Primo Piano

Cei: le parrocchie laboratori di speranza e aiuto

5 Febbraio 2020 - Roma - Compie dieci anni il concorso promosso dalla Cei che premia le migliori opere sociali nate nelle comunità ecclesiali sparse sul territorio Carità e creatività. Oltre 3.400 le iniziative che sono state presentate dal 2010 a oggi. In un’ideale indagine statistica di come è cambiata negli ultimi dieci anni la Chiesa italiana, dovrebbe trovare spazio anche l’analisi di iniziative come il concorso “Tuttixtutti”. L’appuntamento annuale, voluto dal Servizio promozione Cei per mettere in luce le 10 migliori opere sociali nate nelle parrocchie, torna infatti con l’edizione 2020, quella del decennale, ma a guardare indietro ai progetti finora premiati assomiglia a un’inattesa scatola nera, che registra le dinamiche della Chiesa a livello territoriale. È il “grado zero” della cronaca, delle urgenze sociali e delle sfide pastorali raccolte. Il polso del Paese che testimonia il Vangelo batte forte scorrendo la lista degli interventi dal 2011 ad oggi, tra carità creativa e budget rigorosi: sono circa 80 le opere premiate, sostenute con fondi 8xmille per 468mila euro totali; oltre 3.400 le iniziative candidate. A presentarle, è il 13% delle 26 mila parrocchie italiane. Segni particolari: priorità a cultura e lavoro, dai progetti antidisoccupazione alle opportunità educative per i giovani. Una Chiesa in uscita ante litteram, incubatore di speranza. Il ritratto collettivo conquista per originalità: è passata dal concorso l’Orchestra giovanile antidevianza della cattedrale di Bari, voluta da don Antonio Parisi e dal parroco don Franco Lanzolla. Con i fondi vinti fornirono a decine di minori cresciuti nei vicoli della città vecchia strumenti musicali e corsi gratuiti tenuti da insegnanti del Conservatorio. «Così allontaniamo dispersione scolastica e modelli malavitosi » spiegavano i sacerdoti. Nel 2019 il primo premio fu vinto dal progetto “Bio pollaio solidale” presentato dalla parrocchia della Santissima Annunziata di Caccamo, nel Palermitano. L’iniziativa riguardava una fattoria sociale, ovvero un’impresa zootecnica dove la forza lavoro s’identifica con l’azione dei volontari e il ricavato va in beneficenza. Nello specifico le uova prodotte da 100 galline saranno in parte vendute per il mangime e l’acqua per gli animali, e in parte donate alle famiglie e alle persone in difficoltà assistite dalla parrocchia. Il bio pollaio si propone inoltre come luogo di didattica; di inclusione sociale per la riabilitazione psicologica di soggetti affetti da dipendenze; di reinserimento per persone raggiunte da pene detentive alle quali lo Stato italiano concede la possibilità di espiazione attraverso programmi di “messa alla prova”; di solidarietà verso il prossimo e di promozione dei valori della reciprocità, gratuità e mutuo aiuto. O il Fondo cittadino di solidarietà nato nella parrocchia Santi Pietro e Paolo a Saronno ( Varese), affidata a don Armando Cattaneo, per le famiglie morse dalla crisi. «È un rivolo di carità e giustizia – diceva il sacerdote – nel grande fiume della comunione tra i fedeli italiani». Poi sportelli lavoro, doposcuola di qualità negli oratori, bio-fattorie, stirerie per creare reddito, meno barriere architettoniche e più spazi verdi. E ancora, l’animazione parrocchiale su strada progettata da don Alberto Beretta e fedeli di San Pietro martire a Cinisello Balsamo (Milano). O l’Alzheimer Café firmato da don Enzo Chiodo e parrocchiani di San Giovani Decollato, a Bivongi (Reggio Calabria): un modo per non lasciare soli, confinati in casa, i malati e i loro familiari nel paese della Locride sotto la lente dei ricercatori per la longevità degli abitanti e l’ereditarietà del morbo neurodegenerativo. Sfogliando l’archivio, ecco don Carlo Occelli e fedeli della parrocchia cuneese del Cuore Immacolato di Maria premiati per gli orti occupazionali, e “Comunicarte” del gruppo di lavoro di don Giovanni Barbara nella parrocchia di Santa Chiara a Crotone, che ha formato guide turistiche. A Palermo, il parroco di Santa Maria Assunta padre Dino Taormina e team si misero in luce puntando invece sul riciclo e lo smaltimento dei rifiuti per creare opportunità di sviluppo. Sullo sfondo, un evidente ruolo di supplenza ecclesiale rispetto alle istituzioni pubbliche. Ma come sono cambiate le necessità in un decennio? «Le parrocchie restano spesso l’unico luogo di assistenza e speranza – spiega Chiara Giuli, referente del concorso per il Servizio Promozione Cei – ma rispetto alle iniziative dei primi anni, mirate al salto di qualità educativo o sociale, oggi si progetta l’indispensabile, cioè pasti caldi e alfabetizzazione, segnalando il forte impoverimento delle famiglie italiane ». È importante che prosegua questa custodia fraterna, in cui c’è la Chiesa del futuro. (Laura Delsere)    

Campagna Io accolgo: migliaia di mail inviate a Di Maio e Lamorgese perché cancellino il Memorandum Italia-Libia

5 Febbraio 2020 - Roma - Ha avuto successo l’invito della Campagna Io accolgo a sommergere di mail le caselle di posta dei ministri Di Maio e Lamorgese, con un’unica secca proposta: “Cancellate il Memorandum con la Libia”. Un’iniziativa che si aggiunge alle prese di posizione di tante organizzazioni sociali, ong ed esponenti politici che in nome della salvaguardia dei diritti umani hanno chiesto di disdire quell’accordo. Ma il 2 febbraio, giorno del rinnovo automatico, è passato e per tre anni sarà ancora in vigore. In questa sempre più drammatica situazione, la Campagna Io accolgo – composta dalle principali organizzazioni cattoliche e laiche che lavorano con i migranti – rinnova le sue richieste al governo italiano: “L’immediata evacuazione di tutti i migranti trattenuti nei centri libici, l’apertura di corridoi umanitari europei, il ripristino di un’operazione vera di soccorso in mare, un’Italia e un’Europa impegnate nell’accoglienza, il rispetto dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto alla vita. Non c’è più tempo. Si deve agire adesso”. (P.C. – Sir)

Raccontare le migrazioni: un convegno ieri a Oristano

4 Febbraio 2020 - Oristano - Una buona comunicazione sulla mobilità umana al centro dell’incontro promosso dalla Caritas e dalla Migrantes della Sardegna, in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti e con l’Ucsi Sardegna, ieri nell’Istituto di Scienze religiose a Oristano.  A introdurre i lavori, i vescovi Mons. Roberto Carboni e Mons. Giovanni Paolo Zedda, rispettivamente delegati della Conferenza episcopale sarda per Migrantes e per la Carità, che hanno sottolineato la necessità di affrontare il tema nella sua complessità, per evitare rischi di banalizzazioni e di distanza tra realtà e percezione. Sullo sfondo, la ricerca una narrazione che sappia cogliere la “significatività di ogni storia, come dice Papa Francesco”, ha detto padre Stefano Messina, direttore regionale Migrantes. Si parte dall’attenzione al linguaggio, quel “parlare civile” che “deve evitare strumentalizzazioni e favorire la riflessione”, ha ricordato Raffaele Callia, delegato regionale Caritas. “L’informazione non può essere ridotta ad approccio emergenziale che si limita a raccontare la prima accoglienza materiale o gli sbarchi -   ha spiegato Simone Varisco della Fondazione Migrantes -. Spesso non si dà spazio alla realtà legata agli immigrati regolarmente residenti in Italia (oltre 5 milioni), ben più numerosi rispetto ai circa 200mila richiedenti asilo e profughi”.  Inoltre, “occorre partire dal dato reale, non dall’ideologia: facciamo ricerca per promuovere informazione, formazione e sensibilizzazione”.  Come spiegato dal relatore, sono oltre 257 milioni le persone che, nel mondo, vivono fuori dai loro paesi di origine; gli spostamenti più numerosi avvengono all’interno del continente asiatico (63 milioni) e in Europa (41 milioni). I circa 5 milioni di cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia (l’8,7% del totale) costituiscono una cifra ben lontana da quel rischio di “invasione” di cui spesso parlano i media; in Sardegna, 55.900 gli stranieri regolarmente residenti (3,4% del totale). In Italia, circa il 60% degli immigrati regolari in età lavorativa sono occupati, con una differenza di retribuzione di -322 euro in rapporto agli italiani; spesso svolgono mansioni dequalificate rispetto ai loro titoli di studio. Nel 2017, circa 374mila le aziende di cittadini nati in paesi extra Ue; 7029 nell’Isola (7% del totale). Il 53,6% dei cittadini stranieri sono cristiani, il 30,1% musulmani. I matrimoni con almeno un coniuge straniero, sono 27.744 (14,5% del totale): gli unici in aumento nel Paese. I figli nati da entrambi i genitori stranieri sono circa 65mila (il 15% del totale, in calo del 3,7% rispetto al 2017); 9,7% gli alunni con cittadinanza non italiana nel 2017-2018,  di cui il 63% sono nati in Italia. La povertà accomuna italiani e stranieri: se a livello nazionale le persone assistite dalla Caritas sono per il 58% straniere, nel sud sono per il 68% italiane. Una giusta narrazione è necessaria per evitare la strumentalizzazione politica: a titolo esemplificativo, “sono state 787 le dichiarazioni offensive e discriminatorie durante la campagna elettorale del 2018, il 91% delle quali ha avuto come oggetto i migranti” I numeri reali, la completezza e l’ampiezza del fenomeno sono importanti anche nel comunicare l’emigrazione. “Contrariamente allo stereotipo che l’emigrazione sia legata al passato - ha spiegato Delfina Licata, curatrice del “Rapporto Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes  -  dall’Italia non si è mai smesso di emigrare, tanto da parlare di emigrazione strutturale”. Sono 128mila gli italiani partiti all’estero sia nel 2017 che nel 2018 (dati Aire), con una brusca diminuzione dell’età media nel 2018: oltre il 40% tra 18  - 34 anni e il 24 % tra i 35  - 49;  26 mila i minori (di cui 15mila hanno meno di 10 anni). Stessa tendenza nell’Isola, con un aumento del 15,3 % delle partenze nell’ultimo anno. Fondamentale “raccontare anche il passato migratorio che si deduce dalle fasce di età più mature e da più tempo presenti all’estero». Inoltre, l’attenzione al linguaggio: «L’espressione “fuga di cervelli”  non è rispettosa né di chi parte, né di chi resta”.  Per comunicare l’emigrazione “occorre conoscere, ascoltare, incontrare le persone e raccontare le loro storie,  tenendo conto non solo dei loro successi, ma anche dei fallimenti e delle fragilità”. (Maria Chiara Cugusi)

Migrantes Cosenza-Bisignano: due appuntamenti per la Giornata Mondiale contro la Tratta di persone

4 Febbraio 2020 - Cosenza - In occasione della Giornata Mondiale di Preghiera e Riflessione contro la Tratta di Persone l’Ufficio Migrantes e l’Azione Cattolica, Settore Adulti della diocesi di Cosenza-Bisignano hanno organizzato, presso la Parrocchia di San Nicola a Cosenza, un duplice appuntamento di riflessione. Il primo sabato 8 Febbraio. Si tratta di un seminario sul tema “I Minori Stranieri Non Accompagnati: tutela giuridica e sociale” con gli interventi di Alessandro Pisano, Referente Progetto FAMI Tutela Volontaria e Francesco Sicilia, referente Associazione Studi Giuridici Immigrazione Calabria su “La tutela giuridica dei MSNA: Rapporti con Tribunale dei Minori e cambiamenti normativi” e di Pino Fabiano, direttore Migrantes Cosenza-Bisignano e dei Tutori Volontari di MSNA su “La tutela sociale dei MSNA: Esperienze di accompagnamento” Domenica 9 Febbraio  dalle ore 17.00 alle 20.00 secondo appuntamento con l’incontro “Non si tratta solo di migranti: costruire la città a partire dagli ultimi!” durante il quale saranno presentati da Pino Fabiano gli Orientamenti Pastorali sulla Tratta, da Maria Teresa Chiappetta, Azione Cattolica Diocesana Settore Adulti analisi e riflessioni su “La Tratta Invisibile”. Dopo il racconto di esperienze e storie di vita interverrà sul tema “Costruire la Citta di Dio e dell’uomo” Biagio Politano dell’Azione Cattolica. L’incontro si concluderà con un Aperitivo Multietnico.  

Papa Francesco: Dio piange per noi quando ci allontaniamo da Lui

4 Febbraio 2020 - Città del Vaticano - “Figlio mio, Assalonne! Fossi morto io invece di te!” E’ il grido angosciato di Davide, in lacrime, alla notizia della morte del figlio. La Prima Lettura della liturgia odierna, tratta dal Secondo Libro di Samuèle, descrive la fine della lunga battaglia condotta da Assalonne contro il proprio padre, il re Davide, per sostituirlo sul trono. Papa Francesco, nella messa mattutina a Casa Santa Marte – riferisce Vatican News -  riassume il racconto biblico, afferma che Davide soffriva per quella guerra che il figlio, Assalonne, gli aveva scatenato contro convincendo il popolo a lottare al suo fianco, tanto che Davide aveva dovuto fuggire da Gerusalemme per salvare la propria vita. “Scalzo, la testa coperta, insultato da alcuni –afferma Francesco - , altri gli buttavano pietre, perché tutta la gente era con questo figlio che aveva ingannato la gente, aveva sedotto il cuore della gente con promesse”. Il brano odierno descrive Davide in attesa di novità dal fronte e l’arrivo, infine, di un messaggero che lo avverte: Assalonne è morto in battaglia. Alla notizia Davide è scosso da un tremito, piange e dice: “Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te!”. Chi sta con lui si meraviglia di questa reazione: “Ma perché piangi? Lui era contro di te, ti aveva rinnegato, aveva rinnegato la tua paternità, ti ha insultato, ti ha perseguitato, piuttosto fa' festa, festeggia perché hai vinto!’. Ma Davide dice soltanto: ‘Figlio mio, figlio mio, figlio mio’, e piangeva. Questo pianto di Davide è un fatto storico ma è anche una profezia. Ci fa vedere il cuore di Dio, cosa fa il Signore con noi quando ci allontaniamo da Lui, cosa fa il Signore quando noi distruggiamo noi stessi con il peccato, disorientati, perduti. Il Signore è padre e mai rinnega questa paternità: ‘Figlio mio, figlio mio’”. Papa Francesco prosegue dicendo che noi incontriamo quel pianto di Dio quando andiamo a confessare i nostri peccati, perché non è come “andare alla tintoria” a togliere una macchia, ma “è andare dal padre che piange per me, perché è padre”. La frase di Davide: “Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio” è profetica, afferma ancora papa Francesco, e in Dio “si fa realtà”: “E’ tanto grande l’amore di padre che Dio ha per noi che è morto al nostro posto. Si è fatto uomo ed è morto per noi. Quando guardiamo il crocifisso, pensiamo a questo ‘Fossi morto io invece di te’. E sentiamo la voce del padre che nel figlio ci dice: ‘Figlio mio, figlio mio’. Dio non rinnega i figli, Dio non negozia la sua paternità”. L’amore di Dio arriva fino al limite estremo. Quello che è in croce, afferma ancora Papa Francesco, è Dio, il Figlio del Padre, inviato per dare la vita per noi: “Ci farà bene nei momenti brutti della nostra vita - tutti noi ne abbiamo - momenti del peccato, momenti di allontanamento da Dio, sentire questa voce nel cuore: ‘Figlio mio, figlia mia, cosa stai facendo? Non suicidarti, per favore. Io sono morto per te’”. Gesù, ricorda il Papa, pianse guardando Gerusalemme. Gesù piange “perché noi non lasciamo che Lui ci ami”. Quindi conclude con un invito: “Nel momento della tentazione, nel momento del peccato, nel momento in cui noi ci allontaniamo da Dio, cerchiamo di sentire questa voce: ‘Figlio mio, figlia mia, perché?’ ”.  

Pastorale dei Rom: un “ospedale da campo” alla Magliana

4 Febbraio 2020 - Città del Vaticano - A Roma, nel quartiere Portuense, nel cuore della Magliana, una zona periferica storicamente difficile, c’è una Parrocchia che da decenni è impegnata nell’accoglienza e nell’integrazione delle comunità Rom. È intitolata a San Gregorio Magno ed è stata visitata da Papa Francesco nell’aprile del 2014. In quell’occasione il Pontefice, rivolgendosi ai fedeli, aveva affermato che Dio si trova proprio nelle “debolezze dell’umanità”. A conferma di queste parole, proprio in quest’area disagiata della diocesi del Papa c’è una comunità cristiana viva, un piccolo modello di “ospedale da campo”, per dirla con Francesco. Debora Foglia è nata alla Magliana cinquantatré anni fa. Considera la parrocchia un po’ casa sua e da due anni è responsabile del ‘Centro di ascolto’. “Il centro – ci spiega – è nato trent’anni fa. Come in quasi tutte le parrocchie è quel posto dove le persone in difficoltà possono venire per essere appunto ascoltate, aiutate e supportate anche con un pacco di generi alimentari”. “Abbiamo cercato di aprire il nostro centro anche ai Rom e ci occupiamo in particolare delle persone che vivono sotto il viadotto della Magliana, che collega questo quartiere all'Eur, e di quelle che vivono a Campo Candoni, uno dei campi Rom attrezzati di Roma Capitale”. Ogni lunedì, alle diciassette, inizia l'accoglienza delle persone Rom. Un volontario li attende all’ingresso, viene distribuito un numero per la turnazione, mentre suor Rosanna prepara il tè caldo per gli ospiti.  “Piano piano, un bicchiere di tè e una chiacchierata, li riceviamo. Io ho un quaderno dove raccolgo la storia di queste famiglie”, spiega la signora Debora. “Loro ci raccontano le loro storie, i loro problemi, di cosa hanno bisogno e noi cerchiamo di aiutarli. Per loro, anche solo la chiacchierata, il colloquio, è fondamentale. Quando è possibile, li andiamo a trovare anche sotto il viadotto o nel campo. È una cosa bellissima conoscere la loro vita, io resto sempre affascinata dalle storie di queste famiglie”. A Campo Candoni, racconta la volontaria, i Rom sono per metà rumeni e per metà bosniaci, mentre i figli sono quasi tutti nati in Italia ma non hanno la cittadinanza, solo il permesso di soggiorno. “È una situazione – ci spiega – che crea problemi per le cure mediche, per ottenere i documenti, per l'iscrizione a scuola. Noi cerchiamo di aiutarli sotto tutti questi aspetti”. Anche nella Capitale le persone Rom sono spesso discriminate e trattate da “cittadini di seconda classe”, come ricordava Papa Francesco nell’incontro con il popolo Rom e Sinti nel maggio 2019. “Non nego che tra i Rom ci siano persone che rubano e commettono altri reati”, spiega Debora Foglia. “Però credo che con le altre persone sia importante instaurare rapporti umani. Solo così crollano i muri della paura e dello stigma. Solo quando conosci una persona e sai il suo vissuto puoi aiutarla”. “Uno dei loro problemi principali, per esempio, è il lavoro”, racconta Debora. “Perciò cerchiamo di fargli fare qualche lavoro qui in parrocchia: li chiamiamo a potare le piante, raccogliere l'immondizia e riusciamo a dargli così una paga giornaliera”. “Qui in parrocchia abbiamo anche una ‘Casa della carità’ dove abbiamo ospitato una famiglia Rom, marito, moglie e una bimba. Lui adesso sta aprendo una piccola impresa, da solo, perché abbiamo creduto in lui. Bisogna dare una possibilità a queste persone, ricordarsi che sono esseri umani, spesso con grandi potenzialità e una diversità che è una ricchezza immensa”. “Le discriminazioni sono basate sul pregiudizio”, spiega Giancarlo Gamba, settantenne di origini bergamasche da decenni impegnato in attività sociali nel quartiere. “In questi anni, attraverso una cooperativa sociale che ha lavorato sul territorio abbiamo creato occasioni dove i Rom potevano lavorare con i nostri giovani. Dove si riesce a creare queste situazioni le barriere cadono e oggi abbiamo muratori che quando hanno bisogno di qualcuno vanno chiamare quella persona Rom perché l'hanno conosciuta e sanno che ci si può fidare”. “Sette anni fa – racconta ancora Giancarlo – abbiamo messo su in parrocchia un progetto chiamato ‘Sabato in famiglia’: un momento di convivialità settimanale che coinvolgeva soprattutto i poveri.  Anche qui abbiamo messo i Rom al primo posto e abbiamo creato amicizie, relazioni. Dove si crea relazione si crea inserimento, sicurezza e tutto diventa più semplice”. “Certo – conclude Giancarlo – qui alla Magliana siamo circa trentacinquemila ed è chiaro che ci sono sempre frange più difficili. Un mese fa, per esempio, c’è stato un incendio nelle baracche sotto il ponte ed era chiaramente un incendio di natura dolosa, ma noi cerchiamo di emarginare chi considera i Rom come il capro espiatorio di tutti i mali della società”. Parroco a San Gregorio Magno dal settembre 2019 è don Stefano Meloni che ha alle spalle una lunga esperienza pastorale con i Rom nella periferia di Villa Gordiani, nel quartiere Prenestino. “La mia parrocchia precedente, Santa Maria della Misericordia, sorge accanto a un Campo Rom. Lì il campo nomadi era casa mia e la parrocchia era casa loro e con queste persone ho instaurato un rapporto di profonda amicizia che ha dato i suoi frutti”, spiega don Stefano. “Per esempio adesso siamo alla terza generazione di ragazzi Rom. I primi erano molto chiusi, ma quelli di adesso stanno assumendo gli atteggiamenti degli altri ragazzi del quartiere. Oggi lì quasi tutti i bambini Rom vengono battezzati, vengono al catechismo, frequentano la parrocchia, vanno a scuola”. Alla Magliana però don Stefano ha trovato una situazione diversa: “Il campo Cantoni è una sorta di ghetto in mezzo alla campagna, sono persone lontane dalla comunità parrocchiale. I Rom che sono sotto il viadotto stanno ancora peggio, in baracche improvvisate, spesso in mezzo al canneto. Ma il mio atteggiamento è lo stesso: loro sanno che la parrocchia è a loro disposizione e che qui c'è sempre una casa pronta ad ospitarli”. “Non tutti i parrocchiani sono contenti di questo nostro lavoro di accoglienza, ma non ci sono grandi tensioni. La maggior parte della comunità capisce che sono anche loro persone che hanno bisogno di aiuto e qui nessuno vuole creare guerre tra poveri”, conclude il parroco.  (Fabio Colagrande – Vatican News)

Vescovi Usa contestano la restrizione di Trump per i visti agli immigrati: “danneggerà famiglie innocenti”

4 Febbraio 2020 -

Washington - Forte disaccordo con l’amministrazione Trump. I vescovi americani contestano l’ultima decisione del Presidente che venerdì scorso ha emesso un ordine esecutivo con cui limita il rilascio di visti per gli immigrati provenienti da Myanmar, Eritrea, Kirghizistan e Nigeria e anche chi arriva da Paesi disagiati come Sudan e Tanzania non potrà più beneficiare di visti speciali, la cosiddetta “Visa diversity”. I vescovi delegati dalla Conferenza Episcopale per occuparsi delle migrazioni a più livelli, dall’assistenza umanitaria alla libertà di religione, hanno emesso un comunicato congiunto con il presidente del Catholic Service Relief, la maggiore organizzazione caritativa per i migranti e la Caritas in cui denunciano apertamente il decreto che avrà un impatto anche sul ricongiungimento familiare e sugli aiuti ai migranti che sono stati forzati a rimanere nei Paesi messi al bando. L’arcivescovo José Gomez, Presidente della Conferenza Episcopale, continua a ribadire che l’accoglienza delle famiglie ha permesso “al nostro Paese di integrare le successive generazioni di immigrati nel tessuto della vita americana, consentendo loro di contribuire con la loro fede, i valori e i talenti a renderlo grande” ed esorta l’amministrazione a tornare sui suoi passi.

Lasalliani: un progetto per aiutare i bambini rifugiati

4 Febbraio 2020 - Beirut - Evitare che un’intera generazione di ragazzi si perda nell’attesa di poter tornare nei paesi natii o di potersi stabilire definitivamente in un nuovo paese: è l’ambizione del progetto «Fratelli», promosso in Libano congiuntamente dai Fratelli delle scuole cristiane e dai Fratelli maristi delle scuole, e diventato un punto di riferimento sicuro per tante famiglie e un luogo di incontro per molti ragazzi. Il progetto ha preso il via nel 2016 con l’obiettivo di accogliere bambini rifugiati provenienti dalla Siria e dall’Iraq e bambini libanesi vulnerabili. Sono due i centri socio-educativi che ospitano i ragazzi, uno a Beirut e l’altro a Rmeileh, nella periferia della città di Saida. I centri, attualmente, assistono più di 600 bambini e giovani al giorno, dai tre ai quindici anni, che normalmente partecipano dal lunedì al sabato ai diversi programmi educativi organizzati. Il progetto «Fratelli», spiegano i lasalliani, fornisce istruzione a coloro che altrimenti non avrebbero accesso all’educazione formale, aiuta i rifugiati che frequentano il secondo turno pomeridiano istituito dal governo specialmente per loro, e prepara coloro che hanno i requisiti per l’ammissione nelle scuole pubbliche, attraverso un test d’ingresso. La scuola, seppure non ufficialmente riconosciuta dal governo libanese, è strutturata come se lo fosse: inizia alle 8.30 del mattino e va avanti fino a pomeriggio inoltrato tra lezioni di alfabetizzazione, matematica e inglese a cura degli educatori, senza dimenticare momenti di animazione e supporto psicologico garantiti da volontari locali e studenti delle scuole mariste e lasalliane di Beirut. L’insegnamento, spiegano i religiosi, è ispirato ai valori di pace, giustizia, fraternità e speranza che animano le due congregazioni, e coinvolge persone di ogni religione. «Tutta l’opera educativa e sociale che si fa qui — spiega un’educatrice del programma — contribuisce ad alleggerire i compiti delle istituzioni locali. Si selezionano i bambini pronti per iscriversi alla scuola pubblica e si dà supporto scolastico agli altri, ma soprattutto si lavora per normalizzare situazioni di stress, si mette a disposizione un luogo sicuro dove divertirsi e socializzare. Si offrono inoltre stimoli sani a bambini e ragazzi che altrimenti starebbero per strada senza nulla da fare: una situazione ad alto rischio dal punto di vista sociale». Gli effetti positivi di quest’opera su un paese messo a dura prova dalla presenza di un milione e mezzo di profughi sono evidenti per molti libanesi, e questo spiega il perché questo progetto riceve una buona accoglienza sia a Rmeileh che a Beirut. E non solo da parte della comunità locale: i programmi educativi e sociali di «Fratelli» sono in linea con le indicazioni delle autorità ministeriali competenti e dell’Unicef, anche se privi di riconoscimento formale, per il momento. Infine, un progetto educativo efficace deve anche offrire supporto alle famiglie e opportunità di formazione alternative alla scuola; ecco il motivo che ha spinto il progetto «Fratelli» a proporre corsi di informatica e di taglio e cucito per gli adulti. Giovani e madri di famiglia grazie a questa iniziativa hanno acquisito competenze utili per dare sostegno economico alla famiglia, trovando inoltre un luogo dove socializzare, sia tra di loro che con i propri insegnanti.  

P. Ripamonti: “inaccettabile il rinnovo” del Memorandum Italia-Libia

4 Febbraio 2020 - Roma - Il rinnovo del Memorandum d’intesa sulla migrazione tra Italia e Libia – firmato la prima volta il 2 febbraio 2017 e rinnovato per altri tre anni senza modifiche – è per il Centro Astalli “inaccettabile già dal 2017”. Lo ha affermato al Sir padre Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli, il centro dei gesuiti con sede a Roma che ogni giorno incontra “uomini e donne che portano negli occhi la paura per ciò che hanno vissuto in Libia”. “Torture e violenze – sottolinea padre Ripamonti – ritornano nei racconti dei migranti che accogliamo e sempre più spesso assistiamo persone segnate nel corpo da percosse e abusi. Per ciascuno dei migranti che incontriamo e per i tanti che rimangono intrappolati nell’inferno libico vogliamo ribadire la grave responsabilità che l’Italia ha nel rimanere ferma e nel rinnovare tacitamente un accordo con la Libia, inaccettabile già nel 2017”. In particolare, il Centro Astalli ritiene “inaccettabile” che le denunce anche molto recenti delle Nazioni Unite riguardo a gravi violazioni accertate dei diritti fondamentali in Libia, “siano rimaste inascoltate e non abbiamo sortito alcun effetto sulle condizioni in cui versano migliaia di uomini e donne nei centri per migranti in Libia”.  

Chiesa greco-cattolica ucraina: nominato il nuovo vescovo per la pastorale delle migrazioni

3 Febbraio 2020 - Roma - Il vescovo Mons. Stepan Sus è stato nominato capo dell’Ufficio per la Pastorale delle Migrazioni della Chiesa greco-cattolica ucraina. La nomina è stata decisa dall’Arcivescovo maggiore Mons. Sviatoslav Shevchuk con il consenso del Sinodo dei vescovi greco-cattolici ucraini. Il vescovo Sus prende il posto del vescovo Yosyf Milian, attualmente vescovo ausiliare dell’arcieparchia di Kyiv e sarà a capo della Pastorale delle Migrazioni. Il decreto di nomina stabilisce che il compito dell’Ufficio Pastorale per le migrazioni - per conto del Capo e del Sinodo dei Vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina - consiste nel fornire – si legge in una nota - l’assistenza pastorale ai fedeli  greco-cattolici ucraini nei territori in cui la Chiesa non ha una struttura gerarchica. L’Ufficio Pastorale delle Migrazioni opera negli ambiti analitico, strategico programmatico, e pratico  applicativo secondo le norme stabilite dal  Codice di Diritto Canonico delle Chiese Orientali e della Legge Particolare della Chiesa greco-cattolica ucraina. Al momento della consegna del decreto, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk ha sottolineato che tale cambiamento è dovuto al fatto che l’ufficio deve essere guidato da un vescovo dedicato principalmente alla pastorale. “Ringraziamo il Signore Dio – ha detto - che ora abbiamo il vescovo che sarà al servizio esclusivo di questi laici e sacerdoti. Secondo il Ministero degli Affari Esteri, ogni anno un milione dei nostri cittadini lascia l'Ucraina. E la Chiesa Madre deve seguirli. Il motto del Concilio Patriarcale di quest’anno è: ‘La Chiesa è sempre e ovunque con te!’ Vescovo, la Sua missione è far sentire ai nostri fedeli la nostra presenza, la premura della loro Chiesa ovunque si trovino".

Epidemia in Cina: il Vaticano invia 600mila mascherine

3 Febbraio 2020 - Città del Vaticano - Il Vaticano ha spedito in Cina circa 600-700mila mascherine per aiutare a prevenire la diffusione del contagio da coronavirus. Lo ha riferito oggi il vicedirettore del Pontificio Collegio Urbano, Vincenzo Han Duo, al Global Times, tabloide del Quotidiano del Popolo. A prendere l'iniziativa, insieme alla Farmacia vaticana e alla comunità  cinese in Italia, l'elemosiniere del Papa, il card. Konrad Krajewski. Domenica 26 gennaio Papa Francesco, durante l'Angelus, aveva parlato dell’epidemia dicendosi “vicino” e “pregare per le persone malate a causa del virus che si è diffuso in Cina". "Il Signore accolga i defunti nella sua pace, conforti le famiglie e sostenga il grande impegno della comunità cinese, già messo in atto per combattere l'epidemia".

Padova: altri due incontri della proposta “Nella gioia del Battesimo… oltre le frontiere

3 Febbraio 2020 - Padova - Ritorna a Padova la proposta –incontri “Nella gioia del Battesimo… oltre le frontiere” promossa dal Coordinamento ecclesiale richiedenti protezione umanitaria (al quale partecipa, tra gli altri, l’Ufficio Migrantes diocesano)   e Acli Padova. Dopo i primi tre incontri di novembre e dicembre, altri due appuntamenti sono stati messi in programma tra gennaio e febbraio. Il prossimo è domani, 4 febbraio, alle ore 20.45 nel centro parrocchiale di Saccolongo (Pd) cui seguirà un ulteriore incontro venerdì 7 febbraio alle ore 20.45 nel centro parrocchiale di Vigodarzere (Pd). Durante le due serate si parlerà di immigrazione, diritti e integrazione con gli interventi di Elena Spanache, responsabile Sportello immigrazione di Acli Padova (Strumenti di interpretazione del fenomeno migratorio e dati dal territorio); Giovanni Barbariol, dell’associazione Avvocato di strada (Il diritto alla protezione internazionale alla luce della normativa italiana ed europea) e don Elia Ferro, direttore Migrantes della diocesi patavina e il coordinamento di Gianni Cremonese, presidente Acli Padova.

Sardegna: oggi pomeriggio ad Oristano il “racconto” della mobilità umana tra realtà e percezione

3 Febbraio 2020 - Oristano -  Oggi pomeriggio nell’Istituto di Scienze religiose, a Oristano si svolgerà il seminario “Non si tratta solo di migranti”. Il racconto della mobilità umana tra realtà e percezione, organizzato dalla Delegazione regionale Caritas Sardegna, dalla Migrantes regionale, dall’Ordine dei giornalisti della Sardegna e dall’Ucsi Sardegna. Un seminario che nasce dalla necessità di riflettere sul fenomeno della mobilità umana, “tema ghiotto per le campagne elettorali, foriero di paure ancestrali rispetto alla diversità e al diverso, che rischia di essere sempre più manipolato strumentalmente e non conosciuto per l’effettivo dato di realtà”, spiega il delegato regionale Caritas Sardegna Raffaele Callia: persone che vengono nel nostro Paese per ragioni diverse – migrazioni forzate, fuga dalla miseria, ricerca di libertà, ecc.  e che “continuano ad andar via dalle nostre comunità, fra cui gli stessi sardi, soprattutto per mancanza di alternative”. Il delegato Caritas sottolinea come oggi più che mai “si abbia il dovere di fornire un’informazione obiettiva che presenti il tema nella sua complessità, senza semplificazioni e banalizzazioni, senza mistificare la realtà. Un’informazione rigorosa dal punto di vista scientifico e rispettosa in ogni caso della dignità della persona umana, di ogni persona”.  Da qui, l’idea di  proporre un seminario di approfondimento per i giornalisti e per tutti gli operatori che si occupano di tali argomenti, “con l’obiettivo di fornire una narrazione diversa rispetto a quelle in circolazione, in particolare nel complesso mondo dei social network”. “Questa iniziativa inter-pastorale, frutto della collaborazione tra gli uffici regionali Caritas e Migrantes – spiega Padre Stefano Messina, incaricato regionale di Migrantes – intende riflettere su come raccontare l’aspetto della ricchezza umana e culturale di cui i migranti sono portatori: una buona comunicazione capace di favorire l’integrazione”. Ciò che manca nel nostro paese, continua p. Messina, “è proprio la capacità di promuovere un percorso di reale integrazione, con cui costruire progettualità concrete, a lungo termine, che non si fermino alla prima accoglienza”. Progettualità “che favoriscano una conoscenza reciproca, premessa indispensabile per costruire una società basata sullo sviluppo umano integrale e sulla giustizia sociale”. Dopo i saluti  di Mons. Roberto Carboni, arcivescovo di Oristano e Vescovo delegato per Migrantes della Conferenza Episcopale Sarda, di Mons. Giovanni Paolo Zedda, Vescovo delegato per il servizio della carità della Conferenza Episcopale Sarda di Andrea Pala, presidente UCSI Sardegna, introdurranno i lavori Padre Stefano Messina e Raffaele Callia. A seguire, le relazioni di Simone Varisco e Delfina Licata che si soffermeranno su “Un quadro di riferimento dell’immigrazione oggi” e su “L’attualità dell’emigrazione italiana nel mondo”. Seguirà Nello Scavo, inviato di Avvenire  su “Comunicare la mobilità umana, oltre le percezioni”. A coordinare l’incontro Francesco Birocchi, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Sardegna.    

Migranti: un incontro del Dicastero Vaticano in Colombia

3 Febbraio 2020 - Città del Vaticano - Nei giorni 30 e 31 gennaio 2020, a Cúcuta in Colombia, si è svolto l’incontro dei vescovi delle diocesi di frontiera tra Colombia e Venezuela intitolato “Caridad en la frontera”. L’evento, promosso e organizzato dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e dalla Sezione Migranti e Rifugiati, in collaborazione con la diocesi di Cúcuta, ha voluto manifestare “la sollecitudine del Santo Padre per le situazioni migratorie di frontiera e mettere in sinergia le attività caritative a favore delle persone più deboli e vulnerabili in questa regione” All’incontro hanno partecipato i Nunzi Apostolici, i rappresentanti delle Conferenze Episcopali della Colombia e del Venezuela, il CELAM, i Vescovi delle diocesi sulla frontiera Venezuela- Colombia, i rappresentanti di Cáritas Colombia, Cáritas Venezuela, Caritas Internationalis e della Commissione Cattolica Internazionale per le Migrazioni. Le sessioni di lavoro del primo giorno – riferisce una nota - si sono concentrate nell’analisi delle sfide pastorali poste dagli ingenti flussi di mobilità umana tra i due paesi, particolarmente visibili nelle zone di frontiera. I vescovi hanno condiviso i risultati delle risposte caritative che si sono prodotte nelle loro diocesi di frontiere, manifestazione concreta dell’amore materno della Chiesa verso tutti i suoi figli. Nel secondo giorno i partecipanti hanno identificato una serie di possibili collaborazioni inter diocesane transnazionali che possano favorire una maggiore efficacia degli sforzi prodotti fino a questo momento. L’incontro si è concluso con “un rinnovato impegno da parte di tutti ad assistere spiritualmente e materialmente tanto i migranti quanto le comunità locali che sperimentano le medesime vulnerabilità”.

Mons. Desfarges: “non possiamo barricarci e costruire muri”

3 Febbraio 2020 - Algeri -  “Se ci sono persone che soffrono, in difficoltà, che affrontano prove così dure e drammatiche, dobbiamo chiederci tutti come organizzarci al meglio per accoglierli e integrarli. Non possiamo barricarci, costruire muri. I Paesi delle due rive del Mediterraneo dovrebbero chiedersi come fare per aiutare i migranti, capire se possono restare o farli tornare nel proprio Paese se necessario, sempre nel rispetto dell’umanità”. Lo afferma in una intervista al Sir Monsignor Paul Desfarges, Arcivescovo di Algeri e Presidente della Conferenza Regionale del Nord Africa, in vista dell’incontro “Mediterraneo, frontiera di pace”, che si svolgerà a Bari dal 19 al 23 febbraio, per iniziativa della CEI, e riunirà una sessantina di vescovi di 20 Paesi. Mons. Desfarges sarà tra coloro che accoglieranno Papa Francesco durante la visita del 23 febbraio. “Siamo una Chiesa di gente di passaggio – dice Mons. Desfarges -. Vorremmo che il Mediterraneo fosse un mare di pace, non di morte. Un luogo di scambio tra le due coste Nord e Sud e con i nostri fratelli e sorelle musulmane”. In Algeria i cattolici sono una minoranza di circa 8.000 persone, tra i quali solo 1000/2000 praticanti (su 41 milioni di abitanti). La maggioranza sono stranieri dall’Africa sub-sahariana ma anche molti europei espatriati per lavoro. E’ una Chiesa che “cerca la fraternità dell’incontro” con i “fratelli e le sorelle algerine musulmane”. “Abbiamo il nostro servizio umanitario e caritativo, biblioteche, centri di sostegno scolastico – racconta -. Ci incontriamo in maniera familiare, promuoviamo la pace e la non violenza, esprimiamo prossimità agli algerini che cercano un cammino di giustizia”. L’Algeria, come il Marocco e la Libia, è inoltre una delle rotte da cui i migranti cercano di passare per raggiungere l’Europa. La Chiesa è in collegamento con gli organismi internazionali e accoglie “i fratelli migranti che bussano alle nostre porte e si trovano a vivere situazioni molto difficili. Se sono malati li curiamo o li aiutiamo a curarsi. Abbiamo servizi per i migranti in situazione di grave vulnerabilità, bambini o con disabilità”. “Facciamo i primi gesti umanitari che possono portare un po’ di sollievo ma i mezzi sono molto limitati – precisa -. Tutti i Paesi del Maghreb sono in una situazione simile alla nostra. Per questo è importante avere, per la prima volta, un incontro tra vescovi del Mediterraneo. Per vedere cosa la Chiesa può fare, come può dare il suo contributo e per capire come collaborare con le Chiese da cui provengono i migranti”. (P.C.)  

Scalabriniane: “la nostra internazionalità e interculturalità ci interpella a vivere nel rispetto e nella comunione delle differenze”

3 Febbraio 2020 - Roma - “La vocazione è un dono ricevuto da Dio e deve propagarsi ed ‘esplodere’ in un inno di gioia pasquale, di gratitudine nello spirito del Magnificat. Consacrate per la missione con i migranti e i rifugiati, siamo chiamate ad essere testimoni di speranza e della misericordia di Dio, attraverso l’accoglienza, la protezione, la promozione e l’integrazione”. E’ quanto dichiara in una nota suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle suore missionarie di San Carlo Borromeo/Scalabriniane, per l’occasione della Giornata mondiale della vita consacrata che i è celebrata ieri. “La nostra internazionalità e interculturalità – spiega - ci interpella costantemente a vivere nel rispetto e nella comunione delle differenze, sempre più evidenti anche tra le ‘gioventù’ odierne. Sarà questo il modo più intenso per vivere in profondità il giubileo dei 125 anni di fondazione della nostra Congregazione, confermate nella speranza che la bellezza del vissuto della nostra vocazione religiosa scalabriniana, ci rende persone felici che attraggono nuove vocazioni”. Per suor Neusa, “siamo invitate ad essere mediatrici di un annuncio vocazionale autentico, creativo ed efficace, impegnate a risvegliare vocazioni per il servizio nella Chiesa e all’umanità e, insieme, consolidare personalmente e comunitariamente la cultura vocazionale. Guardiamo a Maria, modello di consacrazione”.  

Firenze: firmato un patto per l’amicizia tra cristiani e musulmani

31 Gennaio 2020 - Firenze – “Facendo tesoro della viva esperienza di dialogo che caratterizza la nostra città e con la piena condivisione del Documento per la Fratellanza umana, la pace e la convivenza comune, auspichiamo che questo nostro momento di riflessione, ci apra a un Percorso verso un rapporto più strutturato tra le nostre realtà religiose, per una sempre più feconda amicizia Islamico- Cristiana”. Così si legge nel testo firmato dall'arcivescovo di Firenze e dal responsabile della comunità islamica fiorentina. Entrambi, nei loro interventi, hanno sottolineato la tradizione di Firenze come città di incontro e di esperienze di dialogo fra culture e religioni diverse, ricordando l'Umanesimo fiorentino e, in anni più recenti, l'impegno di Giorgio La Pira. Si legge ancora nel documento firmato a Firenze: “La nostra presenza insieme vuol essere un segno tangibile dell’amicizia che ci caratterizza e che ci lega, sollecitati dalle nostre Fedi che si fondano sulla medesima Speranza, radicata nella fiducia dell’Azione di Dio che, essendo Amore, chiede la partecipazione libera e responsabile di ogni singola persona umana, senza mai abbandonarla. E’ questa comune Speranza che ci fa incontrare per conoscerci sempre meglio, per imparare gli uni dagli altri, per stimarci reciprocamente; affinché, resi pacifici nel cuore possiamo costruire percorsi di pace e di giustizia finalizzata al bene, camminando idealmente e fraternamente gli uni accanto agli altri verso la Sorgente di ogni realtà”. Durante l'incontro Mons. Vittorio Ianari, della Comunità di Sant’Egidio, ha illustrato il percorso storico del documento di Abu Dhabi, Mons. Piero Coda, preside dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, ha presentato significato e prospettive del Documento, mentre il prof. Mohamed Bamoshmoosh, responsabile culturale della Comunità islamica di Firenze si è soffermato sulla attualizzazione del Documento a livello locale. Infine il direttore del Centro Internazionale Studenti La Pira Maurizio Certini, e Bamoshmoosh si sono concentrati su alcune prospettive del cammino di amicizia in atto a Firenze da tanti anni. L'incontro intende segnare infatti anche il primo passo verso un rapporto più strutturato tra le due realtà religiose per un’amicizia islamico-cristiana a Firenze. “Una lunga storia lega la comunità cattolica e islamica di Firenze, dagli incontri con i primi studenti universitari di fede islamica nella Sala Teatina, dove significativamente ci siamo incontrati oggi. La Sala del Centro è stata infatti (dal 1989 al 1992) la prima aula di preghiera della nascente Comunità islamica toscana e sede provvisoria del primo Centro culturale islamico della nostra città - hanno sottolineato Certini e Bamoshmoosch -. In queste stanze, sino dal 1978, per iniziativa dell’arcivescovo di Firenze card. Benelli che volle un Centro che desse dignità a ogni giovane internazionale e aperto al dialogo interreligioso, sulla spinta ideale di Giorgio La Pira e con l’attento e appassionato accompagnamento di Chiara Lubich e dei Focolari, è nato un rapporto di amicizia e di dialogo tra giovani basato su significative interazioni personali, sincere, aperte e collaborative. Un dialogo che si è poi dilatato con autonome iniziative di persone, di associazioni, di Chiese; mostrando come Firenze sia sempre città culturalmente aperta. Una città che in molte sue parti crede che il dialogo come stile di vita, realizza un diverso modo di incontrarsi e relazionarsi, portando così a superare stereotipi e pregiudizi, e a rendere vera ogni giorno una fraternità che afferma e garantisce le relative differenze. L’esperienza qui realizzata insegna come il radicamento in Dio offra un modo nuovo di guardare ogni uomo: il riconoscere la dignità dell’altro proprio in virtù del suo essere “altro” genera una reciproca accoglienza, un’amicizia tale da suscitare in ciascuno il desiderio di una mutua e più profonda conoscenza e solidarietà. Quello che ci proponiamo è strutturare un percorso verso un’amicizia islamico-cristiana sempre più ampio e inclusivo, costruire relazioni sempre più significative, per spargere nuovi semi di fraternità e di pace a Firenze, in tutto il territorio nazionale e oltre”. L'appuntamento è stato promosso dal Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, dall'Istituto Universitario Sophia, dalla Comunità Islamica Firenze e Toscana e dalla Fondazione Giorgio La Pira, ed è una prima risposta all'appello contenuto nel documento di Abu Dhabi. (Riccardo Bigi)    

Sardegna: lunedì il racconto della mobilità umana tra realtà e percezione

31 Gennaio 2020 - Oristano -  Lunedì 3 febbraio 2020, dalle ore 14 alle 17, nell’Istituto di Scienze religiose, a Oristano si svolgerà il seminario “Non si tratta solo di migranti”. Il racconto della mobilità umana tra realtà e percezione, organizzato dalla Delegazione regionale Caritas Sardegna, dalla Migrantes regionale, dall’Ordine dei giornalisti della Sardegna e dall’Ucsi Sardegna. Un seminario che nasce dalla necessità di riflettere sul fenomeno della mobilità umana, “tema ghiotto per le campagne elettorali, foriero di paure ancestrali rispetto alla diversità e al diverso, che rischia di essere sempre più manipolato strumentalmente e non conosciuto per l’effettivo dato di realtà”, spiega il delegato regionale Caritas Sardegna Raffaele Callia: persone che vengono nel nostro Paese per ragioni diverse – migrazioni forzate, fuga dalla miseria, ricerca di libertà, ecc.  e che “continuano ad andar via dalle nostre comunità, fra cui gli stessi sardi, soprattutto per mancanza di alternative”. Il delegato Caritas sottolinea come oggi più che mai “si abbia il dovere di fornire un’informazione obiettiva che presenti il tema nella sua complessità, senza semplificazioni e banalizzazioni, senza mistificare la realtà. Un’informazione rigorosa dal punto di vista scientifico e rispettosa in ogni caso della dignità della persona umana, di ogni persona”.  Da qui, l’idea di  proporre un seminario di approfondimento per i giornalisti e per tutti gli operatori che si occupano di tali argomenti, “con l’obiettivo di fornire una narrazione diversa rispetto a quelle in circolazione, in particolare nel complesso mondo dei social network”. “Questa iniziativa inter-pastorale, frutto della collaborazione tra gli uffici regionali Caritas e Migrantes – spiega Padre Stefano Messina, incaricato regionale di Migrantes – intende riflettere su come raccontare l’aspetto della ricchezza umana e culturale di cui i migranti sono portatori: una buona comunicazione capace di favorire l’integrazione”. Ciò che manca nel nostro paese, continua p. Messina, “è proprio la capacità di promuovere un percorso di reale integrazione, con cui costruire progettualità concrete, a lungo termine, che non si fermino alla prima accoglienza”. Progettualità “che favoriscano una conoscenza reciproca, premessa indispensabile per costruire una società basata sullo sviluppo umano integrale e sulla giustizia sociale”. Dopo i saluti  di Mons. Roberto Carboni, arcivescovo di Oristano e Vescovo delegato per Migrantes della Conferenza Episcopale Sarda, di Mons. Giovanni Paolo Zedda, Vescovo delegato per il servizio della carità della Conferenza Episcopale Sarda di Andrea Pala, presidente UCSI Sardegna, introdurranno i lavori Padre Stefano Messina e Raffaele Callia. A seguire, le relazioni di Simone Varisco e Delfina Licata che si soffermeranno su “Un quadro di riferimento dell’immigrazione oggi” e su “L’attualità dell’emigrazione italiana nel mondo”. Seguirà Nello Scavo, inviato di Avvenire  su “Comunicare la mobilità umana, oltre le percezioni”. A coordinare l’incontro Francesco Birocchi, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Sardegna.    

CEI: parte la campagna “TuttixTutti”

31 Gennaio 2020 - Roma - TuttixTutti taglia il traguardo della decima edizione. Torna il concorso per le parrocchie promosso dalla CEI a livello nazionale, che prende il via il 1° febbraio. Ogni parrocchia potrà parteciparvi iscrivendosi online su www.tuttixtutti.it, creando un gruppo di lavoro, ideando un progetto di solidarietà e organizzando un incontro formativo per promuovere il sostegno economico alla Chiesa cattolica. Le iscrizioni saranno aperte dal 1° febbraio e il concorso si concluderà il 31 maggio 2020 mentre la proclamazione dei vincitori avverrà il 30 giugno. Dieci i premi, compresi tra mille e 15mila euro, attribuiti dalla giuria composta dai membri del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, che selezionerà i 10 progetti di solidarietà considerati più meritevoli. Le parrocchie, grazie ai contributi economici in palio, hanno la possibilità di realizzare iniziative solidali per le comunità con ricadute in termini di accoglienza, assistenza, formazione e opportunità di inserimento professionale. “TuttixTutti è un concorso atteso e apprezzato dalle parrocchie che premia quelle idee che nascono da un’intera comunità parrocchiale, desiderosa di aiutare chi ha più bisogno. È una gara di solidarietà che ha sostenuto, in nove anni di storia – afferma Matteo Calabresi, responsabile del Servizio CEI -, la realizzazione di moltissime proposte che offrono risposte concrete ai bisogni delle famiglie, dei giovani e degli anziani. Si può trattare di un orto sociale, di un doposcuola di qualità, di una mensa per senza fissa dimora o di un piano di formazione-lavoro in un’azienda agricola. Tutte iniziative che intendono offrire risposte tangibili alle esigenze della collettività”.  

I volti dell’accoglienza attorno a una rotonda

31 Gennaio 2020 - Milano - Tra le grandi città italiane, Milano è quella dove risiede il maggior numero di stranieri: 470mila, il 14,5 per cento della popolazione. Molto più della media italiana (8,7 per cento), ma molto meno di quello che accade a Baranzate, comune di 12mila abitanti alle porte del capoluogo lombardo, dove è straniero un abitante su tre e dove convivono 73 etnie. E se “zoomiamo” ancora di più, scopriamo che nel cuore di Baranzate c’è il quartiere Gorizia, dove gli stranieri sono il 70 per cento. Qualcuno parla di bomba a orologeria, ma uno sguardo ravvicinato e scevro da pregiudizi fa scoprire una realtà locale da cui si possono ricavare indicazioni generali per un futuro che è già presente. Qui parole come multietnicità, convivenza, integrazione smettono di essere categorie sociologiche per diventare volti, nomi, situazioni, in un caleidoscopio di vicende umane che nello spazio di un quartiere racchiude le sfide con cui l’Italia si misura da tempo. Ed è proprio partendo dai volti che Gerald Bruneau – fotografo francese che ha al suo attivo reportage fotografici di rilievo internazionale – documenta con il suo obiettivo gli accadimenti quotidiani del quartiere in una mostra dal taglio originale e provocatorio. Si intitola “Tutte le ore del mondo, ritratti di accoglienza e cura nella Baranzate multietnica”, ne sono protagonisti i bambini e le famiglie delle etnie che popolano il quartiere e descrive lo svolgimento di una giornata-tipo: il risveglio mattutino, l’ingresso a scuola, il gioco, il radunarsi attorno alla tavola, la preghiera, il momento magico della favola prima di addormentarsi. Ritratti di 12 famiglie di varie nazionalità (Italia, Ecuador, Perù, Salvador, Marocco, Senegal, Romania, Sri Lanka), corredati da testi in cui i protagonisti si raccontano. Entrando nelle case si viene resi partecipi delle loro usanze e tradizioni, si scoprono linguaggi e sapori, si percepisce quanto è ritenuto prezioso l’attaccamento alle radici, si intuisce cosa significa abitare in un paese che ne contiene molti altri. La mostra – che è parte del progetto “Kiriku-A scuola di inclusione” selezionato nell’ambito del Fondo nazionale per il contrasto alla povertà educativa minorile – è esposta da oggi al 30 giugno a Milano presso la sede del Centro Diagnostico Italiano (via Saint Bon 20) ed è stata ideata e curata da Fondazione Bracco insieme all’Associazione La Rotonda. L’obiettivo di Bruneau si sofferma anche su alcuni luoghi dove la multietnicità si esprime con particolare evidenza e dove emerge la forza di questa comunità: la scuola, dove la presenza di culture diverse diventa occasione di conoscenza delle dimensioni del mondo (e dove pure non mancano i problemi, con le insegnanti che – al di là delle loro competenze didattiche – devono dotarsi di intuito e fantasia per comunicare anche attraverso gesti ed espressioni con bambini e genitori arrivati da poco in Italia); l’ambulatorio pediatrico che offre visite gratuite e informazioni su nutrizione e vaccini e dove sono presenti mediatrici culturali per facilitare la relazione con pazienti che non parlano la lingua italiana; l’oratorio della parrocchia di Sant’Arialdo con il parco giochi, il campo di calcio, le sale del doposcuola, luogo privilegiato di incontro e di amicizia per bambini e mamme. «Lo scambio reciproco, il raccontarsi e il sentirsi ascoltati e guardati anzitutto come persone prima che come appartenenti a un’etnia, ha fatto nascere molte occasioni di cambiamento e di ripartenza, e conferma che l’investimento che paga di più è quello sulla relazione umana – dice il parroco don Paolo Steffano, artefice insieme a un gruppo di laici di una rigenerazione del quartiere che ne ha fatto un modello divenuto oggetto di studio del Politecnico di Milano –. Qui c’è una miniera di umanità con tante vene da scoprire, specificità che possono arricchire la convivenza anziché diventare un problema, come una certa narrazione vuole far credere. Certo, non ci sono automatismi, è una fatica da affrontare nel quotidiano mettendo mattone su mattone e partendo da una ipotesi positiva sull’esistenza. Verifichiamo nel concreto quello che Papa Francesco va dicendo da tempo a proposito delle periferie che possono diventare un centro». Per dare solidità a questo esperimento di rigenerazione sociale, nel 2010 è stata fondata l’associazione La Rotonda che ha generato tante iniziative caratterizzate dal coinvolgimento degli abitanti del quartiere: housing sociale, consultorio medico, aiuto allo studio, la sartoria “Fiori all’occhiello” dove lavorano donne di varie etnie. Il nome dell’associazione ne esprime la dinamica, come spiega la presidente Samantha Lentini: «Una Rotonda è di facile accesso, ben delimitata ma senza cancelli di esclusione. Ha un centro che serve come riferimento fondamentale, ma la vita si svolge tutta nella sua periferia. Non ha l’obiettivo di trattenere al suo interno, semmai di inviare altrove. In questa Rotonda ci sono precedenze da rispettare: i poveri. E la Rotonda gira perché le persone sono al centro». (Giorgio Paolucci – Avvenire)