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Stranieri e ristretti. Il Rapporto 2026 sulle carceri dell’associazione Antigone

4 Agosto 2026 - La presenza dei cittadini stranieri in carcere in Italia rimane stabile. Il Marocco si conferma come la nazione più rappresentata tra i detenuti non italiani. Permangono le criticità che determinano una maggiore afflittività della pena per i reclusi stranieri rispetto a quelli italiani. Sono alcuni dei dati che emergono da “Tutto chiuso”, il XXII Rapporto dell’associazione Antigone sulle condizioni di detenzione nel nostro Paese. Il dossier, che offre una fotografia completa della situazione carceraria in Italia, analizza anche la particolare condizione dei detenuti stranieri, mettendo in evidenza le molte ombre e le poche luci della condizione della popolazione carceraria straniera.
La popolazione carceraria straniera
Le rilevazioni del ministero della Giustizia attestano che, al 30 aprile 2026, la popolazione carceraria contava complessivamente 64.412 persone. Di questi 20.307 erano stranieri, pari al 31,5% del totale e allo 0,4 della popolazione straniera in stato di libertà, residente in Italia. Dati, questi, sostanzialmente in linea con quelli dell’anno precedente.
Il passaporto dei detenuti stranieri
Il detenuto straniero tipo è un uomo e ha un’età sotto i 40 anni. La stragrande maggioranza della popolazione carceraria straniera, ben il 96,2%, è infatti composta da detenuti di sesso maschile. Guardando la provenienza geografica della popolazione carceraria si scopre che circa un terzo dei detenuti stranieri è nordafricano. La nazionalità più rappresentata tra i ristretti, infatti, è il Marocco (da lì proviene il 22% delle persone straniere), seguito dalla Tunisia (l’11,3% del totale degli stranieri). Dal 2019 l’andamento delle presenze dei detenuti di entrambe le nazionalità è in costante aumento. Seguono due Paesi europei, la Romania (il 10,4%) e l’Albania (9,7%). Quindi, distanziati, troviamo l’Egitto (5,5%), la Nigeria (5,1%) il Senegal (2,5%) e l’Algeria (2,4%). Le altre nazionalità rappresentate raggiungono percentuali inferiori al 2%. Proprio sul dato della provenienza il Rapporto segnala il caso dei cittadini rumeni e albanesi. La popolazione rumena è, in Italia, quella numericamente più consistente, con più di un milione di residenti. L’Albania, invece, è la nazione europea non comunitaria che si posiziona al secondo posto per presenze in Italia, con circa 360 mila residenti. In entrambi i casi le due nazionalità hanno fatto registrare una consistente flessione delle presenze in carcere. In particolare, tra il 2019 e il 2025 la componente rumena si è ridotta dell’11%, mentre quella albanese si è contratta del 18%. Segno – sottolinea il Rapporto – dell’esito positivo del lungo percorso di integrazione che ha interessato le due popolazioni, grazie ai legami instaurati sul territorio italiano e, in primo luogo, ai nuclei familiari stabili e all’elevato livello di integrazione raggiunto dalle seconde generazioni. Un discorso analogo va fatto per i cittadini asiatici e, in particolare, per quelli cinesi e filippini. Entrambe le nazionalità fanno registrare una modesta rappresentanza di detenuti. Merito del radicamento nel nostro Paese, che passa soprattutto dal lavoro e della rilevante presenza femminile nel nostro Paese.
La geografica carceraria
Le ultime rilevazioni statistiche fanno emergere una maggiore concentrazione di detenuti stranieri negli istituti di pena del Nord Italia. In alcune regioni, in particolare, si raggiungono concentrazioni superiori al 50%. È il caso del Trentino-Alto Adige (il 62,5% di ristretti non italiani), della Liguria (55%), della Valle d’Aosta (54,2%), del Veneto (53,4%) e dell’Emilia-Romagna (52,6%).
Tipi di reato e accesso alle misure alternative
Le fattispecie di reato confermano il dato che vede gli stranieri ristretti, in primo luogo, per reati contro il patrimonio (il 26% del totale dei reati per cui gli stranieri sono detenuti), reati contro la persona (22,8%), nonché per la violazione della normativa in materia di stupefacenti (il 15,2%). È residuale, invece, il numero di detenuti non italiani per il reato di associazione di stampo mafioso: incidono per il 2,4%. Tra i ristretti per reati connessi alla legge sull’immigrazione gli stranieri sono il 91,7% del totale. Il catalogo dei reati evidenzia come gli stranieri commettano in media reati con pene edittali più basse rispetto agli italiani. Tra i detenuti che devono scontare una condanna definitiva, infatti, è significativa la percentuale degli immigrati detenuti per reati che prevedono una pena sotto i 3 anni. Tra i condannati alla pena dell’ergastolo, al contrario, l’incidenza degli stranieri è del 7,5%. Si conferma la tendenza che vede le persone migranti finire con più facilità nel sistema carcerario e uscirne meno agevolmente rispetto agli italiani. Ai detenuti stranieri, ad esempio, viene applicata con maggiore rigore la custodia cautelare in carcere rispetto agli autoctoni. Più di un terzo dei detenuti stranieri, ovvero il 37,3%, si trova in carcere perché in attesa del primo grado di giudizio. Tra i condannati non definitivi gli stranieri sono il 37,1%. Pesano sui cittadini stranieri problemi ormai noti, come la mancanza di riferimenti sul territorio e l’assenza di garanzie economiche. Circostanze che spingono e trattengono i cittadini stranieri nel circuito penale, determinando, inoltre, una sovra-rappresentazione della popolazione carceraria straniera. Se le pene inflitte indicano una minore pericolosità sociale degli immigrati, gli stessi beneficiano in maniera più blanda delle misure alternative rispetto ai detenuti autoctoni. Si vedano, ad esempio, le statistiche degli Uffici di esecuzione penale esterna (Uepe), che vedono la presenza del 20,8% di stranieri nel novero totale di persone prese in carico. Un dato decisamente sottodimensionato rispetto all’incidenza della componente straniera nelle carceri. Si spiegano così le statistiche che vedono gli stranieri scontare fino all’ultimo la pena in carcere.
Attività trattamentali e mediatori
È di segno sostanzialmente positivo il dato relativo all’accesso alle attività trattamentali. Nel 2025 i detenuti non italiani coinvolti negli interventi rieducativi, volti alla risocializzazione dei detenuti, sono stati il 33,3%. Un dato, quello della partecipazione, in linea con la presenza di persone straniere in carcere. Le attività che più hanno impegnato i ristretti di origine straniera sono quelle di tipo sportivo (54,2% delle persone straniere), quelle culturali (21,9%) e quelle religiose (15,2%). Nell’ambito dei percorsi formativi circa il 45% degli iscritti ai corsi di istruzione è di origine straniera; di questi quasi la metà frequenta i corsi di alfabetizzazione e di apprendimento della lingua italiana. Si attesta sulle medesime percentuali la partecipazione ai corsi professionali portati a termine nel secondo semestre del 2025. Tra questi gli stranieri hanno preferito i corsi di cucina e ristorazione (il 25,7% degli iscritti) e di orientamento al lavoro (il 19,8%). È ancora inadeguata, invece, la presenza dei mediatori, la cui attività favorisce la rieducazione e il reinserimento sociale dei reclusi. Al 31 dicembre 2025, infatti, i mediatori erano 335, con un rapporto di appena 1,67 mediatori ogni 100 detenuti stranieri.
Le donne
Le donne non italiane rappresentano appena il 3,8% della popolazione carceraria straniera e il 27% del totale delle donne detenute. Tra le detenute la Romania spicca come il Paese estero maggiormente rappresentato (il 25,1% del totale delle donne straniere). Seguono Nigeria (12,4%), Marocco (7,3%), Bosnia Erzegovina (5,5%) e Bulgaria (4%). Si segnala ancora la stabile presenza di madri detenute con figli al seguito, la metà delle quali parla straniero. In totale sono 20 le mamme, che scontano la pena insieme ai 24 bambini presenti. Di queste sono 10 le donne straniere e 12 i loro figli. (Luca Insalaco | “Migranti Press” 6 2026) Rapporto Antigone 2026 Carcere

«È meglio il carcere del CPR, in Albania non ci torno». Il suicidio di Hamid Badoui a Torino

21 Maggio 2025 - Hamid Badoui, cittadino di origine marocchina di 42 anni, si è suicidato nel carcere di Torino. In Italia da oltre 10 anni, Hamid avrebbe più volte dichiarato al suo avvocato: «È meglio il carcere del CPR, in Albania non ci torno». Come riporta il quotidiano Il Manifesto, era purtroppo caduto in un circolo vizioso di tossicodipendenze e piccoli furti, tra condanne e soggiorni in carcere. "Circa due mesi fa aveva finito di scontare l’ultima pena al Lorusso Cutugno, ma il giorno dopo, siccome i documenti di permanenza erano scaduti, era stato trasferito nel Cpr di Bari, dove è rimasto per tre mesi. Da lì l’Albania, da cui era venuto via dopo che la giudice aveva stabilito l’irregolarità della sua detenzione. Una decisione arrivata «in attesa della definizione di costituzionalità, sollevata negli analoghi giudizi, dalla Corte costituzionale»". Era assistito dal Gruppo Abele di Torino, che ha reso noto che Hamid stava cercando di intraprendere un percorso di riabilitazione e disintossicazione, ma il periodo passato al Cpr in Albania avrebbe “annientato le sue difese emotive”. Molto duro il commento del Tavolo Asilo Immigrazione (Tai), che considera la sua morte "l’effetto diretto di politiche strutturali di segregazione ed esclusione che colpiscono le persone con background migratorio", ricordando che "nei Cpr in Italia e nei nuovi centri in Albania le persone vivono in condizioni degradanti, senza accesso a cure adeguate, in un clima di costante abbandono e assenza di informazioni". Secondo il Tai, "Il modello Albania – promosso dal governo italiano come strumento innovativo di gestione delle migrazioni – esaspera ulteriormente questa logica: strutture extraterritoriali, isolamento geografico, accesso difficoltoso e limitato alle garanzie legali, ostacoli all’accesso al diritto alla salute, detenzione amministrativa diffusa e usata in maniera punitiva, anziché come extrema ratio prevista dal diritto internazionale".