Primo Piano
Sport: nasce l’Osservatorio contro le discriminazioni
Roma - L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, insieme a Uisp e Lunaria, ha presentato a Roma l’Osservatorio contro le discriminazioni nello sport. Nato dopo molti anni di lavoro, sarà intitolato a Mauro Valeri, sociologo che ha concentrato i suoi studi sui fenomeni del razzismo collegati al mondo dello sport e scomparso nel novembre scorso. Qual è l’obiettivo che si pongono i promotori di questa iniziativa unica in Europa, che ci pone all’avanguardia nella lotta al razzismo? La risposta nelle parole di Triantafillos Loukarelis, direttore dell’Unar. Alla nascita dell'osservatorio è dedicato uno speciale del Giornale Radio Sociale. Madrina dell’osservatorio è stata Beatrice Ion, atleta paralimpica della nazionale di basket femminile, aggredita nei giorni passati con minacce e insulti razzisti. Beatrice ha evidenziato quanto sia difficile raccontare le discriminazioni subite, mentre è rassicurante sapere che c’è qualcuno pronto ad ascoltare e a tutelarti.
Card. Hollerich su tragedia Lesbo: quello che abbiamo detto fino ad oggi sui valori europei erano solo bugie”
Fino a quando assenti?
Settanta volte sette
Papa Francesco: solidarietà e vicinanza a profughi Lesbo
Raffaele Iaria
Migrantes: oggi la conclusione del convegno per gli operatori pastorali “Amici dei Rom”
Raffaele Iaria
Migrantes Gaeta: lunedì un webinar con il Direttore Migrantes don Giovanni de Robertis
Migrantes: a Frascati l’incontro degli operatori pastorali “Amici dei Rom”
Migrantes Asti: per la GMRR il festival “Sconfinare”
Migrantes Genova: “voler bene al nostro territorio parte dal non fare sentire più nessuno straniero”
Lesbo: tutti sfollati dopo l’incendio
GMMR: il Piemonte e la Valle d’Aosta nel solco dei «santi sociali»
Torino - Non è casuale che la Fondazione Migrantes abbia scelto le diocesi di Piemonte e Valle d’Aosta come sedi principali per la celebrazione italiana della 106ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, in programma il 27 settembre. Nella Cattedrale di Torino in diretta su Rai 1 alle 11 monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino e amministratore apostolico di Susa, presiederà la celebrazione eucaristica della Giornata, che il Papa nel suo messaggio diffuso il 13 maggio ha intitolato “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire: accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”. "La scelta delle diocesi subalpine da sempre terre d’immigrazione – ha sottolineato ieri Sergio Durando, direttore dell’Ufficio pastorale migranti di Torino e coordinatore Migrantes del Piemonte – ci sprona ad andare avanti nel solco dei santi sociali come don Bosco e Murialdo che accoglievano i contadini e i giovani dalle campagne, dell’emigrazione dal Sud Italia nel Dopoguerra ed ora delle nuove migrazioni dal Sud del mondo e dai Paesi in guerra". Oggi infatti Torino e le diocesi del Piemonte – aggiunge Durando – "con 429.375 stranieri (il 50% nel capoluogo, con età media 30-39 anni) sono la quinta regione d’Italia con provenienze da 172 paesi diversi e 12 comunità etniche molto numerose". "Presenze e bisogni – ha ribadito monsignor Nosiglia – che, grazie alle sollecitazioni di questa Giornata devono attraversare la coscienza e la vita delle nostre comunità per stimolare la ricerca di vie e impegni concreti di accoglienza e solidarietà verso tutti gli immigrati e gli sfollati presenti nel nostro territorio: una realtà importante che nel mondo coinvolge 50 milioni di persone, compresi i nostri connazionali sfollati ad esempio dai recenti terremoti". "Far leva sull’allarmismo e sull’invasione, come già è avvenuto in passato – ha aggiunto Nosiglia – non aiuta ad affrontare seriamente il problema ma suscita solo paura e timore che, collegato al coronavirus, suscita ancora di più rifiuti e scelte drastiche che nulla hanno a che vedere con l’accoglienza delle persone ma ne fanno dei capri espiatori di ben altre situazioni». Dal canto suo monsignor Marco Prastaro, vescovo di Asti, incaricato regionale Migrantes della Conferenza episcopale del Piemonte e della Valle d’Aosta con un passato da fidei donum in Kenya, ribadendo che occorre un cambiamento di mentalità nel considerare gli stranieri "non come capo espiratorio di tutti i nostri problemi ma come risorsa" (in Italia sono 52 mila gli imprenditori immigrati) ha presentato il documento che il coordinamento Migrantes di Piemonte e Valle d’Aosta "terra di santi sociali che hanno saputo rispondere alle sollecitazioni del loro tempo tra cui l’immigrazione" diffonderà in occasione della Giornata. È intitolato “Mi avete ospitato”. "Il motivo per cui la comunità cristiana in primis non può sottrarsi all’accoglienza – ha aggiunto Prastaro – sta nelle parole di Gesù: 'Ero forestiero e mi avete ospitato'".
In preparazione alla Giornata, la Fondazione Migrantes ha promosso nei giorni scorsi a Villa Lascaris di Pianezza (Torino) il Corso di Alta formazione sulle sfide dell’emigrazione. Ai lavori, presieduti dal direttore generale della Fondazione don Giovanni De Robertis, hanno partecipato 60 tra direttori della Pastorale migranti delle diocesi della Penisola e collaboratori laici. Tra i relatori, l’inviato di Avvenire, Nello Scavo. Fitto il calendario degli appuntamenti piemontesi di qui al 27 settembre: da spettacoli e presentazioni di libri e mostre, ai cineforum, al Meeting tra giovani italiani e immigrati sul messaggio del Papa, sabato 12 settembre dalle 14 alle 18, (in via Cottolengo 24/a). I giovani, su un testo raccolto da Marco Laruffa e musicato da fratel Ettore Moscatelli, hanno anche composto l’inno della Giornata che verrà inviata a papa Francesco. La stessa composizione, il calendario completo della Giornata e il messaggio del Coordinamento Migrantes Piemonte e Valle d’Aosta si trovano sul sito www.migrantitorino.it. (Marina Lomunno - Avvenire)
Vangelo Migrante: XXIV domenica del Tempo Ordinario (Vangelo 18, 21-35)
p. Gaetano Saracino
Papa Francesco: cambiare il modo di vedere e raccontare la migrazione
R.Iaria
Parroco Lampedusa: ripristinare vie legali per raggiungere l’Europa
Comunità di Sant’Egidio: “l’Europa accolga i richiedenti asilo che hanno perso tutto” a Lesbo
Roma - La Comunità di Sant’Egidio lancia un appello a tutti i paesi dell’Unione Europea perché accolgano con urgenza i profughi che con l’incendio del campo di Moria hanno perso tutto. Si tratta - si legge in una nota della comunità - di richiedenti asilo che da mesi, alcuni da anni, vivono in condizioni di estrema precarietà, dopo aver fatto lunghi e rischiosissimi viaggi per fuggire da guerre o situazioni insostenibili, in gran parte provenienti dall’Afghanistan. Sono per lo più famiglie, per una cifra complessiva di presenze che si aggira attorno alle 13 mila, con una percentuale di minori del 40 per cento. L’Europa, "se è ancora all’altezza della sua tradizione di civiltà e umanità, deve farsene carico con un atto di responsabilità collettiva".
La Comunità di Sant'Egidio quest'estate, com propri volontari, è stata presente al campo di Lesbo per una “vacanza alternativa” per sostenere i profughi, con punti di ristorazione, animazione per i bambini, corsi di inglese per gli adolescenti: "possiamo testimoniare la loro sete di dignità e di futuro. Come potremmo raccontare le storie di integrazione di chi abbiamo accompagnato in Europa con il corridoio umanitario che inaugurò nell’aprile 2016 Papa Francesco portando con sé alcuni profughi nel suo aereo, al ritorno dalla sua visita a Lesbo. Nel frattempo, per fronteggiare l’emergenza di queste ore, chiediamo il trasferimento urgente dei profughi in campi attrezzati, forniti di servizi, in terraferma, per evitare ulteriori drammi della disperazione, Occorre inoltre che le associazioni presenti nell'isola abbiano libero accesso per portare aiuti immediati ai profughi".
R.I.
Scalabriniane: “L’Europa non sia cieca, i profughi sono detenuti per il reato di speranza”
R. I.
Moria brucia, i migranti in fuga
Lesbo - Si sollevavano ancora colonne nere di fumo, ieri pomeriggio, dalle tende carbonizzate di Moria, in quello che era il più grande e controverso hotspot europeo per l’identificazione dei migranti. Borse, sacchi di plastica, un ventilatore, passeggini, oggetti afferrati al volo, i pochi averi caricati sulle spalle, e via di corsa: è stata una fuga nella notte per migliaia di persone, quella tra martedì e ieri all’alba, sotto un cielo rosso, spaventoso e rovente che rifletteva l’esteso rogo che ha incenerito centinaia di baracche, teloni e alloggi nella città-campo sull’isola greca di Lesbo.
"Moria non c’è più e migliaia di persone ora sono senza riparo" dice con la voce rotta dall’emozione Omar Alshakal della Ong Refugee For Refugees, camminando tra cumuli anneriti, mentre un elicottero dei vigili del fuoco gli passa sopra la testa. "C’erano malati isolati per il virus, che ora si trovano in mezzo agli altri. C’è un’enorme quantità di gente senza più nulla. Come potremo dare supporto a tutti, come faranno a mangiare? Non era questo il modo giusto di agire. Ma non si può incolpare nessuno, perché è comprensibile lo stress di un lockdown così lungo".
Il riferimento nelle parole di Omar è all’ipotesi più accreditata per spiegare l’accaduto, ieri sera menzionata anche dalle autorità greche: i diversi incendi, più di tre, scoppiati in punti diversi sarebbero partiti dopo momenti di tensione contro le misure adottate per isolare diversi casi di coronavirus e sarebbero stati appiccati da "alcuni richiedenti asilo". Qui il 2 settembre era stato registrato il primo malato ufficiale di Covid-19, notizia che tutti temevano in uno luogo affollatissimo (13mila persone, quattro volte rispetto alla capienza) e dalle condizioni igieniche oltre i limiti del possibile, ripetutamente denunciate in questi anni dalle organizzazioni non governative. A inizio settimana i contagi erano già 35 così per la tendopoli era scattata la quarantena, malgrado Moria avesse già vissuto un’interminabile serie di proroghe del lockdown di marzo.
"Sembrava l’inferno dantesco, il vento era fortissimo. Non siamo sorpresi dall’accaduto, è da settimane che registriamo un crescendo di frustrazione e disperazione per il prolungato confinamento. Abbiamo anche cercato di farlo presente alle istituzioni locali" ha commentato al telefono Giovanna Scaccabarozzi, medico di Msf a Moria. La clinica della Ong, risparmiata dalle fiamme, ha attivato un team di emergenza. "Container e uffici del campo sono bruciati completamente, anche metà del vasto accampamento dell’uliveto è in cenere. Ci sono persone che si muovono smarrite e nel panico fra le tende risparmiate. Chi è rimasto, non ha cibo. È funzionante solo un punto-acqua in tutta l’area".
Nei mesi scorsi, di incendi qui se ne sono visti tanti, accidentali (per le condizioni di vita estreme) ma anche appiccati di proposito contro i migranti,in una lotta dura con gruppi di estrema destra che hanno alimentato il malcontento dei residenti greci. Questa volta, però, pare sia accaduto qualcosa di diverso.
"La gente non ha più accettato la scusa del Covid per imporre limitazioni alla libertà. Ieri notte si parlava di liberare le persone in quarantena" riferisce, in forma anonima, un’operatrice attiva nel campo. "Alcuni migranti pensavano che le autorità greche stessero usando la pandemia per tenerli intrappolati. Per altri, tenere i positivi in una struttura dentro Moria metteva a repentaglio la vita di tutti. Abbiamo visto gente correre, sono iniziati scontri con la polizia e il lancio di lacrimogeni. Poi sono scoppiati gli incendi". "Non si registrano vittime" dice l’équipe di Kitrinos Healthcare, Ong che aveva un piccolo centro medico ora cancellato dal fuoco. "In uno stato di emergenza così disperato, siamo preoccupati che il Covid-19 si diffonda più velocemente". Dei 35 positivi al coronavirus, le autorità ieri sono riuscite a rintracciarne 8. Lungo la via provinciale, intanto, la polizia limita i movimenti di 5-6 mila migranti, tenuti per strada, lontani dai centri abitati. Il governo greco ha annunciato che sarà loro vietato lasciare l’isola. Su Twitter, la commissaria europea Ylva Johansson ha comunicato di avere "già accettato di finanziare il trasferimento immediato e l’alloggio sulla terraferma di 400 bambini e adolescenti non accompagnati", mentre il governo norvegese ha annunciato che accoglierà 50 migranti dal campo. Per gli sfollati, il governo greco ha inviato un traghetto, due navi della marina militare e altre tende. La terribile avventura europea dei 13mila di Moria sembra non avere ancora fine. (Francesca Ghirardelli - Avvenire)