Primo Piano

Scalabriniane: la vergogna umanitaria nel Mediterraneo impone una risposta dagli Stati

28 Aprile 2021 - Roma - “La vergogna umanitaria dei nuovi migranti morti nel Mediterraneo pone gli Stati nazionali davanti alla loro stessa responsabilità di dover rispondere al loro grido d’aiuto. Non possiamo voltarci pensando che l’unica emergenza di oggi sia la pandemia Covid. La crisi sociale, economica, le violenze, continuano a esserci quotidianamente in ogni angolo del pianeta. Assistere, quasi indifferenti, ad un ulteriore naufragio nel Mediterraneo, in un mondo che dovrebbe essere più solidale perché impegnato nella stessa battaglia della pandemia, vuol dire aver perso sul fronte della globalizzazione dei valori dell’identità dell’Europa, continente dove molti hanno sempre trovato spazio per realizzarsi come persone”. A dirlo è suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo/Scalabriniane, alla luce dell’intervento di Papa Francesco durante il Regina Coeli dello scorso 25 aprile. “La strategia per una politica che possa prevenire altra ecatombe, Papa Francesco la ha lanciata da anni ed è fin troppo chiara: accogliere, proteggere, promuovere, integrare - aggiunge suor Neusa – Ci uniamo alla voce accorata del Papa: potenziare i corridoi umanitari, valorizzare le reti di cooperazione internazionale, spingere a rafforzare le intese con chi per vocazione e carisma, sostiene in modo aperto e gratuito le politiche migratorie. E un pensiero va a Nadia De Munari, la missionaria laica uccisa brutalmente a colpi di machete in Perù. Offriamo la nostra preghiera perché si fermi questo clima d’odio che si somma alle tragedie del Mediterraneo. Non lasciamo affondare con gli ultimi 130 morti ogni appello”.

 

MCI Belgio: è morto don Stecca

28 Aprile 2021 - Padova – È morto don Vittorio Stecca, 67 anni. Era, infatti, nato a Padova il 22 luglio 1954, ma apparteneva alla parrocchia di Torreglia, dove risiedeva la famiglia: il papà Emilio, la mamma Teresa Brusamento, il fratello Angelo e la sorella Rosanna. Fu ordinato prete il 10 giugno 1979. «Come compagni di classe siamo particolarmente scossi dalla notizia della morte di don Vittorio. C’è tanta tristezza mista alla domanda sul perché il Signore non ha ascoltato le nostre preghiere e quelle di molti”, scrivono alcuni suoi compagni. Nell’agosto 1979 fu nominato cooperatore nella parrocchia cittadina di S. Teresa di Gesù Bambino. Due anni dopo fu inviato a Romano d’Ezzelino con lo stesso incarico, prima di passare nel 1985 nella parrocchia di Campagna Lupia, ancora come cooperatore. Nel 1989 ebbe inizio un’esperienza particolare: il servizio tra gli emigrati in Belgio, a Charleroi, in sostituzione di don Elia Ferro che, terminato l’incarico di rettore della numerosa comunità presente, era stato nominato Delegato nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Benelux. Nel contesto belga don Vittorio ebbe modo non solo di lavorare con gli italiani, ma di collaborare attivamente anche con la Chiesa locale. Don Vittorio si trattenne in Belgio fino all’estate 2002, quando fu chiamato come parroco a Carrara San Giorgio. Con la nascita dell’Unità pastorale di Due Carrare, gli fu chiesto di portarsi come parroco arciprete ad Arzergrande, dove è rimasto fino alla notte tra la Pasqua e il Lunedì dell’Angelo. I sintomi della malattia, dovuti al Covid 19, erano comparsi qualche giorno prima e dopo la celebrazione del giovedì santo vi era stato un passaggio al Pronto Soccorso di Piove di Sacco per una prima valutazione. Inizialmente la situazione sembrava gestibile in canonica, ma si era poi reso necessario il ricovero a Schiavonia dove le condizioni erano apparse subito delicate, visti anche alcuni precedenti e specifici problemi di salute. La morte è arrivata il giorno 26 aprile, poco dopo mezzogiorno. Don Vittorio è stato un prete umile e fedele, buono e sapiente, lavoratore costante e discreto, ricco di umanità e per questo ricambiato dalle comunità cui ha prestato servizio. La sua esperienza di missionario in Belgio, in un contesto nord-europeo di forte e progressiva secolarizzazione, lo aveva condotto alla convinzione che in Italia ci si stava incamminando sulla medesima strada e che alcune pratiche di vita cristiana erano inesorabilmente destinate a tramontare. Per questo motivo era attento al sociale, viveva la normalità e libertà del Vangelo e investiva il meglio di sé nel farsi prossimo alle persone, esprimendo amicizia e vicinanza continua, realizzando momenti di aggregazione e di ricreazione. Si comportava come se il suo principale compito di prete fosse quello di sorreggere, incoraggiare, aprire alla novità e alla meraviglia, convinto che al centro debba esserci sempre la persona e che tutto il resto vada anche relativizzato e ripensato. Per questo motivo, il suo stile di prete non era esente da forme di anticonformismo nei confronti di quanto poteva sembrare formale, dei programmi pastorali scritti a tavolino e dell’esercizio dell’autorità, quando questa facesse leva sul potere. Risvegliare la fede era il suo interesse principale e lo si poteva percepire in modo particolare nella predicazione quando cercava di percorrere il sentiero dei sentimenti piuttosto che quello dell’esposizione corretta dei contenuti o delle parole, preferendo la strada del cuore a quella del ragionamento. Amava partire dal basso, usare parole semplici, cercando di intercettare la situazione di chi lo ascoltava per condurlo ad essere attento alla volontà di Dio. Viveva cercando l’essenziale, don Vittorio, anche nella vita personale; trasmetteva uno sguardo sereno sui fatti della vita, realistico e disincantato, nutrito di un fine umorismo e di un gusto della battuta con la quale sdrammatizzava le situazioni, nel tentativo di offrire soluzione anche a chi si poneva su distanze insanabili. La sua spiritualità si è nutrita dell’Eucaristia e di una devozione alla Madre di Dio, mai ostentata, ma sincera. Nell'ambito dell’ex vicariato di Arzergrande si era fatto conoscere come disponibile e attento alla formazione delle catechiste. Aveva accompagnato i ragazzi e i giovani dell'Azione Cattolica «lasciando il segno di un'umanità sconvolgente, fatta di bontà, semplicità e umiltà», assieme all’esempio del servizio concreto agli altri che educa – come insegnava - all’amore di Dio. Un servizio, il suo, vissuto sempre con il sorriso in bocca, «cifra stilistica della sua vita». Questa sera, alle ore 20.30, vi sarà ad Arzergrande una veglia di preghiera, dopo l’arrivo della salma. Le esequie saranno celebrate dal vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, domani, 29 aprile, alle ore 9.30, nel palazzetto dello sport di Arzergrande. La salma sarà poi tumulata nel cimitero di Torreglia (nella frazione di Luvigliano). Nel passaggio per Torreglia, vi sarà una sosta di preghiera nella chiesa parrocchiale dove don Vittorio aveva celebrato la sua prima messa. (p. Gianromano Gnesotto)    

La Chiesa africana in soccorso dei migranti: un’opera di integrazione, sviluppo e formazione

28 Aprile 2021 - Roma - È pari a 27.788 il numero di sfollati interni, richiedenti asilo, rifugiati, migranti interni e internazionali e vittime della tratta di esseri umani che nel 2019, su territorio africano, sono stati assistiti da missioni cattoliche o realtà collegate alla Chiesa. Le attività - scrive oggi l'agenzia Fides - hanno coinvolto 525 tra lavoratori e volontari, impegnati in progetti di formazione, assistenza sanitaria e legale. Sono i numeri presentati nel report “Migrant Ministry in Africa” realizzato dalla sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero vaticano per la Promozione dello sviluppo umano Integrale in collaborazione con l'Istituto Scalabrini per la Mobilità Umana in Africa (SIHMA). Il lavoro di ricerca scatta una fotografia puntuale del fenomeno delle migrazioni nel continente africano, dove, nel 2018, il numero stimato di migranti internazionali si è attestato a circa 245 milioni, la maggior parte dei quali concentrati in Africa orientale. Nel documento, si identificano lo sfollamento coatto e la tratta per lavoro forzato come le principali minacce alla sicurezza umana: “Si stima che l'Africa ospiti oltre il 30% della popolazione mondiale di rifugiati. Si stima inoltre che 6,25 milioni di individui siano ridotti in schiavitù nell'Africa subsahariana, un numero che comprende il 13,6% della popolazione mondiale ridotta in schiavitù”, si sottolinea nel report. Il documento, inoltre, individua la Libia come principale paese di destinazione per le vittime della tratta gestita da organizzazioni criminali, che trafficano soprattutto migranti dell'Africa subsahariana in transito verso l'Europa. A queste emergenze, la Chiesa nei diversi stati africani cerca di rispondere con azioni concrete che mirano all’integrazione e allo sviluppo di competenze. Nello specifico, sono stati realizzati: 31 corsi di formazione linguistica rivolti a 1.409 migranti, rifugiati e vittime di tratta; 32 corsi di formazione professionale rivolti a 1.579 migranti e 771 richiedenti asilo e rifugiati; 5 iniziative di sostegno scolastico per 304 minori; 70 borse di studio per 48 minori e 266 stranieri. Più di 3000 migranti hanno potuto beneficiare di iniziative sanitarie nell’ambito della chirurgia, della medicina generale e di quella specialistica, mentre circa 1.800 migranti hanno beneficiato di iniziative di assistenza legale.

Una lettera aperta sulla Tratta al premier Draghi

28 Aprile 2021 - Milano - "Le scrivo a nome di Loweth, Glory, Esoge, Sophie, Mary che, come Joy – la protagonista del libro Io sono Joy. Un grido di libertà dalla schiavitù della tratta che le abbiamo inviato – e come migliaia di altre ragazze e donne nigeriane sono vissute nei campi di detenzione libici. Portano nella loro carne e nella loro anima le ferite indelebili delle sevizie subite, degli stupri e delle torture".  Si apre con queste parole la lettera che Mariapia Bonanate, storica editorialista di Famiglia Cristiana, rivolge al premier Draghi. "Le scrivo anche a nome delle tante che, intercettate dalla Guardia costiera libica, sui barconi della speranza, in quei 'respingimenti per procura' del nostro Paese, sono state riportate, spesso con i loro bambini, nei campi di prigionia". Queste donne, continua la giornalista, hanno ascoltato le parole del Primo ministro quando, in riferimento ai salvataggi operati dalla Libia, ha dichiarato: "Siamo preoccupati per i diritti umanitari e siamo orientati al superamento dei centri di detenzione". Con questa parole Draghi, commenta la Bonanate, "ha aperto uno spiraglio di speranza per tutte queste ragazze e donne, la maggior parte delle quali, sopravvissute alla Libia, hanno trovato una seconda Libia, peggiore, sulle strade italiane dove, ridotte a schiave dalla criminalità organizzata e dalle mafie, continuano il loro calvario". L’appello si conclude con un auspicio: che il Memorandum d’intesa con la Libia siglato quattro anni fa venga modificato in direzione del rispetto dei diritti umani, di cui l'Onu denuncia la violazione. "Abbiamo fiducia in Lei e siamo con Lei nella speranza che, finalmente, questa catastrofe umanitaria trovi una concreta via di salvezza".  

Migrantes Andria: solo la rivoluzione del cuore può salvarci

28 Aprile 2021 - Andria - Sebbene da qualche tempo si siano spenti i riflettori mediatici sui migranti, nel Mediterraneo si continua a morire. L’ennesima tragedia che poteva e doveva essere evitata. Un gommone con 130 persone, fra cui donne e bambini, è affondato tentando la traversata. La notizia dell’ennesima strage nel Mediterraneo dovrebbe toglierci non solo il respiro, ma anche il silenzio che regna nelle nostre strade in questo interminabile tempo di emergenza. Un sentimento di pietà che necessita di essere riaffermato di fronte ad una notizia che rischia di scivolare in secondo piano in questo amaro tempo di pandemia. Quanti ancora dovranno ancora morire? Persone che potevano essere salvate, per salvarle sarebbe bastato permettere loro di giungere in salvo nei nostri Paesi, nel nostro continente, in modo legale e sicuro, fuggendo alla fame, alle guerre, ai trafficanti di esseri umani, agli orrori che insanguinano tanta parte del mondo. Uomini, donne, bambine, bambini costretti ad abbandonare le loro case, i loro affetti più intimi e i loro Paesi d’origine con la speranza di poter sopravvivere, di vivere una vita degna, di salvarsi e di trovare in altro luogo pace e sicurezza. Sembra che prevalga quasi una sentenza di condanna a morte, si preferisce farli morire di stenti nella traversata di montagne e deserti, farli morire di torture e di sofferenze in Libia, in Turchia e nei Balcani, farli morire affogati nel Mediterraneo. Perché non si insorge dinanzi a un simile crimine contro l’umanità? A fatica scendono le lacrime, si borbottano poche parole di circostanza, si fa retorica di dolore e d’indignazione quando l’orrore e la vergogna trabocca, ma nulla si fa per far cessare le innumerevoli stragi. Siamo ostinati a definire politiche migratorie, quelli che sono accordi stipulati con governi non democratici, scialacquando capitali che potrebbero essere impiegati per gestire le migrazioni in modo sicuro e legale. Non è possibile tollerare che vite perse in mare non provochino reazioni e risposte umanitarie. Le vere istituzioni democratiche hanno come compito principale di assicurare una vita degna e libera a ogni essere umano. Delle tante stragi degli innocenti l’umanità non potrà assolverci. Dalle generazioni future, futura umanità, saremo considerati alla stregua di tanti criminali dell’umanità perché complici delle tante atrocità che avvengono nei lager libici. La disumanità si diffonde a macchia d’olio. Davanti a quest’orrore come non insorgere? Come non decidere di contrastare tanta e tale mostruosa brutalità, non con la forza della violenza, ma con la forza della rivoluzione del cuore per riconosce il diritto alla vita, alla dignità? Siamo tutti in cammino e alla ricerca di Vita. Il male si sconfigge facendo il bene. La violenza si annienta con la forza del cuore. L’indifferenza si distrugge con l’essere sempre uomini e donne di salvezza e di resurrezione Siamo una sola umanità viviamo nella casa comune, che è di tutti, e difendere gli esseri umani vuol dire difendere e curare il mondo intero e salvarlo dalla devastazione. Chi salva una vita salva il mondo. (don Geremia Acri - Migrantes Andria)  

Rosario per l’Italia: questa sera da Caserta con mons. Lagnese

28 Aprile 2021 - Caserta - Questa sera il Rosario pe l’Italia, promosso da Tv2000 e Radio InBlu2000, sarà trasmesso da Caserta alle 20.50. La preghiera sarà recitata dalla Protocattedrale di Casertavecchia, nel Casertano, presieduta da mons. Pietro Lagnese, vescovo di Caserta. Intitolata a San Michele Arcangelo la chiesa al centro dell’odierna preghiera per l’Italia fino al 1841 è stata la Cattedrale diocesana.  

Associazioni: lettera per chiedere regole che favoriscono l’emersione

28 Aprile 2021 - Roma – “Nonostante il forte ritardo con cui procede l’esame delle domande di emersione e la gravità della situazione che si è determinata, il Viminale, con una circolare diffusa il 21 aprile 2021, anziché favorire l’emersione delle oltre 200 mila persone che hanno avviato la procedura, crea nuovi e ulteriori ostacoli, penalizzando ancora una volta chi vuole emergere dall’invisibilità”. Lo denunciano, questa mattina, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio, ai Ministeri dell’Interno, della Salute, del Lavoro e dell’Agricoltura da venticinque organismi e associazioni che chiedono di revocare la circolare.  Secondo il Ministero dell’Interno, in ipotesi di conclusione del rapporto di lavoro a tempo determinato nelle more della procedura di regolarizzazione, “non sarebbe possibile ottenere il permesso di soggiorno per attesa occupazione”. La circolare specifica, infatti – spiegano i firmatari -  che la procedura possa proseguire solo “nell’eventualità in cui il datore di lavoro manifesti la volontà di prorogare il precedente rapporto, o anche di volere nuovamente assumere il lavoratore” e che  “Nel caso invece in cui il datore di lavoro non abbia l’intenzione di volere prorogare il rapporto, né di volere nuovamente assumere il lavoratore, il predetto Dipartimento non ritiene possibile rilasciare un permesso di soggiorno per attesa occupazione”. Tali disposizioni – si legge nella missiva – “sono illegittime perché la legge in vigore prevede che, in caso di perdita del posto di lavoro, anche nel caso di contratto a carattere stagionale, vada rilasciato un permesso per attesa occupazione, grazie al quale l’interessato può cercare regolarmente un altro impiego. Soprattutto tali indicazioni risultano illogiche alla luce della duplice finalità dichiarata dal legislatore, per cui è stata voluta la regolarizzazione dei cittadini stranieri, in quanto producono lo svuotamento della procedura di emersione stessa”. “La regolarizzazione costituisce – per stessa indicazione della norma che l’ha prevista – lo strumento per garantire la regolarità del soggiorno e un adeguato standard sanitario a migliaia di persone che vivono e lavorano in Italia da ormai lungo tempo, e non deve diventare materia di disputa politica, a discapito delle loro esistenze” ricordano le associazioni che auspicano la conclusione dei procedimenti amministrativi pendenti ormai da quasi un anno, “senza ulteriori stravolgimenti per mano di circolari o interpretazioni ministeriali”. Se non immediatamente ritirate – avvertono le associazioni nella lettera ai Ministeri ed al Governo – queste indicazioni “rischiano di compromettere ulteriormente la già fragile applicazione della legge di natura speciale, di regolarizzazione/emersione della condizione giuridica dei lavoratori stranieri e degli stessi rapporti di lavoro interessati”.  I firmatari sono ASGI, Amnesty International Italia, ARCI, ACLI, Oxfam Italia, ActionAid, Centro Astalli, Senza Confine, CNCA, Europasilo, Intersos, Casa Dei Diritti Sociali, Medici del Mondo Italia, SIMM, MEDU, Medici contro la tortura, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, Sanità di Frontiera, ActionAid, Fondazione Migrantes, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, A Buon Diritto Onlus, Comunità di Sant’Egidio e la Campagna Ero Straniero.          

Mons. Nosiglia: “la nostra indifferenza è diventata freddezza”

28 Aprile 2021 - Torino - “Diffondiamo la cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità che è la cultura di cui oggi questo mondo ha bisogno e di cui manca tanto, per accogliere l’onore della visita che il Signore ci fa attraverso la storia, la vita di tanti migranti, di tanti rifugiati e dei loro figli”. Lo ha affermato ieri sera l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, nel corso della veglia di preghiera in suffragio degli immigrati morti nel mar Mediterraneo. “Vogliamo fare nostra, per quello che possiamo, l’angoscia delle decine di persone che hanno perso la vita nel Mare Mediterraneo vicino alla costa libica”, ha spiegato l’arcivescovo ricordando le “persone a cui è mancato qualsiasi tipo di soccorso e che sono state indotte da trafficanti senza scrupoli ad attraversare un mare agitato”. “Sentiamo su di noi il peso di questa angoscia, di questa sofferenza, di questo dramma, di questa tragedia accaduta vicino a noi, tanto vicino a noi, vicino al nostro Paese, vicino alla nostra Europa, al confine dell’Europa”, ha proseguito mons. Nosiglia, secondo cui “siamo ancora turbati per ciò che è accaduto e vorremmo che (…) tutti potessero almeno per un momento identificarsi con l’angoscia di chi è travolto dalle onde di un mare agitato, senza nessun riferimento, senza nessun appoggio, senza nessun salvataggio”. “Queste notizie passano tanto velocemente ed è anche questo che ci stupisce”, ha ammonito l’arcivescovo: “La nostra indifferenza è diventata freddezza: si passa da una cosa all’altra senza mai fermarsi se non attorno a noi stessi e alle nostre sofferenze”. Anche per questo motivo, mons. Nosiglia ha chiesto di fare dell’ospitalità ogni giorno "un evento di grazia del Signore": "mostriamo che l’ospitalità è possibile; che non solo è possibile ma che è un evento di grazia del Signore e che le porte chiuse e che i muri rappresentano solo una crudeltà”. “Diffondiamo - ha aggiunto - la cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità che è la cultura di cui oggi questo mondo ha bisogno e di cui manca tanto, per accogliere l’onore della visita che il Signore ci fa attraverso la storia, la vita di tanti migranti, di tanti rifugiati e dei loro figli.  Vogliamo fare nostra, per quello che possiamo, l’angoscia delle decine di persone che hanno perso la vita nel Mare Mediterraneo vicino alla costa libica”, ha detto ricordando le “persone a cui è mancato qualsiasi tipo di soccorso e che sono state indotte da trafficanti senza scrupoli ad attraversare un mare agitato”. “Sentiamo su di noi il peso di questa angoscia, di questa sofferenza, di questo dramma, di questa tragedia accaduta vicino a noi, tanto vicino a noi, vicino al nostro Paese, vicino alla nostra Europa, al confine dell’Europa”, ha concluso: “la nostra indifferenza è diventata freddezza: si passa da una cosa all’altra senza mai fermarsi se non attorno a noi stessi e alle nostre sofferenze”.  

Mons. Savino: “Caino, ti sei accanito ancora una volta contro tuo fratello”

28 Aprile 2021 - Cassano allo Ionio - "Il mio cuore trova il coraggio di liberare i pensieri ora e solo ora, dopo aver esperito momenti di grande dolore nel vedere, nei giorni scorsi, le immagini di corpi morti galleggiare al largo del Mediterraneo, dove 130 tra uomini e donne e bambini hanno trovato la morte nel viaggio speranzoso verso una nuova Itaca". Così il vescovo di Cassano allo Ionio, mons. Francesco Savino, commenta i gravi e recenti fatti accaduti nelle acque del mediterraneo, paragonando al viaggio di Ulisse questo ultimo e speranzoso viaggio.  "Voglio chiamarvi Ulisse – scrive il presule -, come l’eroe omerico del nostos, colui che brama il ritorno nella sua patria e che sfida la sorte e la morte per riposare gli occhi su ciò che ha sempre amato. Ulisse, come colui che ha in sé la vocazione al ritorno ma anche alla nostalgia che è Nòstos (appunto ritorno) e Álgos, cioè sofferenza e che quindi si veste di quella tristezza dettata dall’impossibilità di tornare a casa. Ulisse è il più grande nostalgico della storia e a tutti voi che oggi conoscete la crudeltà della finitezza della vita e che avete preferito l’estasi dell’ignoto all’incomprensione della miseria, mi sento di chiedere perdono perché oggi, la vostra vita, valore supremo agli occhi di Gesù Cristo, è diventata l’inganno di Ulisse che si fa Nessuno agli occhi di Polifemo". Per sfuggire alla morte ed alla violenza del Ciclope l’eroe figlio della mitologia classica, fingerà di chiamarsi Nessuno, nel dolore di una negazione della vita che assume i contorni del nichilismo sprezzante di questa umanità che tace, anche di fronte alla vostra ingiusta sorte. Oggi - scrive mons. Savino -” anneghiamo tutti, con voi, nel Mediterraneo. Siamo annegati tutti, ognuno di noi, in ogni parte del mondo. Siamo annegati nel comodo divano delle nostre case, nei cori di preghiera delle nostre Chiese, siamo annegati sul posto di lavoro e al pranzo tra i parenti. Siamo annegati con altre 130 persone e di noi non resta che un corpo morto a galleggiare sulla vergogna dei nostri inascoltabili silenzi. Siamo i corresponsabili di questa ennesima tragedia dis-umanitaria perché non si accosti a quanto accaduto nelle ultime ore al largo della Libia, neanche la radice della parola umanità. L’umanità che non si può ridurre ad essere l’insieme di uomini e donne ma che è un sentire, un atteggiamento, una dote, un dono, sembra essere affogata nella richiesta inascoltata di aiuto di chi oggi giace sul fondo del mare, quello stesso mare che tratteggia l’orizzonte, che alimenta il desiderio della terra e che oggi è il dolore dei flutti e dalla miseria del nostro disinteresse. Madri, padri, figli, uomini e donne mossi dal coraggio della disperazione hanno sfidato quelle acque non più chiare, né fresche né dolci ma torbide e lerce, sognando un futuro di riscatto che non vedranno mai più. Abbiamo ingannato il più grande insegnamento di Gesù: la fraternità e lo abbiamo fatto proprio mentre il Covid-19 ci stava dimostrando quanto siamo uguali nel dolore, nella sofferenza e nella morte. Ci siamo mentiti". Una lunga riflessione, quella del vescovo calabrese che evidenzia come anche nella morte si può essere "diseguali e non perché a qualcuno tocchi morire di più ma perché, col nostro tacere, la morte di alcuni è più ingiusta ed intollerabile" e come "la mano che smette di essere fraterna e si fa fratricida" lo fa anche "con l’arma più potente: il silenzio". "Come si fa ad osservare 130 vite umane in pericolo di vita e a pensare di avere il tempo di rimbalzarsi la responsabilità dell’accoglienza? Come si fa a discutere nei tribunali la colpa della loro morte e a non interrogarsi allo specchio della nostra coscienza che è il primo vero giudizio perché quella peserà Dio, nell’ora della nostra morte? Quante altre vite galleggeranno davanti ai nostri occhi prima che i poteri forti si impegnino seriamente per stabilire una governance delle migrazioni che ci restituisca il senso vero dell’essere fratelli?", si chiede mons. Savino che riprende, poi, i quattro verbi di azione di papa Francesco: “accogliere, proteggere, promuovere ed integrare”. Verbi non accolti: "li abbiamo, ancora una volta, annegati in mare, nel mare Nostrum che ora forse può vantare sì di essere patria: la patria della vergogna. Non conoscerò mai il colore dei vostri occhi, né il suono delle vostre voci, né la tenerezza delle vostre strette di mano ma - sottolinea il presule - per me, non sarete mai un numero, mai la superficialità di appellarvi per centinaia, mai solo il memento mori di una tragedia ma sarete sempre il desiderio di una patria nuova, di una terra abitabile e condivisibile, di un’Itaca sognata che non potrà essere dimenticata. Sono annegato anche io in questa crocifissione di massa nel mare dell’indifferenza e mi resta solo la consolazione della preghiera che possa arrivare sul fondale di quel mare che lambisce la sofferenza senza fine di sogni infranti". (R. Iaria)  

Mons. Di Tora: “tragedie del mare, basta indifferenza. Servono misure a livello mondiale”

27 Aprile 2021 -

Di Tora (Migrantes), “tragedie del mare, basta indifferenza. Servono misure a livello mondiale”

E’ un invito alla corresponsabilità e all’impegno concreto a livello europeo e mondiale sul tema delle migrazioni, per evitare altre tragedie del mare, quello di monsignor Guerino Di Tora, vescovo ausiliare di Roma e presidente della Fondazione Migrantes della Cei. A pochi giorni dall’ennesimo naufragio al largo della Libia, nel quale hanno perso la vita almeno 130 persone il presidente della Migrantes chiede “una presa di coscienza europea. Dal punto di vista mondiale l’Onu deve farsi carico di questa realtà”. “Dobbiamo veramente sentirci tutti corresponsabili in questa situazione – dice al Sir -. E’ un discorso che non può essere ridotto a problema nazionale, è un fatto che riguarda il mondo intero. Le migrazioni non sono solo dall’Africa verso l’Europa, pensiamo al flusso nelle Americhe verso nord, alle persone che migrano nell’estremo Oriente, in Australia e Nuova Zelanda. E’ un fenomeno mondiale nel quale dobbiamo inserire il nostro impegno”. Secondo monsignor Di Tora “il fenomeno non è solo nazionale e non deve riguardare solo la buona volontà di alcune Ong. Deve essere una presa di coscienza europea. Dal punto di vista mondiale l’Onu deve farsi carico di questa realtà”. Il presidente della Migrantes immagina una possibile operazione dell’Onu “come una presa di corresponsabilità da parte di tutte le nazioni, sia in una collaborazione tipo i corridoi umanitari da dove partono a dove arrivano. E un intervento nelle nazioni dove c’è maggiore povertà, per permettere alle persone di restare e impegnarsi per migliorare la loro situazione. Perché è chiaro che dove c’è ancora povertà la gente tenderà a emigrare”.  Monsignor Di Tora auspica anche “maggiore impegno” sul fronte dei vaccini ai migranti: “Il Papa ha dato l’esempio andando personalmente verso i più poveri nel giorno del suo onomastico. I più fragili non devono essere abbandonati”.

ASGI: nuovo aggiornamento del Manuale sull’accesso degli stranieri alle prestazioni sociali

27 Aprile 2021 - L’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) ha aggiornato il Manuale sull’accesso alle prestazioni sociali e ai servizi alla luce delle ultime novità: approvazione da parte del Parlamento della legge delega sull’Assegno Unico Universale e discussione della legge Europea che modificherà l’art. 41 del TUI. La questione dell’accesso dei cittadini stranieri alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi è tra le più delicate della disciplina dell’immigrazione. La difficoltà di creare un largo consenso sui criteri di ripartizione del welfare è già fonte di gravi tensioni allorché si debbano comparare i bisogni di gruppi sociali portatori di interessi potenzialmente confliggenti (giovani, anziani, minori, disabili, ecc.). Il Manuale in pdf può essere scaricato cliccando qui.  

 

Associazione Malatesta e Centro “La Pira”: come può l’Europa “disprezzare il più elementare dei diritti umani: quello alla vita?”

27 Aprile 2021 - Firenze - L’ennesima tragedia nel Mar Mediterraneo con il naufragio di un gommone al largo della Libia e la morte dei suoi 130 occupanti “ci ha sconvolto, non solo per la gravità dell’accaduto ma ancor più perché quel naufragio e quelle morti sono il risultato della mancata risposta alla richiesta di aiuto partita dalla imbarcazione in difficoltà”. Lo scrivono l’Associazione “Sante Malatesta” di Pisa e il Centro Internazionale Studenti “Giorgio La Pira” di Firenze in una lettera inviata questa mattina a Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo e a David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo e evidenziato che sono passate ore prima che una nave (di una ONG) giungesse sul luogo. “Frontex sostiene di aver allertato tre paesi (Italia, Malta e Libia) senza che nessuno di essi si attivasse. Dunque siamo arrivati alla negazione del soccorso in mare, atto che è contrario non solo ai più elementari principi di umanità ma anche alle leggi e alle convenzioni internazionali”, scrivono le due associazioni chiedendosi “come può, la nostra Europa, fiera della sua civiltà e della sua democrazia, disprezzare il più elementare dei diritti umani: quello alla vita?”. Questa tragedia è – aggiungono - “solo l’ultima di una serie di eventi e di fatti che ci debbono convincere che non si può più far finta di niente e che è l’ora di agire. Come cittadini europei ci attendiamo” che l’Unione Europea dia al tema migrazioni “la stessa importanza e la stessa urgenza che, giustamente, sono attribuite alla lotta alla pandemia, alla crisi economica ad essa collegata e al tema del cambiamento climatico”. In particolare le due associazioni chiedono “di impegnare le Istituzioni da voi presiedute affinché si proceda a “Organizzare immediatamente un sistema efficace di soccorso in mare con il contributo (nelle forme opportune) di tutti i paesi europei”, “porre subito rimedio alla situazioni drammatiche dei campi profughi collocati in prossimità delle frontiere europee (in particolare quelli di Lesbo e di Lipa) con progetti di risanamento e di assistenza alle persone che li abitano in condizioni disumane e con un sistema di incentivi/disincentivi rivolti agli Stati coinvolti”, “definire finalmente una razionale e umana politica migratoria europea e attivare Corridoi per l’arrivo legale e in sicurezza dei migranti sul territorio europeo”. “Vogliamo – concludono - continuare ad essere orgogliosi dell’Europa, la nostra grande casa comune. Le parole di esecrazione e di cordoglio non servono a nulla se non si trasformano in azioni. Dobbiamo agire ora”. (R. Iaria)    

Mons. Oliva: compiacimento e gratitudine per il salvataggio dei migranti nel mare Jonio

27 Aprile 2021 - Locri – È stato “n modo esemplare e nobile di celebrare la festa nazionale della Liberazione. Nel mare dell’indifferenza generale, questa delicata opera di salvataggio, unitamente ai tanti altri interventi di soccorso, è una feritoia di luce che dà vita e speranza e afferma quel senso di umanità di cui il nostro mondo in questo tempo ha tanto bisogno. Aver salvato tante vite umane è aver avviato un processo di restituzione della dignità a tanta gente che potrà guardare con più fiducia al proprio futuro”. Lo ha scritto il vescovo di Locri-Gerace, mons. Francesco Oliva, in un messaggio al Comandante della Guardia Costiera di Roccella Ionica (RC) per esprimere, anche a nome di tutta la Comunità diocesana, “felicitazione e compiacimento” per il riuscito intervento di salvataggio nelle acque del mar Jonio di più di 100 migranti di varie nazionalità. Il presule ha manifestato gratitudine a tutti i militari impegnati in questa e in ogni altra operazione di soccorso, nella “tutela della legalità e sicurezza della vita umana”. Sono 119 i migranti tratti in salvo domenica nel porto di Roccella Jonica a bordo di un peschereccio. Sono stati intercettati e scortati da tre motovedette della Guardia costiera e poi trainato quando il motore si è bloccato e l’imbarcazione rischiava di capovolgersi per le onde molto alte. Senza soccorso sarebbero morti tutti. Senza questo intervento sarebbero morti tutti. Gli immigrati provengono da Egitto, Iran, Iraq, Afghanistan, Sudan, Palestina, Siria e Algeria e dopo lo sbarco sono stati tutti sottoposti a tampone e poi ospitati nello stesso centro costiero calabrese, in attesa delle destinazioni. Si tratta di 83 uomini, 21 donne e 15 minori di cui alcuni in tenera età. (Raffaele Iaria)  

Valle di Susa: le traversie dei migranti ai confini con la Francia

27 Aprile 2021 - Torino - Nell’ultimo anno l’epidemia di Covid ha stravolto la mobilità in tutto il mondo, ma non per tutti. Ci sono migliaia e migliaia di persone che, anche in questi mesi di chiusure, lockdown e confinamento, hanno continuato senza sosta a spostarsi, spinti dalle guerre, dal bisogno, dalla ricerca di un posto migliore. Chi migra non può fare a meno di viaggiare, nonostante gli ostacoli, le fatiche, i pericoli che trova lungo la strada e, almeno per quel che riguarda i passaggi in valle di Susa, nessuno si è ammalato di Covid. Abbiamo visto le peripezie che la rotta balcanica comporta, ma, una volta giunti in Italia, le fatiche non sono finite. Per quasi tutti coloro che arrivano dalle frontiere orientali, l’Italia è solo un luogo di passaggio, per andare più a ovest e più a nord. Uno dei punti di transito più frequentati è l’alta valle di Susa, con i valichi del Monginevro e del Frejus. Passare di lì però è tutt’altro che scontato. La PAF, la polizia di frontiera francese, spesso blocca le persone intenzionate a passare, le ferma ai confini, impedisce le richieste d’asilo, le respinge verso l’Italia. Qui un mezzo della Croce Rossa, allertato dalla polizia italiana, li prende in consegna e porta gli sfortunati nel rifugio di Oulx, qualche chilometro più a valle. Da dove nei giorni successivi ritenteranno la sorte. Invece che sulla via principale, provano ad attraversare la frontiera passando per i sentieri o per le piste da sci, affondando nella neve, faticando a ogni passo e allungando di molto la strada e il tempo di percorrenza. Il freddo è ancora intenso e nel corso dell’inverno in qualche occasione è intervenuto il soccorso alpino ad aiutare gruppi in difficoltà. Chi alla fine riesce ad arrivare in Francia, ha come prima tappa Briançon, dove un rifugio analogo a quello di Oulx fornisce un primo aiuto. Ma restiamo in Italia. Dalla scorsa estate e fino al 21 marzo scorso a Oulx i migranti potevano contare anche sulla casa cantoniera occupata da gruppi dei cosiddetti antagonisti. Dopo lo sgombero ordinato dalla prefettura, il flusso si è addensato tutto intorno al rifugio della comunità Massi, vicino alla stazione ferroviaria. Le presenze ammontano ad alcune decine al giorno, fino a mille in un mese. Si parla di presenze e non di persone, perché ci sono i ritorni di coloro che sono stati respinti alla frontiera, come la bambina afgana di cui hanno parlato i giornali prima di Pasqua, che è stata ricoverata al Regina Margherita, colpita da una grave crisi da stress post-traumatico. Il comportamento dalla polizia francese che ha tirato fuori le armi l’ha fatta ripiombare nel terrore che aveva vissuto con la polizia croata e prima ancora nel suo paese. Numerosi episodi riguardanti adulti e minori sono ben raccontati nel sito Vie di fuga. (www.viedifuga.org). Oggi i migranti che transitano per la valle sono soprattutto famiglie, che arrivano dall’Afghanistan dall’Iran o dalla Siria, che hanno percorso la rotta balcanica, sono in cammino da mesi se non da anni; ci sono bambini, vecchi, donne incinte o che hanno partorito da poco, persone che anno subito violenze, e torture. Sono anche, per la maggior parte, persone istruite, che conoscono bene almeno un’altra lingua, in genere l’inglese, che a casa loro avevano una professione o un’attività e che hanno dovuto abbandonare tutto per salvarsi la vita. In questo viaggio senza fine hanno riversato tutte le risorse della famiglia, si sono indebitati. È del tutto incomprensibile che non gli venga concesso il diritto d’asilo, che è uno dei diritti umani fondamentali, e nemmeno il diritto a un viaggio “normale”, come quello che può fare chiunque sia in possesso di un passaporto “forte”. I cosiddetti canali umanitari aperti tra i paesi in guerra e quelli che dovrebbero accogliere i profughi sono drammaticamente sottili e inadeguati al numero di persone nel bisogno. Succede poi che anche chi pensava di fare un “viaggio normale”, ad esempio con un Flixbus o con il treno, spesso viene fermato al traforo del Frejus o alla stazione di Bardonecchia, perché ha un documento scaduto o inadeguato, o perché gli manca il tampone anti-Covid molecolare. Si tratta in genere di persone singole, per lo più giovani provenienti dal nord Africa o dai paesi dell’Africa occidentale, che sono in Italia da tempo, sono passati attraverso i sistemi di accoglienza, hanno frequentato corsi di lingua e di formazione, hanno lavorato, spesso in nero, per datori di lavoro italiani, magari hanno perso il lavoro causa Covid e non riescono a ottenere ristori o cassa integrazione, oppure gli è scaduto il permesso di soggiorno o qualche altro documento e hanno deciso di tentare la fortuna in un altro paese. Franca De Ferrari è una volontaria che dà il suo aiuto al Rifugio di Oulx. “Con lo sgombero della casa cantoniera, una delle prime cose che abbiamo cercato di organizzare è stato di tenere aperto il rifugio della Comunità Massi per tutto il giorno e non solo dalle 4 del pomeriggio alle 10 del mattino. Vedere vecchi e bambini tremare di freddo senza nemmeno a disposizione un servizio igienico, dato che i bar sono chiusi per la zona rossa, non era sopportabile. Fortunatamente, il numero di chi si offre volontario per aiutare nella gestione del rifugio è cresciuto”. C’è anche chi, come Piero Gorza di Medu (Medici per i diritti umani), ha ospitato in casa un’intera famiglia, per toglierli dalla strada e dal freddo. “I migranti in arrivo dalla rotta balcanica”, dice Piero Gorza, “sono sempre più fragili, con problematiche mediche non indifferenti, bisognosi di cure, ci sono donne che hanno partorito nei boschi, bambini piccoli, anziani con principi di congelamento; alcuni presentano fratture o ferite mal guarite. I bisogni sono cambiati e occorre farvi fronte. Soprattutto se pensiamo che il tappo della rotta balcanica prima o poi salterà e il numero di chi passerà da queste parti sarà molto più elevato”. Il rifugio Massi nasce nel 2017, quando in valle di Susa il passaggio dei migranti inizia a costituire un’emergenza: sono soprattutto ragazzi dell’Africa occidentale, che cercano di arrivare in Francia. I respingimenti della polizia francese li obbliga a tentare altre vie, più in alto, ben sopra i duemila metri, con tutte le difficoltà che l’alta montagna comporta, specie per chi non la conosce. Il rifugio raccoglie i “respinti”, li rifocilla e dà loro un posto per dormire, sapendo che il giorno dopo cercheranno nuovamente di attraversare la frontiera. A volerlo fortemente, trovare i finanziamenti da una fondazione privata, è don Luigi Chiampo, parroco molto attivo nella valle. “Oggi i bisogni sono un po’ cambiati”, conferma Luca Guadagnetto, della Comunità e braccio destro di don Chiampo, “abbiamo a che fare con famiglie, con persone più fragili e con numeri più alti, soprattutto da quando la casa cantoniera non è più agibile. Così abbiamo aumentato i posti disponibili nel rifugio, a 55, fino a sessanta in caso di necessità, abbiamo assunto un altro operatore grazie a dei fondi messi a disposizione dalla Prefettura, per restare aperti tutto il giorno. Non vogliamo lasciare nessuno per la strada. Certo senza l’aiuto dei volontari questo non sarebbe possibile, ma un operatore in più è una garanzia di continuità. Stiamo cercando altre strutture di appoggio nella valle, come il convento delle suore missionarie francescane a Susa, soprattutto per chi ha bisogno di maggiori cure. Adesso ci abbiamo mandato due famiglie numerose provenienti dall’Afghanistan. E stiamo pensando a usare una struttura della Protezione civile della media valle, in caso di necessità”. È il risultato di un incontro tenutosi nella diocesi di Susa, alla presenza dell’arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia, del responsabile della Migrantes per il Piemonte e la Val di Susa Sergio Durando, del direttore della Caritas di Susa Alessandro Brunatti, del vicario della Diocesi di Susa Mons. Daniele Giglioli, di don Luigi Chiampo in veste di rappresentante della Fondazione Talità Kum Budrola onlus e della Migrantes diocesana, dei sindaci dei comuni interessati, di un rappresentante della Prefettura e di realtà del volontariato della valle. In progetto anche un punto d’accoglienza al Traforo del Frejus per coloro che vengono fatti scendere dai bus; e uno analogo a Clavière. Perché è chiaro che, con l’avvicinarsi della bella stagione, il numero di persone di passaggio sulla rotta alpina è destinato a salire. Rimane una domanda, forse ingenua: se prima o poi i migranti in Francia riescono a passare, anche a costo di lunghe e faticose camminate, a che pro i continui respingimenti, che richiedono pattuglie, personale, mezzi? Non varrebbe la pena e sarebbe meno costoso per tutti, migranti e poliziotti di frontiera, organizzare flussi regolari, ammettendo le richieste di asilo e favorendo la mobilità? Domande che non valgono soltanto per la frontiera italo-francese, dove a respingere è la polizia francese, ma anche per quella italo-slovena dove a respingere è la polizia italiana… (Migrantes Torino - ww.migrantitorino.it).    

Milano: oggi veglia in memoria delle vittime del naufragio davanti alla Libia

27 Aprile 2021 - Milano – Si terrà oggi a Milano, alle 20, nella Chiesa di San Bernardino alle Monache (via Lanzone 13 - M2 Sant'Ambrogio), una preghiera promossa dalla Comunità di Sant’Egidio in memoria delle vittime dell’ultimo naufragio davanti alle coste della Libia. E' una delle numerose veglie organizzate dalla Comunità in Italia e in tutta Europa, per non restare indifferenti. "Di fronte a questa ennesima strage del mare - dichiara Sant'Egidio - sentiamo il dovere di levare la nostra voce e la nostra preghiera perché il nostro continente non si macchi di colpevole indifferenza ma sia fedele ai suoi valori di umanità e di difesa dei diritti".  

Chiesa, grande famiglia

27 Aprile 2021 - A coloro che non hanno una famiglia naturale bisogna aprire ancor più le porte della grande famiglia che è la Chiesa, la quale si concretizza a sua volta nella famiglia diocesana e parrocchiale, nelle comunità ecclesiali di base o nei movimenti apostolici. Nessuno è privo della famiglia in questo mondo: la Chiesa è casa e famiglia per tutti, specialmente per quanti sono «affaticati e oppressi» (cfr. Mt 11,28). (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n.85, 22 novembre 1981) Quasi al termine del suo corposo documento, nel penultimo paragrafo di Familiaris Consortio, Giovanni Paolo II denota una sensibilità tutta particolare nel volersi rivolgere a quelli che chiama “i senza famiglia”. Il suo sguardo, come sempre, spazia sull’umanità intera e comprende tutti coloro che, spesso non per loro deliberata volontà, si trovano di fatto a vivere senza il sostegno e il calore di una vera famiglia. Possono essere motivi di grande povertà, di promiscuità, di mancanza di cultura ma è certo che nel mondo sono davvero tantissime le persone sole, che non hanno legami diretti con i loro familiari, perché li hanno persi o non sanno come riallacciarli. A loro il Papa volge il suo pensiero considerandole persone “particolarmente vicine al Cuore di Cristo” e per questo degne dell’affetto e della sollecitudine della Chiesa. Si apre quindi un discorso che cambia la prospettiva rispetto a quelli fatti in precedenza. Non esiste solo la famiglia quale chiesa domestica, focolare animato dallo Spirito, a cui la comunità ecclesiale guarda come cellula primordiale e vitale dell’esistenza; c’è anche una Chiesa, come popolo di Dio, che è chiamata a fare proprio sempre più uno spirito di famiglia per poter accogliere tutti, ma proprio tutti nel suo grande abbraccio, che – come il colonnato del Bernini in Piazza San Pietro – vuole davvero comprendere il mondo nella sua vastità e diversità. C’è allora un grande esercizio di conversione che tutte le realtà ecclesiali possono voler fare, dalla Curia, alle realtà diocesane, fino ovviamente a quelle parrocchiali e ai movimenti. La Chiesa può acquisire i connotati di una famiglia se è capace di non scordarsi di nessuno, se come una madre accudisce tutti i suoi piccoli in egual misura e anzi dedicando le cure più premurose a chi è più bisognoso. Ci sono tante persone, anche in Italia, che sono “sole al mondo”, come si suol dire. A loro la comunità deve aprire le porte della Chiesa, per loro le panche dove si siede l’assemblea durante l’Eucarestia, o i saloni parrocchiali dove si svolgono le attività caritative e pastorali, per loro in modo particolare questi luoghi devono avere il profumo di casa. Spesso succede che molte di queste persone siano attivamente impegnate in parrocchia e a loro si debba una grande dedizione e spirito di servizio. A loro sarebbe bello andasse la gratitudine esplicita di molti, non solo dei sacerdoti, ma anche dei bambini e dei giovani. In tante altre occasioni si tratta di persone poco visibili, che tendono a stare ai margini, che non si fanno sentire e che pure, magari, nutrono una profonda vita di preghiera. Sarebbe bello che pastori e laici, insieme, senza delegarsi reciprocamente le responsabilità, sappiano “vedere” queste persone, renderle protagoniste, metterle al centro virtuoso della vita comunitaria. Penso a quelle persone anziane che con la loro stessa fedeltà al Rosario o all’Eucarestia quotidiana tengono accesa per tutti la lampada della fede. Magari spesso tante di loro tornano a casa e non c’è nessuno che le accoglie. Quanto è prezioso che si sentano accolte in parrocchia e valorizzate per quello che sono e per quello che sanno fare. Vi sono poi anche tanti single, come si chiamano oggi: persone che per scelta, ma molto spesso per necessità non voluta, non hanno trovato con chi fare famiglia. Alla parrocchia l’invito è a non giudicare le scelte e le responsabilità di queste persone prima di aver aperto loro la porta e averle accolte in quanto tali. Molte di loro potrebbero proprio essere “affaticate e oppresse” come dice il Vangelo ed è urgente per chi si dice cristiano andare loro incontro e farsi prossimo. Ancora una volta il sogno che tante volte già diventa realtà è quello di una comunità viva in ogni sua parte, in cui tutti si sentano a proprio agio, spronati ad essere loro stessi, a sapersi incoraggiare reciprocamente, a correggersi vicendevolmente. Bello è ricevere vita dal Corpo di Cristo spezzato per tutti e a saperla donare perché nessuno si senta solo mai, ma tutti amati nell’unico amore di Dio che non si scorda proprio di nessuno. (Giovanni M. Capetta – Sir)  

Albanesi in Italia: una messa per ricordare l’arrivo dei primi emigrati in Italia nel 1991

26 Aprile 2021 - Roma – Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dell’arrivo degli albanesi in Italia. Le immagini di quell’esodo “andrebbero interpretate nel segno della Porta di cui parla il Vangelo”. Lo ha detto questa sera don Elia Matija, coordinatore per la pastorale con gli albanesi in Italia, nella Basilica Santuario Madre del Buon Consiglio a Genazzano, nella giornata della festa molto sentita in Albania. Gli albanesi – ha detto il sacerdote – “uscivano da un paese senza porte, dove le mura spesse e pesanti di un’ideologia chiusa nella quale l’annullamento della persona ha portato al crollo del senso comunitario e di appartenenza. Non c’era una porta per uscire in maniera ordinata: sono crollate le mura ed è avvenuto l’esodo”. Un esodo – ha quindi aggiunto - disordinato che in patria ha provocato dolore e in Italia paura, ma anche cura ed esplorazione di cammini di accoglienza. C’è sempre bisogno di una porta per poter entrare e uscire per essere al sicuro. Questa porta si è configurata lentamente nel corso degli anni, perché la massa degli emigrati diventasse popolo e perché il popolo accogliente cominciasse a vedere i nuovi arrivati, non come degli estranei di cui avere paura, ma come dei fratelli. E per vederli come fratelli è necessario vederli entrare nella nostra vita attraverso l’unica Porta sicura, Cristo il Buon Pastore”. Don Elia ha quindi evidenziato che “lentamente”, nel corso del tempo, tutti hanno trovato “una porta e la comunità albanese ha imparato a entrare e uscire nella società italiana, attraverso la porta della legalità, del rispetto della cultura nazionale italiana, attraverso la porta della responsabilità personale e comunitaria. E anche i fratelli e le sorelle italiani hanno imparato ad aprire la porta del cuore, della legge e delle istituzioni, affinché si potesse entrare e uscire per accedere al pascolo della vita”. Per alcuni questa porta “ha un nome preciso: Gesù Cristo il Buon Pastore. Sono quelli che hanno il grande dono della fede. Altri forse non hanno dato ancora un nome a questa porta, ma tenendola aperta in nome della solidarietà umana e dell’accoglienza fraterna nel segno della carità, hanno realizzato il mistero della porta con opere concrete. Tocca a noi come comunità ecclesiale accompagnare tutti gli uomini di buona volontà a riconoscere nei gesti evangelici degli uomini e delle donne del nostro tempo la presenza del Cristo Signore”. Con il coordinatore hanno concelebrato il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Giovanni De Robertis e il Rettore della Basilica-santuario, p. Ludovico Maria Centra. Da oltre 20 anni gli albanesi residenti in Italia compiono, ogni anno, un pellegrinaggio alla Madonna del Buon Consiglio di Genazzano (RM), protettrice dell’Albania. Quest’anno – come anche lo scorso anno - questo non è stato possibile.  

Viminale: da inizio anno sbarcate 8.864 persone migranti sulle coste italiane

26 Aprile 2021 - Roma - Sono 8.864 le persone migranti sbarcate sulle coste da inizio anno. Di questi 1.285 sono di nazionalità tunisina (14%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Costa d’Avorio (1.207, 14%), Bangladesh (931, 11%), Guinea (814, 9%), Sudan (559, 6%), Egitto (452, 5%), Mali (447, 5%), Eritrea (436, 5%), Marocco (336, 4%), Algeria (320, 4%) a cui si aggiungono 2.077 persone (23%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Aziz e l’integrazione che crea valore: dare prima di ricevere

26 Aprile 2021 - Roma - Aziz è partito senza sapere nulla dell’Europa. Ha deciso di lasciare i suoi affetti e la sua terra, il Senegal, sedotto dai racconti di chi ce l’ha fatta, dalla prospettiva di una vita migliore. Una volta arrivato, trova però diffidenza, odio, sfruttamento ed emarginazione. Le storie che aveva sentito sul vecchio mondo erano false, per far star tranquille le famiglie di provenienza. Anche lui è costretto a fare così, alimentando il circolo vizioso che dura da decenni e che porta tanti ragazzi a guardare all’Europa come ad una fonte di salvezza incondizionata e illimitata. In Senegal non si parla abbastanza d'immigrazione e non si capisce quanto sia difficile il viaggio e la vita di un giovane migrante. Aziz arriva a Roma e ha l’opportunità di raccontare la sua storia agli studenti nelle classi e la coglie perché sa che una parola può fare la differenza. Conosce così Sophia, tramite il progetto educativo nelle scuole “Confini” sul tema dell’immigrazione. Nonostante il suo impegno nelle classi, Aziz arriva a fine mese come può ed anzi si confida “io non voglio più fare lavori che non dormo bene la notte”. La prima esigenza di un migrante è il lavoro regolare e stabile, ma non è l’unica: la storia di Aziz da voce al bisogno di ascolto e di riconoscimento che un giovane prova in terra straniera dopo un viaggio pericoloso di cui inevitabilmente porta i segni. Accoglie di buon grado la proposta dell’impresa sociale di Roma Sophia di partecipare al progetto “Creare Valore”,  attraverso l’Integrazione, che ha l’obiettivo di qualificare le capacità lavorative dei giovani migranti e di favorire il processo di integrazione e di crescita integrale della persona. Da Novembre 2019 a Marzo 2021, durante tutta la durata del progetto, un tutor di Sophia ha ascoltato e accompagnato Aziz nel suo percorso facendo emergere nel dialogo tutte le difficoltà del suo cammino, ed affrontandole una ad una permettendo al giovane di dare una svolta al suo percorso di integrazione. Seguendo corsi di formazione professionale e di lingua, è riuscito, come tutti gli altri beneficiari del progetto, ad ottenere la qualifica di operatore in campo edile del Cefme e l’attestato A2 di italiano, facilitando sensibilmente il suo ingresso nel mondo del lavoro. Ciò che ha fatto la differenza è stato il clima di amicizia che si è creato durante il “Cantiere Scuola” ossia le formazioni pratiche che i giovani hanno seguito con i formatori di Sophia per mettere in pratica i mestieri artigianali. Sophia infatti ha deciso di voler fare un passo in più: il sostegno della campagna della CEI è stato fondamentale per creare un team di lavoro stabile di giovani italiani e migranti che permettesse ai giovani di lavorare in un ambiente “protetto”, dove il datore di lavoro conosce tutto il percorso di integrazione di ogni giovane. “Più che ricevere, un giovane migrante ha bisogno di dare” è il commento di Marco Ruopoli, presidente di Sophia, che esprime al meglio la qualità del valore che l’integrazione può offrire. (A.C.)

Migrantes Rieti: non si possono dimenticare le famiglie circensi e lunaparkisti

26 Aprile 2021 - Rieti - Tra i ricordi belli della mia infanzia nella terra vicentina c’è la festa del patrono. Si aspettava con ansia perché era un giorno di  gioia, di aggregazione, di risate, di libertà. A prescindere dall’aspetto religioso ciò che coinvolgeva maggiormente noi bambini e gli adolescenti era l’arrivo delle giostre. I soldi che a volte i genitori ci davano come mancia li usavamo per farci qualche giro in giostra e per comprarci qualche dolcetto. Momenti bellissimi di spensieratezza. Sono passati tanti anni ma i lunaparkisti e circensi  ci sono ancora e continuano a portare i loro spettacoli nelle nostre città per regalare soprattutto ai bambini momenti di bellezza e di spensieratezza. Anche a Rieti. Purtroppo la pandemia, come sappiamo,  ha duramente colpito e non ha risparmiato il mondo dello spettacolo. Forse tra i più colpiti ci sono proprio loro. Non sono servite le manifestazioni fatte anche a Roma per sollecitare l’attenzione della politica e per ottenere  qualche aiuto concreto. “Non abbiamo ammortizzatori ma ci chiedete le tasse”: è il loro lamento.  Ma anche il silenzio e il disinteresse dell’informazione sono alti.  La pandemia che stiamo attraversando non ha solo conseguenze sanitarie ma anche economiche e certamente le più colpite sono le tante realtà fragili spesso vengono dimenticate. Il dramma sta nel fatto che, perdurando la situazione,  lunaparkisti e circensi “non potranno lavorare per diversi mesi ancora”. La denuncia arriva dalla Fondazione Migrantes. Il mondo delle giostre e dei circhi stanno vivendo una grave condizione dal punto di vista economico. Il direttore generale della Migrantes, don Giovanni De Robertis,  sottolinea che è una realtà che “fa fatica a chiedere visto che sono sempre andati avanti con il proprio lavoro”. La sospensione delle attività pubbliche a carattere culturale e ricreativo ha significato l’impossibilità per queste categorie di soddisfare i bisogni più elementari delle proprie famiglie. Queste persone sono oggi prive di ogni reddito e tuttavia continuano a sostenere spese rilevanti senza avere possibilità di entrate. Sono persone che hanno anche difficoltà a chiedere il contributo “buoni spesa” ai comuni di residenza considerato che sono distanti dal luogo dove la pandemia ha costretto a sostare i circhi e i luna-park. Anche qui a Rieti da molti mesi sono bloccati i lunaparkisti (5 famiglie, 33 persone tra bambini e adulti) e il Circo Rolando Orfei fermo nel piazzale antistante il palazzetto dello sport.  La Chiesa reatina ha supplito ed aiutato attraverso anche la solidarietà di alcune parrocchie e di cittadini sensibili. Però i mesi sono tanti e la pandemia ancora impedisce la ripresa delle loro attività. Data la situazione non è sufficiente la solidarietà.  Le istituzioni pubbliche, infatti, non possono e non devono dimenticare queste persone. Spetta a loro garantire  la possibilità di sopravvivenza e di continuare a sperare e a conservare il loro lavoro. Non va dimenticato, infatti, che «il circo e il luna park costituiscono una parte importante della cultura e tradizione italiana che non possono finire con questa pandemia» (don Giovanni De Robertis).  E se la solidarietà deriva dal riconoscersi fratelli allora essa è voce del verbo amare ed è un aspetto costitutivo della nostra identità umana prima ancora che cristiana. Come ha ricordato Papa Francesco nel suo discorso ad Ur dei Caldei: nel mondo d’oggi, che spesso dimentica l’Altissimo, i credenti sono chiamati a testimoniare la sua bontà e a mostrare la sua paternità mediante la loro fraternità. “I clowns sono sempre esistiti, a quanto pare. Esisteranno sempre. Buoni o cattivi. Essi avranno, come li hanno avuti per il passato, nomi diversi. Ecco tutto. Ogni volta che è stato necessario, sono risorti dalle ceneri. Sono emersi dai ricordi. Il tempo, con la sua falce, non li ha mai sfiorati. Essi sono eterni, come l’erba dei sentieri, come i frutti selvatici e i fiori di montagna  (Tristan Remy).  E se il clown nel circo è una figura amatissima dai bambini e anche da noi adulti, fuori dal circo, nella vita politica e sociale,  coloro che debbono assumersi le responsabilità e difendere i diritti di ognuno non possono nascondersi dietro una maschera di ipocrisia e trasformarsi in clown. La politica non è fatta per far ridere e quando se ne dimentica, purtroppo, genera pianto, amarezza e delusione. (Luisella Maino – Migrantes Rieti)