R. I.
Primo Piano
Moria brucia, i migranti in fuga
Lesbo - Si sollevavano ancora colonne nere di fumo, ieri pomeriggio, dalle tende carbonizzate di Moria, in quello che era il più grande e controverso hotspot europeo per l’identificazione dei migranti. Borse, sacchi di plastica, un ventilatore, passeggini, oggetti afferrati al volo, i pochi averi caricati sulle spalle, e via di corsa: è stata una fuga nella notte per migliaia di persone, quella tra martedì e ieri all’alba, sotto un cielo rosso, spaventoso e rovente che rifletteva l’esteso rogo che ha incenerito centinaia di baracche, teloni e alloggi nella città-campo sull’isola greca di Lesbo.
"Moria non c’è più e migliaia di persone ora sono senza riparo" dice con la voce rotta dall’emozione Omar Alshakal della Ong Refugee For Refugees, camminando tra cumuli anneriti, mentre un elicottero dei vigili del fuoco gli passa sopra la testa. "C’erano malati isolati per il virus, che ora si trovano in mezzo agli altri. C’è un’enorme quantità di gente senza più nulla. Come potremo dare supporto a tutti, come faranno a mangiare? Non era questo il modo giusto di agire. Ma non si può incolpare nessuno, perché è comprensibile lo stress di un lockdown così lungo".
Il riferimento nelle parole di Omar è all’ipotesi più accreditata per spiegare l’accaduto, ieri sera menzionata anche dalle autorità greche: i diversi incendi, più di tre, scoppiati in punti diversi sarebbero partiti dopo momenti di tensione contro le misure adottate per isolare diversi casi di coronavirus e sarebbero stati appiccati da "alcuni richiedenti asilo". Qui il 2 settembre era stato registrato il primo malato ufficiale di Covid-19, notizia che tutti temevano in uno luogo affollatissimo (13mila persone, quattro volte rispetto alla capienza) e dalle condizioni igieniche oltre i limiti del possibile, ripetutamente denunciate in questi anni dalle organizzazioni non governative. A inizio settimana i contagi erano già 35 così per la tendopoli era scattata la quarantena, malgrado Moria avesse già vissuto un’interminabile serie di proroghe del lockdown di marzo.
"Sembrava l’inferno dantesco, il vento era fortissimo. Non siamo sorpresi dall’accaduto, è da settimane che registriamo un crescendo di frustrazione e disperazione per il prolungato confinamento. Abbiamo anche cercato di farlo presente alle istituzioni locali" ha commentato al telefono Giovanna Scaccabarozzi, medico di Msf a Moria. La clinica della Ong, risparmiata dalle fiamme, ha attivato un team di emergenza. "Container e uffici del campo sono bruciati completamente, anche metà del vasto accampamento dell’uliveto è in cenere. Ci sono persone che si muovono smarrite e nel panico fra le tende risparmiate. Chi è rimasto, non ha cibo. È funzionante solo un punto-acqua in tutta l’area".
Nei mesi scorsi, di incendi qui se ne sono visti tanti, accidentali (per le condizioni di vita estreme) ma anche appiccati di proposito contro i migranti,in una lotta dura con gruppi di estrema destra che hanno alimentato il malcontento dei residenti greci. Questa volta, però, pare sia accaduto qualcosa di diverso.
"La gente non ha più accettato la scusa del Covid per imporre limitazioni alla libertà. Ieri notte si parlava di liberare le persone in quarantena" riferisce, in forma anonima, un’operatrice attiva nel campo. "Alcuni migranti pensavano che le autorità greche stessero usando la pandemia per tenerli intrappolati. Per altri, tenere i positivi in una struttura dentro Moria metteva a repentaglio la vita di tutti. Abbiamo visto gente correre, sono iniziati scontri con la polizia e il lancio di lacrimogeni. Poi sono scoppiati gli incendi". "Non si registrano vittime" dice l’équipe di Kitrinos Healthcare, Ong che aveva un piccolo centro medico ora cancellato dal fuoco. "In uno stato di emergenza così disperato, siamo preoccupati che il Covid-19 si diffonda più velocemente". Dei 35 positivi al coronavirus, le autorità ieri sono riuscite a rintracciarne 8. Lungo la via provinciale, intanto, la polizia limita i movimenti di 5-6 mila migranti, tenuti per strada, lontani dai centri abitati. Il governo greco ha annunciato che sarà loro vietato lasciare l’isola. Su Twitter, la commissaria europea Ylva Johansson ha comunicato di avere "già accettato di finanziare il trasferimento immediato e l’alloggio sulla terraferma di 400 bambini e adolescenti non accompagnati", mentre il governo norvegese ha annunciato che accoglierà 50 migranti dal campo. Per gli sfollati, il governo greco ha inviato un traghetto, due navi della marina militare e altre tende. La terribile avventura europea dei 13mila di Moria sembra non avere ancora fine. (Francesca Ghirardelli - Avvenire)
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Rosario per l’Italia: domani dal Santuario “Regina Pacis di Fontanelle” presieduta di mons. Piero Guida
Roma - Il "Santo Rosario per l’Italia" domani andrà in onda dal santuario diocesano Regina Pacis di Fontanelle nella diocesi di Cuneo. L’iniziativa è quella promossa dai media della Cei durante questo difficile periodo legato alla pandemia da Coronavirus. Domani, , alle 21, è la diocesi, quindi di Cuneo, a ricevere il testimone di questa staffetta di preghiera che dal mese di marzo sta facendo il giro d’Italia. A guidare il rosario sarà il vescovo, mons. Piero Delbosco. Accanto a lui il Rettore del Santuario don Giuseppe Panero e il vescovo emerito mons. Giuseppe Cavallotto. Animerà la preghiera una rappresentanza del Coro interparrocchiale “Pacem in terris” di Cuneo. Le meditazioni ad ogni mistero, preparate dalle sorelle clarisse del Monastero Santa Chiara di Boves, sono tratte dai testi dei Servi di Dio don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo.
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Da un mese in mezzo al mare
Milano - Sono bloccati da oltre un mese, dopo aver salvato 27 persone tra cui un bambino e una donna incinta a rischio annegamento nel Mediterraneo. Malta li aveva avvisati, chiedendo di dirigersi verso il gommone in pericolo. Ed ora sono ancora lì, bloccati, a poche miglia dall’isola, con quel carico umano di disperazione. Una situazione che sta diventando sempre più insostenibile, giorno dopo giorno. Il capitano e l’equipaggio della Maersk Etienne, la nave mercantile che ha salvato i naufraghi, sono allo stremo. "La frustrazione cresce ogni giorno. Queste persone sono disperate, hanno bisogno di assistenza. Dobbiamo poter sbarcare il prima possibile". Il capitano della nave Etienne, Volodymyr Yeroshkin, affida a un video il suo ultimo appello per chiedere un place of safety(porto sicuro, ndr) per le 27 persone soccorse in mare dalla sua nave mercantile, ormai più di un mese fa, il 5 agosto scorso. Da allora l’imbarcazione è ferma nelle acque territoriali maltesi, a poche miglia dalla costa, in attesa che le autorità rispondano alle continue richieste di aiuto e autorizzino lo sbarco.
La Etienne è una petroliera del gruppo Maersk, non attrezzata per l’assistenza dei migranti. Dopo settimane, la situazione a bordo è diventata invivibile e le scorte alimentari cominciano a scarseggiare. Domenica per disperazione tre migranti si sono gettati in mare: sono stati subito soccorsi dall’equipaggio, ma ormai la resistenza di tutti è al limite. "Non possiamo più restare ad assistere inerti mentre i governi ignorano il dramma di queste persone", ha dichiarato Guy Platten, segretario generale dell’International Chamber of Shipping (Ics), la principale associazione internazionale di commercio di armatori e operatori mercantili che, in una nota congiunta con Unhcr/Acnur, l’Agenzia Onu per i Rifugiati e l’Oim (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni) lancia un appello ai governi affinchè trovino subito una soluzione per i profughi a bordo del mercantile. "Non è la prima volta che ciò accade – ha aggiunto – ed è necessario che i governi adempiano i propri obblighi. Il tempo stringe e la responsabilità di garantire l’incolumità e la sicurezza di queste persone spetta senza ombra di dubbio ai ministri di questi governi. Questa situazione non riguarda il Covid. Si tratta molto semplicemente di una questione umanitaria".
"I governi si sono rifiutati di autorizzare il comandante della nave a far sbarcare i migranti e i rifugiati fuggiti dalla Libia, violandoil diritto internazionale – si spiega nel comunicato –. I membri dell’equipaggio condividono cibo, acqua e coperte coi naufraghi soccorsi. Tuttavia, non sono opportunamente formati né in grado di assicurare assistenza medica a quanti ne abbiano necessità. Le imbarcazioni mercantili non costituiscono un ambiente sicuro per queste persone vulnerabili, le quali devono essere condotte immediatamente presso un porto sicuro". L’Ics - si aggiunge nella nota - si è appellata all’Organizzazione marittima internazionale affinché intervenga con urgenza per "mandare un chiaro messaggio ribadendo che gli Stati devono garantire che i casi di ricerca e soccorso in mare siano risolti conformemente alla lettera e allo spirito del diritto internazionale".
"L’assenza di un meccanismo di sbarco chiaro, sicuro e strutturato a beneficio delle persone soccorse nel Mediterraneo continua a mettere a rischio vite umane", ha dichiarato il Direttore Generale dell’Oim, António Vitorino. "Oim e Acnur si appellano da tempo agli Stati affinchè abbandonino l’attuale approccio che prevede l’adozione di accordi ad hoc e istituiscano uno schema per cui gli Stati costieri si assumano pari responsabilità nell’assicurare un porto sicuro, e al quale gli altri Stati membri UE diano seguito mostrando solidarietà". Quello in cui è coinvolta la Maersk Etienne è il terzo caso, in un anno, in cui una nave mercantile rimane bloccata dopo aver condotto soccorsi in mare. Secondo le agenzie delle Nazioni unite la prassi di impedire lo sbarco delle persone, tenendo le navi al largo "si sta aggravando". Anche una portavoce della Commissione europea, ieri, ha chiesto lo sbarco immediato dei naufraghi dalla Etienne. "Una volta soccorse, le persone devono essere fatte sbarcare rapidamente per assicurare la loro sicurezza e quella dell’equipaggio della nave che conduce il salvataggio. Chiediamo con urgenza agli Stati membri di lavorare insieme affinché questo accada, con spirito di solidarietà e responsabilità collettiva. Gli Stati costieri hanno responsabilità essenziali, ma non devono essere lasciati soli". (Daniela Fassini - Avvenire)