Primo Piano
Le famiglie del luna park in festa a Lendinara (RO): cresime e processione con il vescovo Pavanello
4-5 ottobre, il programma del Giubileo dei migranti: la messa con papa Leone e la Festa dei popoli
- ore 10: Udienza generale con papa Leone XIV in Piazza San Pietro.
- ore 14 - 17: pellegrinaggio alla Porta Santa con la possibilità di ricevere il Sacramento della Riconciliazione.
- ore 10: Santa Messa con papa Leone XIV in Piazza San Pietro.
- ore 15 - 19: Festa dei Popoli “Migranti e Missionari di speranza tra le genti”. Un pomeriggio di condivisione, testimonianze e spettacoli con migranti, missionari e artisti e provenienti da tutto il mondo. (Giardini di Castel S. Angelo. Ingresso gratuito aperto a tutti).
❗ Sono ancora aperte le iscrizioni al Giubileo 👉 sul sito ufficiale. ❗
“In un mondo oscurato da guerre e ingiustizie, anche lì dove tutto sembra perduto, i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza. Il loro coraggio e la loro tenacia è testimonianza eroica di una fede che vede oltre quello che i nostri occhi possono vedere”. (Leone XIV)
✅ Leggi il Messaggio del papa per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2025.
✅ Guarda il manifesto per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2025.
“La speranza è itinerante”: a Napoli l’Incontro nazionale degli operatori impegnati con rom, sinti e camminanti
La diocesi di Ugento-S.M. di Leuca celebra la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato
La Giornata mondiale del migrante e del rifugiato si celebrerà il 4 e il 5 ottobre 2025
Il programma
Sabato 4 ottobre:- ore 10: Udienza generale con papa Leone XIV in Piazza San Pietro.
- ore 14 – 17: pellegrinaggio alla Porta Santa con la possibilità di ricevere il Sacramento della Riconciliazione.
- ore 10: Santa Messa con papa Leone XIV in Piazza San Pietro.
- ore 15 – 19: Festa dei Popoli “Migranti e Missionari di speranza tra le genti”. Un pomeriggio di condivisione, testimonianze e spettacoli con migranti, missionari e artisti e provenienti da tutto il mondo. (Giardini di Castel S. Angelo. Ingresso gratuito aperto a tutti).
Il manifesto della GMMR 2025[/caption]
Emigrazione italiana: a Barga (LU), la Giornata dei toscani nel mondo 2025
Panel 1 – Le associazioni dei Toscani nel Mondo: tra continuità e innovazione. Prospettive e proposte per la prossima legislatura
- Ilaria Del Bianco - presidente dell’Associazione lucchesi nel mondo.
- Lucas Del Chierico - Coordinamento associazioni ispanofone dei toscani nel mondo del Sudamerica.
- Flavia Sbragia - Coordinamento associazioni lusofone dei toscani nel mondo del Sudamerica.
- Paul Amabile - Coordinamento associazioni dei toscani nel mondo di Australia e Sudafrica.
Panel 2 - Toscani nel mondo: le attività sostenute dalla Regione nel 2025 tra cultura, radici e sviluppo condiviso.
- Raymond Siebetcheu - professore associato dell’Università per Stranieri di Siena.
- Raffaella Mariani - presidente dell’Unione dei Comuni della Garfagnana.
- Francesca Guastalli - direttrice del Museo archivio della memoria del Comune di Bagnone.
Panel 3 - Nuove migrazioni toscane: quali politiche per un fenomeno in trasformazione?
- Sara Vatteroni - direttrice Fondazione Migrantes Toscana.
- Gaia Colombo - sociologa, Università di Pisa.
- Marco Bennici - funzionario del Comune di Livorno e coordinatore della Rete ambasciatori livornesi nel mondo.
- Luca Barani - referente delegazione territoriale Benelux dell’Associazione ex allievi Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.
Panel 4 - Dopo la riforma della cittadinanza: quali diritti per i toscani all'estero. Analisi giuridica e strategie comuni di fronte alla riforma
- Maria Chiara Prodi - segretaria generale del Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie).
- Fabio Porta - deputato eletto nella Circoscrizione estero America Meridionale.
- Christian Di Sanzo - deputato eletto nella Circoscrizione estero Nord e Centro America.
- Luigi Scaglione - coordinatore delle Consulte regionali sull’emigrazione.
- Mario Puppa - consigliere della Regione Toscana e membro del Consiglio dei Toscani nel Mondo.
📺 Per seguire in streaming l'evento.
Istruzione per il viaggio. Il progetto “Scuola itinerante”
Cosa fa “Scuola itinerante”?
Per le elementari e le medie affianca le famiglie nella fase delle iscrizioni, dei trasferimenti, delle presenze e dell’ammissione agli esami; e mette a disposizione dei tutor gratuiti per il doposcuola. Per la scuola superiore, a seconda dell’area dove la famiglia si sposta di più, il progetto mette a disposizione un referente di zona che la aiuta a scegliere l’indirizzo di studio migliore per i figli e a fare l’iscrizione all’istituto superiore statale individuato, che resta il riferimento anche in caso di spostamento. Una volta iscritti, i ragazzi e le ragazze ricevono aiuto con lo studio durante tutto l’anno, per arrivare preparati agli esami di passaggio. Le lezioni si svolgono o in presenza o in DAD a seconda dell’istituto, ma tengono conto degli spostamenti e degli impegni dei ragazzi. A proposito di didattica a distanza, un momento di svolta per il progetto è arrivato paradossalmente in tempo di pandemia. “Quando tutta la scuola è andata in DAD – racconta Federica Pennino, della coop. Sophia di Roma, referente del progetto per il centro-sud – a quel punto i ragazzi dello spettacolo viaggiante hanno iniziato a non avere problemi di partecipazione, studio, apprendimento”. In questa giostra, in cui è in qualche modo la scuola che si mette in moto per seguire gli studenti e non viceversa, ha un ruolo-chiave la figura del tutor, che fa da ponte, sia dal punto di vista didattico che burocratico. E poi è fondamentale per la motivazione, dentro un contesto in cui i giovani sono inevitabilmente orientati a entrare nell’impresa di famiglia. Spiega Pennino: “Il tutor prende contatti con i docenti per definire programma e obiettivi minimi da raggiungere per ciascuna materia. E poi inizia l’accompagnamento, anche fisico, quando è necessario, in particolare in occasione degli esami, in cui in tre giornate si vive esponenzialmente quello che normalmente si diluisce in un anno. Una ragazza lo scorso anno mi diceva: ‘Oddio, è la prima volta che entro in un liceo!’. Anche per questo è importante che i tutor siano sempre gli stessi durante l’anno”.Cosa ne pensano i genitori?
Susy Caveagna è la mamma di Kendra, una studentessa delle 2a classe di servizi per la cultura e lo spettacolo. Lavora nell’Universal Circus della famiglia D’Amico. La raggiungiamo al telefono a Civita Castellana, in provincia di Viterbo. Il programma è stare un paio di settimane e poi via di nuovo, altrove, tra Umbria e Lazio e poi in tutta Italia: “Io ho figli nati a Palermo, due a Roma, uno a Brescia, uno a Milano, uno è nato addirittura all’estero, in Turchia. E si può capire bene che con la ‘Scuola itinerante’ la nostra vita è proprio cambiata. Prima era tutto più faticoso. E ti parlo da mamma di figli che hanno preso abbastanza bene la questione dello spostamento. Sia io che suo padre ci teniamo alla scuola, è una priorità. L’unica difficoltà burocratica rispetto agli anni scorsi riguarda l’iscrizione”. Anche per questo, uno degli obiettivi del progetto è far emergere ufficialmente la realtà degli studenti itineranti. Si stima che in Italia ce ne siano almeno 500. Ma nessuno, a nessun livello, conosce le cifre esatte: “In tutti gli altri Paesi europei – spiega Vatteroni – c’è una normativa specifica che coinvolge veramente la categoria, docenti specializzati e tutto un sistema che va incontro alla loro mobilità. Da noi in Italia non esiste. Mi aspetto che le istituzioni si prendano in carico di questo problema, magari mutuando organizzazione e soluzioni didattiche e giuridiche da esperienze simili, come quella della scuola in ospedale. Noi dal basso abbiamo fotografato e agganciato questa realtà. Ora bisogna fare un passo avanti”. (Simone Sereni | Migranti Press n. 3 2025) [caption id="attachment_63445" align="aligncenter" width="1024"]
Una classe di scuola itinerante all'esame (foto: Coop. Sophia)[/caption] Mons. Baturi ha inaugurato a Selargius (Ca) una nuova comunità africana di lingua inglese nel nome di S. Agostino
Spettacolo popolare, il 9 settembre un seminario online: “Un mondo ambasciatore di gioia e speranza”
- “Lo spettacolo popolare nel magistero pontificio” - dott. Salvatore Luciano Bonventre, assessore nazionale Federazione italiana tradizioni popolari.
- “La speranza in scena: lo spettacolo popolare come cuore vivo delle comunità” - prof.ssa Fulvia Caruso, professore associato di Etnomusicologia presso Università di Pavia.
- “L’annuncio del vangelo tra i viaggianti” - p. Sascha Ellinghaus, direttore nazionale della pastorale dello spettacolo popolare della Conferenza episcopale tedesca.
- “Criticità per le comunità dello spettacolo popolare: presentazione della buona prassi della scuola itinerante” - dott.ssa Sara Vatteroni, direttore regionale Fondazione Migrantes.
- “La speranza nella religiosità popolare” - prof. José Luis Alonso Ponga, già professore titolare di Antropologia sociale presso l’Universidad de Valladolid.
- “Un circo per tutti. Lo spettacolo popolare tra gioia e speranza” - prof. Alessandro Serena, direttore scientifico di Open Circus, già docente dell'Università degli Studi di Milano.
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Accoglienza, il card. Zuppi al “Corriere della Sera”: ok le regole, ma bisogna integrare, non tollerare o condannare
Accoglienza, a Brindisi nasce “Casa Colibrì”
Un gesto simbolico in un luogo storico
Per la realizzazione del progetto, l'arcidiocesi di Brindisi ha messo a disposizione un ampio appartamento in via Giovanni XXIII n. 11, un luogo dal valore storico inestimabile. L'edificio, infatti, era di proprietà di don Augusto Pizzigallo, sacerdote che ospitò in ben due occasioni monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII. L’immobile, in disuso da anni, grazie al progetto “La Porta di Casa”, potrà tornare a essere un luogo "vivo" e accogliente. L’appartamento ospiterà persone migranti che potranno beneficiare di figure educative e di volontari per la realizzazione di percorsi di accompagnamento individualizzati, volti al raggiungimento della piena autonomia. Ma la casa sarà molto più di un semplice alloggio: sarà il cuore pulsante del progetto, un luogo aperto al dialogo e al confronto, dove si svolgeranno attività formative, eventi interculturali e momenti conviviali aperti a tutta la cittadinanza. L'obiettivo è creare una "convivialità delle differenze" per abbattere il pregiudizio e il razzismo, promuovendo il passaggio dal concetto di "noi e loro" a quello di un unico "noi"."Casa Colibrì": un sogno di chiesa
"Casa Colibrì" è un nome ispirato a un'antica storia africana che narra di un piccolo colibrì che, di fronte a un grande incendio, fa la sua parte trasportando gocce d'acqua nel becco. Il messaggio è chiaro: anche il più piccolo contributo, se unito a quello di altri, può fare una grande differenza. "La porta aperta è il segno dell'accoglienza di tutti i popoli nel grembo della chiesa madre," ha dichiarato mons. Intini. "Con Casa Colibrì abbiamo voluto aprire una porta per tutti coloro che hanno bisogno di sentire il calore dell’accoglienza. Voglio auspicare che questo sogno diventi il sogno di tanti e un sogno di Chiesa”. (Fonte: Ufficio Migrantes Brindisi-Ostuni)
Migranti e lavoro, il 60° anniversario della tragedia di Mattmark: una riflessione e un libro
Il 30 agosto 1965, una data che rimane impressa nella storia dell’emigrazione italiana in Svizzera, 88 lavoratori persero la vita nella più grande e devastante tragedia industriale del Paese. La diga di Mattmark era un importante progetto idroelettrico che avrebbe dovuto fornire energia elettrica a gran parte della Svizzera. La costruzione della diga richiese la presenza di oltre 1.000 lavoratori, principalmente migranti, che lavoravano in condizioni difficili e pericolose. Alle 0re 17,20 di quel giorno, una enorme valanga di ghiaccio e detriti, staccatasi dal ghiacciaio dell’Allalin, travolse disastrosamente le baracche-alloggio dei lavoratori, la mensa e le officine del cantiere. Il doloroso bilancio fu di 88 vittime, 86 uomini e 2 donne, di cui 56 italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci e 1 apolide. La tragedia scosse l'opinione pubblica svizzera e italiana. Le autorità elvetiche e le imprese di costruzione della diga furono criticate per la scarsa supervisione del cantiere e per non aver garantito condizioni di lavoro e alloggio sicure per gli operai. La commissione d’inchiesta lavorò per oltre sei anni e 17 persone furono accusate di omicidio colposo. Furono tutti assolti, in quanto i giudici stabilirono che si trattò di una catastrofe naturale. Non solo il danno, 88 vittime, famiglie distrutte e in lutto; condizioni lavorative precarie e pericolose, senza adeguate protezioni sociali. Ma anche la beffa. In appello, i familiari delle vittime furono condannate a pagare le spese processuali. La sciagura di Mattmark ci stimola a riflettere e a passare dalle parole ai fatti su tre urgenze che ci interpellano come cittadini e cristiani.
- La salvaguardia del creato. Dobbiamo prenderci cura della nostra «casa comune», rispettare e preservare la natura; ciò è garanzia di vita. A interventi dell’uomo che prevaricano l’ambiente corrisponde la violenza della natura.
- La sicurezza nel lavoro. Tema fortemente avvertito in Italia. Usando le parole di papa Francesco, è come «l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare, ed è sempre troppo tardi!».
- Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti. La Svizzera è indiscutibilmente una terra d’immigrazione. Ciò si riflette nella diversità della popolazione del Paese, composta per oltre il 30% da persone immigrate di prima generazione. La Confederazione Elvetica è tra le nazioni in cui questa percentuale è più alta. Complessivamente oltre il 40% della popolazione ha un passato migratorio. I lavoratori stranieri hanno largamente contribuito alla prosperità del Paese.
Per approfondire
T. Ricciardi, Morire a Mattmark. L'ultima tragedia dell'emigrazione italiana, Donzelli, 2025 (nuova edizione), pp. 200. Se Mattmark non è più una «Marcinelle dimenticata», resta ancora un interrogativo: l’Italia e anche la stessa Svizzera sono state all’altezza della storia? Con questa domanda Toni Ricciardi, storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra e l’Istituto di Storia dell’Europa mediterranea (Isem-Cnr), a sessant’anni di distanza dalla tragedia, introduce questa nuova edizione del suo lavoro.
Il 30 agosto 1965, in pochi secondi, accadde l’irreparabile: «Niente rumore. Solo, un vento terribile e i miei compagni volavano come farfalle. Poi ci fu un gran boato, e la fine. Autocarri e bulldozer scaraventati lontano». A parlare è uno dei sopravvissuti intervistati nel libro, uno dei testimoni della valanga di più di 2 milioni di metri cubi di ghiaccio che seppellì 88 lavoratori. Di questi, 56 erano italiani.
Come a Marcinelle, la tragedia rappresentò una cesura nella lunga e travagliata storia dell’emigrazione italiana, segnando un punto di non ritorno. Inoltre, suscitò molto scalpore in tutta Europa: per la prima volta, stranieri e svizzeri morivano l’uno a fianco all’altro. Nei giorni successivi si scavò senza sosta con la speranza di trovare ancora vivi amici, padri, fratelli, figli. Ci vollero quasi due anni per recuperare i resti dell’ultima salma.
Questa storia si concluse nel modo peggiore: i tempi dell’inchiesta furono lunghissimi, oltre sei anni, e i diciassette imputati chiamati a rispondere dell’accusa di omicidio colposo furono tutti assolti, nonostante l’instabilità del ghiacciaio fosse nota da secoli. In appello andò anche peggio, con la conferma dell’assoluzione e la condanna dei familiari delle vittime al pagamento delle spese processuali. Al via la XIII edizione della Summer School “Mobilità Umana e Giustizia Globale”
Il programma
Lunedì 25 agosto, mattina (9.30-13.00) Presentazione della Scuola estiva e del Programma della settimana Prima sessione tematica: Seconde generazioni a chi? Relazione introduttiva: Laura Zanfrini, professore ordinario di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica e direttore scientifico della Summer School, Università Cattolica del Sacro Cuore. Testimonianza: Toni Ricciardi, Associazione “Tesoro” di Zurigo e docente di Storia delle migrazioni Università di Ginevra. Martedì 26 agosto, mattina (9.30-13.00) Seconda sessione tematica: L’inquietudine identitaria degli adolescenti e giovani con background migratorio. Relazione introduttiva: padre Aldo Skoda, direttore dello Scalabrini International Migration Institute. Testimonianza: Murphy Tomadin, psicologo e psicoterapeuta. Martedì 26 agosto, pomeriggio (15.00-18.00) Laboratorio condotto dalla Cooperativa Sociale Dedalus, Napoli. Mercoledì 27 agosto, mattina Visita al “Parco Verde” di Caivano e incontro con don Maurizio Patriciello. Mercoledì 27 agosto, pomeriggio (14.30-18.00) Terza sessione tematica: Dare un futuro ai ragazzi anche quando la famiglia “non c’è” (o sembra non esserci). Relazione introduttiva: Giovanni Giulio Valtolina, ordinario di Psicologia dello sviluppo UCSC e responsabile settore Minori e Famiglia della Fondazione Ismu Ets, Milano. Testimonianza: Anna Borando, dirigente scolastico. Giovedì 28 agosto, mattina (9.30-13.00) Quarta sessione tematica: Generatori di bene comune. L’attivismo civico e politico delle nuove generazioni. Relazione introduttiva: Noura Ghazoui, presidente Conngi - Coordinamento nazionale nuove generazioni italiane. Testimonianza: monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale Fondazione Migrantes. La parola ai partecipanti: impressioni e proposte a ruota libera. Giovedì 28 agosto, pomeriggio Tavola rotonda. Aprite le porte alla speranza. La cura del futuro come impegno per la Chiesa e la società. Partecipano: S.E. mons. Francesco Alfano, arcivescovo di Sorrento - Castellammare di Stabia; S.Em. card. Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale; Michele Di Bari, prefetto di Napoli; S.E. mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes e arcivescovo di Ferrara - Comacchio.La Summer School
La Scuola, promossa dalla Fondazione Migrantes, è organizzata insieme all’Università Cattolica del Sacro Cuore e al SIMI (Scalabrini International Migration Institute). Essa persegue un riposizionamento di prospettiva, collocando l’analisi dei processi di mobilità umana all’interno di una riflessione più ampia, che rinvia appunto alla questione della giustizia globale, letta in tutte le sue implicazioni: economiche, politiche, sociali, culturali, etiche e pastorali.Una ricerca Fondazione Migrantes e VoisLab sulla vita quotidiana delle famiglie dello spettacolo viaggiante
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Cos’è la ricerca
Si tratta di un’indagine nazionale che ha l’obiettivo di descrivere le condizioni di vita dei minori appartenenti a famiglie dello spettacolo viaggiante e circense, con particolare attenzione alla loro partecipazione scolastica. La ricerca utilizza un questionario online compilato direttamente dai genitori delle famiglie che volontariamente aderiranno alla campagna.Promotori e soggetti coinvolti
Promotore: Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana. Ente esecutore: VoisLab, spin-off del dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa, specializzato in valutazione sociale e impatto di progetti complessi.Finalità della ricerca
- Fornire un quadro aggiornato e dettagliato delle condizioni di vita e delle dinamiche familiari dei minori appartenenti a famiglie dello spettacolo viaggiante.
- Analizzare la partecipazione scolastica e le eventuali criticità legate alla mobilità e alla vita itinerante.
- Supportare la progettazione di interventi pastorali, educativi e sociali più efficaci e mirati.
A chi è rivolto il questionario
Il questionario è destinato ai genitori delle famiglie impiegate nello spettacolo viaggiante e circense che desiderano partecipare volontariamente all’indagine.Modalità di compilazione
Il questionario sarà accessibile online tramite un link pubblico / QrCode. Nota: Il questionario non sarà inviato direttamente alle famiglie e non è prevista la presenza di rilevatori sul campo. [caption id="attachment_62746" align="aligncenter" width="291"]


Tempistiche
Periodo di somministrazione: Il questionario sarà disponibile online fino al termine del mese di ottobre 2025. Analisi e diffusione dei risultati: Al termine della raccolta dati, VoisLab elaborerà i risultati, che saranno presentati in forma sintetica e analitica per supportare le future iniziative della Fondazione.ℹ Per ulteriori informazioni o chiarimenti, è possibile contattare: migrantes@voislab.it
Marcinelle, mons. Perego: “Ci ricorda che i lavoratori migranti debbono essere particolarmente tutelati. Ieri come oggi”
✅ Leggi anche: "Un manifesto rosa. L’emigrazione italiana in Belgio e la tragedia di Marcinelle" (Luigi Dal Cin)
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Minori stranieri non accompagnati, Anci e 23 organizzazioni lanciano allarme sulla carenza di risorse per l’accoglienza
“Un manifesto rosa”. L’emigrazione italiana in Belgio e la tragedia di Marcinelle


Una promessa
La Seconda guerra mondiale aveva lasciato in Italia ferite profonde. Una nazione, fatta a pezzi, da ricostruire, un’economia in ginocchio, interi territori ridotti in miseria. Fu allora che la promessa di una vita migliore apparve all’improvviso su curiosi manifesti rosa appesi per le strade delle città a dei paesi di tutta Italia. Un miraggio di speranza nel deserto che la guerra aveva lasciato dietro di sé. In molti lo leggono. Qualcuno se lo fa leggere. È una proposta. Di più. È una promessa. Un lavoro. Uno stipendio. Un lavoro nelle miniere di carbone, ben stipendiato. Belgio. Certo, significa separarsi dagli affetti e dai luoghi di sempre. Ma sarebbe stato per poco: si guadagna, si risparmia, e poi si ritorna a casa. Quel manifesto rosa è un proclama. A chiare lettere annuncia la liberazione dalla miseria. Una prospettiva di riscatto. Una via di fuga. Nel disastro della miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani. E la regione con il maggior numero di vittime fu l’Abruzzo. Era l’8 agosto del 1956. Fu il terzo incidente per numero di vittime nella storia dei minatori italiani emigrati. Il primo, per numero di morti, fu il disastro avvenuto nel 1907 a Monongah in West Virginia, negli Stati Uniti, dove le vittime furono in prevalenza italiane, in prevalenza molisane. Molise e Abruzzo: unite in un’unica regione fino al 1963, drammaticamente accomunate anche nelle condizioni di lavoro dei propri emigranti.Approfittate degli speciali vantaggi
Il 23 giugno 1946 tra il governo italiano e quello belga era stato firmato un trattato che prevedeva un gigantesco baratto. L’Italia doveva inviare in Belgio 2.000 lavoratori a settimana da impiegare nelle miniere. In cambio, il Belgio assicurava all’Italia una buona quantità di carbone per ogni minatore. Appena uscita dalla guerra, l’Italia contava milioni di disoccupati e aveva necessità di carbone per far ripartire le proprie industrie. In Belgio, invece, la mancanza di manodopera nelle miniere frenava la produzione. Il governo italiano considerava l’emigrazione come il principale fattore economico per la ricostruzione del Paese tramite le rimesse, ovvero il trasferimento del denaro degli emigranti verso il Paese d’origine, e poiché in Belgio c’era bisogno di manovalanza a basso costo incentivò la partenza di lavoratori che non trovavano impiego in Italia. Dell’accordo “minatori in cambio di carbone” – il trattato parlava testualmente di “accordo minatori-carbone” – sui manifesti rosa della Federazione carbonifera belga, però, non c’era traccia. I minatori emigranti allora non ne furono messi a conoscenza. Lo scoprirono solo dopo il disastro di Marcinelle. E ne nacque una questione molto controversa. L’accordo “minatori-carbone” equiparava infatti i lavoratori a una merce. I minatori italiani sentirono di essere stati trattati come de-portati economici, venduti da un’Italia matrigna e cinica per qualche misero sacco di carbone. E se l’accordo si occupava di tutti gli altri aspetti dello scambio, si preferiva invece chiudere gli occhi, sia da parte delle autorità belghe che di quelle italiane, sulle condizioni di vita e di lavoro che effettivamente attendevano i lavoratori italiani destinati alle miniere del Belgio. Approfittate degli speciali vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Condizioni particolarmente vantaggiose di lavoro sotterraneo. Premio temporaneo, Assegni familiari, Assenze giustificate per motivi di famiglia, Carbone gratuito, Biglietti ferroviari gratuiti, Premio di natalità, Ferie, Alloggio. [caption id="attachment_62615" align="aligncenter" width="210"]
(illustrazione di Cristiano Lissoni)[/caption]
Propaganda
Pura propaganda. Pubblicità ingannevole, diremmo oggi. Perché nei vagoni di ogni treno erano stipate circa mille persone. E, una volta a destinazione, la promessa degli alloggi a prezzi scontati si svelava in tutta la sua cruda realtà. Baracche fatiscenti dove pochi anni prima erano stati rinchiusi i prigionieri di guerra. E apparve subito chiaro come per gli italiani emigrati non fosse possibile affittare un alloggio più dignitoso. Non solo per ragioni economiche. La gente del posto lo scriveva su cartelli: Ni animaux, ni étrangers ovvero “Né animali, né stranieri”. Non mancò infatti il disprezzo nei confronti degli emigranti italiani, a cui fu affibbiata l’etichetta dispregiativa di macaronì. E poi c’era l’impatto con la miniera e le “condizioni particolarmente vantaggiose di lavoro sotterraneo” che talvolta prevedevano che i minatori arrivassero a oltre mille metri di profondità. L’inesperienza, la mancanza di un periodo di formazione e l’ignoranza sulla reale situazione in cui avrebbero dovuto lavorare rendevano particolarmente traumatica la discesa in miniera. E non c’era nemmeno la consapevolezza che respirare quell’aria intrisa di polvere di carbone esponeva al rischio di contrarre la silicosi, una grave malattia professionale che ha portato alla morte centinaia di migliaia di minatori. Ma ormai non era più possibile tornare indietro. Chi rompeva il contratto poteva finire in carcere.La tragedia di Marcinelle
Pare che all’origine del disastro ci fu un’incomprensione tra i minatori che dal fondo del pozzo caricavano sull’ascensore i vagoncini con il carbone e i manovratori in superficie. Alle 8 e 10 del mattino dell’8 agosto 1956 un vagone di carbone rimase incastrato nella gabbia del montacarichi ma l’ascensore partì comunque. Nella risalita il carrello che sporgeva tranciò le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione. Le scintille causate dal cortocircuito fecero incendiare l’olio. Fu subito l’inferno. Un imponente incendio si estese alle gallerie superiori mentre sotto, a oltre mille metri di profondità, i minatori venivano soffocati dal fumo. Il fuoco infatti era divampato nel pozzo d’ingresso dell’aria e il fumo prodotto dalla combustione raggiunse ben presto ogni angolo della miniera. Fin dai primi istanti la gravità dell’incidente e l’impossibilità di trarre in salvo gli eventuali superstiti apparvero chiare ai soccorritori. Il 22 agosto, dopo due settimane di difficili ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava ancora a uscire dal pozzo, uno di loro, riemergendo affranto dalle viscere della miniera, sussurrò in italiano: “Tutti cadaveri”. A Marcinelle persero così la vita 262 minatori di diverse nazionalità ma per la maggior parte, 136, italiani. Di questi, 60 erano abruzzesi, di cui quasi la metà dai paesi di Manoppello e Lettomanoppello, in provincia di Pescara. Il ministro dell’Economia belga creò una commissione d’inchiesta alla quale presero parte due ingegneri del Corpo delle miniere italiane. Anche la Federazione carbonifera belga creò una propria commissione d’indagine. Le inchieste si proponevano di fare “ogni luce” su cosa fosse accaduto nella miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle la mattina dell’8 agosto 1956. Ma nessuna delle istituzioni mantenne pienamente le sue promesse.Da “macaronì” a “copains”
Fu la strage di Marcinelle a far superare i preconcetti sui minatori italiani. La tragedia infatti accomunò famiglie italiane e belghe nello stesso lutto e all’improvviso fu chiaro per tutti come lo sviluppo economico dell’intera nazione belga stesse poggiando anche sul lavoro di molti italiani, schiavi del carbone. Nel 1956, tra i 142.000 lavoratori impiegati nelle miniere belghe, 63.000 erano stranieri e, tra questi, 44.000 erano italiani. “Il nostro vicino, che non la smetteva mai di insultare mio padre, è venuto da noi piangendo”, dichiarò in un’intervista il figlio di un minatore. “La comunità italiana del Belgio ha pagato con il sangue il prezzo del suo riconoscimento”, commentò il quotidiano Le Monde. L’impressione della tragedia di Marcinelle trasformò i macaronì in copains, “amici”. Da quel dolore si avviò il processo di integrazione degli italiani in Belgio. Il prezzo pagato per ottenere il riconoscimento della dignità degli emigranti italiani fu di 136 vite, consumate in poche ore. Vite perdute per riscattare una dignità propria a ogni essere umano. La storia a venire era già pronta a chiudere gli occhi per dimenticare e riproporre lo spaventoso baratto. Nel 2012 la miniera di Marcinelle è stata inserita tra i siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Un riconoscimento, certo, ma soprattutto un monito. Per non dimenticare gli incidenti sul lavoro che hanno segnato le pagine più buie della storia dell’emigrazione. (Luigi Dal Cin, "Migranti Press" n. 6 - giugno 2025) [caption id="attachment_62616" align="aligncenter" width="555"]

Naufragio in Yemen: mons. Martinelli (vicariato Arabia), “necessarie politiche migratorie oculate e sagge”
Agrigento, il 9 agosto il Giubileo diocesano dei migranti








