Ong, associazioni di immigrati, organismi di volontariato. gestione delle migrazioni. Il master, che avrà inizio il 10 aprile 2026, ha una durata complessiva di 1500 ore per un totale di 60 CFU, ed è così articolato:
  • 380 ore di formazione (di cui 195 ore in aula e 185 ore in didattica a distanza).
  • 350 ore di stage, progetto di ricerca.
  • 570 ore studio individuale.
  • 200 ore di elaborazione tesi finale.

ℹ Maggiori informazioni sono disponibili nella pagina web del corso: sdm.unibg.it

CONTATTI Per informazioni amministrative: master@unibg.it Per informazioni didattiche: mastermigrazioni@unibg.it Telefono: +39 035 2052872

ActionAid e UniBari, Cpr: rimpatri ai minimi storici e costi altissimi della detenzione

24 Luglio 2025 - Sulla piattaforma “Trattenuti”, promossa da ActionAid e UniBari, i nuovi dati inediti dei 14 centri detentivi attivi in Italia e in Albania. ActionAid e UniBari per la prima volta hanno ricostruito quanti milioni sono stati effettivamente impegnati per l’allestimento dell'operazione Albania fino a marzo 2025, nonostante i centri non siano stati completati: i dati sono ora pubblici sulla piattaforma “Trattenuti”. Ammontano a 570mila euro i pagamenti fatti dalla Prefettura di Roma all’ente gestore Medihospes per 5 giorni di reale operatività: 114mila euro al giorno per detenere 20 persone, tra metà ottobre e fine dicembre 2024, liberate poi tutte in poche ore.   L’allestimento di un posto effettivamente disponibile in Albania è costato oltre 153mila euro. Nel 2024 il Ctra di Porto Empedocle (AG) è costato 1 milione di euro per realizzare 50 posti effettivi (poco più di 21.000 euro a posto). Secondo la nota diffusa da ActionAid, i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) esistenti alla fine del 2024 erano 11, per una capienza ufficiale del sistema detentivo per stranieri pari a 1522 posti. A ciò si devono aggiungere i 1033 posti ufficialmente realizzati presso i 3 Centri di trattenimento per richiedenti asilo (Ctra) che portano il totale dei posti a 2555. Ma a causa dei ritardi negli allestimenti, delle ripetute proteste e dei continui danneggiamenti subiti dalle strutture, il sistema funziona al 46% della capienza ufficiale a fine 2024. La giustificazione principale per l’esistenza dei Cpr è che rendano più efficace la politica di rimpatrio. Ma il ricorso alla detenzione non appare incidere sul numero di rimpatri effettuati. Nel 2024 si registra il minimo storico dal 2014: solo il 41,8% (2.576) delle persone in ingresso in un centro di detenzione, su un totale di 6.164, è stato rimpatriato. Nella nota, infine, si fa anche presente che nel sistema detentivo sono cresciuti negli ultimi anni i richiedenti asilo, arrivando a essere oltre il 45% delle persone trattenute nel 2024. Il 21% di questi non aveva ancora ricevuto un provvedimento di allontanamento, ma erano trattenuti solo in quanto richiedenti asilo.

Istat: al 31 dicembre 2024 erano 6 milioni e 382 mila gli italiani residenti all’estero

24 Luglio 2025 -
Secondo le stime provvisorie fornite dall’Istat, i cittadini italiani che dimorano abitualmente all’estero al 31 dicembre 2024 sono 6 milioni e 382 mila, 243 mila individui in più rispetto all’inizio dell’anno (6 milioni e 138 mila) per un incremento pari al 4,0%. Sono principalmente uomini (quasi il 52%), risiedono in Europa (54%) e in America (40,9%) mentre il restante 5,1% vive in Africa (1,1%), Asia (1,3%) e Oceania (2,7%). Poco meno di un italiano residente all’estero su tre è nato in Italia e ci sono anche nuovi fenomeni, come quelli che una volta ottenuta la cittadinanza si trasferiscono in un altro paese europeo. L’aumento del numero di cittadini italiani residenti all’estero, spiega l’Istat, è trainato soprattutto dalle acquisizioni di cittadinanza italiana e da una vivace dinamica migratoria. Il saldo migratorio, pari a +103 mila nel 2024, è quasi raddoppiato rispetto al 2023 quando risultò pari a +53 mila. Tale significativa crescita è effetto di un aumento degli espatri e di una riduzione dei rimpatri che, se per l’Italia costituisce una perdita di capitale umano, nei Paesi esteri si tramuta in guadagno. Le nascite (oltre 27mila nel 2024) superano i decessi (oltre 8mila), determinando un saldo naturale di 19mila unità, analogo a quello riscontrato nel 2023. Le nascite si registrano in prevalenza nei Paesi europei (il 68,1%), in particolare in Germania (16,8%), in Svizzera (14,2%) e nel Regno Unito (8,8%). Tra i Paesi dell’Unione europea, la Spagna presenta il tasso di natalità più elevato (5,6 per mille), seguita dalla Germania (5,5) e dalla Francia (5,0), mentre tra i Paesi extra-Ue spiccano la Svizzera (6,0) e il Regno Unito (4,9). I tassi di natalità nel continente americano risultano più contenuti (2,7 per mille), anche laddove si concentra una quota importante di italiani, come ad esempio in Brasile (3,6 per mille) o in Argentina (2,0). Per quanto concerne le acquisizioni della cittadinanza italiana, l’Istituto Nazionale di Statistica ha spiegato che avvengono nella maggior parte dei casi (52% nel 2023, secondo gli ultimi dati definitivi) per discendenza (iure sanguinis). Seguono le acquisizioni per trasmissione al minore convivente (37%) e per matrimonio (11%). (Fonte: Aise/Istat) Istat italiani all'estero

Annecy (Francia): installata la nuova statua di s. Francesco di Sales nella “chiesa degli italiani”

23 Luglio 2025 - Nel corso della celebrazione dell'Eucarestia di domenica 20 luglio, la comunità italiana e tutti coloro che frequentano la cosiddetta "chiesa degli italiani" di Annecy, in Francia, dedicata a San Francesco di Sales, hanno festeggiato l'installazione di una statua dedicata al Santo, dopo la processione e la benedizione dell'opera, tra canti e preghiere. Al termine tutti presenti hanno condiviso nun momento conviviale preparato dalla comunità italiana. Si è trattato di "un ritorno alle radici", ha spiegato don Pasquale Avena, parroco e coordinatore nazionale per le missioni italiane in Francia. "Perché questa chiesa ci accoglie da più di 100 anni, e nel nome di San Francesco di Sales abbiamo ricevuto i doni che il Signore ci ha fatto attraverso la Missione cattolica italiana. Questa chiesa piena di storia, piena di preghiera, di speranza, di lacrime ha ospitato tanti e tanti italiani". Per don Avena, san Francesco di Sales è un uomo e un santo "da riscoprire"; un uomo "preveggente" che "ha saputo percepire e assumere tutte le difficoltà del suo tempo, ha saputo dare con grande saggezza consigli che vanno bene per tutti, direi anche per i non credenti, un uomo di una grande umanità".

Migranti, campagna “Ero Straniero”: più quote senza tutele aumentano l’irregolarità. Serve permesso per attesa occupazione

22 Luglio 2025 - “Aumentare e programmare le quote d’ingresso è positivo, ma non basta: il sistema dei decreti flussi continua a generare irregolarità, sfruttamento e precarietà. Serve un permesso di soggiorno per attesa occupazione per chi resta senza contratto per cause indipendenti dalla propria volontà”. È l’appello che le organizzazioni promotrici della campagna “Ero Straniero” rivolgono in queste ore ai parlamentari chiamati a esprimere un parere sul Dpcm flussi 2026-2028, approvato in via preliminare il 30 giugno scorso. Secondo l’analisi della campagna, aggiornata a giugno 2025, solo il 20% dei richiedenti del 2023 e appena il 12% di quelli del 2024 ha ottenuto un permesso di soggiorno per lavoro. “Il resto – si legge nel documento – vive in precarietà e senza documenti, a rischio sfruttamento, dopo essere entrato regolarmente con visto ma senza riuscire a formalizzare il contratto”. Una delle poche tutele possibili, il permesso per attesa occupazione, “non viene applicato in modo sistematico”: nel 2023 ne sono stati rilasciati solo 648 (0,49% delle quote), mentre nel 2024 appena 179 (0,12%). “Chiediamo – scrivono i promotori – che ne venga prevista l’applicazione automatica in caso di fallimento della procedura per responsabilità del datore di lavoro, e che venga garantita piena informazione ai lavoratori coinvolti”. “Più quote senza tutele – conclude Ero Straniero – significano più invisibili. Il governo lo sa: non si può continuare a ignorare l’elefante nella stanza dell’irregolarità prodotta dallo stesso sistema dei flussi”. (fonte: SIR)