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Belgio, “pregiudizio e riscatto”. A 70 anni dalla tragedia di Marcinelle
Tutto buio
Nel dopoguerra il Belgio è stato la prima destinazione dei flussi migratori in partenza dall’Italia: i belgi avevano bisogno di braccia e l’Italia aveva bisogno di carbone. Così, nel 1946, fu stipulato tra i due Stati il primo accordo di “emigrazione assistita”, termine edulcorato rispetto al trattamento amaro riservato a chi emigrava. Tutto fu buio: gli aspetti nascosti dell’accordo siglato tra gli Stati, una propaganda che metteva in evidenza i vantaggi di un lavoro in miniera e non citava difficoltà e rischi, la paura degli emigranti che si trovarono a lavorare nei budelli infernali delle miniere senza alcuna preparazione, la colpevole mancanza di sicurezza, le disumane sistemazioni nelle baracche, l’imbroglio delle paghe differenti da quelle prospettate e, non ultima, l’emarginazione dovuta a feroci stereotipi. Poi la data più buia di tutte, l’8 agosto 1956, quando si verificò il disastroso incidente minerario a Marcinelle con 262 morti dei quali 136, più della metà, italiani. Da quella data terminò gradualmente l’emigrazione collettiva dall’Italia al Belgio, mentre fu lentamente superata l’ostilità che molti belgi avevano riservato agli emigranti italiani e cominciò a essere riconosciuto da tutti il contributo straordinario fornito dagli italiani all’industria carbonifera del Belgio e, più in generale, allo sviluppo della sua economia. Un po’ di luce per gli italiani delle miniere. Ma, prima, la via belga fu davvero molto, molto buia. Fu nera. Molto nera. Come il carbone.Manodopera straniera
L’accordo con il Belgio del 1946 prevedeva che all’Italia fossero forniti 24 quintali di carbone all’anno per ogni emigrante italiano inviato in miniera. Ma, nella contrattazione, il governo italiano non riuscì a esercitare un ruolo forte per quanto riguardava la tutela dei lavoratori. Debole, nel dopoguerra, era infatti la considerazione internazionale dell’Italia e, invece, forte il ricordo del suo recente passato come Paese fascista e nemico. L’accordo tra Belgio e Italia, che prevedeva la “deportazione economica” verso le miniere belghe di centinaia di migliaia di italiani in cambio di carbone, fu per questo una specie di punizione nei confronti dell’Italia. Un accordo composto da un insieme di provvedimenti squilibrati: a vantaggio del governo belga e a svantaggio del governo italiano. A svantaggio soprattutto dei lavoratori emigranti. Già in partenza. Già nelle pratiche del reclutamento. Già con i primi pregiudizi.Pregiudizi in partenza
Secondo la Fédération Charbonnière de Belgique, la selezione dei lavoratori doveva infatti garantire che questi ultimi fossero, oltre che “elementi tecnicamente capaci” e fisicamente adatti al tipo di lavoro al quale erano destinati, anche adeguati all’ambiente in cui avrebbero dovuto vivere e confacenti a “rappresentare degnamente” i lavoratori italiani all’estero. Ed ecco il primo pregiudizio. Contro i lavoratori meridionali sussistevano molti stereotipi negativi, mentre il Nord Italia, per la più lunga esperienza di industrializzazione, era ritenuto dagli imprenditori belgi del carbone una zona di reclutamento migliore.Inferno sotto
Tra i traumi principali che attendevano gli emigranti italiani al loro arrivo nei bacini minerari belgi il più terribile era quello dell’impatto con le condizioni di lavoro. La prima “discesa al fondo” era, per uomini del tutto inesperti del mestiere di minatore, un tale trauma da impedire a molti di scendere sottoterra una seconda volta. La stragrande maggioranza dei minatori italiani veniva fatta lavorare sia nelle postazioni di “fondo” che di “vena”, ossia ricoprivano le posizioni più difficili e pericolose all’interno della miniera.Inferno sopra
A causa della scarsa esperienza lavorativa, i salari risultavano molto inferiori a quelli stampati sui manifesti rosa. […] E poi c’erano le condizioni in cui i minatori italiani in Belgio vennero inizialmente alloggiati. L’alloggio “conveniente”, previsto dall’accordo bilaterale Italia-Belgio, fu garantito solo sulla carta, perché in realtà si trattò di misere baracche, inizialmente utilizzate dai tedeschi occupanti per i prigionieri russi e polacchi e, successivamente, dai belgi per i prigionieri tedeschi.Riscatto
Dopo oltre tre quarti di secolo di presenza in Belgio, gli italiani oggi sono considerati con grande rispetto. Il prestigio degli incarichi di alcuni membri della collettività non ha eguale in nessun altro Paese europeo. [caption id="attachment_79630" align="aligncenter" width="671"]
(Cristiano Lissoni)[/caption] Marcinelle, mons. Perego: “Ci ricorda che i lavoratori migranti debbono essere particolarmente tutelati. Ieri come oggi”
✅ Leggi anche: "Un manifesto rosa. L’emigrazione italiana in Belgio e la tragedia di Marcinelle" (Luigi Dal Cin)
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Il monumento dedicato ai caduti italiani di Marcinelle (foto: Agrillo Mario)[/caption] “Un manifesto rosa”. L’emigrazione italiana in Belgio e la tragedia di Marcinelle
Strano, però. Sì, strano. Nessun accenno alle condizioni di lavoro. A quale profondità i minatori avrebbero dovuto inabissarsi nel ventre della terra per scavare il carbone? Quante ore al giorno avrebbero dovuto lavorare là sotto? C’erano dei rischi? Rischi lavorativi? Rischi per la salute, a respirare tutta quella polvere di carbone? Niente. Il manifesto rosa non dice nient’altro.
Mio nonno non è mai emigrato in Belgio, ma aveva conservato con grande cura questo manifesto. Mi viene da pensare che, sfiancato dalla fame e dalla miseria, avesse preso in considerazione la possibilità di partire per lavorare nelle miniere belghe. Sarebbe mai ritornato? Perché è proprio nelle parole di propaganda altisonante di questo manifesto rosa che vanno cercati i motivi per cui nella tragedia della miniera di Marcinelle la maggior parte delle vittime era italiana. Tra queste, la maggior parte era partita dall’Abruzzo.
Una promessa
La Seconda guerra mondiale aveva lasciato in Italia ferite profonde. Una nazione, fatta a pezzi, da ricostruire, un’economia in ginocchio, interi territori ridotti in miseria. Fu allora che la promessa di una vita migliore apparve all’improvviso su curiosi manifesti rosa appesi per le strade delle città a dei paesi di tutta Italia. Un miraggio di speranza nel deserto che la guerra aveva lasciato dietro di sé. In molti lo leggono. Qualcuno se lo fa leggere. È una proposta. Di più. È una promessa. Un lavoro. Uno stipendio. Un lavoro nelle miniere di carbone, ben stipendiato. Belgio. Certo, significa separarsi dagli affetti e dai luoghi di sempre. Ma sarebbe stato per poco: si guadagna, si risparmia, e poi si ritorna a casa. Quel manifesto rosa è un proclama. A chiare lettere annuncia la liberazione dalla miseria. Una prospettiva di riscatto. Una via di fuga. Nel disastro della miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani. E la regione con il maggior numero di vittime fu l’Abruzzo. Era l’8 agosto del 1956. Fu il terzo incidente per numero di vittime nella storia dei minatori italiani emigrati. Il primo, per numero di morti, fu il disastro avvenuto nel 1907 a Monongah in West Virginia, negli Stati Uniti, dove le vittime furono in prevalenza italiane, in prevalenza molisane. Molise e Abruzzo: unite in un’unica regione fino al 1963, drammaticamente accomunate anche nelle condizioni di lavoro dei propri emigranti.Approfittate degli speciali vantaggi
Il 23 giugno 1946 tra il governo italiano e quello belga era stato firmato un trattato che prevedeva un gigantesco baratto. L’Italia doveva inviare in Belgio 2.000 lavoratori a settimana da impiegare nelle miniere. In cambio, il Belgio assicurava all’Italia una buona quantità di carbone per ogni minatore. Appena uscita dalla guerra, l’Italia contava milioni di disoccupati e aveva necessità di carbone per far ripartire le proprie industrie. In Belgio, invece, la mancanza di manodopera nelle miniere frenava la produzione. Il governo italiano considerava l’emigrazione come il principale fattore economico per la ricostruzione del Paese tramite le rimesse, ovvero il trasferimento del denaro degli emigranti verso il Paese d’origine, e poiché in Belgio c’era bisogno di manovalanza a basso costo incentivò la partenza di lavoratori che non trovavano impiego in Italia. Dell’accordo “minatori in cambio di carbone” – il trattato parlava testualmente di “accordo minatori-carbone” – sui manifesti rosa della Federazione carbonifera belga, però, non c’era traccia. I minatori emigranti allora non ne furono messi a conoscenza. Lo scoprirono solo dopo il disastro di Marcinelle. E ne nacque una questione molto controversa. L’accordo “minatori-carbone” equiparava infatti i lavoratori a una merce. I minatori italiani sentirono di essere stati trattati come de-portati economici, venduti da un’Italia matrigna e cinica per qualche misero sacco di carbone. E se l’accordo si occupava di tutti gli altri aspetti dello scambio, si preferiva invece chiudere gli occhi, sia da parte delle autorità belghe che di quelle italiane, sulle condizioni di vita e di lavoro che effettivamente attendevano i lavoratori italiani destinati alle miniere del Belgio. Approfittate degli speciali vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Condizioni particolarmente vantaggiose di lavoro sotterraneo. Premio temporaneo, Assegni familiari, Assenze giustificate per motivi di famiglia, Carbone gratuito, Biglietti ferroviari gratuiti, Premio di natalità, Ferie, Alloggio. [caption id="attachment_62615" align="aligncenter" width="210"]
(illustrazione di Cristiano Lissoni)[/caption]
Propaganda
Pura propaganda. Pubblicità ingannevole, diremmo oggi. Perché nei vagoni di ogni treno erano stipate circa mille persone. E, una volta a destinazione, la promessa degli alloggi a prezzi scontati si svelava in tutta la sua cruda realtà. Baracche fatiscenti dove pochi anni prima erano stati rinchiusi i prigionieri di guerra. E apparve subito chiaro come per gli italiani emigrati non fosse possibile affittare un alloggio più dignitoso. Non solo per ragioni economiche. La gente del posto lo scriveva su cartelli: Ni animaux, ni étrangers ovvero “Né animali, né stranieri”. Non mancò infatti il disprezzo nei confronti degli emigranti italiani, a cui fu affibbiata l’etichetta dispregiativa di macaronì. E poi c’era l’impatto con la miniera e le “condizioni particolarmente vantaggiose di lavoro sotterraneo” che talvolta prevedevano che i minatori arrivassero a oltre mille metri di profondità. L’inesperienza, la mancanza di un periodo di formazione e l’ignoranza sulla reale situazione in cui avrebbero dovuto lavorare rendevano particolarmente traumatica la discesa in miniera. E non c’era nemmeno la consapevolezza che respirare quell’aria intrisa di polvere di carbone esponeva al rischio di contrarre la silicosi, una grave malattia professionale che ha portato alla morte centinaia di migliaia di minatori. Ma ormai non era più possibile tornare indietro. Chi rompeva il contratto poteva finire in carcere.La tragedia di Marcinelle
Pare che all’origine del disastro ci fu un’incomprensione tra i minatori che dal fondo del pozzo caricavano sull’ascensore i vagoncini con il carbone e i manovratori in superficie. Alle 8 e 10 del mattino dell’8 agosto 1956 un vagone di carbone rimase incastrato nella gabbia del montacarichi ma l’ascensore partì comunque. Nella risalita il carrello che sporgeva tranciò le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione. Le scintille causate dal cortocircuito fecero incendiare l’olio. Fu subito l’inferno. Un imponente incendio si estese alle gallerie superiori mentre sotto, a oltre mille metri di profondità, i minatori venivano soffocati dal fumo. Il fuoco infatti era divampato nel pozzo d’ingresso dell’aria e il fumo prodotto dalla combustione raggiunse ben presto ogni angolo della miniera. Fin dai primi istanti la gravità dell’incidente e l’impossibilità di trarre in salvo gli eventuali superstiti apparvero chiare ai soccorritori. Il 22 agosto, dopo due settimane di difficili ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava ancora a uscire dal pozzo, uno di loro, riemergendo affranto dalle viscere della miniera, sussurrò in italiano: “Tutti cadaveri”. A Marcinelle persero così la vita 262 minatori di diverse nazionalità ma per la maggior parte, 136, italiani. Di questi, 60 erano abruzzesi, di cui quasi la metà dai paesi di Manoppello e Lettomanoppello, in provincia di Pescara. Il ministro dell’Economia belga creò una commissione d’inchiesta alla quale presero parte due ingegneri del Corpo delle miniere italiane. Anche la Federazione carbonifera belga creò una propria commissione d’indagine. Le inchieste si proponevano di fare “ogni luce” su cosa fosse accaduto nella miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle la mattina dell’8 agosto 1956. Ma nessuna delle istituzioni mantenne pienamente le sue promesse.Da “macaronì” a “copains”
Fu la strage di Marcinelle a far superare i preconcetti sui minatori italiani. La tragedia infatti accomunò famiglie italiane e belghe nello stesso lutto e all’improvviso fu chiaro per tutti come lo sviluppo economico dell’intera nazione belga stesse poggiando anche sul lavoro di molti italiani, schiavi del carbone. Nel 1956, tra i 142.000 lavoratori impiegati nelle miniere belghe, 63.000 erano stranieri e, tra questi, 44.000 erano italiani. “Il nostro vicino, che non la smetteva mai di insultare mio padre, è venuto da noi piangendo”, dichiarò in un’intervista il figlio di un minatore. “La comunità italiana del Belgio ha pagato con il sangue il prezzo del suo riconoscimento”, commentò il quotidiano Le Monde. L’impressione della tragedia di Marcinelle trasformò i macaronì in copains, “amici”. Da quel dolore si avviò il processo di integrazione degli italiani in Belgio. Il prezzo pagato per ottenere il riconoscimento della dignità degli emigranti italiani fu di 136 vite, consumate in poche ore. Vite perdute per riscattare una dignità propria a ogni essere umano. La storia a venire era già pronta a chiudere gli occhi per dimenticare e riproporre lo spaventoso baratto. Nel 2012 la miniera di Marcinelle è stata inserita tra i siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Un riconoscimento, certo, ma soprattutto un monito. Per non dimenticare gli incidenti sul lavoro che hanno segnato le pagine più buie della storia dell’emigrazione. (Luigi Dal Cin, "Migranti Press" n. 6 - giugno 2025) [caption id="attachment_62616" align="aligncenter" width="555"]
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Marcinelle, Rossini: monito per tenere viva attenzione su lavoro e diritti migranti
Roma - La tragedia di Marcinelle, dove 64 anni fa persero la vita 262 minatori, di cui 132 italiani, è "un richiamo fondamentale che deve farci tenere sempre viva l’attenzione sul lavoro e sui diritti dei migranti”. Lo afferma il presidente nazionale delle Acli, Roberto Rossini. “Oggi gli sfruttati e gli ultimi provengono da altri Paesi e le Acli, che sono presenti in sedici stati del mondo, cercano di essere sempre dalla loro parte con i servizi di segretariato sociale e con l’attività associativa”.
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Marcinelle: una celebrazione ridotta ma intensa con i 262 rintocchi della campana e la lettura dei nomi delle vittime
Roma . Si è conclusa poco fa la celebrazione a Marcinelle nel ricordo della tragedia dell'8 agosto 1956 che ha causato 262 morti. Tra questi 136 italiani. Erano le 8,10 del mattino quando nella miniera scoppiò un incendio di vaste proporzione che non lasciò scampo. Pochi furono i supersiti.In quel momenti, infatti, erano di turno 274 uomini quando, a quasi un chilometro sotto terra, quota 975, si scatenò l’inferno. Oltre ai 136 italiani morirono 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 algerini, 3 ungheresi, 2 francesi, 1 inglese, 1 olandese, 1 russo e 1 ucraino.
Per la prima volte da qual giorno la celebrazione, a causa della pandemia in corso, si è svolta in forma ridotta con la partecipazione di 50 persone ammessi alla miniera di carbone di Bois du Cazier, in rappresentanza delle associazioni dei minatori e dei familiari delle vittime. La delegazione italiana è stata guidata dall'ambasciatrice d'Italia in Belgio, Elena Basile, che ha letto il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, subito dopo i 262 rintocchi della campana di Maria Mater Orphanorum intervallati dalla lettura dei nomi delle vittime.
“Anche quest’anno la cerimonia al Bois du Cazier è particolarmente commovente. Il ricordo del sacrificio dei minatori spinge a dedicare un pensiero anche alle vittime del Covid-19 e agli operatori sanitari che hanno perso la vita nell’esercizio del loro lavoro. Marcinelle incarna anche quest’anno la speranza di una società migliore dove il lavoro sia protetto e tutelato” – ha dichiarato l’Ambasciatrice Basile.
La cerimonia si è conclusa con la deposizione di corone di fiori a nome del Presidente della Repubblica Italiana, del Presidente della Camera dei deputati e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Raffaele Iaria
Mattarella: il sacrificio dei minatori a Marcinelle e di chi ha ha perso la vita sul luogo di lavoro “merita il rispetto dell’Italia intera”
Raffaele Iaria