Primo Piano

Afghanistan: la dignità dei piccoli

31 Agosto 2021 - Roma - “Abbiamo bisogno di mantenere ‘la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accade’, che ‘risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte a ogni volontà di dominio e di distruzione’”. Aggiunge papa Francesco nella Fratelli tutti: “non mi riferisco solo alla memoria degli orrori ma anche al ricordo di quanti, in mezzo a un contesto avvelenato e corrotto, sono stati capaci di recuperare la dignità e con piccoli e grandi gesti hanno scelto la solidarietà …”. Le parole risuonano nello scorrere della tragedia afghana che si affianca ad innumerevoli altre in terre lontane e ai confini dell’Europa. La memoria ha bisogno di una narrazione leale e reale per non dissolversi con il calare dell’ondata emotiva. Narrare il passato è generare il futuro, è un intreccio di racconti di vita che riescono a “mantenere la fiamma della coscienza collettiva”. Il primo passo è del mondo adulto, almeno di quello che, letti i titoli cubitali, viste le immagini dell’orrore e ascoltate le parole forti, scava nella vita e nella storia di uomini e popoli per conoscere, per capire, per discernere. Accanto ai grandi ci sono altri che nella narrazione hanno un ruolo di primo piano: i bambini. Sia quelli sbarcati dagli aerei partiti da Kabul sia quelli che li incontreranno nelle scuole, nelle case, in tutti quei luoghi che la cultura dell’accoglienza saprà offrire perché possano crescere insieme. Forse è un sogno dopo un incubo ma nella storia, che il più delle volte li ha ignorati, i piccoli hanno compiuto cose grandi. I bambini afghani seduti accanto ai bimbi italiani, e non solo, si racconteranno e si ascolteranno. Non sarà subito perché il dolore e lo strappo sono troppo profondi, ma questo giorno verrà e sarà una stupenda condivisione di dignità. Sapranno gli adulti, i genitori. gli altri educatori e coloro che governano le città, mettersi sulla strada di chi si è opposto e si oppone al male con il bene? La responsabilità dei grandi è immensa, dovranno testimoniare che la cultura dell’accoglienza non separa l’azione dal pensiero, la solidarietà dalla giustizia. I bambini sono attenti: sanno e sapranno riconoscere i racconti veri da quelli falsi. Il loro giudizio sarà severo, anche verso il nostro Paese. Il sentiero della speranza si apre dopo quello del terrore: la direzione del cammino è indicata da quanti hanno creduto e credono nella dignità di ogni uomo e di ogni donna. Di ogni bambino. (Paolo Bustaffa)

In Famiglia: Giacobbe ed Esaù

31 Agosto 2021 - Anche all’inizio della storia matrimoniale fra Isacco e Rebecca c’è la prova della sterilità (Gn 25, 21). Non sarà la prima volta e neppure l’ultima. La Bibbia sembra ricordarci continuamente che la vita non ci è dovuta, non è scontata, è un dono e come tale va chiesto ed offerto. Isacco “supplica il Signore per sua moglie”: una bellissima immagine, una preghiera per la fecondità e la felicità di chi gli sta a fianco. Quante volte riusciamo a scorporare la preghiera dal nostro io, dalle nostre richieste e a farla diventare un dialogo con il Signore di vera intercessione per qualcun altro? Isacco è esaudito con abbondanza e Rebecca resta incinta di due gemelli eterozigoti: uno più diverso dall’altro. Fin dal grembo materno scalciano come se si azzuffassero e la madre inquieta si domanda il perché. Il Signore risponde con una profezia riguardo alle due nazioni che da esso nasceranno e pare non venire incontro allo spirito di concordia che dovrebbe instaurarsi fra fratelli. Sembra un destino segnato. Il parto è icastico e simbolico, Esaù, esce per primo, rossiccio e peloso, Giacobbe esce dopo ma gli tiene il calcagno. Noi oggi non ci affidiamo più a questi segni e l’ostetricia moderna ha molto medicalizzato quello che alle origini era veramente un momento drammatico in cui la vita e la morte (dei feti e della madre) non potevano che essere totalmente affidati alla Provvidenza di Dio. Esaù e Giacobbe, invece, sembrano dei predestinati: uno diventa abile nella caccia, avvezzo alla vita nella steppa, l’altro, forse più fragile, sta sotto le tende… oggi si direbbe “tutto casa e chiesa”. Anche i genitori lasciano che i loro sentimenti immediati prendano il sopravvento, manifestano apertamente delle preferenze: Isacco per Esaù, Rebecca per il “suo” Giacobbe: sembra di vederli questi genitori che cercano di mettere sul tavolo i meriti dei due figli, senza spostare di una virgola il loro punto di vista, senza riuscire a condividere un amore per entrambe che non privi i due giovani di una parte essenziale della loro autostima e identità… Quando un padre apostrofa il figlio dicendo alla moglie “tuo figlio ha fatto questo o quello” e viceversa… La pedagogia di casa è minata all’origine. Non c’è una vera pace all’interno di questa famiglia, una bomba ad orologeria sta per esplodere. Il primo episodio è la cessione da parte di Esaù della primogenitura a suo fratello minore. Scaltro e abile con le parole, Giacobbe fa leva sulla fame del fratello e sulla sua impulsività e lo “frega”, come diremmo oggi, senza che neanche lui se ne accorga granché. Poi, dopo varie vicissitudini in cui anche Isacco si trova a provare l’escamotage rischioso del padre di far passare la moglie per sorella, Esaù morde il freno, vuole rendersi autonomo e causando “intima amarezza” nei genitori Isacco e Rebecca, prende due mogli ittite. Sembra un’offerta commerciale, due donne come fossero un bottino, ma in realtà sono il segno di una mancanza di volontà di restare nel solco della benedizione che i propri padri hanno ricevuto dal Signore, vuol dire non avere a cuore le proprie radici. Con questo presupposto si consuma il grande inganno, ordito da Rebecca. Isacco, quasi cieco, sente venir meno le forze e vuole benedire il suo figlio primogenito: gli chiede di cacciare della selvaggina, perché possa preparargli il suo piatto preferito, mangiarne e poi essere benedetto prima che lui muoia. La madre di Giacobbe sente tutto e organizza alla perfezione la sostituzione dei figli per la benedizione. Cucina il piatto preferito del marito (quanto è importante saper stare ai fornelli per la vita famigliare!), si inventa anche un costume irsuto per le braccia glabre del figlio e il gioco è fatto. Giacobbe riceve la benedizione solenne di suo padre, il quale quando capisce cos’è successo non può far niente se non subire l’ira di Esaù, che si sente defraudato e vorrebbe una riparazione che non può avere, anzi le parole che il padre gli rivolge sembrano suggellare una vita fatta di fatica e di violenza (Gn 27, 39-40). In casa non c’è più posto per Giacobbe, il fratello Esaù aspetta solo che il padre muoia, per vendicarsi ed ucciderlo e ancora una volta è Rebecca che organizza la fuga del suo figlio preferito, non prima, però, che il padre gli abbia raccomandato – la storia si ripete - di cercare moglie fra i parenti di sua madre, da quel Labano che abbiamo già conosciuto. Mentre Esaù, vista la partenza del fratello, quasi per ripicca, sposa un’altra donna discendente di Ismaele, Giacobbe inizia il suo viaggio e lo inizia nel migliore dei modi con un grande sogno premonitore, un’infusione di coraggio e speranza che quello che ha intrapreso è un cammino che darà molto frutto. (Giovanni M. Capetta - SIR)

La casa simbolo di ogni autentica integrazione

30 Agosto 2021 - Loreto - Si è concluso il Corso di Alta Formazione dei collaboratori delle Migrantes diocesane che quest’anno si è tenuto a Loreto, nelle Marche, regione scelta dalla Commissione Cei per le Migrazioni e dalla Fondazione Migrantes per la celebrazione nazionale per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il 26 settembre. Tema del corso “Costruire e custodire la casa comune”. “La casa, simbolo di Loreto, ma anche di ogni autentica integrazione che deve portare a farci sentire a ‘casa’  nel Paese e nella Chiesa”, dice al termine del Corso il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, che ha coordinato i lavori e ha con concluso soffewrmandosi sul messaggi di papa Francesco per la GMMR. La settimana ha visto presenti oltre 70 persone da 13 regioni italiane e “ci ha permesso non solo di approfondire i diversi temi della cittadinanza, dell’inclusione, della Chiesa ‘dalle genti’ che comincia a nascere nel nostro Paese ma anche – ha aggiunto don De Robertis – di sperimentare fra noi una profonda comunione, di sentirci a casa”. Le giornate erano ritmate dalla preghiera: si aprivano con la lectio biblica del vescovo di Loreto, mons. Fabio Dal Cin  e si chiudevano con la celebrazione eucaristica presieduta da diversi vescovi marchigia, oltre  a momenti di studio ma anche “di condivisione in cui ci siamo sentiti a casa” vivendo il territorio dalla visita al museo dell’emigrazione di Recanati all’Hotel House di Porto Recanati,  dove vivono 1.800 persone di 40 nazionalità diverse. Il tema del corso  “Costruire e custodire la casa comune” è stato declinato nei suoi aspetti sociali, culturali ed ecclesiali attinenti le problematiche migratorie attuali ed ha visto la presenza di docenti universitari e di testimonianze ‘sul campo’, con una voce al di là del Mediterraneo, quella del card. Cristobal Lopez Romero, vescovo di Rabat, capitale del Marocco che è intervenuto in collegamento. Il porporato ha parlato della sua Chiesa come “la mia sposa”, piccola ma non insignificante realtà in un paese islamico dove i cristiani sono 30 mila su 37 milioni, stranieri, molti europei e moltissimi sub sahariani, studenti e operai. Una Chiesa “straniera ma non estranea al Paese, costruttrice di ponti…” come testimoniano le 12 scuole cristiane frequentate da 12mila persone e la facoltà teologica ecumenica a Rabat, caso unico al mondo in cui studenti cattolici, protestanti e mussulmani si radunano per studiare reciprocamente la rispettiva fede in modo da abbattere diffidenze e pregiudizi. Per il porporato è sbagliato definire la migrazione un problema ma un fenomeno, perché “il problema vero è la povertà”. Tra le testimonianze quella dei coniugi Antonio Calò e Nicoletta Ferrara, quattro figli,  che hanno aperto la loro casa a sei ragazzi africani salvati dai barconi dopo diverse esperienze negative e quella dell’accoglienza, da parte della parrocchia di Monticelli, in provincia di Ascoli Piceno, durante il periodo di pandemia, di un circo, composto da 70 persone, mezzi e animali, fermi senza poter lavorare. Tante anche le riflessioni a partire da Maurizio Ambrosini, sociologo delle migrazioni e docente all’Università degli Studi di Milano che in dialogo con p. Aldo Skoda si è soffermato sul tema della cittadinanza “non solo legata al riconoscimento ma cammino progressivo di impegno personale e civile verso un riconoscimento da un lato, e un impegno di partecipazione attiva dall’altro”. E quella di Paola D’Ignazi, docente dell’Università di Urbino su “Condizione migratoria e percorsi di cittadinanza: l’esperienza delle prime e seconde generazioni” e l’esperienza dell’Associazione “Agevolando” che lavora nel campo dell’integrazione. E ancora l’incontro con don Giovanni  Battista Sum Xuyi, di origine cinese, che ha parlato di p. Matteo Ricci e dell’opera del centro studi Li Madou di Macerata; di don Aldo Buonaiuto dell’Associazione Papa Giovanni XXIII che si è soffermayto sulla piaga della tratta di donne costrette a prostituirsi e di Francesco Paolo Capodaglio, medico di base per scelta presente da 17 anni col suo ambulatorio nel cuore dell’Hotel House dove vivono persone di 32 etnie. “Storie vive del prendersi cura dell’altro”, come dice il direttore Migrantes della marche, p. Renato Zilio. (Raffaele Iaria)  

Diocesi Avezzano: disponibilità all’accoglienza dei rifugiati afghani

30 Agosto 2021 -
Avezzano - Anche la diocesi di Avezzano in campo per dare ospitalità e supporto ai rifugiati afghani ospitati presso l’hub di prima accoglienza, il più grande d’Italia (capienza per circa duemila persone), allestito nell’interporto della città abruzzese dalla Croce Rossa (Cri), Esercito e Protezione civile (Dpc). Attualmente nella tendopoli sono ospitate circa 1.300 persone, si tratta di intere famiglie e numerosi bambini. La procedura prevede che all’arrivo a Fiumicino gli afghani vengano “tamponati” e dopo aver ricevuto una prima assistenza trasferiti ad Avezzano dove cominciano il periodo di quarantena (sette giorni). Nell’hub abruzzese vengono visitati, assistiti, accuditi e messi in lista per il vaccino, con l’ausilio di medici e mediatori oltre che del Dpc, della Cri e del personale del commissario per la emergenza. Secondo il programma, l’hub chiuderà entro il 2 settembre prossimo: la permanenza nel centro è di 48 ore, cinque giorni negli alberghi a completamento dei sette giorni di quarantena. Poi lo smistamento nelle varie regioni italiane secondo il piano coordinato dal Governo nazionale. Per il direttore dell’agenzia regionale di Protezione civile regionale abruzzese, Mauro Casinghini, che sta coordinando assieme alla Croce Rossa italiana le operazioni, a lasciare per primi il campo base saranno una settantina di persone che verranno sistemate negli alberghi della provincia dell’Aquila, a partire dalla Marsica. In Abruzzo, secondo quanto si è appreso, dovrebbero rimanere circa 170 persone. “Abbiamo dato subito la nostra disponibilità ad accogliere alcuni di questi rifugiati – conferma al Sir mons. Pietro Santoro, amministratore apostolico della diocesi di Avezzano –. Per questo motivo stiamo cercando, in accordo con la Prefettura, di reperire degli appartamenti dove accoglierli e provvedere poi ad un cammino di integrazione. Ci siamo attivati con la Caritas diocesana e vedremo il da farsi in base ai bisogni e alle necessità. La diocesi è presente, come sempre”.

De Robertis: a Loreto abbiamo sperimentato il “sentirci a casa”

30 Agosto 2021 - Loreto - Si è concluso il Corso di Alta Formazione dei collaboratori delle Migrantes diocesane che quest’anno si è tenuto a Loreto, nelle Marche, regione scelta dalla Commissione Cei per le Migrazioni e dalla Fondazione Migrantes per la celebrazione nazionale per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il 26 settembre. Tema del corso “Costruire e custodire la casa comune”.

“La casa, simbolo di Loreto, ma anche di ogni autentica integrazione che deve portare a farci sentire a ‘casa’  nel Paese e nella Chiesa”, dice al termine del Corso il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, che ha coordinato i lavori e ha con concluso soffewrmandosi sul messaggi di papa Francesco per la GMMR. La settimana ha visto presenti oltre 70 persone da 13 regioni italiane e “ci ha permesso non solo di approfondire i diversi temi della cittadinanza, dell’inclusione, della Chiesa ‘dalle genti’ che comincia a nascere nel nostro Paese ma anche – ha aggiunto don De Robertis – di sperimentare fra noi una profonda comunione, di sentirci a casa”. Le giornate erano ritmate dalla preghiera: si aprivano con la lectio biblica del vescovo di Loreto, mons. Fabio Dal Cin  e si chiudevano con la celebrazione eucaristica presieduta da diversi vescovi marchigiani, oltre  a momenti di studio ma anche “di condivisione in cui ci siamo sentiti a casa” vivendo il territorio dalla visita al museo dell’emigrazione di Recanati all’Hotel House di Porto Recanati,  dove vivono 1.800 persone di 40 nazionalità diverse.

Mattarella: “soltanto una politica di gestione del fenomeno migratorio dell’UE può essere in grado di governarlo”

30 Agosto 2021 -   Ventotene - “Siamo riusciti per il Covid, dando vita ad accordi e regole condivise di resilienza, dall’acquisizione alla distribuzione centralizzata europea dei vaccini. E anche di questo va dato atto con riconoscenza alla Commissione europea per questa decisione che ha fatto collaborare, e non competere, i Paesi dell’Unione in materia. Ma è singolare che si è riusciti per il Covid - cosa indispensabile e provvidenziale - che non è materia comunitaria come argomenti, e non si sia fatto ancora realmente tanto così per la migrazione”. Lo ha detto ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,  a Ventotene, dialogando con gli studenti dopo aver reso omaggio ad Altiero Spinelli, autore, 80 anni fa, con Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi del “Manifesto di Ventotene” per la promozione dell’Unità Europea.  Per Mattarella “questa carenza, questa omissione, questa lacuna, non è all’altezza delle aspirazioni, del ruolo, della responsabilità dell’Unione europea”. Su questo piano molti Paesi “sono frenati da preoccupazioni elettorali contingenti ma così si finisce per affidare la gestione del fenomeno migratorio agli scafisti e ai trafficanti di esseri umani. È come se si abdicasse, si rinunziasse alla responsabilità di spiegare alle proprie pubbliche opinioni che non è ignorando quel fenomeno che lo si rimuove, lo si cancella, perché quel fenomeno c’è in tutto il mondo ed è epocale, di dimensioni sempre maggiori. Non è ignorandolo che lo si può contrastare o cancellare; va governato. Ma per governarlo occorre avere senso di responsabilità, sapere spiegare alle proprie pubbliche opinioni che cosa va fatto”. Per Mattarella il fenomeno migratorio va governato “con regole di accessi ordinati, legali, controllati” evidenziando anche un aspetto etico: “io devo confidare di essere sorpreso dalla posizione di alcuni movimenti politici e di alcuni esponenti nei vari Paesi d’Europa, dell’Unione rigorosi nel chiedere il rispetto dei diritti umani a Paesi lontani, ma distratti di fronte alle condizioni e alle sofferenze dei migranti. E non di qualunque tipo di migranti, ma migranti per persecuzioni, per fame, perché i mutamenti climatici hanno sconvolto il loro territorio”. In questi giorni “c’è – ha detto ancora il presidente della Repubblica - una cosa che sinceramente appare sconcertante: si registra, qua e là nell’Unione Europea, grande solidarietà nei confronti degli afghani che perdono libertà e diritti ma che rimangano lì, non vengano qui perché se venissero non gli accoglieremmo. Questo non è all’altezza del ruolo storico, dei valori dell’Europa verso l’Unione”. Per Mattarella in questa materia l’Unione deve avere “finalmente una voce unica, deve sviluppare, in maniera maggiore di quanto non sia avvenuto fin qui, un dialogo collaborativo con altre parti del mondo, particolarmente con l’Africa per governare insieme questo fenomeno. Soltanto una politica di gestione del fenomeno migratorio dell’Unione può essere in grado di governarlo in maniera ordinata, accettabile, legale senza far finta di vedere quel che avviene per ora, così da non essere in poco tempo travolti da un fenomeno ingovernabile, incontrollabile”. (R.Iaria)

Bellunesi nel Mondo: ricordata ieri la tragedia di Mattmark

30 Agosto 2021 - Belluno - “C’era fretta di completare questa diga. Qualcuno sapeva cosa stava succedendo. Dal mio paese, Sospirolo, eravamo in trenta. Tra di noi ha perso la vita Casal”. “Ho fatto trent’anni di lavoro in Svizzera, di questi sei a Mattmark a costruire quella maledetta diga. Tutte le vittime di questa tragedia erano miei amici. Un’amicizia particolare quella che si costruisce nei cantieri. Per questo il dolore per la morte dei miei compagni è ancora forte. Inoltre noi operai per l’azienda non eravamo niente. Contava solo il guadagno”. “Mio padre Angelo Bressan ha lavorato a Mattmark all’età di diciassette anni, assieme ad altri suoi due fratelli e a mio nonno. Fortunatamente tutti e quattro si sono salvati, perché in quel momento non erano presenti nel cantiere. Mio nonno però era ricoverato all’ospedale di Berna per una controllo e, quando venne a sapere della tragedia – pensando che i suoi figli fossero periti – gli venne una paralisi permanente. Aveva solo cinquantadue anni. Questa catastrofe ha segnato tutta la nostra famiglia. Dall’inizio alla fine”. Sono le testimonianze portate rispettivamente da Lovat, Da Deppo e Bressan. Superstiti e parenti che hanno subito in prima persona l’immane tragedia di Mattmark commemorata ieri mattina, nel 56° anniversario, a Mas di Sedico. E a ricordare i nomi delle vittime bellunesi è stato il presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, Oscar De Bona: “Fiorenzo Ciotti, Pietro Lesana e Enzo Tabacchi di Pieve di Cadore; Giovanni Baracco, Leo Coffen, Igino Fedon, Ilio Pinazza e Rubelio Pinazza di Domegge di Cadore; Arrigo De Michiel di Lorenzago di Cadore e Silvio Da Rin di Vigo di Cadore; Celestino Da Rech, Giovanni Zasio e Mario Fabbiane di Sedico; Giancarlo Acquis di Belluno; Aldo Casal di Sospirolo; Lino D’Ambros di Seren del Grappa; Virginio Dal Borgo di Pieve d’Alpago». 88 lavoratori, di cui 56 italiani, morirono a Mattmark (Vallese, Svizzera) sotto l’implacabile massa di ghiaccio, roccia e fango in quell’infausta giornata del 30 agosto 1965. In pochi istanti si consumava un dramma, che ha ferito profondamente la terra bellunese – veneta e italiana – e che è doveroso non dimenticare, tragico esempio delle sofferenze che hanno segnato la storia della nostra emigrazione. Una commemorazione organizzata dall’Associazione Bellunesi nel Mondo e dalla Famiglia ex emigranti “Monte Pizzocco”, con il patrocino dei Comuni di Cesiomaggiore, San Gregorio nelle Alpi, Santa Giustina, Sedico e Sospirolo. E anche dalle autorità presenti sono giunti messaggi di ringraziamento, rispetto e giustizia. “Siete in tanti presenti oggi – le parole del sindaco di Sedico, Stefano Deon – ed è un bel messaggio per una giornata così importante, in cui ricordiamo una delle tragedie più immani che ha coinvolto persone che erano andate all’estero a lavorare e vi hanno trovato la morte. Senza un ricordo non c’è un domani. Gli anni passano però i problemi restano, soprattutto sulla sicurezza nel lavoro”. “Il messaggio che voglio dare in occasione di questa commemorazione – ha detto il sindaco di Sospirolo, Mario De Bon – è che tutti noi dobbiamo impegnarci affinché queste tragedie non accadano più facendo rispettare le regole sul lavoro, sia da parte dei lavoratori, sia da parte dei datori di lavoro. È il miglior ricordo che possiamo portare di queste 88 vittime”. Parole di vicinanza sono giunte anche dai sindaci di Domegge di Cadore e dell’Apago, oltre che dal presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, tramite il consigliere regionale Giovanni Puppato. Non è mancato il pensiero del presidente delle Famiglia ex emigranti “Monte Pizzocco”, Marco Perot: “Ringrazio per la loro presenza i superstiti e i famigliari di questa tragedia sul lavoro. Il nostro impegno è ricordare e lo faremo fino a quando le nostre forze ce lo permetteranno. Il mio augurio è che poi, le nuove generazioni, possano portare avanti questo testimone della memoria e del ricordo del sacrificio dei nostri emigranti”. A conclusione della commemorazione il parroco di Mas di Sedico, don Francesco Tedesco – assieme al delegato diocesano della Migrantes Francesco D’Alfonso – ha benedetto la corona d’alloro deposta davanti al monumento dei caduti sul lavoro e in emigrazione.  

Contro l’ipocrisia del cuore

30 Agosto 2021 - Città del  Vaticano - L’Afghanistan entra prepotentemente nella riflessione del Papa all’Angelus; non si può restare indifferenti, non si può voltare la testa dall’altra parte. Con i suoi morti e le violenze, con il pericolo di nuovi attentati, mentre la possibilità di una pace sembra sempre più compromessa non solo in Afghanistan, l’appello del Papa è rivolto a tutti i cristiani: “in momenti storici come questi non possiamo restare indifferenti”; di qui l’invito a intensificare “la preghiera e il digiuno”. Francesco ha manifestato vicinanza a quanti “per le vittime e gli attacchi suicidi”, ha chiesto di continuare “a prestare aiuto a donne e bambini”, pregando “perché dialogo e solidarietà portino a una convivenza pacifica e fraterna”. Vengono alla mente le parole di un vescovo “scomodo”, don Tonino Bello, il quale, così si rivolgeva ai responsabili della guerra nella ex Jugoslavia: “a tutti diciamo deponete le armi, sottraetevi all’oppressione dei mercanti della guerra” ma non sottraetevi “alle responsabilità di influire in modo determinante, ma non con le armi che consolidano la vostra potenza e le vostre economie, ma con mezzi efficaci di pressione e di dissuasione, per fermare questa carneficina che disonora insieme chi la compie e chi la tollera”. Se indifferenza è la parola che il Papa mette in primo piano di fronte alle ferite e alla violenza che si sta consumando in Afghanistan, un'altra parola entra nella riflessione che ha preceduto la recita della preghiera mariana dell’Angelus: ipocrisia. Il Vangelo di questa domenica ci mette di fronte all’ipocrisia di chi – scribi e farisei – è più attento alle regole che alla parola; capace di fare le bucce in nome di un rigore che nulla a che fare con l’accoglienza dell’altro. “Invano mi rendono culto, insegnano dottrine che sono precetti degli uomini”, leggiamo nel testo di Marco, che avevamo lasciato cinque domeniche fa per riflettere sulle pagine di Giovanni. Troviamo Gesù in una disputa con scribi e farisei, i quali osservano la legge, i precetti, dal lavarsi le mani prima di mangiare – è proprio dal fatto che alcuni discepoli del Signore avevano toccato cibo senza aver passato le mani nell’acqua, che ha avuto inizio il dialogo – ad altri oltre 600 precetti voluti dall’uomo. Gesù cita loro il profeta Isaia: “questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi adorano”. Una risposta dura, che mette subito in discussione la logica del “politicamente corretto” per andare alla radice della fede, mettendo in guardia da una esteriorità fatta spesso di compromessi. L’unica preoccupazione sembra quella di lavarsi le mani prima di mangiare. Lo stesso gesto che compirà in seguito Pilato. Lavarsi le mani non è una cosa cattiva – e in questo tempo di pandemia abbiamo sperimentato la necessità di un simile atto – buona abitudine rituale, semplice gesto prima di mangiare, ma Gesù non ci bada, dice il vescovo di Roma, perché per lui “è importante riportare la fede al suo centro”. Per essere buoni cristiani non basta l’osservanza esteriore della fede, “le formalità esterne mettendo in secondo piano il cuore della fede. Anche noi – dice Francesco – tante volte ci ‘trucchiamo’ l’anima”. È il rischio di una “religiosità dell’apparenza: apparire per bene fuori, trascurando di purificare il cuore”. Ecco l’ipocrisia, “la tentazione di ‘sistemare Dio’ con qualche devozione esteriore”. Gesù, dice il Papa, “non si accontenta di questo culto. Gesù non vuole esteriorità, vuole una fede che arrivi al cuore”. L’osservanza letterale dei precetti, ci dice Francesco, è qualcosa di sterile se non cambia il cuore e non si traduce in atteggiamenti concreti. Don Tonino Bello ricordava che “non bastano le opere di carità se manca la carità delle opere”. Le abluzioni, il lavarsi le mani, gesti per non essere impuri, dicono scribi e farisei. Per Gesù, afferma il vescovo di Roma, “non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro”, mentre è “dal di dentro, dal cuore” che nascono le cose cattive. Proviamo a cominciare dalle nostre colpe, chiede il Papa, e smettiamola di pensare che il male provenga soprattutto da fuori, “basta incolpare gli altri, la società, il mondo, per tutto quello che ci accade”. Iniziamo a distribuire le colpe perché “incolpare gli altri è perdere tempo. Si diventa arrabbiati, acidi e si tiene Dio lontano dal cuore”. (Fabio Zavattaro - Sir)

Caritas-Migrantes Piemonte: pronti ad accogliere i profughi afghani

27 Agosto 2021 -
Torino - È comune e diffusa in questi giorni la preoccupazione per la situazione venuta a crearsi in Afghanistan proprio quando pensavamo che gli ultimi venti anni avessero fatto maturare semi stabili di cambiamento. Prima che gli assetti geopolitici sono le condizioni di vita delle persone che destano apprensione e che stanno mettendo in moto una vera mobilitazione in tante parti del mondo, Italia compresa. L’arrivo dei voli militari che realizzano un’operazione definita tecnicamente di “evacuazione” e la conseguente necessità di trovare una prima ed immediata sistemazione per le circa 2500 persone interessate ha portato a cercare – e talora trovare – disponibilità anche da parte di comunità e gruppi ecclesiali. Grazie all’azione di coordinamento del Ministero e delle Prefetture i posti di accoglienza sono stati tutti trovati utilizzando le reti del Sistema Accoglienza Integrazione (SIA) e dei Centri Accoglienza Straordinaria (CAS) già attive sul territorio e di cui fanno parte anche alcune realtà del mondo ecclesiale, piemontese compreso. Non c’è, dunque, una urgenza per trovare subito nuove sedi. Abbiamo il tempo per costruire e coordinare il meglio possibile le disponibilità che le comunità cristiane possono mettere in gioco. Il tempo consente anche di poter coordinare le iniziative a livello di ogni diocesi, soprattutto interloquendo con Migrantes e Caritas delle singole Chiese. In effetti i termini del discorso potrebbero aggravarsi nei prossimi mesi quando arriveranno alle nostre frontiere nuovi gruppi di profughi o richiedenti asilo anche provenienti dall’Afghanistan. Il ponte aereo termina con la fine della presenza americana a Kabul. Da quel momento è pensabile che una parte della popolazione cercherà di uscire dal paese verso punti di raccolta in Iran, Pakistan, Turchia. Qualcuno prenderà la strada della rotta balcanica dove sono stati bloccati altri uomini nei mesi scorsi anche per lungo tempo. Se sarà possibile mettere in atto i cosiddetti corridoi umanitari questi partiranno da uno dei paesi di prima accoglienza e non dall’Afghanistan direttamente. Le persone interessate a questa fase saranno certamente più povere, meno tutelate, più esposte al traffico di esseri umani. E, arrivando in Italia, entreranno nella procedura usuale di richiesta di accoglienza, senza avere canali preferenziali. Per dare risposte di accoglienza di qualità allora sarà presumibilmente necessario aumentare il numero di posti disponibili e la capacità di farsi carico delle persone per dare loro pieno inserimento e prospettive di futuro. Serviranno case, ma anche e soprattutto relazioni, sostegno, accompagnamento, inserimento lavorativo, sostegno alla mobilità verso l’Europa. E questo non solo per chi proviene dal paese asiatico oggi sotto i riflettori. Stanno arrivando sulle coste del sud numeri importanti di persone in fuga da altre aree di crisi, e continuano anche i respingimenti alle frontiere a nord del nostro paese con la conseguente permanenza nelle nostre valli alpine di gruppi di persone sempre più numerosi. È bene che le comunità territoriali, cristiane soprattutto, inizino fin da subito a muoversi e progettare su questa prospettiva di medio termine, senza concentrarsi ed agire esclusivamente sui primi arrivi degli scorsi giorni. I contatti continui con le Prefetture consentiranno di monitorare i bisogni, ma dovremo essere capaci di farci trovare pronti, senza improvvisazioni e senza fughe individualistiche. Occorre rafforzare la rete sia per non prestare il fianco ad una deleteria supplenza, sia per dare efficacia ad una azione complessa e delicata perché inerente alla vita delle persone. Serve dare del tempo individuale e comunitario alla preghiera e all’approfondimento dei vari elementi del fenomeno, senza lasciarci tentare dalle facili semplificazioni o dall’immediata emozione. Caritas e Migrantes si stanno proponendo per chiedere in ogni sede opportuna l’attivazione di forme temporanee di protezione per gli afghani già presenti in Italia che rischiano di essere rimandati a casa: in Europa sono a rischio di rientro in 280 mila, di cui 60 mila donne. Viene anche chiesta l’interruzione dei respingimenti in frontiera sulla rotta balcanica per evitare un altro inverno come quello disumano vissuto nel 2020. Un ultimo consiglio, che è anche una richiesta: non intraprendiamo progetti né preventiviamo attività – ivi comprese le raccolte di generi primari – senza prima esserci coordinati con la rete Caritas e Migrantes. Insieme saremo più efficaci e meglio parole di Vangelo. (Pierluigi Dovis, Delegato regionale Caritas Piemonte - Sergio Durando, Responsabile regionale Migrantes Piemonte)

Migrantes Cassano Ionio: continua il primo corso di alfabetizzazione per stranieri

27 Agosto 2021 - Cassano allo Ionio - Iqbal, Babucarr, Sher, Jahan, questi sono soltanto alcuni dei venti allievi  tra marocchini, pakistani e ghanesi, che si sono iscritti e stanno partecipando attivamente al primo corso di alfabetizzazione per stranieri organizzato dall’Ufficio Migrantes della Diocesi di Cassano Allo Ionio. La volontà di svolgere questo corso ha incontrato a pieno la disponibilità del vescovo, mons. Francesco Savino, sempre sensibile a tali tematiche. Età media 27, il più “grande” tocca le cinquanta primavere circa, il più piccolo appena diciannove. Tanta volontà e allegria nel recarsi presso i locali del Seminario Vescovile "Giovanni Paolo I", sede del corso. Echeggiano nelle scale suoni indistinguibili di idiomi che raccontano esperienze, sensazioni ed emozioni di una giornata trascorsa, per i più, tra i campi della Piana di Sibari per guadagnare il pane per sfamare la famiglia, spiegano alla Migrantes diocesana. Ma "la stanchezza non la vince sulla voglia di imparare consapevoli del fatto che conoscendo al meglio la lingua italiana possono avere un mezzo in più per integrarsi e provare a sbarcare il lunario". Quaderno e penna e tanta attenzione per ascoltare la docente,  Veronica Schifini, che sta "consegnando loro le regole di grammatica, sintassi e civiltà della nostra lingua per facilitare loro la vita all’interno della nostra comunità".

Migrantes: concluso il corso di Alta formazione a Loreto

27 Agosto 2021 -

Loreto - Si è concluso a Loreto il Corso di Alta Formazione dei collaboratori delle Migrantes diocesane. Tema specifico: la Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato che la Chiesa cattolica celebra in tutto il mondo l’ultima domenica di settembre.

La prima relazione, a cura di Simone Varisco della Fondazione Migrantes, ha illustrato il percorso della celebrazione di questa Giornata arrivata alla 108 edizione in quattro tappe: 1915 espressione soprattutto dalla cura della Chiesa italiana verso gli emigranti; anni ‘50-’60 in occasione del Vaticano II l’apertura al mondo e la celebrazione in molte nazioni; negli anni’70 l’attenzione progressiva alle comunità di immigrati; dalla nascita della Migrantes in poi dal 2005 l’attenzione alla mobilità umana in generale e il passaggio alla celebrazione “mondiale” della giornata. La seconda relazione, a cura di don Gianni De Robertis, direttore nazionale della Fondazione Migrantes che ha commentato il Messaggio di Papa Francesco per la GMMR 2021. Nell’incipit il riferimento esplicito è all’enciclica Fratelli Tutti: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (FT 35). Ripercorrendo i quattro passaggi del messaggio don Gianni ha invitato gli uffici a farsi promotori nelle proprie diocesi del “sogno” di Dio che ci conduce “verso un NOI sempre più grande”: la “storia del noi” tratteggiata in riferimento ai testi biblici; la riscoperta e comprensione della cattolicità della Chiesa; l’impegno comune civile verso un mondo più inclusivo e infine la condivisione del sogno a cui insieme siamo chiamati.

Il dibattito è stato ancora una volta vivace ed arricchente. Riflesso delle differenti realtà rappresentate dai partecipanti del Corso.

In riferimento alla drammatica attualità dell’Afghanistan è intervenuta Mariacristina Molfetta della Fondazione che cura anche quest’anno la pubblicazione del Rapporto sul Diritto d’Asilo (dicembre), condividendo come la Chiesa Italiana, in rete con diversi enti, si sta muovendo per l’accoglienza e per sollecitare nuovamente il Governo italiano e l’Unione Europea nell’applicazione di politiche che permettano una reale solidarietà con il popolo afghano.

Si è infine condivisa la sintesi dei 5 gruppi di lavoro nelle giornate di confronto sui temi della cittadinanza e della comunità cristiana in merito alle azioni per trasformare la pluralità in diritti, cittadinanza e relazioni fraterne: come facilitare e promuovere il sentirsi “casa” nella città e nella comunità?

Verso ciascuno il grazie per la partecipazione attiva e l’augurio di far tesoro di queste giornate condivise e l’impegno di animare la Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato nelle nostre diocesi come occasione per rilanciare la Pastorale dei Migranti. (don Sergio Gamberoni - Migrantes Bergamo)

Fano: domani lo spettacolo “Via da Casa”

27 Agosto 2021 - Fano - Anche Fano partecipa  alla manifestazione regionale “Se vuoi la pace prepara la pace” promossa dall’Università della Pace e cofinanziata dalla Regione Marche che quest’anno giunge alla sua IX edizione. Lo fa attraverso la rete di associazioni della Scuola di Pace “Carlo Urbani” della Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola che sabato 28 agosto alle ore 21 ospiterà nel suggestivo Chiostro del Seminario di via Roma lo spettacolo “Via da Casa – Migrazioni e cambiamenti climatici” attraverso parole, musica e teatro a cura del Gruppo Fuoritempo di San Michele al Fiume e del gruppo musicale Nineteen Fourth. L’iniziativa, che gode anche del patrocinio gratuito del Comune di Fano-Assessorato alla Pace, è pensata per riflettere in chiave artistica e culturale sul difficile tema del rapporto tra migrazioni e impatto ambientale causato dall’uomo e dalle sue attività. L’iniziativa è gratuita ma, in ottemperanza alle norme anti Covid-19, è necessaria la prenotazione tramite la mail gruppo@fuoritempo.info, oppure attraverso l’evento Facebook dedicato o chiamando il numero 391/1485502. Venti posti potranno essere prenotati in loco la sera stessa dell’evento dalle ore 20.45.

La “pagella in tasca”: l’Agenzia Onu lancia il progetto con il contributo della Fondazione Migrantes

27 Agosto 2021 - Roma - Una “pagella in tasca”, per permettere ai ragazzi rifugiati di arrivare in Italia e poter proseguire gli studi. Il progetto, promosso da Intersos, Unhcr e Agenzia Onu, partirà a settembre, quando giungeranno i primi cinque minori non accompagnati che saranno ospitati da famiglie affidatarie di Torino. L’ingresso dei giovani migranti verrà consentito attraverso un visto per motivi di studio e riguarderà, in tutto, 35 rifugiati in Niger tra i 15 e i 17 anni. La “pagella” sarà un canale di accesso in Italia regolare e sicuro: i minori potranno così continuare a studiare senza rischiare la vita affidandosi ai trafficanti di persone per affrontare il viaggio nel Mediterraneo. Il progetto, riconosciuto dai ministeri dell’Interno, degli Esteri e del Lavoro, e dal Comune di Torino, coinvolge famiglie e organizzazioni del privato sociale nell’accoglienza e nella promozione dei percorsi di inclusione dei minori: c’è, quindi, una forte partecipazione della società civile accanto alla presa in carico istituzionale. «Con questo progetto lavoriamo a due obiettivi: aumentare le opportunità di accesso all’educazione per i ragazzi e le ragazze rifugiate e ampliare i canali di accesso sicuri per chiedere asilo» ha detto Chiara Cardoletti, rappresentante Unhcr per Italia, Santa Sede e San Marino. «È importante creare le condizioni per accogliere in modo sicuro e pianificato i giovani rifugiati offrendo loro la possibilità di studiare in Italia e, allo stesso tempo, sottraendoli ai rischi connessi a viaggi tanto disperati quanto pericolosi». Il progetto è stato realizzato con il sostegno della Conferenza Episcopale Italiana nell’ambito della campagna “Liberi di partire, liberi di restare - Fondi 8 per mille Chiesa cattolica”, della Fondazione Migrantes, di Acri e Fondazione Compagnia San Paolo

Migrantes: ieri visita al museo di Recanati. Oggi la conclusione del Corso

27 Agosto 2021 - Loreto - Si concluderà oggi a Loreto il Corso di Alta Formazione, promosso dalla Fondazione Migrantes  sul tema "Costruire e custodire la casa comune". Ieri la giornata si è aperta con la preghiera del mattino, presieduta quotidianamente da mons. Fabio Dal Cin, vescovo di Loreto: un insegnamento tra i molti offerti dall’icona della Santa Casa di Loreto è l’incoraggiamento a vivere un servizio cristiano umile, che non cerca la vetrina e il protagonismo. Successivamente il gruppo si è trasferito in pullman a Recanati per una serie di appuntamenti. Prima tappa: la visita al museo della “Migrazione dalle Marche”, un percorso allo stesso tempo struggente e appassionante, che ha trasferito i presenti nel vivo delle vicende umane di intere generazioni di mezzadri, braccianti, pescatori decisi ad affrontare viaggi pericolosi e lunghi, ad accettare lavori in miniere, in campi sperduti o in anonime fabbriche, aggrappati alla sola speranza di salvare le loro famiglie dalla fame e di guadagnare condizioni di vita appena migliori. Dopo un passaggio al duomo della città (nel quale sono custodite le spoglie di papa Gregorio XII, che con la scelta di dimettersi ricompose il doloroso scisma di Avignone) siamo giunti al secondo appuntamento, quello con don Giovanni Battista Sum Xuyi. Il prete di origine cinese ci ha presentato la figura di Matteo Ricci, recanatese di origine, e l’opera del centro studi Li Madou di Macerata. Definito ‘Ponte tra Oriente ed Occidente’, il missionario gesuita (vissuto tra il 1552 e il 1610) ha inaugurato un metodo di evangelizzazione ancora oggi straordinariamente attuale, basato sul dialogo e su una rispettosa inculturazione della fede contestualizzati in una relazione di autentica amicizia con i propri interlocutori. Tra i numerosi libri da lui pubblicati (da subito in lingua cinese!) il catechismo è stato definito “medicina spirituale” dagli stessi dignitari presenti presso la corte dell’imperatore. Il Centro studi Li Madou si prefigge di sostenere la ricerca teologica, gli scambi culturali tra Italia e Cina e diverse pubblicazioni, in ideale continuità con il lungimirante lavoro iniziato da Matteo Ricci. Nel pomeriggio ci si è trasferiti a Porto Recanati, presso una struttura della parrocchia San Giovanni battista. L’attività pomeridiana ha visto in successione tre testimonianze. La prima, quella di don Aldo Buonaiuto dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, ha illustrato in maniera efficace la terribile e dolorosissima piaga della tratta di donne costrette a prostituirsi e l’infaticabile opera di liberazione e di riscatto che l’Associazione sta ancora portando avanti sul solco del suo fondatore, don Oreste Benzi. La seconda, quella del dott. Francesco Paolo Capodaglio, medico di base per scelta presente da 17 anni col suo ambulatorio nel cuore dell’Hotel House, realtà di estrema periferia esistenziale: 460 interni, 16 piani, 32 etnie. Hanno colpito molto la sua professionalità, la sua dedizione al prossimo e la sua scelta di “essere raggiungibile proprio da tutti”. Il terzo intervento infine ci è stato offerto da Nicola Pallotto, della coop. sociale On The Road, il quale ha sviscerato le numerosissime iniziative che dal 2019 hanno coinvolto i residenti dell’Hotel House, le istituzioni locali e gli uffici di servizi per aiutare i primi a trovare una situazione più agevole di vita: mappature dei bisogni, prevenzione e riduzione delle dipendenze, sportello multi-agenzia, mediazione culturale, individuazione di peer-counselor tra i residenti, ecc. La giornata di incontri si è conclusa infine con la celebrazione della messa presieduta da mons. Nazzareno Marconi, vescovo della diocesi di Macerata -Tolentino – Recanati – Cingoli – Treia, il quale ci ha condiviso una delle ricchezze della sua chiesa: l’incredibile varietà di culture nel clero diocesano (23 nazioni presenti tra 108 preti più 15 missionari) costituisce una sfida e allo stesso tempo una concreta profezia di cattolicità per questa diocesi. (don Graziano Gavioli - Migrantes Modena-Nonantola)

Afghanistan: a Catanzaro, la diocesi con Caritas e Migrantes aprirà le porte ad intere famiglie

27 Agosto 2021 - Catanzaro - Da giorni, ormai, scorrono dinanzi ai nostri occhi foto, video che ritraggono immagini di un mondo che avremmo voluto diverso e che continua a nutrirsi di odio e discriminazione. Immagini del fallimento dell’uomo nei confronti di altri esseri umani, la mancanza di responsabilità dei poteri forti verso gli ultimi, i più deboli. Solo qualche mese fa il Presidente americano, Biden,, annunciava il ritiro delle truppe americane dalla missione in Afghanistan entro l’11 settembre ed è bastato raggiungere al 90% questo obiettivo per vedere vanificato, ad opera dei talebani, quanto era stato ottenuto. Ma a causa di chi o di che cosa è accaduto tutto questo? Di chi sono le colpe? E’ questo ciò su cui ci si interroga da giorni…l’abbandono degli stati forti, anni di impegno buttati via…probabilmente, invece bisognerebbe interrogarsi se quell’aiuto portato avanti era realmente la risposta giusta al problema o se piuttosto fosse necessario partire dal dialogo, lanciato dall’appello recente di Papa Francesco “…pregare il Dio della Pace affinché cessi il frastuono delle armi e sia trovata una soluzione al tavolo del dialogo…solo così le martoriate popolazioni di quel Paese potranno tornare alle proprie case e vivere in pace e sicurezza nel pieno rispetto reciproco”. Dialogo dal latino dialogus, composto da dià “attraverso” e logos, “discorso” indica il confronto verbale che attraversa due o più persone come strumento per esprimere sentimenti diversi e discutere idee. Ci siamo mai messi realmente in ascolto dei bisogni di questa popolazione? Abbiamo realmente pensato a come accoglierli nel rispetto della loro diversità culturale? L’accoglienza, è questo il punto cruciale su cui la Diocesi di Catanzaro-Squillace e l'arcivescovo mons. Vincenzo Bertolone, stanno cercando di dare risposte efficaci. Di fatti, l’accoglienza di chi arriverà attraverso le evacuazioni o, in futuro, attraverso la rotta balcanica o via mare, non potrà essere lasciata alla buona volontà delle centinaia di persone che stanno chiedendo di ospitare afghani, ma sarà gestita dal Ministero dell’Interno, il quale ha già dato rassicurazioni sul fatto che i sistemi SAI e CAS possono sopperire all’esigenza di posti di accoglienza. La diocesi di Catanzaro-Squillace, sensibile al dramma che sta vivendo il popolo afghano, e in direzione di un’attenzione sempre costante agli ultimi che mons. Bertolone porta avanti dall’inizio del suo mandato e di cui si è fatto sempre portavoce, si sta preparando all'accoglienza concreta e fattiva di persone in arrivo nella nostra terra in cerca di protezione. La diocesi aprirà le porte ad intere famiglie, con particolare attenzione alle categorie più fragili, bambini e donne. Il Vicario Generale indirizzerà una lettera a tutti i parroci per chiedere loro di segnalare case canoniche vuote o appartamenti non utilizzati, anche in uso a privati, ed anche se ci sono famiglie disponibili ad accogliere piccoli nuclei familiari o anche solo mamma e bambini. Non sarà un’accoglienza gestita in maniera estemporanea ed improvvisata ma coordinata da una realtà ecclesiale che nella diocesi ha fatto dell’accoglienza le fondamenta del proprio servizio, ovvero la Fondazione Città Solidale onlus che gestisce attività e servizi per conto della diocesi ed in stretta collaborazione con la Caritas Diocesana e l’Ufficio Migrantes. Inoltre, Città Solidale metterà a disposizione anche le strutture SAI da essa gestite e già attive nella Provincia (nei Comuni di Gasperina, Catanzaro, Squillace, San Sostene, Girifalco, Satriano) ed anche quelle che saranno a breve avviate (nei Comuni di Tiriolo, Settingiano e Davoli), in linea con quanto indicato dal Ministero dell’Interno. La Migrantes Diocesana continuerà a dare il suo contributo anche in questo percorso e   segnalerà all'ufficio Migrantes Nazionale della CEI la disponibilità e l'impegno della diocesi a collaborare e mettere in atto le linee guida che saranno impartite dal Ministero dell’Interno, della Caritas Italiana e dalla stessa Migrantes Nazionale. Città Solidale, inoltre, impegnata anche nell’ambito della formazione ed informazione, svilupperà un'azione sinergica di sensibilizzazione sul territorio, coinvolgendo parrocchie, scuole, associazioni, affinché le azioni di intervento e risposta siano frutto di un lavoro di rete mirato ed efficace, sempre nel rispetto degli orientamenti che saranno dati dalle Istituzioni preposte (Prefettura, Questura …). Una rete tra diverse realtà per offrire risposte concrete e diventare realmente “operatori di pace”, attraverso la via alternativa che ci indica Papa Francesco: “Prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata sui rapporti di fratellanza”. È proprio questo concetto di cura che la Diocesi di Catanzaro-Squillace ha fatto suo ed intende portare avanti anche in questa circostanza. (don Piero Puglisi - Direttore Migrantes Catanzaro-Squillace)   Ufficio Comunicazione e Stampa Città Solidale  

Vangelo Migrante: XXII domenica del Tempo Ordinario – B (Vangelo Mc 7,1-8.14-15.21-23)

26 Agosto 2021 - Dopo alcune settimane, torna il Vangelo di Marco e riparte da una sezione dove si riporta un tentativo di polemica da parte di alcuni farisei e scribi venuti da Gerusalemme. Interrogano il Maestro indignati perché i suoi discepoli non rispettano le tradizioni: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. La loro facile inclinazione ad accusare gli altri, rappresenta il tentativo subdolo, patetico e violento di difendere se stessi per non cambiare, per non mettersi in discussione, per non lasciarsi interpellare dal messaggio esigente, radicale e liberante proposto da Gesù. La risposta di Gesù, ampia e articolata, dura e chiara, si sintetizza in una sola parola: “ipocriti!”. Essi sostituiscono l’osservanza di insignificanti tradizioni umane, all’osservanza del comandamento di Dio. Per Gesù ciò che trasforma l’uomo non è ciò che entra dalla bocca, ma ciò che entra nel cuore, nella coscienza e determina le sue scelte. L’autentica religiosità si manifesta nell’amore per Dio che porta all’amore del prossimo attraverso l’osservanza dei suoi comandamenti. Anche per noi il rischio di una religiosità formale e ritualistica è grande. Entrando nel nostro cuore per verificare seriamente che cosa vi sia, impegnandoci ad eliminare ogni intenzione cattiva, sforzandoci a distinguere il bene dal male, potremo renderci conto quanto sia difficile ed impegnativa la costante promozione della vita degli altri, quanto siamo esposti al peccato a motivo della fragilità umana, ma anche quanto sia liberante e gioiosa la ricerca seria del bene. Le azioni buone nascono da un cuore buono, ma è altrettanto vero che i comportamenti buoni contribuiscono anche a rendere più buono il cuore dell’uomo. Spesso sono le azioni effettivamente compiute che consentono di capire meglio quello che c’è nel cuore, rivelandoci qualche volta migliori e qualche altra volta peggiori di quello che credevamo di essere. (p. Gaetano Saracino)  

Migrantes Cesena-Sarsina: il racconto di una giornata al circo e luna park

26 Agosto 2021 - Cesena - Alle 9 di lunedì 16 agosto mi sono recato a Sant’Angelo di Gatteo, alla Casa Fracassi, come concordato il giorno precedente, suonando al campanello della stanza di don Silvano Ridolfi. In qualità di delegato del vescovo per la pastorale dei lavoratori dello spettacolo viaggiante (circensi, lunaparchisti, fieranti, ecc.), quale suo successore, gli avevo proposto di accompagnarmi a far una visita al circo e al luna park presenti in questo periodo di caldo afoso a Cesenatico. Per tanti anni, don Silvano ha collaborato con la Fondazione Migrantes (organo della Cei) che si occupa, oltre che di immigrati ed emigrati anche dei lavoratori degli spettacoli viaggianti, dei rom, dei sinti e altri nomadi, e quindi la sua esperienza sacerdotale poteva meglio qualificare la mia presenza. Il Circo Busnelli “Niuman” in via Litorale Marina è stato presente a Cesenatico con spettacoli dal 10 al 22 agosto. Un ritorno nella nostra città dopo tanti anni di assenza. Appena scesi dall’auto, abbiamo scorso due persone proprio all’ingresso del circo. Uno dei due era proprio il signor Arcangelo Busnelli, titolare e fondatore della struttura, ancora in attività di clown. E neanche a farlo apposta, nell’apprendere che c’era don Silvano, già parroco a Cesenatico dal 1990 al 2006, il signor Busnelli, raggiante in volto, ha salutato con immenso piacere il sacerdote che negli anni ‘90 ha seguito religiosamente, spiritualmente e sacramentalmente i suoi figli Elisabeth, Angel, in particolare David, ora intestatario del circo, quando questi frequentavano l’Accademia del circo, diretta dal compianto Egidio Palmiri, un’istituzione del mondo circense, allora con sede a Cesenatico nel nostro territorio parrocchiale. Il signor Busnelli ci sottolineava le difficoltà del presente momento, tanto da non poterci presentare i propri figli, già alunni, ora artisti a pieno titolo, poiché impegnati in opera pubblicitaria nel paese al fine di vendere biglietti per i loro spettacoli. Ricordo che in passato la pubblicità della presenza del circo era caratterizzata da un tappezzare la città di manifesti, con affissioni, cartelloni sandwich agli alberi, alle aste dei lampioni e un pavesare di striscioni e bandiere le strade e con fracasso svegliare la città con clown ed elefanti in corteo: altri tempi sicuramente. Gli abbiamo consegnato la rivista della Fondazione - Migranti-Press - con pagine dedicate al suo circo Niuman e, oltre al nostro opuscolo con tutti gli orari delle sante Messe nelle nostre chiese ed altre proposte religiose, gli abbiamo donato un rosario con l’immagine della nostra Madonna portata a ferragosto a bordo del “Luna” in mezzo al mare, chiedendo la sua protezione per tutta la famiglia circense. Abbiamo accolto con piacere il suo invito a partecipare allo spettacolo serale e ci siamo congedati augurandogli tanto successo su tutti i fronti e pregandolo di salutare per nostro conto i suoi figli. A circa un chilometro di distanza abbiamo incontrato due persone titolari di strutture di divertimento del luna park di Valverde in viale Carducci, che da tempo “giocondano” la nostra città per la gioia di ragazzini e bambini. Con sorpresa, abbiamo appreso che un titolare di una giostra è di Santarcangelo di Romagna e l’altro, responsabile organizzativo dell’intero luna park, è proveniente da Cesena, parrocchia di San Mauro in Valle. Dopo alcuni scambi di informazioni che sicuramente renderebbero interessante ogni approfondimento, abbiamo consegnato anche a loro il nostro materiale religioso e li abbiamo salutati e ringraziati per la cortese accoglienza, lasciandoci alle spalle le tante case mobili abitate (roulotte, camper ecc.) che rappresentano il motivo della presenza della Chiesa anche per queste persone itineranti. A fine mattinata ho riaccompagnato don Silvano a Casa Fracassi, con l’impegno di proseguire il nostro itinerario pastorale anche nei confronti di alcune presenze rom e sinti nella nostra diocesi, cercando di portare a tutti la gioia del Signore Risorto. (Ettore Rossi - Migrantes Cesena-Sarsina)   Il racconto è stato pubblicato sul sito del settimanale della diocesi di Cesena-Sarsina, "Corriere Cesenate"  

Afghanistan: Scalabriniane, attuare politica delle “porte aperte”

26 Agosto 2021 - Roma - “Sempre più persone oggi si preoccupano di quanto sta avvenendo in Afghanistan, soprattutto per il grande pericolo a cui sono esposte le donne. Il mondo delle istituzioni, della cooperazione internazionale, deve essere sempre più convinto che la soluzione principale è quella delle porte aperte, per aiutare le tante persone che stanno richiedendo asilo. Lo stiamo vivendo in questi giorni nella piccola isola di Lesbo, in Grecia, dove nella missione svolta dalla nostra congregazione, possibile grazie alla partecipazione a un progetto della Comunità di Sant’Egidio, vediamo tanti afghani preoccupati e segnati per tanto dolore. Alle spalle hanno il terrore, davanti a loro c’è l’ansia di non poter avere un futuro”. E’ quanto dichiara in una nota suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Scalabriniane evidenziando che “la questione afghana apre a un problema complesso e difficile da risolvere nel mondo, legato alle violenze di genere. Alla crisi che si è aperta - ha aggiunto sr. Neusa - riteniamo opportuno come sia necessario rispondere con l’appello al dialogo fatto da Papa Francesco. Preghiamo per loro, per tutti gli afghani, con la speranza che anche le persone più fragili e in situazione di vulnerabilità possano vivere in pace e sicurezza. Rispondere a loro, come ai tanti rifugiati siriani e di altre parti del mondo, è un impegno fondamentale. Non possiamo lasciarli soli, ecco perché è importante mettere in atto sia gesti di meditazione e preghiera sia azioni in grado di coinvolgere le istituzioni a diversi livelli”. (R.I.)
 

Afghanistan: Ccme, procedure rapide di asilo in Ue

26 Agosto 2021 - Roma - Evacuazione immediata delle persone più vulnerabili dall’Afghanistan, con particolare attenzione anche alle minoranze a rischio di persecuzione. Assistenza umanitaria nel Paese e nei Paesi limitrofi con l’impiego di personale femminile in grado di raggiungere donne e bambine. Attivazione di ogni canale diplomatico possibile, anche se il dialogo deve avvenire “nell’interesse del popolo afghano” e “a condizione del rispetto dei fondamentali diritti umani”. E infine, consentire nei Paesi europei procedure rapide per l’accesso all’asilo e stoppare immediatamente ogni processo giudiziario di rimpatrio forzato in patria. È il “pacchetto” delle priorità contenute in un Documento elaborato dalla Commissione delle Chiese per i migranti in Europa (Ccme), organismo a cui aderiscono anche il Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc) e la Conferenza delle Chiese in Europa (Kek), “per una risposta dell’Ue alla situazione in Afghanistan”. “La stragrande maggioranza degli sfollati afghani – scrive il Ccme nel documento – sarà probabilmente ospitata nei Paesi vicini, come è avvenuto in decenni di sfollamento dall’Afghanistan”. I numeri sono già chiari: a luglio 2021, l’Iran ha ospitato 800.000 rifugiati registrati e fino a 3 milioni di sfollati afghani. In Pakistan i rifugiati registrati sono 1,4 milioni. Cifra che può arrivare fino a 2 milioni di altri sfollati afghani non registrati nel Paese asiatico. “Queste cifre – si legge nel documento – aumentano di giorno in giorno. Ci sono, inoltre, quasi 5,5 milioni di sfollati interni nel Paese”. “In questo contesto, è fondamentale che la piccola percentuale di sfollati che arriva in Europa abbia accesso rapido a una procedura di asilo equa, in linea con gli obblighi degli Stati europei ai sensi del diritto dell’Ue e della legge internazionale”. “Evacuare il più rapidamente possibile e il maggior numero possibile di persone che sono a rischio immediato per la loro  sicurezza” è la priorità sottolineata dalla Commissione che include nella lista le donne e le bambine, come pure i membri delle minoranze a rischio di persecuzione. Riguardo invece ai negoziati di dialogo, il Ccme scrive: “Il dialogo con tutti gli attori interessati in Afghanistan è importante se è nell’interesse del popolo afghano. Tuttavia, a parte l’assistenza umanitaria, tutte le altre forme di cooperazione con qualsiasi potenziale governo futuro devono essere subordinate al rispetto dei diritti fondamentali di tutti gli afghani, in linea con gli obblighi internazionali dell’Afghanistan e dell’Ue”. Il documento mette poi in guardia i politici europei da ogni strumentalizzazione politica della situazione afghana per “alimentare panico e paura verso le persone che cercano protezione” e per legittimare politiche pre-esistenti di chiusura delle frontiere. (Sir)

Afganistan: Santa Sede, rispetto dei diritti e accoglienza

26 Agosto 2021 -

Città del Vaticano - La Santa Sede continua a seguire gli sviluppi in Afghanistan «con grande attenzione e profonda preoccupazione» ed esorta «a riconoscere e sostenere il rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali» e ad accogliere i rifugiati «in uno spirito di fratellanza umana».

Così ieri monsignor John Putzer, incaricato d’affari della Missione permanente della Santa Sede presso l’Onu e altre organizzazioni internazionali a Ginevra, intervenendo alla 31/a Sessione Speciale del Consiglio dei Diritti Umani.

Intanto il quotidiano  "L’Osservatore Romano" fa notare: «È una situazione sempre più contraddittoria e drammatica quella che stanno vivendo migliaia di afghani, fuori e dentro il loro Paese». Ma «di fronte a questa situazione, i governi occidentali scrive il quotidiano fanno ancora fatica a elaborare un piano comune per prestare assistenza ai profughi e per intavolare un dialogo con il nuovo regime talebano».