15 Giugno 2021 - Roma - «Il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande d’Europa»: le parole pronunciate dal Papa all’Angelus, con le quali ha ricordato una delle più silenziose e drammatiche realtà del nostro tempo, ci interrogano profondamente. Nel mondo d’oggi, infatti, quasi più nulla sembra scalfire l’animo umano. Persino la morte di uomini, donne e bambini al largo delle nostre coste non sembrano turbare più di tanto la quotidianità del vivere.
Eppure la cerimonia svoltasi ad Augusta in Sicilia evocata da Francesco a San Pietro, in cui è stato esposto il relitto del peschereccio che il 18 aprile 2015 naufragò nel Canale di Sicilia con oltre mille migranti, ha proprio questo obiettivo: scuoterci da quell’ignavo torpore in cui la civiltà occidentale si è rifugiata per scappare da se stessa e dalle proprie responsabilità. «Questo simbolo delle tragedie», ha concluso il Papa, deve «interpellare le coscienze» e favorire «la crescita di un’umanità più solidale che abbatta il muro dell’indifferenza».
Queste parole portano alla luce alcune grandi questioni. In particolar modo, la centralità del Mediterraneo nel mondo contemporaneo. Forse mai come oggi, infatti, il Mediterraneo non è più soltanto un bacino marittimo che bagna tre continenti spesso in conflitto tra loro, ma un angolo visuale fondamentale da cui guardare il mondo intero. Questo mare è solcato da navi mercantili che viaggiano in tutte le direzioni; è caratterizzato da importanti centri strategici per le risorse energetiche
del pianeta; è attraversato da migliaia di chilometri di cavi sottomarini che permettono le comunicazioni; e, infine, è drammaticamente percorso da uomini e donne migranti che provengono dal Nordafrica, dall’Africa subsahariana, dal Corno d’Africa, dal Vicino Oriente e dall’Asia centrale.
La centralità del Mediterraneo è segnata, dunque, da una pervasiva globalizzazione economica che si tramuta però in una dolorosa indifferenza quando il focus si sposta sui poveri e sui migranti. Questo strabismo concettuale non solo non è evangelicamente accettabile, ma è estremamente carico di incognite e di rischi per il futuro. Chiudere gli occhi davanti ai «popoli della fame» significa, prima di tutto, chiudere gli occhi a Cristo e a quell’umanità sofferente di cui da sempre si prende cura lo sguardo del Samaritano. In secondo luogo, voltare lo sguardo oggi alle migrazioni internazionali significa non affrontare concretamente una delle più grandi questioni sociali di domani: come si governa la mobilità umana? Come combattere lo sfruttamento della tratta? Come integrare queste persone nelle società d’accoglienza?
Sono queste alcune delle domande che le migrazioni nel Mediterraneo impongono all’agenda pubblica dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia. Non solo ai governi, ma anche alla Chiesa. Al centro di tutti questi interrogativi si colloca un concetto che è alla base del pensiero cristiano: la difesa e la valorizzazione della persona umana. Ed è per questo motivo, sulla base dell’intuizione lapiriana di trasformare il Mare Nostrum in una «grande lago di Tiberiade», ovvero in un luogo di pace e speranza, che i vescovi del Mediterraneo si sono riuniti nel febbraio del 2020 a Bari e lo rifaranno nel febbraio 2022 a Firenze in un incontro di preghiera, fraternità e dialogo. Un’antica profezia di pace ha attraversato tutto il XX secolo: che questo mare unisca e non divida. Oggi cerchiamo, con umiltà e fervore, di seguire il sentiero segnato da questa visione profetica. Il Mediterraneo in cui si affacciano le civiltà che appartengono alla «triplice famiglia di Abramo», come scriveva La Pira, può realmente diventare un luogo di incontro tra culture, religioni e popoli diversi. Un incontro che, dopo secoli di divisione, potrebbe cambiare la storia non solo del Mediterraneo, ma del mondo intero. (Card. Gualtiero Bassetti - Presidente CEI)
Primo Piano
Migranti: l’Europa accelera
15 Giugno 2021 - Bruxelles – Il Patto migratorio non può più attendere. La Commissione Europea aumenta il pressing per sbloccare un dossier arenato da anni soprattutto sul fronte della solidarietà. «Trovare un accordo al più presto sul Patto per la migrazione e l’asilo – ha dichiarato ieri il vicepresidente della Commissione, Margaritis Schinas – dovrebbe essere una priorità». Per Schinas «la mancanza d’intesa non fa che alimentare il business dei trafficanti, causando un grave bilancio di vite umane». «Dobbiamo superare il sistema di Dublino (sull’asilo, ndr) – ha aggiunto il presidente del Parlamento europeo David Sassoli – per un’autentica cooperazione tra Paesi basata su un meccanismo permanente di solidarietà, ripartizione (di migranti, ndr) e responsabilità». Ma è proprio su questo punto che tutto resta bloccato; non è decollata neppure l’idea di un meccanismo provvisorio di ridistribuzione volontaria in soccorso a Paesi di prima linea come l’Italia. La Germania (in campagna elettorale) si mostra perplessa, sostenendo di essere più sotto pressione di noi: a fine aprile aveva ricevuto 38.000 domande di asilo contro i 13.000 migranti sbarcati nella Penisola. Anche la Francia, con le presidenziali del 2022, punta i piedi. Tant’è che al pranzo dei ministri degli Interni l’8 giugno a Lussemburgo il tema ridistribuzione praticamente non è stato toccato, né figura nelle prime bozze di conclusioni del Consiglio Europeo del 24-25 giugno, dove pure la migrazione – per insistenza dell’Italia – sarà un piatto forte. Non parliamo poi del meccanismo permanente di ridistribuzione previsto dal Patto proposto dalla Commissione: il no di molte nazioni, non solo dell’Est, è ferreo. Roma intanto vede grandi squilibri nel Patto: solidarietà insufficiente a fronte di troppi oneri per i Paesi di prima linea. Il Nord Europa, come dimostra una recente lettera a Bruxelles firmata dai ministri di Germania, Francia, Belgio e Olanda, lamenta invece i movimenti secondari di migranti dal Sud (anzitutto dalla Grecia). Inoltre Berlino e Parigi puntano il dito contro l’Italia, accusata di bloccare il negoziato. «E poi ci chiedono pure un aiuto» inveisce un diplomatico del Nord. Roma, insieme agli altri mediterranei, insiste sul concetto di «pacchetto»: il Patto va approvato nel suo complesso e non, come vogliono Parigi e Berlino, «a rate», cominciando dai dossier su cui c’è consenso. Consenso già assodato sulla dimensione esterna (cooperazione con i Paesi di transito e d’origine, rimpatri, rafforzamento delle frontiere esterne). E soprattutto, sulla riforma dell’Easo (l’ufficio Ue per l’asilo): è ormai concluso a livello tecnico l’accordo per trasformarlo in una vera Agenzia Ue per l’asilo (Euaa), ma non si è potuto formalizzarlo per la logica del pacchetto. Un movimento c’è: la ministra Lamorgese insieme ai colleghi di Grecia, Cipro e Malta l’8 giugno ha offerto alla Commissione una soluzione pragmatica: siglare l’accordo sull’Euaa, ma attenderne l’attuazione fino a un’intesa complessiva. Potrebbe servire a migliorare il clima. Ma il cammino è ancora lungo. (Giovanni Maria Del Re - Avvenire)
Centro Astalli: venerdì il “Colloquio sulle migrazioni”
15 Giugno 2021 - Roma - In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, il Centro Astalli organizza il colloquio sulle migrazioni "Rifugiati: riscopriamo il volto dell'ospitalità", venerdì 18 giugno alle ore 18.00 dal Giardino della Basilica di San Saba all'Aventino a Roma. All'incontro interverranno il Card. Augusto Paolo Lojudice, Arcivescovo di Siena - Colle di Val d'Elsa - Montalcino, Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica "Limes" e padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli moderati da Maria Cuffaro, giornalista Rai. Seguirà alle ore 20.15 un concerto di Ilaria Pilar Patassini, cantautrice e interprete, con musiche di Federico Ferrandina alla chitarra e Andrea Colella al contrabbasso. Gli eventi saranno trasmessi in diretta sul canale YouTube del Centro Astalli https://www.youtube.com/user/centroastallitv
In Famiglia: questione di volontà
15 Giugno 2021 - Serge Razafinbony e Fara Andrianombonana (Coppia di fidanzati dal Madagascar): Parlando di matrimonio, Santità, c'è una parola che più d'ogni altra ci attrae e allo stesso tempo ci spaventa: il «per sempre» ...
Benedetto XVI: [...] Nel Rito del Matrimonio, la Chiesa non dice: «Sei innamorato?», ma «Vuoi», «Sei deciso». Cioè: l’innamoramento deve divenire vero amore coinvolgendo la volontà e la ragione in un cammino, che è quello del fidanzamento, di purificazione, di più grande profondità, così che realmente tutto l’uomo, con tutte le sue capacità, con il discernimento della ragione, la forza di volontà, dice: «Sì, questa è la mia vita». Io penso spesso alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore definitivo che diventi realmente «secondo vino» è più bello, migliore del primo vino. E questo dobbiamo cercare. E qui è importante anche che l’io non sia isolato, l’io e il tu, ma che sia coinvolta anche la comunità della parrocchia, la Chiesa, gli amici. (Benedetto XVI, Visita Pastorale all’Arcidiocesi di Milano in occasione del VII Incontro Mondiale delle Famiglie, Festa delle Testimonianze, Bresso 2 giugno 2012)
Abbiamo scelto questo passaggio, come ultimo intervento dedicato da papa Ratzinger al tema della famiglia, perché ci pare molto significativo il metodo che il pontefice ha adottato per confrontarsi con tutta la Chiesa in occasione di quella VII giornata mondiale. Un approccio non ex cathedra ma a partire dall’ascolto, dal basso, dalle domande delle persone, delle comunità, delle realtà concretamente inserite nel cammino della storia umana ed ecclesiale che ogni popolo vive. Una disposizione al dialogo, che si è dimostrata feconda e aperta alle sollecitazioni dello Spirito. Il tema dell’Incontro era “La Famiglia, il lavoro e la festa” e le domande si sono distribuite su queste tre aree tematiche, ma significativa è stata la risposta del pontefice a questa coppia di fidanzati del Madagascar. Un ritorno importante a ribadire come l’elemento costitutivo del sacramento del matrimonio sia l’amore e non l’innamoramento, la volontà e non il sentimento. Papa Ratzinger lo esprime con chiarezza, con un linguaggio molto colloquiale, ma che non lascia spazio ad ambiguità. Se da un lato, come è giusto che sia, diminuiscono fino a sparire (almeno in ambito occidentale) i matrimoni “forzati”, che nascono combinati dalle famiglie di origine o che si accontentano di un contratto e di una convenzione, anche fra i matrimoni per scelta, è importante che i giovani facciano un cammino di fidanzamento, un cammino di conoscenza e di consapevolezza. La dimensione, per esempio, del lavoro – che era parte integrante dei temi della giornata mondiale – è un campo in cui i futuri sposi devono saper camminare con le idee chiare rispetto al ruolo che esso può e deve occupare in una vita di coppia. Da studenti e poi nei primi anni di lavoro, spesso ci si dedica a questo con tutto se stessi, poi le cose cambiano ed è giusto che sia così, anche prima che arrivino i figli. Vi sono delle priorità che gli sposi sono chiamati a custodire per far sì che il lavoro non diventi un idolo, ma uno strumento al servizio dell’amore che la coppia vive. Riguardo ad una domanda su questo tema di una coppia greca duramente colpita dalla crisi economica di quegli anni, il Papa non ha proposto ricette facili, ma ha invitato la comunità ecclesiale ad una grande solidarietà, anche sotto la forma di gemellaggi non solo fra nazioni e città, ma fra famiglie stesse. Una comunione che aiuti a cogliere i segni della Provvidenza anche nelle crisi più profonde e dia un contributo a superare le difficoltà economiche riuscendo a collocarle nella giusta prospettiva rispetto alla complessità del vivere. Anche riguardo al tema della festa, Benedetto XVI ha avuto modo di perorare una vita ecclesiale che abbia al centro la festa, appunto, il giorno della domenica, non solo il giorno dell’Eucarestia e quindi del ringraziamento, ma anche il giorno della libertà. Queste le sue parole rivolte ad una coppia statunitense: mi sembra molto importante la domenica, giorno del Signore e, proprio in quanto tale, anche “giorno dell’uomo”, perché siamo liberi. Questa era, nel racconto della Creazione, l’intenzione originale del Creatore: che un giorno tutti siano liberi. In questa libertà dell’uno per l’altro, per se stessi, si è liberi per Dio. E così penso che difendiamo la libertà dell’uomo, difendendo la domenica e le feste come giorni di Dio e così giorni per l’uomo. Le parole del Papa hanno aperto in quell’occasione interessanti cammini di approfondimento sui temi a cui abbiamo accennato e ciò nonostante, a distanza di anni, ci si accorge che il ritmo e le sollecitazioni a cui il sistema sociale sottopone le famiglie del mondo dei paesi ricchi è quasi sempre in contrasto con una piena umanizzazione della famiglia in quanto tale; nel frattempo nel mondo tante famiglie faticano a sostentarsi e fisicamente solo “sopravvivono”: anche, o forse soprattutto questo, dovrebbe interpellare le Nazioni costantemente sollecitate da una Chiesa che sta sempre dalla parte dei poveri. Il magistero di papa Francesco si muove in questa direzione, a noi, famiglie cristiane del mondo, il compito di non venir mai meno alle nostre responsabilità di popolo di battezzati chiamati a manifestare che la gloria di Dio è l’uomo e - potremmo chiosare – la famiglia vivente. (Giovanni M. Capetta - Sir)
Sant’Egidio: presentate proposte per “una ripartenza migliore e una giusta e legale immigrazione”
14 Giugno 2021 - Roma - Ripristinare flussi di ingressi regolari nei settori che hanno più bisogno di lavoratori, come la sanità, il turismo e l’agricoltura; reintrodurre il sistema di sponsorship private e “prestazione di garanzia” per far entrare lavoratori dall’estero; ampliare i corridoi umanitari ed estenderli ad altri Paesi europei; superare il Regolamento di Dublino prevedendo la possibilità, per chi si sposta per i 3 mesi consentiti, di accettare un impiego in un Paese diverso da quello di arrivo e possibilità di sponsor privati che possano richiedere l’autorizzazione all’ingresso per ricerca di lavoro per un anno. Sono queste le principali proposte in materia immigrazione che la Comunità di Sant’Egidio rivolge oggi al Governo italiano e a tutti i governi in vista del prossimo Consiglio europeo “per una giusta e legale immigrazione”. A partire da una esperienza di 40 anni, la Comunità di Sant’Egidio invita la politica italiana ed europea ad affrontare la fase della ripartenza dopo la pandemia tenendo conto anche dell’inverno demografico in corso e della mancanza di lavoratori in alcuni settori, per far incontrare domanda ed offerta, i bisogni delle famiglie italiane e di chi emigra e “per garantire legalità e sicurezza per tutti”. “Il tema della ripartenza può essere una occasione per cambiare in meglio – ha detto oggi Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio in conferenza stampa –, per creare un mercato del lavoro sano e non tenere nessuno in situazione di irregolarità”. Ci sono infatti 600.000 persone in Italia “che se regolarizzate sarebbero una grande ricchezza per il gettito fiscale dello Stato, le pensioni e il welfare”. Il problema di fondo è che l’Italia è a saldo zero tra emigrazione e immigrazione: “Gli italiani all’estero sono aumentati del 60% in 10 anni, passando da 3.100.000 a quasi 5 milioni. Nel 2019 sono emigrate 180.000 persone, di cui il 75% italiani, un numero pari alle persone arrivate in Italia. Perdiamo giovani, competenze e attrattività nel mercato del lavoro. Potremmo andare a cercare lavoratori qualificati nei Paesi extra-Ue”. Gli esempi concreti non mancano, anche dalla cronaca recente. “C’è una carenza del 20/30% di personale nel turismo e nella ristorazione – ha ricordato Impagliazzo –. Mancano 50.000 lavoratori in agricoltura e 60.000 infermieri nella sanità. Le famiglie soffrono per le carenze nell’assistenza degli anziani. Ci sono Paesi come il Perù, l’Argentina e la Romania che hanno scuole infermieristiche con livelli molto elevati ma manca l’equipollenza dei diplomi. Chiediamo al Governo italiano di riconoscere i titoli e impiegare immediatamente questo personale”. Impagliazzo ha chiesto anche di velocizzare le 220.000 domande di emersione dal lavoro nero del governo Conte: “Ne sono state accolte pochissime perché le pratiche non vengono lavorate”. Tutte le proposte, ha concluso Impagliazzo, “sono nell’aria da tempo ma non si ha il coraggio politico di fare scelte semplici e di buon senso , che potrebbero essere messe in pratica nell’immediato”. (P.C. – Sir)
Viminale: da inizio anno sbarcate 16.817 persone sulle coste italiane
14 Giugno 2021 - Roma - Sono 16.817 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane dall’inizio dell’anno. Di questi 2.704 sono di nazionalità bengalese (16%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (2.486, 15%), Costa d’Avorio (1.417, 9%), Egitto (1.066, 6%), Eritrea (1.009, 6%), Guinea (952, 6%), Sudan (908, 5%), Marocco (623, 4%), Mali (572, 3%), Algeria (512, 3%) a cui si aggiungono 4.568 persone (27%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.
Italiani nel Regno Unito: la corsa per non perdere i diritti
14 Giugno 2021 - Londra - Sono soltanto iniziali, A.K., A.F. e V.M. che nascondono, però, storie vere e dolorose di italiani, spesso anziani, che non ce l’avrebbero mai fatta. Senza l’aiuto del Comites, il Comitato degli italiani all’estero, non sarebbero riusciti a completare quella domanda di settled status, il visto, richiesto dal Regno Unito, che garantisce loro accesso a sanità pubblica, alla pensione e alle case di riposo e il diritto di rientrare in Gran Bretagna, dopo un viaggio in Italia. “A.K. era una malata terminale di cancro, immobilizzata su un letto di ospedale, e abbiamo ottenuto dal ministero degli interni britannico una dispensa, così che la sua domanda di settled status venisse sospesa”, racconta Marco Pariotti, incaricato, proprio dal Comites, di aiutare gli italiani a registrarsi al sito dedicato. È lui che risponde alle telefonate che arrivano al numero 07879434167, avviato per chi si trova in difficoltà, e risponde ai messaggi all’indirizzo di posta elettronica (brexit@comiteslondra.info) e sui social (@comites). Il termine ultimo, per fare domanda di visto è il 30 giugno e sono ancora a migliaia, soprattutto anziani, gli italiani che non si sono registrati e, quindi, non hanno il diritto di rimanere.
“V.M., circa ottant’anni, aveva il passaporto scaduto, ma siamo riusciti a farlo rientrare nel decreto Milleproroghe e l’abbiamo guidato fino al completamento della domanda, andando di persona a casa sua. M.L. aveva soltanto il presettled status, la fase precedente al settled, ma siamo riusciti a recuperare i documenti che dimostravano che poteva restare”, continua Marco Pariotti. “Molti anziani che abbiamo aiutato erano ospiti di Villa Scalabrini, la casa di riposo fuori Londra, gestita dai padri Scalabriniani”.
La linea telefonica del Comites è stata aperta a gennaio ed è operativa dalle 10 alle 15. Da allora sono arrivate due telefonate ogni minuto e sono state circa duemila le persone che hanno chiamato. Un servizio indispensabile dopo che, per colpa della pandemia, non era stato più possibile incontrare di persona chi aveva bisogno di aiuto, come era stato fatto nel 2019 e nel 2020. Lo sportello itinerante è stato riaperto, al mercoledì, soltanto il mese scorso. Il Comitato italiani all’estero ha anche messo a punto una guida stampata, pensata per aiutare gli ultrasessantacinquenni, distribuita a 41mila italiani. “Abbiamo scritto, chiedendo a queste persone di contattarci ma circa 2.500 lettere sono tornate indietro”, spiega ancora Marco Pariotti. “Ci siamo concentrati su questa fascia d’età perché il ministero degli interni britannico ci ha segnalato che avevano ricevuto soltanto tra l’1% e il 2% di domande tra chi appartiene a questa generazione. Siamo, quindi, preoccupati che saranno molti a non registrarsi. Tanti non sanno neppure cosa sia la Brexit”.
“Il governo britannico ha fatto sapere che considererà, in modo individuale, ogni singolo caso dei cittadini che non hanno fatto domanda. Penso che troveranno una formula per evitare misure drastiche come il rimpatrio e il carcere anche se, nelle ultime settimane, il ministero degli interni ha avuto un approccio duro, fermando molti europei alle frontiere, oppure rinchiudendoli in centri di detenzione”, aggiunge Pietro Molle, presidente del Comites. “Non siamo d’accordo su questi metodi anche se molti ignorano le regole benché il ministero abbia condotto una campagna pubblicitaria per incoraggiare a fare domanda di settled status. Gli europei che hanno ottenuto il visto hanno superato i cinque milioni. Ben oltre i tre milioni previsti nei primi mesi dopo il referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016 nel quale i cittadini britannici hanno votato per uscire dalla Ue. Gli italiani registrati sono oggi oltre 440mila, in Inghilterra e Galles, secondo le statistiche pubblicate dal governo britannico. È una cifra inferiore ai circa settecentomila che vivono nel Regno Unito ma molti hanno deciso di chiedere la cittadinanza britannica che garantisce loro gli stessi diritti dei sudditi della Regina”. (Silvia Guzzetti)
Migrantes Latina: campus estivo su circo e volontariato
14 Giugno 2021 - Latina - L'Ufficio Diocesano Migrantes della diocesi di Latina-Sezze-Priverno, a partire dall'esperienza di condivisione vissuta in questo lungo tempo di emergenza con le famiglie dei circensi presenti sul territorio, promuove un Campus estivo per i giovani dai 16 ai 25 anni, sul tema “Circo e volontariato”, dal 5 all'11 luglio presso la Parrocchia “Stella Maris” di Latina Lido. “Sono invitati i giovani, e gli educatori dei nostri gruppi parrocchiali e delle associazioni che lavorano con i giovani”, spiega il direttore Migrantes, Angelo Raponi.
Per info 07734068012
Morire di Speranza: domani la preghiera interreligiosa con il card. Parolin
14 Giugno 2021 - Roma - Sarà il Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, a presiedere, domani, martedì 15 giugno, la preghiera in memoria di quanti perdono la vita nei viaggi verso l'Europa.
L'iniziativa è promossa, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato (20 giugno) da Fondazione Migrantes, Comunità di Sant'Egidio, Centro Astalli, Caritas Italiana ed altre associazioni e si svolgerà nella Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma alle ore 18,00.
La storia di Moussa Balde e il peso dell’indifferenza: la risposta di “Confini” per sensibilizzare i più giovani sull’immigrazione
14 Giugno 2021 - Roma - “Una storia che fa emergere una lunga catena di dettagli, sempre dello stesso colore: indifferenza, solitudine, abbandono, violenza”. Lo ha detto l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, celebrando una preghiera per Moussa Balde, giovane ragazzo guineano di 23 anni, suicidatosi al Centro di permanenza per i rimpatri. “Una ferita aperta che pesa profondamente sul mio cuore” ha continuato l’arcivescovo, e che mostra che “se non c’è comunità nell’accompagnare questi fratelli e sorelle vince l’indifferenza”. Ed è proprio l’indifferenza il principale ostacolo che incontrano tanti che, come Moussa, decidono di venire nel nostro paese con la speranza di una vita migliore.
Il giovane guineano infatti, venuto in Italia nel 2017, ha provato ad integrarsi, imparando la lingua e mettendosi anche a studiare (aveva preso la licenza di terza media). Uno slancio positivo che però si è interrotto nel momento in cui Moussa ha dovuto fare i conti con la realtà: senza un sostegno, il giovane è entrato in una spirale negativa di depressione e ansia non riuscendo a trovare un lavoro e perdendo con il tempo ogni stimolo nel farlo.
I numerosi “No” ricevuti hanno portato il giovane a chiedere l’elemosina. Ed è proprio mentre chiedeva la carità di fronte ad un supermercato di Ventimiglia che il giovane guineano ha subito l’ennesimo trauma: una violenta aggressione da parte di tre italiani. Ricoverato per le lesioni subite, il giovane è stato raggiunto da un decreto di espulsione perché risultato privo di permesso di soggiorno e trasferito al Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino, dove, ancora sotto shock e senza alcun sostegno psicologico, ha deciso di togliersi la vita.
“La vicenda tragica di Moussa mostra cosa possono generare l’odio e l’indifferenza” spiega Marco Ruopoli, presidente di Sophia Impresa Sociale, cooperativa romana che dal 2013 si occupa di dare sostegno ai migranti in condizione di vulnerabilità. Per questo è nato “Confini” (progetto educativo sostenuto dalla Fondazione Migrantes) per “sensibilizzare i ragazzi riguardo il tema della migrazione sui cui hanno una visione distorta e lontana dalla realtà che li porta a considerare gli stranieri come qualcosa di negativo”. “In fondo, il nostro obiettivo principale”, rivela Erik, responsabile di Confini, “è favorire l’integrazione cercando di alzare la voce contro l’indifferenza”. (A. C.)
Papa Francesco: “quanti non riconoscono i poveri non possono essere discepoli di Gesù”
14 Giugno 2021 - Città del Vaticano – “I poveri li avete sempre con voi”. E’ tratto dal vangelo di Marco il tema della prossima Giornata Mondiale dei Poveri che si celebrerà il 14 novembre. “Quanti non riconoscono i poveri tradiscono l’insegnamento di Gesù e non possono essere suoi discepoli”, scrive papa Francesco nel suo messaggio presentato e diffuso oggi. La povertà scrive il Pontefice – “non è frutto del destino, è conseguenza dell’egoismo”. “Come è possibile dare una risposta tangibile ai milioni di poveri che spesso trovano come riscontro solo l’indifferenza quando non il fastidio?”, si chiede il Papa: “quale via della giustizia è necessario percorrere perché le disuguaglianze sociali possano essere superate e sia restituita la dignità umana così spesso calpestata?”. “Uno stile di vita individualistico è complice nel generare povertà, e spesso scarica sui poveri tutta la responsabilità della loro condizione”, sostiene papa Francesco, “ma la povertà non è frutto del destino, è conseguenza dell’egoismo”. Ecco perché “è decisivo dare vita a processi di sviluppo in cui si valorizzano le capacità di tutti, perché la complementarità delle competenze e la diversità dei ruoli porti a una risorsa comune di partecipazione”. “Ci sono molte povertà dei ‘ricchi’ che potrebbero – si legge ancora nel Messaggio - essere curate dalla ricchezza dei ‘poveri’, se solo si incontrassero e conoscessero!”: “nessuno è così povero da non poter donare qualcosa di sé nella reciprocità. I poveri non possono essere solo coloro che ricevono; devono essere messi nella condizione di poter dare, perché sanno bene come corrispondere. Quanti esempi di condivisione sono sotto i nostri occhi! I poveri ci insegnano spesso la solidarietà e la condivisione. È vero, sono persone a cui manca qualcosa, spesso manca loro molto e perfino il necessario, ma non mancano di tutto, perché conservano la dignità di figli di Dio che niente e nessuno può loro togliere”. (R.I.)
Migrantes Carpi: la storia del viaggio del giovane musulmano Ebrima in un libro
14 Giugno 2021 - Carpi – “Io e i miei piedi nudi”. Questo il titolo di un volume di Giulia Bassoli ed Ebrima Kuyateh pubblicato dalla Fondazione Migrantes nella collana “Testimonianze e esperienze delle migrazioni” che sarà presentato a Carpi venerdì prossimo, 18 giugno, nel Cortile del Vescovado alla presenza del vescovo, mons. Erio Castellucci, Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Il volume racconta la storia del viaggio del giovane musulmano Ebrima Kuyateh, partito dal Gambia nel 2012 per aiutare la sua famiglia dopo la morte del padre, e arrivato in Italia nel 2014. Il viaggio di Ebrima è lo stesso di tanti altri giovani, partiti in cerca di un futuro dignitoso, e si intreccia con tante altre storie. Non è un solo un viaggio dall’Africa, ma soprattutto un viaggio in Africa: da quando è stato costretto ad abbandonare la scuola, Ebrima si è spostato prima all’interno del suo paese, poi dal Gambia in Senegal, dove ha lavorato per alcuni mesi senza garanzia di stipendio. Infine dal Senegal alla Libia, passando per il Mali, il Burkina Faso, il Niger e poi il deserto. Molto diversa da quella che si sperava che fosse, la Libia si rivelerà essere una pericolosissima gabbia, infiammata dalla guerra civile e dal traffico di esseri umani, una gabbia da cui non si può uscire e in cui è sempre più rischioso restare. Il Mediterraneo diventerà una sorta di scelta obbligata, una fuga dalla trappola libica, dove ancora una volta si rischierà la vita, su piccoli gommoni invece che su navi.
La storia di questo viaggio è una storia nota, ma che “abbiamo necessità di continuare ad ascoltare. I temi che emergono sono molteplici: il dramma della povertà e dello sfruttamento, la violazione dei diritti umani che persiste in Libia, ma anche la solidarietà e la possibilità di un’integrazione positiva sul nostro territorio”, si legge nella presentazione.
Anche il libro ha una storia: dopo essere arrivato in Italia, Ebrima ha trascorso un periodo di tempo a Carpi e a San Marino di Carpi, e ha conosciuto i volontari di Migrantes, con cui ha instaurato un rapporto di amicizia. Molte volte è stato invitato a testimoniare il suo percorso, nelle parrocchie ma anche in ambienti laici: il suo è un racconto di fatica e sofferenza, ma anche e soprattutto di speranza, gratitudine e integrazione. In seguito, è nata l’idea di realizzare un libro, che è stato scritto insieme a Giulia Bassoli, volontaria di Migrantes ed è arricchito dalla prefazione di mons. Castellucci e dalla postfazione del direttore dell’Ufficio Migrantes diocesano Stefano Croci.
Papa Francesco: il Mediterraneo è il più grande cimitero d’Europa
14 Giugno 2021 - Città del Vaticano – Ieri pomeriggio ad Augusta, in Sicilia, la cerimonia di accoglienza del relitto della barca naufragata il 18 aprile 2015. Questo “simbolo di tante tragedie del Mar Mediterraneo – ha detto Papa Francesco al termine dell’Angelus ieri mattina - continui a interpellare la coscienza di tutti e favorisca la crescita di un’umanità più solidale, che abbatta il muro dell’indifferenza. Pensiamoci: il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande dell’Europa”.
Il relitto di quell'imbarcazione con a bordo 1000 migranti (solo 28 i superstiti) verrà esposto in maniera permanente nel porto della cittadina siciliana dopo essere rientrato da Venezia, dove era stato esposto per la Biennale del 2019.
L’iniziativa di ieri sera è avvenuta all’interno delle celebrazioni per la Madonna della Stella Maris. A conclusione della cerimonia civile una concelebrazione eucaristica dei sacerdoti di Augusta con l’arcivescovo di Siracusa, Mons. Francesco Lomanto.
Il Regno di Dio è come…
14 Giugno 2021 - Città del Vaticano - Due parabole legate alla vita dei campi, vicine alla vita di tutti i giorni delle persone che lo ascoltano, per parlare del Regno di Dio; come dire, “anche le cose di ogni giorno, quelle che a volte sembrano tutte uguali e che portiamo avanti con distrazione o fatica, sono abitate dalla presenza nascosta di Dio”. Papa Francesco commenta il Vangelo della domenica e dice che non bisogna lasciarsi vincere dalla “zizzania della sfiducia”, perché Dio è sempre all’opera nel mondo. Angelus nel quale rivolge un pensiero alle popolazioni del Tigrai, regione tra Etiopia e Eritrea, colpite dalla guerra e dalla carestia, lancia un forte appello contro la piaga del lavoro minorile e torna sul dramma delle migrazioni: “il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande dell’Europa”.
Due parabole, due immagini – “facili da capire…immagini della realtà, della vita quotidiana” – per il Regno di Dio: il seme che cresce, e il granello di senape. Tema centrale, il Regno, nella predicazione di Gesù: non tanto e non solo proclama la sua esistenza, ma lo rende vicino alle donne e agli uomini del suo tempo, e di tutti i tempi. Nel racconto di Marco la prima parabola evidenzia il fatto del seme che cresce, come dire, senza che il contadino se ne occupi: la sua semina va oltre le sue quotidiane fatiche, e i frutti arriveranno, per questo pone la sua fiducia nella forza del seme e nella bontà del terreno. Il granello di senape è storia simile, nella sua diversità: è il più piccolo di tutti i semi, ma da vita alla “più grande di tutte le piante dell’orto”, scrive l’evangelista. In queste parabole c’è tutta la consapevolezza della nostra impotenza, della nostra piccolezza: la certezza di chi non confida nella propria forza.
Come non chiederci, allora, cosa fare, nella nostra apparente impotenza, di fronte ai grandi problemi, alle difficoltà che vediamo, e ai quali non sappiamo dare una risposta, anche immediata. Ancora una volta il tempo non è quello che noi concepiamo; ce lo dice la lentezza della crescita del seme. Noi vogliamo tutto e subito, il contadino semina e sa attendere il trascorrere delle stagioni, sa che verrà il tempo della mietitura. È il “miracolo dell’amore” che fa germogliare e crescere ogni seme, ed è proprio questo, diceva Papa Benedetto, che “ci fa essere ottimisti nonostante le difficoltà, le sofferenze e il male”.
A volte “il frastuono del mondo, insieme alle tante attività che riempiono le nostre giornate, ci impediscono di fermarci e di scorgere in quale modo il Signore conduce la storia”, evidenzia il Papa; ma nello stesso tempo il granello di senape ci rivela che “Dio è all’opera, al modo di un piccolo seme buono, che silenziosamente e lentamente germoglia”. Con questa parabola, afferma Francesco, “Gesù vuole infonderci fiducia. In tante situazioni della vita, infatti, può capitare di scoraggiarci, perché vediamo la debolezza del bene rispetto alla forza apparente del male”.
Sembra quasi che il Signore ci dica di non avere paura perché non si fanno cose grandi dall’alto della potenza e grandezza: lui privilegia il “piccolo”, l’ultimo. E lo leggiamo in continuazione: chi vuole essere il primo sia schiavo di tutti; beati i poveri, i miti. Insomma, chi si fa piccolo e umile produce frutto, perché la logica di Dio non è la stessa logica umana: sceglie la debolezza per affermare l’energia dell’amore e privilegia i deboli, i malati, i piccoli e gli esclusi per manifestare la straordinaria forza della misericordia.
Nelle situazioni della vita “può capitare di scoraggiarci, perché vediamo la debolezza del bene rispetto alla forza apparente del male”, afferma Francesco; possiamo lasciarci paralizzare dalla sfiducia quando ci siamo impegnati, ma i risultati non arrivano e le cose sembrano non cambiare”. Il Vangelo, dice il vescovo di Roma, ci chiama a “uno sguardo nuovo su noi stessi e sulla realtà; chiede di avere occhi più grandi, che sanno vedere oltre le apparenze, per scoprire la presenza di Dio che come amore umile è sempre all’opera nel terreno della nostra vita e in quello della storia”. Atteggiamento prezioso, dice il Papa anche “per uscire bene dalla pandemia. Coltivare la fiducia di essere nelle mani di Dio e al tempo stesso impegnarci tutti per ricostruire e ricominciare, con pazienza e costanza”. (Fabio Zavattaro – SIR)
Pastorale rom Milano: don Frediani ricorda don Riboldi
11 Giugno 2021 - Milano - “Don Mario è un pezzo della nostra storia”. Con queste parole esordisce don Marco Frediani, responsabile della pastorale dei rom e sinti della diocesi di Milano raccontando awww.migrantesonline.it. di quanto i Sinti e i Rom sono stati colpiti dalla morte di don Mario Riboldi.
“Mi hanno telefonato da tutta Italia per sapere, c’è chi già lo considera santo. Lui ha vissuto 66 anni con i Rom e con i Sinti, girando l’Italia, non conoscendo solo una comunità. Una persona mi ha detto: ‘don Mario è il nostro Santo, appartiene ai rom abruzzesi di Lanciano’”. Parole accorate e piene di ringraziamento si percepiscono nell’ascoltare don Frediani, succeduto a don Riboldi nell’incarico come responsabile per la Pastorale dei Rom e Sinti. “Il posto di don Mario è impossibile prenderlo, quello che ha fatto lui è veramente enorme”. Don Mario – continua il sacerdote – “era riuscito, dopo diversi anni, ad ottenere dall’allora card. Colombo, l’autorizzazione a partire: quando l’ha avuta ha viaggiato con loro, allora esisteva ancora il nomadismo, poi quando questo è stato stroncato si è fermato nei campi con i Rom e i Sinti”. Per don Riboldi non esistevano confini o chilometri di strada che non si potessero affrontare, ha percorso l’Italia da nord a sud. “Per il mondo rom e sinto don Riboldi è stato “uno di loro, una guida, un faro”: “dal sud viene la voce ‘è il nostro santo’, dal nord invece dicono don Mario è stato un pezzo della nostra storia e don Mario è uno di noi, è un Rom, non ce ne saranno più come lui”. Tutti hanno parole di affetto, chi ha partecipato alla veglia funebre, al funerale o ha telefonato per esprimere la propria vicinanza sono “i figli o i nipoti della generazione coetanea di don Mario “che sono andati via prima di lui in Paradiso”. Don Mario ha cercato in tutti i modi di ‘inculturarsi’ in queste minoranze e ha capito che la lingua era l’elemento essenziale per stare insieme con loro, e proporre il Vangelo, appunto, nella lingua madre, la loro lingua. “Perché la sua vocazione, il suo punto principale era quello di portare il Vangelo ai Rom e ai Sinti, per cui, quindi, non era un impegno con i rom e con i sinti a livello sociale – sottolinea don Frediani - lui voleva andare più in profondità, giungere nel cuore di questa minoranza, portando Gesù”. “Mario ha vissuto veramente la Chiesa in uscita, perché non è che usciva per portare dentro, ma portava fuori quello che aveva dentro lui, cioè il suo amore per Gesù. L’uscire fuori non significava fare l’orario di ufficio, è uscito tutta una vita, si è tagliato tutti i ponti di rientro per stare con i rom e i sinti”. Don Frediani racconta di come don Mario avesse iniziato la sua avventura con questa gente. “Aveva cominciato con una parrocchia, nella bassa milanese, zona depressa, povera, dove c’erano le mondine, e da lì vide passare le prime carovane e si pose la domanda: ‘chi porta il Vangelo a questa gente?’. E da allora è incominciata la sua storia, ha cominciato a conoscerli, a imparare la lingua, a vivere insieme a loro e pian piano ad evangelizzare”. Don Mario Riboldi è stato definito un linguista di questi dialetti, di queste comunità. Dice don Frediani che per don Mario la lingua non era fine a se stesso, come studio linguistico di un idioma diverso dal suo, ma era finalizzato a comunicare il Vangelo nella lingua di queste etnie, affinché Gesù potesse entrare nel loro cuore. L’interesse per la lingua e la cultura Rom era finalizzato all’annuncio delle meraviglie di Dio. “Lui – afferma il sacerdote - è entrato all’interno delle comunità Rom in punta di piedi, in silenzio e stando con loro, come loro, e soprattutto stando in una posizione di ascolto per tanti anni”. Conclude questa intervista ricordando che don Mario gli diceva sempre che ci vogliono “soltanto vent’anni vivendo insieme a loro per capire dove si è finiti, poi dopo si può cominciare a dire qualcosa, perché se tu non conosci il modo di ragionare, di percepire la realtà dell’altro, il Vangelo che tu comunichi non scende nelle loro categorie antropologiche e culturali. Quindi un grande tempo di attesa e di ascolto che indica un rispetto grande per questa gente”. (NDB-R.I.)
Viminale: da inizio anno sbarcate in Italia 15.375 persone sulle coste italiane
11 Giugno 2021 - Roma - Sono 15.375 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Di questi 2.608 sono di nazionalità bengalese (17%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (2.138, 14%), Costa d’Avorio (1.410, 9%), Egitto (1.043, 7%), Eritrea (973, 6%), Guinea (945, 6%), Sudan (905, 6%), Marocco (623, 4%), Mali (568, 4%), Algeria (466, 3%) a cui si aggiungono 3.696 persone (24%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.
Mons. Delpini: don Riboldi “ha seminato il vangelo nei cuori dei popoli nomadi”
11 Giugno 2021 - Milano - Si sono svolti questa mattina a Biassono (MB), nella chiesa di San Martino, le esequie di don Mario Riboldi, morto a Varese martedì scorso all'età di 92 anni. Durante il funerale è stato letto un messaggio inviato dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini nel quale evidenzia che il sacerdote "ha vissuto il suo ministero accampato nella precarietà e radicato nel Vangelo di Gesù. Singolare interprete della pastorale dei nomadi don Mario - ha scritto mons. Delpini - ha seminato il Vangelo nei cuori di persone e famiglie nomadi perché ha imparato le loro lingue, condiviso la loro vita, ha pronunciato parole di incoraggiamento e inviti a conversione. Ha seminato. Non ha preteso di raccogliere, non ha calcolato i risultati. Eppure ha raccolto rivelazioni di santità proprio là dove il pregiudizio rivolge uno sguardo di discredito generalizzato: ha infatti recensito e fatto conoscere i santi dei popoli nomadi e i consacrati che dai popoli nomadi si sono fatti avanti per servire la Chiesa: preti, diaconi, suore. Ha vissuto accampato tra gli accampamenti, ora ha lasciato la sua roulotte perché il Signore lo accoglie nella sua dimora eterna. Di là continuerà a sorridere e a pregare per la sua gente e per tutti noi che lo ricordiamo con affetto e preghiamo per lui".
Don Riboldi, subito dopo la sua ordinazione sacerdotale nel 1953, cominciò ad incontrare i nomadi della periferia milanese. Iniziò così il suo viaggio con i popoli rom e sinti, vivendoci assieme. Apprezzato e incoraggiato dall'allora cardinale Montini e futuro papa Paolo VI, fu tra i promotori del primo e storico incontro della Chiesa Cattolica con Rom e Sinti a Pomezia, il 26 settembre 1965. Dal 1971 al 2018, per 47 anni, è stato incaricato diocesano per la Pastorale dei Nomadi. Ha svolto diversi ruoli in ordine alla evangelizzazione di rom, sinti e camminanti sia come responsabile diocesano che nazionale, contribuendo a portare per la prima volta un gitano agli onori degli altari: Ceferino Jimenez Mall, il 4 maggio 1997. Preziose le sue traduzioni nelle varie lingue rom della Bibbia, di testi liturgici e canti.
Migrantes: l’impegno di don Riboldi un “tesoro pastorale da custodire”
11 Giugno 2021 - Roma - L’impegno di don Riboldi e la “sua intelligenza pastorale, i numerosi materiali da lui realizzati per l’evangelizzazione delle comunità rom e sinte rimangono nella Chiesa italiana un tesoro da custodire e a cui fare riferimento”. Lo ha scritto mons. Gian Carlo Perego, presidente della Commissione Cei per le Migrazioni della Cei e della Fondazione Migrantes in un messaggio all’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, per la morte di don Mario Riboldi. Don Mario – ha scritto mons. Perego - ha sempre collaborato con l’Ufficio rom e sinti dell’UCEMI prima e della Fondazione Migrantes poi: “gli incontri con Lui, le telefonate sapevano sempre di ‘gioia del Vangelo’, che desiderava condividere con le diverse comunità rom e sinte”. La “sua fede ha camminato” con le comunità rom e sinte che “spesso vivono, anche l’esperienza di fede, ai margini delle città. Per la sua esperienza e passione pastorale è stato, con don Bruno Nicolini, il protagonista dello storico incontro di papa Paolo VI con i rom e i sinti, a Pomezia, nel 1965”.
Card. Turkson: don Riboldi ha saputo “abbracciare con naturalezza ed entusiasmo una scelta singolare”
11 Giugno 2021 - Città del Vaticano - “Una vita spesa con e per loro, nella condivisione della loro quotidianità: primo sacerdote che viveva in una roulette, ha saputo abbracciare con naturalezza ed entusiasmo una scelta singolare”. Così il card. Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ricorda don Mario Riboldi in un messaggio. Il sacerdote ambrosiano è stato “un nomade nelle tante comunità nomadi che hanno camminato con lui, ma con una capacità unica di creare ponti tra la Chiesa, i rom e sinti, come avvenuto nell’incontro di Pomezia del 1965. Il suo servizio, il suo farsi servo – scrive - gli ha consentito di farsi loro discepolo, imparando i loro costumi e la loro lingua. Questo gli ha permesso di accompagnarli sulla via che conduce a diventare pienamente discepoli di Cristo, traducendo il Vangelo in vari dialetti zingari per consentire loro di incontrare il cristianesimo”.
Oxfam: “migliaia di minori e neo-maggiorenni in Europa”
11 Giugno 2021 - Roma - Anche se i flussi si sono ridotti negli ultimi anni, ad oggi sono 6.633 i minori non accompagnati accolti in Italia, e Paesi come la Francia, ne contano più di 30.000. Si tratta di ragazzi che spesso hanno alle spalle esperienze terribili. Basti pensare alla rotta balcanica e al confine orientale italiano, dove molti minorenni soli sono stati respinti dalle polizie di frontiera e costretti a un viaggio a ritroso verso la Bosnia. A quanto avviene sulle isole greche, dove centinaia di minori senza famiglia sono bloccati da mesi in campi profughi senza accesso a servizi e istruzione. E alla situazione delle nostre coste, dove negli ultimi 5 mesi sono sbarcati oltre 2.600 ragazzi soli. È l’allarme lanciato ieri da Oxfam, Greek council for refugees, Dutch council for refugees, Acli Francia in un nuovo rapporto che denuncia i rischi che comporta compiere 18 anni per i minori arrivati soli in Europa. Dal report emerge che “nessuno dei 5 Paesi presi in esame – Francia, Grecia, Paesi Bassi, Irlanda e Italia – ha adottato politiche sistemiche in grado di sostenere i giovani migranti nel loro percorso di integrazione”. Le norme prevedono che i minori rifugiati arrivati in Europa siano ospitati in strutture adeguate e affidati a tutori per tutte le questioni amministrative e legali. L’accesso a strutture di accoglienza per i neo-maggiorenni varia però da Paese a Paese: in Irlanda vengono trasferiti in alloggi per adulti caratterizzati da standard molto bassi, in Grecia possono finire in uno dei campi profughi o per strada, in Italia ci sono diverse opzioni ma anche il rischio, più che concreto, di essere messi semplicemente alla porta. Una delle difficoltà più serie per i ragazzi neomaggiorenni in Italia, riguarda l’ottenimento di un permesso di soggiorno: a 18 anni il diritto di non essere espulsi decade ed è necessario ottenere un documento che garantisca il diritto a restare. Chi ha fatto richiesta di asilo e diventa maggiorenne mentre è ancora in attesa dell’esito può trovarsi in enorme difficoltà se la domanda viene rigettata. A quel punto è preclusa la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno per studio o lavoro, e il rischio di cadere nell’irregolarità è altissimo. Le organizzazioni lanciano perciò un appello all’Italia e all’Unione europea per “un deciso cambio di passo” verso “politiche strutturate” con “più fondi per l’integrazione”.