Primo Piano

Pentecoste africana

19 Giugno 2020 - La processione di entrata nella cattedrale di Nampula (Mozambico) è una lenta e solenne immersione in un’enorme folla nera. Questa riempie tutta la vasta e bianchissima cattedrale di stile coloniale. Volti neri, allineati, fittissimi, con gente in piedi alle tre porte di entrata. Cantano tutti in portoghese, ma il loro volto è di un bel colore ebano-scuro, africano. Con in più i tamburi che colorano ancor meglio l’atmosfera di qui... Si avanza con la processione tra due lunghissime ali di confirmandi che oggi sono quasi duecento. Danzano, pur restando fermi. Ancheggiano ritmicamente, con quella stupenda eleganza che ti fa avanzare come in un viale di giovani piante, belle e ondeggianti. “La messa da noi è sempre una festa!” mi ricordava in sacrestia un prete africano. Verissimo. Arrivati all’altare, trecento occhietti su sfondo scuro ci attendevano, puntati verso l’assemblea. Tutti i bambini sono ammucchiati, assiepati nello spazio absidale. Attentissimi. Terminato il canto, le prime parole dell’arcivescovo monsignor Tomé cadono sulla folla come le prime, attese gocce di un acquazzone africano. Parole benefiche. “In queste due-tre ore insieme, non tanto di folclore, ma di intimità con Dio, vogliamo pregare per questi giovani cresimandi. E portiamo nella nostra preghiera anche le migliaia di rifugiati nella nostra diocesi e i migranti del Mozambico”. La folla assorta in questa domenica di Pentecoste, festa delle lingue e delle culture, assorbe le sue parole come una spugna. Mentre mi dico, tra me e me: “Qui siamo veramente in Africa, il tempo non si conta mai...” E così comincia il canto: i tamburi, le voci, le mani, il loro ritmo con due colpi e due pause, un lunghisssimo grido corale al suo acme, al punto più alto... si spengono, infine, d’incanto. E si piomba subito in un silenzio perfetto, immobile. La miriade di volti neri ti fissa dall’assemblea con gli occhi ben aperti. Lunghi momenti di attesa... e una vera emozione mi prende. Poi, la parola esce dalla bocca del lettore. Viene offerta con gesto lento, come gustandola prima, ruotandola nel palato, assaporandola. Parola calma, sonora e solenne. Vedi subito dagli occhi e dal silenzio come ognuno la riceve: la attende, la gusta, gli risuona nelle tempie, gli fa brillare lo sguardo, scende nell’anima, in profondità. Comprendi, allora, concretamente che cosa vuol dire una “civiltà della palabra"  come questa africana. La parola qui è sacra. È sintesi di cuore, di corpo e di mente. E ancor più dell’amore di Dio, fattosi Parola lui stesso. Essa si posa nella vita di ognuno subito dopo l’ascolto e la penetra per darne forza, bellezza e coraggio. E corro con il pensiero alle nostre liturgie: letture non proclamate, ma lette semplicemente, spesso in fretta, come una vecchia poesia a scuola. Senza a volte neanche averle precedentemente assaporate, comprese o interiorizzate... Le parole scorrono veloci e il lettore, pure, che sparisce subito dopo con movimento rapido. A qualche chilometro di distanza dalla nostra splendida cattedrale, nella povertà estrema di un campo di quasi 5.000 rifugiati, padre Rodenei, missionario scalabriniano, celebra la Parola di Dio con loro. È un missionario brasiliano di fronte a un’assemblea di congolesi, di burundesi, di ruandesi... rifugiati in un Paese straniero. Egli anima così la speranza e l’esistenza di uomini e di donne, che vivono ormai solo di esilio e di Dio. Anche il popolo ebreo, per lunghissimo tempo, si nutriva così. Oggi, per questi immigrati la parola del Signore diventa fuoco. Si fa spirito di fortezza e di resistenza nelle loro esistenze fragili e tormentate. Spirito di coraggio e perfino di amore, nonostante tutto. Sì, spirito di Dio. Per loro, oggi, è veramente Pentecoste.
 
p. Renato Zilio

Ecologia integrale: documento interdicasteriale Santa Sede, serve una nuova “cittadinanza ecologica”

18 Giugno 2020 - Roma - “Ribadire la centralità della dimensione dell’ecologia integrale nella vita di tutti noi e aiutare a trovare modalità concrete per viverla e declinarla a partire dalla propria sensibilità, ma soprattutto a partire dalle esigenze della cura della nostra casa comune e di coloro che la abitano, specialmente se si trovano nelle situazioni più disagiate e vulnerabili”. Questo l’obiettivo del documento dal titolo “In cammino per la cura della casa comune – A cinque anni dalla Laudato si’” – elaborato dal Tavolo Interdicasteriale della Santa Sede sull’ecologia integrale e presentato oggi in sala stampa vaticana. Tra le raccomandazioni anche quella di “adottare programmi di educazione e sensibilizzazione alla preziosità dell’acqua, al fine di incoraggiare la sobrietà nel suo consumo e promuoverne il riuso”. Per la Santa Sede, serve un nuovo concetto di “cittadinanza ecologica” anche per evitare la deforestazione e lo sfruttamento di vaste zone del pianeta, come in Amazzonia, all’origine di molti disastri ambientali. “Ridurre la quantità di acque inquinate e plastica negli oceani, evitando di usare i mari e gli oceani come discarica”, la proposta per tutelare l’ecosistema marino, insieme all’impegno per “debellare la pirateria, la tratta di persone, di droga e altre forme di commercio illegale in mare e nei porti”.

Mons. Russo: “fare emergere tanti ‘nuovi europei’ dalla condizione di invisibili”

18 Giugno 2020 - Roma - “Oggi siamo insieme a numerosi amici e amiche che hanno varcato il Mediterraneo o sono giunti in Europa attraverso vie di terra: molti fra voi hanno dolorosamente perso amici e parenti”. Lo ha detto questa sera il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, nell’omelia della veglia di preghiera “Morire di Speranza” nella Basilica di Santa Maria in Trastevere promossa dalla Fondazione Migrantes, la Caritas Italiana, la Comunità di Sant’Egidio, il Centro Astalli, la Federazione Chiese Evangeliche in Italia, lo Scalabrini Migration International Network, le Acli, l’Associazione Papa Giovanni XXIII, l’Associazione Comboniana Migranti e Profughi. “Sigle – ha detto mons. Russo - che possono apparire distanti a chi non ha familiarità con queste realtà, ma in verità ad ognuna di queste sigle corrispondono persone che si spendono ogni giorno per vivere quella prossimità che diventa un obbligo del cuore quando come cristiani ci rendiamo conto che questa può diventare una risposta importante alla chiamata che il Signore fa agli uomini e alle donne del nostro tempo. Questa assemblea liturgica si allarga ai tanti che sono collegati e alle altre veglie che hanno luogo a Roma, in Italia e nel mondo”. Il presule ha invitato a riascoltare le parole di papa Francesco sul sagrato deserto di Piazza S. Pietro nel periodo pasquale: parole “rimaste impresse in modo indelebile nel nostro cuore ed hanno raggiunto i confini della terra caratterizzando particolarmente questo nostro tempo che oserei dire ‘fuori del tempo’. Riascoltiamo le sue parole, portando nel cuore non solo le attese personali, ma facendo nostre quelle dei profughi, dei rifugiati, dei migranti che, lungo quest’anno e ancor più nel tempo eccezionale della pandemia, muoiono e vivono nella disperata ricerca della salvezza”. “I venti contrari sono certo forti e chi più ne soffre sono i poveri: nel tempo della pandemia, come non pensare a chi è costretto nei campi profughi sovraffollati, a chi non vede alcuna via di uscita? In Africa, in Asia - pensiamo ai Rohingya -, nel campo di Moira a Lesbo, già Europa, o chi si accalca alle sue frontiere. Lontano da noi, a Tapachula, di fronte al confine con il Messico. O ai siriani, nei campi libanesi”, ha detto il segretario generale della Cei: “luoghi di dolore, dove, più di prima, mancano cibo, vestiti, tende, cure sanitarie. Il lockdown inasprisce condizioni già invivibili, con uomini, donne e bambini impossibilitati al distanziamento fisico e senza accesso all’acqua per lavarsi, con il terrore di essere sterminati dal coronavirus. Quante preghiere salgono dai 50 milioni di sfollati interni che popolano i diversi continenti? Quante dai profughi detenuti in Libia, sottoposti a ogni genere di abusi, e da quelli che fuggendo vengono nuovamente respinti?”. “Di questo tutti abbiamo responsabilità, nessuno può sentirsi dispensato”, ha ricordato papa Francesco, domenica scorsa parlando della situazione in Libia al termine della preghiera dell'Angelus. “Se siamo qui è perché non solo non ci sentiamo dispensati, ma perché sappiamo che Gesù non è mai indifferente, anzi: salì sulla barca dei suoi amici e la sua presenza calmò le acque”, ha quindi aggiunto mons. Russo: “è quindi la sua presenza a donarci nuovamente l’audacia e la forza: della preghiera e del gesto. E non dimentichiamo, in questo tempo dopo la Pentecoste, che, non il vento del Mar di Galilea, ma il vento dello Spirito spinse i discepoli frastornati incontro ai popoli allora conosciuti, parlando una lingua nuova che tutti potevano intendere. La lingua dell’amore, che particolarmente nel tempo della pandemia ha visto molti soccorrere i più soli e i più esposti. Fra essi abbiamo presenti i volti di tanti e tante badanti, delle colf, di immigrate e rifugiate che si sono prese cura degli anziani impedendo che fossero abbandonati alla solitudine e preda del contagio negli Istituti. Sono stati tanti quelli che hanno avuto compassione e hanno portato il loro contributo per sfamare chi era senza casa”. Prima della preghiera il saluto del vescovo ausiliare di Roma, mons. Daniele Libanori e poi il ricordo di alcuni fra i nomi di coloro che sono morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. Sono, secondo alcuni dati, 40.900 persone morte, dal 1990 a oggi, nel mare Mediterraneo o nelle altre rotte dell’immigrazione verso l’Europa. Un conteggio drammatico, che si è ulteriormente aggravato nei primi mesi del 2020, quando, nonostante la situazione di emergenza causata dal Covid-19 sono state 528 - per metà donne e bambini - le persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il nostro continente, soprattutto dalla Libia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale. “È una tragedia dell’umanità di cui occorre fare memoria” sottolineano i promotori della veglia. “Ciascuno di loro è prezioso agli occhi di Dio, e lui, che non dimentica nessuno, aiuti noi, le nostre comunità di fede, il nostro Paese, la speranza di chi cerca un approdo di bene, di vita, di pace”, ha concluso mons. Russo che ha anche speso una parla sull’“occasione propizia che ci è data di fare emergere tanti stranieri, ‘nuovi europei’ dalla condizione di invisibili, valorizzando il loro lavoro e la loro presenza, preziosa per l’Italia e per loro stessi”. Alla veglia hanno partecipato anche il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi, il direttore generale della Fondazione Migrantes don Gianni De Robertis e quello della Migrantes di Roma il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e il presidente del Centro Astalli, p. Camillo Ripamonti  e per gli scalabriniani,  p.  Gabriele Beltrami.

Raffaele Iaria

Vangelo Migrante: XII domenica del Tempo Ordinario (Mt 10,26-33)

18 Giugno 2020 - Mentre inizia i suoi apostoli al loro ministero di liberazione, di guarigione e di chiarificazione mediante la parola, Gesù parla direttamente anche al cuore dei nostri turbamenti e dice per tre volte: ‘non abbiate paura’. La Parola di Dio ci chiede di camminare attraverso la storia consapevoli che non accade nulla senza che Dio non ne sia coinvolto: nessuno cadrà fuori dalle mani di Dio, lontano dalla Sua presenza. Dio sarà lì. Questo non ci mette al riparo dal male. Troppe cose accadono nel mondo contro il volere di Dio: ogni odio, ogni guerra, ogni violenza accade contro il Suo volere; e tuttavia nulla avviene senza che Lui ne sia coinvolto: nessuno muore senza che Lui non ne patisca l’agonia, nessuno è rifiutato senza che non lo sia anche Lui, nessuno è crocifisso senza che non lo sia ancora Suo Figlio. Non vi è nulla di autenticamente umano che non trovi eco nel cuore di Dio. ‘Non abbiate paura … voi valete!’ Valete di più di molti passeri, di più di tutti i fiori del campo, persino di più di quanto osate sperare. E se una vita dovesse valere ‘poco’, stando ai calcoli di certi criteri mondani, niente comunque vale quanto una vita!

p. Gaetano Saracino

 

Migrantes Vicenza: iniziative per la Giornata Mondiale del Rifugiato

18 Giugno 2020 - Vicenza - In occasione della Giornata mondiale del rifugiato 2020, a Vicenza due eventi specifici sul tema per ricordare coloro che hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa e per continuare a “confrontarci e ad approfondire le situazioni legate ai flussi migratori” promossi da diverse associazioni e movimenti. Tra queste l’Ufficio Migrantes della diocesi. Nel pomeriggio di sabato 20 giugno video-presentazione del libro “Strade rotte. Settemila chilometri in ciabatte dall’Africa occidentale all’Italia”, edito da Infinito. A dialogare sul libro saranno l’autrice vicentina Cristiana Venturi e Igor Brunello. Il volume percorre, rielaborandole narrativamente, le tappe reali di viaggio di due ragazzi sedicenni partiti dal Gambia e giunti in Italia quasi due anni dopo. Gli incontri, i drammi, il valore della parola “abarakà - grazie”, le violenze subite e l’intensità di un sogno, la forza dell’ospitalità”. Mercoledì 24 giugno  la veglia ecumenica di preghiera "Morire di speranza”, in una formula nuova nel rispetto delle disposizioni sanitarie legate alla pandemia. Si intitola “Ricorda, accendi, prega”, e seguendo questi verbi ciascuno avrà la possibilità di vivere un momento di preghiera libero e personale, guidato dalla Parola di Dio e da un gesto simbolico. Ciascuno si recherà liberamente nella chiesa di Santa Bertilla (via Ozanam 1, Vicenza) all’orario che preferisce tra le 18.00 e le 20.00, sostando in preghiera per il tempo che desidera. Le iniziative siono promossedall’Ufficio Migranes di Vicenza, Centro Astalli Vicenza, Associazione Presenza Donna, Caritas diocesana vicentina, Chiesa evangelica metodista di Vicenza, ACLI Vicenza, Unità pastorale Porta Ovest in Vicenza, Cooperativa Pari Passo, Non Dalla Guerra, e con la partecipazione di Comunità di Sant'Egidio, La Voce dei Berici, Centro Culturale San Paolo.

Circo Orfei: iniziano gli spettacoli. Il ringraziamento a Migrantes e alle associazioni che li hanno sostenuti in questo tempo di pandemia

18 Giugno 2020 - Caltanissetta – Spettacoli gratuiti per quanti si sono prodigati per aiutare e stare vicino al circo Orfei, fermo a causa delle normative dovute all’epidemia da Covid19 a Caltanissetta: Da stasera inizieranno – fino al 22 giugno - gli spettacoli del circo e coloro che ogni giorno chiedevano ai circensi se avevano bisogno di qualcosa e si prodigavano per aiutarli avranno un posto riservato e gratuito. Tra queste gli operatori Migrantes, Caritas, Protezione Civile, Cri, Coldiretti e tante persone della parrocchia dedicata a San Luca guidati dal parroco, don Alfonso Cammarata, assistente spirituale dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Caltanissetta diretto da Donatella d’Anna. “Finalmente ricominciamo a lavorare. E' stata - dice il responsabile del circo Marcello Marchetti - per tutti noi una esperienza terribile, che fortunatamente è stata attenuata dall'assistenza che ci è stata assicurata da quasi tutti i nisseni e da alcune associazioni”.

R.I.

Scalabriniani: cinque anni della Casa Scalabrini 634

18 Giugno 2020 - Roma - Era il 20 giugno 2015 quando il primo ospite varcava la soglia di Casa Scalabrini 634. “Quel giorno diveniva realtà la risposta concreta e puntuale della Regione Europa-Africa di noi Missionari Scalabriniani all’appello all’accoglienza che papa Francesco aveva rivolto anche a noi durante l’estate del 2013”, ricorda Fratel Gioacchino Campese, direttore generale di Casa Scalabrini 634. “Quella che era stata la casa di formazione dei religiosi studenti scalabriniani si è trasformata in una casa radicata nel territorio dove la cultura dell’incontro diventa realtà, diventa carne, generando relazioni umane tra le persone che siano rifugiati, migranti o italiani. Così si costruisce gradualmente, e con i talenti di tutti, la comunità, seguendo l’itinerario dei quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere, integrare”, aggiunge Fr. Campese. Per questo il prossimo 22 giugno alle 11,30 è previsto un incontro in streaming con p. Fabio Baggio, sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero sullo Sviluppo Umano ed Integrale della Santa Sede, p. Camillo Ripamonti del Centro Astalli e Andrea Zampetti. A loro si uniranno alcune testimonianze di operatori e ospiti della Casa. Altro punto chiave della buona riuscita di Casa Scalabrini 634 – si legge in una - è stato il giovane team che da 5 anni porta avanti con “passione” e “dedizione l’idea iniziale”. “Siamo un gruppo eterogeneo, ma proprio per questo funzioniamo bene”, afferma Emanuele Selleri, direttore esecutivo del programma. “Nel quartiere siamo dei vicini di casa aperti e trasparenti, offrendo a chiunque bussasse alla porta molteplici occasioni di venire e vedere la quotidianità che viviamo dentro le nostre mura. Oggi possiamo dire di essere una parte attiva del quartiere, riconosciuti e stimati per il segno, magari piccolo, che diamo assieme ai nostri ragazzi. Fin dall’inizio siamo stati sorretti dal network solido creato prima di aprire fisicamente le porte della struttura. Abbiamo da subito condiviso l’originalità del programma, perché quello che stavamo iniziando ci sembrava, e ne siamo ancora convinti, la giusta sintesi per colmare la “zona grigia” del sistema di accoglienza in Italia. Da noi nessuno è straniero, o meglio ciascuno di noi è un po’ straniero per qualcun altro e per questo motivo qualsiasi evento o iniziativa si svolga in casa è sempre aperto a tutti”. Nei primi cinque anni Casa Scalabrini 634 ha accolto 160 persone, tra le quali, qualche famiglia con minori, per un tempo variabile dai 6 mesi ad un anno, tempo congruo per consentire alla persona di recuperare la propria autonomia e “riprendere le forze” ed i mezzi necessari per affrontare una nuova vita in Italia. A parte un'occupazione, iniziale o stabile che sia, le giornate di chi vive in Casa Scalabrini 634 sono riempite anche dalla attiva collaborazione nella gestione della casa, come pure dalla presenza di tanti volontari che, con la loro disponibilità, offrono occasioni di formazione o di relazione personale. Tutto questo rende sempre più autentico il senso di “casa” che la struttura porta nel nome. A questi numeri, nel primo quinquennio, si aggiungono le 11.500 persone che hanno partecipato ad eventi di sensibilizzazione e 1.500 per la formazione specifica.    

Unhcr: 79,5 milioni di persone in fuga nel 2019

18 Giugno 2020 - Roma - Alla fine del 2019  risultavano essere in fuga 79,5 milioni di persone nel mondo, “una cifra senza precedenti”. Il dato è stato diffuso dall’ l’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) nel suo rapporto annuale Global Trends, diffuso a pochi giorni dalla Giornata mondiale del rifugiato del 20 giugno. Come dimostra il rapporto, gli esodi forzati oggi riguardano più dell’1 per cento della popolazione mondiale – 1 persona su 97 – mentre continua a diminuire inesorabilmente il numero di coloro che riescono a fare ritorno a casa. Per i rifugiati è infatti “divenuto sempre più difficoltoso porre fine in tempi rapidi alla propria condizione”. Negli anni Novanta, una media di 1,5 milioni di rifugiati riusciva a fare ritorno a casa ogni anno. Negli ultimi dieci anni la media è crollata a circa 385.000, cifra che testimonia come oggi l’aumento del numero di persone costrette alla fuga ecceda largamente quello delle persone che possono usufruire di una soluzione durevole. Dei 79,5 milioni di persone che risultavano essere in fuga alla fine dell’anno scorso, 45,7 milioni erano sfollati all’interno dei propri Paesi. La cifra restante era composta da persone fuggite oltre confine, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo, e 29,6 milioni tra rifugiati (26 milioni) e altre persone costrette alla fuga fuori dai propri Paesi. L’incremento annuale, rispetto ai 70,8 milioni di persone in fuga registrati alla fine del 2018, rappresenta il risultato di due fattori principali: le nuove preoccupanti crisi verificatesi nel 2019, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Sahel, in Yemen e in Siria (13,2 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni, più di un sesto del totale mondiale); e una migliore mappatura della situazione dei venezuelani che si trovano fuori dal proprio Paese, molti non legalmente registrati come rifugiati o richiedenti asilo, ma per i quali sono necessarie forme di protezione. L’Unchr rivolge quindi un appello ai Paesi di tutto il mondo “affinché si impegnino ulteriormente per dare protezione a milioni di rifugiati e altre persone in fuga da conflitti, persecuzioni o violenze che compromettono gravemente l’ordine pubblico”. Due terzi dei 79,5 milioni di persone in fuga nel mondo provengono da cinque Paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar. Il numero  è quasi raddoppiato dal 2010, quando erano 41 milioni. I minori in fuga sono stimati intorno ai 30-34 milioni, decine di migliaia dei quali non accompagnati. Il 4% sono di età pari o superiore ai 60 anni, si legge ancora nei dati dell’Unhcr ricordando che almeno 100 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case negli ultimi dieci anni, in cerca di sicurezza all’interno o al di fuori dei propri Paesi. Si tratta di un numero di persone maggiore di quello dell’intera popolazione dell’Egitto, il 14° Paese più popoloso al mondo. L’80% delle persone in fuga nel mondo si trova in Paesi o territori afflitti da insicurezza alimentare e malnutrizione grave, molti dei quali soggetti al rischio di cambiamenti climatici e catastrofi naturali. Oltre i tre quarti dei rifugiati di tutto il mondo (77 %) provengono da scenari di crisi a lungo termine (ad esempio in Afghanistan, ormai entrata nel quinto decennio). Oltre otto rifugiati su 10 (85 %) vivono in Paesi in via di sviluppo, generalmente in un Paese confinante con quello da cui sono fuggiti. Il rapporto Global Trends considera tutte le principali popolazioni di sfollati e rifugiati, compresi i 5,6 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa).  

Sicilia: oggi la presentazione del rapporto sulle migrazioni nella regione

18 Giugno 2020 - Roma - Sarà presentato oggi dalle ore 17:00 alle ore 19:00, il rapporto “Migrazioni in Sicilia 2019”, realizzato dall’Osservatorio Migrazioni, dell’Istituto di Formazione Politica “P. Arrupe” – Centro Studi Sociali. Il rapporto, arrivato alla sua VII edizione, ha l’obiettivo di offrire temi, spunti e dati sulle migrazioni con particolare riferimento al territorio regionale. L’evento di presentazione, organizzato insieme al Centro interdipartimentale di ricerca (CIR) “Migrare” dell’Università degli Studi di Palermo, si svolgerà al seguente indirizzo https://bit.ly/2k19migra e sarà presentato dai referenti delle sezioni del rapporto e discusso dai Coordinatori dei macro-ambiti del CIR Migrare. Alla presentazione interverranno il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Palermo, prof. Fabrizio Micari, la Direttrice dell’Istituto di Formazione Politica “P. Arrupe” – Centro Studi Sociali, dott.ssa Nicoletta Purpura e il Direttore del Centro interdipartimentale di ricerca (CIR) “Migrare”, prof. Francesco Lo Piccolo. Modererà il prof. Fabio Massimo Lo Verde e concluderà il prof. Giusto Picone.

Una verità da accogliere

18 Giugno 2020 - Milano - Di rifugiati si parla sempre meno, in tutto il mondo e anche da noi. Complice il Covid-19 e le politiche che hanno frenato la mobilità umana e ridotto anche gli arrivi in Europa dal mare ai minimi storici. Molti forse pensano che il 'problema' sia stato risolto una volta per tutte. Arriva però la scadenza della giornata mondiale dei rifugiati, il 20 giugno, e l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr/Acnur) puntualmente presenta il suo Rapporto sui rifugiati nel mondo. Scopriamo così una serie di fatti che forse nei Paesi del Nord del mondo una cospicua fetta dell’opinione pubblica vorrebbe rimuovere. La prima scoperta riguarda i numeri complessivi: anche nel 2019 i rifugiati sono aumentati a livello globale, raggiungendo il nuovo record di quasi 80 milioni. Quasi il doppio rispetto a dieci anni fa, quasi nove milioni in più del 2018. Il fatto che la maggioranza di essi siano sfollati interni (quasi 46 milioni), ossia in qualche modo accolti in altre regioni del proprio Paese, non attenua la drammatica evidenza del dato. Anzi, gli sfollati interni sono molte volte meno protetti dei rifugiati internazionali, giacché rimangono in balia di governi che sono causa dello sradicamento di persone e famiglie anziché essere tutelati dalle convenzioni internazionali e dagli organismi preposti, Unhcr/Acnur in testa. La seconda triste scoperta riguarda la difficoltà dei ritorni: la soluzione maggiormente auspicata dai governi di tutto il mondo, ma spesso anche desiderata dagli stessi rifugiati che sperano di tornare a una vita normale. Anche i campi profughi erano sorti sulla base dell’idea di crisi umanitarie temporanee, destinate a risolversi con il ritorno degli sfollati alle proprie case. In effetti negli anni 90 del secolo scorso in media 1,5 milioni di rifugiati riuscivano a rientrare nei luoghi di origine. Negli ultimi dieci anni invece la media è scesa sotto quota 400mila. La maggior parte dei rifugiati vive ormai per molti anni in situazioni di precarietà, di dipendenza da aiuti esterni, di confinamento in spazi angusti e sorvegliati, di incertezza protratta e impossibilità di progettare un futuro. L’ombra lunga dello sradicamento si proietta sulle generazioni successive, condizionando la loro crescita e il loro avvenire. Almeno 30 milioni di rifugiati sono minorenni. Un terzo dato, che non è una scoperta, riporta invece l’attenzione su di noi e sul nostro rapporto con il mondo dolente dei rifugiati. L’85% dei rifugiati internazionali (circa 34 milioni, comprendendo i richiedenti asilo) è accolto in Paesi in via di sviluppo, perlopiù quelli confinanti con i Paesi di origine dei profughi stessi. In otto casi su dieci sono insediati in Paesi afflitti da malnutrizione e insicurezza alimentare. Colpisce il divario tra le rappresentazioni del fenomeno che circolano nel Nord del mondo e la cruda obiettività dei dati statistici. Troppi di noi credono di vivere in una cittadella di precario benessere sottoposta all’assedio di torme di diseredati. Pensano di essere costretti a sforzi di accoglienza insostenibili. Immaginano che il diritto di asilo sia un grimaldello per forzare i cancelli dei nostri piccoli o grandi privilegi. In realtà, invece, i rifugiati anche quando oltrepassano un confine di Stato si fermano quasi tutti subito dopo, a volte nella speranza di riuscire a rientrare in patria, altre volte (e sempre più) perché trattenuti sul posto dalle politiche di contenimento (ovvero di 'esternalizzazione delle frontiere') orchestrate dai governi dei Paesi sviluppati e imposte ai Paesi più deboli. Non solo nel Nord del mondo si lavora per 'confinare' i rifugiati nelle regioni del Sud, ma ci si lamenta di accoglierne troppi e si moltiplicano gli sforzi per riceverne sempre meno. La Giornata mondiale dei rifugiati arriva a ricordarci l’infondatezza di queste rappresentazioni. Possa essere il primo passo di una rinnovata e urgente assunzione di responsabilità. (Maurizio Ambrosini – Avvenire)  

Ass. 21 luglio: 20mila i rom in emergenza abitativa in Italia

17 Giugno 2020 - Roma - Scende a 20.000 il numero di rom in emergenza abitativa in Italia. E’ quanto emerge dal Rapporto annuale dell’associazione “21 luglio” diffuso oggi. L’Italia è l’unico Paese in Europa ad aver creato, organizzato e consolidato negli ultimi 40 anni un sistema abitativo parallelo per comunità considerate di etnia rom che assume forma architettonica in quello che viene denominato impropriamente “campo nomadi” o “campo rom”, scrive l’associazione che fotografa la condizione delle comunità rom presenti negli insediamenti formali e informali, la prassi politica e il rapporto che intercorre tra il “sistema campi” e il resto della società. Il Rapporto ha come titolo “Periferie lontane – Comunità rom negli insediamenti formali e informali in Italia” ed offre uno spaccato della situazione in Italia e nella città di Roma. Dai 28.000 del 2017 ai 25.000 del 2018, sino ad arrivare, nel 2019 a 20.000 i rom che vivono in Italia nelle baraccopoli formali e informali, si legge nel Rapporto: di essi il 63%, pari a 12.700 unità, vivono in 119 baraccopoli istituzionali presenti in 68 Comuni italiani. L’anno precedente gli insediamenti mappati erano stati 127 in 74 Comuni. In tali aree il 47% dei residenti negli insediamenti formali ha la nazionalità italiana; il 42% è originario dell’ex Jugoslavia mentre, per il resto, si tratta di cittadini comunitari. Nel totale il 55% ha meno di 18 anni. Nel corposo Rapporto si legge anche che lo scorso anno 2019 l’Osservatorio dell’Associazione ha registrato un totale di 102 episodi di discorsi d’odio nei confronti dei rom di cui 39 sono stati classificati di gravità media-alta. La media giornaliera che si ricava è di circa 2 episodi a settimana. Rispetto al 2018 il dato complessivo rivela, un decremento del 18%. Tale diminuzione – si legge – “potrebbe derivare dalla maggiore attenzione del discorso politico e mediatico nei confronti dei flussi migratori in entrata. Si segnala inoltre il mutato linguaggio di alcuni attori politici e pubblici nazionali e locali che ormai hanno quasi abbandonato il ricorso a dichiarazioni manifestamente discriminatorio e incitante all’odio prediligendo invece un utilizzo di affermazioni stereotipate, collocandosi così al riparo da eventuali sanzioni”. Alla luce degli “incoraggianti dati emersi sul territorio nazionale”, si legge nel Rapporto, “bisognerà attendere il 2020 per vedere eventualmente il consolidarsi di un trend. Certamente in Italia qualcosa sta cambiando e potremmo trovarci di fronte all’inizio di una nuova stagione. Occorre mantenere alta l’attenzione – raccomanda Associazione 21 luglio – maturare un pensiero diverso, liberare le politiche da prassi etnicizzanti, orientare la bussola in direzione dei diritti umani. In molti casi, come si è potuto osservare su diversi territori, per superare le baraccopoli è sufficiente fare uso di quel buonsenso che ogni amministratore dovrebbe coltivare”- Il Rapporto verrà discusso e presentato oggi pomeriggio in diretta streaming sulla pagina Facebook di Associazione 21 luglio.  

In ognuno la traccia di ognuno: oggi il “colloquio sulle migrazioni” del Centro Astalli

17 Giugno 2020 - Roma – “In ognuno la traccia di ognuno. Con i rifugiati per una nuova cultura dell'accoglienza e della solidarietà”. Questo il tema del colloquio sulle migrazione promosso, oggi pomeriggio, dal Centro Astalli a pochi giorni della Giornata mondiale del Rifugiato. L’incontro in streaming, introdotto dal presidente del Centro Astalli, sarà aperto dal saluto di Luciana Lamorgese, Ministro dell'Interno e di Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. Seguiranno gli interventi del card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e della filosofa Donatella Di Cesare. A moderare il dibattito Bianca Berlinguer. Celebrare la Giornata mondiale del rifugiato 2020 in Italia oggi vuol dire chiedere che “i migranti in Libia e nei campi delle isole greche vengano evacuati immediatamente, che si aprano vie di ingresso legali in Europa, che i Balcani non siano vie di morte e violenze, che tutti gli stati membri dell’Unione europea smettano di commerciare in armi e invece investano in cooperazione allo sviluppo e in tutela dell’ambiente”, sottolinea il Centro Astalli, aggiungendo che occorre “non smettere di chiedere giustizia e camminare al fianco dei rifugiati ogni giorno lasciandosi contagiare dalla loro speranza e dal loro coraggio”.

R.Iaria

Viminale: 5665 i migranti sbarcati finora sulle coste italiane

17 Giugno 2020 -
Roma - Il dato è del ministero degli Interni ed è aggiornato alle 8 di questa mattina.  Degli oltre 5.650 migranti sbarcati in Italia quest'anno 1.050 sono di nazionalità bengalese (18%). Gli altri provengono da Tunisia (892, 16%), Costa d’Avorio (776, 14%), Sudan (456, 8%), Algeria (377, 7%), Marocco (322, 6%), Guinea (233, 4%), Somalia (228, 4%), Mali (167, 3%), Nigeria (123, 2%) a cui si aggiungono 1.031 persone (18%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Fino ad oggi sono stati 948 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare. Il dato, aggiornato al 15 giugno.

Lamorgese: “l’immigrazione è un fenomeno strutturale che va gestito senza alimentare le paure”

17 Giugno 2020 - Milano – “L’immigrazione è un fenomeno strutturale che va gestito senza alimentare le paure. I fenomeni migratori, piuttosto, vanno governati facendo perno sul senso di responsabilità dell’Europa e favorendo, quando ci sono le condizioni, i corridoi umanitari per l’ingresso in sicurezza di chi scappa dalle zone di guerra e dalle dittature”. Lo afferma il ministro dell’interno, Luciana Lamorgese, in un’intervista a tutto campo rilasciata a Famiglia Cristiana, che il settimanale pubblica nel numero in edicola da domani e anticipata oggi. Per Lamorgese l’Europa, con il contributo di alcuni Paesi “più generosi di altri, che hanno dato vita a settembre del 2019 all’accordo di Malta, ha già espresso grande solidarietà nei confronti dell’Italia: e fino a al 20 febbraio, prima che l’emergenza Covid-19 bloccasse i trasferimenti, i numeri dei ricollocamenti ci hanno dato ragione. Anche per questo, ora, c’è la necessità di una nuova strategia migratoria per l’Unione europea, un passo in più che metta a regime un sistema basato su un meccanismo di ricollocazione a carattere obbligatorio dei migranti. Questo punto, insieme alla specificità della gestione delle frontiere marittime, costituisce l’architrave del documento sottoscritto da Italia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta e poi inviato alla Commissione, che sta preparando la sua proposta su una rivisitazione del Trattato di Dublino”. Chi dall’Africa e dall’Asia si mette in marcia per cercare “un futuro migliore, non si lascia – sottolinea il ministro dell’Interno nell’intervista ad Alberto Chiara - scoraggiare da un lungo viaggio anche se questo si rivela costellato di insidie e di pericoli: lo abbiamo visto anche in questi ultimi tre mesi di emergenza Covid-19, in cui i flussi delle due rotte che più interessano l’Italia, quella mediterranea e quella balcanica, non si sono certo esaurite. Per questo a febbraio, ben prima dell’inizio del lockdown dell’8 marzo, il Viminale ha chiesto al ministero della Salute la definizione di un protocollo per il rafforzamento dei controlli sanitari sui migranti che arrivano in Italia via mare e via terra. In seguito abbiamo dovuto disporre l’utilizzo anche di traghetti per la quarantena dei migranti, in modo da non pesare sulle strutture del Servizio sanitario nazionale già sotto pressione a causa del Covid-19. I casi di contagio tra i migranti sono stati, almeno fino a ora, pochissimi, nell’ordine delle unità”. E parlando del decreto per l’emersione del lavoro nero sottolinea che i primi dati che arrivano “ci indicano una consistente linea di tendenza crescente ed evidenziano picchi di circa 2.500 domande registrate ogni giorno, con un peso maggiore del lavoro domestico e dell’assistenza alla persona”. E rispondendo ad una domanda sul fatto che la regolarizzazione è stata limitata all’agricoltura e al lavoro domestico “ricordiamoci – ha detto Lamorgese - che un provvedimento di emersione non veniva fatto dal 2012 e quindi io rimango dell’idea di vedere in positivo anche un passo che altri giudicano parziale. Tutto è migliorabile, ma è un fatto importante che il Governo sia riuscito a trovare un accordo su un tema molto sensibile per la maggioranza”.

R.Iaria

Matera: oggi il “Rosario per l’Italia” con mons. Caiazzo

17 Giugno 2020 - Roma - Si rinnova questa sera l’appuntamento con la preghiera del Rosario per l'Italia promossa dai media Cei. Avvenire,Tv2000, InBlu Radio, Sir, Federazione dei settimanali cattolici e Corallo, d’intesa con la Segreteria generale della Cei, invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi alle 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da Tv2000 (canale 28 e 157 Sky), InBlu Radio e sulla pagina Facebook ufficiale della Cei. La preghiera sarà guidata dall'arcivescovo di Matera-Irsina Antonio Giuseppe Caiazzo e avrà luogo nella Cattedrale di Maria Santissima della Bruna e Sant'Eustachio a Matera.

Famiglia Vincenziana: non rimanere impassibili di fronte alla discriminazione

17 Giugno 2020 - Roma – “Come Famiglia Vincenziana non vogliamo né dobbiamo rimanere impassibili di fronte alla discriminazione che milioni di persone subiscono oggi a causa del colore della pelle, dell’origine, del sesso, dell’orientamento sessuale, delle convinzioni o della cultura”. Lo afferma, in una nota, la Famiglia Vincenziana sul tema della discriminazione razziale dopo le proteste dilagate in tutto il mondo in seguito agli ultimi arresti violenti effettuati dalla polizia negli Usa, ai danni di persone di colore. La famiglia Vincenziana composto da oltre 4 milioni di fedeli e più di 160 istituzioni ecclesiali evidenziano che il razzismo rappresenta “un cancro che corrode la nostra società ed è presente in ogni Paese del mondo e in ogni società. Non è solo un’enorme offesa rivolta a una persona, ma è anche un insulto all’umanità e alla dignità di ogni essere umano, e un peccato gravissimo”. Il presupposto è la fede in Dio, “che ci ha creati tutti uguali e suoi figli”. Proprio per questo, il razzismo “è l’esatto opposto della fede in Dio che ci ha dato la vita. Come cristiani, seguiamo le orme di Gesù Cristo che non ha mai fatto distinzioni tra le persone e ha trattato tutti con dignità e rispetto”. I Vincenziani assicurano la continuità nell’impegno “al fianco dei più dimenticati della nostra società e, tra di loro, soprattutto di coloro che subiscono qualsiasi tipo di discriminazione”, e ricordano l’insegnamento del fondatore, san Vincenzo de’ Paoli, secondo cui dobbiamo amare il prossimo semplicemente perché il nostro prossimo è “l’immagine di Dio e l’oggetto del suo amore”. Di qui l’impegno a “servire gli esclusi, i bisognosi, i senzatetto, tutti coloro che per qualsiasi motivo subiscono un trattamento discriminatorio. Ci impegniamo – scrivono - a rafforzare le nostre azioni e ad adottare misure affinché nessuno debba subire molestie o morire a causa della discriminazione. Ci impegniamo ad alzare la voce là dove siamo presenti per denunciare queste ingiustizie”. E poi l’impegno “a dare voce a coloro che sono esclusi e discriminati, affinché possano essere protagonisti della propria storia”. Il razzismo “non può manifestarsi nella nostra società, né in alcuna istituzione pubblica o privata – sottolinea la Famiglia Vincenziana - e deve essere combattuto con forza. Il male che provoca non solo colpisce la persona che viene maltrattata e persino uccisa ma corrompe e distrugge il tessuto sociale e disumanizza le relazioni, generando odio irrazionale”. Da qui l’appello ad “adottare misure concrete per garantire che non si ripetano casi di segregazione, razzismo, trattamento differenziato e violenza contro qualsiasi persona, dovuti a qualsiasi tipo di discriminazione. La vita umana è importante – è la conclusione -, indipendentemente dal colore della pelle, del sesso, dall’orientamento sessuale, dalle convinzioni o dalla cultura”.

“Morire di Speranza”: domani veglia di preghiera con mons. Russo

17 Giugno 2020 -

Roma - In occasione della Giornata mondiale del rifugiato del prossimo 20 giugno, domani sera, 18 giugno, presso la Basilica di Santa Maria in Trastevere la veglia di preghiera  “Morire di Speranza”, organizzata da diverse associazioni e movimenti impegnate nell’accoglienza e nell’integrazione delle persone fuggite da guerre o da situazioni insostenibili nei loro Paesi (Associazione Centro Astalli, Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Comunità di Sant'Egidio, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Scalabrini Migration International Network, ACLI, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, ACSE.). Durante la veglia  verranno ricordate le 40.900 persone morte, dal 1990 a oggi, nel mare Mediterraneo o nelle altre rotte, via terra, dell’immigrazione verso l’Europa. Un conteggio drammatico - si legge in una nota -  che si è ulteriormente aggravato nei primi mesi del 2020, quando, nonostante la situazione di emergenza causata dal Covid-19 sono state 528 - per metà donne e bambini - le persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il nostro continente, soprattutto dalla Libia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale. Si tratta di un bilancio troppo pesante, per essere considerato, come troppo spesso accade, come una statistica accanto alle altre. È invece "una tragedia dell’umanità di cui occorre fare memoria pensando soprattutto alle migliaia di persone che si trovano in questo momento nei centri di detenzione in Libia - per i quali è più che mai urgente aprire i canali dei corridoi e dell'evacuazione umanitaria - o nei campi profughi di Lesbo, dove alle condizioni disumane si è aggiunto il pericolo della pandemia".

Durante la veglia di Santa Maria in Trastevere, che sarà presieduta, da mons. Stefano Russo, segretario generale della CEI, verranno ricordati alcuni nomi di chi è scomparso e accese candele in loro memoria. Parteciperanno numerosi immigrati di diversa origine e saranno presenti anche familiari e amici di chi ha perso la vita in mare.

Acli: “Commissione parlamentare italiani all’estero deve rispondere a nuove esigenze”

17 Giugno 2020 -
Roma - “Oggi cambiano i contesti economici e sociali e cambiano anche i bisogni dei nostri expat che non cercano solo un luogo dove poter realizzare i propri diritti sociali, ma dei veri e propri luoghi di integrazione dove trovare risposta rispetto al tema della casa e del lavoro – ha dichiarato il Presidente nazionale delle Acli e della Federazione Acli Internazionali, Roberto Rossini, commentando l’audizione delle Acli presso la Commissione Esteri sull’istituzione di una Commissione parlamentare per le questioni degli italiani all’estero – ed è a questi nuovi  bisogni che il nostro sistema paese, insieme alle reti associative e di servizio, deve trovare delle risposte”. “Il dibattito sulla commissione è anche un’ottima occasione per riflettere sui sistemi di rappresentanza degli italiani all’estero. – ha dichiarato durante l’audizione il Vicepresidente Federazione Acli Internazionali, Matteo Bracciali – Comites, CGIE e rappresentanza parlamentare devono integrarsi, ognuno per le proprie competenze, in modo da garantire risorse e risposte efficaci e tempestive alle nostre comunità all’estero perché è da questo fattore e dagli investimenti nell’informazione che rafforza la partecipazione alla vita sociale e politica degli expat. Il taglio dei parlamentari all’estero proposto nella riforma costituzionale – ha concluso Bracciali –  va nella direzione opposta rispetto a questo assunto e la riteniamo una scelta profondamente sbagliata ed ingiusta”.

Perù: la testimonianza del coordinatore nazionale dei peruviani in Italia

16 Giugno 2020 - Lima - La Festa del Corpo di Cristo è una forte chiamata a essere come “Lui per salvare questo mondo”.  Il Perù ha celebrato la festa del Corpus Domini nel pieno della pandemia soprattutto nelle zone più povere dove  mancano medicinali e anche l' ossigeno: chiunque affetto da coronavirus deve  acquistarlo in proprio a costi molto elevati. Lo racconta a www.migrantesonline.it il coordinatore nazionale dei peruviani in Italia, p. Emerson Campos Aguilar, che si trova proprio in Perù dove è rimasto a causa della pandemia e quindi del blocco dei viaggi internazionali. “Non ci sono medicine, mancano i viveri”: “quel corpo di Cristo che muore nel silenzio” di tante persone alcuni anche sulle strade dove nessuno li vede. “Alcuni dicono che preferiscono morire  a casa perchè  sanno che qualcuno li assiste aiutandoli anche a lenire il proprio dolore”, dice il sacerdote. Il sacramento del pane oggi si traduce “in questa pandemia nella  teologia della pentola”: “la gente muore di fame e attorno alla pentola comune la gente racconta i propri dolori, le proprie speranze,  le proprie morti e tutto quello che ogni persona porta nella sua storia silenziosa della presenza di Dio”, dice il sacerdote. Santa Teresa d’ Avila diceva “anche tra le pentole c'è il Signore”. “Gesù è veramente presente nel Santissimo Sacramento, rimane con noi fino alla fine del mondo, è un amico intimo, che ci conosce, che conosce le nostre gioie e dolori in mezzo alla pandemia”, aggiunge don Emerson: è “presente nella solidarietà di ogni cattolico con la sua preghiera e la sua donazione”. Dopo il Brasile il Perù è il secondo paese con il maggior numero di morti per la pandemia in America del Sud e la pandemia “si aggiunge all'estrema povertà soprattutto di alcune zone, alla mancanza di lavoro  e di beni necessari”. Nella zona dove vivono i suoi genitori, al confine con Brasile, Ecuador e Colombia, p. Emerson racconta che la parrocchia di Santo Toribio de Mogrovejo dà da  mangiare a 1500 persone ogni giorno, “persone senza lavoro,  anziani  soli, persone che arrivano dopo aver camminato due o tre ore a piedi sotto il sole o la pioggia  per ricevere del cibo che serve loro per l'intera giornata. A loro diamo anche delle mascherine”.  Qui non c'è un ospedale ma un piccolo pronto soccorso, non ci sono medicine e per i malati l'ossigeno necessario. Il primo ospedale Covid è a tre ore di macchina. “Abbiamo aiutato alcuni donando noi le bombole d'ossigeno” grazie anche ad un aiuto ricevuto dalla  Fondazione Migrantes.  “Oggi dobbiamo riporre la testa vicino al  cuore di Cristo per ascoltare e scegliere ciò che vuole Gesù, per chiedere che i nostri occhi siano aperti e i nostri cuori siano brucianti come quelli dei discepoli di Emmaus, affinché ogni giorno l'amore per il Sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo che è il corpo e la vita di ogni essere umano cresca in noi per riumanizzare  la vita, la salute, la medicina, la politica ed entrare in quell'umanesimo  che indica il Vangelo”.

Raffaele Iaria

Kenya: “si proteggano i più vulnerabili” chiede il Presidente della Commissione episcopale per rifugiati e migranti

16 Giugno 2020 - Nairobi - "Le persone che vivono in strada e quelle che soffrono di malattie mentali si trovano in una situazione ancora più precaria, con un alto rischio di contrarre e diffondere il Covid-19 ed esserne sopraffatti" ha affermato mons. Virgilio Pante, vescovo di Maralal e Presidente della Commissione per i rifugiati, i migranti e i marittimi della Conferenza Episcopale del Kenya nell’omelia tenuta domenica 14 giugno, Solennità del Corpus Domini. Mons. Pante, rifersice l'agenzia Fides,  ha espresso la preoccupazione dei vescovi keniani per l’impatto che il Covid-19 e le misure per prevenirne la diffusione stanno avendo sulle persone più vulnerabili della società: rifugiati, sfollati interni, lavoratori costretti a spostarsi da un punto all’altro del Paese come camionisti e pastori, senza tetto e persone affette da malattie mentali. Il Presidente della Commissione per i rifugiati, i migranti e i marittimi, ha lodato gli sforzi dei benefattori che sostengono le famiglie di strada che sono quelle maggiormente colpite dal Covid-19, e ha sottolineato che occorre accrescere gli sforzi per affrontare la difficile situazione degli sfollati interni e dei rifugiati che vivono in luoghi congestionati, senza strutture adeguate per far fronte all'ondata di infezioni. “I rifugiati e gli sfollati interni che risiedono in campi densamente popolati - ha detto - corrono il rischio di contrarre il coronavirus" Da qui l'appello affinché vengano adottate "urgentemente misure adeguate per proteggere questi gruppi vulnerabili".