Primo Piano

Vangelo Migrante: Domenica di Pasqua (Vangelo Gv 20,1-9)

1 Aprile 2021 - Diversi racconti che proclameremo nella veglia, nel giorno e alla sera di Pasqua, ci prestano gli occhi sullo stesso evento. Il mattino del primo giorno della settimana, gli occhi di Maria di Màgdala e l’altra Maria, quasi escono dalle orbite dallo stupore, dalla sorpresa, ma sono tutti sulla pietra tolta dal sepolcro, ma non vanno oltre: non arrivano ancora a Gesù risorto e vivo. Gli occhi di Pietro non possiedono nemmeno lo stupore emotivo dello sguardo delle donne, sono occhi delusi, indagatori, occhi che osservano, che rimangono fissi su ciò che è morto e non può essere diversamente. Lo sguardo di Pietro è lo sguardo di colui che processa la realtà, non la capisce, non riesce a concepirla insieme a tutto il resto. Pietro ha ancora gli occhi sulla croce, sul sangue, sui chiodi. È lo sguardo di colui che ha l’anima e la mente su ciò che è stato tolto e non su ciò che è stato donato. Pietro vede un sepolcro vuoto, depredato del corpo del Maestro. Gli occhi di Giovanni guardano e vedono, vedono e conoscono, riconoscono e credono, credono e amano. Lo sguardo di Giovanni nel sepolcro vuoto vede la morte, la morte depredata del suo trofeo più illustre: un corpo! E crede. È Risorto! Lo sguardo di Giovanni non vede ciò che manca ma ciò che è dato. Lui e tutta la Chiesa possono finalmente sperimentare per la prima volta cosa significhi credere veramente in Gesù. Non una fede mentale, religiosa, associativa che non entra nelle vene della vita, dei pensieri, delle emozioni e delle scelte, figlia di un momento che stabilisce le cose anche con una certa logica: assurda ma logica. La fede vera ed efficace non è scoprire che Gesù è Risorto, ma credere sempre in Gesù Risorto, fidarsi di lui. Fidarsi di lui e della sua Parola sempre e comunque al di sopra di tutto e di tutti. Se credere in Gesù non corrisponde a fidarsi e affidarsi completamente e sempre a Lui, questo credere non è fede. Per questo la Resurrezione è un dono continuo per tutti. E cambia la vita di tutti! Buona Pasqua! (p. Gaetano Saracino)    

Vangelo Migrante: Venerdì Santo – Passione del Signore (Vangelo Gv 18, 1-19,42)

1 Aprile 2021 - Il Vangelo che viene proposto nell’unica liturgia ammessa in questo giorno, la celebrazione della Passione del Signore e l’Adorazione della Croce, è il racconto della Passione di Gesù secondo Giovanni. L’ultima parola di Gesù, prima di consegnare lo spirito. è: “è compiuto!” Non è un grido disperato ma è una cascata che raccoglie in sé la somma di tutti i beni e di ogni ricchezza di luce e di amore, che finalmente può riversarsi sull’umanità che desidera immergersi nella pace di Dio. Al tempo stesso, è il sigillo inviolabile di Gesù su tutte le cose che sono state, che sono e che saranno. Solo il Signore, non il servo, può dire tutto è compiuto, può dire ora è fatto, ora è tutto nuovo, è tutto in Dio. L’abbandono di Gesù al Padre è totale. È il vertice della fede da cui tutto ha inizio. Drammatico, come si può immaginare, ma necessario. Attraverso il cuore aperto del Signore crocifisso passa tutto il nostro dolore e da quel cuore ci viene donato ogni brandello della nostra luminosa umanità: “da quelle piaghe siamo stati guariti!” (p. Gaetano Saracino)    

Migrantes Brescia: uno spettacolo online del Circo Grioni

1 Aprile 2021 -

Brescia - La famiglia Grioni vive l’esperienza di un lavoro che coinvolge tutta la famiglia: mamma, papà e quattro figli (13, 11, 8 e 5 anni) sono il cuore di questa comunità che vive, come in molte famiglie, grazie alla collaborazione dei nonni e che si allarga a collaboratori (una decina) provenienti da varie esperienze e uniti nell’avventura degli spettacoli viaggianti.

L’entusiasmo e la fatica connotano tanto l’attività professionale quanto quella personale. Essere circense è una dimensione che pervade la propria esistenza ma, al contrario di quanto si potrebbe pensare, una famiglia che vive spostandosi da un paese all’altro per esibirsi non è una bolla che rimane impermeabile ai luoghi che raggiunge ma è una comunità viaggiante che entra in un’altra comunità, la incontra, la anima e può addirittura aiutarla a riscoprirsi tale. In un’epoca moderna in cui le piazze sono disertate un po’ per colpa del virus e un po’ perché meno riconosciute come il cuore del paese e della città, il tendone del circo diventa una piazza capace di coniugare la nostalgia delle cose semplici a un sentimento tutt’altro che malinconico. C’è allegria, c’è apprezzamento per l’esibizione che lascia intravedere il lavoro propedeutico, c’è simpatia, solidarietà e incoraggiamento anche quando il numero non riesce perfettamente e l’artista ci riprova, perché si coglie l’autenticità. Il virtuale ci è stato di grande aiuto ma il reale con il “bello della diretta” ha un sapore insostituibile. E la famiglia Grioni è felice di essere un’occasione di incontro, di vitalità, di animazione che abbia il sapore della semplicità, dell’entusiasmo gioioso dei bambini, della poesia e della magia proprie del circo.

Da sempre la Pastorale Migrantes nella diocesi di Brescia, ha una attenzione particolare alle persone che vivono l’itineranza come i circensi; così anche il nostro ufficio si è affiancato alla quotidianità della famiglia Grioni condividendo la sua passione e la fatica di questo tempo. Il desiderio è di promuovere un’esperienza culturale di prossimità, capace di raggiungere i paesi e le città, animarne i centri, frequentarne le periferie, portare la casa del circo vicino a quella delle famiglie del pubblico, avvicinandosi agli spettatori e, al contempo, chiedendo loro di muoversi un po’, di uscire dalle abitazioni, di spegnere la televisione e i vari passatempi tecnologici e individuali. La storia del circo, con il suo stile di altri tempi, è la storia di una famiglia giovane con i più piccoli protagonisti: dietro ai numeri divertenti e di grande abilità ci sono bambini e adolescenti che si formano in scuole circensi e, soprattutto, ci sono il loro impegno, la grande forza di volontà, l’abnegazione. Parole che non sono in contrasto né con la pista del circo né con la giovane età dei protagonisti. Vedere lo spettacolo è un piacere, intravedere la preparazione è un motivo di riflessione sull’impegno che i ragazzi sono capaci di mettere quando vengono coinvolti in sfide belle! Lo spettacolo sarà trasmesso in diretta tv il giorno di Pasquetta, lunedì 5 aprile alle 20.30, su Super Tv (Canale 92 in Lombardia) oppure in streaming su www.bresciasat.it . Sarà possibile sostenere il Circo Grioni mediante il versamento di un libero contributo sul conto corrente IT68V0760113200001008288183 (intestato a Roberto Grioni).

don Roberto Ferranti - Migrantes Brescia

Stupirsi ancora, sempre, insieme

1 Aprile 2021 - Roma - “Lo stupore è diverso dall’ammirazione. L’ammirazione può essere mondana, perché ricerca i propri gusti e le proprie attese; lo stupore, invece, rimane aperto all’altro, alla sua novità”. In questo pensiero tratto dall’omelia di papa Francesco per la celebrazione della Domenica delle Palme l’augurio con cui vivere i prossimi giorni che conducono alla Pasqua. Comunicare la bellezza e la fatica dello stupore è l’unica medicina al virus dell’autoreferenzialità. Lo stupore riconnette la comunicazione, valore umano, sociale e culturale in cui ogni parola, gesto e pensiero costruisce e custodisce. Lo stupore ispiri e sostenga l’esperienza e il vissuto di tutti gli operatori della comunicazione. Allora la fiducia di chi ascolta o legge non sarà fine a sé stessa, ma aprirà percorsi per costruire comunità. Buona Pasqua! (Vincenzo Corrado)

Papa Francesco dona vaccini gratuiti ai rifugiati del Centro Astalli

1 Aprile 2021 - ROMA - Sabato mattina, sabato santo,  un gruppo di rifugiati del Centro Astalli, accompagnati dagli operatori della mensa, riceverà la prima dose di vaccino contro il coronavirus in Vaticano, per volere di papa Francesco. «Si tratta di un segno importante per la vita dei rifugiati che accogliamo, tra cui tanti vulnerabili, vittime di tortura e violenze intenzionale», commenta il presidente del Centro Astalli, p. Camillo Ripamonti: «un segno di vicinanza agli ultimi, a coloro che la pandemia ha reso invisibili e per questo più fragili e più esposti al rischio di ammalarsi. Quello di Papa Francesco è un gesto che riconosce nel povero, nell’emarginato, nel migrante il senso di un agire che mette al centro i più fragili perché solo così l’intera comunità diventa più forte, più solida, più al sicuro. Un dono che si riempie di significato alla vigilia della seconda Pasqua nella pandemia». Il Centro Astalli chiede alle istituzioni italiane di «moltiplicare» il gesto del Pontefice e «inserire nella strategia nazionale per le vaccinazioni, i senza fissa dimora, i migranti che vivono in insediamenti spontanei o in edifici occupati e in centri di accoglienza di medie e grandi dimensioni». (R.Iaria) —​

Quando la morte parla di vita…

1 Aprile 2021 - «Di buon mattino, le donne si recarono alla tomba portando con sé gli aromi… ma non trovando il corpo del Signore Gesù, corsero a darne l’annuncio». È questo il passaggio del Vangelo, che viene in mente, quando prendo il tempo di contattare per un saluto le famiglie dei nostri missionari defunti. E senti parlare le donne di casa… Sì, parlano di una vita piena, dove «tutto è compiuto». Nel segno dell’amore. Di un vuoto immenso, ma anche di una presenza misteriosa che continua. Parlano dei loro missionari. «Sa, così ho preso il gusto di pregare sempre le lodi, ogni mattino». Ve lo dice con pudore e una piccola gioia nascosta. È la cognata, al termine del suo racconto. Ad Anguillara veneta, paesaggio ispirato dal calmo, maestoso e abbondante scorrere dell’Adige. Con decisione, poi, vi indica un grande fico ombroso, proprio davanti casa. «Ecco, sotto lì, ogni mattina, padre Gino si sedeva d’estate, quando era con noi, per recitare le sue preghiere». La loro vecchia cucina contadina ha preso una strana e nobile aria di pinacoteca: sulle pareti quadri belli, contemplativi, dal tratto un po’ naïf, frutto della vena pittorica del missionario. Nell’aria sono rimaste ancora sospese le sue parole di quando era in America, da dove arriva, ogni tanto, una telefonata per dire grazie, «di averlo conosciuto sul nostro cammino». Sorprendente maniera di esprimersi da un altro continente, che tocca il cuore. Ma, soprattutto, nell’animo dei suoi resta una convinzione. Padre Gino Marzola la ripeteva spesso come un mantra: «L’unica cosa nella vita di cui non ho rimpianti è di essermi fatto missionario scalabriniano». Oh sì, padre Gino, da lassù continua a pregare per i tuoi fratelli scalabriniani. Per una vita intensa, senza rimpianti! Vanda, ancora dopo anni, raccontandovi la storia si emoziona. Era da poco arrivato, entusiasta, padre Angelo, giovane missionario, alla sua missione di Marchienne-au-Pont, in Belgio. E quasi subito dopo, scoppia la tragedia.  Quella di Marcinelle: una delle più gravi tragedie minerarie della storia. Era l’8 agosto 1956. Vi morirono tra i tanti ben 136 italiani. E lui, il giovane missionario, eccolo con la sua moto a fare la spola continuamente tra le famiglie e la miniera. Per informare, consolare, sostenere, benedire. Prendersi cura, insomma, di troppe famiglie italiane emigrate, sprofondate in un mare di disperazione. Un vero trauma anche per lui. Vissuto, però, con altrettanta forza d’animo. Poi, poco dopo, lui stesso si ammala di una malattia rara, che solo al giorno d’oggi potrebbe essere curata. Lourdes lo vede tra i suoi pellegrini. Alla grotta depone la sua foto: un volto bello, spirituale, lineamenti dolci, occhi luminosi, e un cuore da combattente. Muore a 30 anni. A Arco, durante la malattia, qualcuno annota: «È un esempio a tutti per la sua pazienza: mai si lamenta di cose o persone, in completo abbandono alla volontà di Dio». Poi, Vanda, la cognata, riprendendosi dal racconto, riflette e la senti esclamare: «Come sono cambiata quando mi sono sposata, conoscendo questa famiglia così buona, e generosa!» Una sorella del missionario, pure, si fa religiosa, a Bologna. Un giorno, poi, lei, Vanda, con la sorella del missionario (che proveniva, emigrante, dall’Australia) si porta al seminario di Bassano, dove, per caso, al cimitero trovano la tomba aperta per dei lavori in corso. Nella bara scoperchiata se lo guardano a lungo, con emozione… sempre lui, stessi lineamenti, stessa pace. Se lo portano a casa, a Cassola (VI), per averlo vicino. La loro stessa strada prende il suo nome, «via padre Angelo Toniolo». Sì, il suo cuore da combattente batte ancora. «Andare all’aeroporto di Venezia per accoglierlo era per noi sempre una vera gioia». Da qui incominciava la festa. Tornava dal suo Brasile, dove rimase tutta una vita. E Adriana continua: «Con noi ha celebrato il suo 50mo di sacerdozio e poi tutti al ristorante. Così, una volta, il nostro 25.mo di matrimonio e ancora tutti al ristorante. Restava non molto con noi, perché girava di casa in casa, tra tutti i parenti». Sempre una visita, uno scatto di vita, un racconto diverso della sua terra di missione. Con la sua gioia missionaria, padre Francesco Lollato, incendiava il clima abitudinario, stressato e quasi monotono di quel pezzo di Veneto, Rosà e dintorni. Raccontava con mille particolari le iniziative e i miracoli che faceva laggiù, in terra "brasileira", come pastore dinamico e originale. Per esempio, quando domandò ad ogni famiglia di riscrivere una pagina di Bibbia. Sì, su un foglio enorme doveva esprimersi chi con un salmo, chi con un racconto, o chi con un personaggio visto con i propri occhi, mettendovi le proprie cadute, i momenti di fede, di scoraggiamento o di amore per l’altro. Ne era uscita una Bibbia gigante, originale, di varie dita di spessore, scritta dal popolo. E fu portata, una domenica, in processione, in un clima di esultanza comunitaria indescrivibile. Come se Dio stesso, quel giorno, avesse riscritto le sue parole sulle due tavole. Ha voluto, infine, essere sepolto nella «sua Rondinha». Farsi terra con la terra che amava. Il sindaco della città dichiarava allora: “Per la gente padre Francesco è stato un medico, un ingegnere, un professore, un sindaco, un padre ed era sempre consultato nelle decisioni che riguardavano la città». Al suo paese natale rimane vivo il ricordo delle tavolate insieme ad amici e parenti, specie alle vigilie del suo ritorno in Brasile, ogni 4 anni. La convivialità, l’armonia per lui erano regine. E poi, ognuno fece scivolare nelle sue tasche un’offerta, perché continuasse laggiù i suoi miracoli. Così, il Brasile qui - pur senza mai vederlo - è rimasto vivo nel cuore di tutti. Due suoi fratelli erano andati apposta in Australia, per convincerlo. Per portarselo a casa, per sempre. La malattia di padre Nazareno Frattin era grave e avanzata. Tutta la Congregazione scalabriniana, dispersa nei cinque continenti, era in preghiera per lui. Ma lui preferiva semmai morire tra i suoi migranti, in terra australiana. In finibus terrae. Sì, in capo al mondo: qui tutta - ma veramente tutta - la gente lo amava. E lui ricambiava con la sua abituale dolcezza e spiritualità. «Almeno potremo portarti un fiore, se torni a casa, - erano le parole di uno dei fratelli - sarai vicino a noi, solo questo ci potrà consolare!». La promessa del fiore l’aveva commosso e, in fondo, convinto. Così, «come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca» (Isaia)e li seguì. Dopo soli quattro giorni, tutto il popolo del paese era in chiesa, per presentarlo a Dio. Non tanto per piangere. Ma per dirgli grazie di un dono così grande: il loro figlio più bello, missionario lontano, spentosi appena cinquantenne. Amava la vita, ma soprattutto il canto, vi racconta Margherita. Tutti in famiglia, d’altronde, erano cantori o musicisti. E lui già in seminario per i giovani seminaristi era il maestro di musica. Sì, in anticipo si presentava in paradiso. Ansioso, forse, di conoscerne le melodie, e perdersi tra il coro degli angeli, dei patriarchi e dei profeti. Un fiore sempre fresco, intanto, gli tiene compagnia sulla terra, a Casoni. Ce lo assicura la cognata, Margherita, proprio l’altro giorno. Con un sorriso dentro di pace e di nostalgia. «Il Signore è Risorto proprio per dirvi che di fronte a chi decide di ‘amare’, non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che non rotoli via» ricorda, in fondo, ad ognuno un vescovo di frontiera. Il suo nome era Tonino Bello. (Migrantes Marche - P. Renato Zilio)  

Modena: domani Via Crucis in ricordo delle vittime di tratta con mons. Castellucci

1 Aprile 2021 - Modena - «Sulle vie della libertà» con le vittime di tratta. Questo il tema della Via Crucis promossa, per Venerdì Santo alle ore 17, dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, dagli Uffici Migrantes di Modena-Nonantola e Carpi, dall’Ufficio Migrantes di Reggio Emilia, dall’Associazione Rabbunì Reggio Emilia, dall’Missio di Modena-Nonantola, con l’adesione di diversi Uffici della stessa diocesi. A presiedere la Via Crucis l’arcivescovo di Modena-Nonantola e Carpi, mons.  Erio Castellucci. La celebrazione si svolgerà nella chiesa di Cittanova e sarà trasmessa in diretta sul canale Youtube “Missio Modena”.  

 

Vangelo Migrante – Giovedì santo – Cena del Signore (Vangelo Gv 13, 1-15)

31 Marzo 2021 - Non prima, non dopo, ma durante la cena Gesù si alza in piedi, si toglie le vesti, si cinge dell’asciugamano e compie il sacramento della lavanda dei piedi. La lavanda dei piedi è l’Eucaristia secondo il vangelo di Giovanni. I piedi di tutti, con l’acqua e l’asciugamano, nel gesto della lavanda, offrono qualcosa che nessun altro sacramento può garantire: mettono tutti sullo stesso piano. Quel catino mette l’uomo sullo stesso piano di Dio: l’uomo può iniziare a far parte felicemente, e senza freni e limiti, della dimensione di Dio e Dio può iniziare a far parte felicemente, senza freni e limiti, della dimensione umana. Gesù si toglie le vesti della regale divinità per far parte con l’uomo di tutta la propria signoria, onnipotenza, sapienza, della propria eternità, in un catino d’acqua. La lavanda dei piedi è il lavacro dell’amore e del perdono: non solo fa entrare ogni dimensione nell’altra, ma anche purifica e sana, salva e guarisce. Senza imparare l’arte della lavanda dei piedi, secondo il Vangelo, non c’è futuro per la Chiesa così come la conosciamo, non c’è futuro per i matrimoni e per le famiglie, per le relazioni affettive, per le convivenze tra i popoli. Senza lavanda, nessuno potrà mai entrare a far parte della dimensione dell’altro, non conosceremo mai la potenza dell’unità, la fragranza della vera condivisione, la purificazione del perdono, la felicità incontenibile di far parte di Dio e della sua dimensione. E Gesù la dà come dovere: “se non ti laverò, non avrai parte con me!”. (p. Gaetano Saracino)    

Viminale: da inizio anno sbarcate 6.997 persone sulle coste italiane

31 Marzo 2021 - Roma - Sono 6.997 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Di questi 1.055 sono di nazionalità tunisina (15%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Costa d’Avorio (1.019, 15%), Guinea (697, 10%), Bangladesh (493, 7%), Sudan (388, 6%), Eritrea (343, 5%), Algeria (304, 4%), Mali (302, 4%), Egitto (233, 3%), Camerun (174, 3%) a cui si aggiungono 1.989 persone (28%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina. Per quanto riguarda la presenza di migranti in accoglienza, i dati parlano di 77.074 persone su tutto il territorio nazionale di cui 372 negli hot spot della Sicilia, 51.382 nei centri di accoglienza e 25.320 nei centri Siproimi. La Regione con la più alta percentuale di migranti accolti è la Lombardia (13%, in totale 10.036 persone), seguita da Emilia Romagna (11%), Lazio, Piemonte e Sicilia (9%), Campania (7%), Puglia, Toscana e Veneto (6%).  

 

Ucraini in Italia: don Semehen è il Direttore dell’Ufficio per la Pastorale dei Migranti

31 Marzo 2021 - Roma - Don Marco Yaroslav Semehen è il Direttore dell’Ufficio per la Pastorale dei Migranti dell’Esarcato Apostolico per i fedeli cattolici ucraini del rito bizantino residenti in Italia. La nomina è arrivata ieri dall’Esarca apostolico mons. Paulo Dionísio Lachovicz ed ha durata di tre anni. A don Marco - che è anche membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Migrantes gli auguri di un proficuo lavoro. (R.I.)  

Immigrati e pandemia: contagi e impatto sul lavoro durante il primo lockdown

31 Marzo 2021 - Milano - Tra la popolazione immigrata quante persone si sono ammalate di Covid-19 durante il primo lockdown (marzo-maggio 2020)? E qual è stato in quel periodo l’impatto della pandemia sulla situazione lavorativa degli stranieri? Per rispondere a queste domande la fondazione ISMU ha condotto un’indagine campionaria nelle quattro province lombarde di Milano, Bergamo, Brescia e Cremona (tra le più colpite dalla pandemia nei primi mesi del 2020) che ha coinvolto complessivamente 1.415 cittadini maggiorenni stranieri o con origine straniera provenienti da Paesi a forte pressione migratoria. Ad aver avuto esperienza personale di infezione da COVID-19 è stato complessivamente il 4,6% degli immigrati coinvolti nell’indagine (considerando anche coloro che lo hanno saputo solo a posteriori a seguito di esame sierologico). Coloro che, pur con sintomi, non hanno avuto modo di testare la presenza del virus, ma rispondono di averlo probabilmente avuto, rappresentano un ulteriore 7%. In ogni modo prevale la quota di coloro che hanno dichiarato di non sapere se hanno o meno avuto il COVID-19 tra marzo e maggio 2020, non avendo avuto sintomi, né avendo avuto possibilità di fare il tampone (64%). Infine, un quarto del campione ha riferito invece di non aver contratto il virus, poiché è stato sottoposto a tampone e ha avuto esito negativo. Le categorie di lavoratori che hanno contratto maggiormente il virus sono state quelle dei socio-sanitari (11,1% con tampone positivo), degli impiegati (7,2%, di cui 2,9% con tampone positivo e 4,3% con test sierologico positivo) e degli addetti alle vendite (6,6% di cui il 6,1% lo ha saputo solo a seguito di test sierologico). Anche se la stragrande maggioranza degli stranieri che hanno partecipato all'indagine non ha avuto necessità di richiedere assistenza, il 17% ha chiesto informazioni e aiuto al proprio medico di famiglia, mentre l’8% si è rivolto al numero di telefono istituzionale dedicato. Per quanto riguarda l’accesso all’informazione: il 78% del campione ha consultato tv, giornali, radio e siti internet italiani e il 60% mezzi di informazione stranieri. Ampio anche l’utilizzo dei social media (70% di risposte positive) e lo scambio più informale di conoscenze tra familiari e amici (54%). Tra i lavoratori migranti attivi (pari all’82% dei 1.415 cittadini stranieri coinvolti nell'indagine), il 26,6% ha visto sospendere completamente le proprie attività professionali e un ulteriore 7,5% le ha dovute invece ridurre. Le categorie di lavoratori - spiega l'ISMU - che sono state maggiormente penalizzate dal blocco delle attività sono state quelle connesse agli esercizi commerciali quali gli addetti alle vendite e ai servizi, che, nella maggioranza assoluta dei casi (53%), hanno dovuto completamente sospendere l’attività, seguiti dagli addetti alla ristorazione/alberghi (49%) e dai lavoratori del settore artigiano (34%). L’impatto sul reddito è stato rilevante: il 51,3% ha dichiarato che il livello di reddito mensile è stato inferiore rispetto al periodo precedente alla pandemia (per il 44% invece è rimasto invariato). Gli addetti alle vendite e servizi e gli addetti alla ristorazione/alberghi sono tra le categorie più colpite: rispettivamente il 71% e il 61% ha dichiarato di avere un reddito più basso rispetto al periodo pre-pandemia. La cassa integrazione è stata utilizzata in un caso su quattro e in particolare da chi lavorava nel settore ristorazione e alberghi (37%), dai lavoratori – più spesso lavoratrici – dei servizi alle famiglie (32%) e dagli addetti alle pulizie (30%). Il bonus per i lavoratori autonomi ha aiutato complessivamente l’8% del campione. Un immigrato su tre dell’intero campione (compresi i non attivi sul lavoro) ha chiesto aiuto a enti di volontariato e altri soggetti esterni alla famiglia. La pandemia ha rallentato anche il flusso delle rimesse all’estero: il 15% del campione ha infatti dichiarato di aver ridotto o interrotto l’invio di denaro a familiari nel paese di origine.  

Rosario per l’Italia: oggi da Latina con mons. Crociata

31 Marzo 2021 - Latina – Questa sera il consueto appuntamento di preghiera con la recita del Rosario, promosso da Tv2000 e InBlu2000, alle 20.50, sarà trasmesso dalla diocesi di Latina-TerracinaSezze-Priverno. A guidare la preghiera, trasmessa dal Santuario di Santa Maria della Delibera a Terracina, in provincia di Latina, il vescovo mons. Mariano Crociata.  

Vangelo Migrante: domani inizia il Triduo Pasquale

31 Marzo 2021 - Con la celebrazione del Giovedì Santo, ha inizio il triduo pasquale. Dopo un anno di eccezionale digiuno, riassaporiamo il gusto di poter abitare il cenacolo, le nostre Chiese. Ma non possiamo dimenticare che ci sono cristiani che vivono la Pasqua non nei luoghi di culto ma in quelli dove si soffre: in un letto di ospedale o in corsia, ma anche in un campo profughi, nel deserto, su una nave, in terra straniera, in una galera … Evidentemente non con dei riti ma attraverso la tribolazione che li unisce, nel modo più forte che possa esserci, al passaggio di Gesù da morte a vita: la passione e la speranza della Resurrezione. (p. Gaetano Saracino)  

Migrantes: il racconto di un viaggio in Niger “frontiera della di-speranza”

31 Marzo 2021 - Roma - «Il racconto di un ministro degli Interni, l’ardore di un vescovo che si batte con coraggio, le grida di alcune madri in una lingua per noi incomprensibile, ma eloquente nelle espressioni del corpo e del volto, spiegano e convincono sulla verità di quelle parole. Sono le tante vite lacerate che abbiamo incontrato, tra le quali molti fuggono dalla guerra, da persecuzioni, da catastrofi naturali, altri, con pieno diritto, sono alla ricerca di opportunità per sé e per la propria famiglia, perché sognano un futuro migliore e desiderano creare le condizioni perché si realizzi». È quanto scrive il vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, mons. Antonino Raspanti, introducendo il volume “Niger. Frontiera della di-speranza” pubblicato in questi giorni dalla Fondazione Migrantes dopo il viaggio di una delegazione dell’Organismo pastorale della CEI nel paese africano.  Il viaggio si è svolto tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio scorso: insieme a mons. Raspanti, mons. Marco Prastaro, vescovo di Asti e delegato Migrantes della Conferenza Episcopale del Piemonte e Valle d’Aosta, il direttore generale della Migrantes, don Giovanni De Robertis, Mariacristina Molfetta dell’Ufficio Ricerca e due giornalisti. Per mons. Raspanti quando incontri questi «“migranti” (sostantivo generico e impersonale) in un campo profughi, bloccati da anni, con nulla più alle spalle e il muro avanti a sé, comprendi il grido, spesso scomposto, del loro dolore. Questo, probabilmente, è il vero vantaggio che traggo dal viaggio – scrive - per quanto avessi sentito raccontare dalla viva voce dei migranti», approdati in Sicilia dei «lunghi e strazianti viaggi, pieni di torture e di ruberie, di sogni e di morte». È stata – ha sottolineato il direttore generale della Migrantes – una visita alla piccola comunità cristiana presente in quel Paese: i cattolici sono appena 35mila, di cui circa 5mila nigerini e il resto sub-sahariani, su una popolazione di oltre 23 milioni di abitanti e un territorio circa cinque volte l’Italia. È stato scelto il Niger – sottolinea don De Robertis - perché questo Paese è «diventato il punto di passaggio obbligato per tutti i subsahariani che vogliono arrivare in Libia e poi in Europa. Perché qui, nel campo di Hamdallaye nel deserto a circa 30 chilometri da Niamey, si trovano quei minori soli che le Nazioni Unite hanno salvato dai campi di detenzione libici, insieme ad altre centinaia di persone, e che noi speriamo possano arrivare presto in Italia per motivi di studio e ricominciare a vivere». Si tratta di un progetto di INTERSOS, che ha già trovato a Torino le scuole e le famiglie affidatarie disposte ad accoglierli e che la Chiesa italiana ha finanziato attraverso la campagna “Liberi di partire, liberi di restare”. Mons. Pastaro racconta che mentre ascoltava le loro storie gli sono «tornate in mente alcune immagini che ritraggono la discesa di Gesù agli inferi. Mi pareva di vedere il Signore chinato sulla porta degli inferi, quasi una botola nel terreno, che con la sua mano “tira fuori” ad uno ad uno gli innocenti caduti negli inferi. Così mi parevano queste persone: tirate fuori ad una ad una, tirate fuori dall’inferno delle guerre, delle violenze, delle ingiustizie e delle discriminazioni che hanno patito nei loro Paesi. Ma anche tirate fuori da quell’abisso di male e crudeltà che si sono rivelati i centri di detenzione della Libia. Persone torturate, schiavizzate, violentate, fatte oggetto di folle crudeltà. Tutto questo, per estorcere ulteriore denaro a chi non ne ha, è debole e non può difendersi. La crudeltà disumana di cui sono stati oggetto – sottolinea il vescovo di Asti - inquieta profondamente e sentirla narrare dalle vittime, fra lacrime e singhiozzi, è stato entrare nel terribile abisso del male. Ora sono lì, in salvo, nell’area attorno all’ingresso dell’inferno. Lì in attesa di poter riprendere una vita in cui le aspirazioni, quelle semplici, di normalità, possano intravvedere vie di realizzazione».  (R. Iaria)   CoverNiger_

Acli: Ius soli legge di civiltà che dovrebbe appartenere a tutto il Parlamento

31 Marzo 2021 - Roma - «Le leggi di civiltà dovrebbero appartenere a tutto il Parlamento, ancor più se si tratta di un Governo dichiaratamente europeista. Non impegnarsi proprio oggi sullo ius soli sarebbe una contraddizione in termini». Lo scrivono in una nota  le Acli evidenziando che «la legge sulla cittadinanza giace in Parlamento da venti anni. Quanti giri di giostra dobbiamo ancora aspettare perché il nostro Paese si doti di una legge adeguata all’attuale situazione?», si chiedono le Acli, ricordando che «nelle scuole del nostro Paese, l’incidenza degli alunni stranieri è del 10%; degli 860.000 studenti il 64,4% è nato in Italia e in molti casi l’unica lingua che parla è l’italiano». «Oltre al diritto allo studio e allo sport, auspichiamo che a questi ragazzi sia data finalmente la cittadinanza, per creare cittadini del domani a 360° e non persone rancorose in attesa di una legge di civiltà», proseguono la nota: «il Parlamento e il Governo si pongano l’obiettivo di promuovere una riforma organica sull’immigrazione partendo dal principio che essa non è un inciampo della storia ma è parte integrante della vicenda umana». «Un Paese che sa guardare al suo futuro – concludono le Acli – non discrimina e non respinge ma accoglie e integra».  

Sfollati climatici: presentati gli Orientamenti pastorali

30 Marzo 2021 - Città del Vaticano - I cambiamenti climatici non costituiscono «una ipotetica minaccia» ma sono già una realtà che «esige un’azione immediata anche nella creazione di condizioni per accogliere gli sfollati delle sempre più numerose catastrofi». È il grido d’allarme lanciato dal dehoniano Claudio Dalla Zuanna, arcivescovo di Beira, in Mozambico, collegato in diretta streaming, sul canale Youtube di Vatican News, con la Sala stampa della Santa Sede, dove si è svolta la conferenza di presentazione del volume Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Climatici, curati dalla Sezione migranti e rifugiati (Smr) del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale (Dssui). Al saluto introduttivo del cardinale gesuita Michael Czerny, sotto-segretario proprio della Smr del Dssui, sono seguite le relazioni dello scalabriniano sotto-segretario della Smr del Dssui; del salesiano Joshtrom Isaac Kureethadam, officiale del Dicastero e coordinatore della Task force Ecología della Commissione vaticana per il Covid-19; della direttrice associata dei programmi europei del Movimento cattolico mondiale per il clima, Cecilia Dall’Oglio; e in collegamento dal Mozambico, oltre al presule, ha offerto la sua testimonianza anche Maria Madalena Issau, trentaduenne residente in un campo di sfollati a 60 chilometri da Beira. Nel suo intervento il salesiano Kureethadam ha sottolineato che è un imperativo etico per l’umanità ridurre le «emissioni sproporzionatamente enormi che causano la crisi climatica». In questo contesto, ha detto il religioso, occorre «dimezzare le emissioni entro il 2030» e raggiungere le emissioni netto zero prima del 2050, «per rimanere entro 1,5 °c: superarlo sarebbe catastrofico». Le nazioni, ha aggiunto, devono «impegnarsi per obiettivi molto più ambiziosi al summit sul clima Cop26», che sembra essere una sorta di «ultima chiamata» per il pianeta, in quanto «solo il 30 per cento delle emissioni globali è coperto dagli impegni attuali». Bisogna intraprendere strategie «rapide e di vasta portata» a basse emissioni di carbonio in termini di transizione energetica, stili di vita più sobri, economia circolare, agricoltura e industria sostenibili. Questa, ha rimarcato, «non è solo filantropia»: è ripagare il «debito ecologico», nell’ottica della Laudato si’, che «dobbiamo ai più vulnerabili tra di noi»; ed è anche un’eredità che «lasceremo ai nostri figli e alle generazioni future». È necessario, inoltre, offrire «protezione agli sfollati climatici attraverso la legislazione e le politiche». Infatti, la «protezione internazionale per gli spostamenti indotti dal clima è limitata, frammentaria e non sempre legalmente vincolante». In definitiva, ha fatto notare il salesiano, si tratta di una sfida «pastorale» che coinvolge tutti. Successivamente Cecilia Dall’Oglio, ha parlato del Movimento cattolico mondiale per il clima: un’alleanza, ha spiegato, che coinvolge più di 700 organizzazioni e migliaia di individui dei diversi continenti. Dal 2015 è iniziata questa esperienza di cammino insieme per vivere la Laudato si’ e «rispondere all’urgenza della crisi climatica, al grido dei poveri e della terra tenendo connessa la dimensione spirituale con quella degli stili di vita personali e comunitari e con quella dell’impegno nella sfera pubblica». Dall’Oglio ha offerto, in particolare, una riflessione sul punto 8 degli Orientamenti: «Cooperare nella pianificazione e nell’azione strategiche»; e ha presentato alcuni esempi di risposte concrete per combattere la crisi climatica. La prima delle quali, ha sottolineato, è quella di «trovare spazi di collaborazione e azione strategica nella gioia del camminare insieme», che è lo spirito del Cantico di san Francesco. Nella sua testimonianza la mozambicana Maria Madalena Issau ha ricordato il disastroso passaggio del ciclone Idai, che nel marzo 2019 provocò devastazioni a Beira. Centodiciotto famiglie che avevano perso tutto vennero ricollocate a 60 chilometri dalla città, a 5 chilometri dall’abitato più vicino. Il governo consegnò un lotto di terreno di 20 metri per 30, una tenda e una fontana per l’acqua. Qualche mese fa, ha detto, una ong ha iniziato a costruire 200 case di 25 metri quadrati per persone vulnerabili, vedove e orfani. Le altre famiglie vivono ancora in tende o capanne. Non è presente neanche un ambulatorio sanitario e il più vicino si trova a 8 chilometri di distanza. La donna ha denunciato che c’è una scuola solo fino al 4° grado: gli altri bambini devono andare a Mutua, una località lontana 5 chilometri. Nel reinsediamento «non c’è elettricità, non c’è lavoro», non ci sono «progetti per istruire i giovani o occupare le persone». E «per un lavoro ingrato le persone devono percorrere molti chilometri». (OR)

Papa Francesco: molti sfollati climatici “vengono ‘divorati’ da condizioni che rendono impossibile la sopravvivenza”.

30 Marzo 2021 - Città del Vaticano - Molti sfollati climatici «vengono ‘divorati’ da condizioni che rendono impossibile la sopravvivenza». Lo scrive papa Francesco nella prefazione agli “Orientamenti pastorali sugli sfollati climatici”, presentati oggi in diretta streaming dalla Sala Stampa della Santa Sede e redatti dalla Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. “Costretti ad abbandonare campi e coste, case e villaggi, fuggono in fretta portando con sé solo pochi ricordi e averi, frammenti della loro cultura e della loro tradizione” i rifugiati climatici «partono pieni di speranza, con l’intenzione di ricominciare la propria vita in un luogo sicuro. Ma, per lo più, finiscono in bassifondi pericolosamente sovraffollati o in insediamenti improvvisati, aspettando il loro destino». «Coloro che sono costretti ad allontanarsi dalle proprie abitazioni a causa della crisi climatica hanno bisogno di essere accolti, protetti, promossi e integrati», evidenzia il pontefice: «Essi hanno il desiderio di ricominciare, ma bisogna dare loro la possibilità di farlo, e aiutarli perché possano costruire un nuovo futuro per i loro figli. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono tutti verbi che corrispondono ad azioni adeguate. Togliamo quindi uno per uno quei massi che bloccano il cammino degli sfollati, ciò che li reprime e li emargina, che impedisce loro di lavorare e di andare a scuola, ciò che li rende invisibili e nega loro la dignità». Gli Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Climatici «ci invitano ad ampliare il modo con cui guardiamo a questo dramma dei nostri tempi”» e «ci spingono a vedere la tragedia dello sradicamento prolungato che fa gridare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, anno dopo anno: ‘Non possiamo tornare indietro e non possiamo ricominciare da capo’. Ci invitano a prendere coscienza dell’indifferenza della società e dei governi di fronte a questa tragedia. Ci chiedono di vedere e di preoccuparci. Invitano la Chiesa e tutti quanti ad agire insieme, e ci indicano come è possibile farlo. Non usciremo da crisi come quelle del clima o del Covid-19 rinchiudendoci nell’individualismo, ma solo stando insieme, attraverso l’incontro, il dialogo e la cooperazione». Per Papa Francesco il fatto che le persone siano costrette a migrare perché l’ambiente in cui vivono «non è più abitabile, ci potrebbe sembrare un processo naturale, qualcosa di inevitabile. Eppure, il deterioramento del clima è molto spesso il risultato di scelte sbagliate e di attività distruttive, il frutto dell’egoismo e dell’abbandono, che mettono l’umanità in conflitto con il Creato, la nostra casa comune». «A differenza della pandemia di Covid-19 – abbattutasi su di noi all’improvviso, senza alcun preavviso, e quasi ovunque, con un impatto pressoché simultaneo sulla vita di tutti noi –, la crisi climatica è iniziata con la Rivoluzione Industriale», ricorda papa Francesco: «Per molto tempo, tale crisi si è andata sviluppando tanto lentamente da rimanere impercettibile per tutti, eccetto per pochissime persone particolarmente lungimiranti. Anche adesso, le sue ripercussioni si manifestano in maniera disomogenea: il cambiamento climatico interessa il mondo intero, ma le difficoltà maggiori riguardano coloro che meno hanno contribuito a determinare il cambiamento climatico». «Eppure, come per la crisi del Covid-19, a causa della crisi climatica», secondo Papa Francesco, il numero enorme di sfollati è in continuo aumento e «sta rapidamente diventando una grande emergenza della nostra epoca, come possiamo vedere quasi ogni sera in televisione, e questo richiede risposte globali». (R.I.)

Viminale: da inizio anno sbarcate 6.669 persone sulle coste italiane

30 Marzo 2021 - Roma - Sono 6.669 le persone migranti sbarcate sulle coste da inizio anno. Il dato è stato fornito questa mattina dal Ministero dell’interno ed è aggiornato alle 8 di questa mattina. Delle persone migranti arrivate in Italia nel 2021, 1.019 sono di nazionalità ivoriana (15%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (979, 15%), Guinea (697, 10%), Bangladesh (493, 7%), Sudan (388, 6%), Eritrea (343, 5%), Algeria (304, 5%), Mali (302, 5%), Egitto (233, 3%), Camerun (174, 3%) a cui si aggiungono 1.737 persone (26%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. I minori stranieri non accompagnati arrivati sono 721 secondo il dato del Viminale aggiornato a ieri.

Passione di Cristo a Casablanca 

30 Marzo 2021 -

Loreto - Don Cipriano ci attendeva a braccia aperte, alla parrocchia italiana «Cristo Re», boulevard Abdelmoumen, a Casablanca. Avrebbe ospitato la dozzina dei nostri giovani, tutti figli di italiani all’estero. Era la prima tappa del loro pellegrinaggio verso il deserto del Sahara. Tutto il percorso, poco più di una decina di giorni, come ogni anno a Quaresima, si proponeva di far vivere ai nostri giovani il cammino di Cristo verso Gerusalemme.

Eravamo ospiti di varie, piccole comunità cristiane lungo il percorso, fino a sostare per tre giorni e tre notti in pieno deserto, sotto rustiche tende berbere. Un viaggio avventuroso, interiore, trasformante. Come ricorda Proust, viaggiare «non è scoprire nuove terre, ma avere nuovi occhi». Così, da una città quasi europea, caotica e straordinariamente vivace come Casablanca si arriva alla pace e all’essenzialità assoluta, che solo un deserto sa offrire. Scoprire  là, la forza segreta dell’anima.

La parrocchia italiana di Casablanca, poi, è costituita soprattutto da siciliani, pescatori di Mazara del Vallo, da Trapani…  acquartierati laggiù da cinquanta o sessant’anni: tutto vi era pronto per accoglierci. E come sempre, l’accoglienza nel Maghreb è semplice e regale. «Dopodomani, animerete la messa solenne delle Palme !». Con i primi saluti, erano queste le parole di don Cipriano, dal sapore di invito ma, allo stesso tempo, di un ordine. I giovani ne rimasero entusiasti.

Sarebbero venuti, per l’occasione, tantissimi della comunità italiana in Casablanca e senz’altro il Console, come d’abitudine ogni anno. Il sabato, i nostri giovani leggevano i testi, facevano i preparativi per i vestiti, le parole, i gesti dei personaggi nella Passione. Erano la rivoluzione per il guardaroba delle suore. Queste animano la vicina casa di riposo per anziani italiani.

Già, al mattino presto della domenica delle Palme, ai giovani il grande compito dell’accoglienza. Dietro un lungo tavolo, offrono all’arrivo - con un sorriso, come si erano proposto - un ramo di ulivo intrecciato di un nastro rosso-sangue, augurando ad ognuno «buona settimana santa !». La gente, senza fretta, arrivava a frotte. E rimaneva stupita di vedersi davanti, all’arrivo, una banda di giovani italiani disponibili, disinvolti, pieni di simpatia, mai visti prima. Poi, in seguito, quasi tutto il gruppo saliva all’altare, per leggere la Passione. Lasciando a Rodrigo, un bel volto ispirato di profeta, grande animatore dei ragazzi di catechesi, l’impegno di presentare un unico personaggio : il Cristo.

Così, all’inizio della lettura, sbucando dal fondo della chiesa affollata, vedevi apparire il Cristo, d’improvviso. Una lunga veste color porpora fino alle caviglie, un’enorme croce, a passo ritmato, sempre uguale, avanzava lungo tutta la grande navata. Concentratissimo. Lentamente procedeva, con una cadenza a singhiozzo… quasi fosse un pianto. Se l’era provato, riprovato quel passo - l’avevo ben osservato, infatti - chissà quante volte, il giorno prima... Un passo come sospeso, aritmico, alla soglia della morte. Impressionante. La gente, tutta intenta a leggere il testo, se lo vedeva, sorpresa, apparire di lato, quasi d’improvviso. Arrivato all’altare, Rodrigo vi posava, poggiandola in piedi, la grande croce. E al momento delle parole della crocifissione, assorto e fisso di fronte come una statua, davanti a tutta l’assemblea, lo vedi aprire le braccia il più largo possibile. Qualche istante così, un’eternità. E alla morte, cadere per terra d’un tonfo, rimanendo là, scomposto, senza muovere neppure un filo. Immobile, durante quasi tutta la celebrazione. Era come vedere a terra un qualsiasi morto ammazzato, in una stazione dei treni o sul marciapiede di una strada...

Ricordo che la gente si toccava il gomito, come per dirsi: «... ma è ancora vivo?!». E poi, durante il Padre nostro, eccolo rialzarsi di fronte all’assemblea ed estrarre, a sorpresa, dal petto, la famosa bandiera multicolore della PACE, stenderla e sollevarla il più alto possibile per tutto il tempo restante della preghiera. Al momento dello scambio di pace, legarsela attorno alle spalle, per passare a dare la mano ad ognuno dei presenti, di banco in banco… La gente era commossa – lo si vedeva – di abbracciare il Cristo, ricordando il suo passo di morte e la sua interminabile caduta per terra. Una scena stampata nella mente, che come in noi, lo sarà stato anche per gli altri.

I giovani, d’altronde, avevano vissuto questo loro impegno come un forte gesto di solidarietà con la nostra gente in terra straniera. Sì, una passione quotidiana, continua, che pare non finire mai, sui passi del Cristo. Lo straniero in mezzo agli uomini. Questi giovani saranno gli ultimi a dimenticarselo.

Come non dimenticheranno le poche parole di suor Monica : «Sapete, i nostri vicini di casa hanno una fede che trasporta le montagne !» E parlava di musulmani. Ma io non dimenticherò, ritornati, il loro grazie più originale. «Grazie padre, perchè ora comprendiamo meglio l’Europa !». Sì, il suo panorama ormai multiculturale e multireligioso, dove costruire più ponti e meno muri. Casablanca era rimasta nel cuore (p. Renato Zilio, Migrantes Marche)

Rosario per l’Italia: domani da Latina con mons. Crociata

30 Marzo 2021 - Latina - Domani sera il consueto appuntamento di preghiera con la recita del Rosario, promosso da Tv2000 e InBlu2000, per domani alle 20.50, sarà trasmesso dalla diocesi di  Latina-TerracinaSezze-Priverno. A guidare la preghiera, trasmessa dal Santuario di Santa Maria della Delibera a Terracina, in provincia di Latina, il vescovo mons. Mariano Crociata.