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Mons. Russo: “fare emergere tanti ‘nuovi europei’ dalla condizione di invisibili”

18 Giugno 2020 - Roma - “Oggi siamo insieme a numerosi amici e amiche che hanno varcato il Mediterraneo o sono giunti in Europa attraverso vie di terra: molti fra voi hanno dolorosamente perso amici e parenti”. Lo ha detto questa sera il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, nell’omelia della veglia di preghiera “Morire di Speranza” nella Basilica di Santa Maria in Trastevere promossa dalla Fondazione Migrantes, la Caritas Italiana, la Comunità di Sant’Egidio, il Centro Astalli, la Federazione Chiese Evangeliche in Italia, lo Scalabrini Migration International Network, le Acli, l’Associazione Papa Giovanni XXIII, l’Associazione Comboniana Migranti e Profughi. “Sigle – ha detto mons. Russo - che possono apparire distanti a chi non ha familiarità con queste realtà, ma in verità ad ognuna di queste sigle corrispondono persone che si spendono ogni giorno per vivere quella prossimità che diventa un obbligo del cuore quando come cristiani ci rendiamo conto che questa può diventare una risposta importante alla chiamata che il Signore fa agli uomini e alle donne del nostro tempo. Questa assemblea liturgica si allarga ai tanti che sono collegati e alle altre veglie che hanno luogo a Roma, in Italia e nel mondo”. Il presule ha invitato a riascoltare le parole di papa Francesco sul sagrato deserto di Piazza S. Pietro nel periodo pasquale: parole “rimaste impresse in modo indelebile nel nostro cuore ed hanno raggiunto i confini della terra caratterizzando particolarmente questo nostro tempo che oserei dire ‘fuori del tempo’. Riascoltiamo le sue parole, portando nel cuore non solo le attese personali, ma facendo nostre quelle dei profughi, dei rifugiati, dei migranti che, lungo quest’anno e ancor più nel tempo eccezionale della pandemia, muoiono e vivono nella disperata ricerca della salvezza”. “I venti contrari sono certo forti e chi più ne soffre sono i poveri: nel tempo della pandemia, come non pensare a chi è costretto nei campi profughi sovraffollati, a chi non vede alcuna via di uscita? In Africa, in Asia - pensiamo ai Rohingya -, nel campo di Moira a Lesbo, già Europa, o chi si accalca alle sue frontiere. Lontano da noi, a Tapachula, di fronte al confine con il Messico. O ai siriani, nei campi libanesi”, ha detto il segretario generale della Cei: “luoghi di dolore, dove, più di prima, mancano cibo, vestiti, tende, cure sanitarie. Il lockdown inasprisce condizioni già invivibili, con uomini, donne e bambini impossibilitati al distanziamento fisico e senza accesso all’acqua per lavarsi, con il terrore di essere sterminati dal coronavirus. Quante preghiere salgono dai 50 milioni di sfollati interni che popolano i diversi continenti? Quante dai profughi detenuti in Libia, sottoposti a ogni genere di abusi, e da quelli che fuggendo vengono nuovamente respinti?”. “Di questo tutti abbiamo responsabilità, nessuno può sentirsi dispensato”, ha ricordato papa Francesco, domenica scorsa parlando della situazione in Libia al termine della preghiera dell'Angelus. “Se siamo qui è perché non solo non ci sentiamo dispensati, ma perché sappiamo che Gesù non è mai indifferente, anzi: salì sulla barca dei suoi amici e la sua presenza calmò le acque”, ha quindi aggiunto mons. Russo: “è quindi la sua presenza a donarci nuovamente l’audacia e la forza: della preghiera e del gesto. E non dimentichiamo, in questo tempo dopo la Pentecoste, che, non il vento del Mar di Galilea, ma il vento dello Spirito spinse i discepoli frastornati incontro ai popoli allora conosciuti, parlando una lingua nuova che tutti potevano intendere. La lingua dell’amore, che particolarmente nel tempo della pandemia ha visto molti soccorrere i più soli e i più esposti. Fra essi abbiamo presenti i volti di tanti e tante badanti, delle colf, di immigrate e rifugiate che si sono prese cura degli anziani impedendo che fossero abbandonati alla solitudine e preda del contagio negli Istituti. Sono stati tanti quelli che hanno avuto compassione e hanno portato il loro contributo per sfamare chi era senza casa”. Prima della preghiera il saluto del vescovo ausiliare di Roma, mons. Daniele Libanori e poi il ricordo di alcuni fra i nomi di coloro che sono morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. Sono, secondo alcuni dati, 40.900 persone morte, dal 1990 a oggi, nel mare Mediterraneo o nelle altre rotte dell’immigrazione verso l’Europa. Un conteggio drammatico, che si è ulteriormente aggravato nei primi mesi del 2020, quando, nonostante la situazione di emergenza causata dal Covid-19 sono state 528 - per metà donne e bambini - le persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il nostro continente, soprattutto dalla Libia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale. “È una tragedia dell’umanità di cui occorre fare memoria” sottolineano i promotori della veglia. “Ciascuno di loro è prezioso agli occhi di Dio, e lui, che non dimentica nessuno, aiuti noi, le nostre comunità di fede, il nostro Paese, la speranza di chi cerca un approdo di bene, di vita, di pace”, ha concluso mons. Russo che ha anche speso una parla sull’“occasione propizia che ci è data di fare emergere tanti stranieri, ‘nuovi europei’ dalla condizione di invisibili, valorizzando il loro lavoro e la loro presenza, preziosa per l’Italia e per loro stessi”. Alla veglia hanno partecipato anche il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi, il direttore generale della Fondazione Migrantes don Gianni De Robertis e quello della Migrantes di Roma il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e il presidente del Centro Astalli, p. Camillo Ripamonti  e per gli scalabriniani,  p.  Gabriele Beltrami.

Raffaele Iaria

Migrantes Vicenza: iniziative per la Giornata Mondiale del Rifugiato

18 Giugno 2020 - Vicenza - In occasione della Giornata mondiale del rifugiato 2020, a Vicenza due eventi specifici sul tema per ricordare coloro che hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa e per continuare a “confrontarci e ad approfondire le situazioni legate ai flussi migratori” promossi da diverse associazioni e movimenti. Tra queste l’Ufficio Migrantes della diocesi. Nel pomeriggio di sabato 20 giugno video-presentazione del libro “Strade rotte. Settemila chilometri in ciabatte dall’Africa occidentale all’Italia”, edito da Infinito. A dialogare sul libro saranno l’autrice vicentina Cristiana Venturi e Igor Brunello. Il volume percorre, rielaborandole narrativamente, le tappe reali di viaggio di due ragazzi sedicenni partiti dal Gambia e giunti in Italia quasi due anni dopo. Gli incontri, i drammi, il valore della parola “abarakà - grazie”, le violenze subite e l’intensità di un sogno, la forza dell’ospitalità”. Mercoledì 24 giugno  la veglia ecumenica di preghiera "Morire di speranza”, in una formula nuova nel rispetto delle disposizioni sanitarie legate alla pandemia. Si intitola “Ricorda, accendi, prega”, e seguendo questi verbi ciascuno avrà la possibilità di vivere un momento di preghiera libero e personale, guidato dalla Parola di Dio e da un gesto simbolico. Ciascuno si recherà liberamente nella chiesa di Santa Bertilla (via Ozanam 1, Vicenza) all’orario che preferisce tra le 18.00 e le 20.00, sostando in preghiera per il tempo che desidera. Le iniziative siono promossedall’Ufficio Migranes di Vicenza, Centro Astalli Vicenza, Associazione Presenza Donna, Caritas diocesana vicentina, Chiesa evangelica metodista di Vicenza, ACLI Vicenza, Unità pastorale Porta Ovest in Vicenza, Cooperativa Pari Passo, Non Dalla Guerra, e con la partecipazione di Comunità di Sant'Egidio, La Voce dei Berici, Centro Culturale San Paolo.

Scalabriniani: cinque anni della Casa Scalabrini 634

18 Giugno 2020 - Roma - Era il 20 giugno 2015 quando il primo ospite varcava la soglia di Casa Scalabrini 634. “Quel giorno diveniva realtà la risposta concreta e puntuale della Regione Europa-Africa di noi Missionari Scalabriniani all’appello all’accoglienza che papa Francesco aveva rivolto anche a noi durante l’estate del 2013”, ricorda Fratel Gioacchino Campese, direttore generale di Casa Scalabrini 634. “Quella che era stata la casa di formazione dei religiosi studenti scalabriniani si è trasformata in una casa radicata nel territorio dove la cultura dell’incontro diventa realtà, diventa carne, generando relazioni umane tra le persone che siano rifugiati, migranti o italiani. Così si costruisce gradualmente, e con i talenti di tutti, la comunità, seguendo l’itinerario dei quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere, integrare”, aggiunge Fr. Campese. Per questo il prossimo 22 giugno alle 11,30 è previsto un incontro in streaming con p. Fabio Baggio, sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero sullo Sviluppo Umano ed Integrale della Santa Sede, p. Camillo Ripamonti del Centro Astalli e Andrea Zampetti. A loro si uniranno alcune testimonianze di operatori e ospiti della Casa. Altro punto chiave della buona riuscita di Casa Scalabrini 634 – si legge in una - è stato il giovane team che da 5 anni porta avanti con “passione” e “dedizione l’idea iniziale”. “Siamo un gruppo eterogeneo, ma proprio per questo funzioniamo bene”, afferma Emanuele Selleri, direttore esecutivo del programma. “Nel quartiere siamo dei vicini di casa aperti e trasparenti, offrendo a chiunque bussasse alla porta molteplici occasioni di venire e vedere la quotidianità che viviamo dentro le nostre mura. Oggi possiamo dire di essere una parte attiva del quartiere, riconosciuti e stimati per il segno, magari piccolo, che diamo assieme ai nostri ragazzi. Fin dall’inizio siamo stati sorretti dal network solido creato prima di aprire fisicamente le porte della struttura. Abbiamo da subito condiviso l’originalità del programma, perché quello che stavamo iniziando ci sembrava, e ne siamo ancora convinti, la giusta sintesi per colmare la “zona grigia” del sistema di accoglienza in Italia. Da noi nessuno è straniero, o meglio ciascuno di noi è un po’ straniero per qualcun altro e per questo motivo qualsiasi evento o iniziativa si svolga in casa è sempre aperto a tutti”. Nei primi cinque anni Casa Scalabrini 634 ha accolto 160 persone, tra le quali, qualche famiglia con minori, per un tempo variabile dai 6 mesi ad un anno, tempo congruo per consentire alla persona di recuperare la propria autonomia e “riprendere le forze” ed i mezzi necessari per affrontare una nuova vita in Italia. A parte un'occupazione, iniziale o stabile che sia, le giornate di chi vive in Casa Scalabrini 634 sono riempite anche dalla attiva collaborazione nella gestione della casa, come pure dalla presenza di tanti volontari che, con la loro disponibilità, offrono occasioni di formazione o di relazione personale. Tutto questo rende sempre più autentico il senso di “casa” che la struttura porta nel nome. A questi numeri, nel primo quinquennio, si aggiungono le 11.500 persone che hanno partecipato ad eventi di sensibilizzazione e 1.500 per la formazione specifica.    

Unhcr: 79,5 milioni di persone in fuga nel 2019

18 Giugno 2020 - Roma - Alla fine del 2019  risultavano essere in fuga 79,5 milioni di persone nel mondo, “una cifra senza precedenti”. Il dato è stato diffuso dall’ l’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) nel suo rapporto annuale Global Trends, diffuso a pochi giorni dalla Giornata mondiale del rifugiato del 20 giugno. Come dimostra il rapporto, gli esodi forzati oggi riguardano più dell’1 per cento della popolazione mondiale – 1 persona su 97 – mentre continua a diminuire inesorabilmente il numero di coloro che riescono a fare ritorno a casa. Per i rifugiati è infatti “divenuto sempre più difficoltoso porre fine in tempi rapidi alla propria condizione”. Negli anni Novanta, una media di 1,5 milioni di rifugiati riusciva a fare ritorno a casa ogni anno. Negli ultimi dieci anni la media è crollata a circa 385.000, cifra che testimonia come oggi l’aumento del numero di persone costrette alla fuga ecceda largamente quello delle persone che possono usufruire di una soluzione durevole. Dei 79,5 milioni di persone che risultavano essere in fuga alla fine dell’anno scorso, 45,7 milioni erano sfollati all’interno dei propri Paesi. La cifra restante era composta da persone fuggite oltre confine, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo, e 29,6 milioni tra rifugiati (26 milioni) e altre persone costrette alla fuga fuori dai propri Paesi. L’incremento annuale, rispetto ai 70,8 milioni di persone in fuga registrati alla fine del 2018, rappresenta il risultato di due fattori principali: le nuove preoccupanti crisi verificatesi nel 2019, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Sahel, in Yemen e in Siria (13,2 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni, più di un sesto del totale mondiale); e una migliore mappatura della situazione dei venezuelani che si trovano fuori dal proprio Paese, molti non legalmente registrati come rifugiati o richiedenti asilo, ma per i quali sono necessarie forme di protezione. L’Unchr rivolge quindi un appello ai Paesi di tutto il mondo “affinché si impegnino ulteriormente per dare protezione a milioni di rifugiati e altre persone in fuga da conflitti, persecuzioni o violenze che compromettono gravemente l’ordine pubblico”. Due terzi dei 79,5 milioni di persone in fuga nel mondo provengono da cinque Paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar. Il numero  è quasi raddoppiato dal 2010, quando erano 41 milioni. I minori in fuga sono stimati intorno ai 30-34 milioni, decine di migliaia dei quali non accompagnati. Il 4% sono di età pari o superiore ai 60 anni, si legge ancora nei dati dell’Unhcr ricordando che almeno 100 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case negli ultimi dieci anni, in cerca di sicurezza all’interno o al di fuori dei propri Paesi. Si tratta di un numero di persone maggiore di quello dell’intera popolazione dell’Egitto, il 14° Paese più popoloso al mondo. L’80% delle persone in fuga nel mondo si trova in Paesi o territori afflitti da insicurezza alimentare e malnutrizione grave, molti dei quali soggetti al rischio di cambiamenti climatici e catastrofi naturali. Oltre i tre quarti dei rifugiati di tutto il mondo (77 %) provengono da scenari di crisi a lungo termine (ad esempio in Afghanistan, ormai entrata nel quinto decennio). Oltre otto rifugiati su 10 (85 %) vivono in Paesi in via di sviluppo, generalmente in un Paese confinante con quello da cui sono fuggiti. Il rapporto Global Trends considera tutte le principali popolazioni di sfollati e rifugiati, compresi i 5,6 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa).  

Sicilia: oggi la presentazione del rapporto sulle migrazioni nella regione

18 Giugno 2020 - Roma - Sarà presentato oggi dalle ore 17:00 alle ore 19:00, il rapporto “Migrazioni in Sicilia 2019”, realizzato dall’Osservatorio Migrazioni, dell’Istituto di Formazione Politica “P. Arrupe” – Centro Studi Sociali. Il rapporto, arrivato alla sua VII edizione, ha l’obiettivo di offrire temi, spunti e dati sulle migrazioni con particolare riferimento al territorio regionale. L’evento di presentazione, organizzato insieme al Centro interdipartimentale di ricerca (CIR) “Migrare” dell’Università degli Studi di Palermo, si svolgerà al seguente indirizzo https://bit.ly/2k19migra e sarà presentato dai referenti delle sezioni del rapporto e discusso dai Coordinatori dei macro-ambiti del CIR Migrare. Alla presentazione interverranno il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Palermo, prof. Fabrizio Micari, la Direttrice dell’Istituto di Formazione Politica “P. Arrupe” – Centro Studi Sociali, dott.ssa Nicoletta Purpura e il Direttore del Centro interdipartimentale di ricerca (CIR) “Migrare”, prof. Francesco Lo Piccolo. Modererà il prof. Fabio Massimo Lo Verde e concluderà il prof. Giusto Picone.

Una verità da accogliere

18 Giugno 2020 - Milano - Di rifugiati si parla sempre meno, in tutto il mondo e anche da noi. Complice il Covid-19 e le politiche che hanno frenato la mobilità umana e ridotto anche gli arrivi in Europa dal mare ai minimi storici. Molti forse pensano che il 'problema' sia stato risolto una volta per tutte. Arriva però la scadenza della giornata mondiale dei rifugiati, il 20 giugno, e l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr/Acnur) puntualmente presenta il suo Rapporto sui rifugiati nel mondo. Scopriamo così una serie di fatti che forse nei Paesi del Nord del mondo una cospicua fetta dell’opinione pubblica vorrebbe rimuovere. La prima scoperta riguarda i numeri complessivi: anche nel 2019 i rifugiati sono aumentati a livello globale, raggiungendo il nuovo record di quasi 80 milioni. Quasi il doppio rispetto a dieci anni fa, quasi nove milioni in più del 2018. Il fatto che la maggioranza di essi siano sfollati interni (quasi 46 milioni), ossia in qualche modo accolti in altre regioni del proprio Paese, non attenua la drammatica evidenza del dato. Anzi, gli sfollati interni sono molte volte meno protetti dei rifugiati internazionali, giacché rimangono in balia di governi che sono causa dello sradicamento di persone e famiglie anziché essere tutelati dalle convenzioni internazionali e dagli organismi preposti, Unhcr/Acnur in testa. La seconda triste scoperta riguarda la difficoltà dei ritorni: la soluzione maggiormente auspicata dai governi di tutto il mondo, ma spesso anche desiderata dagli stessi rifugiati che sperano di tornare a una vita normale. Anche i campi profughi erano sorti sulla base dell’idea di crisi umanitarie temporanee, destinate a risolversi con il ritorno degli sfollati alle proprie case. In effetti negli anni 90 del secolo scorso in media 1,5 milioni di rifugiati riuscivano a rientrare nei luoghi di origine. Negli ultimi dieci anni invece la media è scesa sotto quota 400mila. La maggior parte dei rifugiati vive ormai per molti anni in situazioni di precarietà, di dipendenza da aiuti esterni, di confinamento in spazi angusti e sorvegliati, di incertezza protratta e impossibilità di progettare un futuro. L’ombra lunga dello sradicamento si proietta sulle generazioni successive, condizionando la loro crescita e il loro avvenire. Almeno 30 milioni di rifugiati sono minorenni. Un terzo dato, che non è una scoperta, riporta invece l’attenzione su di noi e sul nostro rapporto con il mondo dolente dei rifugiati. L’85% dei rifugiati internazionali (circa 34 milioni, comprendendo i richiedenti asilo) è accolto in Paesi in via di sviluppo, perlopiù quelli confinanti con i Paesi di origine dei profughi stessi. In otto casi su dieci sono insediati in Paesi afflitti da malnutrizione e insicurezza alimentare. Colpisce il divario tra le rappresentazioni del fenomeno che circolano nel Nord del mondo e la cruda obiettività dei dati statistici. Troppi di noi credono di vivere in una cittadella di precario benessere sottoposta all’assedio di torme di diseredati. Pensano di essere costretti a sforzi di accoglienza insostenibili. Immaginano che il diritto di asilo sia un grimaldello per forzare i cancelli dei nostri piccoli o grandi privilegi. In realtà, invece, i rifugiati anche quando oltrepassano un confine di Stato si fermano quasi tutti subito dopo, a volte nella speranza di riuscire a rientrare in patria, altre volte (e sempre più) perché trattenuti sul posto dalle politiche di contenimento (ovvero di 'esternalizzazione delle frontiere') orchestrate dai governi dei Paesi sviluppati e imposte ai Paesi più deboli. Non solo nel Nord del mondo si lavora per 'confinare' i rifugiati nelle regioni del Sud, ma ci si lamenta di accoglierne troppi e si moltiplicano gli sforzi per riceverne sempre meno. La Giornata mondiale dei rifugiati arriva a ricordarci l’infondatezza di queste rappresentazioni. Possa essere il primo passo di una rinnovata e urgente assunzione di responsabilità. (Maurizio Ambrosini – Avvenire)  

In ognuno la traccia di ognuno: oggi il “colloquio sulle migrazioni” del Centro Astalli

17 Giugno 2020 - Roma – “In ognuno la traccia di ognuno. Con i rifugiati per una nuova cultura dell'accoglienza e della solidarietà”. Questo il tema del colloquio sulle migrazione promosso, oggi pomeriggio, dal Centro Astalli a pochi giorni della Giornata mondiale del Rifugiato. L’incontro in streaming, introdotto dal presidente del Centro Astalli, sarà aperto dal saluto di Luciana Lamorgese, Ministro dell'Interno e di Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. Seguiranno gli interventi del card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e della filosofa Donatella Di Cesare. A moderare il dibattito Bianca Berlinguer. Celebrare la Giornata mondiale del rifugiato 2020 in Italia oggi vuol dire chiedere che “i migranti in Libia e nei campi delle isole greche vengano evacuati immediatamente, che si aprano vie di ingresso legali in Europa, che i Balcani non siano vie di morte e violenze, che tutti gli stati membri dell’Unione europea smettano di commerciare in armi e invece investano in cooperazione allo sviluppo e in tutela dell’ambiente”, sottolinea il Centro Astalli, aggiungendo che occorre “non smettere di chiedere giustizia e camminare al fianco dei rifugiati ogni giorno lasciandosi contagiare dalla loro speranza e dal loro coraggio”.

R.Iaria

Viminale: 5665 i migranti sbarcati finora sulle coste italiane

17 Giugno 2020 -
Roma - Il dato è del ministero degli Interni ed è aggiornato alle 8 di questa mattina.  Degli oltre 5.650 migranti sbarcati in Italia quest'anno 1.050 sono di nazionalità bengalese (18%). Gli altri provengono da Tunisia (892, 16%), Costa d’Avorio (776, 14%), Sudan (456, 8%), Algeria (377, 7%), Marocco (322, 6%), Guinea (233, 4%), Somalia (228, 4%), Mali (167, 3%), Nigeria (123, 2%) a cui si aggiungono 1.031 persone (18%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Fino ad oggi sono stati 948 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare. Il dato, aggiornato al 15 giugno.

Lamorgese: “l’immigrazione è un fenomeno strutturale che va gestito senza alimentare le paure”

17 Giugno 2020 - Milano – “L’immigrazione è un fenomeno strutturale che va gestito senza alimentare le paure. I fenomeni migratori, piuttosto, vanno governati facendo perno sul senso di responsabilità dell’Europa e favorendo, quando ci sono le condizioni, i corridoi umanitari per l’ingresso in sicurezza di chi scappa dalle zone di guerra e dalle dittature”. Lo afferma il ministro dell’interno, Luciana Lamorgese, in un’intervista a tutto campo rilasciata a Famiglia Cristiana, che il settimanale pubblica nel numero in edicola da domani e anticipata oggi. Per Lamorgese l’Europa, con il contributo di alcuni Paesi “più generosi di altri, che hanno dato vita a settembre del 2019 all’accordo di Malta, ha già espresso grande solidarietà nei confronti dell’Italia: e fino a al 20 febbraio, prima che l’emergenza Covid-19 bloccasse i trasferimenti, i numeri dei ricollocamenti ci hanno dato ragione. Anche per questo, ora, c’è la necessità di una nuova strategia migratoria per l’Unione europea, un passo in più che metta a regime un sistema basato su un meccanismo di ricollocazione a carattere obbligatorio dei migranti. Questo punto, insieme alla specificità della gestione delle frontiere marittime, costituisce l’architrave del documento sottoscritto da Italia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta e poi inviato alla Commissione, che sta preparando la sua proposta su una rivisitazione del Trattato di Dublino”. Chi dall’Africa e dall’Asia si mette in marcia per cercare “un futuro migliore, non si lascia – sottolinea il ministro dell’Interno nell’intervista ad Alberto Chiara - scoraggiare da un lungo viaggio anche se questo si rivela costellato di insidie e di pericoli: lo abbiamo visto anche in questi ultimi tre mesi di emergenza Covid-19, in cui i flussi delle due rotte che più interessano l’Italia, quella mediterranea e quella balcanica, non si sono certo esaurite. Per questo a febbraio, ben prima dell’inizio del lockdown dell’8 marzo, il Viminale ha chiesto al ministero della Salute la definizione di un protocollo per il rafforzamento dei controlli sanitari sui migranti che arrivano in Italia via mare e via terra. In seguito abbiamo dovuto disporre l’utilizzo anche di traghetti per la quarantena dei migranti, in modo da non pesare sulle strutture del Servizio sanitario nazionale già sotto pressione a causa del Covid-19. I casi di contagio tra i migranti sono stati, almeno fino a ora, pochissimi, nell’ordine delle unità”. E parlando del decreto per l’emersione del lavoro nero sottolinea che i primi dati che arrivano “ci indicano una consistente linea di tendenza crescente ed evidenziano picchi di circa 2.500 domande registrate ogni giorno, con un peso maggiore del lavoro domestico e dell’assistenza alla persona”. E rispondendo ad una domanda sul fatto che la regolarizzazione è stata limitata all’agricoltura e al lavoro domestico “ricordiamoci – ha detto Lamorgese - che un provvedimento di emersione non veniva fatto dal 2012 e quindi io rimango dell’idea di vedere in positivo anche un passo che altri giudicano parziale. Tutto è migliorabile, ma è un fatto importante che il Governo sia riuscito a trovare un accordo su un tema molto sensibile per la maggioranza”.

R.Iaria

Famiglia Vincenziana: non rimanere impassibili di fronte alla discriminazione

17 Giugno 2020 - Roma – “Come Famiglia Vincenziana non vogliamo né dobbiamo rimanere impassibili di fronte alla discriminazione che milioni di persone subiscono oggi a causa del colore della pelle, dell’origine, del sesso, dell’orientamento sessuale, delle convinzioni o della cultura”. Lo afferma, in una nota, la Famiglia Vincenziana sul tema della discriminazione razziale dopo le proteste dilagate in tutto il mondo in seguito agli ultimi arresti violenti effettuati dalla polizia negli Usa, ai danni di persone di colore. La famiglia Vincenziana composto da oltre 4 milioni di fedeli e più di 160 istituzioni ecclesiali evidenziano che il razzismo rappresenta “un cancro che corrode la nostra società ed è presente in ogni Paese del mondo e in ogni società. Non è solo un’enorme offesa rivolta a una persona, ma è anche un insulto all’umanità e alla dignità di ogni essere umano, e un peccato gravissimo”. Il presupposto è la fede in Dio, “che ci ha creati tutti uguali e suoi figli”. Proprio per questo, il razzismo “è l’esatto opposto della fede in Dio che ci ha dato la vita. Come cristiani, seguiamo le orme di Gesù Cristo che non ha mai fatto distinzioni tra le persone e ha trattato tutti con dignità e rispetto”. I Vincenziani assicurano la continuità nell’impegno “al fianco dei più dimenticati della nostra società e, tra di loro, soprattutto di coloro che subiscono qualsiasi tipo di discriminazione”, e ricordano l’insegnamento del fondatore, san Vincenzo de’ Paoli, secondo cui dobbiamo amare il prossimo semplicemente perché il nostro prossimo è “l’immagine di Dio e l’oggetto del suo amore”. Di qui l’impegno a “servire gli esclusi, i bisognosi, i senzatetto, tutti coloro che per qualsiasi motivo subiscono un trattamento discriminatorio. Ci impegniamo – scrivono - a rafforzare le nostre azioni e ad adottare misure affinché nessuno debba subire molestie o morire a causa della discriminazione. Ci impegniamo ad alzare la voce là dove siamo presenti per denunciare queste ingiustizie”. E poi l’impegno “a dare voce a coloro che sono esclusi e discriminati, affinché possano essere protagonisti della propria storia”. Il razzismo “non può manifestarsi nella nostra società, né in alcuna istituzione pubblica o privata – sottolinea la Famiglia Vincenziana - e deve essere combattuto con forza. Il male che provoca non solo colpisce la persona che viene maltrattata e persino uccisa ma corrompe e distrugge il tessuto sociale e disumanizza le relazioni, generando odio irrazionale”. Da qui l’appello ad “adottare misure concrete per garantire che non si ripetano casi di segregazione, razzismo, trattamento differenziato e violenza contro qualsiasi persona, dovuti a qualsiasi tipo di discriminazione. La vita umana è importante – è la conclusione -, indipendentemente dal colore della pelle, del sesso, dall’orientamento sessuale, dalle convinzioni o dalla cultura”.

“Morire di Speranza”: domani veglia di preghiera con mons. Russo

17 Giugno 2020 -

Roma - In occasione della Giornata mondiale del rifugiato del prossimo 20 giugno, domani sera, 18 giugno, presso la Basilica di Santa Maria in Trastevere la veglia di preghiera  “Morire di Speranza”, organizzata da diverse associazioni e movimenti impegnate nell’accoglienza e nell’integrazione delle persone fuggite da guerre o da situazioni insostenibili nei loro Paesi (Associazione Centro Astalli, Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Comunità di Sant'Egidio, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Scalabrini Migration International Network, ACLI, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, ACSE.). Durante la veglia  verranno ricordate le 40.900 persone morte, dal 1990 a oggi, nel mare Mediterraneo o nelle altre rotte, via terra, dell’immigrazione verso l’Europa. Un conteggio drammatico - si legge in una nota -  che si è ulteriormente aggravato nei primi mesi del 2020, quando, nonostante la situazione di emergenza causata dal Covid-19 sono state 528 - per metà donne e bambini - le persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il nostro continente, soprattutto dalla Libia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale. Si tratta di un bilancio troppo pesante, per essere considerato, come troppo spesso accade, come una statistica accanto alle altre. È invece "una tragedia dell’umanità di cui occorre fare memoria pensando soprattutto alle migliaia di persone che si trovano in questo momento nei centri di detenzione in Libia - per i quali è più che mai urgente aprire i canali dei corridoi e dell'evacuazione umanitaria - o nei campi profughi di Lesbo, dove alle condizioni disumane si è aggiunto il pericolo della pandemia".

Durante la veglia di Santa Maria in Trastevere, che sarà presieduta, da mons. Stefano Russo, segretario generale della CEI, verranno ricordati alcuni nomi di chi è scomparso e accese candele in loro memoria. Parteciperanno numerosi immigrati di diversa origine e saranno presenti anche familiari e amici di chi ha perso la vita in mare.

Kenya: “si proteggano i più vulnerabili” chiede il Presidente della Commissione episcopale per rifugiati e migranti

16 Giugno 2020 - Nairobi - "Le persone che vivono in strada e quelle che soffrono di malattie mentali si trovano in una situazione ancora più precaria, con un alto rischio di contrarre e diffondere il Covid-19 ed esserne sopraffatti" ha affermato mons. Virgilio Pante, vescovo di Maralal e Presidente della Commissione per i rifugiati, i migranti e i marittimi della Conferenza Episcopale del Kenya nell’omelia tenuta domenica 14 giugno, Solennità del Corpus Domini. Mons. Pante, rifersice l'agenzia Fides,  ha espresso la preoccupazione dei vescovi keniani per l’impatto che il Covid-19 e le misure per prevenirne la diffusione stanno avendo sulle persone più vulnerabili della società: rifugiati, sfollati interni, lavoratori costretti a spostarsi da un punto all’altro del Paese come camionisti e pastori, senza tetto e persone affette da malattie mentali. Il Presidente della Commissione per i rifugiati, i migranti e i marittimi, ha lodato gli sforzi dei benefattori che sostengono le famiglie di strada che sono quelle maggiormente colpite dal Covid-19, e ha sottolineato che occorre accrescere gli sforzi per affrontare la difficile situazione degli sfollati interni e dei rifugiati che vivono in luoghi congestionati, senza strutture adeguate per far fronte all'ondata di infezioni. “I rifugiati e gli sfollati interni che risiedono in campi densamente popolati - ha detto - corrono il rischio di contrarre il coronavirus" Da qui l'appello affinché vengano adottate "urgentemente misure adeguate per proteggere questi gruppi vulnerabili".

Istat: l’incidenza della povertà assoluta tra i migranti è pari al 26,9%

16 Giugno 2020 - Roma - L’incidenza della povertà assoluta tra i migranti residenti in Italia è pari al 26,9%. Il dato è fornito dall’Istat che oggi ha pubblicato le statistiche sulla povertà. Per l’Istituto di ricerca italiano  in Italia sono quasi 1,7 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta con una incidenza pari al 6,4% (7,0% nel 2018), per un numero complessivo di quasi 4,6 milioni di persone (7,7% del totale, 8,4% nel 2018). Gli stranieri in povertà assoluta sono quasi un milione e 400mila, con una incidenza pari al 26,9%, contro il 5,9% dei cittadini italiani. L’incidenza di povertà assoluta è pari al 22% (25,1% nel 2018) per le famiglie con almeno uno straniero (24,4% per le famiglie composte esclusivamente da stranieri) e al 4,9% per le famiglie di soli italiani. La criticità per le famiglie con stranieri – spiega l’Istat - è più sentita nei piccoli comuni. Le famiglie in povertà con stranieri dove sono presenti minori mostrano valori pari al 27% (282mila), quelle di soli stranieri sono invece il 31,2%, ossia un valore cinque volte superiore a quello delle famiglie di soli italiani con minori (6,3%). Nel Mezzogiorno la stessa incidenza sale al 36,8% per le famiglie con stranieri dove sono presenti minori, contro il 10,6% delle famiglie di soli italiani con minori. A livello territoriale, l’incidenza più elevata si registra nel Mezzogiorno, con quote di famiglie con stranieri in povertà circa quattro volte superiori a quelle delle famiglie di soli italiani (rispettivamente 32,1% e 7,4%).

Stati generali all’antica Abbadia di Fiastra

16 Giugno 2020 - Jesi - Non era nel quadro suggestivo della romana villa Doria Pamphili, ma in un contesto ancor più sorprendente, dove si ritrovava, giorni fa, la Migrantes regionale delle Marche: l’antica Abbadia di Fiastra. Una vera perla della terra marchigiana, una terra al plurale (le Marche), con le sue ben tredici diocesi.  Ma non per perdersi in sentieri ombrosi, in una selva secolare dai laghetti sorprendenti tra Macerata e i Monti Sibillini, immensa proprietà dei monaci Cirstercensi del XII secolo. Non per adagiarsi in un antico passato, ma lanciarsi verso il futuro e le sue sfide. La prima, si chiama “Giubileo dei Migranti” alla Vergine di Loreto nel prossimo 11 ottobre. Ormai da cinque anni si tiene alla Basilica di Loreto un pellegrinaggio di tutti i migranti delle Marche, con la presenza di più di trecento migranti, delle bandiere della loro terra, dei loro vestiti più belli, dei loro inni e canti folclorici… rendendo grazie a Dio per una presenza originale in terra marchigiana. E, incuriosendo, oltretutto - con una cultura fortemente comunitaria e festosa - il modo di fare più riservato e individuale di questa terra di accoglienza. Quest’anno, infatti, è l’anno giubilare del santuario di Loreto. Cento anni fa Maria fu proclamata “Patrona dell’aviazione”. E ancora oggi invita a “volare alto” il popolo dei credenti. E per i migranti, a coltivare i valori di dignità, di speranza e di resistenza… L'emergenza sanitaria rischia, tuttavia, di sminuire molto la bellezza e la grandiosità di questa festa. Vi saranno invitati  anche i sacerdoti di origine non italiana, come polacchi, nigeriani, latinoamericani, indiani, rumeni… Essi sono circa 200 nelle regione, oltre alle religiose di origine straniera. Si era preparato per loro un incontro quest’anno, con un tema significativamente stimolante : “La mia missione come coraggio dell’incontro con l’altro”. Un incoraggiamento prezioso all’inculturazione, al “farsi alla gente” di qui, per loro “la nuova terra di missione”. A causa del coronavirus il convegno è tramontato, ma la sfida è rimasta ben in piedi… Il nostro incontro continua con il pensiero grato a mons. Giuseppe Orlandoni, vescovo emerito di Senigallia, sociologo oltre che pastore, che da trenta anni guida questa Commissione Migrantes con penetrante sapienza e sicura dolcezza. Per motivi di età, ottant'anni ben portati,  lascerà il posto a mons. Dal Cin, vescovo di Loreto. In segno di gratitudine gli si presenta un libro di Boff, fresco di stampa, dal programma insuperabile “ Lo Spirito soffia dove vuole” della EMI, e un piccolo arazzo in filo d’oro e d’argento della Madonna di Loreto. Gesto che commuove, perchè è una devozione, questa, coltivata fin dalla sua prima infanzia, sulle ginocchia della mamma. Un’ulteriore sfida, il brain-storming sull’emigrazione e le sue sfide attuali, - come in un trittico - in campo sociale, culturale e religioso con uno specialista del SIMI di Roma. Da fare a fine agosto nel cuore delle Dolomiti, nel contesto unico e interculturale della Val Pusteria, a pochi passi da Cortina d’Ampezzo e dai boschi verdissimi dell’Austria. Dopo un estenuante lockdown, una parentesi di alcuni giorni di piena ossigenazione si rivela particolarmente tonificante. La visita recente dei responsabili della Migrantes Marche al piccolo ma ben noto paese di Bergantino, quasi tutto composto di giostrai, dotato di un sorprendente museo della giostra aiuta a capire questo aspetto della mobilità umana, delle difficoltà di scolarizzazione per i bambini o altro, e a dissipare una triste, lunga serie di pregiudizi al riguardo. Viene riproposta la visita come un interessante percorso di formazione e di sensibilizzazione. Nello scambio si avverte una comune insoddisfazione per la legge sulla nuova regolarizzazione degli stranieri: è un compromesso tra forze politiche. Resiste tutt'ora una pregiudiziale sui migranti, visti come potenziale rischio e non come un’opportunità: purtroppo non portano voti e questo è il vero problema… Viene evocato un libro dallo sguardo interessante e inedito: un’Italia rimasta ancora sottilmente ancorata a un sistema feudale, fondato su schiavitù non riconosciute ma effettive : “La società signorile di massa” di L. Ricolfi. Egli annota: “L'immigrazione incontrollata ha favorito la formazione di un'infrastruttura para-schiavistica”. Così, in Italia si produce poco, ma al tempo stesso si consuma moltissimo e sproporzionatamente. Per quanto tempo la situazione reggerà... è la domanda dei più avvertiti.   Infine, il nostro invitato, un giovane sacerdote indiano, Don Philson, ci trasporta ben lontano con il cuore, nel suo Kerala e le antiche tradizioni religiose, ma anche tra le sue comunità sparse nel maceratese. Questo ci ricorda quanto una vita di emigrante sia sempre una lotta e, allo stesso tempo, una danza. Qualcosa di duro e di amaro da vivere, ma anche di grande e di bello da assimilare... Proprio come secoli fa, tra questi boschi e verdi campagne i benedettini respiravano lavoro e preghiera.

Don Alberto Balducci

 Direttore Migrantes Jesi

Coldiretti: frontiere aperte per 150mila stagionali

16 Giugno 2020 - Roma - Non solo turisti e viaggiatori europei, le frontiere tra i Paesi dell’Unione Europea sono state aperte anche a circa 150mila lavoratori stagionali comunitari regolari necessari per salvare i raccolti nazionali nelle campagne. E’ quanto stima la Coldiretti in riferimento alla riapertura dei confini senza obbligo di quarantena con il ripristino dei voli aerei per la Ue e l’area Schengen. Si tratta di una possibilità che – sottolinea la Coldiretti – consente di garantire professionalità ed esperienza alle imprese agricole italiane grazie al coinvolgimento temporaneo spesso delle medesime persone che ogni anno attraversano il confine per un lavoro stagionale per poi tornare nel proprio Paese. La comunità di lavoratori agricoli stranieri più presente in Italia – spiega Coldiretti – è quella rumena con 107591 occupati ma tra gli europei ci sono tra gli altri anche polacchi (13134) e bulgari (11261). Numeri che contribuiscono a colmare il gap attuale dopo che su sollecitazione della Coldiretti sono già stati prorogati fino al 31/12 i permessi di soggiorno per lavoro stagionale in scadenza ed è stato ottenuto nel decreto Cura Italia che le attività prestate dai parenti e affini fino al sesto grado non costituiscono rapporto di lavoro né subordinato né autonomo, a condizione che la prestazione sia resa a titolo gratuito. In questo contesto dopo la regolarizzazione – sostiene la Coldiretti – è ora necessaria però anche una radicale semplificazione del voucher “agricolo” che possa ridurre la burocrazia e consentire anche a percettori di ammortizzatori sociali, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui scuole, università e molte attività economiche sono rallentate e tanti lavoratori sono in cassa integrazione. Secondo le stime della Coldiretti più di ¼ del Made in Italy a tavola viene raccolto nelle campagne da mani straniere con 370mila lavoratori regolari che arrivano ogni anno dall’estero, fornendo il 27% del totale delle giornate di lavoro necessarie al settore.

Viminale: da inizio anno 5.639 i migranti arrivati sulle coste italiane

15 Giugno 2020 -
Roma - Sono 5.639 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio del 2020.Il dato è aggiornato alle otto di questa mattina ed è stato diffuso dal ministero degli Interni. Degli oltre 5.600 migranti sbarcati in Italia 1.050 sono di nazionalità bengalese (18%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (892, 16%), Costa d’Avorio (776, 14%), Sudan (456, 8%), Algeria (377, 7%), Marocco (322, 6%), Guinea (233, 4%), Somalia (228, 4%), Mali (167, 3%), Nigeria (123, 2%) a cui si aggiungono 1.015 persone (18%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Per quanto riguarda la presenza di migranti in accoglienza, i dati parlano di 85.199 persone su tutto il territorio nazionale di cui 75 negli hot spot (8 in Sicilia e 67 in Puglia), 62.825 nei centri di accoglienza e 22.299 nei centri Siproimi. La Regione con la più alta percentuale di migranti accolti è la Lombardia (14%, in totale 11.708 persone), seguita da Emilia Romagna (10%), Lazio e Piemonte (9%), Campania (8%), Veneto, Toscana e Sicilia (7%).

Fcei il 20 giugno “ci inginocchieremo per dire che le vite dei neri e dei migranti contano”

15 Giugno 2020 -

Roma I protestanti italiani in ginocchio per ricordare la Giornata mondiale del rifugiato, il prossimo sabato 20 giugno. È l’iniziativa lanciata dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, attraverso il suo programma migranti e rifugiati, Mediterranean Hope, in occasione della giornata istituita dalle Nazioni Unite nel 2000. In una nota diffusa oggi, la Fcei ricorda che secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, i migranti forzati nel mondo sono oltre 70 milioni; di questi quasi 26 milioni sono “rifugiati” in senso proprio, mentre 3,5 milioni sono “richiedenti asilo”. In Italia, oggi sono circa 131mila. In Svezia, dove la popolazione è circa un sesto di quella italiana (10 milioni), i rifugiati sono 186mila, il 50% in più che nel nostro Paese. In Germania, con 82 milioni di abitanti, i rifugiati sono 478mila, quasi 4 volte quelli presenti in Italia. “Come Federazione delle chiese evangeliche sentiamo di dover dire la verità su questi numeri”, dichiara Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. “La loro manipolazione, infatti, non è indolore: produce sospetto, paura, emarginazione ed infine vero e proprio razzismo, in Italia come altrove. Non possiamo restare in silenzio”. Per questo sabato 20 giugno, a mezzogiorno, nelle varie sedi dove la Fcei opera nel quadro del programma Mediterranean Hope (Lampedusa, Scicli, Libano, Rosarno, Roma), si svolgerà il “kneel in” (inginocchiarsi), esattamente come 55 anni fa fece il pastore battista Martin Luther King a Selma, inaugurando una forma di protesta che si sarebbe diffusa in tutto il Civil rights movement. “Ci inginocchieremo – dice il pastore Negro – per dire che le vite dei neri contano, che le vite dei migranti contano, che le vite di tutte e tutti contano. Con questo gesto vogliamo affermare che i neri, gli immigrati, ogni essere umano è una persona che deve essere protetta, tanto più quando è perseguitata, discriminata o giudicata”. L’iniziativa risponde all’invito che i cristiani sentono di “aprire le nostre porte e i nostri cuori a chi oggi cerca protezione e giustizia”. Il Pastore Luca Negro ricorda in questo senso i corridoi umanitari come anche le tante azioni diaconali di accoglienza e integrazione. “Non sono un nostro merito – conclude – ma la conseguenza di una vocazione”. (Sir)

In ginocchio anche per loro

15 Giugno 2020 - Roma - Anche a loro è mancato il respiro quando l’acqua del Mediterraneo il 5 giugno si è rinchiusa sui loro corpi dopo il naufragio al largo della Tunisia. Erano 24 donne, tre bambini, nove uomini. Un altro naufragio si è ripetuto pochi giorni dopo. Per queste morti non ci saranno mobilitazioni sulle piazze del mondo e nei social, come è avvenuto giustamente per George Floyd, ma anche queste persone sono vittime di disumanità e indifferenza. Sembra quasi che oggi raccontare un naufragio rechi un po’ di disturbo perché nel bel mezzo di infinite pagine sulle morti per Covid 19 “stona” uno spazio dedicato alle morti in mare: sono notizie che si ripetono, perdono di mordente, scivolano velocemente dalla prima pagina. Si era abbastanza rattristati leggendo quanto accaduto nelle sale di terapia intensiva, nelle case di riposo per anziani, sulle strade dove la colonna di automezzi militari portavano altrove le bare perché a Bergamo non si riusciva più ad accoglierle. Si volevano finalmente notizie di vita non più di morte. E non ci si è accorti che le vittime del naufragio al largo della Tunisia sono state soprattutto donne, una di loro era in attesa di un figlio, in attesa di portare alla luce una vita. Come non sentire un grido, come non avvertire l’ultimo respiro sommerso dalle onde? Come infine non leggere questa ennesima strage in mare come una provocazione da raccogliere perché il nuovo modello di sviluppo non escluda i poveri e gli oppressi? Quel naufragio al largo della Tunisia è un campanello d’allarme che, ancora una volta, denuncia l’incapacità di avere una visione del futuro dove non siano il mercato e il profitto, il potere ad avere l’ultima parola. Non abbiamo immagini e neppure suoni sulla morte in mare di tante persone, c’è un grande silenzio. Abbiamo un’infinità di immagini sull’assassinio di un uomo. In migliaia nel mondo, giustamente, si sono inginocchiati e si inginocchiano per George Floyd ed altre vittime di una violenza di matrice razzista. Ci si inginocchierà e si chiederà giustizia anche per donne, bambini e uomini vittime di una violenza altrettanto sconvolgente? Sono domande che graffiano e forse sgretolano il muro della certezza del “saremo migliori”, del “nulla sarà come prima” e del “tutto andrà bene”. Inginocchiarsi non è solo un gesto simbolico, è il segnale di una presa di coscienza e anche di un’indignazione a fronte di affermazioni che nell’esaltare il dovere morale di difendere i confini di uno Stato tacciono il dovere morale di difendere l’umanità. Paolo Bustaffa

Migrantes Salerno-Campagna-Acerno il ricordo di Mohamed Ben Ali

15 Giugno 2020 - Salerno - “Eri gentile, educato, sempre sorridente e disponibile. Eri altruista, generoso con chi stava “peggio” di te, perchè tanto tu non eri ricco, ma eri sempre disposto a dare una mano agli altri”. Così Antonio Bonifacio, direttore dell’Ufficio Migrantes di Salerno-Campagna-Acerno e referente regionale Migrantes, ricorda Mohamed Ben Ali morto nel corso di un incendio a Borgo Mezzanone (frazione di Manfredonia), in una baraccopoli costruita dai braccianti stranieri che lavorano nelle campagne di Foggia. Mohamed Ben Ali, veniva dal Senegal e aveva trentasette anni. “Amavi la musica e con la tua chitarra e jambè speravi di guadagnare quel po’ che ti serviva per sopravvivere. Ci hai allietato con la tua musica per tante sere invernali durante le accoglienze dai Missionari Saveriani  e per tre anni abbiamo atteso il nuovo anno con il Cenone. Tante volte abbiamo fatto chiacchere sul Lungomare”, ricorda Bonifacio aggiungendo che si erano salutati lo scorso 11 marzo con la promessa di “rivederci a Salerno al termine della stagione della raccolta in terra pugliese.. “La morte ti ha sorpreso prima... la morte della ‘povertà’, la morte ‘per la speranza di migliorare la tua vita’, la morte ‘per la volontà di lavorare, e non chiedere’ ma ahimè, anche la morte per ‘lo sfruttamento dell'uomo di un altro uomo’, la morte ‘per la disumanità dell'uomo verso un altro uomo’; la morte ‘per l'assenza delle istituzioni verso coloro che vivono sui proprio territorio’, la morte ‘per il mercato che vuole prezzi bassi e schivi a lavoro’. Tante volte avevamo parlato dei tanti problemi dei migranti, dei lavoratori agricoli ma spesso tutti i discorsi finivano con un tuo sorriso di speranza. Tutti i volontari dell'accoglienza dai Missionari Saveriani ti ricordano e pregano per te. Tutti gli ospiti senza dimora che ti hanno conosciuto hanno ricordato il tuo sorriso, la tua gentilezza, la tua generosità”.

Raffaele Iaria

Papa Francesco prega per “le migliaia di migranti, rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni” in Libia

15 Giugno 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco, al termine dell’Angelus, ieri ha pregato e ricordato la situazione che vive oggi la Libia. E ha pregato per “le migliaia di migranti, rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni” in questo Paese: “la situazione sanitaria ha aggravato le loro già precarie condizioni, rendendoli più vulnerabili da forme di sfruttamento e violenza. C’è crudeltà”. Il pontefice ha rivolto un appello agli organismi internazionali “e a quanti hanno responsabilità politiche e militari” a “rilanciare con convinzione e risolutezza la ricerca di un cammino verso la cessazione delle violenze, che porti alla pace, alla stabilità e all’unità del Paese”. “Seguo con apprensione e anche con dolore – ha detto il papa - la drammatica situazione in Libia. È stata presente nella mia preghiera in questi ultimi giorni”: “invito la comunità internazionale, per favore, a prendere a cuore la loro condizione, individuando percorsi e fornendo mezzi per assicurare ad essi la protezione di cui hanno bisogno, una condizione dignitosa e un futuro di speranza”. “In questo tutti abbiamo responsabilità, nessuno può sentirsi dispensato”, ha aggiunto a braccio: “Preghiamo per la Libia in silenzio, tutti”.

R.I.