Tag: Emigrazione Italiana
“Come ponti sul mondo”. Il 2 ottobre a Roma l’anteprima della mostra immersiva su emigrazione e missione
Introduzione e moderazione
- Paolo Masini, Presidente Fondazione Mei, ideatore e coordinatore del progetto.
Saluti istituzionali
- Paola Canali, direttore UOC patrimonio e valorizzazione Complesso Monumentale Santo Spirito in Sassia.
- Civita Di Russo, Vice Capo Gabinetto Presidente Rocca Regione Lazio.
Interventi
- Mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale Fondazione Migrantes.
- Mons. Graziano Borgonovo, Sottosegretario Dicastero per l’Evangelizzazione - Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo.
- S.E. Mons. Samuele Sangalli, Segretario Aggiunto per l’Amministrazione del Dicastero per l’Evangelizzazione - Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari.
Presentazione della sala immersiva
- Marisa Fois, Fondazione Migrantes.
Ideazione e coordinamento scientifico: Paolo Masini, Fondazione MEI, e Delfina Licata Fondazione Migrantes. Ricerca storica ed elaborazione testi: Marisa Fois, Fondazione Migrantes. Consulenza storica: Raffaele Iaria, giornalista. Consulenza museale: Giorgia Barzetti, Museo MEI. Co-progettazione e realizzazione: Opera Laboratori. Hanno partecipato alla realizzazione dei contenuti: Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (De Propaganda Fide), Congregazione Missionari di San Carlo – Scalabrinani, Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù – Cabriniane, Archivio Storico “De Propaganda Fide” (Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli), Archivio della Fondazione Migrantes, Archivio Generale Scalabriniano, Istituto Storico Scalabriniano.
Migranti e lavoro, il 60° anniversario della tragedia di Mattmark: una riflessione e un libro
Il 30 agosto 1965, una data che rimane impressa nella storia dell’emigrazione italiana in Svizzera, 88 lavoratori persero la vita nella più grande e devastante tragedia industriale del Paese. La diga di Mattmark era un importante progetto idroelettrico che avrebbe dovuto fornire energia elettrica a gran parte della Svizzera. La costruzione della diga richiese la presenza di oltre 1.000 lavoratori, principalmente migranti, che lavoravano in condizioni difficili e pericolose. Alle 0re 17,20 di quel giorno, una enorme valanga di ghiaccio e detriti, staccatasi dal ghiacciaio dell’Allalin, travolse disastrosamente le baracche-alloggio dei lavoratori, la mensa e le officine del cantiere. Il doloroso bilancio fu di 88 vittime, 86 uomini e 2 donne, di cui 56 italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci e 1 apolide. La tragedia scosse l'opinione pubblica svizzera e italiana. Le autorità elvetiche e le imprese di costruzione della diga furono criticate per la scarsa supervisione del cantiere e per non aver garantito condizioni di lavoro e alloggio sicure per gli operai. La commissione d’inchiesta lavorò per oltre sei anni e 17 persone furono accusate di omicidio colposo. Furono tutti assolti, in quanto i giudici stabilirono che si trattò di una catastrofe naturale. Non solo il danno, 88 vittime, famiglie distrutte e in lutto; condizioni lavorative precarie e pericolose, senza adeguate protezioni sociali. Ma anche la beffa. In appello, i familiari delle vittime furono condannate a pagare le spese processuali. La sciagura di Mattmark ci stimola a riflettere e a passare dalle parole ai fatti su tre urgenze che ci interpellano come cittadini e cristiani.
- La salvaguardia del creato. Dobbiamo prenderci cura della nostra «casa comune», rispettare e preservare la natura; ciò è garanzia di vita. A interventi dell’uomo che prevaricano l’ambiente corrisponde la violenza della natura.
- La sicurezza nel lavoro. Tema fortemente avvertito in Italia. Usando le parole di papa Francesco, è come «l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare, ed è sempre troppo tardi!».
- Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti. La Svizzera è indiscutibilmente una terra d’immigrazione. Ciò si riflette nella diversità della popolazione del Paese, composta per oltre il 30% da persone immigrate di prima generazione. La Confederazione Elvetica è tra le nazioni in cui questa percentuale è più alta. Complessivamente oltre il 40% della popolazione ha un passato migratorio. I lavoratori stranieri hanno largamente contribuito alla prosperità del Paese.
Per approfondire
T. Ricciardi, Morire a Mattmark. L'ultima tragedia dell'emigrazione italiana, Donzelli, 2025 (nuova edizione), pp. 200. Se Mattmark non è più una «Marcinelle dimenticata», resta ancora un interrogativo: l’Italia e anche la stessa Svizzera sono state all’altezza della storia? Con questa domanda Toni Ricciardi, storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra e l’Istituto di Storia dell’Europa mediterranea (Isem-Cnr), a sessant’anni di distanza dalla tragedia, introduce questa nuova edizione del suo lavoro.
Il 30 agosto 1965, in pochi secondi, accadde l’irreparabile: «Niente rumore. Solo, un vento terribile e i miei compagni volavano come farfalle. Poi ci fu un gran boato, e la fine. Autocarri e bulldozer scaraventati lontano». A parlare è uno dei sopravvissuti intervistati nel libro, uno dei testimoni della valanga di più di 2 milioni di metri cubi di ghiaccio che seppellì 88 lavoratori. Di questi, 56 erano italiani.
Come a Marcinelle, la tragedia rappresentò una cesura nella lunga e travagliata storia dell’emigrazione italiana, segnando un punto di non ritorno. Inoltre, suscitò molto scalpore in tutta Europa: per la prima volta, stranieri e svizzeri morivano l’uno a fianco all’altro. Nei giorni successivi si scavò senza sosta con la speranza di trovare ancora vivi amici, padri, fratelli, figli. Ci vollero quasi due anni per recuperare i resti dell’ultima salma.
Questa storia si concluse nel modo peggiore: i tempi dell’inchiesta furono lunghissimi, oltre sei anni, e i diciassette imputati chiamati a rispondere dell’accusa di omicidio colposo furono tutti assolti, nonostante l’instabilità del ghiacciaio fosse nota da secoli. In appello andò anche peggio, con la conferma dell’assoluzione e la condanna dei familiari delle vittime al pagamento delle spese processuali. “Un manifesto rosa”. L’emigrazione italiana in Belgio e la tragedia di Marcinelle
Strano, però. Sì, strano. Nessun accenno alle condizioni di lavoro. A quale profondità i minatori avrebbero dovuto inabissarsi nel ventre della terra per scavare il carbone? Quante ore al giorno avrebbero dovuto lavorare là sotto? C’erano dei rischi? Rischi lavorativi? Rischi per la salute, a respirare tutta quella polvere di carbone? Niente. Il manifesto rosa non dice nient’altro.
Mio nonno non è mai emigrato in Belgio, ma aveva conservato con grande cura questo manifesto. Mi viene da pensare che, sfiancato dalla fame e dalla miseria, avesse preso in considerazione la possibilità di partire per lavorare nelle miniere belghe. Sarebbe mai ritornato? Perché è proprio nelle parole di propaganda altisonante di questo manifesto rosa che vanno cercati i motivi per cui nella tragedia della miniera di Marcinelle la maggior parte delle vittime era italiana. Tra queste, la maggior parte era partita dall’Abruzzo.
Una promessa
La Seconda guerra mondiale aveva lasciato in Italia ferite profonde. Una nazione, fatta a pezzi, da ricostruire, un’economia in ginocchio, interi territori ridotti in miseria. Fu allora che la promessa di una vita migliore apparve all’improvviso su curiosi manifesti rosa appesi per le strade delle città a dei paesi di tutta Italia. Un miraggio di speranza nel deserto che la guerra aveva lasciato dietro di sé. In molti lo leggono. Qualcuno se lo fa leggere. È una proposta. Di più. È una promessa. Un lavoro. Uno stipendio. Un lavoro nelle miniere di carbone, ben stipendiato. Belgio. Certo, significa separarsi dagli affetti e dai luoghi di sempre. Ma sarebbe stato per poco: si guadagna, si risparmia, e poi si ritorna a casa. Quel manifesto rosa è un proclama. A chiare lettere annuncia la liberazione dalla miseria. Una prospettiva di riscatto. Una via di fuga. Nel disastro della miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani. E la regione con il maggior numero di vittime fu l’Abruzzo. Era l’8 agosto del 1956. Fu il terzo incidente per numero di vittime nella storia dei minatori italiani emigrati. Il primo, per numero di morti, fu il disastro avvenuto nel 1907 a Monongah in West Virginia, negli Stati Uniti, dove le vittime furono in prevalenza italiane, in prevalenza molisane. Molise e Abruzzo: unite in un’unica regione fino al 1963, drammaticamente accomunate anche nelle condizioni di lavoro dei propri emigranti.Approfittate degli speciali vantaggi
Il 23 giugno 1946 tra il governo italiano e quello belga era stato firmato un trattato che prevedeva un gigantesco baratto. L’Italia doveva inviare in Belgio 2.000 lavoratori a settimana da impiegare nelle miniere. In cambio, il Belgio assicurava all’Italia una buona quantità di carbone per ogni minatore. Appena uscita dalla guerra, l’Italia contava milioni di disoccupati e aveva necessità di carbone per far ripartire le proprie industrie. In Belgio, invece, la mancanza di manodopera nelle miniere frenava la produzione. Il governo italiano considerava l’emigrazione come il principale fattore economico per la ricostruzione del Paese tramite le rimesse, ovvero il trasferimento del denaro degli emigranti verso il Paese d’origine, e poiché in Belgio c’era bisogno di manovalanza a basso costo incentivò la partenza di lavoratori che non trovavano impiego in Italia. Dell’accordo “minatori in cambio di carbone” – il trattato parlava testualmente di “accordo minatori-carbone” – sui manifesti rosa della Federazione carbonifera belga, però, non c’era traccia. I minatori emigranti allora non ne furono messi a conoscenza. Lo scoprirono solo dopo il disastro di Marcinelle. E ne nacque una questione molto controversa. L’accordo “minatori-carbone” equiparava infatti i lavoratori a una merce. I minatori italiani sentirono di essere stati trattati come de-portati economici, venduti da un’Italia matrigna e cinica per qualche misero sacco di carbone. E se l’accordo si occupava di tutti gli altri aspetti dello scambio, si preferiva invece chiudere gli occhi, sia da parte delle autorità belghe che di quelle italiane, sulle condizioni di vita e di lavoro che effettivamente attendevano i lavoratori italiani destinati alle miniere del Belgio. Approfittate degli speciali vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Condizioni particolarmente vantaggiose di lavoro sotterraneo. Premio temporaneo, Assegni familiari, Assenze giustificate per motivi di famiglia, Carbone gratuito, Biglietti ferroviari gratuiti, Premio di natalità, Ferie, Alloggio. [caption id="attachment_62615" align="aligncenter" width="210"]
(illustrazione di Cristiano Lissoni)[/caption]
Propaganda
Pura propaganda. Pubblicità ingannevole, diremmo oggi. Perché nei vagoni di ogni treno erano stipate circa mille persone. E, una volta a destinazione, la promessa degli alloggi a prezzi scontati si svelava in tutta la sua cruda realtà. Baracche fatiscenti dove pochi anni prima erano stati rinchiusi i prigionieri di guerra. E apparve subito chiaro come per gli italiani emigrati non fosse possibile affittare un alloggio più dignitoso. Non solo per ragioni economiche. La gente del posto lo scriveva su cartelli: Ni animaux, ni étrangers ovvero “Né animali, né stranieri”. Non mancò infatti il disprezzo nei confronti degli emigranti italiani, a cui fu affibbiata l’etichetta dispregiativa di macaronì. E poi c’era l’impatto con la miniera e le “condizioni particolarmente vantaggiose di lavoro sotterraneo” che talvolta prevedevano che i minatori arrivassero a oltre mille metri di profondità. L’inesperienza, la mancanza di un periodo di formazione e l’ignoranza sulla reale situazione in cui avrebbero dovuto lavorare rendevano particolarmente traumatica la discesa in miniera. E non c’era nemmeno la consapevolezza che respirare quell’aria intrisa di polvere di carbone esponeva al rischio di contrarre la silicosi, una grave malattia professionale che ha portato alla morte centinaia di migliaia di minatori. Ma ormai non era più possibile tornare indietro. Chi rompeva il contratto poteva finire in carcere.La tragedia di Marcinelle
Pare che all’origine del disastro ci fu un’incomprensione tra i minatori che dal fondo del pozzo caricavano sull’ascensore i vagoncini con il carbone e i manovratori in superficie. Alle 8 e 10 del mattino dell’8 agosto 1956 un vagone di carbone rimase incastrato nella gabbia del montacarichi ma l’ascensore partì comunque. Nella risalita il carrello che sporgeva tranciò le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione. Le scintille causate dal cortocircuito fecero incendiare l’olio. Fu subito l’inferno. Un imponente incendio si estese alle gallerie superiori mentre sotto, a oltre mille metri di profondità, i minatori venivano soffocati dal fumo. Il fuoco infatti era divampato nel pozzo d’ingresso dell’aria e il fumo prodotto dalla combustione raggiunse ben presto ogni angolo della miniera. Fin dai primi istanti la gravità dell’incidente e l’impossibilità di trarre in salvo gli eventuali superstiti apparvero chiare ai soccorritori. Il 22 agosto, dopo due settimane di difficili ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava ancora a uscire dal pozzo, uno di loro, riemergendo affranto dalle viscere della miniera, sussurrò in italiano: “Tutti cadaveri”. A Marcinelle persero così la vita 262 minatori di diverse nazionalità ma per la maggior parte, 136, italiani. Di questi, 60 erano abruzzesi, di cui quasi la metà dai paesi di Manoppello e Lettomanoppello, in provincia di Pescara. Il ministro dell’Economia belga creò una commissione d’inchiesta alla quale presero parte due ingegneri del Corpo delle miniere italiane. Anche la Federazione carbonifera belga creò una propria commissione d’indagine. Le inchieste si proponevano di fare “ogni luce” su cosa fosse accaduto nella miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle la mattina dell’8 agosto 1956. Ma nessuna delle istituzioni mantenne pienamente le sue promesse.Da “macaronì” a “copains”
Fu la strage di Marcinelle a far superare i preconcetti sui minatori italiani. La tragedia infatti accomunò famiglie italiane e belghe nello stesso lutto e all’improvviso fu chiaro per tutti come lo sviluppo economico dell’intera nazione belga stesse poggiando anche sul lavoro di molti italiani, schiavi del carbone. Nel 1956, tra i 142.000 lavoratori impiegati nelle miniere belghe, 63.000 erano stranieri e, tra questi, 44.000 erano italiani. “Il nostro vicino, che non la smetteva mai di insultare mio padre, è venuto da noi piangendo”, dichiarò in un’intervista il figlio di un minatore. “La comunità italiana del Belgio ha pagato con il sangue il prezzo del suo riconoscimento”, commentò il quotidiano Le Monde. L’impressione della tragedia di Marcinelle trasformò i macaronì in copains, “amici”. Da quel dolore si avviò il processo di integrazione degli italiani in Belgio. Il prezzo pagato per ottenere il riconoscimento della dignità degli emigranti italiani fu di 136 vite, consumate in poche ore. Vite perdute per riscattare una dignità propria a ogni essere umano. La storia a venire era già pronta a chiudere gli occhi per dimenticare e riproporre lo spaventoso baratto. Nel 2012 la miniera di Marcinelle è stata inserita tra i siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Un riconoscimento, certo, ma soprattutto un monito. Per non dimenticare gli incidenti sul lavoro che hanno segnato le pagine più buie della storia dell’emigrazione. (Luigi Dal Cin, "Migranti Press" n. 6 - giugno 2025) [caption id="attachment_62616" align="aligncenter" width="555"]
(illustrazione di Cristiano Lissoni)[/caption] L’Italia delle partenze e dei ritorni. Pensionati migranti di ieri e oggi: Un convegno INPS e Fondazione Migrantes
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Roma - Da anni attiva sul tema dell’emigrazione, della mobilità e delle ricadute che queste hanno sul territorio l’Associazione AsSud ha istituito il Centro Studi e Ricerche sul tema “Osservatorio permanente delle Radici Italiane” (ORI), in modo da coordinare e dare maggiore impulso alle varie azioni che in questi anni l’Associazione ha promosso, sostenuto, diretto, in collaborazione con Istituzioni, Università, Case Editrici, Scuole, e tutti gli attori territoriali e le comunità locali. L’Osservatorio svolge le funzioni di monitorare in modo permanente tutto ciò che attiene alle radici, all’identità ai valori italiani, tanto sul piano teorico che empirico, sia per il passato che per il presente, dentro e fuori i confini nazionali. Tra le iniziative di questo periodo una ricerca dal titolo “Scoprirsi Italiani: i viaggi delle radici in Italia”.