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Vangelo Migrante: XV domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 13,1-23)

9 Luglio 2020 - Le forze della natura sembrano prevalere anche sulla parola di Dio. Nella parabola del seminatore, il seme della Parola porta frutto solo in un caso su quattro: sul terreno buono; si perde, invece, quello caduto sulla strada, sui sassi e sulle spine. Eppure la Parola è potente. Non ce n’è per nessuno, come ci ricorda la prima lettura di Isaia: “non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver operato ciò per cui l’ho mandata” e come riprende Gesù nella spiegazione della parabola: “dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno”. Dov’è il problema? Negli occhi, nelle orecchie e nel cuore degli interlocutori. Pur avendo le capacità immediate di relazionarsi, gli uomini fanno prevalere l’elaborazione che il cervello fa rispetto a quello che gli organi preposti percepiscono. Questo è il motivo per cui Gesù parla in parabole: nella quantità di analogie che il mondo offre, Gesù trova l’altro modo per smontare i costrutti umani sulle cose (sassi e spine) ed aprire il cuore degli uomini ad un atteggiamento di fede. Egli ancora oggi non smette di parlare con parabole. La differenza è che queste oggi sono incarnate: dagli elementi della natura è passato alla pelle degli uomini: L’incontro con l’altro è anche incontro con Cristo, ce l’ha detto Lui stesso”, faceva notare papa Francesco nell’omelia della Messa in ricordo della sua visita a Lampedusa di sette anni fa.

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: XIV domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 11,25-30)

2 Luglio 2020 - Solo i piccoli, dice Gesù, cioè coloro che hanno l’animo libero, che non sono integrati negli schemi della cultura ufficiale, riescono a capire il gioioso annuncio della novità cristiana. La cultura ufficiale è una forma di sapere che legittima i comportamenti diffusi, anche negli aspetti più discutibili, come l’individualismo esasperato, l’ossessione dei diritti, la libertà che sconfina nell’arbitrio e, insieme, la schiavitù dei comportamenti di moda. Chi non è contagiato da questa cultura è libero da pregiudizi ideologici e capace di immaginare un nuovo modo di vivere, più umano, più sobrio, più attento ai veri bisogni dell’uomo. Solo nei piccoli, cioè in coloro che non hanno interessi da difendere, la coscienza, incontrandosi con la buona notizia del Vangelo, riesce a progettare un’esistenza nuova. Ma per questo bisogna rompere i legami che ci imprigionano dentro i luoghi comuni della sapienza ufficiale, che è spesso un condensato della mediocrità accettata. La forza liberante del Vangelo è quella che colpisce alla radice questa povertà del nostro spirito. Dice il Signore: ‘Voi siete oppressi da tradizioni e da abitudini morte, che però sono ancora capaci di condizionarvi. Io vi libererò da questo peso. Il mio insegnamento è un appello alle coscienze veramente libere’. Le parole di Gesù non sono sentimentalismo. Egli ci chiama all’impegno di una religiosità nuova, che è un peso leggero, perché ci aiuta a fare con motivazioni profonde, con amore, le cose grandi e audaci che ci chiede. A questo punto dobbiamo essere grati, perché le cose che Dio ha nascosto ai sapienti di questo mondo, Gesù le ha rivelate ai piccoli, ai poveri, agli uomini liberi. Il Signore ci ha lasciato capire che c’è un privilegio dei piccoli a cui noi possiamo partecipare, a cui, anzi, siamo chiamati, perché la nostra vocazione è proprio quella di ritrovare con immediatezza lo stupore del bambino di fronte alla bellezza della fede e la gioia di abbandonarci alla sua luce.

p. Gaetano Saracino

   

Vangelo Migrante: XIII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 10,37-42)

25 Giugno 2020 - Chi è degno del Signore? Nessuno. Perché l’amore di Dio non si merita, si accoglie. È un amore incondizionato, anticipa sempre e non ha clausole. Per questo può sembrare sovversivo e scandaloso un Dio che pretende di essere amato più di padre e madre, più di figli e fratelli; ma la fede, per essere autentica, deve andare controcorrente e oltre rispetto alla logica umana. Come accade per ‘chi avrà perduto la propria vita per causa mia’: non significa solo affrontare il martirio ma spendere la vita e investirla per una causa grande, vincendo la tentazione del possesso e del nascondimento dei propri beni. Il riflesso, la ricompensa non sarà secondo la logica umana ma di Dio: ‘chi avrà perduto, troverà (…) chi avrà accolto avrà la ricompensa’. Accogliere l’amore di Dio vuol dire possedere veramente solo ciò che abbiamo donato ad altri, fosse anche solo un bicchiere d’acqua fresca. Dare tutta la vita, come ha fatto Lui o anche solo una piccola cosa, la croce e il bicchiere d'acqua, sono i due estremi di uno stesso movimento: dare! Un bicchiere d'acqua è un gesto così piccolo che anche l'ultimo di noi, anche il più povero può permettersi. Dare la vita, dare un bicchiere d'acqua fresca, ecco la stupenda pedagogia di Gesù in questa domenica. Un bicchiere d'acqua fresca se dato con tutto il cuore ha dentro la Croce. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d'acqua e in un gesto di accoglienza. Nulla è troppo piccolo per il Signore, perché ogni gesto compiuto con tutto il cuore ci avvicina all'assoluto di Dio.

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: XII domenica del Tempo Ordinario (Mt 10,26-33)

18 Giugno 2020 - Mentre inizia i suoi apostoli al loro ministero di liberazione, di guarigione e di chiarificazione mediante la parola, Gesù parla direttamente anche al cuore dei nostri turbamenti e dice per tre volte: ‘non abbiate paura’. La Parola di Dio ci chiede di camminare attraverso la storia consapevoli che non accade nulla senza che Dio non ne sia coinvolto: nessuno cadrà fuori dalle mani di Dio, lontano dalla Sua presenza. Dio sarà lì. Questo non ci mette al riparo dal male. Troppe cose accadono nel mondo contro il volere di Dio: ogni odio, ogni guerra, ogni violenza accade contro il Suo volere; e tuttavia nulla avviene senza che Lui ne sia coinvolto: nessuno muore senza che Lui non ne patisca l’agonia, nessuno è rifiutato senza che non lo sia anche Lui, nessuno è crocifisso senza che non lo sia ancora Suo Figlio. Non vi è nulla di autenticamente umano che non trovi eco nel cuore di Dio. ‘Non abbiate paura … voi valete!’ Valete di più di molti passeri, di più di tutti i fiori del campo, persino di più di quanto osate sperare. E se una vita dovesse valere ‘poco’, stando ai calcoli di certi criteri mondani, niente comunque vale quanto una vita!

p. Gaetano Saracino

 

Vangelo Migrante: Ss. Corpo e Sangue di Cristo (Vangelo Gv 6,51-58)

11 Giugno 2020 - Quando Gesù dice ‘io sono il pane vivo disceso dal cielo’, vuol dire che in Lui, nella Sua vita e nella Sua storia di fedeltà al Padre si è compiuto tutto il ‘cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto’, come ricorda il Deuteronomio nella prima lettura. Anche per noi si compie un cammino: ogni volta che ci accostiamo al mistero del Corpo e Sangue di Cristo, lasciamo ogni nostra supponenza ed approdiamo alla conformazione del mistero che celebriamo, interiormente ed esistenzialmente. Il cammino può dirsi compiuto quando la nostra sarà una vita da risorti perché segnata dalla stessa logica dell’esistenza di Gesù: il dono totale di noi stessi agli altri e lontani da ogni ripiegamento su noi stessi.

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: Santissima Trinità (Vangelo Gv 3, 16-18)

4 Giugno 2020 - La liturgia della Parola in questa Solennità si presenta apparentemente povera per l’essenzialità e la brevità dei testi scelti; in realtà questa è già una chiave per entrare nell'insondabile mistero della Trinità. Questa povertà è l’abito dell’essenzialità per farci intuire come l’essenza di Dio sia l’amore che si può solo evocare e mai descrivere. Tutte le idee che possiamo farci su Dio devono passare attraverso il filtro della solenne parola del Signore Gesù: ‘Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio’. La Trinità vive di questo dono perenne che, vissuto da sempre al suo interno, si riversa per sempre sulla nostra umanità chiamata a lasciarsi invitare e coinvolgere in quel medesimo dinamismo divino. Ben al di là dei concetti, delle concettualizzazioni o di chissà quale speculazione, in questa domenica siamo posti davanti al mistero di Dio che si rivela e si conferma non come statico ma dinamico, in movimento: nell'essenza del Suo mistero, si china su di noi e si fa compagno di cammino. Quaggiù non è fuori luogo, allora, incontrarlo dove l’uomo e le situazioni che lo accompagnano, camminano; e dire con Mosè: “se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi!”

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: Solennità di Pentecoste (Vangelo Gv 20, 19-23)

28 Maggio 2020 - Più riflessioni si rincorrono in questa Solennità della manifestazione della Chiesa al mondo come corpo di Cristo risorto. Proprio nell’incontro con il mondo, la discesa dello Spirito risolve l’ambiguo sogno dell’umanità di avere una ‘sola lingua’, e lo fa attraverso la possibilità di intendere il linguaggio dell’altro come proprio, ci ricorda la prima lettura (Atti degli Apostoli, 2, 7-11). Le lingue di fuoco inaugurano un linguaggio nuovo che è quello della comunione assoluta e irrinunciabile per il ‘bene comune’. Resurrezione e Pentecoste, secondo l’evangelista Giovanni, coincidono. Per questo ci riporta alla sera di Pasqua nel Cenacolo. In quel luogo il Risorto dapprima dona la Pace ai suoi discepoli e detto questo, soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo!; in quel ‘soffio’ lo Spirito del Risorto scende su di loro e accende sulla terra il fuoco del Suo invincibile amore. L’alitare di Gesù sui discepoli e il fragore con cui lo Spirito irrompe nella comunità riunita ‘insieme’, evocano i gesti della Creazione e aprono i cuori all’opera della Salvezza che è per tutti e si rinnova attraverso l’impegno di ciascuno: ‘andate e perdonate!’ Faremo sempre fatica a raffigurare lo Spirito Santo. Se c’è un balcone da cui poterlo scorgere nella nostra esperienza umana, è quello della diversità! Di sicuro il contrario dell’uniformità ma non l’opposto dell’unità. Non l’etichetta celebrativa di un folklore, anche bello a vedersi, ma una festa continua della diversità-riconciliata. Ci possono essere differenze, contraddizioni e ambiguità nella nostra esperienza di creature e di discepoli ma ‘tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito’, afferma San Paolo (1Cor 12, 13). Quel soffio ci spinge, quella sorgente ci attrae: questo ci motiva, questo ci fa Vivere!

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante:  Ascensione del Signore (Vangelo Mt 28, 16-20)

21 Maggio 2020 - Nella versione dell’evangelista Matteo non ci è raccontata la ‘scena’ dell’Ascensione ma il suo senso. Si parla di un passaggio dalla terra al cielo che riguarda Gesù. Tale passaggio indica che con l’Ascensione è stata aperta una via di collegamento proprio tra la terra e il cielo, una via che non potrà essere più chiusa. Non vi è più, dunque, una separazione insanabile tra il mondo dell’uomo e il mondo di Dio, perché questi due mondi sono divenuti tra loro comunicanti in virtù dell’Ascensione di Gesù al cielo. Anzi, è Gesù stesso la Via che rimette in collegamento i due mondi, la Porta attraverso la quale l’umanità può ritornare nel giardino di Dio. E c’è un mandato di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (28,19). Ciò che a noi è stato dato di comprendere e di vivere, non può essere tenuto solo per noi: il comando di Gesù è chiaro e ci esorta ad andare ovunque per dire a tutti la verità di questa via che ormai è ‘la Via’ che dalla terra conduce a Dio. Il giorno dell’Ascensione di Gesù è anche il giorno dell’invio dei discepoli per le strade del mondo; il giorno nel quale il Signore ritorna al Padre è il giorno nel quale i suoi discepoli sono mandati ad annunciare a tutti i popoli l’inizio di un mondo nuovo. Oggi, pertanto, la Chiesa contempla e cammina: contempla il suo Signore che ascende e cammina piena di gioia raccontando agli uomini la salvezza di Dio. Il tutto in Galilea, il luogo meticcio, abitato da uomini e donne di diverse culture e provenienze, non proprio ortodosso, secondo i canoni religiosi dettati a Gerusalemme. L’appuntamento lo ha dato Gesù la mattina della Resurrezione. Proprio là uno sparuto gruppo di discepoli inizia una Missione, che dura ancora oggi; ed è là che torna la nostra mente quando, stanchi e sfiduciati, possiamo riascoltare la Sua voce: “ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: VI domenica di Pasqua (Vangelo Gv 14,15-21)

14 Maggio 2020 - Il distacco da Gesù oltre a creare un turbamento suscita anche un altro disagio: rimanere orfani. ‘Non vi lascerò orfani: verrò da voi’, è la consolante Parola di questa domenica. Come accadrà questo? Le parole di Gesù lo spiegano: c’è una condizione, ed è l’amore; c’è una persona, ed è lo Spirito Santo (il Paraclito) che il Padre invierà ai suoi discepoli. L’amore. Nel Vangelo di Giovanni quello dell’amore è un verbo ‘passivo’: lasciarsi amare. Farsi voler bene. Che forse è cosa ben più difficile dell’amare così come lo intendiamo normalmente. Di sicuro è l’atteggiamento più completo per permettere a Dio di raggiungerci. E Gesù lo declina con delicatezza e rispetto: ‘se mi amate osserverete i miei comandamenti’. Non si tratta di una ingiunzione (dovete osservare) ma di una constatazione. Parafrasando il linguaggio di Gesù: ‘è stato creato un amore che è tutto nei comandamenti che voi, amando me, ricevete’. Questa è lo scrigno della vita cristiana. Noi crediamo che tutto parta da noi e che tutto si attiva solo quando lo decidiamo noi. E, invece, è già stato creato per noi quello che ci occorre, che serve, che è necessario … ma solo nell’atto libero di lasciarsi amare, arriva ‘in’ noi. Lo Spirito. Siamo a ridosso della Pentecoste e compare lo Spirito Santo. Questo amore creato per noi ha una figura ed è lo Spirito che Gesù chiede al Padre perché raggiunga i suoi discepoli e resti con loro per sempre: è compito suo risvegliare i cuori e trasformare l’oscura dimenticanza in luminosa consapevolezza. Gesù lo chiama Paràclito. Nei tribunali ebraici c’era un personaggio, ai giorni nostri sconosciuto. Quando veniva pronunciata una sentenza, accadeva a volte che un uomo dalla buona reputazione venisse silenziosamente a porsi a fianco dell’accusato: era chiamato appunto paràclito, consolatore-difensore-suggeritore. La sua silenziosa testimonianza confondeva gli accusatori. Può servire ricordare come niente e nessuno confonde e zittisce l’Accusatore per eccellenza, il diavolo, quanto la presenza e il vento gagliardo dello Spirito che sempre e immancabilmente consola e difende i figli di Dio. In una specie di commovente e suadente monotonia Gesù ripete: ‘voi in me, io in voi, (…) sarò con voi, (…) verrò da voi’. È questo il suo sogno di comunione. Dentro, immersi, uniti, intimi. Gesù che cerca spazi, spazi nel cuore. Per questo quando parliamo di accoglienza, parliamo di Amore!

 p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: V domenica di Pasqua (Vangelo Gv 14,1-12)

7 Maggio 2020 -

Domenica scorsa con Gesù parlava di sé stesso come di una ‘porta’. Un luogo da attraversare necessariamente per entrare e per uscire dalla sicurezza dell’ovile alla libertà del pascolo e viceversa. Questa intimità oggi, oltre ad essere confermata, viene anche riempita di senso, grazie alle domande di due discepoli: Tommaso e Filippo, particolarmente ‘turbati’ dal distacco che sta per avvenire con il maestro.

A Tommaso che chiede: ‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’, Gesù risponde ancora dicendo che Lui è la Via, la Verità la Vita.

Lui è il TUTTO di cui tutto l’uomo ha bisogno. Ancor prima dei contenuti in cui credere, tutti gli uomini, nessuno escluso, hanno a che fare con turbamenti esistenziali su sé stessi e sulla vita, e dalle risposte che danno dipende l’impostazione di tutta la vita e il suo compimento. E nella vita si vede, eccome, chi ha ‘risolto’ questi lacci e chi no!

Gesù non si pone solo come consolatore ma indica la strada per cambiare, l’atteggiamento interiore per conseguire una pace: è Lui la verità che libera dalla schiavitù del peccato; è Lui la vita che rende gioiosa e significativa l’esistenza! Ancor prima delle cose da farsi da parte dei discepoli.

Semplifica ma non ‘banalizza’ il turbamento. A Filippo che incalza chiedendo: ‘allora mostraci il Padre e ci basta’, ossia, facci vedere l’Eterno di cui ci parli e siamo tranquilli, Gesù presenta ancora sé stesso come un tutt’uno con il Padre: ‘chi ha visto me, ha visto il Padre’.

Nell’uno e nell’altro caso Gesù non dà ‘lezioni’ o ‘cose da eseguire’ ma presenta il vivere in comunione profonda di amore e di vita con Lui, come la Via da percorrere per avere la vita vera.

Di turbamenti siamo pieni anche noi: la vita di ognuno comporta questioni, croniche e nuove, da affrontare ogni giorno e da risolvere, quelle dove spesso ogni speranza sembra crollare e non si sa più dove sbattere la testa.

È vero, esistono consigli, strumenti e mezzi umani per barcamenarsi ma il discepolo sa che solo una fede più chiara e più grande consente di essere consolati, di vincere il profondo turbamento interiore e ritrovare la serenità senza giungere alla disperazione.

È la fede che riconosce nelle sofferenze e nelle croci che la vita riserva, non la definitiva smentita delle promesse di Dio ma il tempo difficile e impegnativo della prova che rende salda e vera la fede, dove la presenza di Gesù è l’unica Via che conduce oltre l’angustia del presente, trattenendo tutto ciò che nel presente è prezioso.

p. Gaetano Saracino