Primo Piano

La doppia prigione dei profughi: lontani da casa e in “lockdown”

18 Maggio 2020 - Milano - Bombe a orologeria. Sanitarie, sociali, umane. Con l’emergenza coronavirus che rischia di travolgere equilibri già esili e compromessi, frutto di convivenze forzate, condizioni igieniche disastrose, impossibilità di muoversi. I campi sono ormai una doppia prigione, dove il distanziamento fisico è poco più che una chimera. L’ultimo “fronte” è il campo profughi dei Rohingya della regione di Cox’s Bazar, al confine con il Myanmar, in Bangladesh. Ma i campi disseminati in Siria, in Sud Sudan, in Kenya, in Grecia, rischiano tutti di essere travolti. E diventare luoghi di contagio e morte. Nel mondo ci sono quasi 71 milioni di rifugiati e sfollati, il doppio rispetto al 2000. L’allarme arriva dall’organizzazione International Rescue Committee: «La rapida diffusione dell’infezione sulla nave da crociera Diamond Princess, all’inizio della pandemia, ha mostrato come il virus prosperi in spazi ristretti. Basta considerare che milioni di sfollati vivano in condizioni ben peggiori per capire quanto è alto il rischio a cui sono esposti». Un dato su tutti conferma il rischio. La popolazione ammassata in un spazi ridottissimi. Il campo Cox’s Bazar: 40mila persone per due chilometri quadrati. Moria in Grecia: 203.800 persone per due chilometri quadrati. Al-Hol in Siria: 37.570 in due chilometri quadrati. In Bangladesh il Covid-19 è destinato a rendere ancora più tragiche le condizioni di vita della minoranza musulmana. Il campo è un’immensa baraccopoli con fogne a cielo aperto ed è uno dei 34 che ospitano in tutto oltre 750mila persone fuggite nell’agosto 2017 dal Myanmar. Due giorni fa il coordinatore sanitario Abu Toha Bhuiyan aveva annunciato la positività di almeno due profughi. L’Oms ha mandato subito «squadre rapide di ricercatori » per tracciare i contatti, testarli e metterli in quarantena. L’intera struttura è stato chiusa. «Nonostante i migliori sforzi delle agenzie internazionali e del governo del Bangladesh, la capacità di assistenza sanitaria nei campi profughi è limitata e in tutto il Paese è sopraffatta a causa del Covid. Ci sono solo circa 2mila ventilatori in tutto il Bangladesh su una popolazione di 160 milioni di persone. Nel campo profughi dei Rohingya al momento non ci sono letti di terapia intensiva», è l’allarme lanciato da Athena Rayburn di Save the Children. Preoc-cupa la situazione nel campo di Dadaab, in Kenya, tra i più grandi campi profughi al mondo: da fine aprile sono in vigore rigide misure di ingresso e uscita nella struttura. Per Philippa Crosland-Taylor, direttore di Care «in Kenya una epidemia sarebbe un disastro: 270mila persone vivono a Dadaab, ma il campo ha una capacità di quarantena al massimo per duemila persone e un unico centro sanitario dedicato a coronavirus con soli 110 posti letto». Non solo: a peggiorare un quadro già drammatico «si aggiungono piogge molto forti che tagliano l’unica strada che porta al campo, ritardando la consegna di aiuti umanitari su cui molti si affidano per sopravvivere ». Allarme anche in Sud Sudan. Due contagi si sono registrati in un campo nella capitale, Juba, e uno a Bentiu, nel nord del Paese. Gli esperti hanno avvertito del pericolo rappresentato da un’eventuale diffusione del virus nei campi sovraffollati che ospitano circa 200mila persone in tutto il Paese. Anni di guerra hanno lasciato il Sud Sudan con uno dei sistemi sanitari meno attrezzati del continente africano. La nazione conferma 194 casi di contagio. Esplosiva anche la situazione in Grecia. Le autorità sanitarie di Atene hanno fatto test a campione tra i migranti e rifugiati che sono arrivati sull’isola di Lesbo, la settimana scorsa, dalle coste della Turchia e hanno trovato i primi due casi di contagio. Le due persone si trovano nel campo provvisorio di Megala Therma, affittato dal ministero delle Migrazioni come centro per mettere in quarantena le persone che arrivano a Lesbo. Le autorità greche hanno prorogato fino al 21 maggio il “lockdown” imposto da marzo. Nella Siria flagellata da un conflitto interminabile, 68mila persone vivono nel campo di al-Hol, sopportando condizioni climatiche rigide, a rischio alluvioni, rendendole più sensibili alle malattie. Le condizioni di vita all’interno sono inumane. Ogni persona è costretta a vivere in un piccolo spazio di 27 metri quadrati. L’equivalente di un posto auto. (Luca Miele - Avvenire)      

Giovanni Paolo II e il mondo della mobilità umana

18 Maggio 2020 - Città del Vaticano - Un pontificato ricco e fecondo quello di Papa Wojtyla. La data della sua elezione sul soglio di Pietro, 16 ottobre 1978, e quella della sua morte, le 21.37 del 2 aprile 2005, sono entrate nella storia non solo della Chiesa cattolica. Tutti ricordano quel grido “Santo Subito” che si levò in Piazza San Pietro in occasione dei suoi funerali. Un grido diventato realtà domenica 27 aprile del 2014 con la canonizzazione in piazza San Pietro presieduta da papa Francesco. Oggi papa Wojtyla avrebbe compiuto un secolo di vita da quel 18 maggio 1920: per 27 anni ha guidato la Chiesa. Anni durante i quali non ha mancato di portare l’attenzione sul mondo della mobilità umana: dai migranti, ai fieranti, agli immigrati, etc.  Ma anche al mondo dell’emigrazione italiana come ha fatto visitando Canale d’Agordo, il paese natale del suo predecessore, Giovanni Paolo I. In quell’occasione, era il 26 agosto 1979, parlò di una terra  che dopo la prima guerra mondiale fu di “perdurante e sempre triste necessità dell’emigrazione, sia essa permanente o stagionale”. Siamo a circa un anno dalla sua elezione sul soglio di Pietro. Dopo  qualche mese, all’ONU ricorda, tra i diritti fondamentali della persona, “il diritto alla libertà di movimento e alla migrazione interna ed esterna”. Un tema ripreso anche nella sua prima  enciclica Laborem exercens dove scrive che “l’uomo ha il diritto di lasciare il proprio paese d’origine per vari motivi – come anche di ritornarvi – e di cercare migliori condizioni di vita in un altro Paese”. E nell’esortazione apostolica Familiaris consortio, sottolinea il necessario impegno che si deve dare a diverse categorie “di famiglie di migranti per motivi di lavoro; di famiglie di quanti sono costretti a lunghe assenze, quali ad esempio i militari, i naviganti, gli itineranti d’ogni tipo; delle famiglie dei carcerati, dei profughi e degli esiliati”. E sottolineava che le famiglie dei migranti “devono poter trovare dappertutto, nella Chiesa la loro patria. È questo un compito connaturale alla Chiesa, essendo segno di unità nella diversità”. E poi tanti i riferimenti al tema nei messaggi per le Giornate Mondiali del Migrante e del rifugiato. Tanti anche gli incontri con il mondo dello spettacolo viaggiante. Alle sue udienze non sono mancati lunaparkisti, circensi, etc che rappresentano “uno spazio di festa e di amicizia”. E poi i rom e sinti a partire dal suo viaggio al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove si inginocchiò davanti alle lapidi e disse: “Mi inginocchio davanti a tutte le lapidi che si susseguono e sulle quali è incisa la commemorazione delle vittime di Oswiwcim nelle seguenti lingue: polacco, inglese, bulgaro, zingaro, ceco, danese, francese, greco, ebraico, yddish, spagnolo, fiammingo, serbo-croato, tedesco, norvegese, russo, rumeno, ungherese e italiano”, quasi a ricordare e riconoscere il popolo rom tra i popoli d’Europa. Un papa, come ha detto questa mattina papa Francesco, uomo di preghiera, di vicinanza e giustizia anche per il mondo della mobilità umana. ​

Raffaele Iaria

   

Migrantes Catania: emergenza sanitaria e mobilità umana

18 Maggio 2020 -

Catania - L’Ufficio diocesano Migrante della diocesi di Catania in questo tempo così difficile di emergenza del Covid-19, sta svolgendo il compito di coordinamento con la Caritas diocesana e con  le varie associazioni di assistenza, nonché di sostegno alle persone migranti particolarmente delle comunità mauriziana e srilankese.

Molti immigrati  regolari e non  perdendo il lavoro si sono ritrovati, in questi due mesi di emergenza nell’emergenza, senza alcun mezzo di sussistenza, pertanto  la loro richiesta è stata specificamente la fornitura di prodotti alimentari e di necessità. Anche qualche famiglia circense e  lunaparkista, del territorio catanese ha avuto qualche difficoltà.

In questo tempo di pandemia  si sono aggravate ancora di più le condizioni dei rom in molte città italiane, come anche a Catania. La Migrantes diocesana è molto vicina alle esigenze di queste persone con la visita mensile ai loro campi attraverso atti di solidarietà ed evangelizzazione.  Ai bambini ed ai ragazzi rom che frequentavano la scuola, abitanti nei due campi più grandi ubicati alla periferia della città, viene garantito il supporto scolastico attraverso un operatore del Comune che porta loro i compiti assegnati dagli insegnanti, in collaborazione con l’Ufficio Migrantes che fornisce i quaderni e altro materiale didattico che ogni anno provvede a raccogliere. (G. Cannizzo - Direttore Migrantes diocesi Catania)

Minori immigrati ora “divulgatori”

18 Maggio 2020 - Cosenza - Il bisogno aguzza l’ingegno, le buone idee aiutano e il cuore fa il resto. Lo conferma il progetto dell’associazione PartecipAzione di Cosenza che ha trasformato i migranti minori non accompagnati in divulgatori scientifici. Prima li ha aiutati a prendere coscienza delle buone pratiche anti contagio fornendo informazioni in varie lingue, e poi li ha invitati a diventare a loro volta testimonial delle regole da seguire per limitare la diffusione del Coronavirus. “Non abbiamo lasciato da soli i ragazzi nella delicata fase 1 della pandemia e continueremo a far sentire la nostra vicinanza nella fase 2”, sottolinea la presidente della realtà sociale, Vittoria Paradiso, che assieme a Davila Scarpelli e Gianpaolo Rosa hanno portato avanti il progetto 'L’arte di Conoscersi in Cantiere' finanziato dal Ministero dell’Interno, con risorse del fondo Asilo Migrazione e Integrazione Fami, realizzato in partnership col comune di Mendicino e l’associazione PortaCenere. La lunga quarantena, seppur vissuta in gruppo nei centri di accoglienza, avrebbe potuto compromettere i risultati conseguiti nei laboratori di pittura, teatro e musica. Ecco perché PartecipAzione ha coinvolto i ragazzi in attività anche con le tecnologie digitali. Tra i frutti, il video in cui i minori, ciascuno nella propria lingua madre, spiegano come difendersi dal nemico senza volto. (Domenico Marino)  

Lucchesi nel mondo: da Pechino è tornata a Montecarlo

18 Maggio 2020 - Lucca - In valigia una laurea in “Lingue, culture e società dell’Asia e dell’Africa mediterranea, curriculum Cina” all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Poi la voglia di conoscere e tanti progetti sempre in mente: è la storia di Elena Anichini, di Montecarlo (Lu). Ventitrè candeline la aspettano sulla torta il prossimo dicembre. Ha già vissuto due anni nel capoluogo veneto, ha passato un semestre alla Nanjing University di Nanchino (vicino a Shanghai) per poi tornare a Venezia gli ultimi mesi della triennale. Infine è di nuovo ripartita, ad inizio ottobre 2019. Questa volta per Pechino da dove, nello stesso mese, a distanza, ha conseguito il titolo. “Mi sembrava di aver appena grattato la superficie della complessità di quel paese, così ho deciso di tornarci”. Inizia a raccontare così. Le chiediamo: com’è stato iniziare una nuova vita lì? “Difficile. Vivevo con una famiglia cinese che mi offriva vitto, alloggio e copertura delle spese di sanità e università, in cambio dovevo occuparmi delle tre figlie, insegnargli l’inglese e aiutarle con i compiti. Al mattino avevo l’università, il pomeriggio e la sera il lavoro. Nei corsi ero l’unica italiana, all’inizio si sentiva la solitudine ma lì ho trovato persone meravigliose, anche gli insegnanti. A casa, invece, si sentiva la differenza culturale”. Hai vissuto l’esplosione del Covid-19 proprio in Cina. “La prima volta che ho sentito parlare del virus era circa metà gennaio, su un articolo di giornale italiano inviato da un’amica, non seguivo ancora bene i media cinesi, è probabile che la notizia mi fosse sfuggita. Io mi spostavo con la mascherina, ma la percezione generale del virus non era ancora fortissima. Per il Capodanno cinese viaggiano milioni di persone, io sono partita il 21 gennaio per andare a Nanchino, da un’amica italiana. Ho capito che la situazione era grave due giorni più tardi, il 23: il governo avvertiva di tornare a casa e restarci, poi il lockdown per undici milioni di persone a Wuhan. Notifiche su notifiche dei media cinesi sul mio telefono: contagiati, morti, numeri e statistiche. Sono rimasta in casa dalla mia amica una settimana, uscivamo solo per andare a caccia di mascherine perché a Pechino erano finite tutte, conveniva cercarle dov’ero. Trovavo strade deserte, mezzi vuoti, a Nanchino prima e poi a Pechino quando sono tornata lì. Era surreale, non avevo mai visto nulla del genere. C’è da dire che i cinesi sono stati molto disciplinati e la pragmaticità con cui hanno gestito la situazione è riuscita a non mandarmi nel panico. Ricordo di aver detto a mia madre: "se una cosa del genere fosse successa in Italia sarebbe stato un macello!". Avevo un biglietto per l’Italia che mi aspettava il 30 gennaio, comprato prima che si sapesse del virus, per dieci giorni di ferie. Poco prima ho ricevuto via telefono la notizia di un lutto familiare ed è stato infine per la sensazione d’impotenza, mista alla paura di un virus sconosciuto, che ho deciso che una volta rientrata in Italia non sarei tornata indietro. Due settimane di quarantena volontaria a Lucca e dopo poco lockdown anche qui. Frustrante ma necessario”. Cosa insegna vivere per lunghi periodi dall’altra parte del mondo? “A convivere con te stessa: scopri nuove capacità, ti spingi oltre i limiti e forse cominci anche a capire che persona vorresti e potresti essere. Una crescita inevitabile, a prescindere dalla positività o negatività dell’esperienza. Mi sono tolta diversi pregiudizi, ho imparato ad ascoltare di più e ho cominciato ad apprezzare cose che prima davo per scontate. Ripartirò, ma al momento non per la Cina”. (Giulia Colombini – In Cammino – Toscana Oggi)

Papa Francesco: Giovanni Paolo II, uomo di preghiera, vicinanza e giustizia

18 Maggio 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco ha celebrato questa mattina nella cappella della Basilica di San Pietro dove è custodita la toma di papa Giovanni Paolo II. Oggi il papa polacco, che papa Francesco ha camonizzato nel 1014. E’ stata l’ultima delle Messe del mattino celebrate in diretta streaming dal pontefice dal 9 marzo scorso in seguito alla sospensione delle celebrazioni con la partecipazione del popolo a causa della pandemia del Covid-19. Con la ripresa in Italia e in altri Paesi delle celebrazioni con i fedeli da domani cessala trasmissione in diretta della Messa delle 7.00 da Casa Santa Marta. Nell’omelia il pontefice ha detto che cento anni fa “il Signore ha visitato il suo popolo, ha inviato un uomo, lo ha preparato per fare il vescovo e guidare la Chiesa” ed ha indicato tre tracce del buon pastore che sono in San Giovanni Paolo II: “La preghiera, la vicinanza al popolo, e l’amore alla giustizia”. San Giovanni Paolo II – ha detto Papa Francesco - era “un uomo di Dio perché pregava e pregava tanto” nonostante il tanto lavoro che aveva per guidare la Chiesa. “Lui sapeva bene che il primo compito di un vescovo è pregare” e “lui lo sapeva, lui lo faceva.  Modello di vescovo che prega”. Poi un “uomo di vicinanza. Non era un uomo distaccato dal popolo, anzi – ha detto il pontefice - andava a trovare il popolo e girò il mondo intero, trovando il suo popolo, cercando il suo popolo, facendosi vicino. E la vicinanza è uno dei tratti di Dio con il suo popolo”. E san Giovanni Paolo II è stato “vicino ai grandi e ai piccoli, ai vicini e ai lontani, sempre vicino, si faceva vicino”. E poi l’amore alla giustizia di Giovanni Paolo II ma “la giustizia piena! Un uomo – ha detto -che voleva la giustizia, la giustizia sociale la giustizia dei popoli, la giustizia che caccia vie le guerre. Ma la giustizia piena! Per questo san Giovanni Paolo II era l’uomo della misericordia perché giustizia e misericordia vanno insieme, non si possono distinguere, sono insieme: giustizia è giustizia, misericordia è misericordia, ma l’una senza l’altra non si trova. E parlando dell’uomo della giustizia e della misericordia, pensiamo quanto ha fatto san Giovanni Paolo II perché la gente capisse la misericordia di Dio. Pensiamo come lui ha portato avanti la devozione a santa Faustina”, la cui memoria liturgica ora è estesa a tutta la Chiesa. Con il papa hanno concelebrato il card. Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano e arciprete della Basilica vaticana, il card. Konrad Krajewski, elemosiniere apostolico, mons. Piero Marini, per 18 anni maestro delle celebrazioni liturgiche durante il pontificato di Giovanni Paolo II, e l’arcivescovo mons. Jan Romeo Pawłowski, capo della terza Sezione della Segreteria di Stato che si occupa del personale diplomatico della Santa Sede. R.I.

Quando c’è la crisi

17 Maggio 2020 - Annecy - Ogni età dell'essere umano conosce le sue crisi. E i mutamenti di civiltà, di società non si svolgono senza crisi. Le crisi fomentano rivolte, fatalismo, ma possono anche aprire cammini nuovi di rinnovamento a patto di superarle, di non lasciarci scoraggiare, di non rinunciare. In questi ultimi mesi, il mondo sta attraversando un momento difficile. Anche la Chiesa e la comunità dei credenti, vive questa crisi, che diventa una crisi di mutamento. La Chiesa cammina con il mondo, e le gioie e le speranze, le lotte e le sofferenze degli uomini sono le gioie e le speranze, le lotte e le sofferenze della Chiesa. Gesù non ha mai detto ai suoi discepoli di uscire dal mondo, non ha mai promesso luoghi fuori dal mondo dove si trova una perenne tranquillità, indifferente alla storia umana. Pregando il Padre diceva: “Non ti prego di toglierli dal mondo, ma di preservarli dal male”. C'è il pericolo nei momenti di crisi che la Chiesa e le comunità cristiane che la compongono si ripieghino su se stesse, incapaci di leggere con profondità i mutamenti dell'umanità. C'è sempre questa tentazione di distoglierci dalla realtà, di non vedere le cose come sono. La fede ci dà il coraggio di guardare in faccia la realtà. Questo coraggio è il contrario della pigrizia. È capacità di fare le necessarie analisi della situazione. Sovente siamo condizionati dall'opinione pubblica. Gli slogan si sostituiscono alla riflessione seria e serena, e diventano un mezzo per sfuggire la verità degli avvenimenti. Sovente l'emozione sostituisce la riflessione e l'intelligenza. La storia è piena di capovolgimenti delle folle, che bruciano oggi ciò che ieri adoravano. E non mancano i volta-gabbana. Le tentazioni non mancano. Tentazioni di rivolgersi al passato, come rimpiangere un paradiso perduto. Se leggiamo gli autori antichi scopriamo che c'è sempre stato questo rimpianto del passato. I tempi del passato sono belli solo perché sono passati, perché a loro volta non erano belli. L'altra tentazione è di proiettarci in un futuro di sogni, che dipende da uomini provvidenziali che ci daranno pace, sicurezza, salute, felicità, senza coinvolgere le nostre iniziative e la nostra responsabilità. La fede ci farà superare queste tentazioni. Il credente in Gesù Cristo non vive nei sogni, vive nella realtà della sua epoca. Il nostro tempo, con le sue gioie e le sue situazioni drammatiche, è sempre il tempo di Dio, cioè il tempo dell'energia, della lotta, della speranza attiva, coraggiosa, perché radicata nella fede. Sento molto in me quello che ci dice l'apostolo Pietro nella seconda lettura di oggi: “...pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Se il cristiano non è testimone di speranza, che cosa è? Questa speranza che viene dalla fede in Gesù ci fa combattere per l'uomo, per la sua dignità, per i suoi diritti. La crisi che attraversiamo deve renderci più credenti, più convinti della nostra fede. L'apostolo Pietro ce ne dà la testimonianza. (don Pasquale Avena - Mci Annecy)      

Papa Francesco: solo in Dio Padre siamo fratelli

17 Maggio 2020 -

Città del Vaticano - Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nella sesta Domenica di Pasqua. Nell'introduzione ha rivolto il pensiero agli addetti alle pulizie: "Oggi la nostra preghiera è per tante persone che puliscono gli ospedali, le strade, che svuotano i bidoni della spazzatura, che vanno per le case a portare via la spazzatura: un lavoro che nessuno vede, ma è un lavoro che è necessario per sopravvivere. Che il Signore li benedica, li aiuti".

Nell’omelia, il Papa ha commentato il Vangelo odierno (Gv 14, 15-21) in cui Gesù dice ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi». Nel congedarsi dai discepoli, Gesù – ha affermato Francesco – dà loro tranquillità e pace, con una promessa: “Non vi lascerò orfani”. “Li difende da quel dolore, da quel senso doloroso dell’orfanezza. Oggi nel mondo c’è un grande sentimento di orfanezza: tanti hanno tante cose, ma manca il Padre. E nella storia dell’umanità questo si ripete: quando manca il Padre, manca qualcosa e sempre c’è la voglia di incontrare, di ritrovare il Padre, anche nei miti antichi: pensiamo ai miti di Edipo, di Telemaco” e tanti altri che mostrano sempre questa ricerca del Padre che manca. “E oggi possiamo dire che viviamo in una società dove manca il Padre, un senso di orfanezza che tocca proprio l’appartenenza e la fraternità. Per questo Gesù promette: ‘Io pregherò il Padre e Egli vi darà un altro Paràclito’. ‘Io me ne vado - dice Gesù - ma arriverà un altro che vi insegnerà l’accesso al Padre. Vi ricorderà l’accesso al Padre’. Lo Spirito Santo non viene per ‘farsi i suoi clienti’; viene per segnalare l’accesso al Padre, per ricordare l’accesso al Padre, quello che Gesù ha aperto, quello che Gesù ha fatto vedere. Non esiste una spiritualità del Figlio solo, dello Spirito Santo solo: il centro è il Padre. Il Figlio è l’inviato dal Padre e torna dal Padre. Lo Spirito Santo è inviato dal Padre per ricordare e insegnare l’accesso al Padre”. “Soltanto con questa coscienza di figli che non sono orfani si può vivere in pace fra noi. Le guerre, sempre, sia le piccole guerre o le grandi guerre, hanno sempre una dimensione di orfanezza: manca il Padre che faccia la pace”. Per questo - spiega il Papa commentando la prima lettura odierna - Pietro invita la prima comunità cristiana a rispondere con dolcezza, rispetto e con una retta coscienza a quanti chiedono ragione della fede: “cioè la mitezza che dà lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo ci insegna questa mitezza, questa dolcezza dei figli del Padre. Lo Spirito Santo non ci insegna a insultare. E una delle conseguenze del senso di orfanezza è l’insulto, le guerre, perché se non c’è il Padre non ci sono i fratelli, si perde la fratellanza. Sono – questa dolcezza, rispetto, mitezza -, sono atteggiamenti di appartenenza, di appartenenza a una famiglia che è sicura di avere un Padre", che "è il centro di tutto, l’origine di tutto, l’unità di tutti, la salvezza di tutti, perché ha inviato suo Figlio a salvarci tutti”. E invia lo Spirito Santo a ricordarci l’accesso al Padre, “questa paternità, questo atteggiamento fraterno di mitezza, di dolcezza, di pace”. “Chiediamo allo Spirito Santo che ci ricordi sempre, sempre, questo accesso al Padre, che ci ricordi che noi abbiamo un Padre, e a questa civiltà che ha un grande senso di orfanezza, dia la grazia di ritrovare il Padre, il Padre che dà senso a tutta la vita e fa che gli uomini siano una famiglia”. (Vatican News)

Diocesi Aversa: da oggi la IX edizione della “Festa dei Popoli”

16 Maggio 2020 - Aversa - “Ogni uomo è mio fratello”: un tema quanto mai attuale, quello che quest’anno la diocesi di Aversa ha deciso di porre al centro della nona edizione della “Festa dei Popoli”: anche se non nelle forme consuete, l’evento seguirà modalità e tempistiche diverse. L’emergenza socio-sanitaria scatenata dal Covid-19 ha spinto gli uffici coinvolti a ridisegnare il programma della manifestazione, sfruttando le straordinarie risorse offerte oggi dalla tecnologia e dalla rete. Don Carlo Villano, vicario episcopale per il settore “Carità e Società degli uomini”, introduce così questa edizione “multimediale” e, a suo modo, storica: “Vivere l’incontro tra i popoli, anche se a distanza, è la riprova della grande attenzione che la nostra diocesi continua a nutrire non solo verso l’accoglienza, ma anche verso la corretta integrazione dello straniero nel nostro territorio. Questo impegno necessita della costante attenzione da parte di tutti”. Don Giuseppe Esposito ricorda come quest’anno la tappa conclusiva della “Festa dei Popoli” avrebbe dovuto tenersi a Sant’Antimo, importante crocevia di molteplici comunità multietniche che abitano il complesso contesto socio-culturale della diocesi campana: “Un particolare segno di affetto vorrei rivolgerlo proprio alla forania di Sant’Antimo, che aveva accolto con straordinario entusiasmo l’organizzazione dell’evento finale: ci rifaremo l’anno prossimo”. Il direttore dell’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo ha voluto ringraziare anche tutti coloro che, “in questo periodo non facile, si sono spesi con grande energia nell’ideazione in extremis di un programma alternativo. Offriremo un’interessante mix di contenuti video e in streaming, grazie all’ingegno e alla straordinaria disponibilità dimostrata da scuole, uffici diocesani, comunità religiose, gruppi culturali ed enti sociali.” Il programma, dunque, parte ufficialmente oggi, sabato 16 maggio, con un video messaggio introduttivo; mercoledì 20 maggio sarà diffuso un video realizzato in collaborazione con le scuole del territorio, invitate a riflettere sul tema “R’ Accogliamoci”, le parole dell’accoglienza”; sabato 23 maggio sarà la volta della preghiera interreligiosa con i rappresentanti delle varie confessioni; martedì 26 maggio alle ore 17.00, spazio all’approfondimento con il convegno in streaming  “Ogni uomo è mio fratello?”, che vedrà la partecipazione a distanza di vari responsabili delle politiche migratorie; domenica 31 maggio, la conclusione della “Festa dei Popoli Aversa XI Edizione” sarà affidata ad un video con il messaggio finale del vescovo, mons. Angelo Spinillo, e con un inno alla multiculturalità intitolato “Festa dei Continenti”. I video saranno trasmessi e pubblicati sulla pagina facebook e sul canale Youtube, “Chiesa di Aversa”, e sul sito ufficiale www.diocesiaversa.it.

Card. Bassetti: ritorniamo a manifestare il nostro essere comunità

16 Maggio 2020 - Roma - Lunedì 18 maggio inizieranno le celebrazione con "il concorso del popolo" seguendo un protocollo firmato tra la Cei e il governo italiano. Pubblichiamo integralmente il testo di un video del card. Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana:
Carissimi confratelli nell’episcopato e nel presbiterato, parroci, consacrati e consacrate, catechisti e fedeli, in particolare le famiglie con i più piccoli e i più grandi, i nostri nonni, con tanta gioia vorrei condividere con voi questo momento in cui ci apprestiamo nuovamente a celebrare l’Eucaristia e a convocare, per questo, il Santo Popolo di Dio.
È un evento importante, è un evento di grazia, è un evento che vorrei che voi coglieste: non si tratta, infatti, semplicemente della riapertura di un luogo sacro, delle nostre chiese che sono sempre rimaste aperte. Si tratta piuttosto di ritornare a manifestare il nostro essere comunità, il nostro essere famiglia. Del resto, è l’Eucaristia che fa di noi una comunità, una famiglia, perché, come dice san Paolo, noi che ci nutriamo di un unico pane siamo chiamati a formare un solo corpo.
Credo di poter dire, anche a nome vostro, quello che il nostro Maestro ebbe a dire un giorno, il Giovedì Santo, ai suoi discepoli: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi» (Lc 22,15). È il desiderio che Lui ha e che noi abbiamo di incontrare Lui e di incontrarci nel segno dell’Eucaristia, perché l’Eucaristia è il «pane di vita» (Gv 6,51), è il «farmaco di immortalità» (sant’Ignazio di Antiochia), perché chi mangia di quel pane vive in Lui e ha la vita eterna (Gv 6,54), perché Lui è la nostra «risurrezione e vita» (Gv 11,25). Tutto questo è per noi l’Eucaristia e nell’Eucaristia possiamo fare esperienza di questa forza immensa che ci viene da Lui Risorto, dal Suo Spirito, perché possiamo continuare il nostro cammino.
Il periodo che abbiamo vissuto, certo, non è privo di significato: la nostra sofferenza, il dover restare chiusi a casa, e qui penso in particolare alle famiglie numerose, con tanti bambini. Ma, come ho potuto sperimentare, in tante nostre famiglie non sono mancati la preghiera, l’ascolto attento della Parola di Dio e quel servizio, soprattutto alle persone più anziane, che diventa autentica carità.
Dobbiamo chiedere al Signore la grazia di poter tornare ad essere la grande famiglia di Dio, anche se abbiamo sperimentato il nostro essere Chiesa nella piccola famiglia domestica, dove abbiamo vissuto tanti valori stando gli uni accanto agli altri. Adesso però è il momento di tornare nella grande famiglia.
«L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (EG 47), come diceva con molta chiarezza già sant’Ambrogio.
Però, per la salute della nostra anima - l’Eucaristia è innanzitutto salvezza dell’anima - ma anche per quella del nostro corpo, dovremo usare tutti quegli accorgimenti che diventano una forma di amore e di rispetto per gli altri.
Le mascherine, i contatti ridotti possono essere letti simbolicamente, come un invito a riscoprire la forza dello sguardo. Se avete notato, durante la Messa delle 7, il Santo Padre non ha mai mancato di dire: «Scambiatevi un segno della pace». Qualcuno gli ha detto che non ci si può scambiare il segno della pace, ma il Papa ha risposto che non ci si può scambiare la pace avvicinandosi e dandosi la mano, ma lo si può fare anche a distanza con un sorriso, uno sguardo dolce e benevolo, che diventano un modo di comunicare pace, gioia e amore. E così, pur restando a debita distanza, cercheremo di scambiarci la pace.
Lodiamo e ringraziamo il Signore perché siamo di fronte ad un evento grande e importante: la prima Domenica che ci ritroveremo insieme, cantiamo – io lo farò e lo propongo a tutti – il Te Deum che diventa il nostro inno, la nostra lode perfetta alla Santissima Trinità perché tutto ci viene dal cuore di Dio. Grazie, buona festa.
Gualtiero Card. Bassetti
Presidente Conferenza Episcopale Italiana
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Papa Francesco: Dio ci difenda dalla mondanità spirituale che corrompe la Chiesa

16 Maggio 2020 - Città del Vaticano - Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel sabato della quinta settimana di Pasqua. Nell'introduzione ha rivolto il pensiero a quanti svolgono il servizio della sepoltura dei morti: “Preghiamo oggi per le persone che si occupano di seppellire i defunti in questa pandemia. È una delle opere di misericordia seppellire i defunti e non è una cosa gradevole naturalmente. Preghiamo per loro che rischiano anche la vita e di prendere il contagio”. Nell’omelia, il Papa ha commentato il Vangelo odierno (Gv 15, 18-21) in cui Gesù dice ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia». Gesù - ha detto Francesco - tante volte parla del mondo, parla dell’odio contro di Lui e i suoi discepoli e prega il Padre di non togliere i discepoli dal mondo ma di difenderli dallo spirito del mondo. Il Papa si domanda: “Qual è lo spirito del mondo? Cosa è questa mondanità, capace di odiare, di distruggere Gesù e i suoi discepoli, anzi di corromperli e di corrompere la Chiesa?”. “È una proposta di vita, la mondanità”, “è una cultura, è una cultura dell’effimero, una cultura dell’apparire, del maquillage, una cultura ‘dell’oggi sì, domani no, domani sì e oggi no’. Ha dei valori superficiali. Una cultura che non conosce fedeltà, perché cambia secondo le circostanze, negozia tutto. Questa è la cultura mondana, la cultura delle mondanità”. E Gesù prega “perché il Padre ci difenda da questa cultura della mondanità. È una cultura dell’usa e getta”, secondo la convenienza. “È una cultura senza fedeltà” ed è “un modo di vivere anche di tanti che si dicono cristiani. Sono cristiani ma sono mondani”. “Gesù nella Parabola del seme che cade in terra dice che le preoccupazioni del mondo”, cioè la mondanità, soffocano la Parola di Dio, non la lasciano crescere. Francesco cita un libro del padre de Lubac dove parla della mondanità spirituale, dicendo “che è il peggiore dei mali che può accadere alla Chiesa; e non esagera” descrivendo “alcuni mali che sono terribili”. La mondanità spirituale “è un’ermeneutica di vita, è un modo di vivere; anche un modo di vivere il cristianesimo. E per sopravvivere davanti alla predicazione del Vangelo, odia, uccide”. Il Papa parla dei martiri, uccisi in odio alla fede, ma non sono la maggioranza. La maggioranza sono uccisi dalla mondanità che odia la fede. La mondanità - osserva Francesco – non è superficiale, ma ha “delle radici profonde” ed è “camaleontica, cambia”, a seconda delle circostanze, ma la sostanza è la stessa: una proposta di vita che entra dappertutto, anche nella Chiesa. La mondanità, l’ermeneutica mondana, il maquillage, tutto si trucca per essere così”. Francesco ricorda il discorso di Paolo nell’Areopago di Atene, quando attira l’attenzione quando parla del “dio ignoto” e incomincia a predicare il Vangelo: “Ma quando arrivò alla croce e alla risurrezione si scandalizzarono e se ne andarono via. La mondanità c’è una cosa che non tollera: lo scandalo della Croce. Non lo tollera. E l’unica medicina contro lo spirito della mondanità è Cristo morto e risorto per noi, scandalo e stoltezza”. L’Apostolo Giovanni dice che “la vittoria contro il mondo è la nostra fede”. L’unica vittoria è “la fede in Gesù Cristo, morto e risorto. E questo non significa essere fanatici”, smettere di dialogare con tutte le persone, ma sapere che la vittoria contro lo spirito mondano è la nostra fede, lo scandalo della Croce. “Chiediamo allo Spirito Santo” - è la preghiera conclusiva di Papa Francesco - in questi ultimi giorni del tempo pasquale, “la grazia di discernere cosa è mondanità e cosa è Vangelo e di non lasciarci ingannare, perché il mondo ci odia, il mondo ha odiato Gesù e Gesù ha pregato perché il Padre ci difendesse dallo spirito del mondo”. (Vatican News)

Sfollati interni: nel mondo sono 50 milioni

15 Maggio 2020 - Città del Vaticano - Cinquanta milioni sono nel mondo gli sfollati interni. Di questi 5 milioni per catastrofi e il resto per conflitti . Il dato è stato diffuso questa mattina dal card. Michael Czerny, sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale presentando il messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il prossimo 27 settembre e che avrà al centro gli sfollati interni che “abbandonando la loro casa e i luoghi familiari, vivono sradicati dal loro Stato di provenienza tra connazionali che possono rifiutarli o emarginarli”, ha detto il porporato. “Cittadini sulla carta”, li ha definiti e che non “vengono considerati, anche se hanno molto da offrire; richiedono la nostra attenzione e la nostra responsabilità, ma qualcun altro ha altre priorità”. “La vera promozione umana passa per l’empowerment e il coinvolgimento diretto degli sfollati nel loro riscatto”, ha spiegato p. Fabio Baggio, sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati dello stesso dicastero vaticano evidenziando che “anche per l’azione a favore degli sfollati interni è necessario collaborare per costruire un futuro migliore per tutti”. Il religuoso, commentando poi il messaggio del pontefice sottolinea che il papa ha voluto offrire diversi spunti di riflessione per “aiutarci a contestualizzare le sue raccomandazioni nello scenario di crisi in cui ci troviamo a vivere a causa della pandemia Covid 19” e invita a comprendere “la nostra precarietà di questi giorni come una condizione costante della vita degli sfollati. Ci incoraggia a lasciarci ispirare dai dottori e dagli infermieri che negli ultimi mesi hanno corso rischi per salvarci. Ci raccomanda di approfittare del silenzio delle nostre strade per ascoltare meglio il grido dei più vulnerabili e del nostro pianeta. Ci sprona a condividere di più, ricordandoci che nessuno si salva da solo. Ci rammenta che solo con il contributo di tutti, anche dei più piccoli, è possibile superare la crisi”. E in tempo di pandemia che stiamo vivendo gli sfollati interni corrono un “rischio maggiore di contrarre il virus, poiché vivono in situazioni di confinamento con un accesso limitato all’acqua e in contesti dove l’attenzione sanitaria è molto precaria”, ha detto Amaya Valcárcel, coordinatrice internazionale di advocacy del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati (Jrs) che ha poi tracciato un quadro dell’azione svolta dal Servizio dei Gesuiti per i rifugiati in 56 Paesi del mondo segnalando in particolare la situazione in Siria e in Myanmar, la crisi umanitaria in Venezuela e i conflitti in Colombia e nella Repubblica democratica del Congo. Per la rappresentante dei gesuiti “gli sfollati interni devono essere inclusi nei piani nazionali per combattere il Covid-19 tramite l’accesso all’informazione, ai test e ai trattamenti. La crisi sociale ed economia prodotta dal Covid-19 può provocare una maggiore invisibilità e restrizione di accesso per le popolazioni sfollate”.    

Giordania: sarte rifugiate cristiane cuciono 40mila mascherine per sfollati siriani

15 Maggio 2020 - Roma - Quarantamila mascherine da destinare ai rifugiati dei campi sfollati in Giordania: a cucirle nei prossimi mesi saranno le ragazze dell’atelier “Rafedin – Made by Iraqi Girls”, di Amman in Giordania. Venti ragazze cristiane irachene, costrette a suo tempo a fuggire dallo Stato Islamico e dalla violenza scoppiata nel loro Paese, riparate in Giordania dove hanno ricominciato a vivere grazie a un progetto di moda e sartoria artigianale nato a marzo di 4 anni fa, da un’idea di don Mario Cornioli – “abuna Mario” – sacerdote del Patriarcato latino di Gerusalemme. L’idea, sostenuta all’inizio dai fondi dell’8×1000 della Cei e di Ats Terrasanta, ora si avvale anche del sostegno della Ambasciata francese e dell’Unicef attraverso l’associazione italiana “Habibi Valtiberina” (Hava) riconosciuta come Ong locale dal ministero giordano dello Sviluppo sociale. E il progetto denominato “Behind the mask” (dietro la maschera) nasce proprio dalla sinergia tra Hava e Unicef che, grazie a fondi destinati al sostegno dei giovani, vuole fornire ai rifugiati nei campi nel Regno Hashemita un dispositivo di protezione dal Covid che altrimenti non potrebbero permettersi. Saranno mascherine in doppio strato lavabili, realizzate con i classici tessuti di foggia mediorientale, presi in Palestina, Giordania e Egitto, nel tipico stile Rafedin. Dal 14 marzo, da quando il Governo giordano ha imposto le prime stringenti misure per far fronte alla diffusione del virus Covid-19, l’ong Hava ha deciso di avviare la produzione di maschere protettive con alcune delle ragazze dell’atelier Rafedin. “Un modo per promuovere uno spirito di resilienza, di consapevolezza crescente durante questo periodo di pandemia e di solidarietà”. Le mascherine, infatti, “sono un dispositivo impossibile da ottenere per i rifugiati visto che in Giordania una mascherina può arrivare a costare l’equivalente di oltre 3 euro, una cifra enorme per loro” affermano dall’ong Hava. “Più accessibili le mascherine monouso che possono arrivare a costare 25 piastre, circa 40 centesimi”. Felici le ragazze dell’atelier, protagoniste del progetto con Unicef. “Per noi – dicono Hala, 28 anni, e Marina, 21 anni – è un modo per aiutare gli altri così come lo siamo state noi quando siamo arrivate in Giordania”. Le fanno eco Virgin, 46 anni, e Rose, 20 anni: “È una gioia per me lavorare e realizzare mascherine per gli altri rifugiati. Se c’è anche qualcos’altro da fare oltre alle mascherine, vorrei farlo, perché anche noi siamo rifugiati e sappiamo cosa significa. Inoltre vogliamo ringraziare l’Unicef che ci ha dato la possibilità di aiutare altri fratelli e sorelle come noi”. (Daniele Rocchi – Sir)

“Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”: il messaggio di Papa Francesco per la GMM2020

15 Maggio 2020 - Città del Vaticano – “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”. Questo il tema scelto da Papa Francesco per la prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il prossimo 27 settembre. Pubblichiamo il testo integrale del Messaggio di papa Francesco diffuso questa mattina.   ________ All’inizio di questo anno, nel mio discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ho annoverato tra le sfide del mondo contemporaneo il dramma degli sfollati interni: «Le conflittualità e le emergenze umanitarie, aggravate dagli sconvolgimenti climatici, aumentano il numero di sfollati e si ripercuotono sulle persone che già vivono in stato di grave povertà. Molti dei Paesi colpiti da queste situazioni mancano di strutture adeguate che consentano di venire incontro ai bisogni di quanti sono stati sfollati» (9 gennaio 2020). La Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha pubblicato gli “Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Interni” (Città del Vaticano, 5 maggio 2020), un documento che si propone di ispirare e animare le azioni pastorali della Chiesa in questo particolare ambito. Per tali ragioni ho deciso di dedicare questo Messaggio al dramma degli sfollati interni, un dramma spesso invisibile, che la crisi mondiale causata dalla pandemia COVID-19 ha esasperato. Questa crisi, infatti, per la sua veemenza, gravità ed estensione geografica, ha ridimensionato tante altre emergenze umanitarie che affliggono milioni di persone, relegando iniziative e aiuti internazionali, essenziali e urgenti per salvare vite umane, in fondo alle agende politiche nazionali. Ma «non è questo il tempo della dimenticanza. La crisi che stiamo affrontando non ci faccia dimenticare tante altre emergenze che portano con sé i patimenti di molte persone» (Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020). Alla luce dei tragici eventi che hanno segnato il 2020, estendo questo Messaggio, dedicato agli sfollati interni, a tutti coloro che si sono trovati a vivere e tuttora vivono esperienze di precarietà, di abbandono, di emarginazione e di rifiuto a causa del COVID-19. Vorrei partire dall’icona che ispirò Papa Pio XII nel redigere la Costituzione Apostolica Exsul Familia (1 agosto 1952). Nella fuga in Egitto il piccolo Gesù sperimenta, assieme ai suoi genitori, la tragica condizione di sfollato e profugo «segnata da paura, incertezza, disagi (cfr Mt 2,13-15.19-23). Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie» (Angelus, 29 dicembre 2013). In ciascuno di loro è presente Gesù, costretto, come ai tempi di Erode, a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato che ci interpella (cfr Mt 25,31-46). Se lo riconosciamo, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare, amare e servire. Le persone sfollate ci offrono questa opportunità di incontro con il Signore, «anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerlo: coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua» (Omelia, 15 febbraio 2019). Si tratta di una sfida pastorale alla quale siamo chiamati a rispondere con i quattro verbi che ho indicato nel Messaggio per questa stessa Giornata nel 2018: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ad essi vorrei ora aggiungere sei coppie di verbi che corrispondono ad azioni molto concrete, legate tra loro in una relazione di causa- effetto. Bisogna conoscere per comprendere. La conoscenza è un passo necessario verso la comprensione dell’altro. Lo insegna Gesù stesso nell’episodio dei discepoli di Emmaus: «Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,15-16). Quando si parla di migranti e di sfollati troppo spesso ci si ferma ai numeri. Ma non si tratta di numeri, si tratta di persone! Se le incontriamo arriveremo a conoscerle. E conoscendo le loro storie riusciremo a comprendere. Potremo comprendere, per esempio, che quella precarietà che abbiamo sperimentato con sofferenza a causa della pandemia è un elemento costante della vita degli sfollati. È necessario farsi prossimo per servire. Sembra scontato, ma spesso non lo è. «Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò a un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10,33-34). Le paure e i pregiudizi – tanti pregiudizi – ci fanno mantenere le distanze dagli altri e spesso ci impediscono di “farci prossimi” a loro e di servirli con amore. Avvicinarsi al prossimo spesso significa essere disposti a correre dei rischi, come ci hanno insegnato tanti dottori e infermieri negli ultimi mesi. Questo stare vicini per servire va oltre il puro senso del dovere; l’esempio più grande ce lo ha lasciato Gesù quando ha lavato i piedi dei suoi discepoli: si è spogliato, si è inginocchiato e si è sporcato le mani (cfr Gv 13,1-15). Per riconciliarsi bisogna ascoltare. Ce lo insegna Dio stesso, che, inviando il suo Figlio nel mondo, ha voluto ascoltare il gemito dell’umanità con orecchi umani: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, [...] perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17). L’amore, quello che riconcilia e salva, incomincia con l’ascoltare. Nel mondo di oggi si moltiplicano i messaggi, però si sta perdendo l’attitudine ad ascoltare. Ma è solo attraverso un ascolto umile e attento che possiamo arrivare a riconciliarci davvero. Durante il 2020, per settimane il silenzio ha regnato nelle nostre strade. Un silenzio drammatico e inquietante, che però ci ha offerto l’occasione di ascoltare il grido di chi è più vulnerabile, degli sfollati e del nostro pianeta gravemente malato. E, ascoltando, abbiamo l’opportunità di riconciliarci con il prossimo, con tanti scartati, con noi stessi e con Dio, che mai si stanca di offrirci la sua misericordia. Per crescere è necessario condividere. La prima comunità cristiana ha avuto nella condivisione uno dei suoi elementi fondanti: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (At 4,32). Dio non ha voluto che le risorse del nostro pianeta fossero a beneficio solo di alcuni. No, questo non l’ha voluto il Signore! Dobbiamo imparare a condividere per crescere insieme, senza lasciare fuori nessuno. La pandemia ci ha ricordato come siamo tutti sulla stessa barca. Ritrovarci ad avere preoccupazioni e timori comuni ci ha dimostrato ancora una volta che nessuno si salva da solo. Per crescere davvero dobbiamo crescere insieme, condividendo quello che abbiamo, come quel ragazzo che offrì a Gesù cinque pani d’orzo e due pesci... E bastarono per cinquemila persone (cfr Gv 6,1-15)! Bisogna coinvolgere per promuovere. Così infatti ha fatto Gesù con la donna samaritana (cfr Gv 4,1-30). Il Signore si avvicina, la ascolta, parla al suo cuore, per poi guidarla alla verità e trasformarla in annunciatrice della buona novella: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?» (v. 29). A volte, lo slancio di servire gli altri ci impedisce di vedere le loro ricchezze. Se vogliamo davvero promuovere le persone alle quali offriamo assistenza, dobbiamo coinvolgerle e renderle protagoniste del proprio riscatto. La pandemia ci ha ricordato quanto sia essenziale la corresponsabilità e che solo con il contributo di tutti – anche di categorie spesso sottovalutate – è possibile affrontare la crisi. Dobbiamo «trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà» (Meditazione in Piazza San Pietro, 27 marzo 2020). È necessario collaborare per costruire. Questo è quanto l’Apostolo Paolo raccomanda alla comunità di Corinto: «Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire» (1 Cor 1,10). Costruire il Regno di Dio è un impegno comune a tutti i cristiani e per questo è necessario che impariamo a collaborare, senza lasciarci tentare da gelosie, discordie e divisioni. E nel contesto attuale va ribadito: «Non è questo il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone» (Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020). Per preservare la casa comune e farla somigliare sempre più al progetto originale di Dio, dobbiamo impegnarci a garantire la cooperazione internazionale, la solidarietà globale e l’impegno locale, senza lasciare fuori nessuno. Vorrei concludere con una preghiera suggerita dall’esempio di San Giuseppe, in particolare a quando fu costretto a fuggire in Egitto per salvare il Bambino. Padre, Tu hai affidato a San Giuseppe ciò che avevi di più prezioso: il Bambino Gesù e sua madre, per proteggerli dai pericoli e dalle minacce dei malvagi. Concedi anche a noi di sperimentare la sua protezione e il suo aiuto. Lui, che ha provato la sofferenza di chi fugge a causa dell’odio dei potenti, fa’ che possa confortare e proteggere tutti quei fratelli e quelle sorelle che, spinti dalle guerre, dalla povertà e dalle necessità, lasciano la loro casa e la loro terra per mettersi in cammino come profughi verso luoghi più sicuri. Aiutali, per la sua intercessione, ad avere la forza di andare avanti, il conforto nella tristezza, il coraggio nella prova. Dona a chi li accoglie un po’ della tenerezza di questo padre giusto e saggio, che ha amato Gesù come un vero figlio e ha sorretto Maria lungo il cammino. Egli, che guadagnava il pane col lavoro delle sue mani, possa provvedere a coloro a cui la vita ha tolto tutto, e dare loro la dignità di un lavoro e la serenità di una casa. Te lo chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio, che San Giuseppe salvò fuggendo in Egitto, e per intercessione della Vergine Maria, che egli amò da sposo fedele secondo la tua volontà. Amen.   Roma, San Giovanni in Laterano, 13 maggio 2020, Memoria della B.V. Maria di Fatima   FRANCESCO

Lavoratori stranieri: cosa fare per “emergere”

15 Maggio 2020 - Milano - Alla fine, il travagliato compromesso raggiunto in maggioranza è stato incluso nel decreto Rilancio. È dentro lo sterminato articolo 110 bis, intitolato «Emersione di rapporti di lavoro» e lungo ben 5 pagine e 22 commi. Interessa tre settori: il primo comprende «agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse»; il secondo l’«assistenza alla persona per se stessi o per componenti della propria famiglia, ancorché non conviventi, affetti da patologie o handicap che ne limitino l’autosufficienza »; il terzo è il «lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare». Dopo l’entrata in vigore, i canali per l’emersione previsti sono due. Nel primo caso, sta ai datori di lavoro (che siano italiani o stranieri) «presentare istanza per concludere un contratto di lavoro subordinato con cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale» oppure autodenunciarsi, dichiarando «la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare, tuttora in corso, con cittadini italiani o cittadini stranieri». Nella seconda opzione, saranno i cittadini stranieri «con permesso scaduto dal 31 ottobre 2019, non rinnovato o convertito in un altro titolo di soggiorno» a poter «richiedere un permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi». Se entro quel periodo, il bracciante, la colf o la badante ottiene un contratto di lavoro subordinato, il documento è convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. In ogni caso, l’immigrato deve essere presente in Italia da prima dell’8 marzo 2020. Per regolarizzare i lavoratori, chi assume dovrà corrispondere 400 euro per ciascun lavoratore, oltre a un forfait a titolo retributivo, contributivo e fiscale (da determinarsi con un decreto del ministro del Lavoro). Invece, l’immigrato che chiede il permesso temporaneo dovrà corrispondere 160 euro (più altri 30 euro per trasmettere l’istanza). La finestra per le domande è compresa fra il 1° giugno e il 15 luglio: per i contratti di lavoro, in caso di italiani o europei vanno presentate all’Inps, in caso di stranieri allo sportello unico per l’immigrazione; per il permesso di soggiorno semestrale si dovrà andare in Questura. Lo scudo penale. È prevista la sospensione dei procedimenti penali e amministrativi a carico di datore di lavoro e lavoratore, a meno che non riguardino i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione o di minori, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Inammisibilità. Riguardo al permesso di soggiorno, non verranno ammesse le domande di conversione in motivi di lavoro, se chi assume è stato condannato negli ultimi 5 anni (anche non in via definitiva) per i reati elencati sopra. Inoltre, non verrà ammessa la domanda di stranieri che abbiano ricevuto un provvedimento di espulsione, segnalati per la non ammissione in territorio italiano, ritenuti una «minaccia per la sicurezza» o condannati (anche solo in primo grado) per diversi reati, fra cui traffico di stupefacenti o sfruttamento. (Vincenzo R. Spagnolo – avvenire.it)

Papa Francesco prega perchè cresca nelle famiglie lo spirito del Signore

15 Maggio 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco questa mattina ha pregato per la famiglia nella Giornata Mondiale. “Oggi è la Giornata mondiale della famiglia: preghiamo per le famiglie, perché cresca nelle famiglie lo Spirito del Signore, lo spirito di amore, di rispetto, di libertà”, ha detto introducendo la liturgia eucaristica a Casa Santa Marta. E nell’omelia ricorda che nela vita della Chiesa, sin dall’inizio, ci sino stati “tempi di pace”, ma anche “tempi di persecuzione” e “tempi di turbamento”. Nel brano degli Atti degli Apostoli, letto oggi, si racconta un tempo di turbamento. Si vivevano momenti di rigidità nella dottrina. E il papa dice che “la rigidità non è del buono Spirito, perché mette in questione la gratuità della Redenzione, la gratuità della Risurrezione di Cristo” e “durante la storia della Chiesa, questo si è ripetuto”. Per papa Francesco “dov’è rigidità non c’è lo Spirito di Dio, perché lo Spirito di Dio è libertà”. E questa gente toglieva “la libertà dello Spirito di Dio e la gratuità della Redenzione”. Ma “la giustificazione è gratuita. La morte e la Risurrezione di Cristo è gratuita. Non si paga, non si compra: è un dono”. “Lo spirito della rigidità sempre ti porta al turbamento”, afferma il papa mentre “lo spirito della libertà evangelica ti porta alla gioia, perché è proprio questo che Gesù ha fatto con la sua Risurrezione: la gioia”. Papa Francesco ha quindi pregato il Signore che “ci aiuti a discernere i frutti della gratuità evangelica dai frutti della rigidità non-evangelica, e che ci liberi da ogni turbamento di coloro che mettono la fede, la vita della fede sotto le prescrizioni casistiche, le prescrizioni che non hanno senso. Mi riferisco a queste prescrizioni che non hanno senso, non ai Comandamenti. Che ci liberi da questo spirito di rigidità che ti toglie la libertà”.    

Vangelo Migrante: VI domenica di Pasqua (Vangelo Gv 14,15-21)

14 Maggio 2020 - Il distacco da Gesù oltre a creare un turbamento suscita anche un altro disagio: rimanere orfani. ‘Non vi lascerò orfani: verrò da voi’, è la consolante Parola di questa domenica. Come accadrà questo? Le parole di Gesù lo spiegano: c’è una condizione, ed è l’amore; c’è una persona, ed è lo Spirito Santo (il Paraclito) che il Padre invierà ai suoi discepoli. L’amore. Nel Vangelo di Giovanni quello dell’amore è un verbo ‘passivo’: lasciarsi amare. Farsi voler bene. Che forse è cosa ben più difficile dell’amare così come lo intendiamo normalmente. Di sicuro è l’atteggiamento più completo per permettere a Dio di raggiungerci. E Gesù lo declina con delicatezza e rispetto: ‘se mi amate osserverete i miei comandamenti’. Non si tratta di una ingiunzione (dovete osservare) ma di una constatazione. Parafrasando il linguaggio di Gesù: ‘è stato creato un amore che è tutto nei comandamenti che voi, amando me, ricevete’. Questa è lo scrigno della vita cristiana. Noi crediamo che tutto parta da noi e che tutto si attiva solo quando lo decidiamo noi. E, invece, è già stato creato per noi quello che ci occorre, che serve, che è necessario … ma solo nell’atto libero di lasciarsi amare, arriva ‘in’ noi. Lo Spirito. Siamo a ridosso della Pentecoste e compare lo Spirito Santo. Questo amore creato per noi ha una figura ed è lo Spirito che Gesù chiede al Padre perché raggiunga i suoi discepoli e resti con loro per sempre: è compito suo risvegliare i cuori e trasformare l’oscura dimenticanza in luminosa consapevolezza. Gesù lo chiama Paràclito. Nei tribunali ebraici c’era un personaggio, ai giorni nostri sconosciuto. Quando veniva pronunciata una sentenza, accadeva a volte che un uomo dalla buona reputazione venisse silenziosamente a porsi a fianco dell’accusato: era chiamato appunto paràclito, consolatore-difensore-suggeritore. La sua silenziosa testimonianza confondeva gli accusatori. Può servire ricordare come niente e nessuno confonde e zittisce l’Accusatore per eccellenza, il diavolo, quanto la presenza e il vento gagliardo dello Spirito che sempre e immancabilmente consola e difende i figli di Dio. In una specie di commovente e suadente monotonia Gesù ripete: ‘voi in me, io in voi, (…) sarò con voi, (…) verrò da voi’. È questo il suo sogno di comunione. Dentro, immersi, uniti, intimi. Gesù che cerca spazi, spazi nel cuore. Per questo quando parliamo di accoglienza, parliamo di Amore!

 p. Gaetano Saracino

Storie di immigrati e rifugiati in tempi di lockdown

14 Maggio 2020 - Roma - Quella che stiamo vivendo è un’epidemia passata alla lente di ingrandimento attraverso una comunicazione capillare grazie anche ai social, che non solo stanno unendo a ‘distanza’ le persone, ma sono interpreti e messaggeri di tante storie. Il sito internazionale ODI 60 years of impact (Overseas Development Institute) è il principale think tank globale indipendente del Regno Unito che si occupa già da qualche anno dello sviluppo internazionale e umanitario su scala globale, riportando storie, date e cifre. Al Covid-19 ha dedicato una sezione con avvenimenti che riguardano migranti e rifugiati dal titolo molto significativo “Lavoratori Chiave. Contributo dei migranti alla risposta COVID-19”. Infatti scorrendo le pagine si legge “I rifugiati e gli altri migranti fanno parte della forza lavoro globale dei lavoratori essenziali che rispondono alla pandemia di Covid-19: ogni giorno salvano vite e contribuiscono alle nostre economie e società. Con una grafica essenziale, ma molto esplicativa, un ramoscello stilizzato con alle estremità dei puntini rossi, che indicano le notizie o le storie riportate, cliccandoci sopra l’utente ha la possibilità di andare a leggere, attraverso altri 5 ramoscelli, le notizie sull’Europa, il Nord America, l’Asia-Oceania, l’America Latina e l’Africa. Per l’Europa sono 32 le storie suddivise tra: assistenza sanitaria – cibo e agricoltura – immigrazione – ospitalità. Se si clicca sul cerchietto ‘ospitalità’ ci sono due storie: una riguarda i migranti e rifugiati che nel Regno Unito consegnano pacchi alimentari per conto di una organizzazione benefica a persone senza rete di sostegno; l’altra racconta di un villaggio nei Paesi Bassi in cui alcuni richiedenti asilo disinfettano i carrelli della spesa nei supermercati. Cliccando sul cerchietto ‘cibo e agricoltura’ sono sei le storie che emergono, tra queste si legge che la Spagna ha autorizzato l’assunzione temporanea di migranti e disoccupati per sopperire alla mancanza di lavoratori agricoli. Per l’Italia si viene rimandati al link della pagina del theguardian.com, che ha dedicato un servizio alla cooperativa Barikama costituita nel 2011 da ragazzi immigrati africani. La cooperativa si trova a Martignano a poche decine di chilometri da Roma, oltre ai prodotti agricoli produce anche lo yogurt. Nel periodo di lockdown i ragazzi hanno raccontato di lavorare il doppio per non far mancare sulle tavole dei loro clienti la genuina produzione. Cheikh, uno dei soci, arrivato dal Senegal nel 2007, ex giocatore di football ed ex studente di biologia all’università, con orgoglio afferma “È una cosa meravigliosa che stiamo aiutando a nutrire la comunità in questi tempi terribili”.   Nicoletta Di Benedetto

GMM: domani il messaggio di papa Francesco

14 Maggio 2020 - Città del Vaticano – “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”. Questo il tema scelto da Papa Francesco per la prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il prossimo 27 settembre. Il messaggio del pontefice sarà diffuso e presentato domani mattina ala presenza del card. Michael Czerny, Sotto-Segretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; p. Fabio Baggio, Sotto-Segretario della Sezione Migranti e Rifugiati del medesimo Dicastero; Amaya Valcárcel, Coordinatrice Internazionale di advocacy, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS), Ufficio Internazionale, Roma e fr. Joseph Cassar, Direttore del JRS Iraq, in collegamento da Erbil. La Conferenza Stampa verrà trasmessa in streeming. Nel corso della conferenza sarà presentato il primo video della campagna di preparazione alla Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.  

Ismu: i tassi di infezione Covid 19 tra i migranti in Italia

14 Maggio 2020 - Milano - L'Istituto Superiore di Sanità ha reso noto che il 5,1% dei casi di Covid-19 con indicazione della nazionalità e notificati fino al 22 aprile 2020 riguarda cittadini stranieri, per un totale di 6.395. L'8 maggio poi il Ministero dell’Interno e l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) hanno reso pubbliche le principali 10 collettività per numero di casi di Covid-19 in Italia presenti all'interno dei tre sottogruppi individuati dall'Human Development Index (Indice di sviluppo umano) che classifica i paesi in base al reddito (alto, medio e basso). Tali dati mostrano che tra i paesi con più di cento casi di Covid-19 accertati con Hdi “alto” c'è soltanto la Romania, che occupa la prima posizione assoluta con 1.046 casi; tra i paesi con Hdi “medio” i casi accertati afferiscono in maggioranza a cittadini – nell'ordine – di Perù, Albania, Ecuador, Marocco, Ucraina, Egitto, Moldova e Filippine; tra i paesi con Hid “basso” il maggior numero di contagi riguarda India, Bangladesh, Nigeria e Pakistan. Passando ai tassi di contagio La Fondazione ISMU calcola che i collettivi con i valori più elevati sono quelli degli ecuadoriani e soprattutto dei peruviani, rispettivamente pari al 4,2 per mille e all’8,1 per mille delle proprie popolazioni, mentre tutti gli altri gruppi nazionali oscillano in un range molto più limitato e più basso compreso tra l’1,8 per mille dell’Egitto e lo 0,7 per mille del Marocco. L’Ismu segnala, invece, l’assenza fra i principali gruppi nazionali affetti da Covid-19 dei cinesi, che hanno un’incidenza di presenza in Lombardia superiore a quella media fra tutte le nazionalità straniere (23,1% contro 22,5%). Essi, con 299.823 residenti, rappresentano il quarto gruppo nazionale per presenze residenti in Italia, dietro solamente a Romania, Marocco e Albania, ma non risultano fra le principali nazionalità affette da Covid-19 e dunque hanno, al 22 aprile, un tasso sicuramente inferiore allo 0,3 per mille, più basso della metà di quello di qualsiasi altro gruppo nazionale in Italia. Ritornando alla classifica delle nazionalità con più casi di contagi, India, Bangladesh e Pakistan si collocano su livelli d’affezione da Covid-19 dell’1,1 per mille o dell’1,2 per mille, comunque non superiori alla media complessiva fra gli stranieri provenienti da ogni parte del mondo in Italia (pari all’1,2 per mille). Ma in generale le persone provenienti dal continente asiatico sono state fino al 22 aprile 2020 quelle meno colpite dal virus in Italia, quantomeno considerando i casi noti all’Iss.