Tag: Emigrazione Italiana

Mei, gli sviluppi del progetto “La Fune Azzurra – Lo sport italiano nei cinque continenti”

14 Settembre 2026 - In occasione della la Giornata dello Sport Italiano nel Mondo, il Museo nazionale dell’emigrazione italiana (Mei) ha presentato i primi aggiornamenti di “La Fune Azzurra – Lo sport italiano nei cinque continenti”, progetto di ricerca portato avanti insieme a Fondazione Migrantes e realizzato con i fondi dell’8xmille Cei che punta a ricostruire per la prima volta la storia e l'attualità dello sport praticato dagli emigrati italiani e dai loro discendenti nel mondo, oltre a una parte specifica riservata al ruolo dello sport per gli immigrati nel nostro Paese. A 6 mesi dall’avvio, "La Fune Azzurra" entra in una nuova fase con il lancio di una campagna virale vuole raggiungere le varie comunità italiane nel mondo, con contenuti video e social dedicati al progetto che saranno diffusi attraverso la rete dei numerosi partner della ricerca. A questo link è possibile partecipare al questionario https://www.museomei.it/it/la-fune-azzurra Sono già oltre 100 i club coinvolti nella ricerca e, con la riapertura delle scuole, il progetto sarà esteso anche alle scuole italiane all’estero. La ricerca, che si concluderà nella primavera del 2027, punta a ricostruire per la prima volta in maniera organica la storia e l’attualità dello sport praticato dagli emigrati italiani e dai loro discendenti nei cinque continenti. A marzo è previsto un convegno internazionale dedicato alla restituzione dei risultati e alla presentazione del report, con il patrocinio del  Maeci e del Ministero per lo Sport e i Giovani. Gli esiti della ricerca confluiranno inoltre in una pubblicazione e in un documentario dedicato alla storia dello sport dell’emigrazione italiana e al contributo delle comunità italiane alla diffusione della cultura sportiva nel mondo.

“Italiani nel mondo risorsa per l’Italia”. La presentazione del RIM alla Festa nazionale dell’Unità

10 Settembre 2026 - È iniziata il 1° settembre scorso a Reggio Emilia la Festa nazionale dell’Unità promossa dal Partito Democratico, che proseguirà fino al 13 settembre, giorno in cui, alle 11.00, si terrà il dibattito “Italiani nel mondo risorsa per l’Italia – Dignità, cittadinanza, diritti”.
I lavori inizieranno alle 11.00 in Sala Europa introdotti da Luciano Vecchi, responsabile del Pd Mondo. Seguirà la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes a cura di Delfina Licata. Interverranno i parlamentari eletti all’estero Nicola Caré, Andrea Crisanti, Christian Di Sanzo, Francesco Giacobbe, Francesca La Marca, Fabio Porta e Toni Ricciardi, la segretaria generale del Cgie Maria Chiara Prodi, Francesca Barbanti, Matteo Bracciali, Filippo Ciavaglia, Federico Conte, Gianluca Lodetti, Pietro Lunetto e Laura Salsi. Tutti i dibattiti saranno trasmessi in streaming sul canale YouTube del Partito Democratico. (fonte: Aise) 

“Tondi orizzonti”. Raccontare il dolore e i sogni di chi è emigrato

17 Agosto 2026 - Tondi orizzonti è il secondo libro – realizzato insieme a Fondazione Migrantes e Terre di mezzo editore, con le illustrazioni di Cristiano Lissoni –, per raccontare ai più giovani l’emigrazione degli italiani nel mondo. Mentre i capitoli del primo volume, Sulla porta del mondo, fanno riferimento a ciascuna delle regioni d’Italia di cui ho voluto narrare storie emblematiche – drammatiche o felici – in grado di rappresentare le caratteristiche specifiche di ciascun flusso migratorio regionale (le motivazioni legate al contesto storico-geografico, le differenti destinazioni, lo specifico apporto culturale nei Paesi d’arrivo, i personaggi più rappresentativi...), in Tondi orizzonti i capitoli si riferiscono, invece, alle 10 nazioni del mondo in cui gli italiani sono emigrati in maggior numero. Il titolo del libro vuole richiamare la forma del mondo ma, allo stesso tempo, anche evocare orizzonti di spazio e di tempo non lineari, in grado di unire gli stessi destini, gli stessi drammi, le stesse speranze, in un’esperienza, quella migratoria, che nella storia dell’umanità accomuna le generazioni e i popoli. Si tratta di un’opera frutto di un lavoro intenso che, con l’aiuto di Fondazione Migrantes, ha richiesto notevole ricerca e studio, un percorso a volte straziante per le vicende che ho incontrato, con la volontà di far rivivere soprattutto le vicissitudini di coloro che sono spesso stati considerati dalla storia gli ultimi della società, ovvero le donne e i bambini migranti. Tondi Orizzonti Dal Cin
Dalla Ciociaria a soffiar vetro in Francia
“Nella vetreria Legras – racconta il piccolo Giuseppe Polese condotto nel 1896 dai trafficanti di bambini Vozza e Carlesimo dalla provincia di Frosinone a St. Denis, in Francia – io fui collocato in un fosso dove l’operaio soffiava il vetro rovente; era troppo faticoso, riuscii ad abbandonarlo, ma fui messo ad altro lavoro faticosissimo, a soffiare la pasta rovente, ma vi ero obbligato con palettate dagli operai francesi. Ferito alla testa, scottato in parecchie parti, fui addetto al trasporto: 1400 viaggi al giorno, per un 400 metri, ma anche lì, sempre percosse. Il mio salario era di lire 50 al mese, ma lo riscuoteva il Vozza che sapeva il francese e mi dava mezza lira la domenica, pane duro la mattina, minestra di cavoli la sera. Quando ci coricavamo sulla paglia ci facevan levare la camicia per non farla consumare. Una mattina, il compagno Francesco Fraioli non voleva andare a lavorare, perché non si fidava: fu obbligato dal Carlesimo ad andare. All’officina si accorsero che stava male e a mezzanotte un commesso della fabbrica lo riportò moribondo: portato all’ospedale morì lo stesso giorno. Noi compagni lo accompagnammo al cimitero e gli portammo dei fiori. La cassa ed il trasporto lo pagammo noi, compagni. Poco dopo anche l’altro Fraioli, Felice, non si fidava di lavorare. Ma Vozza veniva all’officina e l’obbligava a lavorare”.
Ernestina, dalla Val d’Aosta all’orrore di Ellis Island
Ernestine Branche era invece una ragazza valdostana che a ventidue anni, nel 1912, arrivò come emigrante a New York. Scriveva: “Soltanto quelli che hanno conosciuto la tragedia di quell’isolotto nei giorni della grande immigrazione sono in grado di comprenderne tutti gli orrori: uomini, donne, bambini gettati alla rinfusa, senza alcun riguardo, come degli animali, mentre gli impiegati, abituati a quel disordine migratorio, urlavano loro selvaggiamente in una lingua che nessuno riusciva a comprendere e li spingevano tutti come se si fosse trattato di animali spinti al macello. […] Perché non c’era qualche donna dal cuore tenero che si prendesse pena di tante miserie, di tante lacrime? Erano considerati come dell’immondizia umana, poiché le grida continuavano senza tregua né pausa. Sì, erano considerati come dell’immondizia umana da quegli impiegati senza cuore che non si ricordavano che erano essi stessi discendenti da tutta quella miseria umana trasportata in America, dove poi, grazie al lavoro e alle privazioni, erano riusciti a crearsi una posizione mangiando un pane condito con lacrime”.
Il cuore del libro è la narrazione
Documentata ricostruzione storica, innanzitutto, ma il cuore delle pagine di Tondi orizzonti rimane comunque la narrazione. Le parole della narrazione offrono, infatti, nuova informazione alla nostra mente, ma sono in grado di realizzare molto di più rispetto alla semplice somministrazione di dati: possono suscitare immedesimazione, emozioni, sentimenti, affetto, empatia, commozione. E i nostri punti di vista, le nostre prospettive, le nostre vite – come quelle dei più giovani – cambiano davvero non quando riceviamo più informazioni, ma quando ci commuoviamo. Per questo ho voluto ancora una volta che il cuore di questo libro, oltre alle rigorose informazioni storiche e alle precise statistiche, fosse narrativo: un cuore che pulsa di storie vere vissute da persone vere. Con il desiderio che, in colui che le leggerà, lo sguardo verso chi arriva da lontano possa diventare più consapevole e più familiare e, lo spero davvero, anche più umano: specie per le giovani generazioni che non hanno avuto la possibilità di ascoltare racconti personali di emigrazione da parte di testimoni familiari. E rispetto alle testimonianze familiari, sappiamo bene come i giovani lettori pretendano dall’adulto, innanzitutto, sincerità e onestà.
L’autore si mette in gioco. L’incipit
Nel definire la cornice narrativa che collega i diversi capitoli, non ho pertanto avuto alcun dubbio sulla necessità di mettermi in gioco raccontando, io per primo, la verità della mia famiglia. Ecco l’incipit di Tondi orizzonti:
“Fisso la pila di lettere che ho qui sulla mia scrivania. Sono 103 lettere custodite da altrettante buste azzurro chiaro, con incollato francobollo canadese ed evidenti scritte PAR AVION-VIA AIR MAIL-CORREO AEREO. Sono 103 lettere di carta leggera perché il prezzo del francobollo si pagava a peso. Sono le 103 lettere che mia zia Wilma, sorella di mio padre, nata nel 1929, scrisse da Toronto, Canada, dove era emigrata. Sono le 103 lettere indirizzate a sua madre Elda Palù, mia nonna, a suo papà Lorenzo Dal Cin, mio nonno, e a suo fratello più piccolo Renzo, nato nel 1936, che poi sarebbe diventato mio padre. La prima lettera è datata sabato 9 aprile 1955 ed è stata scritta sul piroscafo Arosa Star, l’ultima datata venerdì 23 dicembre 1955, scritta due giorni prima della tragedia che la colpì e che segnò di ulteriore dolore la mia famiglia. Wilma e Renzo avevano infatti un fratello maggiore, Luigi, nato nel 1925. Mio zio quindi si chiamava Luigi Dal Cin, come me. Guardo una sua fotografia. È maggio 1941, c'è scritto dietro, calligrafia elegante, inchiostro nero. Ha sedici anni, è in posa davanti alla porta della casa dei miei nonni, la riconosco. Ha i calzoncini corti, le gambe magre. Tiene un fucile tra le braccia. Non è un giocattolo, è un fucile vero. È serio. Aveva i capelli rossi e le lentiggini. Come me. Solo che a diciott’anni lui fu obbligato dai nazifascisti a partire soldato, sotto la brutale minaccia di incendiare la casa di mio nonno. Costretto a combattere dalla parte sbagliata, durante un bombardamento si unì ai partigiani – a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia – che volevano invece un’Italia democratica e libera dall’oppressione del regime fascista. Fu catturato e, su condanna del tribunale militare nazifascista, fucilato senza pietà nel campo sportivo di Parma, il 9 maggio 1944. Era un ragazzo. Aveva solo diciott’anni. La sua uccisione ha talmente segnato di dolore la mia famiglia che io, in ricordo, porto il suo stesso identico nome: Luigi Dal Cin. Guardo una sua fotografia, e penso al desiderio di vita, libertà, giustizia, pace per cui, ancora ragazzo, è morto Luigi Dal Cin. E penso che, oggi, quel desiderio di vita, libertà, giustizia, pace è lo stesso desiderio di vita, libertà, giustizia, pace che mi spinge a scrivere queste parole su questo foglio bianco. E poi tutte le prossime parole con cui riempirò i prossimi fogli. E sento che con queste parole, mai scritte prima, ho appena riportato mio zio Luigi Dal Cin a casa sua. Come in quei racconti irlandesi dove i fantasmi vagano afflitti e sospesi, finché qualcuno, pronunciando il loro nome, finalmente li rende liberi. Ora sapete tutto. No. Quasi tutto. Mia zia Wilma era bella, gentile, dolce, intelligente, generosa, divertente. In paese, a Codognè, gli anziani usano queste parole quando mi parlano di lei. Mi dicono che aveva molti pretendenti, ma non si era mai fidanzata, non si era ancora innamorata di nessuno di loro. Guardo una sua fotografia. È datata dicembre 1955, c'è scritto dietro, inchiostro nero. La stessa calligrafia elegante nella foto di mio zio Luigi, è la scrittura della loro mamma. Wilma lì aveva 26 anni. È seduta dietro un tavolino di legno bianco, in un giardino. Sullo sfondo una foresta di betulle. È in Canada. È davvero bella. Ride. Undici anni dopo il dramma della fucilazione di mio zio Luigi, mancando il primogenito che aiutasse mio nonno e mia nonna a tirare avanti, mia zia Wilma, a 26 anni, è emigrata da sola in Canada per lavorare e inviare soldi alla famiglia, che ne aveva bisogno. Wilma lavorava otto ore al giorno imbustando pezzi di carne che poi venivano venduti nei negozi al dettaglio. Ho letto con grande emozione tutte le lettere di mia zia Wilma. Poi le ho trascritte. In queste pagine ne riporterò alcuni stralci. Quelle parole sono un battito di cuore. Il suo, il mio, quello della mia famiglia. Una nuova audace impresa. Il Canada è una delle dieci nazioni dove gli italiani sono emigrati in maggior numero. Riportare le parole di Wilma è un modo per raccontare l’impatto che può avere l’esperienza migratoria sul cuore di una ragazza di 26 anni, nata e cresciuta nella campagna trevigiana, che parte da sola per andare lavorare a Toronto, la città più popolosa del Canada, senza conoscere una parola d’inglese. Ma sento che questo è un modo per riportare anche Wilma Dal Cin a casa sua”.
Riportare le storie a casa
“Riportare le storie a casa”: credo sia questo, in fondo, il compito dello scrittore. Quando mi sono immerso a raccontare il dolore e i sogni di chi è emigrato è per riportare quel dolore e quei sogni a casa loro. E credo che per comprendere meglio la realtà in cui viviamo, e poter quindi immaginare tutti insieme una futura società, sia necessario, oggi più che mai, riportare a casa le storie della migrazione degli italiani nel mondo. È un attimo poi percepire una connessione tra la nostra storia di emigranti e ogni migrazione, anche quella dei nostri tempi. E i ragazzi, questa tonda connessione, la sanno vedere più di noi adulti. A condizione che noi adulti abbiamo la forza e l’onestà di raccontare una delle verità più dolorose e coraggiose della storia d’Italia. (Luigi Dal Cin | “Migranti Press” 6 2026)

A 70 anni da Marcinelle, Fondazione Migrantes: «Una memoria che impegna tutti per l’oggi e il domani»

7 Agosto 2026 - L’8 agosto 2026 ricorrono i 70 anni dalla tragedia di Marcinelle: morirono 262 persone nella miniera di Bois du Cazier, tra cui 136 italiani. È per questo motivo che dal 2001 è stata indetta in questa data la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo; e, ora, l’Unione europea vuole trasformare l’8 agosto in una Giornata europea in memoria delle vittime degli infortuni sul lavoro e per la tutela e la dignità dei lavoratori. È poi di poche settimane fa la notizia che sono state identificate due nuove vittime tra i 14 corpi a cui non era ancora stato possibile dare un nome. 
Una memoria, tre ricorrenze
«Nel 2026 c’è una concomitanza particolarmente significativa – commenta il direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo, che recentemente compiuto una visita in Belgio per incontrare gli emigranti italiani – perché abbiamo da poco ricordato gli 80 anni della Repubblica italiana e quelli dell’Accordo italo-belga “uomini contro carbone”. Uno snodo delicato del secondo dopoguerra italiano ed europeo». “I belgi avevano bisogno di braccia e l’Italia aveva bisogno di carbone. Così, nel 1946, fu stipulato tra i due Stati il primo accordo di emigrazione assistita, termine edulcorato rispetto al trattamento amaro riservato a chi emigrava”. Così Luigi Dal Cin – nel suo recente racconto “Pregiudizio e riscatto” contenuto nel volume Tondi orizzonti. Emigranti italiani nel mondo (Fondazione Migrantes/Terre di Mezzo editore, 2026) – ha sintetizzato i contenuti del protocollo pensato per far rinascere i due Paesi, dopo la rovina della guerra. Ma anche la strage di Marcinelle è “figlia” di quell’iniziativa.
Prima e dopo Marcinelle
«Una volta mi sono trovato in Abruzzo, nel cimitero di Manoppello – continua mons. Felicolo –. C’erano tante tombe di defunti nella tragedia di Marcinelle: quanti italiani per anni hanno lavorato in condizioni impossibili, vivendo in abitazioni totalmente inadeguate? Quanti italiani prima di Marcinelle non potevano entrare nei bar belgi? Oggi sono parte integrante della società. Non possiamo non pensare a come accogliamo noi chi arriva in Italia in cerca di un futuro migliore, che garanzie di lavoro e quali possibilità alloggiative offriamo. Pensiamo allo sgombero della tendopoli di San Ferdinando in Calabria avvenuto nei giorni scorsi. Quanto c'è ancora da imparare da Marcinelle!».
La Chiesa italiana vicina ai parenti delle vittime
Marcinelle, per la Fondazione Migrantes, è anche il richiamo a uno dei suoi compiti pastorali, quello di sostenere i missionari per gli italiani all’estero: «In quel momento così tragico la Chiesa ebbe un ruolo importante: sacerdoti, religiosi e religiose e quanti potevano con generosità si fecero accanto a tante donne, mogli, mamme, sorelle, figlie rimaste senza mariti, figli, fratelli e padri. E quanto la Chiesa ha aiutato anche a fare da collante con la società belga!».
Marcinelle e le urgenze della mobilità umana
L’esperienza sul campo e la ricerca della Fondazione Migrantes sottolineano da tempo l’urgenza che il nostro passato e il nostro presente di emigrazione si parlino e siano uno stimolo per superare stereotipi e pregiudizi, ancora presenti quando parliamo in generale di mobilità umana. «Marcinelle – spiega mons. Felicolo – ci ricorda con un’attualità che deve sollecitare tutti, tre capisaldi della convivenza umana, che sono da tempo consolidati anche nella voce del Magistero della Chiesa: il diritto a un lavoro sicuro e a un alloggio decoroso; la dignità di tutti i migranti e il primato della persona sul profitto».
Ascoltare la memoria dell’emigrazione italiana
Alla memoria di Marcinelle dà voce anche Gli ultimi minatori. 8 agosto Marcinelle, un podcast realizzato dall’Associazione Nembresi nel mondo, scritto e narrato da Paolo Riva e Diego Ravier, con sound design e musiche di Angelo Miotto, prodotto da Intrecci media con il contributo di Fondazione Cariplo, in collaborazione con Cooperativa Impresa Sociale Ruah di Bergamo e anche con la Fondazione Migrantes. Il podcast raccoglie le voci di numerosi ex minatori italiani emigrati in Belgio. Sono testimonianze raccolte in anni di lavoro da Paolo Riva e Diego Ravier, per non perdere il racconto diretto di una generazione che ha conosciuto la miseria e l’emigrazione, le discriminazioni e il sacrificio, ma anche la soddisfazione e l’orgoglio di una vita costruita lontano da casa. Tra le voci del podcast c’è anche quella di Lino Rota, ex minatore e soccorritore, che ricorda ciò che vide scendendo nelle gallerie alla ricerca dei sopravvissuti. È disponibile su tutte le principali piattaforme di ascolto.
Non rassegnarsi alla «globalizzazione dell’impotenza»
«Dopo la doverosa e ancora commossa memoria, – conclude mons. Felicolo – la tragedia di Bois du Cazier ci richiama a un impegno per il presente e per il futuro che non possiamo lasciare solo alle parole dei discorsi di rito. Servono scelte, da quelle “piccole” della quotidianità di ciascuno a quelle “grandi” dei leader politici e dei governi, che tramutino l’impegno in cambiamenti. Una risposta indispensabile all’economia dello scarto, alla globalizzazione dell’indifferenza e a quella dell’impotenza, per usare le immagini incisive di Francesco e papa Leone XIV».

Il Museo dell’emigrazione italiana (Mei) celebra i suoi 4 anni con una serie di eventi. Il 12 maggio protagonista il RIM

30 Aprile 2026 - In occasione del suo quarto anniversario, il Mei - Museo nazionale dell’emigrazione italiana propone una serie di iniziative che, nel corso di oltre una settimana, accompagnano il pubblico in un percorso dedicato al racconto dell’Italia nel mondo, tra memoria, ricerca e valorizzazione delle eccellenze contemporanee. Le iniziative prendono il via venerdì 1° maggio. Tra gli eventi in programma, martedì 12 maggio alle ore 18, un approfondimento dedicato al Rapporto Italiani nel Mondo (RIM), il progetto editoriale e di ricerca della Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei, che da oltre vent’anni analizza i fenomeni migratori italiani attraverso dati ufficiali e contributi sociologici.  L’incontro avrà focus specifico sul tema della famiglia e della genitorialità in contesti di mobilità internazionale. Dopo l’introduzione del presidente del Mei, Paolo Masini, interverranno la sociologa Delfina Licata (Fondazione Migrantes), curatrice del Rapporto, con un contributo dedicato a “Oltre la fuga e la retorica, l’Italia dei talenti diversamente presenti”, e la giornalista internazionale Eleonora Voltolina, che affronterà il tema del costruire una famiglia all’estero. Il percorso si intreccerà inoltre con il racconto museale grazie all’intervento della curatrice del Mei Giorgia Barzetti, mentre le conclusioni saranno affidate a S.E. Mons. Gian Carlo Perego, Presidente della CEMI e della Fondazione Migrantes. “Un nuovo compleanno che festeggeremo non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo. Quattro anni rappresentano già un percorso importante, che si avvale di centinaia di importanti collaborazioni internazionali. Accanto alle tante opportunità che offriremo a Genova in questi giorni, per esempio, il pubblico in Sud America e in Bulgaria potrà visitare le nostre sale immersive installate in alcuni dei loro musei, per far conoscere le storie della nostra emigrazione anche all’estero.” sottolinea Paolo Masini.

ℹ️ Il programma completo.

Cosa è il Mei (Museo nazionale dell'emigrazione italiana)
Il Mei - Museo nazionale dell'emigrazione italiana – con sede a Genova, è nato dall’accordo tra il Ministero della Cultura, la Regione Liguria e il Comune di Genova con la volontà di raccontare molteplici aspetti del fenomeno migratorio italiano dall’Unità d’Italia ad oggi. Il riallestimento multimediale è visitabile all'interno della Commenda di San Giovanni di Pré, ristrutturata per l’occasione, e vive in stretta relazione con il Mu.MA - Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni e il Galata Museo del Mare. Da Genova milioni di italiani sono partiti diretti alle Americhe, all’Africa, all’Asia, all’Australia e all’Europa lasciando tutto per giocarsi un viaggio senza ritorno. Il MEI è nato per ricordare questi migranti, raccontare le storie e i motivi della partenza da punto di vista umano, storico, sociologico. Un museo innovativo e multimediale, dove i visitatori possono interagire con spazi e oggetti e vivere esperienze immersive grazie allo stato dell’arte della tecnologia. Vedere, ascoltare, imparare e mettersi alla prova, negli allestimenti scenografici di uno degli edifici medievali più̀ antichi della città. Il Museo è aperto dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.00.

“Come ponti sul mondo”. Il 2 ottobre a Roma l’anteprima della mostra immersiva su emigrazione e missione

30 Settembre 2025 - Giovedì 2 ottobre alle ore 11, a Roma, presso il Salone del Commendatore (Complesso di Santo Spirito in Sassia, Borgo Santo Spirito, 3) si terrà la presentazione di “Come ponti sul mondo. Scelte di vita, racconti di missione”, una mostra immersiva per rendere omaggio ai tanti missionari e alle tante missionarie che, partendo dal nostro Paese, hanno scelto di essere accanto e di accompagnare gli emigranti italiani nel mondo. La voce narrante è di Massimo Wertmüller. La mostra sarà visitabile dal 3 ottobre al 16 novembre – dalle ore 10 alle ore 18 – con ingresso libero presso la Sala della Quadreria nel complesso Santo Spirito in Sassia. Il programma:
Introduzione e moderazione
  • Paolo Masini, Presidente Fondazione Mei, ideatore e coordinatore del progetto.
Saluti istituzionali
  • Paola Canali, direttore UOC patrimonio e valorizzazione Complesso Monumentale Santo Spirito in Sassia.
  • Civita Di Russo, Vice Capo Gabinetto Presidente Rocca Regione Lazio.
Interventi
  • Mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale Fondazione Migrantes.
  • Mons. Graziano Borgonovo, Sottosegretario Dicastero per l’Evangelizzazione - Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo.
  • S.E. Mons. Samuele Sangalli, Segretario Aggiunto per l’Amministrazione del Dicastero per l’Evangelizzazione - Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari.
Presentazione della sala immersiva
  • Marisa Fois, Fondazione Migrantes.
Il progetto è stato realizzato dalla Fondazione Museo Nazionale dell’emigrazione italiana (Mei) e dalla Fondazione Migrantes, in occasione del Giubileo dei migranti e del mondo missionario (4 e 5 ottobre 2025), per ripercorrere la storia e dare voce anche all’attualità delle Missioni cattoliche italiane, volgendo lo sguardo all’intero universo missionario.
Ideazione e coordinamento scientifico: Paolo Masini, Fondazione MEI, e Delfina Licata Fondazione Migrantes. Ricerca storica ed elaborazione testi: Marisa Fois, Fondazione Migrantes. Consulenza storica: Raffaele Iaria, giornalista. Consulenza museale: Giorgia Barzetti, Museo MEI. Co-progettazione e realizzazione: Opera Laboratori. Hanno partecipato alla realizzazione dei contenuti: Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (De Propaganda Fide), Congregazione Missionari di San Carlo – Scalabrinani, Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù – Cabriniane, Archivio Storico “De Propaganda Fide” (Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli), Archivio della Fondazione Migrantes, Archivio Generale Scalabriniano, Istituto Storico Scalabriniano. Mei Mostra Roma 2025 Emigrazione e missione

Migranti e lavoro, il 60° anniversario della tragedia di Mattmark: una riflessione e un libro

28 Agosto 2025 - La tragedia della diga di Mattmark, in Svizzera, è considerata l'ultima grande strage sul lavoro di emigrati italiani. A 60 anni esatti da quell'evento terribile (30 agosto 1965), proponiamo una riflessione di don Carlo De Stasio, che attualmente si occupa della pastorale dei migranti nella diocesi di Coira (Svizzera), e un libro di Toni Ricciardi sulla storia e sugli esiti di quella tragedia. "La Fondazione Migrantes - ricorda mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale dell'organismo della Cei - è da sempre vicina a tutti gli italiani e le italiane che si spostano e lavorano all'estero: è nata proprio con questa vocazione. Tanto più in queste occasioni, in cui si fa memoria del loro sacrificio, ma anche del loro desiderio di una vita migliore nelle terre in cui hanno scelto di andare".
Il 30 agosto 1965, una data che rimane impressa nella storia dell’emigrazione italiana in Svizzera, 88 lavoratori persero la vita nella più grande e devastante tragedia industriale del Paese. La diga di Mattmark era un importante progetto idroelettrico che avrebbe dovuto fornire energia elettrica a gran parte della Svizzera. La costruzione della diga richiese la presenza di oltre 1.000 lavoratori, principalmente migranti, che lavoravano in condizioni difficili e pericolose. Alle 0re 17,20 di quel giorno, una enorme valanga di ghiaccio e detriti, staccatasi dal ghiacciaio dell’Allalin, travolse disastrosamente le baracche-alloggio dei lavoratori, la mensa e le officine del cantiere. Il doloroso bilancio fu di 88 vittime, 86 uomini e 2 donne, di cui 56 italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci e 1 apolide. La tragedia scosse l'opinione pubblica svizzera e italiana. Le autorità elvetiche e le imprese di costruzione della diga furono criticate per la scarsa supervisione del cantiere e per non aver garantito condizioni di lavoro e alloggio sicure per gli operai. La commissione d’inchiesta lavorò per oltre sei anni e 17 persone furono accusate di omicidio colposo. Furono tutti assolti, in quanto i giudici stabilirono che si trattò di una catastrofe naturale. Non solo il danno, 88 vittime, famiglie distrutte e in lutto; condizioni lavorative precarie e pericolose, senza adeguate protezioni sociali. Ma anche la beffa. In appello, i familiari delle vittime furono condannate a pagare le spese processuali. La sciagura di Mattmark ci stimola a riflettere e a passare dalle parole ai fatti su tre urgenze che ci interpellano come cittadini e cristiani.
  • La salvaguardia del creato. Dobbiamo prenderci cura della nostra «casa comune», rispettare e preservare la natura; ciò è garanzia di vita. A interventi dell’uomo che prevaricano l’ambiente corrisponde la violenza della natura.
  • La sicurezza nel lavoro. Tema fortemente avvertito in Italia. Usando le parole di papa Francesco, è come «l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare, ed è sempre troppo tardi!».
  • Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti. La Svizzera è indiscutibilmente una terra d’immigrazione. Ciò si riflette nella diversità della popolazione del Paese, composta per oltre il 30% da persone immigrate di prima generazione. La Confederazione Elvetica è tra le nazioni in cui questa percentuale è più alta. Complessivamente oltre il 40% della popolazione ha un passato migratorio. I lavoratori stranieri hanno largamente contribuito alla prosperità del Paese.
In Italia abbiamo un forte bisogno di lavoratori immigrati per sostenere la nostra economia, essere competitivi e mantenere i livelli di qualità di vita attuali. Ma nonostante ciò, una parte delle forze politiche contrasta l’immigrazione e una buona parte dell’opinione pubblica si esprime negativamente. Eppure, tutti lo sappiamo, abbiamo bisogno di persone che emigrano; il loro apporto al bene dell’Italia è già da tempo vitale economicamente, socialmente e culturalmente. A sessant’anni dal tragico evento di Mattmark, siamo chiamati a fare memoria per rendere onore alle vittime e riceverne un monito per riconciliarci con il creato, lavorare dignitosamente, secondo giustizia e in sicurezza e vivere da «sorelle e fratelli tutti». (Carlo De Stasio)
Per approfondire
T. Ricciardi, Morire a Mattmark. L'ultima tragedia dell'emigrazione italiana, Donzelli, 2025 (nuova edizione), pp. 200. Se Mattmark non è più una «Marcinelle dimenticata», resta ancora un interrogativo: l’Italia e anche la stessa Svizzera sono state all’altezza della storia? Con questa domanda Toni Ricciardi, storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra e l’Istituto di Storia dell’Europa mediterranea (Isem-Cnr), a sessant’anni di distanza dalla tragedia, introduce questa nuova edizione del suo lavoro. Morire a Mattmark Il 30 agosto 1965, in pochi secondi, accadde l’irreparabile: «Niente rumore. Solo, un vento terribile e i miei compagni volavano come farfalle. Poi ci fu un gran boato, e la fine. Autocarri e bulldozer scaraventati lontano». A parlare è uno dei sopravvissuti intervistati nel libro, uno dei testimoni della valanga di più di 2 milioni di metri cubi di ghiaccio che seppellì 88 lavoratori. Di questi, 56 erano italiani. Come a Marcinelle, la tragedia rappresentò una cesura nella lunga e travagliata storia dell’emigrazione italiana, segnando un punto di non ritorno. Inoltre, suscitò molto scalpore in tutta Europa: per la prima volta, stranieri e svizzeri morivano l’uno a fianco all’altro. Nei giorni successivi si scavò senza sosta con la speranza di trovare ancora vivi amici, padri, fratelli, figli. Ci vollero quasi due anni per recuperare i resti dell’ultima salma. Questa storia si concluse nel modo peggiore: i tempi dell’inchiesta furono lunghissimi, oltre sei anni, e i diciassette imputati chiamati a rispondere dell’accusa di omicidio colposo furono tutti assolti, nonostante l’instabilità del ghiacciaio fosse nota da secoli. In appello andò anche peggio, con la conferma dell’assoluzione e la condanna dei familiari delle vittime al pagamento delle spese processuali.

“Un manifesto rosa”. L’emigrazione italiana in Belgio e la tragedia di Marcinelle

7 Agosto 2025 - In vista della 69esima ricorrenza della strage nella miniera di Marcinelle, a Bois du Cazier, dell'8 agosto 1956, ripubblichiamo un racconto di Luigi Dal Cin, "Un manifesto rosa", tratto dal suo volume "Sulla porta del mondo. Storie di emigranti italiani" (Terre di Mezzo editore, 2024), realizzato con la Fondazione Migrantes. Le illustrazioni sono di Cristiano Lissoni.  Lo tengo aperto qui da­vanti a me, sopra il foglio bianco ancora da scrive­re. L’ho trovato tra le vecchie carte di mio nonno, conservate nel baule in soffitta. Riposava lì, ripiegato su sé stesso, chis­sà da quanti anni. Un manife­sto rosa. “Operai italiani, condizioni particolarmente vantaggiose vi sono offerte per il lavoro sot­terraneo nelle miniere belghe.” E subito sotto il titolo un’invi­tante tabella con i salari gior­nalieri. A seguire: “Premio temporaneo. Per un periodo di 6 mesi, a partire dal 1° novem­bre 1951, gli operai delle minie­re riceveranno, in più del loro salario, un premio eccezionale e supplementare”. E poi, in bel­la evidenza, tutta una serie di benefici: “Assegni familiari, As­senze giustificate per motivi di famiglia, Carbone gratuito, Bi­glietti ferroviari gratuiti, Pre­mio di natalità, Ferie, Alloggio”. In fondo al manifesto: “Appro­fittate degli speciali vantag­gi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Il viaggio dall’Ita­lia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italia­ni firmatari di un contratto an­nuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall’Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d’uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”. Manifesto rosa Belgio Marcinelle Strano, però. Sì, strano. Nessun accenno alle condizioni di la­voro. A quale profondità i mi­natori avrebbero dovuto ina­bissarsi nel ventre della terra per scavare il carbone? Quante ore al giorno avrebbero dovuto lavorare là sotto? C’erano dei rischi? Rischi lavorativi? Rischi per la salute, a respirare tutta quella polvere di carbone? Niente. Il manifesto rosa non dice nient’altro. Mio nonno non è mai emigrato in Belgio, ma aveva conservato con grande cura questo mani­festo. Mi viene da pensare che, sfiancato dalla fame e dalla mi­seria, avesse preso in conside­razione la possibilità di partire per lavorare nelle miniere bel­ghe. Sarebbe mai ritornato? Perché è proprio nelle parole di propaganda altisonante di questo manifesto rosa che van­no cercati i motivi per cui nella tragedia della miniera di Mar­cinelle la maggior parte delle vittime era italiana. Tra que­ste, la maggior parte era parti­ta dall’Abruzzo.
Una promessa
La Seconda guerra mondia­le aveva lasciato in Italia feri­te profonde. Una nazione, fatta a pezzi, da ricostruire, un’eco­nomia in ginocchio, interi ter­ritori ridotti in miseria. Fu al­lora che la promessa di una vita migliore apparve all’improvvi­so su curiosi manifesti rosa ap­pesi per le strade delle città a dei paesi di tutta Italia. Un miraggio di speranza nel deserto che la guerra aveva lasciato dietro di sé. In mol­ti lo leggono. Qualcuno se lo fa leggere. È una proposta. Di più. È una promessa. Un lavo­ro. Uno stipendio. Un lavoro nelle miniere di carbone, ben stipendiato. Belgio. Certo, significa separarsi dagli affetti e dai luoghi di sem­pre. Ma sarebbe stato per poco: si guadagna, si risparmia, e poi si ritorna a casa. Quel manife­sto rosa è un proclama. A chiare lettere annuncia la liberazione dalla miseria. Una prospettiva di riscatto. Una via di fuga. Nel disastro della miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, persero la vita 262 minatori, di cui 136 italia­ni. E la regione con il maggior numero di vittime fu l’Abruz­zo. Era l’8 agosto del 1956. Fu il terzo incidente per numero di vittime nella storia dei minato­ri italiani emigrati. Il primo, per numero di mor­ti, fu il disastro avvenuto nel 1907 a Monongah in West Vir­ginia, negli Stati Uniti, dove le vittime furono in prevalenza italiane, in prevalenza molisa­ne. Molise e Abruzzo: unite in un’unica regione fino al 1963, drammaticamente accomuna­te anche nelle condizioni di la­voro dei propri emigranti.
Approfittate degli speciali vantaggi
Il 23 giugno 1946 tra il governo italiano e quello belga era sta­to firmato un trattato che pre­vedeva un gigantesco baratto. L’Italia doveva inviare in Bel­gio 2.000 lavoratori a settima­na da impiegare nelle miniere. In cambio, il Belgio assicurava all’Italia una buona quantità di carbone per ogni minatore. Ap­pena uscita dalla guerra, l’Italia contava milioni di disoccupa­ti e aveva necessità di carbone per far ripartire le proprie indu­strie. In Belgio, invece, la man­canza di manodopera nelle mi­niere frenava la produzione. Il governo italiano considera­va l’emigrazione come il prin­cipale fattore economico per la ricostruzione del Paese trami­te le rimesse, ovvero il trasfe­rimento del denaro degli emi­granti verso il Paese d’origine, e poiché in Belgio c’era bisogno di manovalanza a basso costo incentivò la partenza di lavo­ratori che non trovavano im­piego in Italia. Dell’accordo “minatori in cam­bio di carbone” – il trattato par­lava testualmente di “accordo minatori-carbone” – sui mani­festi rosa della Federazione car­bonifera belga, però, non c’era traccia. I minatori emigranti al­lora non ne furono messi a co­noscenza. Lo scoprirono solo dopo il disastro di Marcinelle. E ne nacque una questione mol­to controversa. L’accordo “mi­natori-carbone” equiparava in­fatti i lavoratori a una merce. I minatori italiani sentirono di essere stati trattati come de-portati economici, venduti da un’Italia matrigna e cinica per qualche misero sacco di car­bone. E se l’accordo si occupa­va di tutti gli altri aspetti del­lo scambio, si preferiva invece chiudere gli occhi, sia da par­te delle autorità belghe che di quelle italiane, sulle condizioni di vita e di lavoro che effettiva­mente attendevano i lavorato­ri italiani destinati alle miniere del Belgio. Approfittate degli speciali van­taggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Condizioni par­ticolarmente vantaggiose di la­voro sotterraneo. Premio tem­poraneo, Assegni familiari, Assenze giustificate per motivi di famiglia, Carbone gratuito, Biglietti ferroviari gratuiti, Pre­mio di natalità, Ferie, Alloggio. [caption id="attachment_62615" align="aligncenter" width="210"]Marcinelle Manifesto rosa (illustrazione di Cristiano Lissoni)[/caption]
Propaganda
Pura propaganda. Pubblicità in­gannevole, diremmo oggi. Per­ché nei vagoni di ogni treno erano stipate circa mille per­sone. E, una volta a destinazio­ne, la promessa degli alloggi a prezzi scontati si svelava in tut­ta la sua cruda realtà. Baracche fatiscenti dove pochi anni pri­ma erano stati rinchiusi i pri­gionieri di guerra. E apparve subito chiaro come per gli ita­liani emigrati non fosse possi­bile affittare un alloggio più di­gnitoso. Non solo per ragioni economiche. La gente del posto lo scrive­va su cartelli: Ni animaux, ni étrangers ovvero “Né animali, né stranieri”. Non mancò in­fatti il disprezzo nei confron­ti degli emigranti italiani, a cui fu affibbiata l’etichetta dispre­giativa di macaronì. E poi c’e­ra l’impatto con la miniera e le “condizioni particolarmente vantaggiose di lavoro sotterra­neo” che talvolta prevedevano che i minatori arrivassero a ol­tre mille metri di profondità. L’inesperienza, la mancanza di un periodo di formazione e l’ignoranza sulla reale situa­zione in cui avrebbero dovuto lavorare rendevano particolar­mente traumatica la discesa in miniera. E non c’era nemmeno la consapevolezza che respira­re quell’aria intrisa di polve­re di carbone esponeva al ri­schio di contrarre la silicosi, una grave malattia professio­nale che ha portato alla mor­te centinaia di migliaia di mi­natori. Ma ormai non era più possibile tornare indietro. Chi rompeva il contratto poteva fi­nire in carcere.
La tragedia di Marcinelle
Pare che all’origine del disa­stro ci fu un’incomprensione tra i minatori che dal fondo del pozzo caricavano sull’ascenso­re i vagoncini con il carbone e i manovratori in superficie. Alle 8 e 10 del mattino dell’8 ago­sto 1956 un vagone di carbone rimase incastrato nella gabbia del montacarichi ma l’ascenso­re partì comunque. Nella risali­ta il carrello che sporgeva tran­ciò le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione. Le scintille causate dal cortocircuito fece­ro incendiare l’olio. Fu subito l’inferno. Un impo­nente incendio si estese alle gallerie superiori mentre sotto, a oltre mille metri di profondi­tà, i minatori venivano soffo­cati dal fumo. Il fuoco infatti era divampato nel pozzo d’in­gresso dell’aria e il fumo pro­dotto dalla combustione rag­giunse ben presto ogni angolo della miniera. Fin dai primi istanti la gravità dell’incidente e l’impossibilità di trarre in salvo gli eventua­li superstiti apparvero chia­re ai soccorritori. Il 22 agosto, dopo due settimane di diffici­li ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava ancora a uscire dal pozzo, uno di loro, riemergendo affranto dalle vi­scere della miniera, sussurrò in italiano: “Tutti cadaveri”. A Marcinelle persero così la vita 262 minatori di diverse nazionalità ma per la maggior parte, 136, italiani. Di questi, 60 erano abruzzesi, di cui quasi la metà dai paesi di Manoppel­lo e Lettomanoppello, in pro­vincia di Pescara. Il ministro dell’Economia bel­ga creò una commissione d’in­chiesta alla quale presero parte due ingegneri del Corpo delle miniere italiane. Anche la Fe­derazione carbonifera belga creò una propria commissione d’indagine. Le inchieste si pro­ponevano di fare “ogni luce” su cosa fosse accaduto nella mi­niera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle la mattina dell’8 agosto 1956. Ma nessuna del­le istituzioni mantenne piena­mente le sue promesse.
Da “macaronì” a “copains”
Fu la strage di Marcinelle a far superare i preconcetti sui mi­natori italiani. La tragedia in­fatti accomunò famiglie italia­ne e belghe nello stesso lutto e all’improvviso fu chiaro per tutti come lo sviluppo econo­mico dell’intera nazione bel­ga stesse poggiando anche sul lavoro di molti italiani, schiavi del carbone. Nel 1956, tra i 142.000 lavo­ratori impiegati nelle miniere belghe, 63.000 erano stranieri e, tra questi, 44.000 erano ita­liani. “Il nostro vicino, che non la smetteva mai di insultare mio padre, è venuto da noi piangen­do”, dichiarò in un’intervista il figlio di un minatore. “La comu­nità italiana del Belgio ha pa­gato con il sangue il prezzo del suo riconoscimento”, commen­tò il quotidiano Le Monde. L’impressione della tragedia di Marcinelle trasformò i macaronì in copains, “amici”. Da quel do­lore si avviò il processo di inte­grazione degli italiani in Belgio. Il prezzo pagato per ottenere il riconoscimento della digni­tà degli emigranti italiani fu di 136 vite, consumate in poche ore. Vite perdute per riscattare una dignità propria a ogni esse­re umano. La storia a venire era già pronta a chiudere gli occhi per dimenticare e riproporre lo spaventoso baratto. Nel 2012 la miniera di Marcinelle è stata inserita tra i siti dichiarati Patrimonio dell’U­manità dall’Unesco. Un ricono­scimento, certo, ma soprattutto un monito. Per non dimentica­re gli incidenti sul lavoro che hanno segnato le pagine più buie della storia dell’emigra­zione. (Luigi Dal Cin, "Migranti Press" n. 6 - giugno 2025) [caption id="attachment_62616" align="aligncenter" width="555"]Marcinelle (illustrazione di Cristiano Lissoni)[/caption]

L’Italia delle partenze e dei ritorni. Pensionati migranti di ieri e oggi: Un convegno INPS e Fondazione Migrantes

5 Ottobre 2023 - Roma - “L’Italia delle partenze e dei ritorni. Pensionati migranti di ieri e oggi”. Sarà questo il titolo del convegno promosso dall’INPS  e dalla Fondazione Migrantes che si svolgerà martedì 10 ottobre, dalle 9,30, a Roma (Palazzo Wedekind, piazza Colonna 366). Sono previsti interventi sull’andamento dei trasferimenti all’estero e degli anziani che emigrano, sulle pensioni pagate all’estero, sul rientro in Italia da pensionati dei nostri emigranti oltre ad una tavola rotonda su “Quale futuro per le italiane e gli italiani che invecchiano? Tra pensione e mobilità”. Interverranno, nell'ordine, Delfina Licata della Fondazione Migrantes; Vito La Monica, Direttore centrale pensioni dell’INPS; Susanna Thomas, Direzione centrale Pensioni dell’INPS; Toni Ricciardi, storico delle migrazioni all’Università di Ginevra; Daniele Russo, Dirigente Direzione centrale Pensioni dell’INPS e Mons. Pierpaolo Felicolo, Direttore generale della Fondazione Migrantes al quale sono affidate le conclusioni prima della tavola rotonda. A quest'ultima interverranno, moderati da Fabio Insenga, vice direttore Adn Kronos, Micaela Gelera, Commissario Straordinario dell’INPS, Mons. Gian Carlo Perego, Presidente Fondazione Migrantes e Luigi Maria Vignali, Direttore Generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale.  

Mci Germania: la seconda giornata dei lavori del Convegno nazionale

5 Ottobre 2023 - Palermo - Per affrontare il tema della seconda giornata del convegno nazionale delle Missioni cattoliche Italiane in Germania – in corso fino a domani a Palermo - si sono posti a confronto e in dialogo le istituzioni della Chiesa italiana con quelli della Chiesa tedesca. Confronto e dialogo che si è sviluppato su tre livelli. Un primo livello è quello che ha posto uno di fianco all’altro due responsabili delle comunità di altra madre lingua di due diocesi tedesche: sono Hans-Paul Dehm, referente diocesano per le comunità di altra madrelingua a Fulda, e Sebastian Schwertfeger, vice-referente diocesano per le comunità di altra madrelingua dell’arcidiocesi di Berlino. “L’idea era quella di ascoltare le loro esperienze – spiega don Gregorio Milone, delegato nazionale delle Mci in Germania–, ma anche  cercare di prospettare il futuro delle nostre comunità”. Per il secondo livello la parola è passata a due vescovi, entrambi legati alle Commissioni per le migrazioni: mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, presidente Migrantes e CEMI della Conferenza episcopale italiana, e mons. Peter Birkhofer, vescovo ausiliare di Friburgo, membro della Commissione Migrantes  della Conferenza episcopale tedesca. “Una sorta di mutuo soccorso tra due Chiese sorelle e su come la Chiesa italiana può essere di supporto e di aiuto alle missioni di lingua italiana in Germania, come ad esempio la sofferenza che esse vivono per la mancanza di personale”. Il confronto, nel pomeriggio, si è spostato sul terzo ed ultimo livello dando la parola ai due direttori: il direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Paolo Felicolo, e il direttore nazionale della Germania della pastorale per gli stranieri, Lukas Schreiber. In serata la messa nella Cattedrale di Palermo, presieduta dall’arcivescovo mons. Corrado Lorefice, delegato Cesi per le Migrazioni, con l’animazione del coro “Arcobaleno di popoli”. A chiudere la seconda giornata, la cena a cura del ristorante “Moltivolti” nel quartiere Ballarò.  

Mci Svizzera: avviato il progetto Erasmus pastorale

4 Ottobre 2023 - Zurigo -Da alcuni giorni sono arrivati  a Zurigo tre giovani diaconi della Diocesi di Napoli (don Luigi Grieco, don Pasquale D'Orsi e don  Delio Montiero) che vivranno per sei mesi una intensa esperienza pastorale accanto ai missionari italiani in Svizzera e soprattutto accanto ai tanti italiani che risiedono nel territorio elvetico. A Zurigo sono stati accolti dal Coordinatore nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane, don Egidio Todeschini, da don Mimmo Basile che sta coordinando il progetto Erasmus pastorale, e dal Missionario di Kloten don Patryk e dalla collaboratrice pastorale Maria. I tre giovani diaconi abiteranno presso il seminario st. Beat di Lucerna sotto la direzione del rettore don Agnell e frequenteranno il Corso di tedesco; per il fine settimana i tre diaconi visiteranno le Missioni cattoliche Italiane, dove dal mese di Novembre svolgeranno il loro ministero a tempo pieno e avranno l’occasione di conoscere le Comunità cristiane di lingua italiana e di lingua tedesca o francese.

Istat: dal Nord del Paese oltre la metà degli emigrati italiani

1 Febbraio 2022 - Roma - Nell’ultimo decennio si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni anagrafiche di cittadini italiani per l’estero (emigrazioni) e un volume di ingressi che non bilancia le uscite (complessivamente 980mila espatri e 400mila rimpatri). Di conseguenza i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani sono negativi, soprattutto a partire dal 2015, con una media di 69mila unità in meno all’anno. Nel 2020 il saldo migratorio con l’estero degli italiani è negativo per 65.190 unità. Lo scrive oggi in una nota l’Istat sottolineando che nonostante la pandemia, nel 2020 il flusso più consistente di cancellazioni per trasferimento della residenza all’estero di cittadini italiani si è registrato nel Nord-ovest (36mila, +10% rispetto al 2019), seguito dal Nord-est (27mila, +2%); in aumento anche le emigrazioni in partenza dal Centro (20mila, +4%), mentre diminuiscono sensibilmente i flussi dal Mezzogiorno (39mila, -13% rispetto al 2019). Rispetto al 2019 la propensione a espatriare dei cittadini italiani residenti nel 2020 è stabile ed è pari a 2,2‰. "I tassi di emigratorietà sono sopra la media nazionale al Nord (2,6 espatri su 1.000 residenti italiani) e sotto la media al Centro e nel Mezzogiorno del Paese (2‰). La distribuzione degli espatri per regione di provenienza è eterogenea. «Il tasso di emigratorietà più elevato - si legge nel Report -  si ha in Valle d’Aosta/Vallée d'Aoste, Trentino-Alto Adige (in una posizione geografica di confine che facilita gli spostamenti con l’estero) e Molise (più di tre italiani per 1.000 residenti). Seguono Marche, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna (tassi di circa 2,5‰). Le regioni con il tasso di emigratorietà per l’estero più basso sono invece Puglia e Lazio (valori pari a circa 1,5‰). A livello provinciale, i tassi più elevati di emigratorietà degli italiani si rilevano a Bolzano/Bozen (4‰), Mantova, Vicenza e Macerata (tutte 3,6‰), Imperia, Isernia e Treviso (tutte 3,2‰); quelli più bassi si registrano nelle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani (1,2‰)".

Istat: un italiano emigrato su quattro ha almeno la laurea

1 Febbraio 2022 - Roma - Nel 2020 gli italiani espatriati sono soprattutto uomini (54%), ma fino ai 25 anni non si rilevano forti differenze di genere (20mila per entrambi i sessi) e la distribuzione per età è perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni fino alle età anziane, invece, gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi. Lo scrive oggi l'Istat. L’età media degli emigrati è di 32 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un’età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 14%. Considerando il livello di istruzione posseduto al momento della partenza, nel 2020 un italiano emigrato su quattro è in possesso almeno della laurea (31mila). Rispetto all’anno precedente, le numerosità dei laureati emigrati è in lieve aumento (+5,4%). L’incremento è molto più consistente se si amplia lo spettro temporale: rispetto a cinque anni prima gli emigrati con almeno la laurea crescono del 17%. Secondo l'Istat sono poco più di 40mila i giovani italiani tra i 25 e i 34 anni espatriati nel 2020 (il 33% del totale degli espatriati); di essi due su cinque (18mila) sono in possesso di almeno la laurea (+10% rispetto al 2019). Il numero dei rimpatri di giovani laureati si attesta su livelli nettamente più bassi (6 mila, -3,5% sul 2019), generando un saldo migratorio negativo che si traduce in una perdita di circa 12 mila unità. La riduzione degli espatri nel 2020 rispetto al 2019 (-0,9%) ha ridotto l’emigrazione giovanile del 7%, ma la quota dei laureati sul totale dei giovani espatriati è passata dal 38,7% del 2019 al 45,6% del 2020 .  Cresce anche l’incidenza degli espatriati laureati sulla popolazione italiana laureata di 25-34 anni, dal 9,9‰ del 2019 al 10,5‰ del 2020. Non si arresta, dunque - secondo l'Istituto di Statistica italiano - la fuga delle giovani risorse qualificate verso l’estero, nonostante le limitazioni imposte agli spostamenti durante le varie fasi della pandemia. .

Istat: la pandemia non ferma la migrazione degli italiani all’estero

1 Febbraio 2022 - Roma - Nel 2020 il volume delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di circa 160mila unità e segna un forte calo (-10,9% sul 2019) soprattutto per la riduzione, di circa un terzo, delle emigrazioni di residenti non italiani. Gli espatri dei cittadini italiani (pari a 120.950) diminuiscono soltanto dello 0,9%. Lo dice oggi l’Istat. L’impatto della pandemia sui flussi in uscita dal Paese – scrive - è “riconducibile tanto all’effetto diretto delle restrizioni alla mobilità internazionale, attuate per contrastare la diffusione del virus, quanto al clima di incertezza e difficoltà che può aver impattato negativamente sui progetti migratori”. Gli effetti congiunturali sono evidenti. Nei primi due mesi del 2020, le cancellazioni anagrafiche verso l’estero mostrano un andamento in linea con le tendenze più recenti: ossia un incremento del 26,3% rispetto allo stesso bimestre del 2019, dovuto soprattutto ai trasferimenti verso i paesi dell’Unione europea (+43,4%) e di America e Oceania (+47%), una decisa diminuzione dei flussi verso l’Africa (-53%) e, in misura minore, verso l’Asia (-7,8%). Durante la prima ondata (marzo-maggio 2020) i flussi di emigrazione per qualunque destinazione diminuiscono drasticamente (-31,7%) e risultano più che dimezzati (-54,2%) quelli diretti verso i paesi africani. Nella fase di transizione (giugno-settembre 2020) si riducono lievemente le uscite rispetto ai livelli medi del 2019 (-4,6%), grazie alla ripresa delle emigrazioni verso i paesi Ue (+7,3%), mentre continuano a diminuire le emigrazioni verso l’Africa (-50%). La seconda ondata (ottobre-dicembre 2020) provoca una nuova contrazione dei flussi in uscita, ma in misura meno marcata (-21,8% rispetto allo stesso periodo del 2019) della prima ondata.

Le Missioni Cattoliche Italiane e la loro “ricchezza” in Europa

15 Novembre 2021 - Roma - Anche grazie ai «milioni di emigranti italiani e di altri Paesi che stanno rinnovando il volto delle città», l’Europa sta diventando «un bel mosaico». Papa Francesco ha ricevuto, giovedì scorso, in Vaticano, circa 200 tra sacerdoti, laici e operatori impegnati nella pastorale con gli italiani residenti in Europa e partecipanti al convegno delle Missioni Cattoliche Italiane, promosso dalla Fondazione Migrantes, sul tema “Gli italiani in Europa e la missione cristiana. Radici che non si spezzano ma che si allungano ad abbracciare ciò che incontrano”. MCI che sono state la “casa” per tanti italiani «che erano lontano da casa”, come ha detto il direttore Migrantes, don Giovanni de Robertis. Le MCI possono essere, ha spiegato il presidente della Fondazione, l’arcivescovo mons. Gian Carlo Perego, «uno strumento, una ‘casa tra le case’ per un primo incontro, ma soprattutto un’esperienza e una comunità laicale che aiuta a intercettare, accompagnare e anche aiutare gli emigranti a non rompere quel filo sottile che li lega alla Chiesa ma a intraprendere un nuovo percorso di vita cristiana». Perego ha parlato di progetti «interlinguistici», «interculturali», ecumenici e interreligiosi, «liberi da stereotipi comuni e da contrapposizioni infruttuose». Comunità che «possano continuare a essere fonte di vita, di guarigione spirituale per le tante ferite di questo nostro continente», ha detto il Presidente della CEI, il card Gualtiero Bassetti evidenziando che «l’unica Italia a crescere non è sul nostro territorio nazionale ma è l’Italia che risiede all’estero». Ecco allora l’importanza di una presenza, come quella di sacerdoti di lingua italiana, a fianco dei nostri connazionali che oggi vivono all’estero  Una figura e un ruolo che va certamente ripensato: «una priorità e una necessità irrimandabile», dice don Luigi Usubelli, responsabile della MCI di Barcellona aggiungendo che il convegno vissuto a Roma «ha posto in luce la necessità dell'acquisizione di competenze interculturali da parte dei sacerdoti – in Italia e all'estero - in quanto la maggior parte di loro – causa la consistente mobilità contemporanea - entra inevitabilmente in contatto con cristiani di altre culture». Il sacerdote parte dalla base della Missione Cattolica Italiana, con la preoccupazione di andare e vedere e rendersi conto anche dell’evolversi delle situazioni, perché le persone cambiano e quindi «l’empatia con il popolo è cruciale, e bisogna, anche, andare a cercarli un po’ casa per casa e testimoniare l’attenzione della Chiesa per loro sia in senso umano sociale che spirituale e religioso», spiega don Pierluigi Vignola della MCI di Amburgo in Germania. Soprattutto per le comunità di vecchia generazione il sacerdote italiano, spiega don Gregorio Aiello della MCI di Genk, in Belgio, «stimola e incoraggia relazioni personali che sono alla base della vita comunitaria», un riferimento «prezioso per potersi esprimere potendo comunicare spontaneamente i sentimenti e le esperienze di gioia e dolore che accompagnano la vita». Naturalmente la Missione Cattolica di lingua italiana non è più quella di una volta: «non ci sono più i migranti con la valigia di cartone». Il sacerdote oggi è «un accompagnatore che si pone accanto e in cammino con la comunità dietro a Gesù in ascolto della sua parola», sottolinea don Pasquale Avena della MCI di Annecy, in Francia e il sacerdote, per sua natura, è «fautore di incontri», spiega don Valeriano Giacomelli, responsabile delle Missioni cattoliche Italiane in Romania: «l'incontro con i fratelli e le sorelle ha come prima finalità quella di instaurare relazioni costruttive, sane ma, come finalità ultima, quella di portarli o riportarli ‘all'incontro’ con Cristo e il suo messaggio di salvezza. Ritengo che tale pastorale ‘dell'incontro’ sia in modo particolare importante da incarnare nei confronti degli emigrati italiani che, per svariati motivi, si sono recati, per brevi o lunghi periodi, in altre nazioni dell'Europa o del mondo». La Chiesa è per sua natura missionaria e il sacerdote è chiamato a mettere in atto questa missione «vivendo in mezzo agli altri uomini come fratelli in mezzo ai fratelli con il ruolo di sentinella per poter scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo», sottolinea don Antonio Serra,  delegato delle Missioni cattoliche Italiane in Gran Bretagna che ricorda l’istituzione delle Missioni Cattoliche Italiane caratterizzate da «un modo di vivere, di pregare e di parlare solidamente ancorati alle radici della propria Patria. In un contesto di smarrimento e di incertezza i sacerdoti hanno rappresentato un punto di riferimento spirituale, sociale e linguistico per gli emigrati italiani in terra straniera». Oggi le MCI hanno «allargato il loro ambito di azione e sono diventate di Lingua Italiana per accogliere coloro che pur non essendo Italiani erano emigrati prima in Italia e poi all’estero». Un uomo, il sacerdote accanto a queste comunità, che sa «spendersi» per i nostri connazionali portando “speranza e gioia» a queste comunità, ha detto fra Sergio Tellan delle MCI in Ungheria. Comunità che grazie alla loro radicata religiosità popolare hanno «comunicato la gioia del Vangelo, hanno reso visibile la bellezza di essere comunità aperte e accoglienti, hanno condiviso i percorsi delle comunità cristiane locali», ha detto loro papa Francesco. La storia della Chiesa locale e la ricchezza “rigenerante delle comunità migranti fanno sì che Dio parli ancora alla Chiesa e parli con linguaggi nuovi», ha sottolineato il responsabile della MCI di Berma, p. Antonio Grasso. La «nostra presenza – spiega don Carlo De Staio, delegato delle Missioni Cattoliche Italiane in Svizzera - costituisce dono e ricchezza nella cooperazione tra le Chiese; mette in circolo esperienze e vissuti, modalità di azione pastorale e prassi locali e globali. Ciò che ci caratterizza sempre più è la passione per il Vangelo e la dedizione alla Chiesa che non hanno i confini ristretti di una lingua, di un’etnia o di una popolazione; con il nostro servizio ci sentiamo e viviamo la cattolicità, ci sentiamo protagonisti della chiamata alla universalità». (Raffaele Iaria)

Card. Bassetti: “l’emigrazione giovanile è un fenomeno che investe sempre più la comunità umbra”

4 Maggio 2021 - Perugia - “Con questo incontro la Chiesa umbra affronta un tema decisivo per il presente e per il futuro della nostra società. I giovani e il lavoro, infatti, sono due elementi cruciali che si riflettono non solo sull’economia ma anche sulla famiglia e l’educazione, sui diritti sociali e sulla robotica, sulla coesione sociale e sulla mobilità umana. Parlare del rapporto tra giovani e lavoro significa, in definitiva, parlare di una nuova questione sociale che è, al tempo stesso, una nuova questione antropologica”. A sottolinearlo è stato il Cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI, nell’intervenire all’incontro di riflessione e di preghiera sul tema “Giovani e lavoro: un cantiere aperto”, tenutosi nei giorni scorsi a Perugia. All’incontro, promosso dalla Commissione regionale per i problemi sociali e il lavoro, la pace e la custodia del Creato della Conferenza Episcopale Umbra, hanno partecipato in presenza circa trenta persone in rappresentanza delle Istituzioni civili e religiose e del mondo imprenditoriale e sindacale dell’Umbria, ed altre hanno preso parte in remoto, seguendo la diretta streaming trasmessa dai canali social di Chiesainumbria.it , del settimanale La Voce e dell’emittente Umbria Radio InBlu. A moderare i lavori è stata l’avv. Francesca Di Maolo, coordinatrice della Commessione regionale Ceu e presidente dell’Istituto Serafico di Assisi e a relazionare e a tracciare una sintesi dei vari interventi è stato il prof. Luca Fiorucci, docente ordinario di Economia e management delle imprese all’Università di Perugia. A precedere i relatori, tra cui la dott.ssa Laura Binda, responsabile delle risorse umane della Nestlé, sono state quattro testimonianze di storie di resilienze e intraprendenze nel mondo del lavoro di giovani delle Diocesi di Foligno, Spoleto-Norcia, Perugia-Città della Pieve e Terni-Narni-Amelia. “Il Cardinale Bassetti, nel suo intervento, si è soffermato sul rapporto giovani e lavoro prendendo spunto dal fenomeno riemergente dell’emigrazione che li riguarda da vicino. “Tra i nuovi emigranti italiani del XXI secolo, moltissimi sono i giovani – ha evidenziato il porporato –. Giovani che subito dopo la scuola superiore o dopo l’Università, lasciano il nostro Paese. Ne ho incontrati molti di questi giovani. Alcuni scelgono di partire come scelta di vita. Si sentono cittadini del mondo. Molti altri no. Vorrebbero rimanere in Italia ma sono costretti a partire. È questo un fenomeno su cui riflettere perché investe in pieno la nostra comunità regionale. Si riflette per esempio sulla formazione delle famiglie. Uno dei motivi per cui si ritarda la data del matrimonio riguarda proprio la mancanza del lavoro. E conseguentemente della casa e di ogni protezione sociale. E anche dopo il matrimonio, portare avanti una famiglia in questa situazione sociale così complessa diventa veramente difficile. Fare una famiglia oggi è in molti casi un gesto eroico. Penso per esempio alle giovani coppie con figli che vivono nelle grandi città. Ma anche nei nostri piccoli borghi umbri. Riuscire ad armonizzare la vita familiare e il lavoro è una sfida quotidiana dal risultato incerto”. “Mai come oggi, dunque, è veramente importante rimettere al centro della nostra attenzione il rapporto tra giovani e lavoro – ha commentato il card. Bassetti –. Si tratta di una grande questione su cui è opportuno riflettere e soprattutto fare delle proposte concrete sia per ciò che concerne la creazione di nuovi posti di lavoro e sia per ciò che riguarda le politiche sociali che armonizzino il rapporto tra famiglia e lavoro. Una di queste proposte è l’assegno unico universale: spero vivamente, come ho già avuto modo di scrivere su ‘Avvenire’, che il Governo fornisca un’adeguata dotazione finanziaria. Ma in generale, mi auguro che il recovery plan sia veramente di aiuto per far ripartire l’Italia dopo lo shock della pandemia”. Il cardinale, ribadendo quanto già detto in passato, ha parlato di una “nuova questione sociale”, che “si caratterizza per un potere pervasivo della tecnica e per uno sradicamento della persona umana, facendo passare nel silenzio invece una dimensione fondamentale del lavoro: la sua sacralità. Il lavoro è sacro, lo ha detto spesso Papa Francesco, perché attraverso di esso l’uomo si fa con-creatore del mondo. Le persone attraverso questa attività, che va svolta con equità e carità, acquisiscono una loro dignità. Una dignità che però perdono quando al lavoro si sostituisce lo sfruttamento oppure una lunga stagione di precariato e di umiliazione, fino alla disoccupazione”.

Bellunesi nel mondo: tre incontri sull’emigrazione italiana

10 Marzo 2021 - Belluno - L'Associazione Bellunesi nel Mondo, con il supporto della Biblioteca delle migrazioni “Dino Buzzati”, il Centro studi sulle Migrazioni “Aletheia” e Radio ABM, organizza un ciclo di incontri on line dal titolo “Migrar. Storie di emigrazione di gente di montagna”. Tre appuntamenti, a cura della storica Luciana Palla, che saranno trasmessi on line direttamente dal canale YouTube dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. Il primo, previsto per venerdì 12 marzo alle ore 18.00, riguarda Storie di donne nelle Dolomiti fra ottocento e novecento: protagonista sarà la figura femminile, ora assurta al ruolo di eroina ladina come Caterina Lanz durante le guerre napoleoniche, oppure grande imprenditrice turistica in Val di Fassa agli inizi del novecento come Maria Piaz, infine donne profughe dalle zone del fronte durante la prima guerra, e da ultimo storie di emigranti con le loro vite sofferte. Il secondo incontro, che si terrà venerdì 16 aprile prossimo, ripercorre La vita straordinaria dell’alpinista fassano Tita Piaz (1887-1948), il “Diavolo delle Dolomiti”, che rivoluzionò il ruolo di guida alpina e il modo di scalare le montagne. Fu però anche protagonista di primo piano nella vita politica dell’epoca, amico di Cesare Battisti, socialista e irredentista, poi antifascista e antinazista. Sul piano economico fu un antesignano dello sviluppo turistico di tipo moderno, facendo della montagna già agli inizi del novecento una risorsa di vita per la comunità dolomitica della Val di Fassa. Il terzo incontro, programmato per venerdì 14 maggio, Quando a partire eravamo noi, riguarda il tema dell’emigrazione, in particolare dai comuni di Colle Santa Lucia, Livinallongo e Rocca Pietore nell’Alto Agordino nella prima metà del novecento. Tutti gli incontri saranno trasmessi in diretta dal canale YouTube dell’Associazione Bellunesi nel Mondo: www.youtube.com/user/bellunesinelmondo.  

Un fumetto per raccontare emigrazione italiana

2 Dicembre 2020 - Bruxelles - Un fumetto per raccontare ai ragazzi una pagina dell'immigrazione italiana. "Una Storia Importante. 70 anni di immigrazione italiana in Belgio e oltre" è il titolo dell'opera, finanziata dal Ministero degli Esteri e realizzata dal disegnatore italo-belga Antonio Cossu, che ripercorre gli anni dell'immigrazione italiana dal 1946 ai giorni nostri, passando per la tragedia della miniera Bois Du Cazier di Marcinelle dell'8 agosto 1956, dove persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani. L'idea del fumetto è stata promossa dal Comitato degli italiani all'estero, Comites Belgio e sostenuta dalla Regione Vallonia "per il suo alto valore divulgativo ed educativo". I disegni di Antonio Cossu raccontano come negli anni '50, in Belgio non sono mancate le discriminazioni e i pregiudizi verso gli italiani. Ai minatori venivano promessi alloggi e buone paghe, ma vivevano in baracche di lamiera. "La storia dell'emigrazione italiana è stata, soprattutto nel primo decennio del dopoguerra, caratterizzata dalla sofferenza degli immigrati stigmatizzati e costretti a durissime condizioni di vita e di lavoro.

Migrantes: 131 mila le partenze per espatrio nell’ultimo anno

27 Ottobre 2020 - Roma - Da gennaio a dicembre 2019 si sono iscritti all’AIRE 257.812 cittadini italiani (erano poco più di 242 mila l’anno prima) di cui il 50,8% per espatrio, il 35,5% per nascita, il 6,7% per reiscrizione da irreperibilità, il 3,6% per acquisizione di cittadinanza, lo 0,7% per trasferimento dall’AIRE di altro comune e, infine, il 2,7% per altri motivi. Il dato oggi nel rapporto Italiani nel Mondo presentato dalla Fondazione Migrantes. In valore assoluto, quindi, nel corso del 2019 hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali, per solo espatrio, 130.936 connazionali (+2.353 persone rispetto all’anno precedente). Il 55,3% (72.424 in valore assoluto) sono maschi, il 64,5% (84.392) celibi o nubili e il 30% circa (39.506) coniugati/e. Si tratta di partenze più maschili che femminili al contrario di quanto visto per la comunità generale degli iscritti all’AIRE dove la differenza di genere si sta sempre più assottigliando e di persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, partono non unite in matrimonio poiché soprattutto giovani (il 40,9% ha tra i 18 e il 34 anni), ma anche giovani-adulti (il 23,9% ha tra i 35 e i 49 anni). D’altra parte, però, i minori sono il 20,3% (26.557) e di questi l’11,9% ha meno di 10 anni: continuano, quindi, le partenze anche dei nuclei familiari con figli al seguito. Diminuisce il protagonismo degli anziani (il 4,8% del totale ha dai 65 anni in su), ma non quello dei migranti maturi (il 10,1% ha tra i 50 e i 64 anni). Rispetto all’anno precedente riscontriamo una crescita generale del +1,8% che diventa il 5,5% dal 2017. In soli 4 anni le peculiarità di chi parte dall’Italia sono completamente cambiate più volte. Se dal 2017 al 2018 è stato riscontrato un certo protagonismo degli anziani, nell’arco degli ultimi quattro anni si rileva una crescita nelle partenze di minori dai 10 ai 14 anni (+11,6%) e di adolescenti dai 15 ai 17 anni (+5,4%), ai quali si uniscono i giovani (+9,3% dai 18 ai 34 anni) e gli adulti maturi (+9,2% dai 50 ai 64 anni). L’ultimo anno rispecchia la tendenza complessiva: l’Italia sta continuando a perdere le sue forze più giovani e vitali, capacità e competenze che vengono messe a disposizione di paesi altri che non solo li valorizzano appena li intercettano, ma ne usufruiscono negli anni migliori, quando cioè creatività e voglia di emergere sono ai livelli più alti per freschezza, genuinità e spirito di competizione. Il 72,9% dei quasi 131 mila iscritti all’AIRE da gennaio a dicembre 2019 si è iscritto in Europa e il 20,5% in America (di questi, il 14,3% in quella meridionale). Sono 186 le destinazioni scelte da chi ha deciso di risiedere all’estero nell’ultimo anno. Tra le prime 20 mete vi sono nazioni di quattro continenti diversi, ma ben 14 sono paesi europei. In quarta posizione troviamo il Brasile che insieme all’Argentina (8° posto) e agli Stati Uniti (7° posto) rappresentano il continente americano che si completa dell’Oceania con l’Australia (9° posto), dell’Asia (Emirati Arabi, 19° posto) e dell’Africa (Tunisia, 23° posto). Nelle prime posizioni si fanno notare paesi di “storica” presenza migratoria italiana. Al primo posto, ormai da diversi anni, vi è il Regno Unito (quasi 25 mila iscrizioni, il 19,0% del totale) per il quale vale sia il discorso di effettive nuove iscrizioni sia quello di emersioni di connazionali da tempo presenti sul territorio inglese e che, in virtù della Brexit, hanno deciso di regolarizzare ufficialmente la loro presenza complice il complesso e confusionario processo di transizione rispetto ai diritti, ai doveri, al riconoscimento o meno di chi nel Regno Unito già risiedeva e lavorava da tempo. A seguire la Germania (19.253, il 14,7%) e la Francia (14.196, il 10,8%), nazioni che continuano ad attirare italiani soprattutto legati a tradizioni migratorie di ricerca di lavori generici da una parte – si pensi a tutto il mondo della ristorazione e dell’edilizia – e specialistici dall’altra, legati al mondo accademico, al settore sanitario o a quello ingegneristico di area internazionale. Va considerato, inoltre, il mondo creativo e artistico italiano che trova terreno fertile in nazioni come la Francia e la Germania e, in particolare, in città come Parigi e Berlino. La Lombardia continua ad essere oggi la regione principale per numero di partenze totali ma non si può parlare di aumento percentuale delle stesse (-3,8% nell’ultimo anno). Il discorso opposto vale, invece, per il Molise (+18,1%), la Campania (+13,9%), la Calabria (+13,6%) e il Veneto (+13,3%). È necessario porre in evidenza un altro elemento: il dato della Sardegna (-14,6%) e, unitamente, anche quello della Sicilia (-0,3%), dell’Abruzzo (1,5%) e della Basilicata (3,4%) si spiega considerando la circolarità del protagonismo regionale. Vi sono regioni, cioè, che oggi hanno raggiunto un grado talmente alto di desertificazione e polverizzazione sociale da non riuscire più a dare linfa neppure alla mobilità nonostante le partenze in valore assoluto – ed è il caso della Sicilia in particolare – le pongano al terzo posto tra tutte le regioni di Italia per numero di partenze. In generale, quindi, le regioni del Nord sono le più rappresentate, ma nel dettaglio viene naturale chiedersi quanti pur partendo oggi dalla Lombardia o dal Veneto sono, in realtà, figli di una prima migrazione per studio, lavoro o trasferimento della famiglia dal Sud al Nord Italia.  

“L’influenza italiana sullo sviluppo, sulla cultura e lo sport nello Stato del Minas Gerais”: un convegno da domani in diretta streaming

5 Ottobre 2020 - Roma - Il X Seminario sull’ Emigrazione Italiana nel Minas Gerais si svolgerà in diretta streaming dal 6 al 10 ottobre 2020. L’ evento è promosso da “Ponte entre Culturas” e dal “Consiglio Generale degli Italiani all’Estero – CGIE” in partenariato con le Università Federali di Minas Gerais (UFMG) e di Juiz de Fora (UFJF) e con il patrocinio del Consolato d’ Itália in Belo Horizonte. Tra il 1875 e il 1960 – spiega una nota - quasi due milioni di italiani emigrarono in Brasile e quelli che vi rimasero - cioè circa un milione - costituirono la base per l'inizio della crescita demografica della componente italiana del popolo brasiliano. Minas Gerais è stata la terza area a ricevere immigrati italiani, dopo gli stati di São Paulo e Rio Grande do Sul: i dati esistenti suggeriscono che la popolazione di discendenti italiani in tutto il Minas Gerais è di circa due milioni. C'è anche una più recente immigrazione italiana, legata all'arrivo della FIAT negli anni '70, a cui si aggiunge una nuova ondata migratoria, iniziata negli anni 2000 e intensificatasi con la crisi globale del 2008. Nonostante l’importanza di questo fenomeno, gli studi sull’emigrazione italiana nello stato del Minas Gerais sono sempre stati molto scarsi. Per colmare questa lacuna nel 2005 è nato il progetto del Seminario sull’Emigrazione italiana nel Minas Gerais che si prefigge di incentivare la ricerca e divulgare i diversi aspetti e contributi dati dagli emigrati italiani allo sviluppo di questo Stato, in ambito culturale, socioeconomico e politico. Il seminario ha anche l’obiettivo di promuovere il dialogo tra Minas Gerais e l'Italia in diversi ambiti e, per questo motivo, il programma ha sempre dato spazio a temi contemporanei con la partecipazione di esperti italiani e brasiliani. L'evento è multidisciplinare, pubblico e gratuito previa iscrizione. Quest’anno si svolgerà on line in streaming su youtube. Il programma prevede tre sessioni con la presentazione di lavori di ricerca, conclusi o in corso, riguardanti il tema dell'influenza italiana nello Stato del Minas Gerais  su tre assi tematici: lo sviluppo economico e sociale regionale; la formazione culturale e identitaria nelle sue manifestazioni materiali e immateriali e la nascita, l'organizzazione e la diffusione dello sport. Le sessioni di apertura e di chiusura saranno dedicate a temi contemporanei come lo sviluppo sostenibile e il made in Italy, e ai rapporti bilaterali in ambito socioeconomico e culturale, con la partecipazione di rappresentanti istituzionali, ricercatori ed esperti italiani e brasiliani. Per info www.ponteentreculturas.com.br/seminario2020