Primo Piano

Mci Stoccolma: in preghiera per chiedere la guarigione dal coronavirus

19 Marzo 2020 - Stoccolma - La Missione Cattolica Italiana di Stoccolma a seguito della situazione relativa al COVID-19 qui in Svezia vive al momento una situazione di preoccupazione e di ansia. Le ultime cifre ci parlano di 1059 di casi di contagio e 6 decessi; è una situazione alimentata da continui aggiornamenti ma purtroppo senza che lo Stato svedese abbia preso delle misure incisive (ad eccezione dei divieti di raduni con più di 500 persone) emanando soltanto linee guida che consigliano di non fare visita agli anziani, di stare a casa se si hanno sintomi, e quarantena fiduciaria per chi torna dall’estero, oltre al telelavoro per chi vive nell’area di Stoccolma. Le scuole restano aperte, così come bar e negozi. Per quanto invece riguarda la nostra Missione stiamo seguendo le direttive della nostra Diocesi, le chiese rimangono aperte, la Messa in italiano viene celebrata ogni domenica, la Via Crucis infrasettimanale, ma siamo anche coscienti nel far capire che chiunque sia malato o appartenga a un gruppo a rischio, dovrebbe rimanere a casa,   che il precetto domenicale non si applica fino a nuovo avviso, che chiunque sia malato o appartenga a un gruppo a rischio, dovrebbe rimanere a casa, che la domenica la si deve comunque osservare come il giorno del Signore, ed incoraggiare alla comunione spirituale, come pure il recitare il Rosario a casa e alla lettura della Parola di Dio. Tutto si trasforma in un tipo di catechesi ad hoc. In tutto ciò e specialmente in questo momento, la nostra Missione vuole essere vicina con il sostegno e la preghiera a tutti i nostri connazionali, presenza sempre attenta a mai chiudere le porte alla grazia di Dio. (mons. Furio Cesare – Mci Stoccolma)    

Papa Francesco: l’invito alla comunione spirituale e una preghiera per i detenuti

19 Marzo 2020 - Città del Vaticano –  Papa Francesco, durante la celebrazione a Casa Santa Marta, in diretta sui media vaticani, invita a pregare in questo tempo di pandemia. E oggi lo fa per i detenuti: “loro soffrono tanto, per l’incertezza di quello che accadrà dentro il carcere, e anche pensando alle loro famiglie, come stanno, se qualcuno è malato, se manca qualcosa. Siamo vicini ai carcerati, oggi, che soffrono tanto in questo momento di incertezza e di dolore”. E parlando oggi di San Giuseppe evidenzia che egli era “giusto”, cioè “un uomo di fede, che viveva la fede”. Giuseppe è “uomo di fede”: per questo era “giusto”: “non solo perché credeva ma anche viveva questa fede”, ha detto il pontefice. Un uomo “capace di essere uomo e anche capace di parlare con Dio, di entrare nel mistero di Dio. E questa è stata la vita di Giuseppe. Vivere la sua professione, la sua vita di uomo ed entrare nel mistero. Un uomo – ha detto ancora papa Francesco - capace di parlare con il mistero, di interloquire con il mistero di Dio. Non era un sognatore. Entrava nel mistero. Con la stessa naturalità con la quale portava avanti il suo mestiere, con questa precisione del suo mestiere: lui era capace di aggiustare un angolo millimetricamente sul legno, sapeva come farlo; era capace di ribassare, di fare meno un millimetro del legno, della superficie di un legno. Giusto, era preciso. Ma anche era capace di entrare nel mistero che lui non poteva controllare. Questa è la santità di Giuseppe: portare avanti la sua vita, il suo mestiere con giustezza, con professionalità; e al momento, entrare nel mistero”. E si è chiesto: “I nostri fedeli, i nostri vescovi, i nostri sacerdoti, i nostri consacrati e consacrate, i Papi, sono capaci di entrare nel mistero? O hanno bisogno di regolarsi secondo le prescrizioni che li difendono da quello che non possono controllare?”. Quando la Chiesa “perde la possibilità di entrare nel mistero, perde la capacità di adorare. La preghiera di adorazione soltanto può darsi quando si entra nel mistero di Dio”. Entrare nel mistero per il Papa “non è sognare. Entrare nel mistero è precisamente questo: adorare. Entrare nel mistero è fare oggi quello che faremmo nel futuro, quando arriveremo alla presenza di Dio: adorare”. Al termine l’invito alla comunione spirituale e poi il momento di adorazione eucaristica. (R.Iaria)  

Africani francofoni in Italia: iniziative e preghiere in questo tempo

18 Marzo 2020 - Roma - Un momento molto duro è questo che siamo vivendo a causa dell’epidemia da coronavirus. Le comunità cattoliche africane francofone che vivono in Italia vivono questi giorni con fede e obbedienza. “Siamo a casa” scrivono molti attraverso i social o anche tramite messaggi su telefono. Rispettiamo la parola d'ordine e con il whatsApp di ogni comunità e il whatsApp della coordinazione nazionale che gestisco io con i cappellani.  Informiamo in tempo reale le comunità sulle notizie che ci arrivano e sulle indicazioni della Chiesa in Italia oltre ad invitarle a rimanere a casa pregando in famiglia. Alcune comunità hanno realizzato alcuni spot per sostenere l'Italia moralmente, altre stanno raccogliendo offerte libere da dare alle varie Caritas diocesane della diocesi dove vivono per solidarietà e per sostenere l’acquisto di mascherine e altro materiale utile in questi momenti. Tutti partecipano alle novene sia a san Giuseppe che finisce oggi contro il coronavirus e sia alla novena di solidarietà alla Madonna Madre di misericordia iniziata ieri e che terminerà il prossimo 25 Marzo, festa dell'Annunciazione.(don Mathieu Malick Faye- coordinatore nazionale Migrantes Comunità Cattoliche Africane Francofone in Italia)    

Mci Romania: il sostegno alla comunità italiana e varie iniziative ecclesiali

18 Marzo 2020 - Bucarest - Anche in Romania la situazione è preoccupante ed è in continua evoluzione, negativa. Gli organi dello stato stanno prendendo dei provvedimenti per poter arginare la diffusione del virus. Uno di questi sta limitando anche la possibilità di raduni di vario genere e quindi anche di quelli che riguardano la possibilità di celebrare la Messa. Anche noi ci siamo adeguati e quindi qui a Bucarest la Messa prefestiva celebrata nella cappella del Centro Don Orione di Voluntari (Città della periferia di Bucarest) è stata per ora sospesa, così anche il catechismo e gli altri incontri. C'è anche da dire che, purtroppo noi italiani, visto lo sviluppo del contagio in Italia, siamo diventati, fin dall'inizio, persone cui stare alla larga. Come tutte le scuole della Romania anche la scuola Italiana Aldo Moro, presso la quale insegno religione, ha sospeso le lezioni e ci si è organizzati per le lezioni fatte tramite la didattica a distanza. Per ora riesco ancora a celebrare la Santa Messa domenicale presso la “Chiesa Italiana” di Bucarest. Il numero dei partecipanti, che normalmente superava i cento, si è ridotto a meno di trenta (per ora l'ultimo decreto di urgenza limita i gruppi a meno di 50 persone) e penso che a breve, come per l'Italia, verrà interrotta la possibilità di celebrare tutte le funzioni liturgiche. Naturalmente abbiamo sospeso le prove di canto che facevamo al mercoledì e gli incontri di catechesi fatti il secondo lunedì del mese. A Iasi la celebrazione della Messa è stata sospesa per non mettere a rischio di contagio i seminaristi. La Messa domenicale veniva infatti celebrata presso la cappella del locale Seminario orionino. A Cluj, Timisoara, Alba Iulia continua ad essere celebrata la Santa Messa, ma il numero dei partecipanti è notevolmente ridotto. In questo contesto il settimanale “Adeste” della Missione Cattolica Italiana sta diventando ancora più prezioso, in quanto viaggiando via etere riesce a raggiungere le case anche di coloro che non possono più partecipare alla Messa. Inoltre stiamo incoraggiando la partecipazione alla Messa domenicale tramite i canali televisivi italiani. Per trasmettere via etere la Messa in italiano stiamo pensando alla costituzione di una radio web e ad usufruire della possibilità di trasmettere via cavo ed etere la Messa tramite la rete Telestar 1. Riguardo al catechismo noi di Bucarest ci siamo organizzati usando Skype, cosi facciamo per il corso in preparazione al matrimonio. (don Valeriano Giacomelli – Mci Romania)  

Comunicare è con-dividere

18 Marzo 2020 - Roma - Queste giornate, trascorse nelle nostre case, stanno consegnando un vero e proprio vocabolario della quotidianità. Sfogliandolo, balza subito agli occhi una parola che ha a che fare con la comunicazione: con-divisione, cioè dividere insieme. È rimando alla dimensione eucaristica, al dono totale di sé, a quel dono gratuito che spezza le catene della paura. Con-dividere può sembrare rischioso, minaccioso, perché bisogna rinunciare a qualcosa di proprio. Difatti è una perdita. Ma questo non deve spaventare. Rileggiamo gli Atti degli Apostoli: «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (Atti 2,44-45). La con-divisione vera nasce dall’accoglienza dell’altro e si fonda sulla relazione autentica che non viene mai messa in discussione perché è «il sacramento della fraternità». Ed è anche il principio che sta guidando l’ambiente digitale https://chiciseparera.chiesacattolica.it/, segno di speranza e di costruzione del futuro insieme. (Vincenzo Corrado)

Mons. Chirappanath: il sostegno ai siro-malabaresi in Italia e in Europa

18 Marzo 2020 - Roma - Stiamo vivendo un evento particolare nel flusso della storia,  Pandemia Covid-19. All'inizio sembra semplice ma è diventato complicato e ha scioccato il mondo intero. Ma noi fedeli non possiamo ignorare le mani salvatrici della Divina Provvidenza. Non è una coincidenza che stiamo combattendo questa pandemia durante la stagione della Quaresima. Abbiamo più di trentamila fedeli di Siro-Malabaresi sparsi in Europa. Ed è un grande compito coordinare la loro cura pastorale in questo momento difficile. In primo luogo, abbiamo assicurato la situazione attuale dei fedeli che vengono sottoposti alla nostra cura pastorale e al costante monitoraggio. Siamo inoltre in regolare contatto con le autorità dell'ambasciata indiana e le aiutiamo in tutti i modi possibili. In secondo luogo, forniamo cibo e assistenza medica che ne hanno bisogno. In terzo luogo, li incoraggiamo a dare il messaggio di speranza e a trasmettere i servizi liturgici attraverso i social media. Infine, ma soprattutto, preghiamo l'un l'altro, offrendo le nostre celebrazioni eucaristiche, adorazioni e preghiere per tutti coloro che soffrono. (Mons. Stephen Chirappanath - Visitatore per l’Europa degli indiani di rito siro-malabarese)  

Migrantes: a fianco dei lunapark in difficoltà per epidemia Covid 19

18 Marzo 2020 - Massa Carrara – “Nelle piazze c’è un silenzio assordate: le giostre sono ferme; niente zucchero filato; mancano le grida di gioia dei bambini in fila ai diversi punti di attrazione”. Sono queste le parole usate da Ivonne Tonarelli, direttrice dell’Ufficio Migrantes della Diocesi di Massa-Carrara-Pontremoli, per illustrare gli effetti provocati dal Covid-19 ai circhi e ai Luna-park, che, a causa della diffusione del virus, sono stati chiusi fino a data da destinarsi. “Le strade e le piazze sono vuote per effetto del coronavirus! Purtroppo, non ci sono alterative: solo rimanendo a casa potremo ridurre i rischi di contagio. Tuttavia, anche se distanti – dice - dobbiamo mantenere vivi i rapporti umani. Ogni giorno, ricevo numerose chiamate dagli amici dei circhi e dei Luna-park sparsi sul territorio nazionale.  In questo modo, possiamo farci coraggio a vicenda, augurandoci che vada tutto bene” I social network risultano essere, ancora una volta, uno strumento indispensabile: “Grazie alla pagina Facebook La Chiesa tra i viaggianti possiamo accorciare le distanze e raggiungere la gente del circo e dello spettacolo viaggiante. Tramite questa piattaforma non solo ci scambiamo messaggi, ma abbiamo anche l’opportunità di alimentare reciprocamente la nostra fede, di cui ora più che mai abbiamo bisogno! Rivolgo un sentito ringraziamento a Don Mirko Dalla Torre, che ogni giorno trasmette in diretta sulla pagina Facebook la celebrazione della Santa Messa, un appuntamento ormai irrinunciabile per ciascuno di noi. Sono sicura che tutti insieme ce la faremo!”. Per spezzare la monotonia imposta ai figli dei lavoratori dello spettacolo viaggiante intervengono gli appuntamenti scolastici: “Come per gli altri studenti italiani, anche per i ragazzi dei circhi e dei Luna-park proseguono le lezioni. Grazie alla didattica online – promossa da alcuni operatori Migrantes - nessuno rimarrà indietro con i programmi che in questi giorni sono potenziati grazie a questo servizio. Infatti, coloro che ne faranno richiesta, avranno la possibilità di approfondire determinate materie e svolgere quotidianamente le varie attività scolastiche, avvalendosi dell’aiuto di una equipe d’insegnanti. Tramite WhatsApp ed altre applicazioni saranno svolte lezioni, inviati esercizi e fatte interrogazioni. In tal modo, anche i nostri ragazzi potranno portare a termine l’anno scolastico”. Tuttavia, il blocco di ogni attività di spettacolo crea molta apprensione: “La chiusura di circhi e Luna-park sta provocando dei danni economici ingenti. Tante famiglie sono chiuse nelle loro roulotte senza sapere come arrivare a fine mese e pagare le bollette. La loro situazione, purtroppo, è drammatica.  Ecco perché – ha concluso Ivonne Tonarelli -  spero che le misure straordinarie, che saranno adottate dal Governo, tengano conto anche della situazione in cui versano gli esercenti dello spettacolo viaggiante”. (Elisabetta Guenzi) ​

Don Maffeis: la chiave per affrontare l’emergenza

18 Marzo 2020 - Roma - “Se c’è un’esperienza che può aiutarci in questo momento di emergenza ad affrontarlo senza perdere la speranza è quella che riconduce al cammino di maturazione umana e spirituale che appartiene ad ogni uomo”. Lo sottolinea don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della Cei, ricordando che “per un credente, questo cammino ha il volto della preghiera”. La preghiera, spiega, “porta, in questo momento, a farci carico di tanti ammalati, di tante persone che nelle case e negli ospedali stanno soffrendo; porta ad intercedere per infermieri, medici e per quanti stanno dando la vita, in prima linea, per curare le persone; ci porta a riscoprire il volto di Dio, che è sempre dalla parte dell’uomo anche quando tutto sembra contro”. Un Dio, aggiunge, “che ama l’uomo”. E “questa riscoperta del volto di Dio, alimentata dalla preghiera di ciascuno, porta a riscoprire il volto del fratello”. La preghiera, infatti, “diventa carità, che si realizza nei gesti concreti”. “In questo tempo in cui tutti siamo costretti a stare di più, insieme, in famiglia – rileva don Maffeis – vuol dire carità che si fa pazienza nei rapporti con le persone care, diventa stile di vita, non solo di sopportazione, ma di una nuova modalità di stare insieme”. È una carità, osserva ancora il sottosegretario della Cei e direttore di www.migrantesonline.it, che si esprime in tanti gesti di prossimità, di servizio: penso a tanti volontari, a tante realtà associative che si stanno facendo carico degli ultimi, dei poveri, dei più bisognosi, a tanti giovani che si rendono disponibili, nel condominio, per fare la spesa all’anziano”. Tutto questo, conclude, “ci consegna un patrimonio enorme, un patrimonio che è la ricchezza del nostro Paese, che è la chiave per affrontare questa emergenza ed è anche la garanzia per poterne uscire insieme”.  

Don Falgari: viviamo un periodo che sta cambiando drasticamente le nostre abitudini

18 Marzo 2020 - Zutendaal - Siamo in tempo di Coronavirus. Periodo che sta cambiando drasticamente le nostre abitudini. In Belgio la Conferenza Episcopale ha sospeso ogni liturgia con presenza di fedeli. Per i battesimi funerali e matrimoni è possibile celebrare solo con il ristretto nucleo familiare. Siamo dunque chiusi in casa come tutti. Quando si esce per la spesa capita di incontrare qualcuno e scambiare due parole a debita distanza. Per il resto rimaniamo in casa. Come preti affrontiamo questa emergenza utilizzando i moderni, e ormai normali e molto diffusi, mezzi di comunicazione. Sabato e domenica celebro le messa in diretta Facebook a porte chiuse ai soliti orari che la comunità di Zutendaal conosce. In settimana al mattino alle nove. Durante la giornata inviamo messaggi di sostegno tramite telefono o i social media. Certo la fantasia e la creatività hanno il primo posto. Domenica celebreremo messa alle 11 via Facebook e via Radio Internazionale a Genk. (Don Gianfranco Falgari - parroco di Zutendaal e Wiemesmeer in Belgio e collaboratore delle MCI di Genk e Maasmechelen).

“Cammina umilmente con il tuo Dio”: una testimonianza missionaria

18 Marzo 2020 - Loreto - L’immagine mi ha sempre colpito. Quella del dialogo come un ponte che si oltrepassa per entrare nel territorio dell’altro, per poi rientrare, sano e salvo, nella propria terra. Ritornare, tuttavia, trasformato, cambiato. Vi trovo il valore della curiositas, un’attitudine che mi ha sempre inseguito e stimolato. L’attenzione e l’interesse per un altro mondo, per altre culture mi hanno accompagnato a lungo e in varie occasioni. E mi ricorda che chi ama veramente la propria cultura (per me la cultura veneta, con tutti i suoi sapori, dissapori e valori) riesce a valorizzare la cultura dell’altro e comprendere quanto l’altro la possa amare. Questa apertura di cuore e di mente all’alterità mi sembra una qualità essenziale del carisma scalabriniano. Anche se il nostro carisma muove i suoi primi passi dal "principio di identità ", dalla cura e dall’interesse per  "i nostri", per la gente della nostra terra, della nostra lingua e cultura. Ma l’apertura all’altro sa costruire degli esseri "porosi", non impermeabili. Sensibili, empatici e capaci di dialogo. Ricordo ancora con riconoscenza l’ormai lontana esperienza fatta nel primo anno di teologia all’Università teologica di Friburgo, dove mi trovavo: un viaggio di studi in Cina e Giappone. Esperienza intensa, accuratamente preparata durante un anno dal Dipartimento di Missiologia e da noi studenti. Sì, mettersi in ascolto e in dialogo con una civiltà altra, totalmente differente, esige tempo. Mi ha dato la convinzione che l’intelligenza non è tanto il riempirsi di nozioni e di conoscenze, quasi un insediarsi in una torre d’avorio, rifiutando forse il novum, la sorpresa e l’alterità. Quanto, piuttosto, il trovarsi sempre sulla pista di decollo, pronti a partire… di fronte a ogni evento o incontro. Non restare, quindi, accampati sulle proprie posizioni, ma essere disposti a mettersi in cammino con l’altro, per ascoltare le sue ragioni di vita. La chiamerei "mobilità del pensiero" e la trovo una grande dote scalabriniana, una premessa ad ogni dialogo. Un vero cammino di Emmaus, in fondo, l’arte di farsi interrogativo… Dal punto di vista della fede e della religione, invece, scoprivo che non si poteva dirsi veramente "cattolici" se non si conosce la religione di milioni e milioni di altri esseri umani. Meditare tra i monaci buddisti zen per ore, tutti insieme allineati di fronte alle pareti del monastero fu esperienza intensa, esigente, indimenticabile. Come rivestirsi di un’altra umanità, di un’altra spiritualità. Ammirare, poi, quei paesaggi montuosi tipici di laggiù, che sfumano su orizzonti e profili di montagne azzurrine, impercettibili, all’infinito… quasi facendo comprendere come il mistero fa parte della realtà. Ed è questa una regola d’oro per l’antica cultura cinese, innervata profondamente nel principio ying e yang, a cominciare dal respiro. Dove l’espirazione, lo svuotarsi, ne è movimento chiave, fondamentale. La respirazione acquista in Oriente una valenza fisica, psichica e perfino spirituale. Punto di partenza sempre il vuoto, il silenzio. Un essere pieno di sè, per esempio, non avrà nulla da imparare, alcun interesse al dialogo… Come scalabriniano, questo senso del mistero come parte della realtà, dell’ascolto, della kenosi e dello sguardo contemplativo mi è rimasto dentro, quasi in un dialogo interiore. Il trovarmi di fronte a una cultura antichissima sorta migliaia di anni prima di Cristo, mi faceva vivere il senso dello stupore di fronte all’alterità. Non di giudizio o di condanna. Ma di apertura dei sensi, di fronte a qualcosa più grande di sè. Mi faceva comprendere, pure, come una cultura è semplicemente un punto di vista – perchè situata in uno spazio/tempo particolari - sulla vita, la morte, il tempo, l’educazione, il corpo e l’amore, … maturato per secoli nel cammino di un popolo. Come, in un altro caso, l’osservare una città : lo si può fare da tre punti di vista differenti, dal di dentro, dall’alto o dal di fuori, punti tutti ugualmente importanti e complementari. Ridursi a un unico punto di vista, impoverisce lo sguardo. In questo senso, il carisma scalabriniano tenderà a valorizzare la cultura di una comunità. Ma, allo stesso tempo, a relativizzarla. A metterla in relazione con altre, con altri punti di vista. "La differenza crea il senso", ricorda una regola d’oro della semiotica. E così, penso ai giovani universitari della nostra Missione, che, dopo aver compreso questo, venivano spontaneamente a chiedermi – per una loro personale iniziativa, progetto o idea – il mio punto di vista, anche se esterno. Non assolutizzare il proprio punto di vista, ma ricostruirlo continuamente con l’apporto dell’altro, dell’alterità, lo trovo una grande conquista, un’esemplare prova di umiltà, un tratto interessante del carisma. La missione, poi, mi ha portato a vivere una decina d’anni in un Centro di accoglienza a Ecoublay, in regione parigina, per gruppi di giovani di varie nazionalità, di parrocchie, di movimenti o di migranti. Era il tempo di vivere il dialogo nelle sue dimensioni di spogliazione di sè, di far posto all’altro, di disponibilità senza limiti. Trovando, pure, i modi e i tempi per far conoscere il senso di un carisma, di entrare in dialogo. Ho imparato a coltivare la nostra humilitas, a mettere in valore l’altro nell’atteggiamento di servizio, a praticare in ogni suo aspetto l’ospitalità. A far sentire l’altro "a casa sua", nota tipica e benefica della sensibilità scalabriniana, nella sua erranza. Erano i miei primi anni di missionario e le energie, dieu merci! non mancavano, assieme al DNA veneto come attivismo e contatto umano. Mi sono trovato per vari anni in terra francese e francofona in comunità di emigranti, - italiani, portoghesi e capoverdiani - come leader. Questa figura la definirei "colui che cammina accanto, un passo innanzi". Colui che accompagna una comunità, ma che la precede con lo sguardo, il pensiero, la progettualità, non restandovi in full immersion. È vero, il ritrovarsi per una comunità di emigranti è vitale, nel duplice movimento di dispersione e di comunione, come sistole e diastole nel movimento del cuore. Ritrovare i propri simili, in fondo, è ritrovare se stessi. Ma dovrebbe a volte aggiungersi anche una dinamica di avanzamento verso il Regno, ritrovandosi con altri, di ogni cultura e nazionalità. Come missionario, trovavo importante avere una presenza nella comunità migrante, ma anche nella comunità di accoglienza, con una duplice responsabilità e reconnaissance. Una posizione scomoda, ambivalente, dialogica, ma particolarmente feconda. Dove le attese, le speranze, i progetti degli uni potevano, così, intessersi con quelli degli altri. Dove l’incontro con l’altro diventa il senso della propria opera, nel costruire Chiesa, cioè una comunità di comunità. Ricordo la gioia di un vescovo francese quando per la metà della sessantina di giovani cresimandi erano i nostri portoghesi, dopo un lungo cammino di preparazione tutti insieme, affiancati da animatori per metà francesi e portoghesi. Adulti e giovani di comunità differenti erano, così, impegnati a tessere le fila della comunione, del dialogo tra sensibilità spirituali diverse : i francesi più riflessivi, i portoghesi più oranti. Maturavo la convinzione che il missionario scalabriniano ha il compito del direttore d’orchestra, colui che fa suonare strumenti, talenti differenti e ne sa creare l’armonia. Fa vivere un insieme, la sua presenza fa nascere l’unità, la sua missione è la comunione delle diversità. Mettendo in valore, così, una minoranza, ma relativizzando una presenza preponderante. Questo tratto mi ha sempre accompagnato e stimolato: la valenza spesso profetica e pedagogica di una minoranza, qualsiasi essa sia. E ció puó connotare, pure, il nostro stesso carisma. Il passaggio, poi, dal mondo francofono a quello anglosassone, da Ginevra a Londra, non fu semplice. Mi diede, tuttavia, altre possibilità, aprì altre finestre nella dinamica del dialogo con l’altro in un nuovo contesto multiculturale e multireligioso. Come il vivere nel nostro quartiere di Brixton Road l’annuale interreligious walk, quando buddisti, musulmani, induisti, anglicani del quartiere si visitano reciprocamente in una marcia comune nei differenti luoghi di culto del quartiere (templi, chiese, pagode o moschee...) per far esprimere ad ognuno il senso di una presenza e gli aspetti della propria comunità. Originale pareva, per davvero, spiegare il carisma di Scalabrini a dei buddisti o a dei musulmani convenuti nella nostra Missione cattolica di migranti italiani, portoghesi e filippini. Raccontando che all’origine vi era la missione cattolica degli italiani, poi, allargando la sua tenda, accoglieva una comunità filippina e successivamente una portoghese. Ognuno trovandosi nei vari spazi come "own at home", ma svolgendo anche iniziative o processioni comuni : il miracolo di sentirsi tutti migranti ! Le religioni o le culture si sono costruite come realtà autonome, sicure di sè, centrate in sè stesse. Come un superbo grattacielo ogni religione ha sviluppato radici profondissime, grandi fondamenti e svetta nel cielo con i suoi insegnamenti, i suoi testi sacri. Ma oggi, in cui l’uomo si incontra con l’altro in maniera nuova, rapida, sorprendente, ogni religione è invitata a farsi tenda : spazio aperto, accogliente, ricco di senso per l’umanità. Dove si viva, in fondo, il mistero di Dio e il suo incontro.  "Per comprendere l’altro non bisogna conquistarlo - scriveva Louis Massignon - bisogna farsi, invece, suo ospite : la verità si trova nell’ospitalità". Non mi sarà facile dimenticare l’invito a Chennai (Madras), metropoli di 7 milioni di abitanti (India), dell’anziano pastore anglicano indiano nostro vicino, con cui si collaborava, Rev. Canon John, e trovarmi a mezzanotte dell’ultimo giorno di dicembre in una cattedrale anglicana stracolma per la preghiera del thanksgiving, mentre lui stesso teneva il sermone. E con lui conoscere parrocchie, associazioni e iniziative di solidarietà del mondo anglicano, in terra indiana. Il carisma scalabriniano mi sembrava spingere sempre alla frontiera, con la sua valenza di "ponte-fice" del costruire ponti, del coltivare l’ospitalità. La frontiera è luogo teologico, che relativizza le costruzioni dell’essere umano, l’assoluto delle sue conquiste, la centralità totalizzante del suo mondo. La frontiera è luogo per eccellenza dell’incontro e del confronto, dell’autonomia e della simbiosi, dell’identità e dell’alterità che si danno appuntamento. In fondo, è occasione di scoprire nell’altro un dono e "lo straniero come un fratello  che non hai mai incontrato" dice un proverbio africano. Tuttavia, come scalabriniano dove mi sembra avere vissuto maggiormente il dialogo e l’incontro è stato nel Maghreb, terra di emigrazione : emigrazione di partenza, di arrivo e di transito. Ho avuto la possibilità di passarvi anche periodi relativamente lunghi, o di accompagnare nel Sahara per il ritiro quaresimale per vari anni gruppi di giovani, figli di emigranti, ma nati all’estero. Educarli, così, all’incontro con l’alterità, al dialogo con un’altra cultura. Era per loro fare il salto mortale dei loro genitori nell’avventura migratoria : cambiare mondo. Entrare nel mondo musulmano, dove ogni città è come un grande monastero, dove lo spazio e il tempo sono segnati dalla presenza di Dio. Avere, così, come facilitator - ma anche oasi di riposo, di accoglienza e di scambio - piccole comunità cristiane in terra d’Islam. Veri discepoli del Signore sulla terra del Profeta. Coscienti della loro fragilità, ma anche della forza del dialogo, della preghiera e dello spirito di servizio, vissuti senza misura. Consapevoli, pure, che l’unico vangelo che i musulmani possono leggere è la loro stessa vita. I nostri giovani comprendevano, in questo modo, come viaggiare non era tanto "conoscere nuove terre, ma avere nuovi occhi" (Proust). Si celebrava, allora, l’eucaristia sulla duna più alta, nel silenzio più assoluto del deserto del Sahara... una messa sul mondo! Come dimenticare quando al momento del perdono posavano l’orecchio su questa sabbia rossa, in pieno Sahara, per auscultare la terra... Era per provare a sentire il pianto di milioni di uomini, di donne e bambini, di esistenze infelici sulla terra, impossibili da vivere, miserabili, sradicate dagli eventi e forse migranti. Per chiedere perdono a Dio di avere un cuore insensibile alle tragedie del mondo : Signore, pietà ! Al momento della pace era vedere questi giovani affondare le mani e le braccia il più possibile nella sabbia tenerissima, nel tentativo, in mezzo al deserto, di dare la mano a tutti gli uomini della terra, per esprimere le lunghe solidarietà che avrebbero voluto far nascere... Penso con commozione a questi tanti giovani che il deserto ha consolidato o trasformato nei loro aspetti più sani e più belli. Alcuni sono ritornati in Africa per un periodo di volontariato, altri, per lo stesso motivo, in Brasile,... Una lezione del deserto, che in loro ha saputo fiorire e dare frutto. Un dialogo interiore con se stessi e con l’alterità, che si è fatto realtà. "La Chiesa del Marocco - ci spiegava il vescovo di Rabat - è insignificante per numeri, ma significativa. I cattolici, tutti stranieri (ma non stranieri a questo popolo !) provenienti da 100 nazionalità differenti, sono 25-30mila su 37 milioni di musulmani, pari allo 0,08%. Come dice il Papa, non è un problema essere pochi, il problema sarebbe essere insignificanti, essere sale che ha perso il suo sapore, essere luce che non illumina. Il problema è non essere autentici". Una Chiesa a servizio del Regno di Dio, non di se stessa, aggiungeva, poi, con forza, non autoreferenziale e questo insieme ai musulmani stessi, per costruire tutti la pace, la dignità della donna, un avvenire migliore. Insomma, una Chiesa del dialogo e dell’incontro, come si autodefinisce volentieri e con convinzione. Particolarmente impegnata nella sua passione e compassione per le migliaia di migranti subsahariani, che, d’altronde, fanno rinascere le comunità cristiane in terra d’Islam. Un lavoro immane per la Caritas Maroc, ma anche in tutte le parrocchie. In quella di Oujda, per il sovrafollamento, trovavo ogni volta una coppia di subsahariani accampata anche in sacrestia, mentre sul tappeto dell’altare vi era sempre disteso qualcuno nel sonno, appena arrivato da un lungo viaggio e crollato per la fatica. Mi resta profondamente nello spirito questa fraternità universale, che proviene dalla spiritualità di Charles de Foucauld, eredità per tutto il Maghreb e che struttura l’anima di questa Chiesa : i musulmani sono fratelli e sorelle da amare, semplicemente. I migranti, invece, sono due volte fratelli, anche per la loro doppia marginalizzazione in questo Paese musulmano (essere neri ed essere cristiani). Quanto prezioso per il missionario scalabriniano il sentirsi fratello universale, al di là di appartenenze etniche, culturali, religiose ! Risponde, anche, all’affermazione del Fondatore che "per il migrante la patria è il mondo". E l’umanità la sua famiglia. "O caminho se faz caminhando", infine, mi sembra profondamente un’assioma scalabriniano. E dopo una lunga itineranza mi sembra di aver costruito in me una identità plurale, fatta di culture, di spiritualità e di volti incontrati. In dialogo continuo tra di loro. A volte mi risuonano le parole del mistico arabo Ibn Arabi : "Il mio cuore è divenuto capace di accogliere ogni forma: è un pascolo per le gazzelle, un convento per i monaci cristiani, un tempio per gli idoli, la Ka’ba del pellegrino, le tavole della Torah, il libro del sacro Corano. Io seguo la religione dell’amore, quale sia la strada che prende la sua carovana: questo è mio credo e mia fede".                                          

CEI: da Papa Francesco “parole che confortano e sostengono”

18 Marzo 2020 -
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Roma - “Faccio mio l’appello dei Vescovi italiani che in questa emergenza sanitaria hanno promosso un momento di preghiera per tutto il Paese. Ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa: tutti uniti spiritualmente domani alle ore 21 nella recita del Rosario, con i Misteri della luce. Io vi accompagnerò da qui. Al volto luminoso e trasfigurato di Gesù Cristo e al suo Cuore ci conduce Maria, Madre di Dio, salute degli infermi, alla quale ci rivolgiamo con la preghiera del Rosario, sotto lo sguardo amorevole di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia e delle nostre famiglie. E gli chiediamo che custodisca in modo speciale la nostra famiglia, le nostre famiglie, in particolare gli ammalati e le persone che stanno prendendosi cura degli ammalati: i medici, gli infermieri, le infermiere, i volontari, che rischiano la vita in questo servizio”.
Queste le parole che Papa Francesco ha pronunciato questa mattina  al termine dell’udienza generale dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico e trasmessa dai media vaticani.
La Chiesa che è in Italia, nella persona dei suoi Pastori, dei sacerdoti e dei fedeli, ringrazia Papa Francesco per "questa prossimità, che diventa motivo di sostegno e d’incoraggiamento a pregare e a camminare insieme sulle strade del Vangelo", si legge in una nota della Conferenza Episcopale Italiana: "in questo momento di sofferenza per il Paese, la preghiera del Rosario di domani sera sarà invocazione e supplica alla misericordia del Padre perché ci liberi da questa pandemia".
TV2000 offrirà la possibilità di condividere la preghiera.

Quaresima e Coronavirus: pregare dentro casa

18 Marzo 2020 - “Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. (Mt 6, 6). Questo invito di Gesù, che proprio in Quaresima risuona nella proclamazione che la Chiesa fa della Parola, oggi deve diventare per noi quanto mai importante. “Deve”, perché in realtà, a quanto sembra, ancora troppi che pure si dicono credenti stanno credendo troppo poco al fatto che il Dio vivente parla con la vita, e che oggi ci chiede, come penitenza quaresimale, la clausura delle nostre quarantene, in cui digiunare anche della nostra prassi liturgica ordinaria. Liturgia e preghiera personale non si contraddicono, né l’una può stare senza l’altra: è la liturgia, a partire dal Battesimo, che ci cementa nella vita spirituale, la vita di Dio, innestandoci nel Corpo di Cristo, e rende la nostra preghiera legittima, sacerdotale. Se manca però la dimensione interiore della preghiera personale, la liturgia si può facilmente ridurre a un dato esteriore, estrinseco rispetto al vissuto reale dell’uomo, e perde la sua intelleggibilità ultima. Circostanze calamitose come quelle in cui viviamo possono privarci per un periodo della liturgia ― ma evitiamo i vittimismi: non saremmo certo i primi! Pensiamo ai nostri fratelli rinchiusi nei campi di concentramento, imprigionati, torturati, privati di chiese e sacerdoti… eppure tutti costoro hanno saputo mantenere nelle generazioni la fede, perché non è venuta meno per loro la dimensione personale della preghiera. Ma tu, lasciato a tu per tu con Dio, sai pregare davvero? Ci hai mai provato? Ebbene, anche in questo la Quaresima duemilaventi potrebbe rivelarsi molto fruttuosa, se ci aiutasse a stanare il vero problema: la fatica del doversi prendere in prima persona la responsabilità della propria preghiera. Se venisse il giorno, non poi così assurdo e fantasioso (molti, in varie epoche, ci hanno provato), in cui venissero eliminati tutti i preti, il Vangelo continuerebbe a esistere IN TE? È lì, in questi giorni faticosi e strani, che lo devi cercare. Chiuso in casa. Prova a cercarlo: avrai delle sorprese – non necessariamente negative. L’impegno che tanti di noi sacerdoti stanno mettendo in questi stessi giorni, è proprio nell’accompagnare i credenti, via internet, telefono o quant’altro, a (ri)scoprire che la liturgia è la fonte e il culmine, ma che in mezzo ci passa il vissuto personale, il cammino interiore di ciascuno e di tutti, e che senza questo “pezzo intermedio” la fonte disperderebbe le sue acque, e al culmine non arriverebbe nessuno. Il “pezzo intermedio” della fede interiorizzata, personalizzata, incarnata in tutto il resto della vita che avviene fuori dalle mura della chiesa. Ora che noi preti, contro la nostra volontà, e certo non per viltà, possiamo fare ben poco, sta ai fedeli dimostrare di essere i portatori di Dio, brillando come fiaccole di fede, di sopportazione e di speranza dalla cella scomoda e necessaria delle loro case assediate dal contagio. (Alessandro Di Medio - Sir)

Covid19: una testimonianza di una famiglia italiana in Germania

18 Marzo 2020 - Fulda - Siamo una giovane famiglia italiana residente in Germania da 6 anni, a 20 km da Fulda, nella regione Assia. Io, mio marito, e nostro figlio di 2 anni stiamo vivendo in maniera molto triste questo periodo, perché non vediamo le nostre famiglie da un anno, e ogni giorno che passa siamo preoccupati per i nostri nonni soprattutto, e parenti che abbiamo lasciato in Italia. Ma loro lo sono più di noi! Il 16 marzo è stato emanato un decreto secondo cui, oltre la chiusura delle scuola, è prevista anche chiusura di parchi, negozi che non vendono beni di prima necessità, e ristoranti aperti fino alle 18:00. Mio marito lavora in un hotel e la situazione è pessima. Molto probabilmente resterà a casa. E lo Stato? Ancora non sappiamo come ci aiuterà. La situazione cambia di giorno in giorno. Abbiamo un mutuo da pagare, una famiglia lontana, e un figlio che gira per casa con le scarpe e la zaino perché non vede l'ora di uscire e di andare a giocare all'asilo con gli altri bambini. Noi evitiamo contatti sociali il più possibile, ci sono tanti casi di Covid-19 anche in Germania. Abbiamo paura. Paura perché la situazione è sempre stata presa sotto gamba fin quando non è stata dichiarata pandemia mondiale. E ancora oggi vediamo tedeschi che escono come se nulla fosse, si aggregano, sottovalutano il virus, e non prendono le giuste precauzioni. Ed è per persone così che purtroppo il virus si espanderà a macchia d'olio. Speriamo solo che questo incubo finisca presto, ci mancano le nostre famiglie, la nostra Italia, il sole, uscire con gli amici, lavorare, e riprendere la nostra routine. Vogliamo le nostre vite! Un saluto a tutte le comunità italiane all'estero : " andrà tutto bene "! Italia e italiani vi siamo vicini e soffriamo e preghiamo con voi . (Fam.Forte)  

Papa Francesco: ritrovare i piccoli gesti concreti di vicinanza e concretezza

18 Marzo 2020 - Città del Vaticano – “In questi giorni difficili possiamo ritrovare i piccoli gesti concreti di vicinanza e concretezza verso le persone che sono a noi più vicine, una carezza ai nostri nonni, un bacio ai nostri bambini, alle persone che amiamo. Sono gesti importanti, decisivi. Se viviamo questi giorni così, non saranno sprecati”. Papa Francesco parla della situazione che oggi viviamo a causa della pandemia da coronavirus in una intervista pubblicata oggi dal quotidiano “la Repubblica”. Due giorni fa è andato a Santa Maria Maggiore e nella chiesa di San Marcello al Corso per pregare. “Ho chiesto al Signore di fermare l’epidemia: Signore, fermala con la tua mano. Ho pregato per questo”, dice aggiungendo che in questi giorni occorre “ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro. Ci sono – ha aggiunto - gesti minimi, che a volte si perdono nell’anonimato della quotidianità, gesti di tenerezza, di affetto, di compassione, che tuttavia sono decisivi, importanti. Ad esempio, un piatto caldo, una carezza, un abbraccio, una telefonata”. Gesti “familiari di attenzione ai dettagli di ogni giorno che fanno sì che la vita abbia senso e che vi sia comunione e comunicazione fra noi”. Papa Francesco chiede di scoprire una nuova vicinanza ascoltandosi a vicenda nelle famiglie. Il papa si dice poi vicino a chi ha perso dei famigliari a causa del virus e a chi sta lottando in prima linea per salvare altre vite: “Sono un esempio di questa concretezza. E chiedo che tutti siano vicini a coloro che hanno perso i propri cari, cercando di accompagnarli in tutti i modi possibili”. E si dice colpito dalle parole scritte sul quotidiano da Fabio Fazio soprattutto quando scrive che è “diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua”. E conclude che “tutti sono figli di Dio e sono guardati da Lui. Anche chi non ha ancora incontrato Dio, chi non ha il dono della fede, può trovare lì la strada, nelle cose buone in cui crede: può trovare la forza nell’amore per i propri figli, per la famiglia, per i fratelli. Uno può dire: ‘Non posso pregare perché non credo’. Ma nello stesso tempo, tuttavia, può credere nell’amore delle persone che ha intorno e lì trovare speranza”. (R.I.)  

Papa Francesco prega per i defunti e  gli operatori sanitari morti a causa del coronavirus

18 Marzo 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco continua a pregare in questo momento dio pandemia da coronavirus. E continua a farlo a partire dalla mattina con la celebrazione a casa Santa Marta e che da ieri conclude con un momento di adorazione eucaristica. Oggi ha chiesto di pregare per i defunti, “coloro che a causa del virus hanno perso la vita. In modo speciale vorrei che pregassimo – ha detto iniziando la celebrazione - per gli operatori sanitari che sono morti in questi giorni, hanno donato la vita nel servizio degli ammalati. Guida i miei passi secondo la Tua parola e nessuna malizia prevalga su di me”. Commentando le letture del giorno sottolinea che la Legge che Dio da al suo popolo Gesù “ha voluto portarla fino alla massima perfezione”. Il papa ha quindi parlato della vicinanza: “il Dio vicino che cammina con il suo popolo”. Speso ci allontaniamo da Dio mentre “Lui si fa vicino e noi ci allontaniamo”. “In questo momento di crisi per la pandemia questa vicinanza ci chiede di manifestarla di più, di farla vedere di più”, ha detto il papa: “vicinanza tra noi con la preghiera e con l'aiuto. Dobbiamo essere vicini perchè il nostro Dio è vicino, è il Dio della prossimità. Per questo noi non siamo persone isolate, siamo prossimi, perchè l'eredità che abbiamo ricevuto dal Signore è la prossimità. Chiediamo al Signore la grazia di essere vicini l'uno". (R.Iaria)

Anche la Chiesa caldea in preghiera per l’Italia

17 Marzo 2020 -
Roma - La CEI ha promosso un momento di preghiera per tutto il Paese, invitando ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa a recitare in casa il Rosario (Misteri della luce), simbolicamente uniti, alle ore 21 di giovedì 19 marzo, festa di san Giuseppe, custode della Santa Famiglia. La Chiesa cattolica caldea, per espressa volontà del Card.  Louis Raphaël I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, si unirà spiritualmente all’iniziativa della Chiesa italiana. Questa adesione si aggiunge alla solidarietà espressa da tante altre Conferenze Episcopali di tutto il mondo, a partire dalle Chiese dell’Est europeo, che assicurano la loro vicinanza all’Italia.
La preghiera del Rosario verrà accompagnata anche da un semplice segno: si propone di esporre alle finestre delle case un piccolo drappo bianco o una candela accesa, simboli della speranza e della luce della fede. “Dalle nostre abitazioni - afferma il card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI - si eleva al Padre la supplica dei suoi figli, affinché il Signore, buono e misericordioso, dia la forza del suo Spirito ai medici e agli operatori sanitari, illumini i ricercatori, guidi i governanti, infonda vigore ai corpi degli anziani e dei bambini, allontani la paura, doni a tutti, specialmente ai malati, la consolazione del suo Figlio Gesù”.
TV2000 offrirà la possibilità di condividere la preghiera.

Coronavirus: #iorestoacasa diventi una virtuosa “norma” europea

17 Marzo 2020 - Roma – “Basta andare in ordine sparso”: si riassume con queste parole del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, l’atteggiamento che i Paesi Ue dovrebbero adottare dinanzi all’epidemia da Covid-19. Qui non valgono le antiche locuzioni, da “mors tua vita mea” al più saggio, ma improprio, “mal comune, mezzo gaudio”. Ora funziona solo il monito di don Lorenzo Milani: “ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”. Tutelare la salute, "puntellare" l’economia. In queste ore si sperimenta ancora una volta un’Europa a ranghi sparsi: e non si tratta dell’Europa delle istituzioni di Bruxelles, ma quella degli Stati, delle capitali, dei governi… Ognuno marcia per la sua strada, con provvedimenti spesso tutt’altro che efficaci e, in qualche caso, provando a fare lo sgambetto ai vicini di casa (basti pensare all’incetta di mascherine). Per questo la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen rinnova l’appello più volte formulato in queste settimane: gli strumenti per la tutela della salute vanno condivisi (mascherine, guanti e altre attrezzature sanitarie) utilizzando le regole del mercato unico; chiudere le frontiere non porta vantaggi (le merci devono circolare); occorre rimettere in gioco i fondi comunitari (e Von der Leyen indica 37 miliardi dal bilancio Ue) per sostenere l’economia. In tutta l’Unione, poi, vanno assunti gli stessi provvedimenti precauzionali adottati dall’Italia: #iorestoacasa non può che diventare una “norma” europea. Punto. “Sostenere, coordinare, completare…”. Occorre comunque ricordare – come il Sir ha già fatto – che l’Unione europea non ha competenze, né esclusive né dirette, in fatto di salute pubblica e di protezione civile, ma può “svolgere azioni intese a sostenere, coordinare o completare” in tali ambiti “l’azione degli Stati membri” (art. 6 Trattato sul funzionamento dell’Ue). L’Ue non ha competenze in questi settori semplicemente perché gli Stati membri non le cedono i poteri necessari per agire. Così, anche per evitare errori compiuti nel 2008 di fronte alla crisi finanziaria, e nel 2015 dinanzi a quella migratoria, occorrerà porsi al più presto, senza tentennamenti, una riflessione politica seria e concreta: cosa ne vogliamo fare dell’integrazione europea? Vogliamo porla davvero al servizio dei cittadini, dei consumatori, delle imprese, degli agricoltori, della salute pubblica, della sicurezza? Ebbene, in quel caso sarà doveroso accrescerne le competenze, con nuove, parziali cessioni di sovranità nazionale, utili ad accrescere , in futuro, le stesse sovranità nazionali ma in un orizzonte più ampio. Tutto questo si chiama, in breve, “bene comune europeo”. È il momento di muoversi assieme. Nell’Europa (come del resto accade per tutti i continenti) minacciata dal coronavirus Covid-19 è dunque urgente muoversi di comune accordo. Ci risparmino le loro prediche i nazionalisti che fino a ieri avrebbero chiuso la “casa comune”; questo è il tempo di coordinarsi e di agire assieme. Gli Stati, muovendosi appunto in ordine sparso (Germania, Francia, Polonia e, soprattutto Regno Unito), rischiano di compromettere una risposta compatta all’epidemia, che, come ampiamente dimostrato, non bada ai confini. Non servono misure contraddittorie, ma interventi seri, basati sulle indicazioni degli esperti (scienziati, medici…). L’Italia – dove pure non sono mancati tentennamenti ed errori – è ora presa ad esempio da diversi governi. Fra l’altro si teme che il contagio raggiunga Paesi dove i sistemi sanitari sono meno attrezzati: è la preoccupazione che giunge da Albania, Bulgaria e altre nazioni dell’est europeo (timori accresciuti da un’eventuale epidemia in Africa o America Latina…). Quindi: “Basta andare in ordine sparso”. Ciò non è sufficiente per guarire i malati, non ferma all’instante il contagio, non mette al riparo da ricadute di medio e lungo periodo in campo sociale ed economico. Ma appare come il passo giusto per far fronte al diffondersi del virus. (Gianni Borsa – Sir)

Mci Gran Bretagna: l’impegno per creare informazione su Covid19

17 Marzo 2020 - Londra - Il momento temporale con cui il Covid-19 si è diffuso in Italia e in Gran Bretagna ha lasciato la Comunità cattolica italiana in uno stato di disorientamento e di confusione. Come se si trattasse di una rivisitazione esopica de “La cicala e della formica”: mentre tutta l’Italia si prodigava per contenere la diffusione del virus e vedeva morire molti suoi cittadini, in Inghilterra si continuava ad andare allo stadio, al cinema, al teatro, al pub. In risposta alla crescente preoccupazione dei suoi membri, la Missione Cattolica italiana si è attivata per creare informazione. Mi sono attivato per tradurre in Italiano il poster della NHS, l’Istituto Nazionale della Sanità Britannico, e distribuito assieme ad una serie di raccomandazioni migliaia di copie a tutti i membri in modo tale che soprattutto ai nostri anziani arrivassero informazioni chiare. Ho creato delle regole semplici e facilmente memorizzabili e da settimane sto dedicando circa 20 minuti prima di ogni messa, anche durante i funerali, per spiegare le quattro regole essenziali di prevenzione: 1: Acqua e Sapone; 2: Faccia e Mani; 3: Faccia a Faccia; 4: Casa dolce casa. Queste stesse regole sono poi state usate anche per garantire una “igiene spirituale”, altrettanto importante in questo tempo di prova. Ho invitato le persone anziane e sole a chiamare la Missione Cattolica Italiana per cercare conforto spirituale e supporto psicologico. Nel caso di necessità la task force dei volontari è pronta ad intervenire per venire incontro alle necessità delle persone più deboli. (Antonio Serra Mci Gran Bretagna)    

Migrantes Foggia-Bovino: i nostri servizi sono aperti

17 Marzo 2020 - Foggia - A Foggia la situazione è molto difficile. Noi come Ufficio Migrantes non abbiamo chiuso e tutti i nostri servizi sono aperti. Riceviamo innumerevoli richieste di aiuto e cerchiamo di far fronte a tutti indistintamente. Ancora più drastica è la situazione dei ragazzi che vivono nei ghetti o sparsi nei casolari abbandonati, non hanno soldi nè possono dislocarsi per andare a fare la spesa. La nostra idea è di portare noi riso e quant'altro possa servire loro con il furgone, per quelli che sono impossibilitati ad uscire. Per quelli che possono uscire pensiamo di dare loro delle carte prepagate del supermercato. Sono tante le richieste anche di medicinali, abbiamo fatto una convenzione con una farmacia e loro vanno con la nostra autorizzazione a prendersi le medicine. Insomma ci stiamo organizzando per poter raggiungere tutti. Domenica, il primo giorno che sono rimasta a casa, non sapevo cosa fare e allora ho deciso di cucire le mascherina con un tessuto africano che avevo a casa e sono molto carine e pratiche perché si possono lavare. Le sto facendo cucire anche a un ragazzo nigeriano ospite nella nostra casa di accoglienza in modo da poterle dare a chi non ne ha. (Giuseppina Di Girolamo - direttore Ufficio Migrantes Foggia-Bovino)      

Covid 19: diversi i circhi fermi e bisognosi di aiuto

17 Marzo 2020 - Roma - Il momento di epidemia che stiamo vivendo in questi giorni coinvolge tutti e ha presentato e presenta problematiche nuove come quello di dare un maggiore supporto a chi non ha un tetto. Ma anche ai tanti che, per motivi di lavoro, sono costretti a muoversi e che in questi giorni non lo posso fare. Tra questi i circensi fermi in qualche città italiana o europea senza potersi muovere e con difficoltà nella gestione delle loro carovane. Insieme ad alcune Caritas italiane la Fondazione Migrantes e i suoi uffici a livello diocesano sono intervenuti. La situazione della diffusione del virus sta obbligando il mondo dello spettacolo viaggiante a cancellare gli spettacolo già previsti. Un momento che non era stato vissuto prima con danni economici senza precedenti. Come sta succedendo al Cirque du Soleil che in Francia ha dovuto annullare lo spettacolo Kooza, che doveva essere presentato a Lione, in Francia, dal 20 marzo al 26 aprile. Annullato anche uno spettacolo, qualche giorno fa a Monaco e altre rappresentazioni in giro per il mondo. Stessa cosa per altri circhi anche italiani e che in questi giorni si trovavano all'estero. Ma anche in Italia sono tanti i circhi fermi in diverse città dove erano arrivati per i loro spettacoli e che ora non possono esibirsi. “Gli artisti stringono la cinghia da giorni; per gli animali, invece, siamo ormai senza scorte” dice Davio Casartelli del circo “Romina Orfei” chiedendo aiuto. Situazioni simili in diverse regioni come in Calabria, Sicilia, Piemonte, Veneto. L’intera categoria – 130 circhi circa con 65mila persone che vi lavorano – è particolarmente in difficoltà. Nella diocesi di Savona-Noli si sono attivati gli uffici Caritas e Migrantes: “grazie per l’aiuto che ci hanno dato. Stiamo riscontrando però molti problemi per il foraggiamento degli animali al nostro seguito”, scrive in una nota la direzione del Circo Millenium che invita chiunque “abbia fieno e foraggio a disposizione di portarlo come aiuto qui al circo se possibile, stessa cosa per gli avanzi dei supermercati, scarti di frutta e verdura, tutto in questo momento è indispensabile”. Rete di solidarietà ha ricevuto il Circo Acquatico dei fratelli Dell'Acqua fermo a Mazara del Vallo e che grazie all’intervento del  proprietario dell'area dove sostano hanno ricevuto, nonostante la scadenza del contratto, la possibilità di continuare a sostare ancora vista l'emergenza. A Torre del Greco solidarietà vero il circo Castellucci bloccato per l’emergenza Covid-19 da quindici giorni: “è bastato chiedere per avere”, dicono i proprietari: “abbiamo lanciato un appello per sfamare i nostri animali e metterli al sicuro”. La risposta è stata immediata e compatta. Siamo stati inondati di affetto e solidarietà”. Sempre in Campania il circo Wegliams è fermo a Giugliano: “gli animali del circo stanno esaurendo il cibo ed hanno bisogno di aiuto. Serve carne, pane secco, fieno, scarti di frutta e verdura. L'invito è rivolto a tutti, alle associazioni di volontariato e anche ai cittadini, a chiunque ci possa dare un aiuto nel suo piccolo..." è l’appello che non è caduto nel vuoto. Stanno infatti arrivando balle di fieno, scarti di frutta, ortaggi, pane che serviranno a sfamare gli animali erbivori. ll coronavirus ha isolato anche il circo Arbell di Mario Orfei a Milano. Il tendone con gli artisti che compongono la comitiva è fermo ed ha chiesto aiuto alla Croce Rossa che è intervenuta insieme ad alcuni volontari. Un altro circo è fermo in Grecia: la Fondazione Migrantes si è attivata per rispondere ai bisogni. Sono tanti comunque quello che hanno necessità. Gli uffici Migrantes presenti sul territorio possono segnalarci eventuali problematiche. (R.Iaria)