La prospettata realizzazione di un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) a Castel Volturno e le preoccupazioni espresse dal fratello Vescovo mons. Pietro Lagnese, alle quali desidero unirmi con convinzione e fraterna vicinanza, sollecitano una riflessione che oltrepassa la singola vicenda territoriale e investe, più in profondità, l’indirizzo assunto dalle politiche migratorie nel nostro Paese. Da tempo assistiamo al progressivo consolidarsi di un modello che individua nella detenzione amministrativa uno degli strumenti privilegiati di governo delle migrazioni. Un modello che suscita interrogativi anche sul piano della sua effettiva efficacia, considerato che all’ampliamento delle strutture non corrisponde un proporzionale incremento dei rimpatri. Ma è soprattutto sul piano della tutela della persona che emergono le preoccupazioni più profonde. Le ripetute denunce di degrado materiale, carenze nell’assistenza sanitaria e situazioni di grave sofferenza psicologica all’interno dei Cpr, restituiscono un quadro difficilmente conciliabile con il rispetto della dignità umana, il cui riconoscimento non può essere subordinato ad alcuna valutazione di efficacia amministrativa. La vicenda di Castel Volturno rende particolarmente evidente un’ulteriore contraddizione. In territori segnati da radicate forme di sfruttamento lavorativo, marginalità sociale e presenza della criminalità organizzata, occorre interrogarsi sulle priorità dell’intervento pubblico. Non possiamo ignorare il rischio che si manifesti maggiore determinazione nel controllo di chi vive condizioni di vulnerabilità e non nel contrastare i meccanismi di sfruttamento e gli interessi di chi perversamente sfrutta quella stessa vulnerabilità. Risuona, a questo proposito, il monito di papa Francesco che, già nel 2014, metteva in guardia dai rischi del «populismo penale» allorché si tende ad affidare a strumenti repressivi la risposta a problemi sociali che richiederebbero, invece, ben altre politiche economiche, sociali e di inclusione. Non si tratta, naturalmente, di disconoscere il dovere delle istituzioni di governare i fenomeni migratori e di garantire sicurezza e legalità. Proprio la serietà di queste responsabilità esige, tuttavia, un impegno capace di intervenire sulle cause della marginalità, contrastare le filiere dello sfruttamento e promuovere condizioni di lavoro, di vita e di integrazione rispettose della dignità di ogni persona. La questione, del resto, non può essere ricondotta alla sola efficacia amministrativa. La privazione della libertà personale, quando non consegue alla commissione di un reato, interpella direttamente il valore della dignità umana, fondamento irrinunciabile di ogni convivenza umana umanizzante e giusta. Già papa Francesco, nel messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2018, esortava a privilegiare soluzioni alternative alla detenzione delle persone entrate irregolarmente nel territorio nazionale. Un orientamento che si inserisce nella costante sollecitudine della Chiesa verso i migranti e le persone private della libertà, riaffermata anche da papa Leone XIV nell’esortazione apostolica Dilexi te. Alla luce di queste considerazioni, si evince la necessità di un profondo ripensamento della politica nazionale dei Cpr, a cominciare dalla scelta di un ulteriore ampliamento della loro rete. Occorre interrogarsi con serietà sulla possibilità di privilegiare strumenti alternativi alla detenzione amministrativa e di investire maggiormente in percorsi di legalità, inclusione e accompagnamento delle persone. La sicurezza di una comunità non può essere misurata soltanto dalla sua capacità di controllo, ma anche dalla capacità di contrastare le ingiustizie, rimuovere le condizioni di sfruttamento e restituire dignità e prospettive a quanti vivono ai margini. Non ultimo, dal riconoscere ad ogni essere umano il diritto alla mobilità. Come Chiesa, siamo chiamati a custodire e testimoniare il riconoscimento della dignità inalienabile di ogni essere umano, che non dipende dalla cittadinanza, dalla provenienza o dalla condizione giuridica. È un principio che non può rimanere estraneo alle scelte della comunità politica, ma deve costituirne un riferimento essenziale, soprattutto quando esse incidono sulla vita e sulla libertà delle persone più vulnerabili. Auspico, pertanto, che quanto sta accadendo a Castel Volturno possa diventare occasione di un discernimento più ampio e di un confronto autentico sulle politiche migratorie del nostro Paese. La doverosa tutela della legalità e della convivenza civile non sia mai disgiunta dal rispetto dei diritti fondamentali e dalla promozione integrale della persona umana.Roma, 22 ottobre 2026
✠ Corrado Lorefice Arcivescovo di Palermo Presidente della Commissione Episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes
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Tavolo asilo: sono 90 le persone trattenute a Gjader, mai così tante dall’apertura, nonostante i rinvii alla Corte di giustizia Ue
“Come i manicomi, anche i Cpr vanno chiusi”. Il nuovo Rapporto sui Cpr in Italia e l’appello del Tai
Secondo il Tavolo (leggi il comunicato completo), i Centri di permanenza per il rimpatrio restano in Italia luoghi di "sospensione dei diritti fondamentali, segnati da isolamento, spersonalizzazione e degrado": un sistema "incompatibile con i principi dello Stato di diritto e inefficace nei risultati". Per questo sono definiti “istituzioni totali”, richiamando l’esperienza basagliana contro i manicomi: spazi chiusi e segreganti che trasformano la privazione della libertà in prassi di controllo sociale. E, richiamando proprio l'eredità di Franco Basaglia, “come i manicomi, anche i Cpr vanno chiusi”.
Nel corso del 2025, delegazioni di parlamentari e operatori hanno visitato 10 Cpr in tutta Italia, segnalando limitazioni di accesso agli osservatori indipendenti e ostacoli alle visite ispettive.
Il Rapporto 2025, in dialogo con l’iniziativa “Il viaggio di Marco Cavallo” del Forum Salute Mentale, pone la salute mentale al centro dell’analisi. Gravi anche le limitazioni alla tutela legale. Il Rapporto segnala inoltre criticità economiche e gestionali. Anche l’efficacia dei rimpatri è in calo.
Sul piano politico, il Tai denuncia una deriva europea verso la normalizzazione della detenzione amministrativa nelle politiche migratorie, rafforzata dal "Nuovo Patto su migrazione e asilo" e dal "Protocollo Italia-Albania".
🔗 Leggi il comunicato del Tai.
👉 Scarica il Rapporto integrale.
“Cpr d’Italia: istituzioni totali”. La presentazione del II rapporto di monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione
- Veronica Scarrozza (Recosol).
- Gianfranco Schiavone (Ics, Asgi);
- Fabrizio Coresi (ActionAid);
- Lucia Borruso (Medici Senza Frontiere);
- Sara Consolato (Refugees Welcome Italia);
- Teresa Menchetti (Forum per cambiare l’ordine delle cose);
- Filippo Miraglia (Arci).
I giornalisti e gli ospiti devono accreditarsi scrivendo a: info.tavoloasiloimmigrazione@gmail.com
L’accesso alla sala è consentito fino al raggiungimento della capienza massima. Per gli uomini obbligo di giacca e cravatta.
I lavori del convegno saranno trasmessi in diretta streaming sul sito del Senato e sul canale YouTube del Senato Italiano.
Espulsione dell’imam di Torino, mons. Olivero (Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo): “Rischia di essere un’enorme ingiustizia”
Nuova missione del Tavolo asilo (Tai) in Albania: il centro di Gjader conferma criticità strutturali, violazioni dei diritti umani e spreco di risorse
Torino, Festival dell’Accoglienza: “Quale sicurezza con i Decreti Sicurezza?”. Con mons. Perego
“Ferite di confine”: il Tai ha presentato un nuovo report sul “modello Albania”
- il trasferimento e trattenimento coattivo senza provvedimento giudiziario e senza comunicazione della motivazione.
- l'enorme affievolimento o non esercitabilità dei diritti delle persone trattenute, anche se formalmente vigenti.
- la non conformità con la normativa Ue, anche quella "in cantiere", prevista nel Patto per la migrazione e l'asilo.
Tavolo Asilo, oggi la presentazione del rapporto sulle visite di monitoraggio nel centro di Gjadër in Albania
ActionAid e UniBari, Cpr: rimpatri ai minimi storici e costi altissimi della detenzione
Cpr, Corte costituzionale: l’attuale normativa è del tutto inidonea. Legislatore deve intervenire
Tai, nuova visita di monitoraggio presso il centro di trattenimento di Gjader, in Albania
«È meglio il carcere del CPR, in Albania non ci torno». Il suicidio di Hamid Badoui a Torino
La Camera ha approvato il cosiddetto “decreto Albania”. Il testo passa ora al Senato
Albania, Tavolo asilo: calpestati diritti e principi del sistema giuridico italiano
Migranti Press | I Cpr in Italia: inutili e “inumani”. Oltre il “populismo penale”
La detenzione amministrativa: un sistema inefficace
Un sistema, quello fondato sulla implementazione della detenzione amministrativa e della rete dei CPR attivi sul territorio nazionale, che si è rivelato, dati alla mano, fallimentare nel corso degli anni. Nel 2022, secondo il report Trattenuti – realizzato annualmente da Action Aid, in collaborazione con l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” –, sono state espulse il 49,4% delle persone trattenute, confermando un trend stabile di anno in anno. Ciò significa che il trattenimento è inutile ai fini dell’espulsione in un caso su due. Nel 2023 su oltre 28 mila persone straniere colpite da provvedimento di espulsione quelle effettivamente rimpatriate dai CPR sono state solo 2.987, il 10%. Che i CPR non assolvano al compito che ne giustifica l’esistenza è un dato di fatto. È naturale, dunque, interrogarsi sul perché si ritenga utile perseverare nell’attuazione di politiche che – a fronte di costi ingenti in termini economici, ma soprattutto umani – si sono rivelate inidonee al perseguimento degli obiettivi prefissati.Migranti e “populismo penale”
Non è difficile riconoscere in queste politiche i segnali di quel populismo penale denunciato da papa Francesco nel suo intervento del 23 ottobre 2014 davanti alla delegazione dell’Associazione internazionale di Diritto penale. Un populismo punitivo, costantemente alla ricerca di «capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali» e di «figure stereotipate, che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose». I rischi legati all’uso strumentale del diritto penale in senso repressivo e antigarantista non devono essere sottovalutati. Come osservato dal giurista Luigi Ferrajoli nel suo libro Giustizia e politica (Laterza, 2024), uno degli aspetti più critici delle attuali politiche migratorie risiede proprio nelle degenerazioni del populismo punitivo. La criminalizzazione dei migranti, infatti, assume nuove e preoccupanti dimensioni. Non ci si limita più all’inasprimento delle pene o alla creazione di nuovi reati, ma si mira piuttosto a costruire consenso attorno a politiche che, come nel caso dei cosiddetti “accordi di esternalizzazione delle frontiere”, rischiano di compromettere la tutela dei diritti fondamentali della persona. Questo processo raggiunge il suo apice con la criminalizzazione di comportamenti non solo leciti, ma persino moralmente doverosi, come nel caso delle Ong impegnate nelle operazioni di soccorso in mare.La detenzione come “extrema ratio”
In un contesto in cui l’approccio securitario e repressivo sembra essere il fulcro delle politiche migratorie, sia a livello nazionale che sovranazionale, è auspicabile un radicale cambio di paradigma. Con specifico riferimento alla detenzione amministrativa dei migranti, si rende sempre più urgente la chiusura definitiva di questi “non luoghi”, i CPR, e l’adozione di alternative più umane e sostenibili. A tal riguardo, si veda anche la nota del 6 giugno 2020 della sezione Migranti e Rifugiati del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, che da tempo auspica il superamento del modello detentivo a favore di misure non custodiali. Il sistematico ricorso alla detenzione amministrativa, infatti, appare non solo poco conciliabile con le fondamenta dello stato di diritto, ma risulta altresì in contrasto con quel principio cardine della Dottrina sociale della Chiesa secondo cui ogni limitazione della libertà personale “dovrebbe essere comminata unicamente in proporzione alla gravità del crimine e allo scopo di scoraggiare comportamenti lesivi dei diritti dell’uomo e delle regole fondamentali di una civile convivenza e [rimediare], tramite il sistema delle pene, al disordine creato dall’azione delittuosa” (CDSC, n. 402). La privazione della libertà personale dovrebbe, pertanto, rappresentare un’eccezione nel sistema di governance delle migrazioni, l’extrema ratio cui ricorrere in circostanze peculiari e dopo un attento esame del caso concreto.A difesa della dignità umana. Sempre
L’ascolto della realtà, in tutte le sue sfaccettature e la responsabilità di essere una voce profetica nella storia impongono alla Chiesa, e a tutte le sue articolazioni, di rinnovare il proprio impegno nella salvaguardia della dignità di ogni persona, con particolare attenzione ai più vulnerabili. Come ricorda la dichiarazione Dignitas infinita, è nel “dramma dei migranti” che si consuma una delle più gravi violazioni della dignità umana del nostro tempo. Si tratta di uomini e donne la cui dignità è spesso negata nei Paesi di origine, dove povertà, conflitti e ingiustizie impediscono loro di condurre una vita degna. Lo stesso accade nei luoghi di transito, dove molti affrontano ulteriori privazioni e umiliazioni. Eppure, anche quando raggiungono la meta del loro progetto migratorio, questi uomini e queste donne “vengono considerati non abbastanza degni di partecipare alla vita sociale come qualsiasi altro, e si dimentica che possiedono la stessa intrinseca dignità di qualunque persona […] Non si dirà mai che non sono umani, però in pratica, con le decisioni e il modo di trattarli, si manifesta che li si considera di minor valore, meno importanti, meno umani”. (Elia Tornesi, Migranti Press 2 2025)
Cpr, il duro Rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura sui centri in Italia
Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT) del Consiglio d'Europa ha pubblicato lo scorso 13 dicembre un rapporto sulla sua visita condotta in Italia ad aprile 2024, in quattro Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) a Milano, Gradisca, Potenza e Roma, insieme alla risposta delle autorità italiane.
Il Comitato ha riscontrato diversi casi di accuse di maltrattamenti fisici e uso eccessivo della forza da parte del personale di polizia nei confronti di cittadini stranieri trattenuti nei CPR visitati, di solito a seguito di disordini o atti di vandalismo nei centri. Il rapporto evidenzia l’assenza di un monitoraggio rigoroso e indipendente di tali interventi da parte della polizia e la mancanza di un’accurata registrazione delle lesioni subite dai trattenuti o di una valutazione oggettiva della loro origine. Più in generale, il Comitato formula rilievi critici sulla struttura dell’architettura e sulle disposizioni materiali dei CPR e in particolare l’ambiente carcerario, che potrebbe essere considerato simile a quelli osservati nelle unità di detenzione che ricevono detenuti sotto regime speciale. Il rapporto conclude che i risultati del Comitato, in particolare per quanto riguarda le condizioni materiali molto carenti, l'assenza di un regime di attività, lo sproporzionato approccio alla sicurezza, la qualità variabile delle prestazioni sanitarie e la mancanza di trasparenza nella gestione dei CPR da parte di società private, mettono in discussione l'applicazione di un modello di questo tipo da parte dell'Italia in un contesto extraterritoriale, quale l'Albania. Vale la pena ricordare che pochi giorni prima della pubblicazione del Rapporto dell'organismo europeo di controllo, in Italia, il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) aveva presentato un proprio Report di monitoraggio su 8 Cpr italiani visitati tra aprile e agosto 2024, rilevando violazioni sistematiche dei diritti, caos gestionale, criticità sanitarie e sperpero di risorse pubbliche. La richiesta del Tai è quello della chiusura definitiva di tali strutture, al fine di ripristinare i principi fondamentali di uno stato di diritto. (Fonte: Consiglio di Europa e Tavolo Asilo e Immigrazione)
