Primo Piano

Papa Francesco: “Dio ci ama nelle nostre fragilità, apriamogli il cuore”

4 Gennaio 2021 - Città del Vaticano - “Il fatto che Gesù sia fin dal principio la Parola significa che dall’inizio Dio vuole comunicare con noi, vuole parlarci”. Lo ha detto Papa Francesco, prima della preghiera dell’Angelus, ieri, dalla biblioteca del Palazzo apostolico, citando il prologo del Vangelo di Giovanni, in cui si legge che “Colui che abbiamo contemplato nel suo Natale, come bambino, Gesù, esisteva prima: prima dell’inizio delle cose, prima dell’universo, prima di tutto. Egli è prima dello spazio e del tempo”. Soffermandosi poi sul fatto che “la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, il Pontefice ha osservato che san Giovanni usa l’espressione “carne” perché “essa indica la nostra condizione umana in tutta la sua debolezza, in tutta la sua fragilità”. “Ci dice che Dio si è fatto fragilità per toccare da vicino le nostre fragilità. Dunque, dal momento che il Signore si è fatto carne, niente della nostra vita gli è estraneo. Non c’è nulla che Egli disdegni, tutto possiamo condividere con Lui, tutto”. “Dio si è fatto carne per dirci – ha detto Papa Francesco -  per dirti che ti ama proprio lì, che ci ama proprio lì, nelle nostre fragilità, nelle tue fragilità; proprio lì, dove noi ci vergogniamo di più, dove tu ti vergogni di più”. Nelle sue parole la consapevolezza che “è audace questo, è audace la decisione di Dio”: “Si fece carne proprio lì dove noi tante volte ci vergogniamo; entra nella nostra vergogna, per farsi fratello nostro, per condividere la strada della vita. Si è unito per sempre alla nostra umanità, potremmo dire che l’ha ‘sposata’”. “Condividiamo con Lui gioie e dolori, desideri e paure, speranze e tristezze, persone e situazioni. Facciamolo, con fiducia: apriamogli il cuore, raccontiamogli tutto. Fermiamoci – ha concluso -  in silenzio davanti al presepe a gustare la tenerezza di Dio fattosi vicino, fattosi carne. E senza timore invitiamolo da noi, a casa nostra, nella nostra famiglia. E anche – ognuno lo sa bene – invitiamolo nelle nostre fragilità. Invitiamolo, che Lui veda le nostre piaghe. Verrà e la vita cambierà”.  

Vangelo Migrante: II domenica dopo Natale

2 Gennaio 2021 - Da umani siamo tentati a capire più i concetti che i fatti. Crediamo che una volta capite le cose tutto funzioni; è noto, tuttavia, che affinché le cose abbiamo effetto è necessario viverle. In questa domenica ritroviamo lo stesso testo del vangelo proclamato il giorno di Natale: “in principio era il Verbo …; e il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Con l’aiuto dell’evangelista Giovanni la storia ci viene presentata dall’alto per poterne cogliere il segreto da un punto di vista più profondo. Ma ci viene comunicata anche l’esperienza dell’incarnazione di Dio e delle conseguenze sulla vita: “a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Ecco la destinazione del mistero del Natale: essere Figli e vivere da Figli di Dio; la salvezza portata da Gesù passa di là. Dinanzi a Gesù che muore in croce il centurione dirà: “davvero costui era Figlio di Dio”. Non è facile comprendere questo eccesso di presenza, abituati come siamo a sentire Dio lontano, eppure questa divina compagnia è il nostro tesoro, la nostra speranza e tesse la nostra testimonianza: essa è la sola cosa che gli altri vedono. Figli di Dio, noi ed ogni uomo che viene al mondo.

p. Gaetano Saracino

       

Vangelo Migrante: 1 gennaio Festa di Maria SS. Madre di Dio

31 Dicembre 2020 - Il desiderio di vedere il volto di Dio, abita nel più profondo del cuore dell’uomo e lo forma. In questo primo giorno dell’anno la liturgia non manca di rinsaldare questa speranza attraverso la benedizione sacerdotale di cui alla prima lettura: “Il Signore faccia splendere per te il Suo volto e ti conceda pace”. Questo volto a lungo cercato, e non raramente smarrito, soprattutto in questo tempo, lo contempliamo come i pastori, in quel bambino ‘nato da donna’ e adagiato in una mangiatoia. Oggi, quella nascita viene celebrata solennemente nella Maternità di Maria. Prima ancora di essere madre attraverso un parto, Maria è Madre attraverso l’accoglienza che genera quella vita donata da Dio al mondo. È questo il senso profondo della Solennità odierna: come per Maria, anche per noi accogliere non vuol dire essere ‘terminali’ di un’azione, ma generatori di quella vita, donata da Dio e accolta in noi. In Gesù Maria genera la Salvezza. È quello il dono più grande per riprendere il cammino di una umanità che cerca ‘pace’. In questo giorno si celebra anche la 54° Giornata Mondiale della Pace. Dopo l’enciclica Fratelli tutti, papa Francesco ci ha donato un messaggio specifico: ‘La cultura della cura come percorso di pace’. In esso incoraggia tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura per colmare tante disuguaglianze. E, perentorio, afferma che ciò ‘sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale’. Le donne: portatrici di vita, fin dal suo sorgere; in esse, per costituzione, accogliere è generare!

p. Gaetano Saracino

Migrantes Palermo: il 6 gennaio Festa dei Popoli con mons. Lorefice

31 Dicembre 2020 -

Palermo - Saranno 14 le lingue che verranno usate per la celebrazione dell’Epifania che l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, presiederà in Cattedrale. Il 2020 è stato un anno molto difficile per la pandemia dovuta al covid-19, ma nonostante tutto abbiamo celebrato il Santo Natale ed ora, all’inizio del nuovo anno celebriamo l’Epifania, sottolinea l'Ufficio Migrante di Palermo: "nessuna difficoltà impedisce a Dio di farsi vicino a ciascuno di noi e di attirare a sé ogni persona". Dai dati ufficiali gli stranieri residenti a Palermo, al 31 dicembre 2019 erano 25.075 pari al 3,8% della popolazione residente. Circa un terzo sono cristiani: Cattolici, ortodossi e di diverse denominazioni evangeliche e protestanti. Ancora oggi migliaia di esseri umani sono costretti a fuggire dalla loro patria, dai Paesi asiatici, africani e dell’America latina a causa di piccole e grandi guerre, a causa delle discriminazioni economiche e degli effetti devastanti del clima. Nel 2019 è stato registrato un numero record di 79,5 milioni di rifugiati, pari all'1% della popolazione mondiale, 10 milioni in più rispetto all'anno precedente. Tutti come Gesù Cristo, costretti a fuggire per vivere una vita migliore, sottolinea Migrantes Palermo: "interessarci dei migranti è interessarci di noi stessi perché viviamo tutti sulla medesima terra e siamo parte della medesima “famiglia umana”. La presenza dei migranti e dei rifugiati è "un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità senza contrapporre i migranti agli italiani. Non è in gioco solo la causa dei migranti; non è solo di loro che si tratta, ma di tutti noi, del presente e del futuro della famiglia umana. Anche attraverso i migranti il Signore ci invita a riscoprire e riappropriarci della nostra vita cristiana ed a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione, alla costruzione di un mondo sempre più rispondente al progetto di Dio. E’ quanto avviene nel cammino delle comunità cristiane: ghanesi, filippini, nigeriani, tamil, cingalesi, mauriziani, polacchi, etc. che in questo contesto sociale difficilissimo sono testimoni dei valori evangelici". Il 6 gennaio 2020 dalle ore 10,00 nella Cattedrale di Palermo, tutti i popoli sono invitati a manifestare la volontà di voler vivere in armonia nel medesimo territorio, accogliendo la Pace portata da Gesù. Alle ore 11,00 la celebrazione presieduta da mons. Corrado Lorefice, che "ancora una volta presenterà Gesù come il Dio-con-noi, come Colui che è sorgente di pace".

Card. Bassetti: il 2021 potrebbe essere l’anno della solidarietà

31 Dicembre 2020 - Milano- «So bene cosa significa essere ricoverato in terapia intensiva e poi affrontare la convalescenza. E proprio per questo il mio primo pensiero va alle tante persone che hanno sofferto direttamente o indirettamente per la pandemia: a quanti sono morti, a quanti si sono ammalati e a tutte le loro famiglie». Così il cardinale Gualtiero Basetti, presidente della Cei, in una lettera aperta di augurio per il 2021 scritta per il settimanale Famiglia Cristiana in edicola oggi. «Quando, ogni sera, leggo le statistiche sui contagi penso che quelle cifre sono in realtà dei volti di uomini e donne, con dei nomi e con storie uniche e irripetibili. Sono rimasto molto colpito dai racconti dei sacerdoti che hanno riferito di non aver potuto dire una parola di conforto ai malati e, in alcuni casi, nemmeno dare loro l’estremo saluto. Ma penso anche a quei cappellani ospedalieri che invece sono riusciti nella loro missione: portare una parola di salvezza a tutti quei malati soli, che non potevano ricevere visite», scrive. Per Bassetti il 2021 potrebbe essere l’anno della solidarietà. «Abbiamo dato prova ancora una volta della capacità di trovare unità nei grandi dolori e nelle grandi imprese. Per un cristiano questa unità si chiama solidarietà e oggi questa solidarietà significa fraternità: papa Francesco ce lo ha spiegato ampiamente nell’enciclica Fratelli tutti. Le fatiche di questa stagione si potranno superare solo insieme. In questo, la comunità cristiana può essere maestra di quell’amore che va al di là dei semplici rapporti di collaborazione».

La Presidenza CEI stanzia 500mila euro per la popolazione

31 Dicembre 2020 -
Roma - La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha deciso lo stanziamento di 500mila euro dai fondi otto per mille, che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, come prima forma di aiuto alle vittime del terremoto che sta colpendo la Croazia.
Dopo le scosse del 29 dicembre, la terra ha continuato a tremare nelle prime ore di ieri, provocando ulteriori danni alle infrastrutture e alle abitazioni rese già fragili dalla sequenza di terremoti degli ultimi mesi. Il bilancio finora è di almeno sette morti e decine di feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni. “C’è molta preoccupazione – sottolinea Caritas Italiana – per i danni che questo terremoto potrebbe avere sulla popolazione, dal momento che si tratta di una zona densamente popolata: la città di Zagabria e le sue aree periferiche contano 1 milione di abitanti. La Croazia si trovava già in una problematica situazione a causa della pandemia, che aveva costretto il Paese a un lockdown a partire da fine novembre, con oltre 4.000 nuovi contagi e 90 vittime al giorno su una popolazione di circa 4 milioni di abitanti”.
Le informazioni di queste ore sono ancora frammentarie e confuse, anche perché nell’area sono saltati i collegamenti telefonici ed elettrici. Al momento risultano devastate ampie zone di Petrinje e della vicina città di Sisak, molti danni sono segnalati a Zagabria nelle case e in strutture pubbliche: ospedali, asili, case di riposo, ministeri. Vari edifici religiosi risultano gravemente danneggiati, in particolare nell’arcidiocesi di Zagabria e nella diocesi di Sisak.
La Chiesa che è in Italia esprime cordoglio e vicinanza alla popolazione croata e assicura la propria preghiera per le vittime, i loro familiari e i feriti: il Signore possa lenire le sofferenze di questo momento.
Lo stanziamento della Presidenza CEI è destinato, attraverso Caritas Italiana, a far fronte ai beni di prima necessità: cibo, farmaci, assistenza medica, kit igienico-sanitari, alloggi temporanei. Intanto, Caritas Italiana continua a seguire con apprensione l’evolversi della situazione e ha intensificato i contatti con Caritas Croazia.

Migrantes Brescia: sostegno al circo dei Fratelli Grioni anche con spettacolo online

30 Dicembre 2020 -

Brescia -  Un’ora di circo online. La proposta arriva da Calcinato e precisamente dal Circo Grioni che in questi mesi sta cercando il modo di reggere all’urto della pandemia. Quest’anno, per evidenti motivi, non è possibile assistere agli spettacoli dal vivo, ma sul divano di casa si potranno trascorrere 60 minuti tra divertimento e stupore per la bravura degli artisti. Non mancheranno le più belle attrazioni: giocolieri, lanciatori di coltelli, maghi illusionisti e la sfilata degli animali della fattoria…

Giorni, anzi anni, di allenamento per esprimere questa forma d’arte viaggiante che è stata codificata alla fine del Settecento. In questo caso parliamo di un’impresa familiare che coinvolge 18 professionisti (attualmente sono 13 perché in cinque hanno raggiunto le loro famiglie) e poggia sulle spalle del direttore artistico Marco Grioni, 39 anni.  Figlio di Roberto, un docente di biologia e agente per il settore circense, Marco è sposato con quattro bambini. Il Circo fratelli Grioni ha tra i suoi protagonisti proprio i più piccoli del nucleo familiare: Matteo, 11 anni, clown e acrobata; Luca, 13, recordman nazionale di equilibrista su rullo oscillante (a gennaio lo vedremo anche a Italia’s got talent); Ylenia, 8 anni, più giovane equilibrista sul globo (la palla gigante) e, infine, Giada, quattro anni, truccata da clown. Matteo e Luca si sono formati all’Accademia del circo della famiglia Togni. L’idea dello streaming permetterà, si spera, di coprire almeno le spese per il riscaldamento. Difficile resistere quando lo Stato si dimentica di te. “Non è arrivato un centesimo – confida Marco –. Tranne qualche privato e la Caritas che ogni mercoledì ci consegna le derrate alimentari, non abbiamo ricevuto nulla. I costi da sostenere sono molteplici, 30 volte superiori a quelli, per intendersi, di un cinema. Poi abbiamo gli animali (cammelli, lama, pony, caprette…) da mantenere”. Gli animali diventano spesso anche fattoria didattica a cielo aperto lungo la provincia. Si ritrovano per la prima volta senza pubblico. Nella provincia bresciana, riferisce il settimanale della diocesi "La Voce del Popolo",  era in programma un fitto tour che, partendo da Calcinato, doveva toccare le città di Montichiari e Botticino prima di concludere a Concesio. Dal 26 ottobre il tendone giallo e rosso di via XX Settembre è montato (il divieto è arrivato all’ultimo minuto la sera del 25). Se fiocca, come è successo nei giorni scorsi, serve anche il riscaldamento per evitare il crollo sotto il peso della neve. L'ufficio Migrantes diocesano li sta aiutando - dice il direttore don Roberto Ferranti - a far conoscere i tre spettacoli in streaming che andranno in onda oggi,  30 dicembre 1 e 3 gennaio alle 16.30. Per prenotare il biglietto, si può contattare il numero 351539476 o consultare la pagina Facebook CIRCO GRIONI. Il costo è di 10 euro a dispositivo . Si può pagare con PayPal o con l’Iban, mentre per gli abitanti di Calcinato è aperta la biglietteria. Nella causale bisogna indicare la data prescelta e l’email: viene generato il contatto e un’ora prima della diretta viene spedito il link. Non ci sono, quindi, applicazioni da scaricare. Anche l’Ufficio Migrantes  ha rilanciato sui propri canali social l’iniziativa. Ci sono posti di lavoro da salvaguardare, una cultura da tramandare e attrazioni da ammirare, dice don Ferranti.

Fides: 20 i missionari uccisi nel mondo

30 Dicembre 2020 - Roma -  Sono venti i missionari uccisi nel mondo nel 2020: 8 sacerdoti, 1 religioso, 3 religiose, 2 seminaristi, 6 laici. Il dato è fornito oggi dall’agenzia vaticana Fides che evidenza come l’America registra il più alto numero con 5 sacerdoti e 3 laici uccisi. Segue l’Africa con 8 (1 sacerdote, 3 religiose, 1 seminarista, 2 laici). In Asia sono stati uccisi 1 sacerdote, 1 seminarista e 1 laico. In Europa 1 sacerdote e 1 religioso. Negli ultimi 20 anni, dal 2000 al 2020, sono stati uccisi nel mondo 535 operatori pastorali, di cui 5 Vescovi. Anche nel 2020 molti operatori pastorali sono stati uccisi durante tentativi di rapina o di furto, compiuti anche con ferocia, oppure sono stati oggetto di sequestro, o ancora si sono trovati coinvolti in sparatorie o atti di violenza nei contesti in cui operavano, contraddistinti da povertà economica e culturale, degrado morale e ambientale, dove la violenza e la sopraffazione sono regole di comportamento, nella totale mancanza di rispetto per la vita e per ogni diritto umano, scrive la Fides sottolineando che “nssuno di loro ha compiuto imprese o azioni eclatanti, ma ha semplicemente condiviso la stessa vita quotidiana della maggior parte della popolazione, portando la sua testimonianza evangelica come segno di speranza cristiana”.

Rosario per l’Italia: oggi recita del Rosario con mons. Ricchiuti

30 Dicembre 2020 - Roma - “Prega con noi”. Tv2000 e InBlu Radio invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi, oggi alle 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da Tv2000 (canale 28 e 157 Sky), InBlu Radio e su Facebook in occasione della Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2021). La preghiera sarà trasmessa dal Santuario di Maria Santissima del Buoncammino ad Altamura in Puglia. A presiedere la recita del Rosario nel luogo di culto dedicato alla Madonna del Buoncammino e affidato dal 2000 ai missionari monfortani, sarà l’arcivescovo di Altamura- Gravina-Acquaviva delle Fonti Giovanni Ricchiuti. La recita del Rosario è in collaborazione con “Pax Christi” di cui proprio monsignor Ricchiuti è presidente nazionale. Il culto per la Madonna del Buon Cammino in questo angolo di Puglia risale alla prima metà del 1700.  

Mci Mosca: visita del Nunzio Apostolico alla Comunità italiana

29 Dicembre 2020 - Mosca - Domenica scorsa, 27 dicembre, mons. Giovanni D’Aniello, Nunzio Apostolico della Santa Sede nella Federazione Russa è giunto nella Chiesa di San Luigi dei Francesi a Mosca per una visita alla Comunità cattolica italiana riunita nella Cappellania per la celebrazione liturgica della Santa Messa. Il Nunzio Apostolico, origine di Aversa, in provincia di Caserta, è stato nominato Ambasciatore della Santa Sede nella Federazione Russa da Papa Francesco il primo giugno di quest’anno. A causa dell’emergenza sanitaria e la pandemia per il COVID-19, è arrivato a Mosca nel mese di ottobre. Mons. Giovanni D’Aniello è stato accolto dai fedeli e dal Cappellano don Giampiero Caruso che all’inizio della celebrazione liturgica ha rivolto il suo saluto di benvenuto e di ringraziamento al Vescovo per aver accettato l’invito rivoltogli per visitare la Comunità italiana nel tempo di Natale e presiedere la celebrazione della Santa Messa. “Io non mi chiamo Nunzio. Io mi chiamo Giovanni”. Con queste semplici parole il presule  ha iniziato la sua Omelia, manifestando così la sua vicinanza ai connazionali italiani presenti in chiesa evidenziando da subito di sé la figura di Pastore, desideroso di stare in mezzo al Popolo Santo dei fedeli piuttosto che indossare quella veste istituzionale di Rappresentante diplomatico della Santa Sede in Russia. Più volte ha sottolineato l’importanza dell’umiltà del servizio e ha richiamato il messaggio pastorale caro al Santo Padre Francesco, quello cioè di essere una Chiesa missionaria aperta, pronta ad uscire fuori per l’evangelizzazione e che intende promuovere l’incontro e le relazioni interpersonali. Mons. Giovanni D’Aniello ha ribadito la sua piena disponibilità e della Nunziatura Apostolica ad accogliere tutti i connazionali che desiderano non solo visitarla come sede istituzionale ma soprattutto di considerarla una casa aperta come una famiglia. L’istituzione che Egli presiede da poco più di sei mesi è pronta a venire incontro alle eventuali necessità e bisogni della comunità cattolica italiana di Mosca. Al termine della celebrazione liturgica, prima della benedizione finale, Don Giampiero Caruso ha comunicato quasi a sorpresa che la Cappellania italiana, unitamente all’intera comunità italiana di Mosca, hanno pensato di offrirgli un dono speciale per ringraziarlo della sua presenza e quale segno concreto di amicizia a memoria di questo giorno di incontro e di prima visita. Si tratta di una miniatura di icona bizantina, riproduzione dell’icona “Aristocratica” della Madre di Dio con Gesù Bambino del XIII secolo, conservata nel Monte Athos in Grecia. L’icona ricevuta in dono è stata molto gradita ed apprezzata da mons. D'Aniello  che l’ha mostrata ai presenti dal Presbiterio, sollevandola in alto contenuta nel cofanetto per farla osservare meglio a tutti i presenti alla celebrazione liturgica domenicale. Dopo la Santa Messa, il Nunzio Apostolico non è andato via subito ma si è fermato in chiesa e in Sacrestia per una decina di minuti per salutare ed incontrare diversi connazionali scambiando con loro brevi ed informali colloqui per approfondire la conoscenza reciproca. Non sono neppure mancati brevi ma gioiosi momenti di incontro e di ascolto di gruppi di famiglie presenti in chiesa con figli minori.  

Oim e Centro Astalli: profughi nei boschi della Bosnia

29 Dicembre 2020 - Roma - Ci sono tremila persone nei boschi della Bosnia-Erzegovina, vagano all’aperto e esposti al freddo sotto zero. Sono migranti provenienti dalla cosiddetta 'rotta orientale' (su cui il quotidiano  Avvenire ha svolto numerosi reportage) e in attesa di trovare un varco per passare la frontiera con la Croazia e proseguire verso l’Europa occidentale. Si tratta di una «catastrofe umanitaria» secondo Peter van der Auverart, capo missione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Bosnia. Un migliaio di profughi sono sfollati dal campo di Lipa, presso Bihac, devastato da un incendio appiccato nei giorni scorsi dagli stessi migranti dopo la notizia della chiusura della tendopoli per ristrutturazione. Anche il Centro Astalli dei gesuiti si unisce all’allarme «per le condizioni di estremo pericolo, indigenza e sofferenza» in cui versano «migliaia di persone in fuga da contesti di guerra e crisi umanitarie come Iraq, Siria e Turchia. È una situazione di violazione dei diritti umani. L’Europa deve farsi carico di attivare ora piani di ricollocamento in tutti gli Stati membri per portare in salvo migranti forzati che hanno diritto ad essere accolti e protetti. Non è possibile abbandonare degli esseri umani nella neve».

Medici malati e morti: le storie di quelli stranieri

29 Dicembre 2020 -

Milano - In prima linea ci sono anche loro. Dimenticati, trascurati, discriminati persino. E a volte contagiati, proprio come gli altri. «Sono un medico. Sono albanese, di Scutari. Mi sono laureata in medicina all’università italiana di Tirana, gemellata con Tor Vergata di Roma. Ma quando, dopo essere arrivata in Italia, sono andata ad iscrivermi all’Ordine dei medici, mi hanno detto che non potevo farlo perché non avevo il permesso di lavoro. Ho risposto: 'Certo che non ho un permesso di lavoro, senza l’iscrizione da voi, non posso esercitare'. Sono ricorsa al ministero della Salute. Ci sono voluti un po’ di tempo e un bel po’ di documenti, ma alla fine ho ottenuto parere favorevole alla mia iscrizione». Artes Memelli ha 28 anni, da agosto 2017 lavora da libera professionista nel mondo dell’emergenza veneta (oggi messo in ginocchio dalla seconda ondata di epidemia): Pronto soccorso e 118. «Amo il mio lavoro, mi sono preparata per farlo. Con il Covid l’impegno è moltiplicato, ma non mi sono mai tirata indietro. Però ho paura. Non solo d’essere contagiata. Ho paura perché sono sola e, se mi ammalo, come faccio con le spese? Non ho ferie, non ho malattia».

Ai medici stranieri che arrivano in Italia non basta il riconoscimento dell’equipollenza del titolo; per lavorare nella sanità pubblica serve la cittadinanza italiana. Così si arriva al paradosso che, da una parte, nella sanità pubblica il personale è sottodimensionato, mentre, dall’altra, la legge blocca nelle strutture private 22mila medici e 38mila infermieri, perché privi della cittadinanza italiana. Per fronteggiare la pandemia, il Decreto Cura Italia di marzo 2020, all’articolo 13 ha previsto la possibilità per i medici stranieri di lavorare nel pubblico, ma solo per questo tempo eccezionale. «Il rischio è che diventi una guerra fra poveri – spiega Foad Aodi, fondatore e presidente dell’Associazione medici di origine straniera (Amsi) –. Chi lavora nelle strutture private ha un trattamento economico inferiore. Poi ci sono i liberi professionisti a partita Iva, che quindi non godono dei benefici di un contratto. Sono colleghi qualificati, ma per la legge italiana sono di serie B».

«Il Covid è stato per noi un’occasione di riscatto. I medici stranieri sono stati e sono in prima linea nei pronto soccorso, molti si sono impegnati nella Protezione Civile o nella Croce Rossa»: la dottoressa Eugenia Voukadinova, 54 anni, di origini bulgare, è in Italia da 25 anni. Specializzata in dermatologia e venereologia, lavora per un’azienda francese convenzionata con il Servizio sanitario italiano, come medico di medicina fisica e riabilitazione. «Quando arrivai qui, mi riconobbero solo i primi esami. Praticamente ho dovuto prendere un’altra laurea in medicina, e studiare in un’altra lingua non è facile. Lavoravo di giorno e di notte stavo sui libri, in più crescevo mia figlia». Anche se da sei anni è cittadina italiana, ad Eugenia lavorare nel pubblico non interessa più, ma combatte «perché i muri cadano». E lei di muri se ne intende, visto che nel 1989, armata di piccone, fu una dei tanti giovani che a Sofia contribuirono a sfondare quel muro che dal 1961 imprigionava l’est Europa. «Quell’anno l’università si fermò. Tutti noi abbattemmo il nostro pezzo di muro. Qui faccio lo stesso, mi impegno ad abbattere tanti piccoli pezzi di muro perché i nuovi colleghi non abbiano più a patire discriminazioni». (Romina Gobbo – Avvenire)

Migrantes Caltanissetta: un video per essere vicini agli emigranti. Iniziativa di solidarietà per i migranti che vivono nel territorio

28 Dicembre 2020 - Caltanissetta - “Auguriamo un buon Natale ed un felice anno nuovo a tutti i migranti della diocesi di Caltanissetta che a causa della pandemia non sono potuti tornare nel loro paese di origine”. E’ l’augurio che ha voluto rivolgere ai migranti sparsi nel mondo la Migrantes diocesana  con un video . IL video si apre con un messaggio di speranza e di augurio  del vescovo, mons. Mario Russotto e con gli auguri e le immagini dai diversi paesi della diocesi.

L’Ufficio Migrantes di Caltanissetta non ha dimenticato, in questo Natale particolare, gli immigrati che vivono nel territorio diocesano, lontani dalla loro terra. A loro i volontari hanno portato doni natalizi nelle case di accoglienza Santa Barbara e San Giuseppe.

R.Iaria

Se la sofferenza degli innocenti non ci tocca forse siamo stati contagiati dal virus cinismo

28 Dicembre 2020 - La “festa” dei Santi Innocenti ci richiama alla tragedia della follia umana. L’odio di Erode per il Bambino Gesù, deflagrerà su degli infanti ritenuti “un pericolo ed un ostacolo” al suo delirio di onnipotenza. È la perversione del cuore umano, che non di rado, si scarica sugli indifesi e i più deboli. Ancora oggi i bambini sono oggetto di questa malvagità: abusi, sparizioni, violenza cieca fino all’infanticidio dell’aborto che, secondo le statistiche dell’OMS, ogni anno nel mondo intero elimina 56 milioni di bambini nel grembo materno. E quando non è la violenza, è la guerra a colpire la parte più indifesa dell’umanità. Impossibile dimenticare il piccolo Aylan, il bambino siriano morto annegato e spiaggiato sulla costa di Bodrum in Turchia. Quell’immagine resta l’espressione dell’indifferenza dell’Europa e del mondo verso la tragedia vissuta da un popolo abbandonato. Ma lo choc provocato da quella drammatica foto non basta, bisogna agire. “La terza guerra mondiale a pezzi”, come dice il Papa, ha ridotto in macerie la città di Aleppo, in Siria, i villaggi cristiani della Nigeria, le piccole città del Kivù nella zona dei Grandi Laghi in Africa. Situazioni di crisi, nuove e antiche, che portano “a morire di fame milioni di bambini, già ridotti a scheletri umani – a motivo della povertà e della fame –, regna un silenzio internazionale inaccettabile” (Fratelli Tutti n. 29). E non è proprio l’indifferenza la malattia dell’anima del mondo contemporaneo? Bene lo ricordava la senatrice Liliana Segre, da vittima della Shoah, denunciava infatti che l’indifferenza è peggio della violenza, perché dall’indifferenza non puoi difenderti”. Ecco perché la memoria del passato resta l’antidoto più potente e il mezzo più efficace per aiutare le nuove generazioni a crescere con un più profondo senso della giustizia e della solidarietà fraterna. Nell’enciclica di papa Francesco “Fratelli tutti” troviamo la chiave per l’odierna festività. Essa infatti ci mostra il sogno di Dio verso un’umanità rinnovata dall’unica forza capace di far cambiare direzione ad un mondo in rotta di collisione: l’amore fraterno. Solo così la strage degli Innocenti potrà trasformarsi nel trionfo degli Innocenti. Un sogno che giorno dopo giorno sta diventando realtà tra i giovani della mia Parrocchia, San Nicola di Bari di Roccella Jonica, diocesi di Locri-Gerace. Per due mesi (ottobre e novembre) abbiamo letto e meditato insieme la stupenda Enciclica di Papa Francesco e questo ha suscitato in loro il desiderio di realizzare il grande presepe parrocchiale proprio ispirandosi all’Enciclica. Dopo aver individuato nella Porziuncola di Assisi (terra di ispirazione per il Papa e sede della firma della lettera) il luogo ideale nel quale inserire la Natività, i ragazzi, allargando lo sguardo, hanno deciso di mettere sullo sfondo una gigantografia della città di Aleppo distrutta dai bombardamenti. Un modo per ricordare che là dove l’uomo non lascia entrare Dio, la pace viene distrugge e i conflitti deflagrano senza pietà con delle immani distruzioni che uccidono popolazioni inermi e bambini indifesi. “Il presepe che abbiamo realizzato – diceva uno dei giovani – ci ha permesso di aprire gli occhi sulla piaga delle guerre dimenticate”. Prima di diventare parroco, sono stato per anni Africa e come sacerdote missionario ho vissuto la guerra del Ruanda, quella dell’ex Zaire e quella del Congo Brazzaville. Ricordo gli orrori visti nel nostro ospedale di Kabinda (Repubblica Democratica del Congo), crocevia di fuga per il popolo degli Hutu massacrato dai Tutsi. Immagini e situazioni che restano scolpite nella mia memoria e mio cuore. Ricordo il flusso ininterrotto di migliaia di profughi. Ogni giorno si accampavano nei pressi del nosocomio gestito dalla Comunità delle Beatitudini, del quale ero direttore, per trovare rifugio e riparo dai militari che li inseguivano per eliminarli. Ricordo il “venerdì santo” del 1997.  Era l’alba, e mentre passavo nel campo per portare qualche di biscotto e un po’ di latte caldo, sentii in lontananza il pianto di un bambino. Avvicinandomi, con l’orecchio teso, e muovendomi a fatica su un “tappeto di persone” distese a terra, mi trovai dinanzi a una scena raccapricciante. Una donna, una madre, giunta nella notte, stremata dalla fatica di un viaggio di 10 giorni durante i quali aveva percorso più di 150 Km a piedi, provata dagli stenti e ferita a morte da un colpo d’arma da fuoco, mi porgeva il suo piccolo. Mi piegai su quella donna, di cui non sapremo mai il nome, e mi resi subito conto che era deceduta da poco, ma la sua piccola cercava ancora il suo seno. Presi quella bambina, aveva appena 7-8 mesi. Dopo non poche peripezie e grazie all’aiuto dall’ambasciatore del Congo Brazzaville, riuscii a portarla in salvo. Anuarite, questo il suo nome, venne adottata da una coppia di amici calabresi che non avevano figli e poco tempo fa, ho saputo, si è laureata in Scienze Infermieristiche. Che gioia! Oggi sono un parroco nella città di Roccella Jonica, in Calabria, ma anche adesso ho a che fare, quasi quotidianamente, con un flusso ininterrotto di profughi che sbarcano sulle nostre coste provenienti dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente. Nella stragrande maggioranza sono ragazzi minorenni, spesso non accompagnati, che arrivano con la speranza di una vita bella. Questo dice che oggi, come 50, 100 o 500 anni fa, si parte o si scappa dalla propria terra o per cercare un futuro migliore, o per sopravvivere a guerre, persecuzioni o carestie. Eccoli, sono i “santi innocenti” del nostro tempo, ragazzi, giovani madri figli appena nati o di pochi mesi, che fuggono dalla fame e dal dolore, e portano negli occhi gli orrori della guerra che flagella il loro Paese (Afganistan, Iraq, Siria, Iran). Quando quattro anni fa Papa Francesco chiese a tutte le Parrocchie di accogliere dei migranti, non immaginavamo quali sarebbero stati i frutti per la nostra piccola realtà parrocchiale. I tre ragazzi nigeriani da noi ospitati hanno fatto uno straordinario cammino di integrazione culturale e sociale che si è concluso in maniera stupenda. Samuel è oggi un calciatore affermato in una squadra francese; Joshua lavora in una cooperativa locale e Salomon si è sposato lo scorso anno con una ragazza della nostra comunità e io stesso ho celebrato il matrimonio. Vedere lui e la sua sposa, la notte di Natale, sereno e felicemente integrato nella nostra comunità è stato bello e ha provocato in noi una gioia immensa. Ecco perché Papa Francesco ci mette in guardia dai nazionalismi che spesso si traducono in xenofobia e razzismo. Ecco perché ci invita a vedere in questi bambini e in questi ragazzi Gesù stesso che sbarca sulle nostre coste. Ecco perché ci ricorda che questi uomini non vanno trattati come lo “scarto” dell’umanità. Se il dolore dei piccoli, la sofferenza degli innocenti, il dolore di una madre che non può offrire un futuro migliore a un figlio non ci tocca, allora dobbiamo cominciare a preoccuparci perché forse siamo stati contagiati. Stavolta però non dal Covid-19, ma dal peggior virus che potrebbe colpire il cuore umano: il cinismo. Quando sento nelle news di neonati abbandonati nei cassonetti della spazzatura, o rifiutati in una corsia di ospedale da una madre che non lo vuole riconoscere, o  massacrati dalla follia di genitori senz’anima solo perché non sopportano il loro pianto, non posso non fare il confronto con la festa della vita che si celebra in Africa quando nasce un bambino. Ricordo ancora con stupore i canti e le danze di un gruppo di uomini e donne che, sotto un diluvio torrenziale, celebravano con una gioia indescrivibile la nascita di un bimbo avvenuta in condizioni precarissime, dentro un’ambulanza ferma in mezzo ad una strada fangosa a causa della pioggia. Questa è la festa degli Innocenti: l’accoglienza della vita sempre e comunque, la difesa dei più indifesi, bambini, contro ogni orrore e discriminazione Per questo, insieme a Papa Francesco, vogliamo credere e sperare che da questa crisi attuale emergerà una nuova umanità capace di riconoscere ad ogni essere umano il diritto di vivere con dignità. La “civiltà dell’Amore” non è un’utopia. Essa infatti ha le sue radici nel cuore del Dio Bambino. Lui sa cosa significa essere perseguitati, odiati, esclusi, scartati e non voluti. Ma in quella notte, ha brillato una Luce che ha avvolto il mondo, ricordando per sempre che tutti gli uomini, partendo dai più fragili e indesiderati, sono amati dal Signore. Dobbiamo ripartire da Betlemme quindi, per fermare la strage degli Innocenti. Solo così potrà risplendere il candore della luce che nasce dal cuore dei bimbi, la sola luce che può ancora guarire le ferite del cuore umano. (Francesco Carlino – Sir)

Naufragio al largo della Tunisia: strage di donne, 4 erano incinte

26 Dicembre 2020 - Milano - Erano quasi tutte donne (un solo uomo) le 20 persone ritrovate morte al largo della costa della Tunisia a seguito del naufragio dell'imbarcazione a bordo della quale stavano tentando la traversata del Mediterraneo verso l'Italia. E quattro delle 19 donne erano incinte. Lo riferisce Mourad Torki, portavoce del tribunale della regione di Sfax, nel centro della Tunisia. Il naufragio è avvenuto giovedì. Le ricerche proseguono nel tentativo di trovare altre 13 persone che risultano disperse. Sempre secondo i dati forniti dal portavoce, quattro altri migranti sono stati salvati: uno resta sotto osservazione medica e un altro è fuggito dall'ospedale. L'imbarcazione, sovraccarica e in cattive condizioni - riferisce Avvenire - trasportava 37 persone di cui tre originarie della Tunisia e le altre dell'Africa sub-sahariana, ha riferito ancora il portavoce del tribunale regionale di Sfax. Le imbarcazioni della Guardia costiera tunisina e i sub della Marina, impegnati nelle ricerche, non hanno ritrovato ieri altri corpi né sopravvissuti. Nella zona ci sono forti venti e onde alte. I venti corpi sono stati recuperati da agenti della Guardia costiera e da pescatori locali, che li hanno portati a riva e trasferiti in sacchi bianchi in un vicino ospedale, dove sono state effettuate le autopsie. Le autorità tunisine fanno sapere che recentemente hanno intercettato diverse imbarcazioni cariche di migranti, e rilevano anche che il numero dei tentativi di partenza illegale è in crescita, in particolare tra la regione di Sfax e l'isola di Lampedusa. Le barche di migranti spesso partono dalle coste della Tunisia e dalla vicina Libia, con a bordo persone provenienti dal resto dell'Africa. Di recente a queste si è aggiunto anche un numero crescente di tunisini in fuga dalle difficoltà economiche che il Paese sta attraversando.

Vangelo Migrante: festa della Sacra Famiglia (Lc 2, 22-40)

26 Dicembre 2020 - La fatica di Abramo e Sara a divenire una famiglia felice ci apre lo sguardo su ciò che Simeone e Anna hanno potuto vedere in quei giovani Galilei, Maria e Giuseppe, che portavano al tempio il loro primogenito: una famiglia che era partita senza sapere dove andava a finire, eppure una famiglia fedele nel compiere ogni passo, secondo la legge di Mosè. Quando si cerca di vivere santamente insieme, non viene chiesto l’impossibile ma solo di creare le condizioni necessarie perché il Signore compia l’impossibile. La condizione perché ciò si possa realizzare è credere che un percorso nuovo sia sempre all’orizzonte; è sperare che ciò che tarda ad arrivare secondo i nostri criteri, un giorno potrà compiersi; è non scandalizzarsi per il mistero di contraddizione che sperimentiamo nella vita come nel mistero. La festa della Santa Famiglia ci annuncia come ogni famiglia sia chiamata attraverso l’amore fiducioso in Dio, a generare ‘figli di Dio’, capaci un giorno di chiamare Dio, a loro volta: Abbà, Padre!

p. Gaetano Saracino

La mia parrocchia: famiglia di famiglie senza frontiere

26 Dicembre 2020 - Messina - Per questo tempo liturgico, Tempo di Natale, viene proposta una riflessione che ci inviti a guardare con occhi diversi e più vigili alla famiglia migrante, nucleo di uomini e donne costretti costantemente ad armonizzare il proprio mondo con quello del Paese che li ospita e li accoglie. Si tratta di una realtà in continua costruzione che, inevitabilmente, aiuta anche la nostra a non restare uguale a se stessa. Otto spunti da leggere, rileggere e meditare, per una narrazione altra, a tratti scomoda, che ci invita a guardare all’altro in maniera complessa e, per ciò stesso, mai banale. Il peso della responsabilità verso la famiglia di origine. Le persone che decidono di emigrare sono sempre portatrici di un progetto famigliare. Sentono su di sé la responsabilità di rispondere ai bisogni che hanno determinato la decisione di partire e alle attese che la loro partenza ha generato. Si sentono responsabili di un investimento affettivo e anche economico che la famiglia ha fatto su di loro, spesso indebitandosi fortemente. Attualmente, l’impossibilità di ottenere un visto sul passaporto e quindi di poter prendere un normale volo aereo, obbliga ad affrontare viaggi rischiosissimi, di cui spesso al paese di partenza non si è abbastanza consapevoli. Le prove che le persone migranti oggi devono affrontare operano una selezione già alla partenza: partono le persone meglio attrezzate per affrontarle e queste persone sentono sulle proprie spalle tutto il peso della responsabilità di cui sono caricate. Il migrante è un uomo di confine, in tensione fra due mondi.  La frontiera oltrepassata segna profondamente la sua vita: rimane come una ferita di demarcazione fra il “suo” mondo, ormai non più suo, ed il nuovo mondo, il mondo dell’“altro”, che non potrà mai essere veramente suo. Le persone migranti non partono perdenti: investono anzi molta energia nel proprio progetto di riuscita. Esse hanno da affrontare il difficile passaggio dello sradicamento.   Nonostante le pesanti penalizzazioni (dovute spesso alla nostra paura di far posto a un commensale non invitato) di solito realizzano un loro progetto.  A volte anzi accumulano conoscenze ed esperienze umane che portano ad un notevole allargamento degli orizzonti e delle capacità critiche. Nessuno parte per sempre, solitamente si pensa che nel giro di qualche anno si tornerà per migliorare la situazione a casa. E invece per nove persone su dieci il progetto deve cambiare e si deve adattare a una situazione economica e sociale molto diversa da quella sperata. Di qui la necessità di pensare a crearsi una famiglia qui o farsi raggiungere da coniuge e figli che sono rimasti al paese. Le dinamiche della famiglia immigrata sono particolari e aggiungono complessità alla comune vita delle famiglie. È normalmente all’interno delle mura domestiche che l’immigrato coltiva la sua identità di origine, ed è qui che misura la “distanza culturale” che lo separa dal mondo circostante. La famiglia è soprattutto il luogo della trasmissione dei saperi sociali, che vengono attinti molto spesso dalla religione e si basano sul rispetto dei genitori (e degli adulti in genere) e sul senso della comunità. Al paese questa funzione era supportata dall’intero contesto sociale.  Dentro casa il padre faceva rispettare certe regole, fuori casa i figli erano sorvegliati dal gruppo adulto e presi in carico dalla comunità. In emigrazione i genitori sono soli a portare il peso della tradizione e il ruolo della trasmissione della cultura viene spesso compresso fra le mura domestiche.  I modelli esterni incombono come una minaccia per la missione di cui i genitori si sentono investiti.  Come minimo essi tendono ad imporre ai figli la conoscenza e l’uso della lingua domestica, mentre questi la vivono con fastidio.  Il loro più grande smarrimento è costatare che i figli aspirano a essere come i loro coetanei del mondo di fuori.  Nello sforzo di “salvare i figli”, spesso è il richiamo religioso a diventare il simbolo della resistenza “Nell’incontro fra culture, infatti, la religione è l’ultimo baluardo ad arrendersi” (R. Bastide).  È così che molti immigrati, con l’arrivo dei figli, ricuperano un profondo attaccamento alla pratica religiosa prima trascurata. Paradossalmente il problema fondamentale per la famiglia immigrata è la “comunicazione”.  Il suo isolamento, conseguente ai processi di emarginazione, oltre che abitativo è psicologico. Quel che è valorizzato e desiderabile per i genitori è svalorizzato e disprezzato dai figli e viceversa.  Ciò implica non solo conflitto con i genitori, ma anche rottura con il loro sistema di valori. I traguardi divergono.  La scelta dei genitori è innescata su una educazione che li aveva resi adulti partecipi di una società locale, mentre i figli puntano all’affermazione psicologica di sé. I genitori, infatti, anche se emigrando hanno scelto la realizzazione personale, fanno sempre riferimento alla società dove sono stati educati come membri di un gruppo. Inoltre, questa contrapposizione viene aggravata dalla negatività dell’immagine dei genitori rimandata dal contesto locale. E i genitori reagiscono a questo deprezzamento cercando ancor più di tener fermi alcuni punti, per loro fondamentali, della propria cultura. Seduti tra due sedie. I giovani immigrati, soprattutto nella fase scolastica, vivono in due ambiti principali di socializzazione, che sono la scuola e la famiglia.  Sono di conseguenza contesi fra due appartenenze: quella dei genitori (e del gruppo etnico) e quella della scuola (e della società locale): Essi vivono perciò una tensione identitaria che li costringe a dibattersi in una ambivalenza difficilmente risolvibile, per la difficoltà di coniugare le due appartenenze senza disporre di uno spazio “neutro” o di contesti di sostegno per una elaborazione emotivamente più serena. La ricerca di identità corrisponde al bisogno di punti di riferimento stabili per sentirsi sicuri e provare benessere.  Infatti, il cercare di aumentare la propria stima di sé e la stima che si riceve dagli altri è una delle motivazioni fondamentali della vita psicologica e sociale di ciascuno. Sebbene ogni giovane straniero abbia un nome, un ruolo sociale, una precisa origine etnica o una famiglia attraverso cui possiamo identificarlo, viene visto solo come “immigrato”, cioè tramite un filtro stigmatizzante che evoca marginalità ed estraneità.  Mentre vorrebbe sentirsi qui come a casa sua, noi lo etichettiamo a vita come “straniero”: diverso e inferiore. Il vedere in lui anzitutto un immigrato, è un modo per sancirne l’esclusione.  Una tale identità egli non se la sente: la subisce come un ruolo che gli viene imposto.  Insomma, omologando gli stranieri fra loro, li segreghiamo. E noi? A volte sappiamo così poco di loro, che proviamo inquietudine nei loro confronti: una realtà confusa e poco conosciuta mette naturalmente apprensione.  Ma di solito simili pregiudizi cadono quando si instaurano dei rapporti individuali. Occorre dunque anzitutto far emergere dal fondale inquietante indistinto volti che diventino delle persone precise, da cui levare tutte le etichette ingombranti.  E poi scommettere su tutte quelle loro potenzialità che il pregiudizio ci impediva di vedere. Non si tratta di crogiolarsi in ingenui ottimismi o in paternalismi condiscendenti e deresponsabilizzanti.  La vita che i giovani immigrati hanno davanti è dura: non hanno perciò bisogno di alibi o di sentirsi solo ripetere quello che non possono fare, quel che non possono avere, quel che non possono essere.  Hanno bisogno che qualcuno gli dia l’opportunità di fare e di avere qualcosa, di essere finalmente qualcuno.   … alcune domande per lasciarci interpellare
  • La mia parrocchia conosce e trova il modo di avvicinare le persone straniere di fede cristiana che sono sul suo territorio?
  • Le famiglie straniere trovano momenti di vicinanza e accoglienza nella comunità parrocchiale, almeno per i momenti più importanti della nascita di un figlio o del dolore di una perdita?
  • Quando organizziamo eventi della comunità parrocchiale, pensiamo a invitare esplicitamente anche le persone e le famiglie straniere?
  • Le comunità di stranieri possono trovare spazi di incontro nei locali della mia parrocchia?

(Germano Gartatto, coordinatore del progetto educativo "Il viaggio della vita" promosso a Lampedusa dalla Fondazione Migrantes)

  La scheda completa per il Tempo di Natale,  con consigli per la riflessione e la preghiera, curato dall'Ufficio Migrantes di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela è pubblicata sul numero di Gennaio del mensile "MigrantiPress".  

“I suoi non lo hanno accolto”: il Vangelo di Natale

24 Dicembre 2020 - Anche in questo 2020, così travagliato, siamo arrivati al “traguardo” del Natale. Forse la situazione straordinariamente difficile che stiamo vivendo, che si prolunga più di quanto avremmo mai potuto immaginare, e il desiderio che proviamo di tornare alla “normalità, possono renderci più consapevoli del senso profondo di questa festa. Essa rappresenta il compimento di un’attesa durata millenni di uscire da tenebre più profonde e radicate di quelle che sembrano avvolgere il mondo in seguito alla pandemia da Covid-19: “la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta”. Il Prologo di Giovanni, che leggeremo nella Messa del giorno di Natale, è un testo straordinario, che comprende così tanto del nucleo della nostra Fede, che nell’antico rito tridentino veniva letto ogni giorno (salvo eccezioni) al termine della celebrazione, in stretto collegamento con la Benedizione finale. I contenuti più strettamente “teologici” sono di sicuro importantissimi, ma è altrettanto importante osservare anche che in queste frasi così profonde ed “alte” compaiono parole (o, potremmo dire, “verbi”) che ci parlano della nostra vita di ogni giorno: accogliere, riconoscere, abitare, carne, sangue. La parola carne rappresenta la nostra umanità con le sue contraddizioni. Apparentemente contraddittorio può sembrare anche il grande mistero dell’amore di Dio, per cui il Verbo si fa carne perché gli uomini, non più generati da volere di carne, siano nuovamente generati come figli di Dio. Per chi si occupa delle persone in difficoltà e in cammino hanno poi un valore speciale i verbi riconoscere, accogliere/non accogliere, venire ad abitare. Anche il Verbo ha compiuto un viaggio lungo e difficile, se così si può dire. Non si tratta solo della fuga verso l’Egitto, simbolo della Fondazione Migrantes, ma soprattutto del viaggio del Figlio di Dio verso l’immenso Egitto costituito dal nostro mondo. Venire ad abitare in mezzo a noi significa anche venire ad abitare dentro di noi, per trasformare i cuori di pietra in cuori di carne e i cuori di carne in cuori che si conformano a quello di Dio, così che nessuno sia più “non riconosciuto” e “non accolto”. (d. Mirko Dalla Torre)

Vangelo Migrante

24 Dicembre 2020 - A Betlemme, l’ingresso della Basilica della Natività è una porta piccola e bassa. Per attraversarla serve curvarsi, e parecchio. È lì da secoli e inchinarsi è l’unico gesto da fare per entrare. Quella porta è parte integrante del mistero contenuto all’interno della Basilica. Non è ‘nonostante’ quella porta ma ‘attraverso’ quella che porta si arriva al luogo in cui Dio ha raggiunto gli uomini in terra. In questi giorni si sente dire in giro: ‘nonostante tutto quello che sta capitando, buon Natale!’ Ci si permetta. No! Il mistero del Natale è in quello che ci sta capitando oggi, è in quello che nella storia accade. A partire dalle situazioni meno abbienti: Dio continua a nascere proprio in quelle situazioni ritenute scomode, impopolari, evitate o addolcite quando proprio non possono essere evitate. Natale è proprio là. Non serve girarci intorno ma è necessario solo chinarsi e accogliere quel mistero … in questa vita, e non in un’altra. La presentazione delle tante beneficenze che ci vengono proposte, mirano più a toccare le emozioni che non quella presenza: se ci viene chiesto di andare verso un povero, un escluso, un esule, una persona nel bisogno non è per stare meglio noi ma perché Dio è nato là. Dio è in quel luogo umano e geografico. I Vangeli delle messe vespertina, della notte, dell’aurora e del giorno ci accompagnano in un particolare aspetto di questo mistero, come una progressiva rivelazione da parte di Dio e di comprensione da parte dell’Uomo: il Verbo che si cala nella storia dell’umanità (vigilia); Gesù accolto nell’intimità della sua famiglia umana (notte); la visione e l’adorazione dei pastori (aurora); “il Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi”. Dio arriva così. L’accoglienza fa la differenza. Se per noi Natale non è questo, meglio cambiare basilica. Buon Natale a tutti.

p. Gaetano Saracino

Migrantes Bergamo: un video “Qui dove il Natale accade”

24 Dicembre 2020 - Bergam - “Qui dove il Natale accade”. E' il titolo che l’Ufficio Migrantes di Bergamo, guidato da don Sergio Gamberoni, ha preparato, insieme alle comunità Cattoliche straniere che vivono in diocesi, per fare gli auguri di Natale. Nel video tante tradizioni dei vari Paesi di provenienza dei migranti per  un Natale “plurale” e "per Tutti"!