Primo Piano

Papa Francesco: la mondanità, un lento scivolare nel peccato

31 Gennaio 2020 - Città del Vaticano - Una vita normale, tranquilla, un cuore che non si muove nemmeno dinanzi ai peccati più gravi, una mondanità che ruba la capacità di vedere il male che si compie. Papa Francesco, nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, rilegge, riferisce Vatican News,  il passo tratto dal secondo libro di Samuèle, incentrato sulla figura del re Davide, il “santo re Davide”, che scivolando nella vita comoda dimentica di essere stato eletto da Dio. Davide come tanti uomini di oggi, gente che sembra buona, “che va a Messa tutte le domeniche, che si dice cristiana” ma che ha perso “la coscienza del peccato”: uno dei mali, diceva Pio XII, del nostro tempo. Un tempo nel quale tutto si può fare, “un’atmosfera spirituale” dalla quale ravvedersi magari grazie al rimprovero di qualcuno o per “uno schiaffo” della vita. Papa Francesco si sofferma sui peccati di Davide: il censimento del popolo e la vicenda di Urìa che fa uccidere, dopo aver messo incinta la moglie Betsabea. Lui sceglie l’assassinio perché il suo piano per rimettere a posto le cose, dopo l’adulterio, fallisce miseramente. “Davide – afferma il Papa – continuò la sua vita normale. Tranquillo. Il cuore non si mosse”: “Ma come il grande Davide, che è santo, che aveva fatto tante cose buone, che era tanto unito a Dio, è stato capace di fare quello? Questo non si fa da un giorno all’altro. Il grande Davide, lentamente è scivolato, lentamente. Ci sono dei peccati del momento: il peccato di ira, un insulto, che io non posso controllare. Ma ci sono dei peccati nei quali si scivola lentamente, con lo spirito della mondanità. E’ lo spirito del mondo che ti porta a fare queste cose come se fossero normali. Un assassinio …” Lentamente è un avverbio che il Papa ripete spesso nella sua omelia. Spiega il modo in cui piano piano il peccato si impossessa dell’uomo approfittando della sua comodità. “Noi siamo tutti peccatori – prosegue papa Francesco - ma delle volte facciamo peccati del momento. Io mi arrabbio, insulto. Poi mi pento”. A volte invece “ci lasciamo scivolare verso uno stato di vita dove… sembra normale”. Normale, ad esempio, è “non pagare la domestica come si deve pagare”, o retribuire la metà del dovuto chi lavora in campagna: “Ma è gente buona, sembra, che fa questo, che va a Messa tutte le domeniche, che si dice cristiana. Ma come mai tu fai questo? E altri peccati? Dico soltanto questo… Eh, perché sei scivolato in uno stato dove hai perso la coscienza del peccato. E questo è uno dei mali del nostro tempo. Pio XII lo aveva detto: perdere la coscienza del peccato. “Ma, si può fare tutto…”, e alla fine si passa una vita per risolvere un problema”. Non sono cose antiche, spiega il Papa, ricordando una recente vicenda accaduta in Argentina con alcuni giovani giocatori di rugby che hanno ucciso un compagno a botte, dopo una notte di movida. Ragazzi, afferma, diventati “un branco di lupi”. Un fatto che apre interrogativi sull’educazione dei giovani, sulla società. C’è bisogno “tante volte di uno schiaffo dalla vita” per fermarsi, per stoppare quel lento scivolare nel peccato. C'è bisogno di una persona come il profeta Nathan, inviato da Dio a Davide, per fargli vedere il suo errore: “Pensiamo un po’: qual è l’atmosfera spirituale della mia vita? Sono attento, ho bisogno sempre di qualcuno che mi dica la verità, o no, credo di no? Ascolto il rimprovero di qualche amico, del confessore, del marito, della moglie, dei figli che mi aiuta un po’? Guardando questa storia di Davide – del Santo re Davide – chiediamoci: se un Santo è stato capace di cadere così, stiamo attenti, fratelli e sorelle, anche a noi può accadere. Anche, domandiamoci: io in quale atmosfera vivo? Che il Signore ci dia la grazia di inviarci sempre un profeta – può essere il vicino, il figlio, la mamma, il papà – che ci schiaffeggi un po’ quando stiamo scivolando in questa atmosfera dove sembra che tutto sia lecito”.    

Viminale: da inizio anno 1.275 persone sbarcate sulle coste italiane

31 Gennaio 2020 - Roma - 1.275. Questo il numero dei migranti sbarcate sulle coste italiane dall’inizio del 2020. Il dato è stato diffuso dal Ministero degli Interni ed è aggiornato a questa mattina alle 8. Dei quasi 1.300 migranti sbarcati in Italia nel 2020, di cui 2 registrati oggi, 249 sono di nazionalità algerina (19%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Costa d’Avorio (126, 10%), Bangladesh (91, 7%), Iraq (62, 5%), Guinea (58, 5%), Iran (48, 4%), Marocco (46, 4%), Tunisia (40, 3%), Mali (27, 2%), Nigeria (25, 2%) a cui si aggiungono 503 persone (39%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Fino ad oggi sono stati 114 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare. Il dato, aggiornato al 27 gennaio, mostra un calo rispetto ai minori stranieri non accompagnati sbarcati sulle coste italiane lungo tutto il 2017 (15.779), il 2018 (3.536) e il 2019 (1.680). Per quanto riguarda la presenza di migranti in accoglienza, i dati parlano di 89.185 persone su tutto il territorio nazionale di cui 205 negli hot spot, 64.999 nei centri di accoglienza e 23.981 nei centri Siproimi. La Regione con la più alta percentuale di migranti accolti è la Lombardia (14%), seguita da Emilia Romagna (10%), Lazio e Piemonte (9%), Campania (8%), Veneto, Toscana e Sicilia (7%).  

Campagna Io accolgo: cancellare il Memorandum Italia-Libia

31 Gennaio 2020 - Roma - Un appello a cancellare il Memorandum tra Italia e Libia firmato nel 2017 d'allora Presidente del Consiglio Gentiloni e mai ratificato dal Parlamento, viene nuovamente lanciato dalla Campagna “Io accolgo” , che riunisce le principali organizzazioni cattoliche e laiche che si occupano di migranti. Il governo ha infatti annunciato che il Memorandum sarà rinnovato il 2 febbraio senza modifiche, nonostante gli impegni a modificarlo assunti tre mesi fa. Le ragioni di questa scelta risiederebbero nel fatto che è impossibile aprire una trattativa con un “governo che non risponde”. “Come se non si fosse consapevoli che in Libia si sta combattendo una guerra civile e che non ci sono interlocutori istituzionali credibili con cui aprire una trattativa - osservano i promotori della campagna -. In un quadro simile, qualsiasi governo serio deciderebbe di sospendere immediatamente l'accordo, mancando l'interlocutore con cui quell'accordo è stato contratto”. Gli effetti del rinnovo automatico faranno sì che si “continuerà a finanziare la guardia costiera libica - per lo più formata da quegli stessi trafficanti che si dice di voler fermare - perché riporti i migranti in fuga nei lager dove sono sottoposti a ogni tipo di tortura e dove si può morire a causa dei bombardamenti”. “Crediamo che l'unica scelta umana da compiere subito sarebbe quella di svuotare i lager e trasferire chi vi è trattenuto”, sottolineano le organizzazioni, chiedendo “l'evacuazione di tutti i migranti trattenuti nei centri libici, l'apertura di corridoi umanitari europei, il ripristino di un'operazione vera di soccorso in mare, un'Italia e un'Europa impegnate nell'accoglienza, il rispetto dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto alla vita”. Oggi sarà lanciata un'iniziativa di mail bombing, invitando a inviare una mail ai ministri Di Maio e Lamorgese con queste richieste. Fanno parte del Comitato promotore della Campagna, tra gli altri: A Buon Diritto, Acli, ActionAid, Arci, Asgi, Caritas Italiana, Casa della Carità, Centro Astalli, Cnca, Comunità di S. Egidio, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Focsiv, Fondazione Migrantes, Forum Terzo settore, Gruppo Abele, Medici senza frontiere, Oxfam, Save the Children Italia.

Papa Francesco: siamo cristiani o mondani? Dio ci giudicherà con la stessa misura

30 Gennaio 2020 - Città del Vaticano - E' ricca di frasi e consigli di Gesù la pagina che il Vangelo di Marco (Mc 2, 21-25) ci propone oggi. Papa Francesco ne sceglie uno tra tutti, per soffermarsi a riflettere in un dialogo costante con i fedeli riuniti nella cappella di Casa Santa Marta, riferisce Vatican News. “Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi”. Tutti noi, afferma il Papa, facciamo i conti con la vita, lo facciamo nel presente e soprattutto, lo faremo alla fine della nostra esistenza, e questa frase di Gesù ci “dice proprio come sarà quel momento”, ovvero come sarà il giudizio. Perché - prosegue papa Francesco - se il passo delle Beatitudini e l'analogo capitolo 25 del Vangelo di Matteo ci mostrano “le cose che dobbiamo fare” - il come farle, lo “stile con il quale dovremo vivere” - la “misura”, “è quello che il Signore dice qui”: “Con quale misura io misuro gli altri? Con quale misura misuro me stesso? E’ una misura generosa, piena di amore di Dio o è una misura di basso livello? E con questa misura sarò giudicato, non sarà un’altra: quella, proprio quella che faccio io. Qual è il livello nel quale ho messo la mia asticella? A un livello alto? Dobbiamo pensare a questo. E questo lo vediamo non solo, non tanto nelle cose buone che facciamo o nelle cose cattive che facciamo ma nello stile continuo di vita”. Ognuno di noi - rimarca il Papa - ha infatti uno stile, “un modo di misurare se stesso, le cose e gli altri” e sarà lo stesso che il Signore userà con noi. Quindi - spiega - chi misura con egoismo, così sarà misurato; chi non ha pietà e pur di arrampicarsi nella vita “è capace di calpestare la testa di tutti”, sarà giudicato allo stesso modo, cioè “senza pietà”. A questo il Papa contrappone dunque lo stile di vita del cristiano e spiega quale sia il modello: “E come cristiano io mi domando qual è la pietra di riferimento, la pietra di paragone per sapere se sono in un livello cristiano, un livello che Gesù vuole? E’ la capacità di umiliarmi, è la capacità di subire le umiliazioni. Un cristiano che non è capace di portare con sé le umiliazioni della vita, manca di qualcosa. E’ un cristiano di ‘vernice’ o per interesse. ‘Ma perché padre questo?’. Perché lo ha fatto Gesù,  annientò sé stesso, dice Paolo: ‘Annientò sé stesso fino alla morte e alla morte di croce’. Lui  era Dio ma non si aggrappò a quello: annientò sé stesso. Questo è il modello”. E come esempio di uno stile di vita definito “mondano” e incapace di seguire il modello di Gesù, il Papa cita le “lamentele” che gli riferiscono i vescovi quando hanno difficoltà a trasferire i sacerdoti nelle parrocchie perché ritenute “di categoria inferiore” e non superiore come ambirebbero e dunque vivono il trasferimento come una punizione. Ecco dunque come riconoscere il “mio stile”, il “mio modo di giudicare” - commenta il Papa - dal comportamento che assumo davanti alle umiliazioni: “Un modo di giudicare mondano, un modo di giudicare peccatore, un modo di giudicare imprenditoriale, un modo di giudicare cristiano”. E conclude: “Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi”, la stessa misura. Se è una misura cristiana, che segue Gesù, nella sua strada, con la stessa sarò giudicato, con molta, molta, molta pietà, con molta compassione, con molta misericordia. Ma se la mia misura è mondana e soltanto uso la fede cristiana - sì, faccio, vado a messa, ma vivo come mondano - sarò misurato con quella misura. Chiediamo al Signore la grazia di vivere cristianamente e soprattutto di non avere paura della croce, delle umiliazioni, perché questa è la strada che lui ha scelto per salvarci e questo è quello che garantisce che la mia misura è cristiana: la capacità di portare la croce, la capacità di subire qualche umiliazione”.  

Migrantes: a Lucca la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo

30 Gennaio 2020 - Lucca - Su iniziativa dell’Associazione “Lucchesi nel Mondo” domani, 31 gennaio, a Lucca, verrà presentato il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes.  L’iniziativa, con il patrocinio dell’Unaie e moderata dalla presidente dell’associazione Lucchesi nel Mondo, Ilaria del Bianco vedrà la partecipazione di mons. Paolo Giulietti, arcivescovo di Lucca, del sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini e del presidente della Provincia, Luca Menesini. A presentare il rapporto Migrantes la curatrice Delfina Licata.

Italiani in Spagna: un incontro ieri a Madrid

30 Gennaio 2020 -

Roma - Hanno superato quota 300mila gli italiani residenti in Spagna, più che raddoppiando i numeri di dieci anni fa. Una comunità articolata e ben integrata, concentrata in alcune aree specifiche (Barcellona e Catalogna, Madrid, Canarie, Baleari, Andalusia e la regione di Valencia, in quest’ordine), con un’età media di 40 anni e in cui sono in progressivo aumento gli italiani di seconda generazione (figli cioè degli emigrati italiani nati in Spagna). Un’emigrazione che, nonostante le categorie, non è sempre facile da fotografare. Se infatti sono oltre 316mila i connazionali in Spagna in possesso di un NIE (una sorta di codice fiscale rilasciato dal Ministero dell’Interno spagnolo), gli iscritti all’AIRE al 31 dicembre scorso risultano essere poco meno di 214mila. Uno scarto di circa 100mila unità in parte dovuto alla mobilità interna all’Unione europea in parte per la mancata regolarizzazione della posizione anagrafica da parte dei nostri connazionali.

Per riflettere sulle caratteristiche del fenomeno migratorio verso il Paese iberico, l’Ambasciata d’Italia a Madrid ha organizzato ieri un incontro-dibattito in coincidenza con la visita del Sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo e del Direttore Generale per gli italiani all’Estero, Luigi Vignali. Nel corso dell’incontro è stata annunciata la prossima apertura alle Canarie di uno sportello consolare, che anticiperà l’istituzione di un’Agenzia consolare vera e propria con cui la Farnesina intende rispondere alle richieste della crescente comunità italiana lì residente: secondo gli ultimi dati spagnoli disponibili, sono oltre 57mila i connazionali stabiliti nell’arcipelago atlantico, di cui 30mila iscritti all’AIRE.

Mons. Santoro: “non lasciamo che si usino strumentalmente i drammi degli ultimi”

30 Gennaio 2020 - Taranto -  “Ai pugliesi dico: non lasciatevi corrompere dall’odio e dall’intolleranza e informatevi da fonti certe”. L’arcivescovo della diocesi di Taranto, mons. Filippo Santoro, interviene dopo lo sbarco dei 403 migranti ieri mattina al porto di Taranto. Arrivati con la Ong Ocean Viking, che li ha tratti in salvo nel Mediterraneo, tra loro una ventina di famiglie, 12 donne incinte, più di un centinaio di minori non accompagnati. Tanti gli ustionati a causa della commistione di benzina ed acqua a cui sono stati esposti viaggiando insieme alla taniche durante la lunga traversata in mare. Appena saputa la notizia dell’arrivo dei migranti nel capoluogo ionico, Matteo Salvini in un video ha dichiarato: “Con i problemi di lavoro, inquinamento ed agricoltura, l’unico modo che ha questo governo per ricordare la Puglia è far sbarcare migliaia di migranti”. “Sono parole che vanno inserite nel clima di campagna elettorale che dall’Emilia Romagna si sposta in Puglia. I social – ha commentato mons. Santoro, come riferisce il Sir – come sempre sono un terreno fertile per reazioni ingiustificate. L’ex ministro dovrebbe sapere che i profughi sbarcheranno e resteranno a Taranto il tempo di rifocillarsi e di espletare le procedure di identificazione, al massimo un paio di giorni, per poi essere ricollocati, secondo le procedure europee. Si sta aprendo una lunga campagna elettorale per le elezioni regionali, non lasciamo che si usino strumentalmente i drammi degli ultimi, che nulla hanno a che vedere con le priorità del nostro territorio, per condizionarne l’esito”. Poi il richiamo ai tempi degli sbarchi dei profughi albanesi. “La Puglia è da sempre terra di pace e accoglienza, lo è stata anche quando non esisteva in Italia un sistema strutturato né la possibilità di essere affiancati dall’Europa, quando ad arrivare in massa furono gli albanesi ai quali i pugliesi aprirono le porte di casa, le parrocchie. Questa regione continuerà a essere porto sicuro nel Mediterraneo”. (A.R. –Sir)  

Diaconi della chiesa di Trani in servizio nei luoghi della carità della chiesa di Andria

30 Gennaio 2020 - Andria - Domenica 2 Febbraio la Casa Accoglienza “S. Maria Goretti” della diocesi di Andria ospiterà 20 diaconi permanenti della diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie accompagnati da don Vito Delcuratolo, responsabile diocesano della formazione dei diaconi, per vivere una giornata di preghiera, formazione e di conoscenza dei luoghi di esercizio della carità della nostra comunità ecclesiale. I diaconi avranno modo di conoscere i servizi di carità che la Casa Accoglienza “S. Maria Goretti” della diocesi di Andria “presidio da anni dell’esercizio e servizio di Carità donato al prossimo, al povero, al forestiero”, spiega don Geremia Acri, responsabile della Casa Accoglienza. I diaconi, inoltre, vivranno una esperienza di servizio nelle case famiglia e di accoglienza della Comunità “Migrantesliberi”, nata dalla esperienza della stessa Casa Accoglienza, condividendo con gli ospiti il pranzo presso le Case Famiglia e di Accoglienza della Comunità “Migrantesliberi”, presenti nella città di Andria dove conosceranno le storie e i tanti volti dell’accoglienza. Sicuramente per i diaconi sarà un’esperienza che “li porterà a diretto contatto con la carne viva dell’umanità sofferente e piagata dall’indifferenza e dall’abbandono”, aggiunge il sacerdote. Durante la giornata è prevista anche una celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo della diocesi di Andria, Mons. Luigi Mansi. “Il volto di qualsiasi persona vivente, esprime una verità unica, irripetibile e originale. Il volto di una persona è una piccola tessera, che compone il puzzle meraviglioso dell’umanità. Il volto disarma ogni tipo di distanza. Il volto è il luogo dove l’umanità si incontra per la costruzione di legami relazionali, fondando una interpretazione della realtà antropocentrica anziché indifferente, consumistica, anonima e sconosciuta, conclude don Acri. .  

Cefalù: laboratorio di formazione socio-politica sul tema migrazioni e accoglienza

30 Gennaio 2020 - Cefalù -  “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare” è il tema del secondo appuntamento del Laboratorio diocesano di formazione socio-politica che si terrà domani, venerdì 31 gennaio e sabato 1 febbraio presso la chiesa Ss. Sacramento, a Cefalù. “Vogliamo offrire spunti di riflessione  e di formazione sul fenomeno migratorio in linea con il Magistero della Chiesa – dice don Giuseppe Amato, responsabile della Scuola di Formazione –, andando oltre il luoghi comuni”. Gli spunti di riflessione e le occasioni di dibattito saranno offerti, nel primo giorno dei lavori, dagli interventi del Card. Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento e già Presidente della Fondazione Migrantes, e del prof. Giuseppe Verde, già Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Palermo; l’1 febbraio animeranno il dibattito l’assessore del Comune di Palermo, Giuseppe Mattina, che si soffermerà sui decreti sicurezza e la portavoce della Ong Mediterranea, Alessandra Sciurba. “Nel programmare questo secondo modulo formativo – dicono gli organizzatori –, abbiamo fatto nostro l’invito di Papa Francesco a non alzare muri, che ha detto che ‘Non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze. E così, spesso, rinunciamo all’incontro con l’altro e alziamo barriere per difenderci’. Un punto di partenza – aggiungono – per una discussione franca su un tema complesso e al centro del dibattito politico“. Sia venerdì che sabato, i lavori avranno inizio alle ore 16:00.  

Migrantes Roma: il 26 aprile la Festa dei Popoli con il card. De Donatis

29 Gennaio 2020 - Roma - Si svolgerà il prossimo 26 aprile la festa dei Popoli nella diocesi di Roma. La S. Messa sarà celebrata come di consueto nella Basilica di S. Giovanni in Laterano alle ore 12,00 e sarà presieduta dal Vicario del papa per la diocesi di Roma, il card. Angelo De Donatis. “E’ desiderio del cardinale – dice il direttore Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo, annunciando la data - incontrare tutte le comunità riunite per questo importante evento diocesano”. È la prima volta – aggiunge -  che il Cardinale presiede la Festa dei Popoli: “di questo siamo particolarmente contenti e desideriamo esprimergli insieme questa contentezza”. Dopo la S. Messa, come da programma, ci sarà il pranzo e lo spettacolo multietnico.

Giornata contro la tratta: l’8 febbraio nella Basilica di Sant’Antonio di Padova a Roma veglia con il card. Czerny

29 Gennaio 2020 - Roma - In occasione della VI Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, si svolgerà sabato 8 febbraio a Roma, alle 18.30 nella Basilica di Sant’Antonio di Padova in Laterano, una veglia di preghiera presieduta dal card. Michael Czerny, sottosegretario della Sezione migranti del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. La veglia, sul tema “Insieme contro la tratta”, viene celebrata nel giorno in cui si ricorda la memoria liturgica di santa Bakhita, suora canossiana, di origine sudanese, divenuta simbolo universale dell’impegno della Chiesa contro la tratta. Nel corso dell’incontro di preghiera, animato da giovani e consacrate, sono previsti momenti di testimonianza di impegno comune contro la tratta.

Migrantes: a marzo l’incontro degli “amici dei rom e sinti”

29 Gennaio 2020 - Roma – “Il Vangelo tra i Rom. Annunciare testimoniare condividere”. Questo il tema dell’incontro annuale degli “amici dei rom e sinti”, promosso dalla Fondazione Migrantes che si svolgerà a Frascati, dal 27 al 29 marzo 2020. Tra gli interventi previsti  quello del catecheta Enzo Biemmì e molte testimonianze. La celebrazione eucaristica di sabato 28 marzo sarà presieduta dal vescovo delegato Migrantes della Conferenza Epicopale del Lazio mons. Giampiero Palmieri. (R.I.)

Mons. De Luca: “conoscere e aiutare a conoscere realmente il fenomeno delle migrazioni”

29 Gennaio 2020 -

Napoli - “Conoscere e aiutare a conoscere realmente il fenomeno delle migrazioni. Non aiutano l’oceano delle fake news (notizie false) e dell’hate speech (discorsi d’odio), una strategia da slogan diffamatori e fuorvianti”. Lo scrive il vescovo delegato Migrantes della Conferenza Episcopale Campana, mons. Antonio De Luca, vescovo di Teggiano-Policastro in un articolo che presenta l’incontro di oggi a Salerno  per la presentazione del XXVIII Rapporto immigrazione 2018-2019 redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes. Il Rapporto è “uno strumento di conoscenza e si pone nel solco di una collaudata logica di un corretto processo informativo, eticamente rispettoso, e scientificamente pensato, al quale fare riferimento per attingere contenuti e dati”. Anche la presentazione del Rapporto sul territorio nazionale, in collaborazione con i centri scolatici, accademici, culturali e pastorali, è il “tentativo di entrare in rete nella problematica migratoria, con la prospettiva interdisciplinare che tocca l’ambito culturale, sociale, economico e culturale. Si parla - scrive il vescovo - di “invasione, di islamizzazione, di lavoro sottratto agli italiani, di diffusa delinquenza, finanche di emergenza contagio sanitario. Programmazioni radiofoniche e televisive, il mondo dei social, scontri verbali e litigi tra quanti sono sedotti da una informazione biecamente manipolata. Le persone migranti - spiega mons. De Luca - sono la causa di tutti i mali! Il clima sociale ne risente in rapporto alla serena convivenza ma anche il civile dibattito che potrebbe invece determinare aperture umane e culturali improcrastinabili, si inaridisce nelle secche astratte ed infeconde delle ideologie. I temi dei respingimenti, della chiusura dei porti, dei blocchi navali, aizzano un insano amor patrio che invece ha i connotati razzisti dettati da una mancata conoscenza del problema ed un’alterata percezione della realtà. Prima noi e poi loro, aiutiamoli a casa loro, è il grido di chi vuole gestire le persone migranti facendo credere ad una emergenza e ad un bisogno di sicurezza. Spiagge sicure, coste protette, fronte navale, sono componenti che distraggono dalla complessità del problema e non alimenta le giuste prospettive”.

Al di là dell’integrazione “c’è solo lo scontro, il conflitto e la guerra. Non sono le navi bloccate nel mare che scoraggiano le partenze ma sono le politiche di sviluppo, di solidarietà e di crescita che aiutano un popolo. Una legislazione che prevede la chiusura dei confini, che non è invece attenta alla migrazione regolata, selezionata e accompagnata sta alimentando un traffico irregolare e illecito dalle proporzioni economiche incontrollabile ed enormemente vantaggioso e persino più conveniente del traffico di stupefacenti. In tal senso - spiega il presule delegato MIgrantes della Campania - i corridoi umanitari sono una geniale idea italiana, preso a modello, speriamo anche da altri paesi d’Europa. Tuttavia forse abbiamo fatto molta accoglienza e poca integrazione”. Serve “una visione, ed è ciò che oggi manca alla politica, all’ economia, allo sviluppo, siamo troppo chiusi nella gestione di un presente contingente, stentiamo a valicare le paludose e miopi circostanze di un’immanenza che ci inchioda sulle ovvietà e ci esaurisce nei luoghi comuni. La visione richiesta dalle problematiche legate alle migrazioni non può che consistere in una lotta per la fratellanza universale, aperta alla multiculturalità, alla mobilità e all’accoglienza”. (R.I.)

Cei: in campo i progetti di solidarietà delle parrocchie per il concorso “TuttixTutti”

29 Gennaio 2020 -
Roma - TuttixTutti taglia il traguardo della decima edizione. Torna il concorso per le parrocchie promosso dalla Cei a livello nazionale, che prende il via il 1° febbraio. Ogni parrocchia potrà parteciparvi iscrivendosi online su www.tuttixtutti.it, creando un gruppo di lavoro, ideando un progetto di solidarietà e organizzando un incontro formativo per promuovere il sostegno economico alla Chiesa cattolica. Le iscrizioni saranno aperte dal 1° febbraio e il concorso si concluderà il 31 maggio 2020 mentre la proclamazione dei vincitori avverrà il 30 giugno. Dieci i premi, compresi tra mille e 15mila euro, attribuiti dalla giuria composta dai membri del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, che selezionerà i 10 progetti di solidarietà considerati più meritevoli. Le parrocchie, grazie ai contributi economici in palio, hanno la possibilità di realizzare iniziative solidali per le comunità con ricadute in termini di accoglienza, assistenza, formazione e opportunità di inserimento professionale. “TuttixTutti è un concorso atteso e apprezzato dalle parrocchie che premia quelle idee che nascono da un’intera comunità parrocchiale, desiderosa di aiutare chi ha più bisogno. È una gara di solidarietà che ha sostenuto, in nove anni di storia – afferma Matteo Calabresi, responsabile del Servizio Cei -, la realizzazione di moltissime proposte che offrono risposte concrete ai bisogni delle famiglie, dei giovani e degli anziani. Si può trattare di un orto sociale, di un doposcuola di qualità, di una mensa per senza fissa dimora o di un piano di formazione-lavoro in un’azienda agricola. Tutte iniziative che intendono offrire risposte tangibili alle esigenze della collettività”.  

Mons. Delpini: “dare volto, voce e parola alla convivialità delle differenze”

29 Gennaio 2020 - Milano - Milano e, in proporzioni diversificate, tutta la regione Lombardia, si trovano, “oggi più che in altri tempi, di fronte alla sfida della convivenza di persone che vengono da molte parti del mondo e portano le loro capacità, le loro attese, i loro bisogni, la loro cultura e mentalità, talora le loro miserie, i loro traumi e le loro sofferenze, le loro virtù e i loro vizi”. A dierlo è stato ieri l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, nel suo discorso dinanzi al Consiglio regionale lombardo a distanza di sei anni dalla visita del card. Angelo Scola, la prima di un successore alla cattedra di Sant’Ambrogio nella sede del Consiglio regionale lombardo. Per mons. Delpini questa situazione si colloca entro “il fenomeno planetario” delle migrazioni che interessa milioni di persone e molti Paesi del pianeta. Il fenomeno migratorio – ha quindi aggiunto -  è “estremamente complesso e ha una risonanza emotiva profonda, anche se talora deformata da un’enfasi sproporzionata per alcuni aspetti”.  Il Consiglio regionale, ne è convito il presule ambrosiano,  può diventare “una palestra efficace capace di insegnare al resto della società come affrontare in modo maturo una questione così complessa. Dobbiamo liberarci dalla logica del puro pronto soccorso; dobbiamo andare oltre le pratiche assistenzialistiche mortificanti per chi le offre e per chi le riceve, anche oltre una interpretazione che intenda ‘integrazione’ come ‘omologazione’. Si tratta di dare volto, voce e parola alla convivialità delle differenze, passando dalla logica del misconoscimento alla profezia del riconoscimento. Siamo chiamati a guardare con fiducia alla possibilità di dare volto a una società plurale in cui i tratti identitari delle culture contribuiscano a un umanesimo inedito e promettente; siamo chiamati mostrare come le nostre tradizioni, la nostra identità lombarda e ambrosiana è così ricca di valori e dimensioni da dar vita a riedizioni inedite e inaspettate delle nostre radici”. La Chiesa di Milano – ha detto ancora mons. Delpini – ha intrapreso un cammino per “immaginare” e “sintonizzarsi sul futuro che ci attende”. E lo ha fatto con un Sinodo Minore dal titolo “Chiesa dalle genti”: una Chiesa – ha spiegato – “che vive questo confronto con il cambiamento proprio per restare fedele alla sua identità ambrosiana. Come ai tempi di Sant’Ambrogio, in continuità con il suo spirito!” Dentro questo quadro l’arcivescovo di  Milano colloca l’istituzione da parte della Regione di una consulta interreligiosa, che “consenta anche a voi di ascoltare e dialogare con la società plurale anche dal punto di vista religioso che si va addensando in Lombardia” e annuncia “la partecipazione convinta e operosa della Chiesa cattolica a questa iniziativa. Non c’è società plurale – ha quindi affermato -  senza reale esercizio della libertà religiosa”. (R. Iaria)  

Ciò che ci lega e fa italiani

29 Gennaio 2020 -   Roma - Le parole di cordoglio per Kobe Bryant pronunciate ieri a Benevento da Sergio Mattarella all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università del Sannio ci chiamano a una riflessione che va oltre l’incidente di elicottero nei cieli di Los Angeles in seguito al quale hanno perso la vita nove persone. Il Presidente si è detto rattristato da questo tragico evento sottolineando il legame profondo che il grande cestista dei Lakers aveva nei confronti dell’Italia dove si era formato grazie alla «frequenza delle scuole elementari e medie». Il piccolo Kobe trascorse da noi gli anni più belli della sua infanzia e prima adolescenza, al seguito del padre Joe, anch’egli campione di basket. Alcune foto lo ritraggono da bambino a Rieti, mentre s’infila il giubbetto di jeans, Pistoia, in calzoncini sotto il canestro, Reggio  Calabria, sulla spiaggia con gli amici davanti allo Stretto, Reggio Emilia, con gli Aquilotti delle Cantine Riunite, dove stanno per intitolargli una piazza. In queste città aveva imparato a "fare i blocchi" per giocare a pallacanestro, ma anche le parole capaci di esprimere i sentimenti. E così le stagioni indimenticabili e travolgenti della crescita culturale e sportiva segnarono per sempre l’esistenza del giocatore e dell’uomo che ogni volta tornando nel Bel Paese mostrava affetto e riconoscenza verso chi lo aveva accolto e fatto sentire a casa propria. Tifoso milanista, aveva tirato i classici quattro calci al Parco Sempione e quando, molti anni dopo, si vide immortalato in un salto acrobatico sullo sfondo del Castello Sforzesco, non mancò di raccontare la sua emozione. Del resto, basta scrutinare i nomi delle figlie per comprendere il rapporto speciale che Bryant aveva con noi: Natalia Diamante, Bianka Bella, Capri Kobe e Gianna Maria-Onore, detta Gigi, la tredicenne precipitata insieme a lui mentre volava a trecento all’ora dentro la nebbia fitta della West Coast. Cosa vuol dire essere italiani? È proprio Mattarella a ribadirlo con chiarezza cristallina: «La comunanza di studi è quella che lega davvero più di legami politici, istituzionali, ed economici, che lega l’umanità attraverso i suoi confini ed è antidoto alle incertezze internazionali». Questa convinzione è la stessa dei grandi scienziati novecenteschi. Sono stati loro a spiegarlo: la lingua è la casa del pensiero, il luogo della formazione spirituale, la sorgente della personalità, la radice di ciò che siamo o vogliamo essere. Senza la dimensione verbale l’uomo non potrebbe elaborare alcuna identità, ogni emozione resterebbe un grumo inespresso, qualsiasi esperienza sarebbe vana. Nella convenzione linguistica gli individui possono dialogare senza perdere niente di se stessi, scambiandosi i valori in cui credono e rafforzandoli nella dialettica del confronto critico. Prova a tenere per te una qualsiasi cosa, trasformandola in una tua proprietà esclusiva e presto la vedrai svanire. Le bandiere assumeranno la forma degli stemmi araldici, le fedi diventeranno programmi di combattimento, gli Stati castelli fortificati, perfino l’amore rischierà di trasformarsi nel suo contrario. Questa consapevolezza di coralità non è naturale e va costruita con pazienza e lungimiranza nel tempo e nello spazio, senza cedere all’istinto di conservazione dell’animale che arretra e si chiude nella tana. Dovremmo quindi superare di slancio tutte le strumentali e ciniche resistenze che ancora oggi frenano il varo di una legge sullo ius culturae. Chi, come me, insegna l’italiano agli immigrati, vive sulla propria pelle tale situazione paradossale, che di anno in anno si fa sempre più insostenibile. Eccoli qui i nostri futuri connazionali, Zimmy, nigeriana, Adem, eritreo, Malik, pachistano, Daniel, albanese, Lucinda, capoverdiana, Kama, turca, Omar, somalo, impegnati a sillabare l’alfabeto, imparare il lessico, coniugare i verbi. Magari non diventeranno campioni come Kobe, ma stanno già ripercorrendo le sue tracce. Sono loro i fratelli e le sorelle d’Italia. Perché non riconoscerlo?(Eraldo Affinati – Avvenire)

“Persone e non solo questioni migratorie”: una riflessione dopo la morte di un cittadino georgiano nel Cpr di Gradisca

28 Gennaio 2020 - Gorizia - Sarà la magistratura ad individuare le responsabilità nella vicenda di Vakhtang Enukidze, il cittadino georgiano morto al Cpr di Gradisca d’Isonzo. Il dato che balza agli occhi, però, ancora una volta è l’insostenibilità di un sistema che dovrebbe avere proprio in questi Centri di permanenza per il rimpatrio uno dei suoi punti di riferimento in tema di politiche di migrazione ed accoglienza e che invece è riuscito a trasformarli in uno di quei tragici “non-luoghi” così diffusi anche nei nostri territori. I CPR nascono come centri di detenzione amministrativa destinati ad ospitare persone non comunitarie che siano state rintracciate prive di documenti regolari di soggiorno oppure siano destinatarie di un provvedimento di espulsione dal nostro Paese (ed attendano quindi l’accertamento dell’identità e l’accettazione del ritorno nel Paese d’origine da parte di quelle autorità). La permanenza, al loro interno, può durare sino a 180 giorni: il Garante nazionale per i detenuti ha più volte sottolineato che c’è ben poca differenza fra un CPR ed i comuni istituti penitenziari. Uomini che non sono riusciti a rinnovare il proprio permesso di soggiorno (magari perché il datore di lavoro li ha licenziati) accanto a chi, da pregiudicato, giunge al CPR direttamente dal carcere dove era stato rinchiuso per scontare una pena: una miscela esplosiva le cui vittime sono quanti nel CPR vengono detenuti ma anche coloro che in tali strutture si trovano, a vario titolo, a dover lavorare. In un Paese come il nostro in campagna elettorale perpetua, il tema delle migrazioni attende da decenni di essere affrontato mettendo da parte preconcetti e paure partendo dalla presa d’atto che stiamo parlando prima di tutti di persone: “sono persone - ha ricordato papa Francesco nell’omelia della messa dello scorso 8 luglio nel sesto anniversario della sua visita a Lampedusa - non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! ‘Non si tratta solo di migranti’ nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata”. Cercare di ripartire da qui, potrebbe permettere di evitare il ripetersi di quanto accaduto a Vakhtang ed a tanti altri che come lui in questi mesi, in questi anni hanno trovato la morte nei non-luoghi per migranti in tutto il nostro Paese. (Mauro Ungaro - direttore di “Voce Isontina”)  

FAIM: a giugno il secondo congresso

28 Gennaio 2020 - Roma – Si è svolto a Roma, nel fine settimana, il Consiglio Direttivo del FAIM (Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo), la maggiore organizzazione unitaria dell’emigrazione italiana, che raccoglie decine di federazioni nazionali e regionali, per oltre 1.500 associazioni e circoli nel mondo. Al centro della discussione la convocazione del prossimo congresso del Forum che si svolgerà a Roma nel giugno 2020. La prima giornata dei lavori è stata dedicata ad una riflessione in forma seminariale aperta in cui sono stati evidenziati i punti di forza e di debolezza dell’esperienza dei primi 4 anni di vita del FAIM, dei fattori di contesto e dei cambiamenti delineatisi negli ultimi anni, dello stato complessivo del mondo associativo, delle condizioni, delle prospettive e degli adeguamenti programmatici ed organizzativi necessari alla ricostruzione di una forte rappresentanza sociale dell’emigrazione italiana vecchia e nuova, in grado di costituire un riferimento sostenibile e credibile per i prossimi anni. Tema del seminario: “Emigrazioni e rappresentanza: contraddizioni sistemiche e contesti ostili. Funzioni, prospettive e modello organizzativo per il FAIM”. La seconda giornata ha definito il percorso di avvicinamento al congresso, dando mandato all’ufficio di Coordinamento del Faim di insediare la Commissione congressuale composta degli attuali componenti del coordinamento oltre a 10 membri prevalentemente residenti all’estero. La discussione si è incentrata sulla necessità – si legge in una nota - di ristabilire una proporzione nella rappresentanza tra vecchia e nuova emigrazione, auspicando l’integrazione di giovani emigrati nelle associazioni e l’ingresso nella compagine del Faim di nuove organizzazioni nata nell’ultimo flusso emigratorio degli ultimi 15 anni.  Allo stesso tempo è emersa l’indicazione di strutturare relazioni con i movimenti associativi di migranti di altre nazionalità, sia in Italia che all’estero, poiché l’attuale dimensione migratoria accomuna tutti i suoi soggetti in una condizione di “generalizzata precarietà in tutti i paesi, a causa dei grandi cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro e le crescenti restrizioni di tutele e diritti che emergono in molte realtà”. Ciò vale in particolare per l’Europa, dove si registrano da oltre un decennio movimenti migratori interni di grande intensità dai paesi della costa mediterranea e dall’est, verso il centro Europa e di cui l’esito della Brexit è “un esempio preoccupante”. All’inizio della seconda giornata è stato accolto il documento trasmesso da Marcela Murgia (Associacion Italiana de Resistencia), da parte del Governatore della Provincia argentina del Chaco, Jorge Capitanich, che ha dichiarato ufficialmente il Faim organizzazione di interesse pubblico per lo sviluppo di iniziative congiunte tra la provincia del Chaco e l’Italia.

Papa Francesco: no a cristiani senza gioia, prigionieri delle formalità

28 Gennaio 2020 - Città del Vaticano - E’ il sentimento di gioia dell’essere cristiani che Papa Francesco pone al centro della sua omelia alla Messa a Casa Santa Marta di questa mattina, come riferisce Vatican News. Lo spunto gli viene offerto dalla prima Lettura di oggi, tratta dal secondo libro di Samuèle, dove si racconta di Davide e di tutto il popolo d’Israele in festa per il ritorno dell’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme. L’Arca era stata rapita, ricorda il Papa, e il suo ritorno “è una gioia grande per il popolo”. Il popolo sente che Dio gli è vicino e fa festa. E il re Davide è con lui, si mette alla testa della processione, fa un sacrificio immolando un giovenco e un ariete grasso. Con il popolo poi grida, canta e balla “con tutte le forze”: “Era una festa: la gioia del popolo di Dio perché Dio era con loro. E Davide? Balla. Balla davanti al popolo, esprime la sua gioia senza vergogna; è la gioia spirituale dell’incontro con il Signore: Dio è tornato da noi, e questo ci dà tanta gioia. Davide non pensa che è il re e che il re deve essere distaccato dalla gente, la ‘sua maestà’, con la distanza … Davide ama il Signore, è felice per questo evento di portare l’arca del Signore. Esprime questa felicità, questa gioia, ballando e anche cantava sicuramente come tutto il popolo”. Papa Francesco fa notare poi che succede anche a noi di sentire la gioia “quando siamo con il Signore” e, magari in parrocchia o nei paesi, la gente fa festa. Cita poi un altro episodio della storia di Israele, quando venne ritrovato il libro della legge al tempo di Neemia e  anche allora “il popolo piangeva di gioia”, continuando anche a casa a festeggiare. Il testo del profeta Samuele continua descrivendo il rientro di Davide nella sua casa dove trova una delle mogli, Mical, la figlia di Saul. Lei lo accoglie con disprezzo. Vedendo il re ballare si era vergognata di lui e lo rimprovera dicendogli : “Ma ti sei vergognato ballando come un volgare, come uno del popolo?”.  E Papa Francesco osserva: “È il disprezzo della religiosità genuina, della spontaneità della gioia con il Signore. E Davide le spiega: ‘Ma guarda, era motivo di gioia questo. La gioia nel Signore, perché abbiamo portato l’Arca a casa!’. Ma lei lo disprezza. E dice la Bibbia che questa signora – si chiamava Mical – non ha avuto figli per questo. Il Signore l’ha punita. Quando manca la gioia in un cristiano, quel cristiano non è fecondo; quando manca la gioia nel nostro cuore, non c’è fecondità”. Papa Francesco fa notare poi che la festa non si esprime solo spiritualmente, ma diventa condivisione. Davide, quel giorno, dopo la benedizione, aveva distribuito “una focaccia di pane per ognuno, una porzione di carne arrostita e una schiacciata di uva passa”, perché ognuno festeggiasse nella propria casa. “La Parola di Dio non si vergogna della festa”, afferma il Papa  e poi prosegue: “E’ vero, a volte il pericolo della gioia è andare oltre e credere che questo sia tutto. No: questa è l’aria di festa”. Ricorda poi che San Paolo VI nella sua Esortazione Apostolica “Evangelii Nuntiandi”, parla di questo aspetto e esorta alla gioia. Papa Francesco conclude raccogliendo il suo pensiero: “La Chiesa non andrà avanti, il Vangelo non andrà avanti con evangelizzatori noiosi, amareggiati. No. Soltanto andrà avanti con evangelizzatori gioiosi, pieni di vita. La gioia nel ricevere la Parola di Dio, la gioia di essere cristiani, la gioia di andare avanti, la capacità di fare festa senza vergognarsi e non essere come questa signora, Mical, cristiani formali, cristiani prigionieri delle formalità”.