SABATO 26 SETTEMBRE | 16:00–18:00
Espace Bancel – 50 rue Bancel, 69007 Lyon.
Conferenza
Con Marisa Fois e Eleonora Voltolina.
Per le iscrizioni: https://forms.gle/s9qxn68dHVzkYMZU7
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(fonte: Biblioteca nazionale universitaria di Torino)
“Fisso la pila di lettere che ho qui sulla mia scrivania. Sono 103 lettere custodite da altrettante buste azzurro chiaro, con incollato francobollo canadese ed evidenti scritte PAR AVION-VIA AIR MAIL-CORREO AEREO. Sono 103 lettere di carta leggera perché il prezzo del francobollo si pagava a peso. Sono le 103 lettere che mia zia Wilma, sorella di mio padre, nata nel 1929, scrisse da Toronto, Canada, dove era emigrata. Sono le 103 lettere indirizzate a sua madre Elda Palù, mia nonna, a suo papà Lorenzo Dal Cin, mio nonno, e a suo fratello più piccolo Renzo, nato nel 1936, che poi sarebbe diventato mio padre. La prima lettera è datata sabato 9 aprile 1955 ed è stata scritta sul piroscafo Arosa Star, l’ultima datata venerdì 23 dicembre 1955, scritta due giorni prima della tragedia che la colpì e che segnò di ulteriore dolore la mia famiglia. Wilma e Renzo avevano infatti un fratello maggiore, Luigi, nato nel 1925. Mio zio quindi si chiamava Luigi Dal Cin, come me. Guardo una sua fotografia. È maggio 1941, c'è scritto dietro, calligrafia elegante, inchiostro nero. Ha sedici anni, è in posa davanti alla porta della casa dei miei nonni, la riconosco. Ha i calzoncini corti, le gambe magre. Tiene un fucile tra le braccia. Non è un giocattolo, è un fucile vero. È serio. Aveva i capelli rossi e le lentiggini. Come me. Solo che a diciott’anni lui fu obbligato dai nazifascisti a partire soldato, sotto la brutale minaccia di incendiare la casa di mio nonno. Costretto a combattere dalla parte sbagliata, durante un bombardamento si unì ai partigiani – a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia – che volevano invece un’Italia democratica e libera dall’oppressione del regime fascista. Fu catturato e, su condanna del tribunale militare nazifascista, fucilato senza pietà nel campo sportivo di Parma, il 9 maggio 1944. Era un ragazzo. Aveva solo diciott’anni. La sua uccisione ha talmente segnato di dolore la mia famiglia che io, in ricordo, porto il suo stesso identico nome: Luigi Dal Cin. Guardo una sua fotografia, e penso al desiderio di vita, libertà, giustizia, pace per cui, ancora ragazzo, è morto Luigi Dal Cin. E penso che, oggi, quel desiderio di vita, libertà, giustizia, pace è lo stesso desiderio di vita, libertà, giustizia, pace che mi spinge a scrivere queste parole su questo foglio bianco. E poi tutte le prossime parole con cui riempirò i prossimi fogli. E sento che con queste parole, mai scritte prima, ho appena riportato mio zio Luigi Dal Cin a casa sua. Come in quei racconti irlandesi dove i fantasmi vagano afflitti e sospesi, finché qualcuno, pronunciando il loro nome, finalmente li rende liberi. Ora sapete tutto. No. Quasi tutto. Mia zia Wilma era bella, gentile, dolce, intelligente, generosa, divertente. In paese, a Codognè, gli anziani usano queste parole quando mi parlano di lei. Mi dicono che aveva molti pretendenti, ma non si era mai fidanzata, non si era ancora innamorata di nessuno di loro. Guardo una sua fotografia. È datata dicembre 1955, c'è scritto dietro, inchiostro nero. La stessa calligrafia elegante nella foto di mio zio Luigi, è la scrittura della loro mamma. Wilma lì aveva 26 anni. È seduta dietro un tavolino di legno bianco, in un giardino. Sullo sfondo una foresta di betulle. È in Canada. È davvero bella. Ride. Undici anni dopo il dramma della fucilazione di mio zio Luigi, mancando il primogenito che aiutasse mio nonno e mia nonna a tirare avanti, mia zia Wilma, a 26 anni, è emigrata da sola in Canada per lavorare e inviare soldi alla famiglia, che ne aveva bisogno. Wilma lavorava otto ore al giorno imbustando pezzi di carne che poi venivano venduti nei negozi al dettaglio. Ho letto con grande emozione tutte le lettere di mia zia Wilma. Poi le ho trascritte. In queste pagine ne riporterò alcuni stralci. Quelle parole sono un battito di cuore. Il suo, il mio, quello della mia famiglia. Una nuova audace impresa. Il Canada è una delle dieci nazioni dove gli italiani sono emigrati in maggior numero. Riportare le parole di Wilma è un modo per raccontare l’impatto che può avere l’esperienza migratoria sul cuore di una ragazza di 26 anni, nata e cresciuta nella campagna trevigiana, che parte da sola per andare lavorare a Toronto, la città più popolosa del Canada, senza conoscere una parola d’inglese. Ma sento che questo è un modo per riportare anche Wilma Dal Cin a casa sua”.
Il 30 agosto 1965, in pochi secondi, accadde l’irreparabile: «Niente rumore. Solo, un vento terribile e i miei compagni volavano come farfalle. Poi ci fu un gran boato, e la fine. Autocarri e bulldozer scaraventati lontano». A parlare è uno dei sopravvissuti intervistati nel libro, uno dei testimoni della valanga di più di 2 milioni di metri cubi di ghiaccio che seppellì 88 lavoratori. Di questi, 56 erano italiani.
Come a Marcinelle, la tragedia rappresentò una cesura nella lunga e travagliata storia dell’emigrazione italiana, segnando un punto di non ritorno. Inoltre, suscitò molto scalpore in tutta Europa: per la prima volta, stranieri e svizzeri morivano l’uno a fianco all’altro. Nei giorni successivi si scavò senza sosta con la speranza di trovare ancora vivi amici, padri, fratelli, figli. Ci vollero quasi due anni per recuperare i resti dell’ultima salma.
Questa storia si concluse nel modo peggiore: i tempi dell’inchiesta furono lunghissimi, oltre sei anni, e i diciassette imputati chiamati a rispondere dell’accusa di omicidio colposo furono tutti assolti, nonostante l’instabilità del ghiacciaio fosse nota da secoli. In appello andò anche peggio, con la conferma dell’assoluzione e la condanna dei familiari delle vittime al pagamento delle spese processuali.
Strano, però. Sì, strano. Nessun accenno alle condizioni di lavoro. A quale profondità i minatori avrebbero dovuto inabissarsi nel ventre della terra per scavare il carbone? Quante ore al giorno avrebbero dovuto lavorare là sotto? C’erano dei rischi? Rischi lavorativi? Rischi per la salute, a respirare tutta quella polvere di carbone? Niente. Il manifesto rosa non dice nient’altro.
Mio nonno non è mai emigrato in Belgio, ma aveva conservato con grande cura questo manifesto. Mi viene da pensare che, sfiancato dalla fame e dalla miseria, avesse preso in considerazione la possibilità di partire per lavorare nelle miniere belghe. Sarebbe mai ritornato? Perché è proprio nelle parole di propaganda altisonante di questo manifesto rosa che vanno cercati i motivi per cui nella tragedia della miniera di Marcinelle la maggior parte delle vittime era italiana. Tra queste, la maggior parte era partita dall’Abruzzo.
(illustrazione di Cristiano Lissoni)[/caption]
(illustrazione di Cristiano Lissoni)[/caption]