Primo Piano

Tarquinio: saggio regolarizzare chi vive e lavora qui

19 Aprile 2020 -

Milano - Ci siamo ripetuti sino alla nausea che “tutto cambierà” a causa della pandemia. E che la sfida, d’ora in poi, è quella di cambiare le cose in meglio: più salute, più giustizia, più rispetto. Sì, più rispetto: per tutti e tra tutti i popoli, tra di noi e nel nostro rapporto con la natura che ci ha drammaticamente ricordato di essere, alla fine e per principio, più forte di qualunque tecnologia, umana e disumana. Non tutto è fermo, ma basta dare una rapida occhiata allo stato delle nazioni e del mondo per capire che purtroppo non ci stiamo muovendo nella giusta direzione.

C’è ancora modo e tempo (non molto, però) per correggerci. E c’è qualcosa, qui in Italia, che si può mettere in cantiere subito e non richiede investimenti miliardari, ma solo onesta volontà di sgombrare un bel po’ di ombre dalla vita e dalle attività del Paese.

Si tratta di riconoscere che persone e lavoratori di origine straniera ora, appunto, ridotti legalmente a ombre hanno invece volto e corpo, chiari diritti e chiari doveri. Si tratta, insomma, di dare regole e status, controlli e garanzie a chi vive e lavora nell’irregolarità. Parliamo di circa 600mila donne e uomini (metto le donne per prime non solo e non tanto per cortesia, ma perché sono la maggioranza delle persone di cui stiamo parlando).

Qualcuno già parla di “sanatoria”, magari storcendo naso e bocca come se si stesse confezionando un regalo per personaggi che non lo meritano. E c’è chi si è premurato di far partire il solito ritornello contro il “clandestino” che ruberebbe il lavoro agli italiani e va sbattuto fuori dal Bel Paese. Ma vale la pena di ragionare appena un po’ e di aprire gli occhi sulla realtà italiana degli “irregolari” di origine straniera, esercizio virtuoso e soprattutto utile, al quale più d’uno – con particolare efficacia Andrea Riccardi – ha invitato nella settimana che ci sta alle spalle. Se a ragionare si prova per davvero, se si mettono da parte slogan e invettive d’occasione, si arriva presto alla conclusione che siamo davanti a un passaggio necessario.

Stiamo parlando, infatti, di braccianti agricoli necessari ai nostri campi, di autotrasportatori che portano le mostre merci, di muratori e manovali impegnati nei nostri cantieri. Stiamo parlando di un vero esercito di badanti e collaboratrici familiari, donne che abitano e servono l’intimità delle nostre famiglie. Sul serio qualcuno pensa che per ripartire col piede giusto dopo il blocco da coronavirus si possano lasciare tutte queste persone e la loro opera nel “nero”, ai margini e fuori dalle regole e dalle tutele – anche sanitarie, ovvio – poste a generale presidio? Per davvero qualcuno ritiene che di loro si possa fare a meno?

C’è solo da riconoscere una realtà. C’è da curare una ferita aperta. E, sì, c’è da far più sano il domani di tutti. (Marco Tarquinio - Avvenire)

Vangelo Migrante: II domenica di Pasqua In Albis e della Divina Misericordia (Vangelo Gv 20, 19-31)

18 Aprile 2020 - 16 Aprile 2020 - Siamo alla domenica detta in Albis e della Divina Misericordia. Il suo nome originale deriva dal rito festoso della deposizione delle vesti bianche (le albe, appunto) di coloro che sono stati battezzati la notte di Pasqua: tolta quella, indossano l’abito della quotidiana testimonianza da rendere a Cristo, il risorto. Il Santo Giovanni Paolo II, aggiunse il titolo della Divina Misericordia, per celebrare solennemente il dono dell’amore di Dio ricevuto, da custodire e per cui gioire. Una festa nella festa: la vita di Dio ricevuta in dono nel battesimo è l’amore incondizionato di Dio donato a noi nella Resurrezione di Gesù, il centro, il perno, l’origine della nostra fede. Quest’anno non abbiamo celebrato i battesimi ma il senso e il significato della festa rimane. Un dono vivo nella Chiesa Il Vangelo di questa domenica ci dice dove vive questo dono: nella Chiesa. La comunità crede-celebra-vive del risorto mentre è radunata attorno agli Apostoli. In questo tempo ci mancano i Cenacoli ma non siamo decentrati dalla Chiesa. Anche questa condizione dislocata nelle nostre case, chiese domestiche, noi la stiamo vivendo come Chiesa. Le nostre attenzioni, in genere, vanno tutte sulla storia di Tommaso e sulla sua incredulità; il Vangelo, invece, indugia proprio su questo aspetto: quando racconta cosa accade la sera dello stesso giorno e otto giorni dopo, sottolinea che l’incontro con Gesù avviene nella Chiesa e il succitato apostolo la prima volta è assente, la seconda è presente. È là che il Signore dà il suo appuntamento a tutti. Sia chiaro: Dio può decidere di incontrare ogni uomo dove e quando vuole; ma è pur vero che ogni incontro si conclude sempre in un Cenacolo (con gli apostoli dopo la Resurrezione, ma anche con san Paolo dopo la caduta da cavallo: nel cenacolo di Damasco, presso Anania). Prima ancora della sua titubanza, Tommaso è vittima di una mancanza oggettiva: l’assenza dal Cenacolo. Una sola Mensa In queste ore lo diciamo con una grande nostalgia nel cuore, il senso dell’Eucarestia, dell’invito di ogni uomo attorno alla Mensa del Signore, è proprio in questo incontro con Lui. Tutt’altro che scontato, anche nella pastorale della mobilità umana: Dio è uno per tutti, ma non sempre è una la mensa dove lo si incontra! A volte, nelle nostre comunità, le dovute attenzioni pastorali alle diversità, rischiano di creare veri e propri parallelismi; tuttavia, è altrettanto vero che, assieme al rischio, c’è anche la grande opportunità di essere autenticamente comunità di Gesù, accogliente e inclusiva. Per tutti. Ricevete lo Spirito Santo Dinanzi a questi limiti Gesù sa che per il fatto che siamo umani, siamo portati a dividerci, a risentirci e a dimenticarci di Lui. È per questo che fra Lui e i discepoli (noi) piazza lo Spirito Santo: “alitò su di loro …” La fede è un dono. Un dono di misericordia. Dio lo fa a tutti. Per averla, assieme al Suo soffio, occorre anche inchinarsi, come Giovanni, alla porta del Sepolcro, e accoglierla con la presenza nel Cenacolo. Con la fede non si anestetizzano le diversità ma queste assumono un senso. Non girano a vuoto ma sono intercettate da Dio che si fa trovare (e va a trovare) da chiunque lo cerca con cuore sincero!
  1. Gaetano Saracino
   

Don Maffeis: essere segno e strumento della misericordia del Padre

18 Aprile 2020 -
E, aggiunge don Maffeis, “in questa domenica, alle 11, in diretta su Tv2000, Papa Francesco celebra nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, santuario romano a poche centinaia di metri da San Pietro, dedicato alla spiritualità di Gesù misericordioso”. Nella sua riflessione, il sottosegretario della Cei non nasconde che, in realtà, tante persone “faticano ad affidarsi alla misericordia, a riconciliarsi con la propria storia, ad accogliere il perdono e quindi la pace”. Ma, osserva, come Papa Francesco non si stanca di ricordare, “la misericordia è espressione dell’amore steso di Dio, un amore così grande, così profondo, che non viene meno, non si ferma a distanza: viene incontro a tutte le povertà e – conclude – libera dalle tante piccole grandi forme di schiavitù che appesantiscono l’andare”.

Papa Francesco: “preghiamo per gli operatori sanitari che assistono i disabili”

18 Aprile 2020 - Città del Vaticano - “Ieri ho ricevuto una lettera di una suora, che lavora come traduttrice nella lingua dei segni per i sordomuti, e mi raccontava il lavoro tanto difficile che hanno gli operatori sanitari, gli infermieri, i medici, con i malati disabili che hanno preso il Covid-19. Preghiamo per loro che sono sempre al servizio di queste persone con diverse abilità, ma non hanno le abilità che abbiamo noi”. È l’intenzione di preghiera con cui il Papa ha iniziato la Messa a Santa Marta, alla vigilia della Domenica della Misericordia. Al centro dell’omelia, sulla scorta del libro degli Atti degli Apostoli, la parola “franchezza”, che in greco è “parresia” e ha a che fare con il “coraggio cristiano di andare avanti”. “Non si può essere cristiani senza che venga questa franchezza: se non viene, non sei un buon cristiano”, il monito di Francesco: “Se non hai il coraggio, se per spiegare la tua posizione tu scivoli sulle ideologie o sulle spiegazioni casistiche, ti manca quella franchezza, ti manca quello stile cristiano, la libertà di parlare, di dire tutto. Il coraggio”.”La forza dello Spirito Santo che si manifesta in questa franchezza della predicazione, in questa pazzia della predicazione, non può entrare nei cuori corrotti”, ha spiegato il Papa a proposito dello stile della predicazione degli apostoli: “Per questo, stiamo attenti: peccatori sì, corrotti mai. E non arrivare a questa corruzione che ha tanti modi di manifestarsi”. Pietro “non  era un coraggioso nato, è stato un codardo, ha rinnegato Gesù”, ha ricordato Francesco, ma poi è subentrato “il dono dello Spirito Santo: la franchezza, il coraggio, la parresìa è un dono, una grazia che dà lo Spirito Santo il giorno di Pentecoste. Proprio dopo aver ricevuto lo Spirito Santo sono andati a predicare: un po’ coraggiosi, una cosa nuova per loro. Questa è coerenza, il segnale del cristiano, del vero cristiano: è coraggioso, dice tutta la verità perché è coerente”.”La missione nasce proprio da qui, da questo dono che ci fa coraggiosi, franchi nell’annuncio della parola”, ha spiegato il Papa: “Che il Signore ci aiuti sempre a essere così: coraggiosi. Questo non vuol dire imprudenti: no, no. Coraggiosi. Il coraggio cristiano sempre è prudente, ma è coraggio”. Il Santo Padre ha terminato la celebrazione con l’adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale: “Ai tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e Ti offro il pentimento del mio cuore contrito che si abissa nel suo nulla e nella Tua santa presenza. Ti adoro nel sacramento del Tuo amore, l’Eucaristia. Desidero riceverTi nella povera dimora che Ti offre il mio cuore; in attesa della felicità della comunione sacramentale voglio possederTi in spirito. Vieni a me, o Gesù, che io vengo da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, Ti amo”.    

Lettera-appello della società civile: “tutelare la salute dei migranti costretti in insediamenti rurali informali”

18 Aprile 2020 - Roma - “Agire subito per tutelare la salute dei migranti costretti negli insediamenti rurali informali e nei ghetti”. È quanto chiesto in una lettera aperta – indirizzata al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio dei ministri, e ai ministri dell’Agricoltura, del Lavoro, dell’Interno, della Salute e del Sud – alcune associazioni, capeggiate da Flai Cgil, da enti e da privati cittadini. Tra i firmatari, vi sono Caritas, Fondazione Migrantes, Acli Terra nazionale, Fabio Ciconte, direttore di “Terra! – campagna #FilieraSporca”, don Luigi Ciotti, presidente nazionale di “Libera” e “Gruppo Abele”. “Esprimiamo profonda inquietudine e sentimenti di estrema preoccupazione per le migliaia di lavoratori stranieri che abitano nei tanti ghetti e accampamenti di fortuna sorti nel nostro Paese”, si legge nella lettera. “Molti di loro sono impiegati nel settore agricolo, più che mai indispensabile per la sicurezza alimentare della cittadinanza e la tenuta collettiva”. “Come è noto – evidenziano i firmatari – le condizioni dei braccianti che oggi raccolgono i prodotti destinati alle nostre tavole sono spesso inaccettabili” e “il rischio è che il Covid-19 arrivi in quegli aggregati, tramutandoli in focolai della pandemia, e motivo di fondata apprensione”. Secondo i firmatari, “i ragguardevoli provvedimenti assunti dal Governo per l’emergenza coronavirus non prendono in considerazione queste realtà”, e “non ci risulta da parte degli organi istituzionali alcun intervento specifico di prevenzione in questi contesti altamente a rischio”. Tale situazione viene definita “una allarmante discrasia che richiede correttivi istituzionali immediati in una cornice di monitoraggio preventivo nonché di presa in carico degli eventuali casi di Covid-19”. Secondo i firmatari, “i Prefetti, alla luce degli ulteriori poteri loro conferiti dal Dpcm del 9 marzo u.s., possono assumere autonomamente iniziative o adottare disposizioni volte alla messa in sicurezza dei migranti e richiedenti asilo presenti sul territorio, mediante l’allestimento e/o la requisizione di immobili a fini di sistemazione alloggiativa”. “Le risorse necessarie per gli eventuali interventi di rifacimento e adeguamento degli immobili requisiti – si suggerisce nella lettera – potrebbero essere attinte dalla dotazione del Piano triennale contro lo sfruttamento e il caporalato”. Nella lettera si pone all’attenzione che “molti stranieri si trovano oggi in condizioni di irregolarità acuite dai decreti sicurezza e non vanno in cerca di lavoro per timore di essere fermate ai posti di blocco”, e per questo “diventa fondamentale una regolarizzazione per far emergere chi è costretto a vivere e lavorare in condizioni di irregolarità”. “È necessario – concludono – rafforzare le misure di contrasto al lavoro nero e favorire l’assunzione di chi sta lavorando in maniera irregolare, applicando i contratti collettivi agricoli” attraverso “soluzioni strutturali che, soprattutto in condizioni di eccezionalità, non possono attendere”.

Mci Barcellona e le chiese domestiche

17 Aprile 2020 - Barcellona - E' ormai da quattro settimane che a Barcellona, come in tutta la Spagna si conduce una vita ritirata. Un lungo cammino di cui ancora non si vede la fine. Una vita in cui si è privati di molto, soprattutto della libertà di movimento, e in cui la tecnologia ed il virtuale sembrano prendere il sopravvento sulla vita reale. Anche la vita di fede ha dovuto adattarsi: adesso si prega guardando uno schermo e vivendo una esperienza che è normalità per chi ,malato, è sempre costretto in casa e non può condividere la pienezza di una celebrazione comunitaria. Eppure questa forma di pregare sta portando frutti preziosi. Abbiamo cominciato a pregare in famiglia. Si sono aperte tante chiese domestiche. Don Luigi Usubelli, cappellano della Comunità Cattolica Italiana  di Barcellona, celebra la Messa in diretta Facebook ogni domenica ed ha invitato a preparare delle piccole mense dove appoggiare il pane che, benedetto da un familiare al momento della comunione e poi distribuito, permette di vivere la comunione spirituale. Abbiamo chiesto di inviarci le foto di queste mense e scoperto con quanta cura sono preparate. Si vedono utilizzati i centrini della nonna, diverse bibbie, tante icone preziose i cui sguardi illuminano la mensa tanto quanto le candele. Si vedono ricordi di pellegrinaggi a Lourdes o lavoretti pasquali dei bambini. Quanto desiderio di bellezza per accogliere anche solo spiritualmente un Ospite così importante. La bellezza è anche nelle mense più semplici, essenziali, di chi magari è solo ma preparandole si sente vicino a tanti altri e più sereno Attorno a queste mense ci immaginiamo un iniziale imbarazzo per la mancanza di abitudine alla preghiera in famiglia; per quel qualcosa di nuovo che sta succedendo. Ci immaginiamo mamme felici, padri apparentemente distratti ma invece partecipi, qualche bambino seduto su un tappeto che forse prega meglio perché si sente più libero. E magari qualche adolescente che ha il broncio perchè non voleva partecipare ma che certo sente l’importanza del momento e si fa abbracciare al momento dello scambio della pace. Attorno a queste mense il virtuale si unisce al reale e lo impreziosisce. E’ una alleanza che crea vicinanza nella lontananza, di intensa spiritualità. Le parole di Gesù diventano realtà “dove sono due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18; 20)

  Cristina Quaranta

 

Migrantes Alba in aiuto alle famiglie dello spettacolo viaggiante

17 Aprile 2020 - Alba - “Abbiamo cercato di rispondere come abbiamo potuto alle richiese che con sono giunte anche attraverso la consegna di prodotti alimentari a famiglie e operatori di un Luna Park fermi dopo il divieto di circolazione a causa del coronavirus”. E’ quanto dice don Paolo Rocca, direttore dell’Ufficio Migrantes di Alba. Specialmente nella zona del Casale Monferrato è stato molto attivo l’impegno della Migrantes mentre per richieste “giuntemi da Chieri e zona Villafranca, Moncalieri lodevole il contributo in alimenti da parte dell'Emporio solidale e Misericordie S.Chiara. Sono riconoscente per interventi che hanno impegnato per lunghi percorsi culminati anche presso campi Rom in zona Madonna di Campagna”. Vi è stato anche un coinvolgimento dell’Emporio solidale di Asti per i giostrai di Piazza d'Armi. Il mondo circense – dice il sacerdote - sta “soffrendo particolarmente”. Come Ufficio Migrantes il raccordo con i servizi sociali lo “riteniamo fondamentale ma altresì importante non interrompere il rapporto personale, veicolo straordinario anche per i percorsi di fede. Esiste una domanda di fede, ma è necessario venga alimentata da una corresponsabilità personale capace di andare oltre le parole, al cuore della vita della persone viaggianti”, conclude don Paolo.  

Peruviani in Italia: la testimonianza del coordinatore nazionale

17 Aprile 2020 - Lima - “Mantengo i contatti con molti peruviani in Italia, alcuni sono morti, a Milano, Piacenza, Bergamo, molti contagiati al nord; in Perù alcuni familiari mi hanno contattato per avere notizie dei loro cari e ho potuto riferire quello che mi è stato comunicato”. Lo racconta a www.migrantesonline.it il coordinatore dei peruviani in Italia, p. Emerson Campos Aguilar che si trova in Perù dall’inizio del mese e non è potuto rientrare in Italia. Anche nel paese sudamericano la situazione non è semplice: aumentano i contagiati e le morti. Ed è ancora più urgente per chi vive lontano dalle città. P. Emerson si trova dai genitori in una città dove non c’è ospedale: “ci sono dei medici ma non c’è un ospedale per questi casi, non ci sono i templi crematori, dobbiamo solo pregare Dio che abbia pietà di noi”, dice. Il sacerdote è preoccupato per il sistema sanitario “dove mi trovo, non abbiamo la capacità di rispondere a uno scenario che ci pone davanti alla sopravvivenza. Oltre alla richiesta di rimanere a casa, il governo deve garantire la protezione delle persone dal reddito delle famiglie, dalla fame, dalla crisi economica. In questa crisi questo è il problema centrale, come sostenere le famiglie che non hanno un lavoro, una assicurazione sanitaria, tanto meno un reddito giornaliero, e sono costretti a stare a casa. Come aiutare in caso di emergenza se non abbiamo specialisti, infettivologi, quando tutto è centralizzato nelle capitali? L'epidemia è arrivata in condizioni in cui la maggioranza della popolazione non ha un lavoro regolare, un'assicurazione sanitaria o uno stipendio sufficiente per vivere dignitosamente e questo in tutto il Sudamerica non solo in Perù”. Nel Paese è iniziata anche una migrazione interna; dalle città ai villaggi e ai piccoli centri di origine. “Il popolo peruviano che crede, che soffre e aspetta – dice il sacerdote - volge il suo sguardo al Signore dei Miracoli, implora Santa Rosa da Lima e San Martino de Porres”. E’ un momento che ci chide di “essere solidali gli uni con gli altri, prenderci cura di noi stessi e prenderci cura degli altri, gli altri siamo noi. O ci sentiamo umani, uguali nella stessa casa comune o affonderemo tutti. La nuova grammatica del Santo Padre Francesco ci ha indicato, è l'unica porta e l'unico porto di salvezza. Nessuno si salva da solo”.  

Don Maffeis: ricordiamoci degli anziani, anche nel post-emergenza

17 Aprile 2020 - Roma - “Se tutti stiamo soffrendo le limitazioni imposte dalla necessità di arginare la pandemia, tra coloro che si trovano in condizione di particolare disagio ci sono i nostri anziani”. Lo sottolinea don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della Cei, che fa riferimento “a quanti si sono trovati a vivere in residenze sanitarie assistenziali dove il pericolo del contagio è stato sottovalutato, per cui sono aperte anche indagini giudiziari”, ma anche “ai tanti che da settimane vivono isolati, privi della possibilità di poter ricevere la visita di un familiare o di una persona amica e, quindi, esposti più di altri alla solitudine e alla tentazione di cedere allo sconforto”. “Pensando a queste persone, ci accorgiamo che, accanto al problema materiale del sostegno e dell’assistenza, c’è dell’altro: i nostri anziani – spiega don Maffeis in un video pubblicato sui media della Cei – hanno bisogno di sentirsi valorizzati, di sentire che la loro esperienza e ricchezza di vita umana e spirituale incontra rispetto, attenzione, considerazione”. Come ripete spesso Papa Francesco, gli anziani “sono le nostre radici, la nostra storia, ci hanno dato la fede, la tradizione, il senso di appartenenza a una patria”. Ecco allora che, secondo il sottosegretario della Cei, “l’annuncio di Pasqua –‘il Signore non ci lascia soli’ – passa attraverso segni concreti di tempo donato, di momenti condivisi”. “Se in queste settimane per molti versi questa prossimità ci è preclusa – conclude – cerchiamo di farci trovare pronti alla ripresa”.​

Cei: il comunicato finale del Consiglio Permanente

17 Aprile 2020 - Roma - “Abbiamo nel cuore i defunti, i malati, quanti si stanno spendendo per alleviare le sofferenze della gente (medici, operatori sanitari, sacerdoti…). Nello stesso tempo, guardiamo al dopo-emergenza, con uno sguardo di speranza e di prospettiva. Esprimiamo un pensiero di vicinanza al Cardinale Angelo De Donatis, vicario generale della diocesi di Roma, ancora convalescente a casa dopo il ricovero al Policlinico Gemelli in quanto positivo al coronavirus”. Con un messaggio di solidarietà, si sono aperti i lavori del Consiglio Episcopale Permanente svolto giovedì 16 aprile, in videoconferenza, sotto la guida del Cardinale Presidente, Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia - Città della Pieve. È una forma inusuale, hanno sottolineato i vescovi, ma necessaria e importante nel ritrovarsi per avviare una riflessione ampia su quanto e come l’emergenza vissuta inciderà sul Paese e sulla Chiesa. Come cambieranno le cose? Come saremo? Il futuro sarà scandito ancora da abitudini reiterate? Come sarà la coscienza personale e collettiva? Cosa ci chiede il Signore in questo tempo? Perché un Dio buono permette tutto ciò ai suoi figli? Nelle domande dei vescovi è emersa la necessità di una lettura spirituale e biblica di ciò che sta accadendo. La certezza è che la ripresa non sarà contraddistinta da ritmi e abitudini precedenti alla crisi. Senza dubbio, ci sarà una profonda cesura rispetto al passato, anche quello più recente. Per questo, sono necessari strumenti di riflessione per capire alla luce della fede quanto stiamo vivendo. Il Signore, infatti, ci sta facendo entrare nel mistero della Pasqua. Quello presente è un tempo di grande purificazione, un Kairos, che, nella ristrettezza, porta con sé delle opportunità. La costrizione contiene necessariamente anche qualche Grazia. Se è vero che nessuno sa come sarà il nuovo inizio, è altrettanto vero che si è in cammino. Una prima lezione, allora, riguarda la sobrietà, l’essenzialità, la semplificazione. Un’altra lezione chiama in causa l’essere Chiesa e la capacità progettuale, ossia quello sguardo che permette di andare oltre l’emergenza del tempo presente. E poi c’è la grande lezione sul valore della vita che include la malattia e la fragilità. La proposta è che questi temi vengano ripresi nelle Conferenze Episcopali Regionali, per poi poterli approfondire alla prossima sessione del Consiglio Permanente, in programma a settembre. Ciò consentirebbe di allargare l’orizzonte degli Orientamenti pastorali per il quinquennio 2020-2025, ancora in via di approvazione, all’attualità di queste settimane. Il tema della “gioia del Vangelo” al centro del Documento - è stato osservato - va posto in relazione a questo momento di sofferenza e di crisi. Lo sguardo al futuro Sofferenza e crisi segneranno gli anni a venire. Questa esperienza, impensabile e impensata, non è ancora conclusa e continua a preoccupare. È stato messo in discussione un modello di sviluppo che sembrava potesse dettare le regole di vita. La visione di un compimento raggiunto ha mostrato la sua vulnerabilità a causa di una malattia. E a farne le spese saranno nuovamente i più poveri. Per questo è importante liberare le energie positive per ripartire. “È con questo sguardo di fiducia, speranza e carità che intendiamo affrontare questa stagione”, hanno sottolineato i vescovi. A partire dalla solidarietà che non va snaturata dal suo fondamento cristiano, ovvero l’amore di Dio per i suoi figli, che spinge all’impegno verso gli altri, a prestare attenzione agli ultimi tra gli ultimi. L’esperienza della fede, in queste settimane, è stata riconosciuta come una forza morale con ricadute notevoli. È stata una molla per l’energia necessaria ad affrontare la vita e le sue situazioni difficili. La creatività, che ha animato le diverse iniziative spirituali e pastorali, è stata espressione di una nuova vicinanza, in cui la gente ha riconosciuto la vicinanza di Dio. Le parrocchie, i sacerdoti, i volontari sono stati segno eloquente di questa prossimità, che ha assunto il volto concreto della carità con la disponibilità delle strutture ecclesiali per la Protezione Civile, i medici e le persone in quarantena e con gli aiuti destinati dall’otto per mille, in modo particolare con quello straordinario di 200 milioni di euro cui si aggiungono i 22,5 milioni di euro stanziati in queste settimane. La Chiesa c’è, è presente ed è aperta a una riflessione su valori fondamentali quali la famiglia, l’educazione, la sobrietà, la comunità, la solidarietà. L’orizzonte deve essere il mondo post-coronavirus, non trascurando alcun piano di responsabilità, a partire dalla vita ecclesiale. In questo senso il Consiglio Permanente ha condiviso l’impegno della Segreteria Generale, nell’interlocuzione con le Istituzioni governative, per definire un percorso meno condizionato all’accesso e alle celebrazioni liturgiche per i fedeli, in vista anche della nuova fase che si aprirà dopo il 3 maggio. È fondamentale dare una risposta alle attese di tanta gente, anche come contributo alla coesione sociale nei diversi territori. Così come è importante non sottovalutare la preoccupazione circa la tenuta del sistema delle scuole paritarie. Se già ieri erano in difficoltà sul piano della sostenibilità economica, oggi - con le famiglie che hanno smesso di pagare le rette a fronte di un servizio chiuso dalle disposizioni conseguenti all’emergenza sanitaria - rischiano di non aver più la forza di riaprire. La ripresa passa anche dal piano educativo: ormai in prossimità dell’estate, è necessario dare indicazioni alle famiglie circa lo svolgimento dei campi estivi e dei Grest, opportunità di crescita per i ragazzi e di aiuto per i genitori impegnati con la possibile ripresa delle attività lavorative. Lo sguardo al futuro non può trascurare le conseguenze enormi che questa situazione sta recando alle famiglie dell’intero Paese, a quelle già in precarietà o al limite della sussistenza. Una carezza di consolazione Lo sguardo dei vescovi si fa gesto di tenerezza con una carezza di consolazione. Questa apre il cuore ed è capace di ridare speranza. “In questi giorni drammatici – hanno affermato – abbiamo portato nel cuore i defunti, i malati, i medici e gli operatori sanitari, gli anziani, i poveri, le famiglie e i sacerdoti. A tutti loro rivolgiamo la nostra carezza. Quante volte abbiamo avvertito questo gesto fatto con generosità da chi poteva concederla a chi ne aveva bisogno. Non possiamo dimenticare chi ha più sofferto e continua a soffrire”. La carezza, allora, è affetto pieno verso i malati, come sollievo e consolazione per le sofferenze patite; verso i medici e gli operatori sanitari, come gratitudine per la generosità nella cura e nell’assistenza alla persona; verso gli anziani, come invito a preservare la memoria viva del Paese, ma anche come dolore per quanti ci hanno lasciato e per quanti portano ferite non più rimarginabili; verso i poveri, come impegno a essere loro custodi, a non chiudere gli occhi davanti alle vecchie e nuove marginalità, perché l’accoglienza ha una rilevanza sociale; verso le famiglie, quale grazie per la capacità di tenuta complessiva, messe a dura prova da una vita insolita o da lutti dovuti al coronavirus o ad altre cause; verso i sacerdoti, come ringraziamento per il loro essere prossimi al popolo: tanti - più di 100 - hanno offerto la loro vita esprimendo ancora una volta il volto bello della Chiesa amica, che si prende cura del prossimo. La carezza, per tutti, è esortazione alla preghiera, vero antidoto a questo tempo. “L’ombra della morte – hanno detto i vescovi – sembrava estesa sul nostro Paese, ma non ha avuto l’ultima parola. Nel dolore estremo il tema della vita eterna è stato squarcio e svelamento della speranza nella Resurrezione”. Messa Crismale nel Tempo Pasquale Il Consiglio Permanente ha poi condiviso le indicazioni relative alla Messa Crismale, rinviata quest’anno a causa della pandemia. Il Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti dello scorso 25 marzo ha dato facoltà alle Conferenze Episcopali di trasferire la celebrazione della Messa Crismale ad altra data. “Spero che potremo averla prima di Pentecoste, altrimenti dovremo rimandarla all’anno prossimo”, sono state le parole del Santo Padre durante la Santa Messa in Coena Domini. Il Consiglio Episcopale Permanente ha indicato, come orientamento unitario, che questa celebrazione avvenga, nelle forme possibili, nel Tempo Pasquale, che si concluderà domenica 30 maggio, Solennità di Pentecoste. Orientativamente entro l’ultima settimana. Nelle Diocesi in cui non si potrà procedere con questa celebrazione, verranno conservati gli olii sacri (infermi, catecumeni e crisma) dello scorso anno. Assemblea generale rinviata a novembre Il Consiglio Episcopale Permanente ha deciso di rinviare l’Assemblea Generale che era in programma dal 18 al 21 maggio prossimi: si terrà a Roma da lunedì 16 a giovedì 19 novembre 2020. Nel frattempo, restano in carica sia i Vice Presidenti dell’area Nord e dell’area Centro sia i Presidenti delle Commissioni Episcopali. Slitta, pertanto, al 31 agosto la data di consegna delle relazioni quinquennali. Entro quel termine verranno raccolte le indicazioni del nominativo proposto da ciascuna Conferenza Episcopale Regionale per la presidenza delle dodici Commissioni Episcopali, come pure eventuali segnalazioni circa l’elezione dei membri del Consiglio per gli Affari Economici. Comunicazioni Ripartizione fondi otto per mille. In merito alla ripartizione e all’assegnazione della somma relativa alla quota dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa Cattolica, il Consiglio Permanente, tenuto conto della particolare urgenza della sua approvazione e della necessaria consultazione dei membri della CEI, prevede la condivisione della stessa per corrispondenza. Tale scelta nasce dalla necessità non procrastinabile di questo adempimento. Convenzioni “fidei donum”. I vescovi hanno approvato l’aggiornamento della modulistica riguardante le convenzioni per sacerdoti “fidei donum” e sacerdoti provenienti da altre nazioni in Italia. Entreranno in vigore dal prossimo 1 settembre. Nomine Nel corso dei lavori, il Consiglio Episcopale Permanente ha provveduto alle seguenti nomine:
  • Direttore dell’Ufficio Liturgico Nazionale (dal 1° settembre 2020): Don Mario Castellano della diocesi di Bari-Bitonto;
  • Responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica: Dott. Massimo Monzio Compagnoni;
  • Assistente ecclesiastico centrale del settore giovani dell’Azione Cattolica Italiana: Don Gianluca Zurra della diocesi di Alba.

Mci Lucerna in aiuto delle strutture sanitarie di Bergamo

17 Aprile 2020 - Lucerna – Hanno raccolto oltre 11mila franchi svizzeri per dare il loro contributo alle strutture sanitarie e alle famiglie in alcune fasi più delicate della cura dei malati. L’iniziativa è della Missione Cattolica Italiana di Lucerna, in Svizzera, guidata da don Mimmo Basile ed è andata a favore del progetto “Abitare la cura” promosso dalla diocesi di Bergamo, dal quotidiano “L’Eco di Bergamo” e dalla locale Confindustria. “Come italiani residenti all’estero anche se lontani dagli affetti familiari, sentiamo forte il legame con la nostra Terra e con la nostra Comunità di origine; e ci tengo a precisare che non abbiamo reagito sul fatto dell’emozione, ma ci siamo detti che come cristiani non potevamo rimanere indifferenti dinanzi alla tragedia che si consumava a casa nostra e che dovevamo assolutamente fare qualcosa per le nostre Comunità in Italia”, spiega a www.migrantesonline.it don Basile: “così come avevamo già fatto anche in altre circostanze e per altre situazioni di emergenza (terremoti, calamità naturali, progetti in Africa, in India, in America latina) ci siamo messi all’opera. Se siamo parte di una grande famiglia, che è la chiesa, che è il mondo intero, è un dovere collaborare e contribuire, anche se con poco o attraverso una piccola goccia”. L’idea è venuta proprio dalla Missione Cattolica Italiana che hanno espresso al sacerdote la volontà di “fare qualche cosa“ a favore delle Comunità del nord Italia colpite duramente dal Coronavirus, e così “abbiamo pensato da subito di raccogliere delle offerte per far fronte ai bisogni essenziali”. E dal momento che don Basile ha lanciato il progetto attraverso diverse chat di WatsApp, i fedeli della Missione Cattolica Italiana si sono immediatamente attivati ed hanno subito dato il proprio contribuito. “Così nel giro di una settimana circa siamo riusciti a inviare 11.500 franchi svizzeri al progetto”, spiega don Basile: “quando abbiamo appreso attraverso i media tutto ciò che stava succedendo in Lombardia e in particolare a Bergamo e nella sua provincia, il nostro pensiero è andato subito a Papa Giovanni XXIII” al quale è dedicato il Centro Pastorale della Missione Cattolica Italiana inaugurato nel 2011 e anche a tanti bergamaschi, sacerdoti e non, emigrati in Svizzera da lungo tempo, “pionieri dell’emigrazione italiana”. Durante questo tempo di emergenza a causa della pandemia, ci stiamo attivando anche noi, impegnandoci ad essere vicino alla nostra Comunità di Lingua Italiana e come dice Papa Francesco stiamo cercando di mettere in moto la “ creatività del cuore”. In questo tempo di emergenza a causa della pandemia, “ci stiamo attivando anche noi, impegnandoci ad essere vicino alla nostra Comunità di Lingua Italiana e come dice Papa Francesco stiamo cercando di mettere in moto la ‘creatività del cuore’”, spiega ancora il sacerdote di origine calabrese. Attraverso la pagina di Facebook della Mci vengono inviate in streaming tutte le celebrazioni eucaristiche mentre i collaboratori della Mci insieme al missionario stanno raggiungendo telefonicamente a casa molti dei parrocchiani soprattutto quelli che non dispongono di cellulari e non possono uscire di casa perché anziani, malati o con patologie a rischio.

Raffaele Iaria

Cei: ringraziamento agli operatori sanitari, alle famiglie, ai sacerdoti, molti dei quali hanno offerto la propria vita, e la vicinanza agli anziani e ai poveri

17 Aprile 2020 - Roma - Una lettura spirituale e biblica dell’emergenza in atto e delle domande che essa porta con sé, con uno sguardo al post-coronavirus: è stato questo il filo conduttore della sessione primaverile del Consiglio Episcopale Permanente, che si è riunito giovedì 16 aprile, in videoconferenza, sotto la guida del Cardinale Presidente, Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia - Città della Pieve. Nel confronto, i Vescovi si sono soffermati sulla situazione attuale, segnata dalla sofferenza e dal lutto, ma anche da opportunità e Grazia. Un “kairos”, l’hanno definito, che traccia una cesura rispetto al passato e lascia un’eredità preziosa, a livello sociale ed ecclesiale, dalla quale ripartire con fiducia e speranza, facendo tesoro di tutte quelle esperienze di solidarietà, attenzione agli ultimi e alle persone in difficoltà sgorgate dalla fantasia della carità delle nostre comunità. Di qui il ringraziamento agli operatori sanitari, alle famiglie, ai sacerdoti, molti dei quali hanno offerto la propria vita, e la vicinanza agli anziani e ai poveri. Vicinanza che ha assunto il volto concreto della carità con la disponibilità delle strutture ecclesiali per la Protezione Civile, i medici e le persone in quarantena e con gli aiuti destinati dall’otto per mille, in modo particolare con quello straordinario di 200 milioni di euro, cui si aggiungono i 22,5 milioni di euro stanziati in queste settimane. Nel corso del dibattito, è stato sottolineato come l’esperienza di fede, in questo periodo, sia stata una forza morale che ha permesso di affrontare con nuovo slancio una stagione impensabile ed impensata. La Chiesa è sempre stata presente e continua ad esserlo, anche nell’interlocuzione con le Istituzioni governative per definire un percorso meno condizionato all’accesso e alle celebrazioni liturgiche per i fedeli in vista della nuova fase che si aprirà dopo il 3 maggio. Durante i lavori, sono state fornite indicazioni circa la celebrazione della Messa Crismale e la ripartizione e l’assegnazione della somma destinata all’otto per mille. È stato approvato l’aggiornamento della modulistica per le convenzioni per i sacerdoti “fidei donum” e sono state prese alcune decisioni riguardanti l’Assemblea Generale (rinviata a novembre) e le Commissioni Episcopali. I Vescovi, infine, hanno provveduto ad alcune nomine.

Commissione Ue: riviste procedure per asilo, rimpatrio e reinsediamento migranti

17 Aprile 2020 - Bruxelles - Anche le norme dell’Ue in materia di asilo, le procedure di rimpatrio e il reinsediamento sono state ricalibrate dalla Commissione che oggi ha adottato degli “orientamenti” alla luce delle mutate condizioni legate alla pandemia di coronavirus. Il vicepresidente per la promozione del nostro stile di vita europeo, Margaritis Schinas, ha affermato che le indicazioni sono un supporto agli Stati membri per “utilizzare la flessibilità delle norme dell’Ue, al fine di garantire il più possibile la continuità delle procedure e nel contempo la protezione della salute e dei diritti delle persone”. Se è cambiato “drasticamente il nostro modo di vivere nelle ultime settimane, non lo devono fare i nostri valori e principi”. Gli orientamenti sono stati preparati con il sostegno dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (Easo) e dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) e in collaborazione con le autorità nazionali. Nella video-conferenza settimanale dei ministri degli Affari interni che si è svolta oggi, si è discusso anche degli ultimi aggiornamenti in materia di migrazione e gestione delle frontiere nel contesto dell’epidemia di coronavirus.

Giovani italiani all’estero: domenica videomessaggi ad un anno dall’incontri di Palermo

17 Aprile 2020 - Roma - Ad un anno esatto dal Seminario di Palermo, che ha riunito 115 ragazzi italiani provenienti da tutto il mondo per una tre giorni di confronto e progettualità, l’elenco delle opportunità nate da questa iniziativa voluta dal Cgie continua a crescere. Associazioni di giovani italiani sono nate ufficialmente in Belgio, Svizzera, in Australia e altre ne nasceranno nei prossimi mesi. La pagina Instagram @giovanitalianinelmondo continua a fare emergere le storie dei tanti giovani italiani che vivono e lavorano all’estero. Dall’ecoprogetto “Piantala!” alle più recenti raccolte di fondi e di competenze che dalla Francia a Bruxelles a New York hanno visto coinvolti i delegati nell’emergenza Covid, la prospettiva di una rete globale di giovani assume oggi un’importanza strategica ancora più essenziale per il nostro Paese. Prova ne è anche l’adesione di svariati delegati alla campagna #standuptogether, ideata da Your Italian Hub di Letizia Airos con Pasquale Diaferia, che li vede al fianco di personalità come John Turturro o Dacia Maraini, per lanciare un messaggio di speranza e di futuro.  Le collaborazioni intavolate con l’Espresso, Radio3, Rai Italia, testimoniano "un’attenzione che finalmente, oltre la retorica, si apre a possibilità concrete". Il collegamento ancora attuale con le Istituzioni siciliane è la prova che eventi come questi, se ben collegati al sistema istituzionale, portano frutti duraturi (come per esempio il protocollo d’intesa tra il CGIE e l’ERSU). E’ con questo spirito dinamico e concreto che “ci apprestiamo a celebrare questo primo anno”, evidenzia una nota. Sulla pagina www.facebook.com/seminario.palermo si susseguiranno videomessaggi dei ragazzi e delle persone che li hanno sostenuti (dal Segretario Generale Michele Schiavone al Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, da Luigi Maria Vignali ai consiglieri della Commissione VII del CGIE, presieduta da Maria Chiara Prodi).   Il gran finale è previsto su questa stessa pagina Facebook domenica alle ore 21, con la diffusione del documentario realizzato da Pierfrancesco Lidonni e Danny Biancardi durante quei tre giorni che hanno dato la parola sia alla nuova emigrazione, sia a esponenti delle seconde, terze e quarte generazioni.   Punto di forza del Seminario, infatti, è stato saldare le comunità dell’emigrazione tradizionale con la nuova emigrazione, rinnovando il ruolo delle rappresentanze istituzionali che, soprattutto in questi frangenti di emergenza, hanno potuto così intercettare le opportunità (di competenze, di capacità, economiche) realmente in campo.   A fronte del rinvio della Conferenza Stato Regioni Province Autonome CGIE e delle elezioni dei Comites e del CGIE, eventi nei quali la rete si era già impegnata attivamente, un questionario approfondito è stato lanciato per affrontare insieme nuovi obiettivi per gli anni a venire, a partire da una piattaforma che possa essere punto di riferimento per le informazioni ufficiali e per gli spunti utili per chi vuole restare legato al nostro paese mettendo a frutto anche le nuove radici nel paese di residenza.   La prospettiva dei delegati, ma chiaramente anche di chi li accompagna in questo percorso, è quella di “non lasciare cadere la preziosa eredità dell’emigrazione storica, ma di interpretare la missione di impegno e di servizio della nuova generazione: sappiamo che ce ne sarà bisogno per lo sviluppo culturale, economico e sociale del nostro Paese e del suo protagonismo nel mondo. E rispondiamo ‘presente’”.   Il cammino della rete dei giovani, che dall’aprile del 2019 si ritrova almeno una volta al mese per videoconferenza, proseguirà quindi con coraggio, facendo fronte a tutti gli imprevisti che la Storia ci sta mettendo di fronte, con l’energia, l’entusiasmo e la nuova idea di Italia che le nuove generazioni portano in dote.

Papa Francesco: le donne in gravidanza “abbiano coraggio e fiducia”

17 Aprile 2020 - Città del Vaticano - Papa Francesco prega per le donne che attendono un figlio e sono preoccupate. “Vorrei – ha detto introducendo la liturgia eucaristica questa mattina a Casa Santa Marta - che oggi pregassimo per le donne che sono in attesa, le donne incinte che diventeranno mamme e sono inquiete, si preoccupano. Una domanda: ‘In quale mondo vivrà mio figlio?. Preghiamo per loro, perché il Signore dia loro il coraggio di portare avanti questi figli con la fiducia che sarà certamente un mondo diverso, ma sempre sarà un mondo che il Signore amerà tanto”. Nell’omelia ha poi evidenziato  che la situazione che viviamo oggi è una “situazione di emergenza” ma “l’ideale della Chiesa è con il popolo e i sacramenti”, ed è lì che si deve tornare. E commentando la pesca miracolosa avvenuta dopo la resurrezione di Gesù il papa parla di una scena “che si svolge con naturalezza, perché i discepoli erano cresciuti nella familiarità con Gesù”. La familiarità degli apostoli con il Signore “era cresciuta. Anche noi cristiani, nel nostro cammino di vita – ha quindi aggiunto il Papa - siamo in questo stato di camminare, di progredire nella familiarità con il Signore”. Quella del cristiano è una “familiarità quotidiana con il Signore”, ha detto il Papa sottolineando che la familiarità con il Signore, dei cristiani, è “sempre comunitaria. Sì, è intima, è personale ma in comunità. Una familiarità senza comunità, una familiarità senza il pane, una familiarità senza la Chiesa, senza il popolo, senza i sacramenti è pericolosa. Può diventare una familiarità – diciamo – gnostica, una familiarità per me soltanto, staccata dal popolo di Dio”. In questa pandemia, ha detto Papa Francesco, si comunica attraverso i media, ma non si sta insieme, come accade ogni mattina anche per la messa del Papa dove a ricevere la comunione sono solo i pochissimi partecipanti. Mentre il “popolo di Dio” fa la comunione spirituale. “Dobbiamo uscire dal tunnel per tornare insieme. Che il Signore ci insegni questa familiarità con i sacramenti e col santo popolo di Dio”.

R.Iaria

 

Vangelo Migrante: II domenica di Pasqua In Albis e della Divina Misericordia (Vangelo Gv 20, 19-31)

16 Aprile 2020 - Siamo alla domenica detta in Albis e della Divina Misericordia. Il suo nome originale deriva dal rito festoso della deposizione delle vesti bianche (le albe, appunto) di coloro che sono stati battezzati la notte di Pasqua: tolta quella, indossano l’abito della quotidiana testimonianza da rendere a Cristo, il risorto. Il Santo Giovanni Paolo II, aggiunse il titolo della Divina Misericordia, per celebrare solennemente il dono dell’amore di Dio ricevuto, da custodire e per cui gioire. Una festa nella festa: la vita di Dio ricevuta in dono nel battesimo è l’amore incondizionato di Dio donato a noi nella Resurrezione di Gesù, il centro, il perno, l’origine della nostra fede. Quest’anno non abbiamo celebrato i battesimi ma il senso e il significato della festa rimane. Un dono vivo nella Chiesa Il Vangelo di questa domenica ci dice dove vive questo dono: nella Chiesa. La comunità crede-celebra-vive del risorto mentre è radunata attorno agli Apostoli. In questo tempo ci mancano i Cenacoli ma non siamo decentrati dalla Chiesa. Anche questa condizione dislocata nelle nostre case, chiese domestiche, noi la stiamo vivendo come Chiesa. Le nostre attenzioni, in genere, vanno tutte sulla storia di Tommaso e sulla sua incredulità; il Vangelo, invece, indugia proprio su questo aspetto: quando racconta cosa accade la sera dello stesso giorno e otto giorni dopo, sottolinea che l’incontro con Gesù avviene nella Chiesa e il succitato apostolo la prima volta è assente, la seconda è presente. È là che il Signore dà il suo appuntamento a tutti. Sia chiaro: Dio può decidere di incontrare ogni uomo dove e quando vuole; ma è pur vero che ogni incontro si conclude sempre in un Cenacolo (con gli apostoli dopo la Resurrezione, ma anche con san Paolo dopo la caduta da cavallo: nel cenacolo di Damasco, presso Anania). Prima ancora della sua titubanza, Tommaso è vittima di una mancanza oggettiva: l’assenza dal Cenacolo. Una sola Mensa In queste ore lo diciamo con una grande nostalgia nel cuore, il senso dell’Eucarestia, dell’invito di ogni uomo attorno alla Mensa del Signore, è proprio in questo incontro con Lui. Tutt’altro che scontato, anche nella pastorale della mobilità umana: Dio è uno per tutti, ma non sempre è una la mensa dove lo si incontra! A volte, nelle nostre comunità, le dovute attenzioni pastorali alle diversità, rischiano di creare veri e propri parallelismi; tuttavia, è altrettanto vero che, assieme al rischio, c’è anche la grande opportunità di essere autenticamente comunità di Gesù, accogliente e inclusiva. Per tutti. Ricevete lo Spirito Santo Dinanzi a questi limiti Gesù sa che per il fatto che siamo umani, siamo portati a dividerci, a risentirci e a dimenticarci di Lui. È per questo che fra Lui e i discepoli (noi) piazza lo Spirito Santo: “alitò su di loro …” La fede è un dono. Un dono di misericordia. Dio lo fa a tutti. Per averla, assieme al Suo soffio, occorre anche inchinarsi, come Giovanni, alla porta del Sepolcro, e accoglierla con la presenza nel Cenacolo. Con la fede non si anestetizzano le diversità ma queste assumono un senso. Non girano a vuoto ma sono intercettate da Dio che si fa trovare (e va a trovare) da chiunque lo cerca con cuore sincero!

p. Gaetano Saracino

 

Sr. Bipendu: il medico con il velo diventa un medico che deve testimoniare

16 Aprile 2020 - Roma - “Gesù è venuto nel mondo per salvare tutti noi, però per avere la salvezza ha sofferto molto. E poi è risolto e della sua resurrezione siamo salvi tutti”. Con queste parole piene di speranza suor Angel Bipendu, ha voluto chiudere l’intervista che verrà pubblicata su MigrantiPress di maggio. In questi giorni abbiamo già parlato di lei su www.migrantesonline.it per lo spiacevole episodio di cui la suora-medico congolese è stata ‘vittima’. Uno scherzo telefonico da parte di un collega, forse, che fingendosi papa Francesco ha voluto parlare con la religiosa per congratularsi del lavoro che sta svolgendo assieme ai suoi colleghi nel territorio bergamasco, uno tra i più colpiti dall’epidemia di Covid 19. Suor Angel fa parte delle equipe speciali denominate USCA che la Azienda della Tutela della Salute della provincia di Bergamo ha costituito attraverso la disponibilità dei medici e del personale sanitario per assistere i malati da Covid 19 a domicilio per dare un po’ di respiro agli ospedali e per evitare ulteriori contagi. La religiosa da due anni è medico del presidio di Guardia medica a Villa d’Almé e non ha esitato a dare la sua adesione quando le è stata fatta richiesta. La religiosa è abituata a stare in prima linea: nel 2016, un anno dopo che si era laureata in medicina e chirurgia a Palermo, è stata una volontaria del CISOM Corpo di Soccorso dell’Ordine di Malta, imbarcata per due anni sulle navi della Guardia Costiera nel Mediterraneo nel soccorso degli immigrati. E prima ancora era stata in Tanzania. Afferma: “il medico con il velo diventa un medico che deve testimoniare Cristo come persona con l’abito che indosso, e poi testimoniare Cristo con quello che faccio”.

Nicoletta Di Benedetto

   

Viminale: 3.238 le persone migranti arrivate sulle coste italiane

16 Aprile 2020 - Roma - 3.238: questo il numero delle persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Il dato è aggiornato a questa mattina ed è stato diffuso dal ministero degli Interni. Degli oltre 3.200 migranti sbarcati in Italia nel 2020, 494 sono di nazionalità bengalese (15%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Sudan (356, 11%), Costa d’Avorio (347, 11%), Algeria (319, 10%), Marocco (237, 7%), Somalia (208, 6%), Tunisia (178, 6%), Mali (151, 5%), Guinea (145, 4%), Nigeria (75, 2%) a cui si aggiungono 728 persone (23%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. I minori stranieri non accompagnati sono 539

Don De Robertis: non lasciare indietro nessuno

16 Aprile 2020 - Roma - Il vero problema è non lasciare nessuno indietro. Anche a seguito dei decreti sicurezza abbiamo circa 600mila cittadini stranieri non regolarmente soggiornanti destinati allo sfruttamento, al lavoro nero e alla precarietà. Regolarizzare significa fare giustizia anche verso le aziende oneste che soffrono la concorrenza iniqua di chi impiega il lavoro nero. Si tratta di un provvedimento urgente e utile per tutti, tranne che per le mafie sfruttatrici”. E’ quanto dice oggi il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis in una dichiarazione su “Avvenire” parlando della proposta di regolarizzazione di immigrati irregolari. Se per i lavoratori dei campi si sono mosse organizzazioni di categoria come Coldiretti, per la quale senza gli stagionali dai Paesi comunitari impossibilitati a venire in Italia a causa del coronavirus, si rischia nelle prossime settimane di mettere a rischio il 25% dei raccolti, il responsabile dell’organismo della Cei ricorda le care givers nelle case degli italiani. “Penso – dice - al lavoro domestico, nel quale si stima ci siano circa 200mila non comunitari senza permesso colf, badanti e baby sitter. Molte di loro non stanno lavorando, non hanno soldi per l’affitto e rischiano di finire per strada. Non possiamo mantenere esseri umani nell’invisibilità, come dice il Papa siamo tutti sulla stessa barca”.               Occorre regolariz

Don Maffeis: in questo tempo sofferente c’è bisogno di operatori di pace

16 Aprile 2020 - Roma - “Se è vero che la vita e la morte abitano la nostra esperienza quotidiana, la Pasqua non smette di ricordare al nostro cuore stanco e forse anche un po’ sfiduciato che a vincere è comunque la vita”. Lo sottolinea, in un video pubblicato dai media Cei, don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della Cei, per il quale “in alcuni momenti è normale chiedersi dove siano questi segni che possano testimoniare che la risurrezione ha davvero fatto irruzione in questo mondo ferito e sofferente, a volte in balia di logiche meschine, egoistiche e di corto respiro”. A questa domanda, spiega don Maffeis, ha dato una risposta Papa Francesco che nell’udienza del mercoledì ha chiamato “beati”, cioè felici, gli operatori di pace. “L’esperienza insegna che quando siamo troppo preoccupati di noi stessi, quando cerchiamo di tutelare e raggiungere un benessere personale rischiamo di farlo a scapito delle relazioni con gli altri e dell’interesse del contesto in cui viviamo”, osserva il sottosegretario della Cei evidenziando invece che “la pace che nasce dalla Pasqua rinnova l’essere e l’agire, ci rende capaci di piccoli segni concreti di riconciliazione, di accoglienza, di disponibilità, di giustizia”. “È quella pace che sa riportare un soffio di speranza anche in questo tempo sofferente e pesante come il nostro”, rileva don Maffeis che invita a diventare “operatori di pace perché la pace possa abitare le nostre case, raggiungere il cuore e la vita di quanti si sentono abbandonati e di coloro che sono più esposti alla sofferenza”.