Primo Piano

Campagna “Ero straniero”: “approvare la nostra proposta di legge”

28 Ottobre 2020 - Roma - A tre anni dal deposito della proposta di legge di iniziativa popolare “Ero straniero” le organizzazioni della campagna chiedono un atto di coraggio da parte del Parlamento: “Approvare quella riforma per affrontare il tema immigrazione alla radice, con uno sguardo verso il futuro”. La proposta è stata depositata il 27 ottobre di tre anni fa con oltre 90.000 firme alla Camera ed è ora all’esame della Commissione affari costituzionali. “Dopo la regolarizzazione straordinaria dei mesi scorsi e il superamento degli aspetti più problematici dei decreti sicurezza – affermano i promotori della campagna – serve ora un passo ulteriore: cambiare il sistema, fallimentare e iniquo, di gestione dell’immigrazione introdotto quasi vent’anni fa dalla legge Bossi-Fini e adottare strumenti efficaci di governo del fenomeno, a cominciare da nuovi canali di ingresso per lavoro nel nostro Paese”. La regolarizzazione straordinaria voluta dal governo a maggio scorso ha interessato oltre 200.000 persone, “un’adesione alta, considerati gli inspiegabili limiti ai settori lavorativi interessati dall’emersione e i troppi paletti previsti per accedervi”.  Tuttavia, precisano, “non si può più intervenire tappando i buchi man mano che si creano”. Serve “una procedura di emersione sempre accessibile che dia la possibilità di mettersi in regola a fronte di un contratto di lavoro o se si è radicati nel territorio, come accade, per esempio, in Germania o in Spagna”.  Oltre ad una “riforma profonda della normativa vigente, con l’introduzione di canali di ingresso per lavoro che facilitino l’incontro dei datori di lavoro italiani con i lavoratori dei Paesi terzi, governando i flussi verso il nostro Paese”. “Ero Straniero” è promossa, tra gli altri, da Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”, Radicali italiani, Oxfam Italia, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cnca, Fcei – Federazione Chiese evangeliche in Italia, Acli.    

Migrantes: la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo

27 Ottobre 2020 - Roma - “Sono giornate intense in cui tutti siamo chiamati a quel senso di responsabilità che è parte essenziale del bene comune”. Così il Card. Gualtiero Bassetti ha evidenziato il momento che stiamo vivendo presentando il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes: come “chiesa italiana “non ci tiriamo indietro. L’impegno, la cura, la custodia, ma anche la sofferenza per quanto avviene, delle nostre parrocchie sono una testimonianza viva”. E parlando dei nostri connazionali all’estero ha citato, tra le sfide, “la carenza di un sistema anagrafico che tenga conto di tutti coloro che partono: le prime generazioni e le ultime, chi si è definitivamente stabilito oltre confine e chi, invece, sperimenta percorsi di mobilità transitori; un sistema di rappresentanza che va rimodulato, soprattutto a seguito dell’ultima tornata referendaria che ha decretato la riduzione del numero dei parlamentari; la cittadinanza”. E sulla cittadinanza ha detto che si tratta di “un riconoscimento che non sia finalizzato all’uso e al consumo personale, al semplice possesso di un passaporto che apra le porte dell’Europa, ma alla definizione di una identità fortemente legata a un territorio in cui ci si riconosce, sebbene non ci si sia nati, e a cui si vorrebbe poter dare il proprio contributo concreto”. La pubblicazione della Fondazione Migrantes – evidenzia in un messaggio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – “offre chiavi di lettura sulle dinamiche di mobilità che riguardano il nostro Paese, ponendo al centro dell’analisi l’umanità della persona e le complesse ragioni che spingono i singoli a spostarsi. Questo rigoroso lavoro di redazione coinvolge esperti nei diversi campi dell’economia, della sociologia, della statistica, della demografia e della storia, riflettendo la varietà di angolazioni da cui è possibile analizzare il tema dell’emigrazione italiana e la sua evoluzione nel tempo”. Il Capo dello Stato sottolinea che grazie a queste caratteristiche il “Rapporto Italiani nel Mondo” è “divenuto un punto di riferimento per chiunque nelle istituzioni, nel mondo accademico, nei centri di ricerca e nella società civile, desideri approfondire lo studio delle dinamiche del tessuto sociale che, a livello globale, incidono sul fenomeno”.  Per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte il Rapporto Migrantes è una “bussola, un’importante strumento di studio” dei flussi di emigrazione dall’Italia verso l’estero, utile anche al governo per “riflettere sulle ragioni per cui gli italiani scelgono la via dell’espatrio”. Per Conte occorre “costruire le condizioni per permettere a questi connazionali di tornare in Italia nel breve periodo, arricchiti dalle esperienze che hanno fatto e che contribuiscono a formare la persona”. Nel mondo le pensioni che vengono pagate oggi dall’Inps a cittadini italiani sono il 2,4% del totale. “L’Italia beneficia oggi delle pensioni pagate dall’estero per un totale di 3,5 miliardi di euro mentre quelle che l’Italia paga verso l’estero sono pari a 466 milioni di euro”, ha detto il presidente dell’Inps Pasquale Tridico sottolineando che la maggioranza vanno verso Stati Uniti, Paesi del Sud America. Il presidente Inps ha evidenziato le difficoltà dei migranti a raggiungere gli anni di contributi necessari legati alla residenza ed ha auspicato di “riuscire ad eliminare le discriminazioni”, mentre il presidente della Migrantes, il vescovo Guerino Di Tora, ha invitato a “camminare accanto a tutti i immigrati e seguire i nostri connazionali fino ad ogni luogo in cui decidono di risiedere”. Raffaele Iaria    

Di Tora: camminare accanto agli immigrati e seguire i nostri connazionali fino ad ogni luogo in cui decidono di risiedere

27 Ottobre 2020 - Roma - Mons. Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes, concludendo la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo ha invitato a “camminare accanto agli immigrati e seguire i nostri connazionali fino ad ogni luogo in cui decidono di risiedere”. La curatrice del Rapporto Delfina Licata, che ha condotto l’incontro on line, ha spiegato le ragioni per cui hanno scelto di non parlare dell’emergenza sanitaria – “la mancanza di dati certi” – ma di analizzare invece l’emigrazione in 40 province italiane: “La partita si gioca tra aree interne e metropoli al sud e al nord. Ma al sud c’è una doppia perdita, perché le persone emigrano verso settentrione e verso l’estero”.  

Tridico: “3,5 miliardi di euro di pensioni pagate dall’estero”

27 Ottobre 2020 - Roma - “L’Italia beneficia oggi delle pensioni pagate dall’estero per un totale di 3,5 miliardi di euro. Invece le pensioni che l’Italia paga verso l’estero sono pari a 466 milioni di euro, un saldo a vantaggio del nostro Paese”: sono le cifre fornite oggi da Pasquale Tridico, presidente dell’Istituto nazionale previdenza sociale (Inps), intervenuto durante la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes. “Sono numeri che evidenziano la traiettoria della migrazione italiana”, ha spiegato: “Oggi paghiamo pensioni in 160 Paesi, pari a 330.000 posizioni, il 2,4% delle pensioni totali. In maggioranza verso Stati Uniti, Paesi del Sud America, spesso vengono pagate ai superstiti”, ha precisato. Tridico ha concluso spiegando le difficoltà dei migranti a raggiungere gli anni di contributi necessari legati alla residenza e auspicato di “riuscire ad eliminare le discriminazioni, anche con il contributo della Chiesa”.

Rapporto Italiani nel Mondo: le migrazioni italiane attraverso l’analisi dei dati INPS

27 Ottobre 2020 - Roma - Oggi il mondo delle pensioni INPS si trova in una fase di transizione in cui i  trattamenti corrisposti ai protagonisti dei flussi migratori del secolo scorso stanno diminuendo, soprattutto in alcuni paesi verso cui il flusso si è esaurito o è fortemente in diminuzione, e solo recentemente incominciano ad essere liquidate le pensioni ai nuovi migranti in un panorama in cui cambiano i paesi interessati e le caratteristiche delle pensioni in regime internazionale o, più in generale, pagate all’estero. Appare plausibile ritenere che tale situazione sia destinata a cambiare rapidamente nei prossimi anni quando, man mano che i nuovi migranti raggiungeranno i requisiti di legge per l’accesso al pensionamento, le pensioni pagate all’estero aumenteranno in modo consistente divenendo una componente sempre più presente nell’universo pensionistico italiano. Le pensioni pagate all’estero rappresentano solo il 2,4% del totale delle pensioni pagate dall’INPS, sottolinea il rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes presentato questa mattina a Roma. Il trend degli importi di pensioni pagate all’estero nelle diverse aree continentali dal 2015 al 2019 è positivo: in generale, infatti, nel quinquennio, gli importi sono cresciuti del 19,4%, nonostante la riduzione di importi pagati in alcune aree. Più in dettaglio, si conferma il trend negativo di alcune aree continentali che rappresentano le “vecchie” mete di emigrazione, mentre crescono gli importi di pensione erogati nelle “nuove” destinazioni come, ad esempio, il continente africano, dove si regista un incremento del 165%. Merita di essere sottolineato il dato europeo, in considerazione del fatto che in quest’area viene erogato il 60,3% del totale delle pensioni pagate all’estero: qui si registra un incremento del 50,2% a fronte del decremento numerico del 2,8%. L’incremento complessivo degli importi pagati del 19,4% trova la sua motivazione nell’andamento delle tipologie di pensione: quelle di vecchiaia/anzianità rappresentano il 65,4% del totale, mentre quelle ai superstiti sono il 31,3% e le restanti di inabilità/invalidità. In Europa, in particolare, le pensioni di vecchiaia sono il 69,2% del totale e in Africa il 70,1%, in aumento, rispetto al 2018, rispettivamente del 2,3% e dell’8,3%. La Germania è il paese dove si è registrato il più alto incremento numerico di pensionati INPS (+3.208), seguita dalla Romania (+2.258), dal Portogallo (+1.786), dalla Spagna (+1.569). È evidente che alcuni di questi paesi sono quelli da cui provengono molti degli immigrati arrivati in Italia a partire dagli anni Ottanta, che poi, maturata la pensione italiana, sono rientrati nel loro paese. Altre realtà, invece, come Portogallo e Spagna, hanno avuto un’escalation negli ultimi anni per essere diventate mete attrattive in ragione delle agevolazioni fiscali e del costo della vita più basso.  

Migrantes: 131 mila le partenze per espatrio nell’ultimo anno

27 Ottobre 2020 - Roma - Da gennaio a dicembre 2019 si sono iscritti all’AIRE 257.812 cittadini italiani (erano poco più di 242 mila l’anno prima) di cui il 50,8% per espatrio, il 35,5% per nascita, il 6,7% per reiscrizione da irreperibilità, il 3,6% per acquisizione di cittadinanza, lo 0,7% per trasferimento dall’AIRE di altro comune e, infine, il 2,7% per altri motivi. Il dato oggi nel rapporto Italiani nel Mondo presentato dalla Fondazione Migrantes. In valore assoluto, quindi, nel corso del 2019 hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali, per solo espatrio, 130.936 connazionali (+2.353 persone rispetto all’anno precedente). Il 55,3% (72.424 in valore assoluto) sono maschi, il 64,5% (84.392) celibi o nubili e il 30% circa (39.506) coniugati/e. Si tratta di partenze più maschili che femminili al contrario di quanto visto per la comunità generale degli iscritti all’AIRE dove la differenza di genere si sta sempre più assottigliando e di persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, partono non unite in matrimonio poiché soprattutto giovani (il 40,9% ha tra i 18 e il 34 anni), ma anche giovani-adulti (il 23,9% ha tra i 35 e i 49 anni). D’altra parte, però, i minori sono il 20,3% (26.557) e di questi l’11,9% ha meno di 10 anni: continuano, quindi, le partenze anche dei nuclei familiari con figli al seguito. Diminuisce il protagonismo degli anziani (il 4,8% del totale ha dai 65 anni in su), ma non quello dei migranti maturi (il 10,1% ha tra i 50 e i 64 anni). Rispetto all’anno precedente riscontriamo una crescita generale del +1,8% che diventa il 5,5% dal 2017. In soli 4 anni le peculiarità di chi parte dall’Italia sono completamente cambiate più volte. Se dal 2017 al 2018 è stato riscontrato un certo protagonismo degli anziani, nell’arco degli ultimi quattro anni si rileva una crescita nelle partenze di minori dai 10 ai 14 anni (+11,6%) e di adolescenti dai 15 ai 17 anni (+5,4%), ai quali si uniscono i giovani (+9,3% dai 18 ai 34 anni) e gli adulti maturi (+9,2% dai 50 ai 64 anni). L’ultimo anno rispecchia la tendenza complessiva: l’Italia sta continuando a perdere le sue forze più giovani e vitali, capacità e competenze che vengono messe a disposizione di paesi altri che non solo li valorizzano appena li intercettano, ma ne usufruiscono negli anni migliori, quando cioè creatività e voglia di emergere sono ai livelli più alti per freschezza, genuinità e spirito di competizione. Il 72,9% dei quasi 131 mila iscritti all’AIRE da gennaio a dicembre 2019 si è iscritto in Europa e il 20,5% in America (di questi, il 14,3% in quella meridionale). Sono 186 le destinazioni scelte da chi ha deciso di risiedere all’estero nell’ultimo anno. Tra le prime 20 mete vi sono nazioni di quattro continenti diversi, ma ben 14 sono paesi europei. In quarta posizione troviamo il Brasile che insieme all’Argentina (8° posto) e agli Stati Uniti (7° posto) rappresentano il continente americano che si completa dell’Oceania con l’Australia (9° posto), dell’Asia (Emirati Arabi, 19° posto) e dell’Africa (Tunisia, 23° posto). Nelle prime posizioni si fanno notare paesi di “storica” presenza migratoria italiana. Al primo posto, ormai da diversi anni, vi è il Regno Unito (quasi 25 mila iscrizioni, il 19,0% del totale) per il quale vale sia il discorso di effettive nuove iscrizioni sia quello di emersioni di connazionali da tempo presenti sul territorio inglese e che, in virtù della Brexit, hanno deciso di regolarizzare ufficialmente la loro presenza complice il complesso e confusionario processo di transizione rispetto ai diritti, ai doveri, al riconoscimento o meno di chi nel Regno Unito già risiedeva e lavorava da tempo. A seguire la Germania (19.253, il 14,7%) e la Francia (14.196, il 10,8%), nazioni che continuano ad attirare italiani soprattutto legati a tradizioni migratorie di ricerca di lavori generici da una parte – si pensi a tutto il mondo della ristorazione e dell’edilizia – e specialistici dall’altra, legati al mondo accademico, al settore sanitario o a quello ingegneristico di area internazionale. Va considerato, inoltre, il mondo creativo e artistico italiano che trova terreno fertile in nazioni come la Francia e la Germania e, in particolare, in città come Parigi e Berlino. La Lombardia continua ad essere oggi la regione principale per numero di partenze totali ma non si può parlare di aumento percentuale delle stesse (-3,8% nell’ultimo anno). Il discorso opposto vale, invece, per il Molise (+18,1%), la Campania (+13,9%), la Calabria (+13,6%) e il Veneto (+13,3%). È necessario porre in evidenza un altro elemento: il dato della Sardegna (-14,6%) e, unitamente, anche quello della Sicilia (-0,3%), dell’Abruzzo (1,5%) e della Basilicata (3,4%) si spiega considerando la circolarità del protagonismo regionale. Vi sono regioni, cioè, che oggi hanno raggiunto un grado talmente alto di desertificazione e polverizzazione sociale da non riuscire più a dare linfa neppure alla mobilità nonostante le partenze in valore assoluto – ed è il caso della Sicilia in particolare – le pongano al terzo posto tra tutte le regioni di Italia per numero di partenze. In generale, quindi, le regioni del Nord sono le più rappresentate, ma nel dettaglio viene naturale chiedersi quanti pur partendo oggi dalla Lombardia o dal Veneto sono, in realtà, figli di una prima migrazione per studio, lavoro o trasferimento della famiglia dal Sud al Nord Italia.  

Coldiretti: 2020 senza 2 stagionali su 3, servono voucher

27 Ottobre 2020 -

Roma - La pandemia con il blocco delle frontiere ha impedito l’arrivo in Italia di quasi 2 lavoratori stagionali su 3 (65,1%) da Paesi extra Ue con un impatto drammatico sulle attività agricole. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi ai Cittadini non comunitari in Italia nel primo semestre del 2020. Se si considera il livello regionale – sottolinea la Coldiretti - la percentuale sale addirittura fino al 90% in Emilia Romagna, che è la regione in cui era stato registrato il maggior numero di permessi per lavoro stagionale. La situazione – sottolinea la Coldiretti - non è migliorata nella seconda metà dell’anno per effetto del ritardo nell’emanazione del decreto flussi che ha dato il via libera all’ingresso di 18mila lavoratori stagionali extracomunitari solo a partire da metà ottobre. Una situazione che – continua la Coldiretti - ha avuto un impatto sulle attività di raccolta, dalla frutta alle olive fino alla vendemmia, in assenza di strumenti flessibili adeguati per affrontare l’emergenza. Il mancato arrivo di braccianti che non è stato infatti fino ad ora accompagnato – conclude la Coldiretti – da misure per favorire l’accesso al lavoro degli italiani come l’introduzione di voucher semplificati per consentire anche a percettori di ammortizzatori sociali, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui tanti lavoratori sono in cassa integrazione e le fasce più deboli della popolazione sono in difficoltà.

Istat: in calo i cittadini non comunitari

27 Ottobre 2020 - Roma - In Italia i cittadini non comunitari con regolare permesso di soggiorno sono diminuiti del 3% circa (da 3.717.406 al 1° gennaio 2019 a 3.615.826 al 1° gennaio 2020). Lo rende noto l’Istat diffondendo il report “Cittadini non comunitari in Italia” per gli anni 2019-2020. Stando ai dati contenuti nel report, nel 2019 sono stati rilasciati 177.254 nuovi permessi di soggiorno, il 26,8% in meno rispetto al 2018. La contrazione ha interessato in maniera generalizzata i permessi richiesti per tutte le diverse motivazioni all’ingresso. Tuttavia, anche nel 2019, il calo maggiore ha interessato i permessi rilasciati per richiesta di asilo, passati da circa 51mila e 500 nel 2018 a 27.029 nel 2019 (-47,4%). Sono in calo anche i permessi per lavoro (-22,5%), cresciuti invece tra il 2017 e il 2018; i permessi per ricongiungimento familiare (-17,8%); i permessi per studio (-7,4%), caratterizzati da un’elevata quota di ingressi di giovanissimi (oltre il 56,5% ha meno di 25 anni) e di donne (57,9% dei flussi per studio). “La diffusione dell’epidemia da Covid-19 ha portato molti Paesi a chiudere le frontiere sia in entrata sia in uscita; questi provvedimenti hanno avuto conseguenze rilevanti sui flussi migratori verso il nostro Paese”, sottolinea l’Istat. “Nei primi sei mesi del 2019 – viene spiegato – erano stati rilasciati oltre 100mila nuovi permessi di soggiorno mentre nello stesso periodo del 2020 ne sono stati registrati meno di 43mila, con una diminuzione del 57,7%. I mesi che hanno fatto registrare la contrazione maggiore sono aprile e maggio (rispettivamente -93,4% e -86,7%), tuttavia già a gennaio e febbraio il calo dei nuovi ingressi ha sfiorato il 20% in entrambi i mesi, un dato in linea con la tendenza alla diminuzione avviatasi dal 2018”. Tutte le diverse motivazioni all’ingresso hanno risentito della chiusura delle frontiere e del rallentamento dell’attività amministrativa nelle prime fasi del lockdown, anche se con intensità diverse. La motivazione di ingresso più rilevante, quella per ricongiungimento familiare, ha visto una contrazione del 63,6% mentre i permessi per richiesta asilo sono diminuiti del 55,5%. In Italia gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana nel corso del 2019 sono stati 127.001; di questi 113.979 (89,7%) erano precedentemente cittadini non comunitari. Si registra un lieve incremento rispetto al 2018, quando i cittadini non comunitari divenuti italiani erano stati poco più di 103mila; è cresciuta più la componente maschile (+14,2%) rispetto a quella femminile (+6,7%). Stando ai dati diffusi dall’Istituto di statistica italiano, nel 2019, tra le prime dieci collettività per numero di acquisizioni, i maggiori incrementi rispetto al 2018 si evidenziano per macedoni (+42,4%), pakistani (+37,9%) ed ecuadoriani (+31,9%), mentre gli indiani mostrano un evidente calo sia in termini assoluti (-742) sia relativi (-13,7%). “Rispetto all’anno precedente – viene spiegato –, nel 2019 tornano a crescere le acquisizioni per residenza e quelle per elezione, ovvero dei diciottenni nati e residenti in Italia che decidono di diventare italiani (+28,3% e +15,1% rispettivamente); continuano ad aumentare i nuovi italiani che acquisiscono la cittadinanza per ius sanguinis, ovvero per discendenza da un avo italiano (+27,1%). Subiscono, invece, un forte decremento le acquisizioni per matrimonio (-29,8%)”. Dal punto di vista territoriale, quasi due nuovi italiani su tre risiedono in una Regione del Nord. Più uniforme appare invece la distribuzione geografica delle acquisizioni per discendenza, per le quali si registra una lieve prevalenza delle regioni del Sud, con il 29,3% del totale delle acquisizioni per ius sanguinis. “La distribuzione all’interno delle Regioni – rileva l’Istat – evidenzia una netta prevalenza delle acquisizioni per residenza in Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Liguria, dove rappresentano più della metà dei procedimenti. In Molise, Basilicata e Calabria, invece, vi è una preponderanza dei nuovi italiani per discendenza, con quote che oscillano dal 53% al 49% circa del totale delle acquisizioni verificatesi in quelle regioni”.  

Migrantes: 2006-2020, quindici anni di impegno e narrazione della mobilità italiana nel Rapporto Italiani nel Mondo

27 Ottobre 2020 -

Roma - Nel 2005 mentre la Chiesa italiana era particolarmente attenta alla mobilità in ingresso nel nostro Paese, la Fondazione Migrantes, guidata da mons. Luigi Petris, ebbe l’idea di realizzare un volume che raccontasse dell’Italia protagonista della mobilità in uscita. Iniziò così la storia del Rapporto Italiani nel mondo (RIM), la prima edizione del quale fu presentata a maggio del 2006 e purtroppo mons. Petris non riuscì a parteciparvi, stroncato da un brutto male soltanto pochi mesi prima. Una storia che è continuata fino ad oggi e per la quale quest’anno è stato raggiunto un traguardo ragguardevole. Quindici anni di studi, analisi, di narrazione di un Paese e del suo popolo, dei cambiamenti e delle involuzioni. Quindici anni di costante coinvolgimento della Chiesa italiana, attraverso la Fondazione Migrantes, nell’accompagnamento e nel sostegno culturale e pastorale dei migranti italiani sia di quelli residenti da più tempo all’estero o nati oltreconfine, sia di coloro che hanno una esperienza migratoria recente. Quando nel 2006 è iniziata l’avventura del RIM non si immaginava alla nascita di un annuario, ma si era certi della portata di un tema che aveva scritto pagine importanti della storia di un Paese, l’Italia, e di un popolo, gli italiani, dando vita a quella che si è sempre definita l’Italia fuori dell’Italia, la ventunesima regione. In quindici anni questo strumento editoriale della Fondazione Migrantes è diventato un progetto culturale e ha registrato un vero e proprio cambiamento d’epoca, l’ennesimo, per un Paese fondato sulla emigrazione. Si potrebbe dire, utilizzando la prospettiva più negativa possibile che pure incontra innumerevoli seguaci, condannato alla emigrazione, ma non è questa la prospettiva che ci ha accompagnato e ci accompagna dal 2006. Stiamo assistendo in questi ultimi venti anni circa a un passaggio epocale: la mobilità umana è divenuta a livello globale “segno dei tempi”, apertura a un mondo che non conosce confini se non quelli costruiti artificiosamente, ma che vengono superati continuamente dall’innata curiosità dell’uomo di conoscere, ma anche dall’istinto di sopravvivenza e dalla ricerca di una esistenza felice. In questo quadro di complessità di una umanità in movimento anche l’Italia ha fatto la sua parte sia nel ricevere migranti di altri paesi sia nell’essere, essa stessa, nuovamente protagonista di partenze e, raramente, di ritorni.

Migrantes: gli italiani residenti fuori dei confini nazionali e il covid

27 Ottobre 2020 - Roma - Il Rapporto Italiani nel Mondo 2020 ha scelto di non parlare della pandemia. “Non avevamo dati certi e noi studiosi per primi eravamo e siamo coinvolti in questo momento storico delicato e inaspettato, complesso. Abbiamo bisogno di tempo per sedimentare i dati e fare le giuste considerazioni e interpretazioni”, si legge in una nota. Ad oggi – dice la curatrice del RIM della Fondazione Migrantes Delfina Licata – “abbiamo un parco dati qualitativo che ci deriva dalla rete dei missionari all’estero e dagli uffici Migrantes presenti in ogni diocesi così come i diversi reportage che abbiamo visto in televisione o letto sulla carta stampata. Ci parlano di tanti rientri, di molti che hanno perso il lavoro, di famiglie doppiamente spezzate perché, già in difficoltà, hanno subito il rientro di figli che hanno perso il lavoro. Molti sono ripartiti o ripartiranno, soprattutto coloro che erano occupati in professioni meno qualificate e che sono nuovamente alla ricerca di lavori generici”. Dal 2006 al 2018, infatti, si è assistito alla crescita in formazione e scolarizzazione della popolazione italiana. Se però rispetto al 2006 la percentuale di chi si è spostato all’estero con titolo di studio alto, laurea o dottorato è il 193% per chi lo ha fatto con in tasca un diploma la percentuale sale al 292%. A crescere è quindi la componente dei diplomati alla ricerca all’estero di lavori generici all’interno delle partenze che, per il 41% nell’ultimo anno, hanno riguardato la classe di età 18-34 anni. Altri sono riusciti a organizzarsi lavorando da remoto, telelavoro e smart working dall’Italia. Tanti giovani e giovani adulti italiani che erano all’estero o fuori regione e che sono rientrati a seguito dell’emergenza sanitaria mondiale e hanno “avuto la fortuna di mantenere il loro lavoro a distanza lo fanno attualmente dai territori di origine”. Quando nel Rapporto Italiani nel Mondo si parla di prossimità nonostante la distanza, di vivere il territorio abitando il mondo, questo “a distanza” riguarda “sia chi dall’estero guarda, lavora, partecipa alle cose dell’Italia e sia chi, in questo momento, a seguito della pandemia dall’Italia e dai propri territori guarda l’estero, lavora per l’estero. Gli italiani residenti fuori dei confini nazionali sono vicini, attivi e partecipi e condividono obiettivi per il ben-essere comune”.  

Migrantes: lo Speciale dedicato alle Province d’Italia 2020

27 Ottobre 2020 -

Roma – Nell’edizione 2020 del Rapporto Italiani nel Mondo – presentato questa mattina -  la Fondazione Migrantes, supportata dalla Commissione Scientifica del RIM, ha spronato la redazione ad approfondire il contesto territoriale con un inedito dettaglio: l’analisi provinciale.

Nonostante le difficoltà dovute alla pandemia e al lockdown che ha determinato le chiusure di archivi, biblioteche e accademie, 46 studiosi (su 57 autori totali dell’edizione 2020) hanno raccolto la sfida consegnando 40 saggi di altrettanti contesti provinciali italiani: Aosta, Avellino, Belluno, Bergamo, Bolzano, Campobasso, Catania, Chieti, Como, Cosenza, Crotone, Cuneo, Foggia, Frosinone, Genova, Latina, Lecce, Livorno, Lucca, Macerata, Massa Carrara, Messina, Modena, Napoli, Oristano, Pordenone, Potenza, Ragusa, Reggio Calabria, Salerno, Savona, Sondrio, Sulcis-Iglesiente, Teramo, Terni, Trento, Udine, Verbano Cusio Ossola, Verona, Vicenza.

Questo lavoro sulle province ha consentito di evidenziare un secondo errore di narrazione della mobilità italiana odierna. È vero che la prima regione da cui si parte per l’estero oggi in Italia è la Lombardia (seguita dal Veneto), ma l’attuale mobilità non è una questione del Nord Italia. Che tra il Settentrione e il Meridione di Italia vi siano divari profondi è storia conosciuta, quanto questi squilibri abbiano a che fare con la mobilità spesso lo si ignora, così come si è poco consapevoli che la narrazione di una nuova mobilità, soprattutto dal Nord Italia, spesso urta con la realtà. Il vero divario non è tra Nord e Sud, ma tra città e aree interne. Sono luoghi che si trovano al Sud e al Nord, ma che al Sud diventano doppia perdita: verso il Settentrione e verso l’estero. A svuotarsi sono i territori già provati da spopolamento, senilizzazione, eventi calamitosi o sfortunate congiunture economiche. Un esempio valga su tutti: il 23 novembre 2020 cadrà il 40° anniversario del terremoto più catastrofico della storia repubblicana, quello che colpì Campania e Basilicata. Ancora oggi queste aree sono provate nelle loro zone interne da numerose partenze, ma contemporaneamente mantengono all’estero il grande valore di comunità numerose con tradizioni e peculiarità specifiche. Si tratta di migranti che guardano ai luoghi di origine con nostalgia, interesse e voglia di cambiare le cose. Sono spesso italiani che già partecipano attivamente alla vita dei luoghi di origine, pur restando nella loro posizione di migranti stabilmente in mobilità tra l’Italia e l’estero, tra migrazioni interne e migrazioni internazionali, in Europa o oltreoceano.

Emerge, in modo evidente, la necessità che lo studio e l’analisi della mobilità sia sempre più centrata sui microcontesti e che il territorio venga letto mettendo in crisi i modelli dati per acquisiti a cominciare dall’egemonia del centro, e quindi delle metropoli, rispetto ai piccoli centri, ai borghi, a quei pezzi di territorio spesso abbandonati del tutto o quasi abbandonati che diventano luoghi dove, invece, è possibile intervenire per ridare loro vita.

Si tratta, in altre parole, di territori che oggi hanno bisogno di trovare uno sguardo di prossimità che sappia esaltare la persona e le sue relazioni, uno sguardo che vada oltre la tradizione e abbia imparato dalla pandemia cosa significhi essere prossimi nella distanza.

L’analisi dei contesti provinciali ci conferma nuove modalità di vivere il territorio abitando il mondo essendo diversamente presenti.

 

Card. Bassetti, “la cura di ogni persona migrante è sempre doverosa”

27 Ottobre 2020 - Roma Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Card. Gualtiero Bassetti alla presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes:   Prima di entrare nel merito di questo incontro che intende riflettere sulla presenza degli Italiani nel Mondo, attraverso il Rapporto della nostra Fondazione Migrantes, mi sia permesso rivolgere un saluto deferente e un ringraziamento particolare al Presidente Conte. Sono giornate intense che stanno investendo tutto il nostro Paese, in ogni settore. Giornate di sofferenza che sembrano portarci indietro nel tempo. La Sua presenza qui, oggi, non è scontata e, per questo, La ringrazio, così come ringrazio il Presidente Tridico. Sono giornate intense, dicevo, in cui tutti siamo chiamati a quel senso di responsabilità, che è parte essenziale del bene comune. Come Chiesa che è in Italia non ci tiriamo indietro. L’impegno, la cura, la custodia - ma anche la sofferenza per quanto avviene - delle nostre parrocchie sono una testimonianza viva, impastata con l’ascolto concreto delle ferite e dei drammi. Ascolto che, come comunità cristiana, rivolgiamo a tutti, nessuno escluso! Mi sono tornate alla mente le parole che il Presidente Mattarella pronunciava un anno fa: “Le innumerevoli iniziative di diocesi, parrocchie, realtà associative, in favore dei più deboli, degli emarginati, di chi chiede ascolto e accoglienza, sono concrete ed evidenti; e costituiscono un richiamo costante all’esigenza di aiuto reciproco nella vita quotidiana”, per rafforzare la coesione della comunità. Un contributo, questo, che la pandemia ha reso ancora più manifesto nelle sue dimensioni spirituali, ma anche sociali. Nel fratello sofferente abbiamo riconosciuto il volto del Cristo sofferente, che si fa Eucaristia, cioè dono per tutti, rendendoci fratelli. In questo momento della nostra storia siamo chiamati, ancora di più, a essere “Chiesa in uscita”. Eccoci, allora... Benvenuti a questo incontro nel quale presentiamo il quindicesimo Rapporto Italiani nel Mondo curato dalla Fondazione Migrantes. La mobilità italiana è un tema che ci riguarda come popolo e come singoli: ognuno di noi, per esperienza personale o familiare, sa cosa significa lasciare il proprio territorio, partire, ma anche arricchirsi a livello umano e professionale grazie a questo “andare”. Vorrei evidenziare almeno quattro aspetti decisivi del Rapporto Italiani nel Mondo 2020.
  1. Andare oltre i numeri e lo spazio. Non nascondo che i numeri sono sempre
complicati, specialmente quando sono tanti. Eppure, in queste pagine, i numeri acquisiscono un significato profondo che ci fa toccare la vita, che ci fa incontrare l’altro. Sono convinto, infatti, che il perimetro della nostra esistenza non sia confinato qui, in questa stanza, ma che, grazie alla tecnologia, riusciamo ad andare oltre, a “incontrare” e “dialogare” con chi è fuori, poco distante, più lontano o addirittura oltreoceano. Non so quanti siano collegati con noi ora, ma so per certo che questo progetto, che come Chiesa italiana abbiamo voluto quindici anni fa, ha creato una grande famiglia di ricercatori, collaboratori, esperti. Oltre 700 studiosi che hanno scritto più di 7mila pagine: un capitale umano e culturale notevole per il quale ringraziamo la Fondazione Migrantes e quanti, nel tempo, si sono spesi con impegno e dedizione.  
  1. Il dialogo costante con le Istituzioni. Tra mille riferimenti diversi, ho trovato con
mio grande piacere una citazione della Lettera Pastorale per la Quaresima scritta dal vescovo Bonomelli nel 1896, che l’Ufficio Migrantes di Torino ha voluto rieditare in occasione della Giornata del Migrante e del Rifugiato di fine settembre scorso: “Perché l’emigrazione non sia dannosa agli emigranti e raggiunga il fine provvidenziale non deve essere abbandonata a se stessa. Essa deve essere protetta, guidata da quelli che ne hanno il potere e il dovere ora legale, ora soltanto morale”. Sono passati ben 124 anni da quando Bonomelli fece quest’affermazione, ma essa mantiene un’attualità straordinaria. Bonomelli faceva riferimento ai migranti italiani che in gran numero partivano alla fine dell’Ottocento, spinti dalla fame e dal desiderio di una vita migliore, ma sembra parlare del presente, con un rinnovato appello alla responsabilità politica, a quell’essere “liberi e forti” di sturziana memoria per andare “controcorrente e farsi difensori coraggiosi della dignità umana in ogni momento dell’esistenza: dalla maternità al lavoro, dalla scuola alla cura dei migranti”. Le ultime modifiche normative, in discontinuità con il recente passato, contribuiscono a restituire l’immagine di migranti e richiedenti protezione come persone in carne e ossa, vittime di un sistema globale di iniquità economica e politica, di ingiustizia sociale e non come criminali o minacce all’ordine pubblico. La cura di ogni persona migrante, qualsiasi sia la direzione del suo andare e il passaporto in suo possesso, è sempre doverosa. Auspichiamo la stessa cura per i migranti italiani in mobilità, per chi è già all’estero da tempo, per chi è nato all’estero, per chi è partito da poco o per chi ha intenzione di partire. Il Rapporto Italiani nel Mondo fa emergere le fragilità di questo tema e le sfide che attendono di essere affrontate e risolte.     Mi soffermo solo su tre nodi da sciogliere: la carenza di un sistema anagrafico che tenga conto di tutti coloro che partono: le prime generazioni e le ultime, chi si è definitivamente stabilito oltreconfine e chi, invece, sperimenta percorsi di mobilità transitori; un sistema di rappresentanza che va rimodulato, soprattutto a seguito dell’ultima tornata referendaria che ha decretato la riduzione del numero dei parlamentari; la cittadinanza. Il Rapporto Italiani nel Mondo sottolinea l’importanza di un riconoscimento che non sia finalizzato all’uso e al consumo personale, al semplice possesso di un passaporto che apra le porte dell’Europa, ma alla definizione di una identità fortemente legata a un territorio in cui ci si riconosce, sebbene non ci si sia nati, e a cui si vorrebbe poter dare il proprio contributo concreto.   Fermare la mobilità umana è un’utopia, un’illusione. Governarla, guidarla, è invece la chiave di volta per affrontare un fenomeno che altrimenti può creare disagi e malesseri sociali. L’accompagnamento, però, deve prevedere anche il rispetto dei diritti di cui, negli anni, questo nostro Rapporto si è fatto portavoce esemplare: il diritto di migrare, il diritto di restare, il diritto di tornare, il diritto a una vita felice e dignitosa. Chiunque può e deve trarre dall’esperienza migratoria un arricchimento per se stesso, deve poter tornare così come deve potersi sentire realizzato e valorizzato nel luogo in cui vive.  
  1. L’attenzione al territorio. C’è un altro aspetto, molto interessante, che il Rapporto
mette in luce: il territorio, inteso come luogo di rinascita di una nuova dimensione sociale di prossimità. «Bisognerebbe – scrive Edgar Morin nel testo La fraternità, perché? Resistere alla crudeltà del mondo, (Ave, Roma, 2020) – contrapporre alla mondializzazione, che desertifica umanamente ed economicamente così tanti territori, la localizzazione, che salvaguarda la vita delle regioni. Insomma, più vi è del mondiale, più bisogna che vi sia del locale, e il locale riguarda anche, evidentemente, le oasi di vita, che dovrebbero a loro volta essere mondialmente connesse» (p 51). Si tratta, in altri termini, di un ritorno alla dimensione micro, al borgo in cui ritrovare una “fratellanza efficace” «concretamente intrecciata lungo la via oscura e incerta che ci accade di percorrere giorno per giorno con altri, umani e non» (p. 71). Uno spirito di com-passione che leghi le generazioni, esattamente quello che la pandemia ha messo in luce: l’esigenza di agire insieme per il ben-essere comune. «Sogniamo – dice Papa Francesco nella sua ultima Enciclica Fratelli Tutti – come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli» (n. 8). Papa Francesco fa appello al nostro stile di vita, al nostro atteggiamento sociale ma anche al modo di stare al mondo, al rispetto per l’ambiente e la madre Terra che ci ospita. Ma unisce la fratellanza all’amicizia sociale affermando che «Se non riusciamo a recuperare la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni, l’illusione globale che ci inganna crollerà rovinosamente e lascerà molti in preda alla nausea e al vuoto» (n. 9). Appartenenza, prossimità, solidarietà, impegno. Quattro parole che devono diventare regole di vita, buoni propositi da mettere in pratica tornando nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre case, nei nostri quartieri, in parrocchia, perché la migrazione e i migranti fanno parte della nostra quotidianità di cittadini, di famiglie, di popolo, di un Paese che vive da sempre la mobilità (verso l’estero, dal Meridione al Nord, tra le regioni, e così via).  
  1. Lo studio e il “nostro” osservatorio privilegiato. La mobilità, dunque, fa parte
della nostra quotidianità. È per questo che la Conferenza Episcopale Italiana ha promosso la Fondazione Migrantes, che ha il compito di studiare i fenomeni sociali e di dare un contributo fattivo. A partire da quanto recepito da questo nostro osservatorio privilegiato, che è a stretto contatto con la gente ed è capillarmente diffuso in Italia e all’estero, cerchiamo di entrare in dialogo con le Istituzioni. Siamo tante sentinelle. Ricordo, a questo proposito, i missionari, i religiosi e le religiose, i laici che dedicano il loro tempo e spesso la loro vita alla causa migratoria, insieme alle migliaia di persone a servizio dei nostri connazionali all’estero nelle Missioni Cattoliche di Lingua Italiana. Quando papa Francesco parla della “Chiesa in uscita” e del pericolo della “autopreservazione”, altro non fa che chiederci di uscire dalle nostre strutture, di essere capaci di cogliere i “segni dei tempi” e di mettere in moto la creatività pastorale. Come Chiesa e come Paese in cui la cristianità affonda le sue radici abbiamo la consapevolezza dell’importanza della relazione umana solidale, dell’essere prossimi all’altro. “Senza meraviglia e stupore la vita perde il suo senso e svilisce. Mentre l’incanto e la commozione risvegliano in noi qualcosa di altro, che al di là del semplice approccio umano, inonda l’anima di beatitudine e ci fa rivolgere lo sguardo all’eterno” (dal Meeting di Rimini, agosto 2020). Dobbiamo riscoprirci meravigliati e stupiti, com-passionevoli, per ritrovare dentro di noi questa radice primigenia che ci fa essere cristiani pronti a conoscere l’altro, con le sue ricchezze e con le sue diversità, e proprio per questo pieni di Dio. Siamo chiamati a una sfida di civiltà: andare incontro al diverso perché migranti tra i migranti ed essere popolo accogliente per chi arriva. E se la nostra “cara e diletta Italia” è quel paese descritto dal Rapporto Italiani nel Mondo, sempre meno giovane e sempre meno entusiasta, lavorare per rammendare il tessuto della nostra storia diventa quanto mai doveroso e non più procrastinabile.    

Migrantes: il messaggio di Mattarella in occasione della XVI edizione del Rapporto Italiani nel Mondo

27 Ottobre 2020 - Roma – Pubblichiamo il testo integrale del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della presentazione della XV edizione del Rapporto Italiani nel Mondo   Invio il mio cordiale saluto a quanti prendono oggi parte alla presentazione del “Rapporto Italiani nel Mondo”, e le mie felicitazioni alla Fondazione Migrantes per il raggiungimento dell’importante traguardo della XV Edizione di questo studio. La pubblicazione offre chiavi di lettura sulle dinamiche di mobilità che riguardano il nostro Paese, ponendo al centro dell’analisi l’umanità della persona e le complesse ragioni che spingono i singoli a spostarsi. Questo rigoroso lavoro di redazione coinvolge esperti nei diversi campi dell’economia, della sociologia, della statistica, della demografia e della storia, riflettendo la varietà di angolazioni da cui è possibile analizzare il tema dell’emigrazione italiana e la sua evoluzione nel tempo. Grazie a queste caratteristiche il “Rapporto Italiani nel Mondo” è divenuto un punto di riferimento per chiunque nelle istituzioni, nel mondo accademico, nei centri di ricerca e nella società civile, desideri approfondire lo studio delle dinamiche del tessuto sociale che, a livello globale, incidono sul fenomeno. Auguro alla Fondazione e a tutti coloro che partecipano – anche da remoto – all’evento odierno buon lavoro e pieno successo nella prosecuzione dell’attività di ricerca. Sergio Mattarella  

Migrantes: presentato il Rapporto Italiani nel Mondo 2020

27 Ottobre 2020 - Roma - La storia del Rapporto Italiani nel Mondo (RIM) è iniziata nel 2006. Mentre l’opinione pubblica era concentrata sugli arrivi nel nostro Paese, la Fondazione Migrantes, grazie all’intuizione dell’allora direttore generale mons. Luigi Petris e del direttore dell’Ufficio per la Pastorale degli italiani nel Mondo, don Domenico Locatelli, ebbe l’idea di raccontare l’Italia che era partita per il mondo, o che non aveva mai smesso di farlo. In 15 anni il RIM – la cui edizione 2020 è stata presentata questa mattina - ha fotografato un fenomeno con un incremento paragonabile a quello registrato nel Secondo Dopoguerra. Se nel 2006 gli italiani regolarmente iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) erano 3.106.251, nel 2020 hanno raggiunto quasi i 5,5 milioni: in quindici anni la mobilità italiana è aumentata del +76,6%. Una crescita ininterrotta che ha visto sempre più assottigliarsi la differenza di genere (le donne sono passate dal 46,2% sul totale iscritti 2006 al 48,0% del 2020). Si tratta di una collettività che, rispetto al 2006, si sta ringiovanendo grazie alle nascite all’estero (+150,1%) e alla nuova mobilità costituita sia da nuclei familiari con minori al seguito (+84,3% della classe di età 0-18 anni) sia dai giovani e giovani adulti immediatamente e pienamente da inserire nel mercato del lavoro (+78,4% di aumento rispetto al 2006 nella classe 19-40 anni). Nel 2019 (gennaio-dicembre) hanno lasciato l’Italia ufficialmente 131 mila cittadini verso 186 destinazioni del mondo da ogni provincia italiana. Complessivamente, le nuove iscrizioni all’Aire nel 2019 sono state 257.812 (di cui il 50,8% per espatrio, il 35,5% per nascita, il 3,6% per acquisizione cittadinanza). Negli ultimi 15 anni (2006-2020) la presenza italiana all’estero si è consacrata euroamericana, ma con una differenza sostanziale. Il continente americano, soprattutto l’area latino-americana è cresciuta grazie alle acquisizioni di cittadinanza (+123,4% dal 2006) coinvolgendo soprattutto il Brasile (+221,3%), il Cile (+123,1%), l’Argentina (+114,9%) e, solo in parte in quanto la crisi è sicuramente più recente, il Venezuela (+47,4%). Oltre il 70% (+793.876) delle iscrizioni totali avute in America dal 2006 ha riguardato soltanto l’Argentina (+464.670) e il Brasile (+329.206). L’Europa, invece, negli ultimi quindici anni, è cresciuta maggiormente grazie alla nuova mobilità (+1.119.432, per un totale, a inizio 2020, di quasi 3 milioni di residenti totali). A dimostrarlo gli aumenti registrati nelle specifiche realtà nazionali. Se, però, i valori assoluti fanno risaltare i paesi di vecchia mobilità come la Germania (oltre 252 mila nuove iscrizioni), il Regno Unito (quasi 215 mila), la Svizzera (più di 174 mila), la Francia (quasi 109 mila) e il Belgio (circa 59 mila), sono gli aumenti in percentuale, rispetto al 2006, a far emergere le novità più interessanti. Per questi stessi paesi, infatti, si riscontrano le seguenti indicazioni: Germania (+47,2%), Svizzera (+38,0%), Francia (+33,4%) e Belgio (+27,3%). Per il Regno Unito, invece, e soprattutto per la Spagna, gli aumenti sono stati molto più consistenti, rispettivamente +147,9% e +242,1%. Le crescite più significative, comunque, dal 2006 al 2020, restando in Europa, caratterizzano paesi che è possibile definire “nuove frontiere” della mobilità: Malta (+632,8%), Portogallo (+399,4%), Irlanda (+332,1%), Norvegia (+277,9%) e Finlandia (+206,2%). In generale, però, lo sguardo degli italiani si è spostato anche a Oriente, più precisamente agli Emirati Arabi o alla Cina. Se nel 2006, stando ai dati ISTAT, il 68,4% dei residenti ufficiali all’estero aveva un titolo di studio basso – licenza media o elementare o addirittura nessun titolo – il 31,6% era in possesso di un titolo medio alto (diploma, laurea o dottorato). Dal 2006 al 2018 si assiste alla crescita in formazione e scolarizzazione della popolazione italiana residente oltreconfine: nel 2018, infatti, il 29,4% è laureato o dottorato e il 29,5% è diplomato mentre il 41,5% è ancora in possesso di un titolo di studio basso o non ha titolo. Se, però, rispetto al 2006 la percentuale di chi si è spostato all’estero con titolo alto (laurea o dottorato) è cresciuta del +193,3%, per chi lo ha fatto con in tasca un diploma l’aumento è stato di ben 100 punti decimali in più (+292,5%). Viene così svelato un costante errore nella narrazione della mobilità recente raccontata come quasi esclusivamente composta da altamente qualificati occupati in nicchie di lavoro prestigiose e specialistiche quando, invece, a crescere sempre più è la componente “dei diplomati” alla ricerca all’estero di lavori generici.

Viminale: da inizio anno sbarcate 26.914 persone sulle nostre coste

26 Ottobre 2020 -
Roma - Sono 26.914 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Il dato è aggiornatao alle 8 di questa mattina ed è stato diffuso dal Ministero dell'Interno. Dei quasi 27mila migranti sbarcati in Italia nel 2020, 11.175 sono di nazionalità tunisina (42%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (3.390, 13%), Pakistan (1.251, 5%), Costa d’Avorio (1.207, 4%), Algeria (1.203, 4%), Sudan (884, 3%), Egitto (861, 3%), Afghanistan (776, 3%), Marocco (712, 3%), Somalia (632, 2%) a cui si aggiungono 4.823 persone (18%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Scalabriniane: 125 anni di storia a fianco dei migranti

26 Ottobre 2020 -  Piacenza - Compiono 125 anni le Suore Missionarie di San Carlo Borromeo, le "Scalabriniane". Da quel 25 ottobre 1895 sono le "suore dei migranti". Sarà un Giubileo tutto particolare quello di quest'anno, in piena pandemia di Covid-19. Per questo motivo le comunità missionarie dei 27 Paesi del mondo si sono organizzate con eventi online e momenti di raccoglimento e preghiera. Le iniziative (che dureranno per tutto un anno) partono a Piacenza, dove ieri si è tenuta una celebrazione eucaristica nella Cattedrale della città, nello stesso luogo dove è possibile vedere le spoglie mortali del fondatore, il beato Giovanni Battista Scalabrini. Quel 25 ottobre di 125 anni fa, alla presenza del cofondatore, il venerabile padre Giuseppe Marchetti, quattro suore pioniere, la beata Madre Assunta Marchetti (cofondatrice) Carolina Marchetti, Angela Larini e Maria Franceschini, emisero i primi voti. "Ancora echeggia forte nel nostro cuore l'appello che ci ha rivolto papa Francesco, dicendo 'Vi incoraggio a mettere il vostro carisma sempre più a servizio della Chiesa' espressione che alimenta la memoria storica, facendo incrociare il passato e il presente, non rimanendo solo dentro a questa celebrazione, ma abitando nel cuore delle migrazioni, 'non solo come memoria del passato, ma come profezia per l’avvenire', nell’attenzione alle sfide del nostro tempo, seguendo Gesù Cristo, “sempre in cammino” verso i migranti e i rifugiati – spiega suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale - Nella grazia di questo tempo giubilare vogliamo proseguire il cammino confermate nella fede e nella speranza, camminando umilmente con il nostro Dio". "Il volto di Gesù Cristo è nei tanti migranti che, nel mondo, fuggono o si rifugiano. È un volto che soffre, ma pieno di speranza – prosegue suor Neusa – Le Scalabriniane hanno sempre accolto a braccia aperte, nel profondo spirito di quel Gesù che ha sempre chiesto di aprire i cuori e di guardare il mondo con gli occhi puri. Lo facciamo da 125 anni e continueremo a farlo, con quella stessa passione delle nostre prime suore, in obbedienza al mandato evangelico - ero forestiero e mi avete ospitato". La celebrazione religiosa è avvenuta alla presenza di monsignor Luigi Chiesa, vicario del vescovo di Piacenza, mons. Adriano Cevolotto.

Carità fraterna

26 Ottobre 2020 -
Città del Vaticano - Ancora una volta il Vangelo ci propone una nuova discussione fra Gesù e i suoi oppositori. In questo caso i farisei ai quali era giunta la notizia di “come aveva chiuso la bocca ai sadducei”, come leggiamo in Matteo. È proprio un fariseo, un dottore della legge a porre una domanda insidiosa, alla quale riceve una risposta assolutamente semplice e, nello stesso tempo, impegnativa, perché da quella risposta, da quei due comandamenti che Gesù propone ai farisei “dipendono tutta la legge e tutti i profeti”, come leggiamo nel primo Vangelo. La scena si svolge sempre a Gerusalemme e Gesù è nuovamente messo alla prova, dopo aver già risposto alla domanda sul tributo da pagare a Cesare. E i sadducei – che davano peso solo alla parola scritta che veniva da Dio e negavano, al contrario dei farisei, la resurrezione e l’esistenza degli angeli – lo avevano interrogato proprio sulla resurrezione, ottenendo una risposta che aveva “stupito la folla presente”, scrive Matteo. Ecco, allora, la domanda: “Maestro, nella legge, qual è il grande comandamento?” Gesù con assoluta semplicità dice: “amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento”. Poi ecco un secondo che “è simile” scrive Matteo: “amerai il tuo prossimo come te stesso”. Parlando all’Angelus, nel giorno in cui annuncia, per il 28 novembre prossimo, un Concistoro per la nomina di tredici cardinali, papa Francesco sottolinea che nella sua risposta, Gesù “riprende e unisce due precetti fondamentali, che Dio ha dato al suo popolo mediante Mosè”. Così supera il trabocchetto che gli è stato teso, e non entra nella disputa tra gli esperti della Legge sulla gerarchia delle prescrizioni, rendendo chiaro cosa sia centrale, essenziale e irrinunciabile nella vita di fede. Diceva Benedetto XVI, il 23 ottobre 2011: “dichiarando che il secondo comandamento è simile al primo, Gesù lascia intendere che la carità verso il prossimo è importante quanto l’amore a Dio. Infatti, il segno visibile che il cristiano può mostrare per testimoniare al mondo l’amore di Dio è l’amore dei fratelli”. L’originalità della risposta di Gesù sta proprio nell’accostare i due comandamenti, ricorda Francesco, così da stabilire “due cardini essenziali per i credenti di tutti i tempi, due cardini essenziali della nostra vita. Il primo è che la vita morale e religiosa non può ridursi a un’obbedienza ansiosa e forzata”, e “deve avere come principio l’amore. Il secondo cardine è che l’amore deve tendere insieme e inseparabilmente verso Dio e verso il prossimo”. La prima lettura, tratta dall’Esodo, ci aiuta a rendere ancora più forte questo legame tra l’amore a Dio e al prossimo. Nell’incipit, infatti, leggiamo: “non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”. Come dire, il forestiero da non molestare è il forestiero che un tempo “voi siete stati”. È qui la motivazione dell’agire verso il prossimo: va accolto e amato perché è come te stesso. Gesù non si ferma qui, e dice: “da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”. Ciò significa, commenta papa Francesco, che “tutti i precetti che il Signore ha dato al suo popolo devono essere messi in rapporto con l’amore di Dio e del prossimo. Infatti, tutti i comandamenti servono ad attuare, ad esprimere quel duplice indivisibile amore. L’amore per Dio si esprime soprattutto nella preghiera, in particolare nell’adorazione”. L’amore per il prossimo, “si chiama anche carità fraterna”, afferma il vescovo di Roma; “è fatto di vicinanza, di ascolto, di condivisione, di cura per l’altro. E tante volte noi tralasciamo di ascoltare l’altro perché è noioso o perché mi toglie del tempo, o di portarlo, accompagnarlo nei suoi dolori, nelle sue prove […] Non abbiamo tempo per consolare gli afflitti, ma tanto tempo per chiacchierare”. San Giovanni ci ricorda: “chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. Così, dice il Papa, “finché ci sarà un fratello o una sorella a cui chiudiamo il nostro cuore, saremo ancora lontani dall’essere discepoli come Gesù ci chiede. Ma la sua divina misericordia non ci permette di scoraggiarci, anzi ci chiama a ricominciare ogni giorno per vivere coerentemente il Vangelo”. (Fabio Zavattaro)

Card. Bassetti: “Esprimo gratitudine al Santo Padre” per la nomina di cardinali italiani 

26 Ottobre 2020 - Roma - “Esprimo gratitudine al Santo Padre per aver chiamato sei confratelli nel sacerdozio ad aiutarLo nel servizio alla Chiesa universale. Le Chiese che sono in Italia affidano al Signore i nuovi cardinali”. Il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, accoglie con gioia l’annuncio di papa Francesco di tenere un Concistoro, il prossimo 28 novembre, per la nomina di tredici nuovi Cardinali, di cui sei italiani. Monsignor Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, Monsignor Augusto Paolo Lojudice, Arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino, Fra Mauro Gambetti, francescano conventuale, Custode del Sacro Convento di Assisi, Monsignor Silvano M. Tomasi, Arcivescovo titolare di Asolo, Nunzio Apostolico, Fra Raniero Cantalamessa, cappuccino, Predicatore della Casa Pontificia, Monsignor Enrico Feroci, parroco a Santa Maria del Divino Amore a Castel di Leva, “sono frutto e dono delle nostre comunità”. “Conosco ciascuno di loro – aggiunge il porporato - e sono certo che sapranno vivere questa nuova responsabilità con intensità e umiltà. Il Cardinalato - ci ricorda il Santo Padre - non significa una promozione, né un onore, né una decorazione; semplicemente è un servizio che esige di ampliare lo sguardo e allargare il cuore. A nuovi cardinali l’amicizia e l’affetto dell’Episcopato italiano, insieme al ricordo nella preghiera”.      

Cei: precisazione su DPCM del 24 ottobre

26 Ottobre 2020 - Roma - Il Dpcm del 24 ottobre 2020 con le nuove misure per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 lascia invariato quanto previsto nel Protocollo del 7 maggio circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo. Esso rimane altresì integrato con le successive indicazioni del Comitato tecnico-scientifico. All’art.1 p. 9 lett. q del nuovo Decreto si legge infatti: “Le funzioni religiose con la partecipazione di persone si svolgono nel rispetto dei protocolli sottoscritti dal Governo e dalle rispettive confessioni di cui agli allegati da 1, integrato con le successive indicazioni del Comitato tecnico-scientifico, a 7”. Come già ricordato lo scorso 14 ottobre, tra le indicazioni, a titolo esemplificativo, segnaliamo: guanti non obbligatori per il ministro della Comunione che però deve igienizzarsi accuratamente le mani; celebrazione delle Cresime assicurando il rispetto delle indicazioni sanitarie (in questa fase l’unzione può essere fatta usando un batuffolo di cotone o una salvietta per ogni cresimando), la stessa attenzione vale per le unzioni battesimali e per il sacramento dell’Unzione dei malati; reintroduzione dei cori e cantori, i cui componenti dovranno mantenere una distanza interpersonale laterale di almeno 1 metro e almeno 2 metri tra le eventuali file del coro e dagli altri soggetti presenti (tali distanze possono essere ridotte solo ricorrendo a barriere fisiche, anche mobili, adeguate a prevenire il contagio tramite droplet. L’eventuale interazione tra cantori e fedeli deve garantire il rispetto delle raccomandazioni igienico-comportamentali ed in particolare il distanziamento di almeno 2 metri); durante la celebrazione del matrimonio gli sposi possono non indossare la mascherina; durante lo svolgimento delle funzioni religiose, non sono tenuti all’obbligo del distanziamento interpersonale i componenti dello stesso nucleo familiare o conviventi/congiunti, parenti con stabile frequentazione; persone, non legate da vincolo di parentela, di affinità o di coniugio, che condividono abitualmente gli stessi luoghi dove svolgono vita sociale in comune. (Vincenzo Corrado)

Migrantes: la gioia per la nomina a cardinale di mons. Lojudice

25 Ottobre 2020 - Roma - La Migrantes si unisce alla gioia dei fedeli dell’Arcidiocesi di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino e della Toscana per la scelta di Papa Francesco di annoverare tra i membri del collegio cardinalizio S. E. mons. Paolo Lojudice, segretario della Commissione Episcopale per le Migrazioni e vescovo delegato Migrantes della Conferenza Episcopale Toscana. L’annuncio del Papa questa mattina al termine dell’Angelus recitato dalla finestra dell’appartamento pontificio. “Nella scelta di Papa Francesco di nominare cardinale un sacerdote e vescovo impegnato accanto ai migranti – commenta la Fondazione Migrantes – si legge l’attenzione che il pontefice ha per il mondo migratorio. Un impegno che “siamo certi mons. Lojudice continuerà anche nel collegio cardinalizio, di cui oggi è stato chiamato membro da Papa Francesco”. Il papa ha annunciato la nomina di 13 nuovi cardinali. Tre gli italiani tra i nuovi porporati : oltre a mons. Lojudice il vescovo di Albano e prefetto della Congregazione delle cause dei Santi e fra Mauro  Gambetti, francescano conventuale guardiano della comunità francescana  di Assisi.

Raffaele Iaria