Primo Piano

MCI Barcellona: da domani conferenze di Gruppo Cultura

21 Gennaio 2021 - Barcellona - Aprire un cantiere culturale in una comunità come la nostra ha implicato una riflessione sul significato della parola cultura. Abbiamo concluso che il più importante per noi ha a che vedere con la scuola, l’apprendimento, la luce che si riesce a proiettare sul mistero che vela tanto la realtà e i suoi accadimenti, quanto le parole e i testi che leggiamo, incluso quelli sacri. E questa luce di comprensione si accende se si è capaci di formulare bene le domande e di trovare bravi specialisti che ci illuminino con le loro spiegazioni. Gli italiani della Comunità Cristiana di Barcellona guidata da don Luigi Usubelli organizzano a partire dal 22 gennaio la 5ª edizione del Ciclo annuale di conferenze dedicato all’approfondimento multidisciplinare di temi di diffuso interesse e grande attualità. Il 2021, come il 2020, è segnato dal COVID: questo ci obbliga a effettuare gli incontri a distanza (via Zoom) ma ci ha anche suggerito domande, dubbi e inquietudini su cui abbiamo costruito il programma. Il tema di fondo é "Cambiamento e speranza" presentato cosí: "Cambio perché spero. Spero perché cambio”. Il cambiamento é vita, senza cambiamento non c’é vita. Il problema é che l’uomo contemporaneo vive il cambiamento come qualcosa di fuori controllo e pertanto minaccioso. Oggi il Covid impone un mutamento davvero forte, tutt’altro che compreso in tutta la sua portata e per convertire il cambiamento in un’opportunità ci vuole la Speranza, virtù potente a volte messa in ombra dalle più famose sorelle Fede e Carità. La prima serata (22 gennaio alle 19,00) verrà presentato il Rapporto Italiani nel mondo 2020 della Fondazione Migrantes con la partecipazione della curatrice Delfina Licata. Sempre più italiani cambiano vita e luogo imprimendo alla loro esistenza un dinamismo molto forte: a volte per reagire a un disagio nella terra di origine; altre volte per dare via libera alla speranza di nuove esperienze portatrici di prosperità economica ma anche di incontri con persone per realizzare nuovi progetti comuni. Delfina Licata cercherà di illuminare dubbi e misteri sulla situazione che vivono i giovani italiani in patria e sulle molteplici circostanze che si trovano a vivere all’estero: un punto di vista privilegiato, il suo, per capire di più e meglio la nostra società e il nostro “profilo” di Paese in tempi di cambiamento e di speranza. Gli altri 3 incontri saranno i seguenti: ORONZO PARLANGELI, professore di psicologia dell’Università di Siena ci parlerà dell’impatto psicologico e sociale della Pandemia (5 febbraio); LUCIANO REGOLO, condirettore di Famiglia Cristiana commenterà la Fratelli Tutti di Papa Francesco (5 marzo) e FABIO ROSINI, direttore del Servizio alle Vocazioni della Diocesi di Roma ci condurrà in un cammino di Speranza per condividere la risposta cristiana al cambiamento (19 marzo).  

Istat: un italiano emigrato su quattro ha almeno la laurea

21 Gennaio 2021 - Roma - Nel 2019, gli italiani espatriati sono prevalentemente uomini (55%). Fino ai 25 anni, il contingente di emigrati ed emigrate è ugualmente numeroso (entrambi 20mila) e presenta una distribuzione per età perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni fino alle età anziane, invece, gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi. L’età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un’età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 13%. Considerando il livello di istruzione posseduto al momento della partenza, nel 2019 un italiano emigrato su quattro è in possesso di almeno la laurea (30mila). Lo rivela oggi il Report "Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente" dell'Istat. Rispetto all’anno precedente le numerosità dei laureati emigrati è in lieve aumento (+1,4%). L’incremento è molto più consistente se si amplia lo spettro temporale: rispetto a cinque anni prima gli emigrati con almeno la laurea crescono del 23%. Quasi tre cittadini italiani su quattro trasferitisi all’estero nel 2019 hanno 25 anni o più: sono poco più di 87mila (il 72% del totale degli espatriati); di essi quasi uno su tre (28mila) è in possesso di almeno la laurea. In questa fascia d’età si riscontra una lieve differenza di genere riguardo alla consistenza e al titolo di studio di chi espatria: le italiane emigrate sono meno numerose (rappresentano circa il 43% del totale degli espatriati di 25 anni o più) ma sono più frequentemente in possesso di almeno la laurea (il 36% contro il 30% dei loro coetanei). Rispetto al 2010, inoltre, l’aumento degli espatri di laureati è più evidente per le donne (+8%) che per gli uomini (+3%). Tale incremento risente in parte dell’aumento contestuale dell’incidenza di donne laureate nella popolazione (dal 5,5% del 2010 al 7,8% del 2019) (Figura 2). L’altra faccia della medaglia è costituita dai rimpatri: nel 2019, considerando il rientro degli italiani di 25 anni e più con almeno la laurea (15mila), la perdita netta (differenza tra rimpatri ed espatri) di popolazione “qualificata” è di 14mila unità. Tale perdita riferita agli ultimi dieci anni ammonta complessivamente a poco meno di 112mila unità. Il trend in aumento degli espatri è da attribuire in larga parte alle difficoltà del mercato del lavoro italiano di assorbire l’offerta soprattutto dei giovani e delle donne. A queste si aggiunge il mutato atteggiamento nei confronti del vivere in un altro Paese - proprio delle generazioni nate e cresciute in epoca di globalizzazione - che induce i giovani più qualificati a investire con maggior facilità il proprio talento nei paesi esteri in cui sono maggiori le opportunità di carriera e di retribuzione. I programmi specifici di defiscalizzazione, messi in atto dai governi per favorire il rientro in patria delle figure professionali più qualificate, non si rivelano quindi del tutto sufficienti a trattenere le giovani risorse che costituiscono parte del capitale umano indispensabile alla crescita del Paese.  

COMECE: “nessuno muoia in mare o nei Paesi di transito per mancanza di aiuti”

21 Gennaio 2021 - Bruxelles - “L’Ue dovrebbe garantire che nessuno muoia in mare a causa della mancanza di aiuti e che il diritto internazionale sia rispettato in materia di non respingimento e sbarco”. I migranti e i rifugiati che sono “bloccati nei Paesi di transito e che stanno subendo gravi violazioni dei diritti umani dovrebbero essere aiutati a lasciare quel paese e tornare o nel loro paese d’origine o in un altro paese sicuro”. È uno dei passaggi-chiavi del corposo documento che il card. Jean-Claude Hollerich, presidente della COMECE, e mons. Youssef Soueif, arcivescovo di Tripoli dei Maroniti (Libano), hanno presentato a Olivér Várhelyi, commissario europeo per la politica di vicinato e l’allargamento, come contributo degli episcopati cattolici dell’Unione europea al prossimo rinnovo del partenariato Ue per la regione del Mediterraneo meridionale. “Rendere il Mediterraneo di nuovo un luogo di incontro pacifico di persone di culture e religioni diverse è stata anche una grande preoccupazione per la Chiesa cattolica”, si legge nella introduzione del Documento, ricordando che nel febbraio 2020, più di 50 vescovi di 19 nazioni del Mediterraneo si sono riuniti a Bari per discutere le molteplici problematiche socio-economiche, diritti umani, pace e sfide ecologiche che la regione deve affrontare. Il testo contiene più di 30 proposte politiche in cinque aree prioritarie: migrazione, pace, libertà religiosa, sviluppo umano ed ecologia. Riguardo alle migrazioni, i vescovi chiedono all’Ue un maggiore impegno a combattere le cause profonde della migrazione, per “rendere reale il diritto primario delle persone e delle famiglie di rimanere nel loro paese d’origine in sicurezza e dignità”. Viene chiesto anche uno sforzo nella “formazione degli ufficiali di controllo delle frontiere dei paesi del vicinato meridionale dell’Ue sulle norme dei diritti umani, compreso il rispetto del principio di non respingimento, il diritto fondamentale di chiedere asilo e il diritto a non essere torturato, o posto in condizioni disumane o trattamento degradante”. I vescovi chiedono anche un programma speciale per favorire il ricongiungimento dei minori migranti non accompagnati con i loro genitori o tutori legali”. Riguardo al paragrafo relativo alla pace e alla sicurezza, i vescovi chiedono un maggior coinvolgimento deli leader locali religiosi i quali possono svolgere un ruolo cruciale nei diversi contesti per rafforzare la coesione sociale e promuovere una cultura dell’incontro e della fraternità umana. Nel Documento si evidenzia poi la realtà di discriminazione che purtroppo in determinati Paesi vivono le comunità religiose di minoranza e, nel caso specifico, le chiese cristiane. “L’Ue dovrebbe rendere visibili queste situazioni nelle sedi internazionali, sostenere le vittime e usare il suo potere e la sua influenza per fermare (e prevenire) queste violazioni della libertà religiosa, anche attraverso l’uso del diritto penale internazionale”. A questo proposito, la promozione del concetto di “cittadinanza comune” è, a parere dei vescovi, la chiave per superare percezioni o posizioni religiose e civili di superiorità agendo “in tutti gli aspetti della vita, in particolare nelle scuole e nei mass media”.      

Centro Astalli: “altri 43 morti in mare, inerzia intollerabile degli Stati e della Ue”

21 Gennaio 2021 - Roma - Il Centro Astalli esprime cordoglio per le vittime e profonda preoccupazione per le condizioni dei migranti che cercano di arrivare in Europa senza possibilità di accedere a vie legali di ingresso. “Ogni giorno ascoltiamo di torture e violenze nei racconti dei migranti che incontriamo al Centro Astalli – ricorda padre Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli –. Dalla Libia le persone non hanno altra possibilità che tentare di fuggire: la situazione che descrivono è di un clima generalizzato di violenza e terrore”. È evidente, prosegue, “che c’è un problema molto serio di gestione delle frontiere da parte degli Stati europei e di un’inerzia intollerabile da parte delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Le isole greche, i Balcani, la frontiera della Spagna e il Mediterraneo centrale, pur essendo contesti giuridicamente diversi, sono sempre più luoghi di morte. Non è possibile continuare a ignorare l’ecatombe che si consuma alle porte di casa nostra”. Il Centro Astalli dopo la morte di altri 43 migranti chiede con forza a chi ricopre ruoli di responsabilità “che si compia immediatamente un atto politico di discontinuità: si evacui la Libia così come le isole greche e i Balcani. Si trovino soluzioni dignitose per tutti, senza derogare mai al rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali su migranti e rifugiati”.  

Tragedia in mare: almeno 43 morti

21 Gennaio 2021 - Milano - Sono passati pochi giorni dall’inizio dell’anno, ed ecco già il primo grande naufragio di questo 2021. Almeno 43 persone sarebbero morte al largo della costa di Zuwara, in Libia. Altre 10 sono invece sopravvissute. Lo ha annunciato per primo, su Twitter, Alarm Phone, il centralino di volontari che raccoglie le richieste di soccorso delle traversate del Mediterraneo. «Siamo tristi e arrabbiati. Ue, smetti di uccidere le persone con le tue frontiere» ha commentato la Ong. Anche l’Onu, poco dopo, ha confermato la tragedia. L’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati si dicono «profondamente rattristati» per quanto accaduto, confermando che si tratta del primo caso di naufragio nel 2021 «nel Mediterraneo centrale», costato la vita ad «almeno 43 persone». La tragedia è avvenuta martedì, riferiscono dallo staff di Oim e dell’International Rescue Committee (IRC), partner di ACNUR/ UNHCR: i 10 sopravvissuti sono stati portati a Zwara dalla Libyan Coastal Security. L’imbarcazione, salpata dalla città di Zawiya, ha avuto un problema al motore poche ore dopo la partenza e poi si è rovesciata a causa del maltempo. I sopravvissuti sono principalmente cittadini di Costa d’Avorio, Nigeria, Ghana e Gambia. Proprio questi ultimi hanno raccontato che con loro c’erano decine di compagni di viaggio, poi annegati o dispersi: si trattava di uomini provenienti da Paesi dell’Africa occidentale. E nelle stesse ore del naufragio, si è aperto anche un altro caso: un’altra imbarcazione, infatti, è stata intercettata e riportata a terra dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Il respingimento è documentato dal video registrato da Moon Bird, l’aereo della Ong Sea Watch che sorvola il Mediterraneo. «Il nostro aereo #Moonbird sta documentando l’intercettazione del gommone con a bordo circa 40 persone da parte di una motovedetta della cosiddetta Guardia costiera libica. I respingimenti in Libia sono un crimine che viola i diritti umani fondamentali». Anche le due organizzazioni delle Nazioni Unite puntano il dito contro i respingimenti, quelli lungo la rotta balcanica, ma anche quelli in mare. Quella del Mediterraneo centrale rimane sempre «la rotta migratoria più pericolosa del mondo» affermano dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) in una nota congiunta. Le due organizzazioni temono che, «a causa della limitata capacità di monitorare queste rotte, il numero reale di persone morte nel Mediterraneo centrale già nel corso di questo 2021 potrebbe essere più alto di quanto si pensi». Oim e UNHCR hanno lanciato un appello agli Stati affinché vengano riattivate le «operazioni di ricerca e salvataggio, una lacuna che le Ong e le navi commerciali stanno cercando di colmare nonostante le loro limitate risorse. È necessario smettere di riportare i migranti e i rifugiati in porti non sicuri e si deve istituire un meccanismo di sbarco sicuro che possa essere seguito da una dimostrazione tangibile di solidarietà da parte degli Stati europei con i Paesi che registrano un numero elevato di arrivi». In Libia, spiegano, la situazione «rimane estremamente precaria. Continuano gli arresti arbitrari e le detenzioni arbitrarie in condizioni drammatiche. Molti rifugiati e migranti sono sfruttati da trafficanti, tenuti in ostaggio e diventano vittime di abusi e torture» Le due agenzie dell’Onu «temono che, qualora l’inazione e l’impunità dovessero prevalere, un numero ancora più elevato di persone potrebbe perdere tragicamente la vita». Nel 2020, oltre 34mila rifugiati e migranti sono arrivati via mare in Italia, mentre più di 4.100 so- no giunti attraversando il confine italo-sloveno dopo aver viaggiato via terra lungo la rotta balcanica, ricorda l’UNHCR. Nel solo mese di dicembre, 1.591 rifugiati e migranti sono arrivati via mare nelle regioni meridionali dell’Italia: la maggioranza proviene dalla Tunisia e, in misura minore, da Iraq, Iran, Costa d’Avorio ed Egitto. Quasi la metà è partita dalla Tunisia, mentre circa un terzo è partito dalla Turchia. Le partenze da Libia, Algeria e Grecia rappresentavano rispettivamente il 10%, 5% e 4% degli arrivi. Alla fine del 2020, nonostante l’emergenza per il Covid-19, in Italia sono stati registrati 34.154 arrivi via mare. «Ciò rappresenta un aumento significativo rispetto agli 11.471 registrati nel 2019 – afferma l’UNHCR –: le partenze dalla Tunisia sono quadruplicate e i tunisini rappresentano il gruppo nazionale più diffuso tra gli arrivi, pari al 38% del totale. Solo circa 4.500 delle persone arrivate via mare nel 2020 sono state soccorse dalle autorità o dalle Ong in alto mare: le altre sono stati intercettate dalle autorità vicino alla costa o sono arrivate inosservate. «In tutto il 2020 c’è stata una presenza limitata di Ong che conducono operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Alla fine dell’anno, operava solo la nave di soccorso Open Arms». (Daniela Fassini)​    

La realtà delle migrazioni è un mondo capovolto

21 Gennaio 2021 -

Milano - Le migrazioni internazionali sono un tema così carico di risonanze e così politicizzato che spesso le posizioni ideologiche oscurano l’analisi dei fatti e distorcono i numeri effettivi del fenomeno. Serve quindi una tensione costante a riportare l’attenzione su dati il più possibile oggettivi, per comprendere anzitutto e poi per governare questa sfida globale del nostro tempo.

Giunge a proposito, in questi giorni, il rapporto dell’Onu sulle migrazioni internazionali nel 2020 appena terminato. Lo studio testimonia ancora una volta una crescita della componente dell’umanità che per varie ragioni risiede al di là dei confini del Paese di cui è cittadina: siamo arrivati a quota 281 milioni, oltre 100 milioni in più di vent’anni fa, quando la cifra si attestava sui 173 milioni. I migranti internazionali rappresentano tuttavia una quota esigua degli abitanti del pianeta: il 3,6%. Gli esseri umani rimangono una specie fondamentalmente sedentaria, o comunque non avvezza ad avventurarsi troppo lontano dai luoghi di origine. Per di più, la pandemia da Covid-19 nel 2020 ha drasticamente frenato tutte le forme di mobilità umana, dal turismo ai viaggi d’affari, coinvolgendo anche le migrazioni. La stima è di circa 2 milioni di migranti in meno di quelli previsti prima della crisi sanitaria. Ma non è questo il maggiore impatto della pandemia. La conseguenza più grave delle restrizioni e del blocco di molte attività economiche consiste in una severa riduzione delle rimesse, ossia dei risparmi che gli emigranti mandano alle proprie famiglie in patria: sono essi stessi ad aiutare casa loro, molto più dei soccorsi internazionali. I flussi di rimesse si sono mostrati storicamente resilienti nei confronti delle avversità, continuando ad arrivare in patria anche in tempi di crisi, ma questa volta secondo l’Onu la pandemia li ha colpiti duramente: la stima è di un calo da 548 miliardi di dollari nel 2019 a 470 nel 2021, il 14% in meno. Il raggiungimento degli obiettivi dello sviluppo sostenibile lanciati dalle Nazioni Unite rischia di essere drammaticamente rallentato, a meno che gli Stati sviluppati non decidano di compensare almeno in parte il diminuito apporto delle rimesse degli emigranti aumentando gli investimenti nella cooperazione internazionale.

Un secondo problema riguarda, più che i numeri, la composizione dei flussi migratori e la loro destinazione. I rifugiati, ossia i migranti forzati, rappresentano oggi il 12% dei migranti internazionali, contro il 9,5% del 2000: crescono più rapidamente di chi sceglie volontariamente di partire. Soprattutto, nei Paesi ad alto reddito i rifugiati comprendono il 3% circa degli immigrati, ma salgono al 25% nei Paesi a medio reddito e arrivano al 50% nei Paesi più poveri. È un mondo capovolto, in cui sono le regioni con meno risorse a farsi carico di chi ha più bisogno di protezione, mentre chi avrebbe più mezzi accoglie in realtà numeri assai più ridotti di persone in cerca di asilo.

Al quadro si aggiungono un paio di elementi informativi che aiutano a dissipare alcuni dei più radicati luoghi comuni sulle migrazioni. Il primo riguarda i luoghi di origine. Pochi immigrati arrivano dall’Africa e in generale dai Paesi più poveri. Il maggiore Paese di partenza è in realtà l’India, con 18 milioni di emigrati. Seguono Messico e Russia con 11, poi la Cina con 10. I principali protagonisti delle migrazioni sono Paesi di livello intermedio, e anche in rapido sviluppo.

Un altro bagno di realtà riguarda il genere. Solitamente si pensa che gli immigrati siano giovani uomini, ma le donne rappresentano in realtà quasi la metà dei migranti internazionali, e la maggioranza in Europa. Le Nazioni Unite ne tessono l’elogio, definendole «catalizzatrici del cambiamento», in quanto promotrici di progressi sociali, culturali e politici nelle loro famiglie e comunità.

La conoscenza non può sostituire la politica, e da tempo abbiamo smesso di credere che cambierà il mondo. Possiamo però almeno sperare che aiuti a discutere con più razionalità un fenomeno complesso come le migrazioni internazionali, e a formulare proposte aderenti alle migrazioni reali, anziché a quelle immaginate e fatte 'percepire' dalla propaganda. (Maurizio Ambrosini – Avvenire)

 

 

Istat: record di trasferimenti degli italiani verso il Regno Unito

20 Gennaio 2021 - Roma - Nel 2019 il flusso di espatri verso il Regno Unito registra la cifra record di 31mila cancellazioni anagrafiche (+49% rispetto all’anno precedente), superando il picco dei 25mila espatri del 2016 (anno in cui è stato avviato il processo di risoluzione per l’uscita del Paese dall’Unione europea, concluso il 31 gennaio 2020 con l’accordo di recesso). Durante il cosiddetto “periodo di transizione” (stabilito di comune accordo tra Stati membri e Regno Unito e concluso il 31 dicembre 2020), molti dei cittadini italiani, verosimilmente già presenti nel territorio britannico ma non registrati come abitualmente dimoranti - rivela oggi il Report "Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente" dell’Istat - hanno ufficializzato la loro posizione trasferendo la residenza nel Regno Unito. In generale, i paesi dell’Unione europea si confermano le mete privilegiate per gli italiani che emigrano. Nel 2019, il secondo posto nella graduatoria dei paesi di destinazione europei è occupato dalla Germania con poco meno di 19mila espatri (+4% rispetto al 2018), il terzo dalla Francia (13mila), seguita da Svizzera (10mila) e Spagna (6mila). Nel decennio 2010-2019 questi cinque Paesi hanno accolto complessivamente circa 531mila italiani emigrati. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 16mila). Tra gli italiani che espatriano si contano anche i flussi dei cittadini di origine straniera (si tratta di una stima basata sul luogo di nascita, informazione che rappresenta una valida proxi del background migratorio). Sono cittadini nati all’estero che emigrano in un paese terzo o fanno rientro nel luogo di origine, dopo aver trascorso un periodo in Italia e aver acquisito la cittadinanza italiana. Le emigrazioni di questi “nuovi” italiani, nel 2019, ammontano a circa 37mila (30% degli espatri, +5% rispetto al 2018). Di questi, uno su tre è nato in Brasile (circa 12mila), il 9% in Marocco, il 6% in Bangladesh, il 5% in Germania, il 4% nella ex Jugoslavia, il 3,8% in Argentina e il 3% in India e Pakistan. I paesi dell’Unione europea si confermano le mete principali anche degli espatri dei “nuovi” italiani (60% dei flussi degli italiani nati all’estero). In particolare, con riferimento al collettivo dei connazionali diretti nei paesi dell’Ue, si osserva che il 17% è nato in Brasile, il 14% in Marocco, il 9% nel Bangladesh. Ancora più in dettaglio, i cittadini italiani di origine africana emigrano perlopiù in Francia (56%), quelli nati in Asia nella stragrande maggioranza si dirigono verso il Regno Unito (92%) così come fanno, ma in misura molto più contenuta, i cittadini italiani nativi dell’America Latina (38%). I cittadini nati in un paese dell’Ue invece emigrano soprattutto in Germania (42%).  ​  

Studenti Internazionali: ieri un webinar sul ruolo nell’interculturalità

20 Gennaio 2021 -

Firenze - Si è svolto ieri in modalità Webinar il convegno a chiusura del progetto “Studenti Internazionali ponti per l’Intercultura” organizzato dal “Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira” di Firenze e dall’Associazione “Sante Malatesta” di Pisa. Il progetto è stato finanziato dalla Regione Toscana attraverso “Il Bando Contributi in Ambito Sociale a Soggetto del Terzo Settore per l’anno 2019”. Il convegno, ha detto all’inizio il direttore del Centro Internazionale Studenti “Giorgio La Pira”, Maurizio Certini, è stato dedicato a Kristin Kamdem Tadjuidie, studente originario del Camerun, iscritto alla facoltà di Scienze Agrarie all’Università di Pisa, morto di Covid lo scorso marzo.  Quindici giorni dopo gli è stata conferita la Laurea ad Honorem: lo stesso giorno in cui si sarebbe dovuto laureare. A fare gli onori di casa con le presentazioni e i saluti, ai molti partecipanti sulla piattaforma zoom, Marco Salvatori, Presidente dell’Associazione Volontari CIS La Pira, e Pietro Barbucci, Presidente Associazione Sante Malatesta di Pisa. Il coordinamento è stato affidato a Maurizio Certini, direttore del CIS La Pira. Nicoletta Bazzoffi progettista del Centro la Pira ha illustrato il progetto che, partito a dicembre 2019, avrebbe dovuto concludersi nel 2020, ma causa Covid le istituzioni hanno dato una proroga e si è chiuso ora. Hanno preso la parola Alberto Tonini e Ivana Acocella, referenti per l’Università di Firenze sul tema dell’inclusione degli studenti stranieri e rifugiati. Per la stessa Università ha parlato anche Rita Russo referente dell’International Desk. A seguire alcune testimonianze di studenti internazionali che frequentano le università a cui sono collegati il Cis La Pira e l’Associazione Sante Malatesta di Pisa. Le conclusioni sono state affidate a don Gianni De Robertis, Direttore Generale della Fondazione Migrantes che ha ricordato quanto il Centro La Pira sia legato alla Fondazione: “lo ringrazio con tutti i suoi volontari per la fedeltà nell’impegno per gli studenti mai venuta meno in tanti anni di vita”. (NDB)

Istat: in aumento i cittadini italiani che lasciano il Paese

20 Gennaio 2021 - Roma - Nell’ultimo decennio si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni anagrafiche di cittadini italiani per l’estero (emigrazioni) e un volume di rientri che non bilancia le uscite (complessivamente 899mila espatri e 372mila rimpatri). Di conseguenza i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 69mila unità l’anno.  Lo rivela oggi l’Istat nel Report "Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente evidenziando che nel 2019 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 180mila unità, in aumento del 14,4% rispetto all’anno precedente. Le emigrazioni dei cittadini italiani sono il 68% del totale (122.020). Se si considera il numero dei rimpatri (iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani), pari a 68.207, il calcolo del saldo migratorio con l’estero degli italiani (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) restituisce un valore negativo di 53.813 unità. Il tasso di emigratorietà dei cittadini italiani è pari a 2,2 per mille.  È il Nord la ripartizione di residenza da cui partono i flussi più consistenti di trasferimenti all’estero di cittadini italiani, in termini sia assoluti (59mila, pari al 49% degli espatri) sia relativi rispetto alla popolazione residente (2,4 italiani per mille residenti). Dal Mezzogiorno si sono trasferiti all’estero oltre 43mila italiani (2,2 per mille) mentre dal Centro sono espatriati circa 19mila connazionali, con un tasso di emigratorietà (1,8 per mille) sotto la media nazionale. La distribuzione degli espatri per regione di partenza mette in evidenza una situazione più eterogenea: la regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 23mila; seguono Sicilia e Veneto (entrambe 12mila), Campania (11mila) e Lazio (9mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Trentino-Alto Adige (4 italiani per mille residenti). In Calabria, Friuli Venezia Giulia, Marche, Veneto, Sicilia, Molise, Lombardia e Abruzzo la propensione a emigrare è di circa 3 italiani per mille residenti. Le regioni con il tasso di emigratorietà per l’estero più basso sono invece Toscana, Liguria e Lazio, che presentano valori pari a circa 1,7 per mille. A un maggior dettaglio territoriale, in termini assoluti i flussi di cittadini italiani diretti verso l’estero provengono principalmente dalle prime tre città metropolitane per ampiezza demografica: Milano (7mila), Roma (6mila) e Napoli (5mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle province, i tassi più elevati di emigratorietà degli italiani si rilevano a Bolzano (5 per mille), Trieste e Imperia (entrambe 4 per mille), Vicenza (3,8 per mille), Cosenza, Treviso, Agrigento e Isernia (tutte 3,6 per mille); quelli più bassi si registrano nelle province di Prato e Firenze (1 per mille).  

Viminale: da inizio anno sbarcate 377 persone migranti sulle nostre coste

20 Gennaio 2021 - Roma - Sono 377 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Il dato è stato diffuso dal Ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina. Dei 377 migranti sbarcati in Italia nel 2021, 217 sono di nazionalità eritrea (58%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (59, 16%), Afghanistan (50, 13%), Etiopia (17, 4%), Egitto (13, 3%), Marocco (7, 2%), Sudan (4, 1%), Algeria (3, 1%), Bangladesh (3, 1%), Turchia (2, 0,5%) a cui si aggiungono 2 persone (0,5%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

America centrale: vescovi ai Governi, “non siamo violati diritti dei migranti, agire insieme in modo integrale e umano”

20 Gennaio 2021 - Roma - “Riconosciamo e rispettiamo il legittimo diritto alla sovranità dei Paesi coinvolti nel transito di questi migranti. Tuttavia, nel nome della carità politica auspicata da Papa Francesco, chiediamo che i loro diritti umani non siano violati e che ci sia un atteggiamento profondamente umanitario nei loro confronti, indipendentemente dalla loro situazione migratoria”. A sostenerlo è il Sedac, il Segretariato Episcopale dell’America Centrale (che riunisce i vescovi dell’area), in una nota firmata dal Presidente, mons. José Luis Escobar Alas, e dal Segretario generale, il card. Gregorio Rosa Chávez, rispettivamente arcivescovo e vescovo ausiliare di San Salvador (El Salvador), riferisce il Sir. Il riferimento è, in particolare, all’ultima carovana di migranti, formata da un numero stimato tra le 6mila e le 9mila persone, che si è mossa dall’Honduras lo scorso fine settimana e che è stata sostanzialmente bloccata con la forza dalle autorità del Guatemala e poi dispersa, con numerose detenzioni, mentre molti migranti sono stati fatti tornare in Honduras in pullman. Proseguono i vescovi: “Di fronte a eventuali situazioni e fatti di violenza, facciamo un appello urgente alle Istituzioni che svolgono il ruolo di garanti e supervisori del rispetto e della tutela dei diritti umani e delle garanzie costituzionali” affinché “si mantengano la totale allerta e il costante monitoraggio della difesa delle persone, in particolare donne e bambini”. La nota ribadisce che “la doverosa attenzione ai flussi migratori, in tutte le loro dimensioni, non è compito di un solo Paese. Per questo motivo ribadiamo l’appello ai Governi della regione e al Messico perché agiscano insieme, in modo integrale e umano, rispetto alla realtà migratoria regionale. Ancora una volta ricordiamo: dobbiamo affrontare le cause strutturali che originano la migrazione”. Da ciò derivano alcune ulteriori richieste: “Garantire la sicurezza dei migranti che transitano nei rispettivi Paesi, impedendo loro di essere vittime della criminalità organizzata e della criminalità comune” e “rispettare il diritto di accesso al territorio e di non ritorno di tutti coloro che hanno un’esigenza speciale di protezione internazionale”. Allo stesso modo, insistono i vescovi centroamericani, “sollecitiamo il rispetto del nucleo familiare”. Infine, la richiesta ai Governi della regione di “sviluppare politiche che offrano effettivamente opportunità di miglioramento a tutti, principalmente studio per i giovani e lavoro per gli adulti; in modo che non siano costretti a lasciare il proprio Paese, mettendo a rischio la propria vita”.

Rom: la Corte europea multa la Svizzera che aveva incarcerato una donna rom

20 Gennaio 2021 - Strasburgo - La Svizzera ha sbagliato, la donna aveva il diritto di chiedere la carità: questo dice la Corte europea dei diritti umani, contraddicendo le autorità ginevrine che nel 2014 avevano inflitto una multa di 500 franchi a una donna rom che mendicava per le strade di Ginevra e, non potendo la donna pagare la multa, l’aveva incarcerata per 5 giorni. Secondo la Corte, poiché la donna apparteneva a una famiglia estremamente povera, era analfabeta, non aveva lavoro e non riceveva alcun sostegno sociale, “mendicare era per lei un modo per sopravvivere”. In quella situazione di “vulnerabilità manifesta”, la donna “aveva il diritto, per una questione di dignità umana, di poter esprimere la sua condizione di miseria e cercare di rimediare qualcosa per i propri bisogni con la mendicità”. Nemmeno la multa inflitta, scrive la Corte, è stata “una misura proporzionata né per la finalità della lotta alla criminalità organizzata, né per tutelare i diritti dei passanti, residenti e proprietari di esercizi commerciali”. Nella nota della Corte si fa anche un riferimento alla legge penale del cantone di Ginevra che vieta l’accattonaggio e si legge: “Un divieto generale di un determinato comportamento è una misura radicale che richiede una solida giustificazione e un controllo particolarmente serio da parte dei tribunali che sono autorizzati a valutare tutti gli interessi in gioco”. Ora la Svizzera dovrà pagare una multa di 922 euro alla donna, per “danno morale”.  

Rosario per l’Italia: questa sera da Pistoia con mons. Tardelli

20 Gennaio 2021 -

Roma - Torna il consueto appuntamento di “Prega con noi” con Tv2000 e InBlu2000 radio che invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi, stasera alle 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da Tv2000 (canale 28 e 157 Sky), InBlu2000, e su Facebook. 

La preghiera sarà trasmessa dalla Cattedrale di San Zeno, a Pistoia, guidata dal vescovo diocesano monsignor Fausto Tardelli. Come noto ogni mercoledì le due emittenti CEI offrono alla comunità cristiana l’opportunità di riunirsi in preghiera in un momento molto difficile per il nostro Paese.

L’ospitalità? Nessun aumento di spesa pubblica

20 Gennaio 2021 - Milano - Ospitare richiedenti asilo non comporta un aumento dei costi di breve periodo a livello comunale, né in termini di reddito pro-capite né in termini di welfare, bensì favorisce il ripopolamento dei comuni con un più alto tasso di popolazione anziana. È quanto emerge dalla prima indagine nazionale sul sistema di accoglienza straordinaria (Cas) realizzata dai ricercatori dell’Università Milano Bicocca. 

Nel periodo della cosiddetta «crisi dei rifugiati», tra il 2014 e il 2018, ogni anno, circa 150mila persone hanno fatto richiesta di asilo anche in Italia, diventando nella gran parte dei casi beneficiari dei servizi previsti dalle politiche pubbliche sul sistema di accoglienza. 

Il racconto degli italiani nel mondo Junior: un incontro il 22 gennaio 

19 Gennaio 2021 - Roma - Il prossimo 22 gennaio alle ore 19:00 "Stroncature" ospita la presentazione di “Il racconto degli italiani nel mondo. RIM Junior 2020" della Fondazione Migrantes. Il RIM Junior nasce con l'obiettivo di raccontare ai ragazzi, in un linguaggio semplice e accattivante, la mobilità italiana nel mondo. Il tema del volume di quest'anno sono i pregiudizi e gli stereotipi vissuti dai nostri connazionali nel mondo. Seguendo le avventure di donne e di uomini italiani emigrati nei cinque continenti del Pianeta, scopriremo come la loro vita sia stata segnata dai pregiudizi vissuti, ma anche come questi siano stati superati e molto spesso ribaltati in positivo. Durante l'incontro son previsti interventi di Delfina Licata (coordinatrice scientifica RIM junior), Daniela Maniscalco (autrice testi RIM junior 2020), Mirko Notarangelo (art director RIM junior 2020) moderati da  Vincenzo Pascale.

Il Guatemala blocca 9.000 migranti honduregni

19 Gennaio 2021 - Roma - I circa novemila migranti partiti venerdì dall’Honduras per raggiungere gli Stati Uniti, ed entrati in un primo momento senza problemi in Guatemala attraverso la frontiera di El Corinto, si sono scontrati ieri con agenti di polizia e soldati guatemaltechi che hanno posto blocchi sulle strade del Paese. Le forze di sicurezza sono riuscite, per il momento, a fermarne i propositi di avanzata verso la frontiera con il Messico. Molti migranti non avrebbero rispettato le direttive sanitarie in materia anti-covid. E 21 persone nel gruppo sottoposte ai controlli sanitari sono risultate positive al coronavirus e  dovranno essere messe in quarantena in Guatemala prima di tornare nel proprio Paese. Vi sono stati momenti di tensione con scontri anche violenti tra alcuni membri della carovana e l’esercito che ha fatto ricorso all’uso di lacrimogeni ed ha arrestato diversi migranti. «È impossibile per loro continuare il viaggio, li invitiamo a tornare al proprio luogo di origine, non passeranno», ha assicurato loro il direttore della Migrazione, Guillermo Díaz, secondo il quotidiano locale «Prensa Libre». Tuttavia, la carovana rimane ferma in attesa di una soluzione, poiché assicura che il ritorno in Honduras non è un’opzione a causa della mancanza di opportunità nel proprio Paese di origine. L’Honduras, oltre a essere segnato da una violenza dilagante, ha subito la devastazione portata lo scorso mese di novembre dal passaggio dei due uragani Eta e Iota. Visto quanto accaduto in Guatemala, il Messico ha rafforzato il proprio confine meridionale per prepararsi all’eventuale arrivo della carovana. Il governo messicano e quello guatemalteco, attraverso una dichiarazione congiunta, hanno invitato le autorità dell’Honduras a «contenere la massiccia partenza dei propri cittadini».

Caritas Italiana: è morto don Damoli

19 Gennaio 2021 - Roma - Si è spento sabato scorso, all'età di 88 anni,  don Elvio Damoli, già direttore di Caritas Italiana. Nato a Negrar, in provincia di Verona, don Damoli è stato dal 1996 al 2001 direttore dell’organismo pastorale della Cei. Ordinato sacerdote dell’Opera Don Calabria nel 1958, ha operato dal 1960 al 1972 a Milano come educatore e insegnante. Per 20 anni ha svolto la sua attività pastorale a Napoli, come cappellano a Poggioreale, responsabile della pastorale carceraria per la diocesi di Napoli e, infine, direttore dell’ente caritativo diocesano e delegato delle Caritas della Campania. Nel 1996 raccolse l’eredità di monsignor Giuseppe Pasini alla guida di Caritas italiana, il quale definì don Elvio «uomo dotato di grande spirito di povertà che crede fino in fondo a quella educazione alla carità cristiana che è il vero motore della Caritas». Il Presidente di Caritas Italia, mons. Redaelli, il direttore don Soddu e tutti gli operatori manifestano «vicinanza nella preghiera e partecipazione al dolore della famiglia e dell'Opera don Calabria per il ritorno alla casa del Padre di don Elvio Damoli. Con particolare gratitudine e riconoscenza ricordano - scrivono - il suo impegno nell’accompagnare e promuovere il cammino della Caritas con capacità di ascolto, di discernimento e di attenzione agli ultimi». Alla vicinanza nella preghiera si unisce la Fondazione Migrantes. (R.Iaria)

Pregare insieme

19 Gennaio 2021 - Noi vi preghiamo, Figli carissimi, e voi specialmente nuove famiglie cristiane, a dare, con debita forma e discreta misura, ma anche con aperta e collettiva espressione religiosa, l’onore della preghiera collettiva nelle vostre case: la madre ha in questa prima pedagogia della religione un compito altrettanto importante e degno quanto bello e commovente. Mamme, le insegnate ai vostri bambini le preghiere del cristiano? li abituate, se ammalati, a pensare a Cristo sofferente? a invocare l’aiuto della Madonna e dei Santi? lo dite il Rosario in famiglia? […] e voi, Papà, sapete pregare con i vostri figlioli, con tutta la comunità domestica, almeno qualche volta? L’esempio vostro, nella rettitudine del pensiero e dell’azione, suffragato da qualche preghierina comune vale una lezione di vita, vale un atto di culto di singolare merito; e portate così la pace nelle pareti domestiche […] Ricordate: così costruite la Chiesa. (Paolo VI, Udienza Generale, mercoledì, 11 agosto 1976) Paolo VI è sempre con il pensiero rivolto alla famiglia come “Chiesa domestica”, cioè luogo dove sacramentalmente Cristo si incontra con la nostra umanità e, in occasione di questa allocuzione per l’udienza generale del mercoledì, amplifica il suo magistero sottolineando la radicazione della famiglia cristiana nel sacerdozio comune battesimale. “Questa dottrina – afferma il Papa – si fa eminentemente pratica, specialmente là dove parla dei coniugi cristiani, i quali costituiscono una così detta Chiesa domestica (Lumen Gentium n.11). È in questo contesto che si innesta l’invito alla preghiera così caldamente espresso nelle battute che riportiamo. Il Papa riconosce ad ogni credente il sacerdozio comune conferito col battesimo e in virtù di questo ai coniugi e ai genitori affida l’impegno per quello che si potrebbe chiamare un culto domestico. Il suo linguaggio è molto colloquiale ma non meno perentorio. Quello della preghiera collettiva nelle case è un onore, un compito importante e degno quanto bello e commovente. Probabilmente, rivolgendosi alle madri cristiane, il pontefice va con la mente alla sua felice esperienza famigliare, rievocando con la memoria come anch’egli abbia imparato così le preghiere del cristiano. Alle mamme è affidato il compito di indicare Gesù ai propri figli, sia nei momenti di gioia, sia nelle prove, come la malattia, più o meno grave. Ai padri tradizionalmente più distanti (ma oggi non è certo più così) è chiesto di pregare ogni tanto con tutta la famiglia e di considerare questo un esempio prezioso che edifica la Chiesa. La preghiera con i genitori ha le parole del vocabolario famigliare, parla il linguaggio delle esperienze comuni, delle scoperte, delle gioie e delle preoccupazioni di ogni giorno. Sono le preghiere della tradizione, ma anche le preghiere semplici che nascono spontaneamente dal fervore che reciprocamente adulti e bambini si trasmettono. Viene da chiedersi quanto ancora oggi sia importante sentirci spronati a questa vita ecclesiale attraverso la preghiera all’interno della famiglia. Non si può non fare riferimento agli ultimi mesi che abbiamo vissuto, alle restrizioni che i diversi lockdown ci hanno imposto. Abbiamo avuto davvero tante occasioni per sperimentare che la nostra vita da cristiani si esercita prima di tutto all’interno delle mura domestiche. È qui che la preghiera si fa intima e personale, qui ci si rivolge al Signore con il tu della confidenza più sincera, qui idealmente attorno al fuoco, come avveniva una volta, si possono dare i nomi alle persone per cui si prega, si possono indirizzare richieste di protezione ed intercessioni in modo più personale di quanto avvenga nell’assemblea della chiesa parrocchiale. Nella preghiera in famiglia ci si può tenere per mano e ripercorrere l’albero genealogico dei propri cari, contemplando preghiere per i vivi e preghiere per i defunti. Ci si passa il testimone con i Pater, le Ave e i Gloria, oppure con le intenzioni spontanee e – come dice Paolo VI – così si edifica la Chiesa, si costruisce quella porzione di Regno che è affidata ad ogni casa, ad ogni nucleo famigliare, dove di generazione in generazione si trasmette la fede. (Giovanni M. Capetta – Sir)  

Studenti internazionali ponti per l’intercultura: domani incontro webinar

18 Gennaio 2021 - Firenze – Il 19 gennaio 2021 un convegno, promosso dal Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira e dall’Associazione Sante Malatesta di Pisa sul tema “Studenti Internazionali: ponti per l’intercultura. La Regione Toscana ha sostenuto le due Associazioni proponenti, tra le vincitrici di un Bando per il Terzo Settore in ambito sociale. Il contesto toscano offre molto agli studenti internazionali, non solo perché è sede di quattro importanti atenei statali (Firenze, Pisa e Siena, con la sua Università per Stranieri), ma anche di istituzioni pubbliche di alta formazione, artistica e musicale, affermano i promotori. Oltre che per importanti Centri Studi non statali, ma riconosciuti come l’Istituto Universitario Europeo, Centri universitari privati per studenti statunitensi, la Facoltà teologica e l’Istituto Sophia di Loppiano. La Regione, attraverso ARDSU, svolge un’importante azione a sostegno degli universitari stranieri, meritevoli ma privi di mezzi economici. Nonostante ciò – sottolinea una nota – il percorso formativo resta in molti casi un percorso a ostacoli che occorre analizzare. La politica, le istituzioni e la società civile hanno nei confronti degli studenti esteri distinte responsabilità, in particolare se li immaginiamo come potenziali ponti culturali ed economici tra paesi, ambasciatori di pace, soggetti di cooperazione per lo sviluppo globale e il benessere dei popoli.  Il Convegno potrà essere seguito in modalità Webinar, con inizio alle ore 15,30. Le conclusioni del convegno sono affidate a don Giovanni De Robertis, Direttore generale della Fondazione Migrantes.  

Migrantes: un ciclo di incontri sul diritto d’asilo

18 Gennaio 2021 -

Roma – Il prossimo 20 gennaio inizieranno una serie di incontri di approfondimento sul Rapporto Diritto d’Asilo della Fondazione Migrantes. L’obiettivo è quello di affinare gli strumenti conoscitivi per capire cosa succede e sollecitare in modo proattivo e consapevole il necessario cambiamento. Per questo, Forum per cambiare l’ordine delle cose, Fondazione Migrantes, rete Europasilo e Escapes – Laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate propongono questo ciclo di seminari a partire da alcune criticità evidenziate nel Report Migrantes dal titolo “Costretti a fuggire… ancora respinti”. Il primo appuntamento è il 20 gennaio alle ore 18.00 ed è promosso in collaborazione con Focsiv (partner del progetto Volti delle migrazioni) e sarà incentrato sul piano europeo, con un focus sul quadro attuale e sullo scenario che si prospetta, in particolare per i Paesi di confine, tra cui l’Italia, anche alla luce della diffusione del Covid-19. Interverranno Mariacristina Molfetta, Fondazione Migrantes, curatrice rapporto sul Diritto d’asilo 2020; Ulrich Stege, International University College di Torino; Adele Del Guercio, Università di Napoli Orientale; Sara Prestianni, Euromed Rights e Andrea Stocchiero, Focsiv partner del progetto Volti delle migrazioni. Tutti i seminari si svolgeranno dalle 18 alle 19.30, su Zoom e in diretta sulle pagine FB di Escapes. Laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate e di Vie di fuga. Osservatorio permanente sui rifugiati