Primo Piano

Onu: “impatto pandemia devastante, aumenterà fame e persone in fuga”

10 Novembre 2020 - Roma - La fame globale e gli sfollamenti di popolazione – entrambi già a livelli record quando ha colpito il Covid-19 – potrebbero subire un’impennata, con migranti e quanti vedono diminuire il flusso delle rimesse che cercano disperatamente lavoro per sostenere le proprie famiglie. È quanto emerge dal Rapporto, il primo nel suo genere, pubblicato oggi dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’agenzia Onu World food programme (Wfp). “L’impatto socioeconomico della pandemia è più devastante della malattia stessa – ha affermato David Beasley, direttore esecutivo del Wfp -. Nei Paesi a basso e medio reddito, molte persone, che fino a pochi mesi fa, anche se povere, riuscivano ad andare avanti, ora si trovano con i mezzi di sussistenza distrutti. Le rimesse inviate dall’estero alle famiglie a casa si sono prosciugate, causando difficoltà immense. Il risultato è che i livelli della fame sono schizzati alle stelle”. L’impatto della pandemia, inoltre, “minaccia di far tornare indietro gli impegni globali, incluso quello sul Global compact on migration”, ha aggiunto António Vitorino, direttore generale dell’Oim. Nove tra le dieci peggiori crisi alimentari al mondo sono in Paesi con il maggior numero di sfollati. La maggior parte degli sfollati, inoltre, si trova in Paesi colpiti da insicurezza alimentare acuta e malnutrizione. I 164 milioni di lavoratori migranti nel mondo, specialmente nei settori informali, sono tra i più colpiti dalla pandemia. Secondo il rapporto molti migranti saranno spinti a tornare a casa e ci sarà, almeno temporaneamente, “un calo delle rimesse che forniscono un sostegno essenziale a circa 800 milioni di persone nel mondo, una su nove”. La Banca mondiale prevede un calo del 14 per cento entro il 2021.  Secondo il Wfp entro la fine del 2021 almeno 33 milioni di persone in più potrebbero scivolare verso la fame solo per il calo delle rimesse. (sir)    

Viminale: da inizio anno sbarcate 30.612 persone migranti sulle coste italiane

10 Novembre 2020 -

Roma - Sono 30.612 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Il dato è stato diffuso dal Ministero degli Interni ed è aggiornato alle 78 di questo mattina sul sito del Ministero. Oltre 30.600 migranti sbarcati in Italia nel 2020, 12.304 sono di nazionalità tunisina (40%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (3.710, 12%), Pakistan (1.345, 4%), Algeria (1.329, 4%), Costa d’Avorio (1.319, 4%), Egitto (1.062, 4%), Sudan (978, 3%), Marocco (943, 3%), Afghanistan (794, 3%), Somalia (765, 3%) a cui si aggiungono 6.063 persone (20%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. I minori stranieri non accompagnati arrivati sulle coste italiane sono 3.851.Il dato è aggiornato alla giornata di ieri. ​

Covid19: il racconto di suor Giuliana Bosini

10 Novembre 2020 - Francoforte - All’inizio di marzo è morto un mio cugino sacerdote per il Corona-virus. Ogni giorno poi chiamavo mio fratello Marco a Piacenza, anche lui malato per sapere come stava. Il 21 marzo si è fatto ricoverare perché la sua situazione respiratoria era peggiorata. A quel punto anche mia cognata era positiva. Entrambi si occupavano di mia mamma. Intanto i giorni passavano e in Germania eravamo nel blocco delle attività con le chiese chiuse. Ho detto alle mie consorelle “se va in ospedale anche mia cognata, la mia mamma a novant’anni rimane sola. Devo fare qualcosa, devo uscire da qui”. L’unico modo per arrivare da mia madre a Piacenza era prendere l’auto. Il 25 marzo dopo aver parlato con tutti, sacerdoti, superiori, comunità eccetera sono partita. Sono arrivata senza problemi alle frontiere ma a casa mi sono subito accorta che mia mamma non stava bene. Io mi sono messa in quella parte della casa con mia mamma un po’ più riservata e isolata. Abbiamo provveduto alla cura di mia cognata che aveva febbre e tanta tosse. I miei nipoti dicevano “zia, sei l’unica che può guidare la macchina per favore vai a fare la spesa”. E un giorno a far spesa, un giorno dal medico, un giorno in farmacia, le situazioni erano varie e mi prendevo cura un po’ di tutto questo. Il 31 marzo ho cominciato ad avvertire febbre e lì ho capito che potevo essere positiva anch’io e da quel giorno non solo più uscita di casa. Il 2 aprile la mia mamma venne ricoverata in geriatria a Piacenza, era positiva e cominciava ad aggravarsi. Intanto io a casa andavo avanti con Tachipirina e antibiotici, i medici ci curavano per telefono finché la situazione si è aggravata ed è venuta la dottoressa Rapacioli e un collega che mi hanno subito fatto una lastra al torace e hanno detto “Ha la polmonite, sorella, dobbiamo passare all’antivirale”. Mi hanno dato sette pastiglie rosa antivirali, grandi come confetti e mi sono detta “beh, sono sette, passerà presto” ma il terzo giorno non respiravo più, mi hanno ricoverata. In una giornata il mio polmone è peggiorato, dal 40% è sceso all’20% di attività, quindi il mio lettino è passato dalla medicina d’urgenza alla rianimazione, era il 10 aprile, Venerdì santo. Mentre mi trasportavano in rianimazione vedevo dalle vetrate la Cupola della Basilica di Santa Maria di Campania e ho detto “Maria, va avanti tu”, non sapevo in che condizioni fossi, che cosa mi stavano facendo. Il virus lavora sul polmone in modo devastante e molto velocemente. Arrivata in rianimazione la dottoressa Savi mi guardò e disse: “Lei non ha alternative che essere intubata. Si tolga gli anelli e si prepari, in tre minuti deve essere intubata”. Ed è stata una seconda consegna, la prima l’ho fatta alla Madonna e la seconda l’ho fatta a questa dottoressa che è stata molto autorevole e precisa. Ed era il pomeriggio del venerdì santo. Mi hanno messo in coma farmacologico per nove giorni, poi hanno cominciato a ridurre la somministrazione del farmaco per il risveglio. E quella mattina aprendo gli occhi vedevo sulla parete di fronte al mio letto l’immagine di una madonnina e dicevo “Maria, come andiamo a finire qua? Non ho la forza di battere ciglio”. Dopo tutti questi giorni non sapevo dove mi trovavo, vedevo solo questa madonnina e dialogavo con lei e con Gesù. Ho dato la vita a Gesù e non la voglio ritirare – “Gesù, la vita è tua e me la stai prendendo”. Mi sembrava davvero che la mia vita fosse un gradino in discesa. Poi proseguendo nella preghiera e nella riflessione guardavo la madonnina “Maria, solo tu puoi andare avanti, solo tu mi puoi salvare da queste acque, troppo grave è la mia situazione”. Mi venne in mente un’immagine che una famiglia mi mostrò tornando dalla Terrasanta, quella della piscina di Betzaeta, vedendo quella foto, allora, scoppiai a piangere. La famiglia mi regalò la foto che mi ricordava l’episodio del Vangelo dove chiede al paralitico “Vuoi guarire?”. Cominciavo a essere consapevole che la grazia della guarigione che avvenne a quell’uomo vicino alla piscina di Siloe in quel momento poteva avvenire anche per me, in quel momento ero io la paralitica. “Gesù, ascolta, chi mi può salvare, chi mi può immergere in questa acqua di guarigione?”. Ho sentito che Maria avrebbe interceduto! Così ho promesso che se fossi guarita sarei andata a Loreto a piedi per ringraziare. Immediatamente nella mia mente è risuonato questo versetto biblico: “e sulle alture mi fa camminare” (Ab 3, 16). Ho capito di avercela fatta, di aver ricevuto la grazia della guarigione. Verso le otto di sera sento la voce di un’infermiera che dice “Suor Giuliana, sono l’infermiera incaricata del risveglio, mi sente?”. La sentivo ma non capivo dov’ero. “Si ricorda che è stata intubata, che è in rianimazione, si ricorda?”. Cominciavo a ricordare. “Ha male?” mi chiedeva. Avevo male ma non potevo parlare, mi toccava le mani per chiedere un segno convenzionale e capìi che mi facevano male i lacci che tenevano le braccia legate alle spranghe del letto. Tutti i ricoverati in rianimazione venivano legati al letto per evitare che si strappassero i tubi. L’infermiera allora disse “slegatela”. Su quel lettino, ero il numero nove della rianimazione, avevo davanti al mio letto, grandissimo l’orologio, e vedevo scattare minuto per minuto senza capire se era notte o giorno perché avevamo sempre una luce artificiale, essendo un reparto sotterraneo, e cercando di capire dal saluto che davano gli infermieri se eravamo di mattina presto, di pomeriggio; avendo dormito tanto al risveglio sono stata con gli occhi sbarrati per giorni e giorni e questo mi ha aiutata a considerare tante cose, il valore del tempo, il valore delle relazioni, a considerare il valore della preghiera e la certezza che molte persone pregavano per me, molti amici laici. Era come se un po’ in giro per il mondo ci fossero delle forze che si univano per sganciare me da quella situazione di immobilità. Ne ero così certa che mi sembrava di sentire la loro presenza lì. In particolare una signora di Napoli, Rosaria che abita vicino a Pompei, non so perché, mi sembrava che la sua mano fosse veramente stretta alla mia destra. Riportata in medicina d’urgenza dove era rimasta tutta la mia roba ho fatto delle telefonate. La prima con la superiora di Piacenza che mi disse “Eravamo in ottocentosettanta su facebook alle tre e mezza ogni giorno unite nella preghiera per chiedere la tua guarigione”. C’erano le amiche di Padova, di Piacenza, le persone della Germania, le mie suore del Brasile, degli Stati Uniti e dell’India, appena incontrate a Roma per il Capitolo generale, sapevo che la preghiera di tutte loro era in quel momento una forza per me. Questa cosa è rimasta nel mio cuore. In tante situazioni non è la nostra forza che ci innalza che ci fa fare, che ci fa essere; è veramente la grazia della preghiera e io l’ho sentita tanto. Dopo quella telefonata mi arrivò la telefonata di Rosaria di Pompei – “Suor Giuliana, ma tu hai sentito la mia mano?” – “Rosaria, non mi dire così” – “Ma hai sentito la mia mano? Io ti ho voluta stringere forte per dirti che non ti lascio un istante”. Il 21 aprile mi fanno uscire dalla rianimazione e spunta la dottoressa che mi ha intubato e mi disse “Si ricordi che Lei è un ottimo risultato per noi, risultato non scontato. Preghi per noi” Mentre io uscivo dal pericolo la mia mamma moriva nell’altro ospedale. Il 25 aprile mi hanno detto che ero fuori pericolo. Il 27 io e il mio compagno di camera, Giuseppe, un vigile urbano, che anche lui ha perso la mamma mentre era in coma, siamo stati portati all’ospedale di Castel San Giovanni, dove il giorno prima era morta la mia mamma. E non ci siamo viste. Non dovevo buttare via niente di questo dolore e del dolore di tanti altri, dovevo trasformare questo dolore in una nuova forma di evangelizzazione e così pensando durante il rientro in Germania in auto, che mi è costato fatica guidare otto ore. Ho chiesto a Gesù di farmi capire quale diversità dovevo porre nel mio ritornare in guarigione, cosa si attendeva da me, quale nuovo slancio. Non lo so ma mi sembra di percepire a distanza di riqualificare la parola di Dio che salva che rigenera. Passando in mezzo a queste prove ti accorgi che tutto non è come prima, la vita la si dona, ma in un batter d’occhio può volar via e la vita vale molto. Mi sembrava di voler cancellare ogni forma di frettolosità e di porre al centro la persona perché la persona è un tesoro così alto, così straordinario, dato da Dio, fatta a sua immagine. In assoluto la persona al primo posto, questo è ciò che mi è rimasto, cercare un equilibrio fra le richieste della missione e la qualità dell’annuncio che voglio dare che sento di dover dare alla nostra gente. (Corriere d'Italia)  

Germania: le Nuove restrizioni nella vita sociale e pubblica per tutto il mese di novembre

10 Novembre 2020 - Francoforte - "Non sarà un mese facile, per nessuno di noi, e poi è novembre, un mese triste, la poca luce predispone alla malinconia". "Dovremo stare più in casa e allora armiamoci di pazienza, ascoltiamo musica, leggiamo un buon libro, meditiamo, preghiamo, guardiamo un buon film, riscopriamo i giochi di società in famiglia, manteniamo i contatti con amici e parenti, soprattutto con quelli più soli, facciamo passeggiate con un amico, un’amica, cuciniamo. Ordiniamo qualche volta da mangiare al nostro ristorante preferito per ricordar loro che li sosteniamo come possiamo. Siamo tutti chiamati ad avere responsabilità collettiva, solidarietà, fiducia e tenacia". Così scrive il mensile delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia, "Corriere d'Italia" commentando il lockdown in vigore, fino alla fine del mese in Germania”. Le misure anti coronavirus, annunciate il 28 ottobre dalla Cancelliera Merkel in concerto con i ministri presidenti dei Bundesländer e che varranno per tutto il mese di novembre, servono a evitare il diffondersi incontrollato del virus che aveva visto un andamento esponenziale dei contagiati. L'andamento dell’epidemia era già allarmante dall’inizio di ottobre e le misure restrittive entrate in vigore il 2 novembre sono "un tentativo di evitare il collasso degli ospedali", scrive il giornale.

R.I.

MCI Germania e Scandinavia: riunito il Consiglio di Delegazione

10 Novembre 2020 - Francoforte – Nei giorni scorsi il Consiglio di Delegazione delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia si è incontrato in videoconferenza per valutare il recente Convegno Nazionale (tenuto in videoconferenza dal 28 settembre al 2 ottobre 2020), preparare i Convegni di Zona di novembre, avviare gli incontri di categoria, avere un primo scambio di idee sulla recente enciclica “Fratelli tutti”, approvare i progetti di archiviazione in Delegazione e di digitalizzazione del Corriere d’Italia. Molto positiva – dice il delegato nazionale p. Tobia Bassanelli - la valutazione del Convegno nazionale sia per i contenuti  che per lo svolgimento. Il Consiglio di Delegazione ha approvato il progetto relativo gli incontri di categoria previsti nel presente anno pastorale, dai collaboratori pastorali in novembre, alle segretarie in dicembre, ai presidenti dei CP, i catechisti e le catechiste nei mesi successivi. Giorgio Feller è stato nominato revisore dei conti del Fondo di Solidarietà al posto di don Silvestro. Il prossimo incontro del Consiglio di Delegazione avrà luogo giovedì 19 novembre, pure in videoconferenza. In videoconferenza anche i Convegni di Zona programmati in un primo momento come incontri in presenza e poi svoltisi in videoconferenza. L’incontro della zona Nord si è svolto il 3 novembre ed ha avuto come tema centrale l’istruzione vaticana sulla conversione pastorale delle parrocchie, introdotto da Paola Colombo (Udep/Delegazione) che ha introdotto l’incontro della Zona Centro con una relazione sulla tematica del Convegno Nazionale. La Baviera nella mattinata di giovedì 5 novembre, ha riflettuto sull’enciclica “Fratelli tutti”, presentata da p. Gino Levorato. La Zona Sud ieri dopo una riflessione sull’istruzione vaticana della “conversione pastorale” delle parrocchie, presentata da Paola Colombo, ha tra l’altro toccato il Pellegrinaggio a Zwiefalten e le proposte della Zona.  

Media CEI: da Roma domani la preghiera del Rosario

10 Novembre 2020 - Roma - Nuovo appuntamento per “Prega con noi”. Tv2000 e InBlu Radio invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi domani alle 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da Tv2000 (canale 28 e 157 Sky), InBlu Radio, e su Facebook. La preghiera sarà trasmessa dalla chiesa di Santa Giacinta – Cittadella della Carità, in Roma, con Mons. Carlo Maria Redaelli, Arcivescovo di Gorizia e Presidente della Commissione CEI per la Salute e la Carità.  

Un prete per amico

10 Novembre 2020 - È compito dei sacerdoti, provvedendosi una necessaria competenza sui problemi della vita familiare, aiutare amorosamente la vocazione dei coniugi nella loro vita coniugale e familiare con i vari mezzi della pastorale, con la predicazione della parola di Dio, con il culto liturgico o altri aiuti spirituali, fortificarli con bontà e pazienza nelle loro difficoltà e confortarli con carità, perché si formino famiglie veramente serene. (Gaudium et Spes, n. 52 – 7 dicembre 1965)   Quasi al termine del capitolo dedicato alla famiglia, la Gaudium et Spes presenta un paragrafo interessante in cui si pone a tema il ruolo dei sacerdoti in relazione alla vocazione dei coniugi. Molti di noi avranno tante esperienze da raccontare riguardo al rapporto della propria famiglia con preti o religiosi, ma forse non tutti sono a conoscenza che il Concilio ha dato un indirizzo, un’indicazione che aiuta a capire la giusta reciprocità da crearsi fra le due colonne del popolo di Dio. Prima di tutto si dice che il compito dei sacerdoti è quello di formarsi una competenza riguardo ai problemi famigliari. Oltre a quella che, oggi, più di un tempo, si riceve in seminario, con materie di studio che sono propedeutiche alla pastorale famigliare, la formazione a cui si allude riguarda un tirocinio sul campo. Non basta che i preti facciano riferimento alla loro precedente vita di figli in famiglia, ma è necessario che fin dai primi anni di ministero frequentino con umiltà altre famiglie concrete e da esse attingano elementi preziosi per il loro servizio. Ma, poi, cerchiamo di capire in che cosa consista prioritariamente questo servizio: il testo parla di “aiutare amorosamente - espressione dal peso specifico grande -  la vocazione dei coniugi” il che significa mettere sacerdoti e famiglie sullo stesso piano senza uno squilibrio gerarchico degli uni rispetto agli altri. Attraverso tutti i mezzi della pastorale, la predicazione della Parola, la liturgia e gli altri aiuti spirituali, fortificare e confortare i coniugi perché si formino famiglie serene. Lo stesso obbiettivo è particolare, ha a che fare con la serenità della vita stessa delle famiglie prima ancora che con la loro santificazione, quasi ad indicare che quest’ultima sia un fine a cui tutti siamo chiamati in virtù del nostro battesimo, ma che i sacerdoti non siano in partenza depositari di una santità più garantita da vivere e offrire al laicato. Da queste poche righe in sostanza si può desumere uno stile, il profilarsi di un modus operandi del prete nei confronti delle famiglie che incontra nella sua esperienza di pastore. È uno stile improntato alla mitezza e alla capacità di saper mettersi al servizio senza imporre una presenza a volte troppo ingombrante. Il prete che vive in parrocchia, incontra fidanzati, neo coppie di sposi, famiglie con figli in età di catechismo o più grandi, famiglie di anziani, una grandissima varietà di situazioni in cui gli è chiesto di entrare in relazione in punta di piedi, con grande rispetto. L’immagine plastica è proprio quella di un invito a casa, in cui l’ospite sacerdote non si senta l’invitato di riguardo a cui tutto è dovuto e servito, quanto piuttosto il compagno che accetta di fare un tratto di strada insieme, offrendo – prima di tutto – la luce della Parola che illumina il cammino. Chi ha accesa questa lanterna non ha la presunzione di possedere la Verità, che è poi sempre la persona di Gesù, ma la generosa volontà di mettere sulla strada giusta il popolo che gli è stato affidato. In quest’ottica allora si può immaginare come il sacerdote possa e debba essere anche la guida nella preghiera, in particolare in quella espressa nella liturgia. Colui che accompagna l’assemblea delle famiglie di cui è composta la comunità a riscoprire ogni volta di più il fondamento e l’alimento del proprio camminare nei sacramenti e in specie nell’Eucarestia. Anche in questo caso un uomo che indica, che eleva, che mostra il Signore senza che la sua voce prevarichi, ma, anche nell’omiletica, sia sempre sincera esegesi delle Scritture, spiegazione, sprone, incoraggiamento. Sono belle quelle famiglie che hanno saputo incontrare e intrecciare la loro strada con quella di qualche sacerdote. Lì veramente si vivono i benefici della comunione ecclesiale. Sono legami in cui davvero virtuosamente ci si arricchisce a vicenda, rafforzando e integrando per osmosi le reciproche vocazioni. Dal Concilio ad oggi si sono fatti tanti passi in avanti, ma ancora molta strada resta da percorrere in questa relazione di scambio che è frutto maturo di una Chiesa adulta nella fede. (Giovanni M. Capetta - SIR)  

Migrantes Andria: accanto a chi vive nella periferia degli occhi e del cuore

9 Novembre 2020 -

Andria - In questo tempo complesso la carità non si ferma! Siamo tutti chiamati ad atti di responsabilità: il verbo “amare” ha sempre bisogno del verbo “aiutare” e l’incalzare della pandemia lo sta dimostrando. Nonostante il covid-19 stia mettendo a dura prova la rete di solidarietà, la stessa non si arresta e continua a svolgere la sua opera con la consapevolezza che, ora più che mai, c’è bisogno di non abbandonare i soggetti più fragili.

È importante che il volontariato resti al servizio della comunità, soprattutto ora. Molti sono coloro che vivono ai margini sociali, economici e culturali. Ecco che accanto ai poveri annoveriamo anche “quelli della prima volta”: chi ha perso il lavoro; chi fa fatica a comprarsi un medicinale per curare le ferite del corpo e chi invece chiede di curare le ferite dell’anima poiché smarrito in una società che va veloce e talvolta non ha tempo per soccorrere chi resta indietro.

Grazie al provvidenziale spirito di solidarietà di molte persone che prestano il loro servizio di volontariato presso la nostra Casa di Accoglienza, possiamo permetterci di tenere attivi alcuni servizi essenziali, ora più che mai: il centro d’ascolto; lo sportello di contrasto al gioco di azzardo patologico; il servizio di accoglienza migranti; l’ambulatorio medico infermieristico; la distribuzione del sacchetto viveri per i neonati; il servizio mensa; il servizio docce e il servizio indumenti. Una rete, quella di Casa Accoglienza, che non dimentica mai che il vero potere è il servizio. Bisogna custodire la gente, come afferma Papa Francesco, aver cura di ogni persona, specialmente dei bambini, degli anziani, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore.

La carità non può essere solo teoria, non si può limitare solo a cose che si danno, la Carità è realizzare è rendere visibile l’amore di Dio per tutti gli uomini attraverso la nostra vita vissuta in un cammino comunitario e un nostro inserimento pieno nella storia degli uomini e delle donne.

Non basta credere, non basta una fedeltà sterile al Vangelo, il Signore ci chiede di essere collaboratori alla sua azione creatrice e l’azione creatrice di Dio si realizza comunicando vita. Nel vangelo Gesù dice: “così risplenda la vostra luce davanti agli altri uomini perché vedano le vostre opere buone e rendono gloria al vostro Padre che è nei cieli”.

Ringraziamo i volontari che, nonostante la pandemia in corso, continuano a donare il proprio tempo e alimentano quotidianamente questa nostra rete solidale senza però dimenticare l’invito a tutelarsi per scongiurare la sospensione dei servizi. In Casa Accoglienza, negli ambienti interni, stiamo rispettando scrupolosamente tutte le indicazioni date dai responsabili del Dipartimento di Prevenzione dell’Asl, per contenere l’espansione del virus e garantire a tutti l’essenziale e i servizi alla persona. (don Geremia Acri - Direttore Ufficio Migrantes Andria)

Migrantes Caltanissetta: attività “a distanza” per non lasciare soli i migranti

9 Novembre 2020 - Caltanissetta - La pandemia da coronavirus continua a condizionare il nostro modo di vivere e anche le iniziative pastorali nei vari uffici Migrantes in Italia. Nella diocesi di Caltanissetta la direttrice Donatella d’Anna si è vista costretta a sospendere alcune delle attività. Lo sportello migranti resta aperto alle attività di ascolto, disbrigo pratiche ed orientamento legale, per non lasciare solo chi è tra gli ultimi di questa emergenza sanitaria, economica e sociale. Sospeso, invece, il doposcuola dedicato agli adulti e ai giovani in presenza. Il servizio continuerà a distanza attraverso dei tablet forniti agli studenti. La Migrantes diocesana sta, intanto, allestendo le nuove aule con banchi messi a disposizione dall’Istituto Vittorio Veneto e dalla parrocchia Santa Barbara. “Stiamo provando a non lasciare soli i migranti – ha detto D’Anna - in questo momento così difficile, ci prepariamo con amore e dedizione al momento in cui ci potremo rincontrare. Prepariamo gli spazi con cura, così come fanno i genitori quando preparano la stanzetta in attesa che nasca un bambino. E quando sarà il momento, sarà ancora più bello. Voglio ringraziare don Marco Paternò che è sempre stato vicino al nostro ufficio fin dall’inizio per aver donato sette banchi, ma soprattutto ringraziare il preside Mario Cassetti per la collaborazione con l’Istituto comprensivo Vittorio Veneto che ci ha donato diversi banchi. A volte – conclude la direttrice Migrantes - ti aspetti l’aiuto da chi poi non te ne concede e invece arriva da chi è più in difficoltà per il momento complesso che stiamo vivendo”. (R.I.)

Viminale: 30.518 persone sulle coste italiane nel 2020

9 Novembre 2020 -
Roma - Sono 30.518 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina. Degli oltre 30.500 migranti sbarcati in Italia nel 2020, 12.268 sono di nazionalità tunisina (40%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (3.628, 12%), Pakistan (1.345, 4%), Algeria (1.344, 4%), Costa d’Avorio (1.315, 4%), Egitto (1.051, 4%), Sudan (948, 3%), Marocco (871, 3%), Afghanistan (794, 3%), Somalia (738, 2%) a cui si aggiungono 6.216 persone (20%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Università Salerno: la presentazione del Rapporto Immigrazione e il ricordo di Claudio Marra

9 Novembre 2020 - Salerno - Si svolgerà giovedì 12 novembre dalle ore 10.00, in modalità on line,   la presentazione del XXIX Rapporto Immigrazione realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes  dedicata alla memoria del docente e ricercatore  Claudio Marra, prematuramente scomparso lo scorso anno. Marra da  da anni dava il suo contributo allo studio della pubblicazione contribuiva ogni anno alla sua presentazione presso l'Ateneo di Salerno. L’evento sarà coordinato e moderato da Emiliana Mangone (Università degli Studi di Salerno) e dopo i saluti istituzionali di Virgilio D’Antonio (Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione, Università degli Studi di Salerno) e di don Giovanni De Robertis (Direttore generale della Fondazione Migrantes) seguiranno gli interventi di Oliviero Forti (Responsabile Ufficio Politiche migratorie e Protezione internazionale Caritas Italiana), Manuela De Marco (Ufficio Politiche migratorie e Protezione internazionale Caritas Italiana), Simona Libera Scocozza (Università degli Studi di Salerno) e Simone Varisco (Fondazione Migrantes).  

Non aspettano più gli adulti

9 Novembre 2020 - Roma - “Non aspettiamo più di poter parlare nei convegni dei grandi ma parliamo noi. I leader impegnati nella discussione sul clima ci hanno sbattuto la porta in faccia. Dal momento che non ci ascoltano non giocheremo più al loro gioco e costruiremo la nostra conferenza”. Dalle Filippine al Costa Rica una denuncia unanime da parte dei giovani: “I leader mondiali hanno come priorità solo gli interessi economici”. Era prevista in questi giorni a Glasgow la Conferenza mondiale sull’ambiente, la Cop 26, ma la pandemia lo ha impedito ed è stata rinviata al prossimo anno. Visto che la Cop26 non potrà tenersi, ragazze e ragazzi di 118 Paesi, hanno dato vita un evento su Internet chiamato Mock Cop, la Cop simulata (www.mockcop.org). Dal 19 novembre al 1° dicembre si ritroveranno on line in una sorta di governo virtuale del pianeta affrontando temi quali la giustizia climatica, la formazione scolastica, la sanità e la salute mentale, i nuovi lavori ecosostenibili, gli obiettivi di riduzione del carbonio. Quello per la salute ha la precedenza su qualsiasi altro impegno ed è doveroso che tutti gli sforzi vengano concentrati in questa direzione. Nel contempo le altre grandi sfide all’umanità non possono essere abbandonate a sé stesse e se la priorità deve essere rigorosamente rispettata non si devono lasciare senza risposta le domande sul futuro. Molte riguardano il cambiamento climatico che, peraltro, non è estraneo al sorgere e allo svilupparsi della pandemia. Guardando alla tragedia che nel mondo si sta consumando, Mock Cop potrebbe essere inteso come una mancanza di sensibilità. come una fuga dalla responsabilità. Non è così. I giovani considerano la pandemia anche una conseguenza dello squilibrio ecologico globale e temono che l’unica preoccupazione dei leader, sconfitto il virus, sia quella di recuperare la crescita economica persa nei   mesi del contagio. Si aggiunge il timore, come peraltro è accaduto dopo il primo lockdown, che gli stili di vita personali e collettivi rimangano quelli di prima, gli stessi che hanno contribuito alla crisi ambientale con le sue drammatiche conseguenze quali le diseguaglianze che lacerano ancor più una società disorientata. C’è un pensiero che ha ispirato e guida Mock Cop, è di Greta Thunberg: “Qualcuno dovrà fare qualcosa e quel qualcuno potrei essere io”. Parole che lasciano intendere la difficoltà di una strategia, perché il coronavirus ribadisce che non si possono fare grandi programmi, ma c’è la volontà di ascoltare persone credibili, con loro confrontarsi sul futuro e quindi agire. Tra queste persone c’è Francesco, con la Laudato si’. (Paolo Bustaffa – SIR) ​  

Siate pronti!

9 Novembre 2020 - Città del Vaticano - C’è una domanda di fondo sottesa alla pagina del Vangelo di ieri, la parabola delle dieci vergini: che cosa significa vegliare; come vivere nell’attesa della venuta del Signore. Una pagina che è preceduta da un’altra parabola, quella del servo che attende il ritorno del padrone, senza sapere in quale giorno questo accadrà. Ma sa attendere, anche ai suoi doveri, e per questo è definito fidato e prudente. Quest’ultima parola si lega bene alla vicenda delle donne che, prudentemente, hanno messo da parte l’olio per alimentare le loro lampade, nel momento dell’arrivo dello sposo. Fermiamoci su queste immagini suggerite dal primo Vangelo: l’olio, le dieci vergini, il banchetto nuziale. Sappiamo che delle dieci donne solo cinque – definite proprio prudenti – parteciperanno alla festa di nozze, le altre, andate a cercare l’olio per le loro lampade, troveranno la porta chiusa. “Signore aprici”, diranno al loro arrivo ricevendo in risposta: “in verità io vi dico: non vi conosco”. Sappiamo ancora che, nell’attesa, si addormentarono anche loro, pronte però a destarsi e a prepararsi per esultare all’arrivo dello sposo: “vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”, leggiamo in Matteo. La parabola è un invito a essere pronti perché non ci è dato sapere quando il Signore verrà, e per questo nella nostra lampada non dovrà mancare l’olio; dobbiamo essere prudenti come le cinque ragazze che sono state ammesse al banchetto, le cui lampade emettevano luce all’arrivo dello sposo. “Con questa parabola – ha spiegato il Papa, parlando alle persone presenti per la preghiera mariana dell’Angelus – Gesù ci vuole dire che dobbiamo essere preparati all’incontro con Lui. Non solo all’incontro finale, ma anche ai piccoli e grandi incontri, all’impegno di ogni giorno in vista di quell’incontro, per il quale non basta la lampada della fede, occorre anche l’olio della carità e delle opere buone”. Essere saggi e prudenti, ha affermato Francesco, significa “non aspettare l’ultimo momento per corrispondere alla grazia di Dio, ma farlo attivamente da subito”. Capita, lo sappiamo, afferma il Papa, di “dimenticare la meta della nostra vita, cioè l’appuntamento definitivo con Dio, smarrendo così il senso dell’attesa e assolutizzando il presente”. La prudenza alla quale Gesù ci invita è quella di chi conosce il proprio limite, sa le proprie debolezze – anche le cinque che sono entrate nella sala, si sono addormentate come le altre – ma nello stesso tempo è anche capace porvi rimedio: avevano “l’olio in piccoli vasi” affinché non restassero senza. Non dobbiamo guardare solo il presente, assolutizzandolo, perché così si “perde il senso dell’attesa”, ricorda il vescovo di Roma. Perdere il senso dell’attesa “preclude ogni prospettiva sull’aldilà: si fa tutto come se non si dovesse mai partire per l’altra vita. E allora ci si preoccupa soltanto di possedere, di emergere, di sistemarsi”. Vegliare, dunque, non significa non dormire, ma essere pronti, perché non sappiamo quando arriverà il nostro momento; ma occorre anche essere umili: non avere la presunzione di ignorare le nostre debolezze. Come disse il cardinale Giacomo Biffi, presi dalla voglia di festeggiare a volte ci dimentichiamo del festeggiato; diamo più importanza alle lampade che allo sposo; e quando arriva, l’olio non basta per continuare a far luce. “Se ci lasciamo guidare da ciò che ci appare più attraente, da quello che mi piace, dalla ricerca dei nostri interessi, la nostra vita diventa sterile”, afferma Papa Francesco; così “non accumuliamo alcuna riserva di olio per la nostra lampada, ed essa si spegnerà prima dell’incontro con il Signore. Dobbiamo vivere l’oggi, ma l’oggi che va verso il domani, verso quell’incontro, l’oggi carico di speranza”. Un incontro che va preparato prima; non si può essere superficiali, pensando che a tutto si può trovare rimedio, anche all’ultimo minuto. Dobbiamo, invece, essere pronti, ricorda il Papa: “se siamo vigilanti e facciamo il bene corrispondendo alla grazia di Dio, possiamo attendere con serenità l’arrivo dello sposo. Il Signore potrà venire anche mentre dormiamo: questo non ci preoccuperà, perché abbiamo la riserva di olio accumulata con le opere buone di ogni giorno”. (Fabio Zavattaro)  

Ricordati l’olio!

7 Novembre 2020 - Oggi Gesù ci racconta la parabola delle dieci vergini che, invitate ad una festa di nozze, vanno incontro allo sposo. E ad un certo punto dice: “Cinque di esse erano stolte e cinque sagge: le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi”. Gesù racconta le parabole per parlare di altro. È un segno la parabola. E un segno è l'olio. L'olio è qualcosa di interiore. Sull'altare della nostra chiesa, per esempio, ci sono delle lampade ad olio: prima della Messa qualcuno si preoccupa di accenderle e lo può fare perché dentro c'è l'olio. Cari amici, siamo chiamati ad essere portatori di luce in questo nostro tempo di oggi così difficile. Che siamo in un passaggio epocale è sotto gli occhi di tutti. Stiamo vivendo una fase di passaggio. Ed è importante non tralasciare un elemento fondamentale: mettere ordine. A ciascuno di noi è richiesto uno sforzo per cogliere questo momento di passaggio come una grande opportunità di cambiamento, e c'è davvero bisogno di mettere ordine! E lo potremo fare se avremo in noi qualcosa che nella parabola viene chiamato “olio”, ma che in realtà si chiama “fede, speranza, carità, prudenza, giustizia, fortezza, temperanza”. Sì, amici, ho ripensato a queste forze interiori, a queste virtù: alcune ci collegano con il Signore, altre ci consentono di saperci gestire in ogni situazione, con noi stessi, con il Signore, con gli altri, con tutto quello che ci circonda.  Fede, Speranza, Carità ci avvicinano a Dio. Giustizia, che ti permette di essere capace di dare agli altri ciò che è dovuto, per vivere una fraternità degna di questo nome. Prudenza, che ti permette di governare te stesso: come chi deve guidare un carro con molti cavalli, e fare in modo che nessuno vada troppo a destra o troppo a sinistra, né troppo lento, né troppo di corsa, così anche noi dobbiamo fare in modo che le forze, le tendenze che ci spingono procedano con equilibrio. Fortezza, che ti permette di dominare te stesso in ogni momento, anche nei momenti più difficili. Temperanza, che ti permette di godere di ogni bene, usandoli per lo scopo per cui ti sono dati. Si sente un'obiezione in questi tempi: abbiamo tutti il cuore un po' appesantito e qualcuno forse si chiede: “Ma questo Dio dove sta?”. Ci sono momenti in cui a noi piace la natura, e ci sono momenti in cui noi non abbiamo saputo adattarci alla natura, abbiamo messo in evidenza i nostri abusi e diciamo: la natura è contro di noi. Non è la natura contro di noi, siamo noi che non abbiamo capito, che non siamo capaci di contemplare. Bisognerebbe essere capaci veramente, bisognerebbe indagare per trovare i momenti forti per scoprire la bontà di Dio, per scoprire la sua presenza, per scoprire il suo bisogno di avere collaborazione da parte nostra. Le ragazze con le lampade accese sono un invito: partecipa anche tu alla festa!... e ricordati l'olio!

don Pasquale Avena

Mci Annecy

   

Dialogo Interreligioso: messaggio por il Deepavali

6 Novembre 2020 - Roma - “In mezzo alle difficoltà della pandemia da Covid-19, questa festa significativa possa spazzare via le nubi della paura, dell’ansia e di ogni timore e colmare menti e cuori con la luce dell’amicizia, della generosità e della solidarietà”. È l’augurio del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, contenuto nel messaggio inviato per la festività di Deepavali, che molti induisti festeggiano il 14 novembre. “Quest’anno, sulla scia della pandemia da Covid-19, vogliamo condividere con voi alcuni pensieri sulla necessità d’incoraggiare uno spirito positivo e speranza per il futuro anche di fronte a ostacoli apparentemente insormontabili, sfide socio-economiche, politiche e spirituali, e ansia, incertezza e paura diffuse”, si legge nel messaggio, in cui si citano le “tragiche situazioni causate dall’attuale pandemia e dalle sue gravi conseguenze sulla vita quotidiana, l’economia, l’assistenza sanitaria, l’educazione e le pratiche religiose”. Eppure, “le esperienze di sofferenza e un senso di responsabilità reciproca hanno unito le nostre comunità nella solidarietà e nella preoccupazione, in atti di gentilezza e compassione verso i sofferenti e i bisognosi”. Come sostiene il Papa, “la solidarietà oggi è la strada da percorrere verso un mondo post-pandemia, verso la guarigione dalle nostre malattie interpersonali e sociali” è “una strada per uscire migliorati dalla crisi”: di qui la necessità di promuovere “il contagio della speranza” con “gesti di cura, affetto, gentilezza e compassione, che sono più contagiosi dello stesso coronavirus”.

Migrantes Cerignola: il Laboratorio delle Migrazioni per conoscere e per comprendere

6 Novembre 2020 - Cerignola - Si è svolta nei giorni scorsi la cerimonia di inaugurazione del Laboratorio delle Migrazioni nei locali del Seminario vescovile di Cerignola, organizzata dall'Ufficio diocesano per la pastorale dei Migranti-Migrantes e dall'associazione «San Giuseppe» Onlus. Si è trattato di un momento di riflessione aperto dalla visione del docufilm Sfollati, a cura della Fondazione Migrantes, a cui sono susseguite le testimonianze di alcuni protagonisti del messaggio del Papa: dai terremotati di Lazio e Marche agli sfollati di Congo e Kurdistan iracheno. Simone Varisco, ricercatore della Fondazione Migrantes, in collegamento da Roma, ha presentato il suo libro “Il giorno di chi è in cammino”, le cui pagine tracciano la storia della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato in Italia. È, quindi, intervenuto il vescovo Luigi Renna, il quale, soffermandosi sul messaggio del Papa, ha fatto riferimento al Laboratorio come traduzione dei verbi «Accogliere, proteggere, promuovere, integrare». Per il vescovo, si tratta di un'iniziativa «importante perché è un progetto che ci aiuta a uscire dalla dicotomia pensiero-azione e teoria-prassi, riconducendoci a quella verità secondo cui ogni agire è lungimirante se prima è preparato dal pensiero e dallo studio». Ed è proprio questo uno degli obiettivi del Laboratorio: partire dalla ricerca per operare sul territorio, unire l'impegno prioritario dell'Ufficio Migrantes nella cura e nell'attenzione a persone e comunità in una prospettiva di promozione umana e dialogo culturale con la progettualità e lo sguardo europeo, come ha confermato don Claudio Barboni, direttore dell'Ufficio Migrantes e dell'associazione «San Giuseppe», Gli interventi di Angela Maria Loporchio, project manager dell'associazione «San Giuseppe», e di Marcello Colopi, responsabile dello Sportello immigrazione «Fumarulo», hanno anticipato la visita dei presenti alla sede del Laboratorio.

CEI: precisazione su DPCM del 3 novembre

6 Novembre 2020 - Roma - “Come già nei precedenti Dpcm, viene chiarito che le celebrazioni con la partecipazione del popolo si svolgono nel rispetto del protocollo sottoscritto dal Governo e dalla Conferenza Episcopale Italiana, integrato con le successive indicazioni del Comitato tecnico-scientifico (articolo 1 comma 9 lettera q). Nessun cambiamento, dunque. Nelle zone rosse, per partecipare a una celebrazione o recarsi in un luogo di culto, deve essere compilata l’autocertificazione”. Lo precisa Vincenzo Corrado, Direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI, rispondendo ad alcune richieste di chiarimento legate al Dpcm del 3 novembre 2020: “Circa le celebrazioni, il testo precisa nuovamente che ‘l’accesso ai luoghi di culto avviene con misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro (art. 1 comma 9 lettera p)”. Circa la catechesi e lo svolgimento delle attività pastorali, prosegue Corrado, “alla luce delle indicazioni del Dpcm, la Segreteria Generale della CEI consiglia una consapevole prudenza; raccomanda l’applicazione dei protocolli indicati dalle autorità e una particolare attenzione a non disperdere la cura verso la persona e le relazioni, con il coinvolgimento delle famiglie, anche attraverso l’uso del digitale”. Già l’Ufficio catechistico nazionale con il documento “Ripartiamo insieme” aveva suggerito alcune piste operative: “In particolare, per le zone rosse, la Segreteria Generale invita a evitare momenti in presenza favorendo, con creatività, modalità d’incontro già sperimentate nei mesi precedenti e ponendo la dovuta attenzione alle varie fasce di età”.  

Il ruolo della scuola nell’accoglienza: una esperienza a Torino

5 Novembre 2020 - Torino - Da quando abbiamo iniziato ad accogliere nella casa parrocchiale della comunità Gesù Buon Pastore in Torino giovani migranti che ci sono stati inviati dall’Ufficio pastorale Migranti (Migrantes) della diocesi, abbiamo sempre pensato al nostro impegno come accoglienza, ma anche come accompagnamento. Il nostro gruppo, formato da volontari delle tre parrocchie che partecipano al progetto, San Benedetto, Santa Rosa e Gesù Buon Pastore, si è sempre posto come obiettivo l’accompagnamento a fianco dell’accoglienza; in pratica la scelta è stata quella di affiancare questi ragazzi in un tratto del loro cammino e di non limitarsi ad ospitare. Tra alti e bassi, con le ovvie difficoltà che sono via via emerse e che abbiamo superato di volta in volta, il progetto ha dato alcuni frutti importanti: i ragazzi ospitati, poco alla volta, nel rispetto dei loro tempi e delle loro esigenze, sono diventati autonomi e hanno preso nuove strade, lasciando il posto nella casa ad altri amici. Un ruolo importante l’ha giocato in questo percorso la scuola; ben quattro dei sei giovani migranti ospitati hanno conseguito successi scolastici importanti: uno ha potuto completare gli studi e conseguire la Laurea Triennale in Ingegneria; un altro si è diplomato al corso di enogastronomia serale presso l’Istituto Professionale Beccari; altri due hanno conseguito la licenza media dopo aver frequentato i corsi del Cpia. Per quanto riguarda la formazione di base (licenza media) e la scuola media superiore, i volontari si sono fatti carico di seguire il cammino scolastico dei ragazzi e di aiutarli nello studio e nella preparazione delle verifiche e delle interrogazioni. Crediamo che investire sulla scuola sia importante nella nostra società, in quanto il possedere un titolo di studio aiuta nella ricerca del lavoro ed è indispensabile per un eventuale proseguimento degli studi; inoltre è fondamentale aiutare questi giovani nell’apprendimento della lingua italiana e nel raggiungimento delle competenze e delle abilità di base. “I care”, il messaggio che incontrano quanti salgono alla scuola di Barbiana fondata da don Milani, riassume l’importanza di aiutare questi giovani a raggiungere il successo formativo, in vista di un futuro migliore; in quest’ottica è importante “prendersi cura” per provare a non lasciare che il divario sociale di partenza resti un divario per tutta la vita, ma possa essere abbattuto o almeno ridotto in prospettiva futura. (Daniela Favale) ​  

Vangelo Migrante: XXXII domenica del Tempo Ordinario (Vangelo Mt 25,1-13)

5 Novembre 2020 - È il Vangelo della parabola delle dieci vergini che attendono il corteo dello sposo. Di esse cinque sono dette stolte e cinque sagge. Le sagge, a differenza delle altre, si procurarono l’olio di riserva per alimentare le lampadeNella lunga attesa dello sposo, tutte si addormentano. Quando arriva lo sposo, le vergini stolte si accorgono di non avere più olio per alimentare le loro lampade. La loro disperata ricerca risulta vana. Quando giungono presso la sala del banchetto, la porta è ormai chiusa. Lo sposo non apre e, pertanto, restano irrimediabilmente escluse dal banchetto. Lo sposo rappresenta Cristo, il banchetto di nozze la salvezza eterna, le vergini sagge, coloro che sanno prepararsi all’incontro con Cristo; le vergini stolte, coloro che non si preparano all’incontro con Cristo e per questo risultano esclusi dal suo regno. Il perno attorno cui ruota la parabola è il sonno delle vergini e il grido nel mezzo della notte: “ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Il tempo dell’attesa indica l’intero arco dell’esistenza, il tempo della vita che rischia di apparire come un lungo sonno dove tutte le differenze vengono annullate. Ma come al risveglio le differenze tra le persone, impercettibili nel sonno, si percepiscono bene, così a quella Voce, ovverosia al momento dell’incontro con Cristo, appare la differenza tra ciò che serve e ciò che è inutile, tra il giusto e l’ingiusto, tra il buono e il cattivo, tra il saggio e lo stolto. È inevitabile che non accumuli olio chi pensa che la vita sia soltanto un limitato numero di giorni dove confezionare qualche gradevole passatempo per rendere meno amara l’attesa dell’ultimo giorno. Al contrario, il saggio ha fatto un patto con lo sposo e di conseguenza attende dal tempo, che certo verrà, la ricompensa per il presente. Accumula olio chi ha l’attesa nel cuore. Non deve stupire il rifiuto delle vergini sagge di dare un pò del loro olio alle stolte: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi”. L’olio rappresenta insieme le opere buone e il cuore saggio, costruito anche attraverso le opere stesse. Anche se lo volesse, nessuno può dare il proprio cuore ad un altro. La testimonianza delle persone buone è esempio che aiuta a fare altrettanto, ma non si sostituisce certo alla libertà e alla responsabilità di ciascuno. Noi non siamo la forza della nostra volontà, non siamo la nostra resistenza al sonno; noi abbiamo tanta forza quanta ne ha quella Voce che, anche se tarda, di certo verrà. Solo quella Voce ridesta la vita da tutti gli sconfortici consola dicendo che lo sposo non è stanco di noi e che la festa avrà luogo. A noi basterà avere un cuore vigile, saggio, pronto e ravvivarlo, come fosse una lampada, per uscire incontro a chi ci porta il suo abbraccio e ci invita alla festa. (P. Gaetano Saracino)      

Rifugiati: il racconto in podcast

5 Novembre 2020 -

Roma - Per mettersi in ascolto delle storie dei rifugiati e di ciò che hanno da raccontare nascono “I podcast” del Centro Astalli. “Ogni momento è buono per regalarsi una storia, un’idea, un nuovo progetto. Sarà facile e a portata di tutti ascoltare le testimonianze di uomini e donne in fuga da guerre e persecuzioni”, spiega una nota. Accompagnati dalla voce di autori, artisti, scrittori, poeti, cantastorie e narratori “scopriremo che raccontare le migrazioni è un modo per condividere bellezza”. Nei panni dei rifugiati è il podcast dedicato alle storie dei rifugiati: il modo più efficace per parlare di loro è dare spazio ai loro pensieri, ai loro sogni, ai loro progetti. E poi Ti racconto una storia è il podcast in cui “accogliamo la voce di chi racconta le migrazioni, la società plurale, la ricchezza del vivere insieme, di chi vuole condividere esperienze, ricordi, storie attraverso registri e stili narrativi diversi. Dalla poesia alla letteratura, dal teatro al giornalismo, ogni parola si fa passo, ogni racconto sentiero da esplorare”. E ancora Le parole dell'accoglienza è il podcast che contiene commenti e riflessioni, proposte e contenuti sul tema dei rifugiati, delle migrazioni e del dialogo interreligioso che nascono al Centro Astalli dal confronto quotidiano e dall’ascolto delle persone.

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