Primo Piano

Chiesa, grande famiglia

27 Aprile 2021 - A coloro che non hanno una famiglia naturale bisogna aprire ancor più le porte della grande famiglia che è la Chiesa, la quale si concretizza a sua volta nella famiglia diocesana e parrocchiale, nelle comunità ecclesiali di base o nei movimenti apostolici. Nessuno è privo della famiglia in questo mondo: la Chiesa è casa e famiglia per tutti, specialmente per quanti sono «affaticati e oppressi» (cfr. Mt 11,28). (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n.85, 22 novembre 1981) Quasi al termine del suo corposo documento, nel penultimo paragrafo di Familiaris Consortio, Giovanni Paolo II denota una sensibilità tutta particolare nel volersi rivolgere a quelli che chiama “i senza famiglia”. Il suo sguardo, come sempre, spazia sull’umanità intera e comprende tutti coloro che, spesso non per loro deliberata volontà, si trovano di fatto a vivere senza il sostegno e il calore di una vera famiglia. Possono essere motivi di grande povertà, di promiscuità, di mancanza di cultura ma è certo che nel mondo sono davvero tantissime le persone sole, che non hanno legami diretti con i loro familiari, perché li hanno persi o non sanno come riallacciarli. A loro il Papa volge il suo pensiero considerandole persone “particolarmente vicine al Cuore di Cristo” e per questo degne dell’affetto e della sollecitudine della Chiesa. Si apre quindi un discorso che cambia la prospettiva rispetto a quelli fatti in precedenza. Non esiste solo la famiglia quale chiesa domestica, focolare animato dallo Spirito, a cui la comunità ecclesiale guarda come cellula primordiale e vitale dell’esistenza; c’è anche una Chiesa, come popolo di Dio, che è chiamata a fare proprio sempre più uno spirito di famiglia per poter accogliere tutti, ma proprio tutti nel suo grande abbraccio, che – come il colonnato del Bernini in Piazza San Pietro – vuole davvero comprendere il mondo nella sua vastità e diversità. C’è allora un grande esercizio di conversione che tutte le realtà ecclesiali possono voler fare, dalla Curia, alle realtà diocesane, fino ovviamente a quelle parrocchiali e ai movimenti. La Chiesa può acquisire i connotati di una famiglia se è capace di non scordarsi di nessuno, se come una madre accudisce tutti i suoi piccoli in egual misura e anzi dedicando le cure più premurose a chi è più bisognoso. Ci sono tante persone, anche in Italia, che sono “sole al mondo”, come si suol dire. A loro la comunità deve aprire le porte della Chiesa, per loro le panche dove si siede l’assemblea durante l’Eucarestia, o i saloni parrocchiali dove si svolgono le attività caritative e pastorali, per loro in modo particolare questi luoghi devono avere il profumo di casa. Spesso succede che molte di queste persone siano attivamente impegnate in parrocchia e a loro si debba una grande dedizione e spirito di servizio. A loro sarebbe bello andasse la gratitudine esplicita di molti, non solo dei sacerdoti, ma anche dei bambini e dei giovani. In tante altre occasioni si tratta di persone poco visibili, che tendono a stare ai margini, che non si fanno sentire e che pure, magari, nutrono una profonda vita di preghiera. Sarebbe bello che pastori e laici, insieme, senza delegarsi reciprocamente le responsabilità, sappiano “vedere” queste persone, renderle protagoniste, metterle al centro virtuoso della vita comunitaria. Penso a quelle persone anziane che con la loro stessa fedeltà al Rosario o all’Eucarestia quotidiana tengono accesa per tutti la lampada della fede. Magari spesso tante di loro tornano a casa e non c’è nessuno che le accoglie. Quanto è prezioso che si sentano accolte in parrocchia e valorizzate per quello che sono e per quello che sanno fare. Vi sono poi anche tanti single, come si chiamano oggi: persone che per scelta, ma molto spesso per necessità non voluta, non hanno trovato con chi fare famiglia. Alla parrocchia l’invito è a non giudicare le scelte e le responsabilità di queste persone prima di aver aperto loro la porta e averle accolte in quanto tali. Molte di loro potrebbero proprio essere “affaticate e oppresse” come dice il Vangelo ed è urgente per chi si dice cristiano andare loro incontro e farsi prossimo. Ancora una volta il sogno che tante volte già diventa realtà è quello di una comunità viva in ogni sua parte, in cui tutti si sentano a proprio agio, spronati ad essere loro stessi, a sapersi incoraggiare reciprocamente, a correggersi vicendevolmente. Bello è ricevere vita dal Corpo di Cristo spezzato per tutti e a saperla donare perché nessuno si senta solo mai, ma tutti amati nell’unico amore di Dio che non si scorda proprio di nessuno. (Giovanni M. Capetta – Sir)  

Albanesi in Italia: una messa per ricordare l’arrivo dei primi emigrati in Italia nel 1991

26 Aprile 2021 - Roma – Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dell’arrivo degli albanesi in Italia. Le immagini di quell’esodo “andrebbero interpretate nel segno della Porta di cui parla il Vangelo”. Lo ha detto questa sera don Elia Matija, coordinatore per la pastorale con gli albanesi in Italia, nella Basilica Santuario Madre del Buon Consiglio a Genazzano, nella giornata della festa molto sentita in Albania. Gli albanesi – ha detto il sacerdote – “uscivano da un paese senza porte, dove le mura spesse e pesanti di un’ideologia chiusa nella quale l’annullamento della persona ha portato al crollo del senso comunitario e di appartenenza. Non c’era una porta per uscire in maniera ordinata: sono crollate le mura ed è avvenuto l’esodo”. Un esodo – ha quindi aggiunto - disordinato che in patria ha provocato dolore e in Italia paura, ma anche cura ed esplorazione di cammini di accoglienza. C’è sempre bisogno di una porta per poter entrare e uscire per essere al sicuro. Questa porta si è configurata lentamente nel corso degli anni, perché la massa degli emigrati diventasse popolo e perché il popolo accogliente cominciasse a vedere i nuovi arrivati, non come degli estranei di cui avere paura, ma come dei fratelli. E per vederli come fratelli è necessario vederli entrare nella nostra vita attraverso l’unica Porta sicura, Cristo il Buon Pastore”. Don Elia ha quindi evidenziato che “lentamente”, nel corso del tempo, tutti hanno trovato “una porta e la comunità albanese ha imparato a entrare e uscire nella società italiana, attraverso la porta della legalità, del rispetto della cultura nazionale italiana, attraverso la porta della responsabilità personale e comunitaria. E anche i fratelli e le sorelle italiani hanno imparato ad aprire la porta del cuore, della legge e delle istituzioni, affinché si potesse entrare e uscire per accedere al pascolo della vita”. Per alcuni questa porta “ha un nome preciso: Gesù Cristo il Buon Pastore. Sono quelli che hanno il grande dono della fede. Altri forse non hanno dato ancora un nome a questa porta, ma tenendola aperta in nome della solidarietà umana e dell’accoglienza fraterna nel segno della carità, hanno realizzato il mistero della porta con opere concrete. Tocca a noi come comunità ecclesiale accompagnare tutti gli uomini di buona volontà a riconoscere nei gesti evangelici degli uomini e delle donne del nostro tempo la presenza del Cristo Signore”. Con il coordinatore hanno concelebrato il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Giovanni De Robertis e il Rettore della Basilica-santuario, p. Ludovico Maria Centra. Da oltre 20 anni gli albanesi residenti in Italia compiono, ogni anno, un pellegrinaggio alla Madonna del Buon Consiglio di Genazzano (RM), protettrice dell’Albania. Quest’anno – come anche lo scorso anno - questo non è stato possibile.  

Viminale: da inizio anno sbarcate 8.864 persone migranti sulle coste italiane

26 Aprile 2021 - Roma - Sono 8.864 le persone migranti sbarcate sulle coste da inizio anno. Di questi 1.285 sono di nazionalità tunisina (14%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Costa d’Avorio (1.207, 14%), Bangladesh (931, 11%), Guinea (814, 9%), Sudan (559, 6%), Egitto (452, 5%), Mali (447, 5%), Eritrea (436, 5%), Marocco (336, 4%), Algeria (320, 4%) a cui si aggiungono 2.077 persone (23%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Aziz e l’integrazione che crea valore: dare prima di ricevere

26 Aprile 2021 - Roma - Aziz è partito senza sapere nulla dell’Europa. Ha deciso di lasciare i suoi affetti e la sua terra, il Senegal, sedotto dai racconti di chi ce l’ha fatta, dalla prospettiva di una vita migliore. Una volta arrivato, trova però diffidenza, odio, sfruttamento ed emarginazione. Le storie che aveva sentito sul vecchio mondo erano false, per far star tranquille le famiglie di provenienza. Anche lui è costretto a fare così, alimentando il circolo vizioso che dura da decenni e che porta tanti ragazzi a guardare all’Europa come ad una fonte di salvezza incondizionata e illimitata. In Senegal non si parla abbastanza d'immigrazione e non si capisce quanto sia difficile il viaggio e la vita di un giovane migrante. Aziz arriva a Roma e ha l’opportunità di raccontare la sua storia agli studenti nelle classi e la coglie perché sa che una parola può fare la differenza. Conosce così Sophia, tramite il progetto educativo nelle scuole “Confini” sul tema dell’immigrazione. Nonostante il suo impegno nelle classi, Aziz arriva a fine mese come può ed anzi si confida “io non voglio più fare lavori che non dormo bene la notte”. La prima esigenza di un migrante è il lavoro regolare e stabile, ma non è l’unica: la storia di Aziz da voce al bisogno di ascolto e di riconoscimento che un giovane prova in terra straniera dopo un viaggio pericoloso di cui inevitabilmente porta i segni. Accoglie di buon grado la proposta dell’impresa sociale di Roma Sophia di partecipare al progetto “Creare Valore”,  attraverso l’Integrazione, che ha l’obiettivo di qualificare le capacità lavorative dei giovani migranti e di favorire il processo di integrazione e di crescita integrale della persona. Da Novembre 2019 a Marzo 2021, durante tutta la durata del progetto, un tutor di Sophia ha ascoltato e accompagnato Aziz nel suo percorso facendo emergere nel dialogo tutte le difficoltà del suo cammino, ed affrontandole una ad una permettendo al giovane di dare una svolta al suo percorso di integrazione. Seguendo corsi di formazione professionale e di lingua, è riuscito, come tutti gli altri beneficiari del progetto, ad ottenere la qualifica di operatore in campo edile del Cefme e l’attestato A2 di italiano, facilitando sensibilmente il suo ingresso nel mondo del lavoro. Ciò che ha fatto la differenza è stato il clima di amicizia che si è creato durante il “Cantiere Scuola” ossia le formazioni pratiche che i giovani hanno seguito con i formatori di Sophia per mettere in pratica i mestieri artigianali. Sophia infatti ha deciso di voler fare un passo in più: il sostegno della campagna della CEI è stato fondamentale per creare un team di lavoro stabile di giovani italiani e migranti che permettesse ai giovani di lavorare in un ambiente “protetto”, dove il datore di lavoro conosce tutto il percorso di integrazione di ogni giovane. “Più che ricevere, un giovane migrante ha bisogno di dare” è il commento di Marco Ruopoli, presidente di Sophia, che esprime al meglio la qualità del valore che l’integrazione può offrire. (A.C.)

Migrantes Rieti: non si possono dimenticare le famiglie circensi e lunaparkisti

26 Aprile 2021 - Rieti - Tra i ricordi belli della mia infanzia nella terra vicentina c’è la festa del patrono. Si aspettava con ansia perché era un giorno di  gioia, di aggregazione, di risate, di libertà. A prescindere dall’aspetto religioso ciò che coinvolgeva maggiormente noi bambini e gli adolescenti era l’arrivo delle giostre. I soldi che a volte i genitori ci davano come mancia li usavamo per farci qualche giro in giostra e per comprarci qualche dolcetto. Momenti bellissimi di spensieratezza. Sono passati tanti anni ma i lunaparkisti e circensi  ci sono ancora e continuano a portare i loro spettacoli nelle nostre città per regalare soprattutto ai bambini momenti di bellezza e di spensieratezza. Anche a Rieti. Purtroppo la pandemia, come sappiamo,  ha duramente colpito e non ha risparmiato il mondo dello spettacolo. Forse tra i più colpiti ci sono proprio loro. Non sono servite le manifestazioni fatte anche a Roma per sollecitare l’attenzione della politica e per ottenere  qualche aiuto concreto. “Non abbiamo ammortizzatori ma ci chiedete le tasse”: è il loro lamento.  Ma anche il silenzio e il disinteresse dell’informazione sono alti.  La pandemia che stiamo attraversando non ha solo conseguenze sanitarie ma anche economiche e certamente le più colpite sono le tante realtà fragili spesso vengono dimenticate. Il dramma sta nel fatto che, perdurando la situazione,  lunaparkisti e circensi “non potranno lavorare per diversi mesi ancora”. La denuncia arriva dalla Fondazione Migrantes. Il mondo delle giostre e dei circhi stanno vivendo una grave condizione dal punto di vista economico. Il direttore generale della Migrantes, don Giovanni De Robertis,  sottolinea che è una realtà che “fa fatica a chiedere visto che sono sempre andati avanti con il proprio lavoro. La sospensione delle attività pubbliche a carattere culturale e ricreativo ha significato l’impossibilità per queste categorie di soddisfare i bisogni più elementari delle proprie famiglie. Queste persone sono oggi prive di ogni reddito e tuttavia continuano a sostenere spese rilevanti senza avere possibilità di entrate. Sono persone che hanno anche difficoltà a chiedere il contributo “buoni spesa” ai comuni di residenza considerato che sono distanti dal luogo dove la pandemia ha costretto a sostare i circhi e i luna-park. Anche qui a Rieti da molti mesi sono bloccati i lunaparkisti (5 famiglie, 33 persone tra bambini e adulti) e il Circo Rolando Orfei fermo nel piazzale antistante il palazzetto dello sport.  La Chiesa reatina ha supplito ed aiutato attraverso anche la solidarietà di alcune parrocchie e di cittadini sensibili. Però i mesi sono tanti e la pandemia ancora impedisce la ripresa delle loro attività. Data la situazione non è sufficiente la solidarietà.  Le istituzioni pubbliche, infatti, non possono e non devono dimenticare queste persone. Spetta a loro garantire  la possibilità di sopravvivenza e di continuare a sperare e a conservare il loro lavoro. Non va dimenticato, infatti, che «il circo e il luna park costituiscono una parte importante della cultura e tradizione italiana che non possono finire con questa pandemia» (don Giovanni De Robertis).  E se la solidarietà deriva dal riconoscersi fratelli allora essa è voce del verbo amare ed è un aspetto costitutivo della nostra identità umana prima ancora che cristiana. Come ha ricordato Papa Francesco nel suo discorso ad Ur dei Caldei: nel mondo d’oggi, che spesso dimentica l’Altissimo, i credenti sono chiamati a testimoniare la sua bontà e a mostrare la sua paternità mediante la loro fraternità. “I clowns sono sempre esistiti, a quanto pare. Esisteranno sempre. Buoni o cattivi. Essi avranno, come li hanno avuti per il passato, nomi diversi. Ecco tutto. Ogni volta che è stato necessario, sono risorti dalle ceneri. Sono emersi dai ricordi. Il tempo, con la sua falce, non li ha mai sfiorati. Essi sono eterni, come l’erba dei sentieri, come i frutti selvatici e i fiori di montagna  (Tristan Remy).  E se il clown nel circo è una figura amatissima dai bambini e anche da noi adulti, fuori dal circo, nella vita politica e sociale,  coloro che debbono assumersi le responsabilità e difendere i diritti di ognuno non possono nascondersi dietro una maschera di ipocrisia e trasformarsi in clown. La politica non è fatta per far ridere e quando se ne dimentica, purtroppo, genera pianto, amarezza e delusione. (Luisella Maino – Migrantes Rieti)    

Vescovi Sicilia: “un grido non ascoltato che ci interroga”

26 Aprile 2021 - Palermo - “L’ennesima tragedia nel Mar Mediterraneo, cimitero assurdo di altri 130 migranti, morti dopo due giorni di invocazione di aiuto non ascoltata” è “un nuovo episodio di ‘barbarie dal volto umano’ aggiunta a tante altre, documentate con attenzione dalla nostra stampa cattolica”. Così mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto e delegato Migrantes della Conferenza Episcopale Siciliana, ha commentato l’ennesimo naufragio di migranti nel Mediterraneo. “Fratelli tutti”, prosegue il vescovo, “non è un semplice sogno del Papa o di alcuni visionari. È l’unico futuro degno dell’umanità”. “Così, con tanti altri, mentre chiediamo all’Europa dei governanti di ripensare a una rinascita dalla pandemia nel segno dell’apertura alla famiglia umana e dell’attenzione ai più deboli, ci sentiamo tutti coinvolti per la nostra parte nell’esodo necessario dall’indifferenza alla fraternità”, aggiunge mons. Staglianò, ricordando che “la Chiesa, per questo, pone segni, accogliendo i poveri del territorio e i migranti con reti di prossimità e presidi di legalità, e vuole essere segno di un’umanità fraterna”. “Le sue prese di posizione – spiega – non sono dettate da ‘visioni politiche’, ma dall’urgenza del senso della giustizia del Vangelo. Tantomeno propongono ‘soluzioni tecniche’ alla politica, mentre non possono non fare appello alla coscienza di tutti, perché si resti umani e si consegni alle nuove generazioni un mondo bello e ospitale”. “Aiutare vite in difficoltà, accresciute nei nostri territori dalla pandemia, e soccorrere vite in pericolo è un dovere a cui non si può venire meno, perché ogni persona, soprattutto se nel bisogno e in pericolo, è immagine di Dio e sua visita”, ammonisce mons. Staglianò, convinto che “aiutando e salvando i più deboli salviamo anche noi da un’indifferenza che anestetizza e insterilisce”. È “tempo di coraggio, di generosità, di visione lungimirante”. “È tempo di una nuova immaginazione della società aperta e solidale, che si radica nel cuore di chi vuole restare umano e consegnare un’eredità di vita buona ai figli”, continua il vescovo che ritiene “indispensabile evitare di fermarci alle parole: è urgente impegnarci a esserci con quella carità che, come lucidamente affermava il beato Antonio Rosmini, è vera se unisce corpo, intelligenza e cuore!”. Ricordando l’intenzione di preghiera recitata ieri in tutte le parrocchie della Sicilia per volere dei vescovi della Regione, mons. Staglianò conclude affermando che “l’esodo che urge è il passaggio dall’indifferenza alla fraternità, per dare senso alla preghiera cristiana, diversamente alienante”.

“Morire di speranza”: a Frosinone preghiera per i migranti

26 Aprile 2021 - Frosinone - Ancora una volta, nello stesso mare che bagna le nostre coste, delle vittime innocenti, in fuga dall'inferno della Libia e dalla miseria di un intero continente, hanno perso la vita su un gommone affondato in mezzo alle onde. Alcune Ong, le cui operazioni di soccorso sono state rallentate da rimpalli di responsabilità, stimano oltre cento morti. La diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino “si unisce al dolore delle famiglie di questi migranti, la cui morte arriva dopo innumerevoli sofferenze e violenze subite nel lungo viaggio che hanno dovuto affrontare. Come donne e uomini di fede, non possiamo rimanere indifferenti a queste grandi ingiustizie, che continuano a ripetersi come effetti devastanti di conflitti e disastri ambientali a lungo ignorati”. La preghiera, animata dalla Comunità di Sant'Egidio, sarà presieduta dal vescovo che il vescovo Ambrogio Spreafico questa sera alle ore 19.30, nella parrocchia di San Paolo Apostolo a Frosinone.

Sant’Egidio: oggi veglie in memoria delle vittime del naufragio davanti alla Libia

26 Aprile 2021 - Roma – Questa sera, 26 aprile, si terranno, a partire dalla basilica di Santa Maria in Trastevere, in Italia e in tutta Europa, numerose veglie di preghiera, promosse dalla Comunità di Sant’Egidio in memoria delle vittime dell’ultimo naufragio davanti alle coste della Libia. Di fronte a questa ennesima strage del mare – dice in una nota la Comunità - “sentiamo il dovere di levare la nostra voce e la nostra preghiera perché il nostro continente non si macchi di colpevole indifferenza ma sia fedele ai suoi valori di umanità e di difesa dei diritti”. La Comunità di Sant’Egidio chiede alle autorità di governo dei singoli Stati europei e a quelle comunitarie di “riattivare con urgenza una rete di salvataggio in mare, rapida ed efficiente, così come lo impone il diritto internazionale per non dover rispondere in futuro, oltre che alla propria coscienza, anche a reati di omissione di soccorso”. Per quanto riguarda la Libia e i suoi centri di detenzione, occorre inoltre “aprire con urgenza corridoi umanitari verso i paesi europei, con un modello che Sant’Egidio, insieme ad altre realtà come le Chiese protestanti e la Cei, ha già realizzato negli ultimi cinque anni, con buoni risultati riguardo non solo l’accoglienza ma anche l’integrazione”. A Roma la veglia di preghiera si terrà alle 19.30 e sarà trasmessa in streaming su www.santegidio.org . (R. Iaria)  

Albanesi in Italia: oggi celebrazione al santuario della Madonna del Buon Consiglio di Genazzano

26 Aprile 2021 - Roma - Da oltre 20 anni gli albanesi residenti in Italia compiono, ogni anno, un pellegrinaggio alla Madonna del Buon Consiglio di Genazzano (RM), protettrice dell’Albania. Quest’anno – come anche lo scorso anno - questo non è stato possibile ma alle 19,00 di oggi, ci sarà una celebrazione eucaristica presieduta dal coordinatore degli albanesi in Italia, don Elia Matija  nella Basilica Santuario Madre del Buon Consiglio. Nel giugno di due anni fa, nella Sala Marconi di Palazzo Pio, sede della Radio Vaticana, l’Ambasciata della Repubblica di Albania presso la Santa Sede e il Sovrano Ordine di Malta hanno organizzato un convegno per raccontare la Madonna del Buon Consiglio, ponte tra Italia e Albania. Si è parlato del simbolo mariano dal punto di vista storico e artistico mettendo in luce il valore religioso di questo dipinto, secondo la tradizione volato da Scutari a Genazzano. Con il coordinatore concelebreranno il Direttore generale della Fondazione Migrantes, don Giovanni De Robertis e il Rettore della Basilica-santuario, p. Ludovico Maria Centra. Gli albanesi in Italia sentono veramente “loro” questa Madonna alla quale sono molto legati. Ecco perché ogni anno al pellegrinaggio partecipavano centinaia di albanesi. La celebrazione di oggi – che sarà trasmessa in diretta da Tv2000 - sarà anche l’occasione, dice don Matija, per ricordare gli arrivi, nel 1991, nei porti pugliesi, dei primi albanesi arrivato nel nostro Paese. Oggi gli albanesi in Italia sono oltre 400mila. (Raffaele Iaria)  

Sacerdoti, nel segno di Cristo

26 Aprile 2021 - Città del Vaticano -  “È il momento della vergogna”. Prega Papa Francesco per i 130 migranti morti in mare, che “per due giorni interi hanno pregato invano aiuto”; prega anche per quanti possono aiutare “ma preferiscono guardare da un’altra parte”. È un Regina caeli segnato dal dolore per queste vittime, che non vedranno mai le coste cercate e il futuro diverso; vittime di cui nessuno si è preso cura. Prega anche per gli 82 morti dell’ospedale covid a Baghdad. Gesù “conosce e ama” ognuno di noi, dice prima della recita della preghiera che in questo tempo di Pasqua, fino a Pentecoste, sostituisce l’Angelus; Gesù “ci conosce ad uno ad uno, non siamo degli anonimi per Lui, e il nostro nome gli è noto”. È la domenica in cui la Chiesa fa memoria del Buon Pastore. Ossia di colui che raccoglie e guida le pecore fino ad offrire la sua stessa vita. Domenica nella quale Francesco ordina nove sacerdoti in una basilica che torna ai tempi precedenti la pandemia: celebra all’altare della confessione e fedeli, tutti con la mascherina compresi gli ordinandi, occupano la navata centrale, nel rispetto delle norme anti Covid. Ai suoi preti, quando era arcivescovo di Buenos Aires, raccomandava misericordia, coraggio, porte aperte, e non si stancava di puntare il dito contro quella che chiamava e chiama “mondanizzazione spirituale”. Il buon pastore, diceva, è colui che sta in mezzo alla gente, “nelle periferie dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni”. C’è un “rifiuto di Dio da parte del mondo”, diceva Benedetto XVI celebrando la festa del Buon Pastore il 3 maggio 2009. E questo perché da un lato “non conosce Dio” e, dall’altro, “non vuole conoscerlo. Il mondo non vuole conoscere Dio e ascoltare i suoi ministri, perché questo lo metterebbe in crisi”. Il Buon Pastore, Gesù, è il “pastore vero”, dice papa Francesco, “ci difende sempre, ci salva in tante situazioni difficili, situazioni pericolose, mediante la luce della sua parola e la forza della sua presenza, che noi sperimentiamo sempre e, se vogliamo ascoltare, tutti i giorni”. Ci conosce, non siamo “massa” o “moltitudine”; “siamo persone uniche, ciascuno con la propria storia […] ciascuno con il proprio valore”. Conosce, Gesù “i nostri pregi e i nostri difetti, ed è sempre pronto a prendersi cura di noi, per sanare le piaghe dei nostri errori con l’abbondanza della sua misericordia”. Ai nuovi sacerdoti ha detto che l’ordinazione non è un passo verso la “carriera ecclesiastica”, ma è “un servizio, come quello che ha fatto Dio al suo popolo”; e che ha uno stile fatto di “vicinanza, compassione, tenerezza”. Vicinanza con Dio nella preghiera: “se uno non prega lo spirito si spegne”. Vicinanza con il vescovo, segno di unità, “anche nei momenti difficili”. Quindi vicinanza tra sacerdoti. Ma la più importante, per Francesco, è “la vicinanza al santo popolo di Dio”. Ricorda loro: “siete stati eletti, presi dal popolo. Non dimenticatevi da dove siete venuti: della vostra famiglia, del vostro popolo. Non perdete il fiuto del popolo di Dio”. Infine, ha detto loro di allontanarsi “dalla vanità, dall’orgoglio dei soldi. Il diavolo entra dalle tasche. Siate poveri, come povero è il santo popolo fedele di Dio. Poveri che amano i poveri”. Ha raccomandato loro di non essere “arrampicatori”. La “carriera ecclesiastica: poi diventi funzionario, e quando un sacerdote inizia a fare l’imprenditore, sia della parrocchia sia del collegio…, sia dove sia, perde quella vicinanza al popolo, perde quella povertà che lo rende simile a Cristo povero e crocifisso, e diventa l’imprenditore, il sacerdote imprenditore e non il servitore”. Ancora, li ha esortati a essere “sacerdoti di popolo, non chierici di Stato”, ma “pastori del santo popolo fedele di Dio. Pastori che vanno con il popolo di Dio: a volte davanti al gregge, a volte in mezzo o dietro, ma sempre lì, con il popolo di Dio”. Finita la celebrazione in basilica, c’è stato anche il tempo di un incontro segnato da un gesto di umiltà: papa Francesco si è chinato per baciare le mani a ognuno dei nove nuovi preti, chiedendo a uno di loro di benedirlo. (Fabio Zavattaro – Sir)  

Papa Francesco: “ancora morti nel Mediterraneo, è il momento della vergogna”

26 Aprile 2021 - Città del Vaticano – “Molto addolorato” per la tragedia che “ancora una volta si è consumata nei giorni scorsi nel Mediterraneo. Centotrenta migranti sono morti in mare. Sono persone, sono vite umane, che per due giorni interi hanno implorato invano aiuto, un aiuto che non è arrivato”. Lo ha detto papa Francesco ieri al termine della preghiera mariana del Regina Coeli commentando la tragedia in mare dei giorni scorsi e invitando ad “interrogarci tutti su questa ennesima tragedia. È il momento della vergogna”. “Preghiamo – ha detto il Papa - per questi fratelli e sorelle, e per tanti che continuano a morire in questi drammatici viaggi. Preghiamo anche per coloro che possono aiutare ma preferiscono guardare da un’altra parte”. (R. Iaria)  

Mons. Lorefice: “ci perdonino tutti coloro che hanno perso la vita in questi anni e ci infondano il coraggio di cambiare, insieme!”

24 Aprile 2021 - Palermo - L’ennesima strage silenziosa consumatasi, che ha visto la morte di circa 130 migranti, inghiottiti dalle onde del Mediterraneo, ha provocato la reazione "indignata" e "accorata" dell’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice. «A ferire la coscienza umana e cristiana – ha detto   – non è solo l’assoluta indifferenza in cui tutto questo è avvenuto, non è solo l’assoluta indifferenza con cui gran parte dei principali organi di stampa nazionali ne hanno dato conto, trattando la tragica fine di queste vite come una notizia di second’ordine o peggio di ordinaria routine: è anche e soprattutto il grave rimpallo di responsabilità tra la Libia, Malta, l’Italia e l’Unione Europea a cui si assiste nelle ricostruzioni di queste ore. Il lungo temporeggiare sull’obbligo del soccorso e l’accavallarsi confuso delle giustificazioni sul perché non si sia fatto nulla per precipitarsi a salvare 130 persone innocenti in evidente pericolo – uomini, donne e bambini che avevano nel cuore solo la grande speranza di ricevere la nostra accoglienza e l’opportunità di un futuro – continuano purtroppo a dimostrarci che non è più possibile che si ritardi nella ricerca di una soluzione politica a livello europeo, una soluzione umanamente sostenibile che ponga fine una volta per tutte a questa straziante barbarie». A tal proposito l’arcivescovo di Palermo ribadisce il proprio pensiero sulla priorità di una sfida globale: «Ricordo a tutti, a tutti coloro che ancora sentono parte della famiglia umana, che le sorelle e i fratelli, le donne e gli uomini dell’Africa sono vittime, da parte dell’Occidente, di una spoliazione quotidiana e sistematica, che depreda della loro ricchezza miliardi di persone e le costringe a cercare vita e fortuna altrove. Basti guardare in questi mesi al Congo e al North Kiwu per capirlo. Ebbene, di fronte a questa ingiustizia sistematica, noi europei, invece di sentire l’obbligo di un risarcimento, chiudiamo le frontiere del nostro benessere grondante del sangue dei poveri, per impedire ad altri il diritto ad un’esistenza che non sia svuotata della sua stessa dignità. Tutto questo è scandaloso, lo dico senza mezze misure, così come lo è il fatto che l’Europa e l’Italia, la nostra Italia, esperta nel dolore del migrare, non sentano l’urgenza di adoperarsi per cambiare un tale stato di cose". Conclude mons. Lorefice: «Ci perdonino tutti coloro che hanno perso la vita in questi anni e ci infondano il coraggio di cambiare, insieme!».

Card. Bassetti: povertà italiana, vittime nel nostro mare. È l’ora di fare ciò che giusto

24 Aprile 2021 - Roma - La pandemia sta lasciando cicatrici profonde nel corpo della nostra società: al dolore per la morte dei nostri cari, alla preoccupazione per i malati in ospedale e all’inquietudine per i ragazzi a cui è stata tolto un pezzo della loro gioventù, si aggiunge adesso la sofferenza e, in alcuni casi, la disperazione per la mancanza di lavoro e il crescente stato di miseria di larghi settori della popolazione. Le stime preliminari dell’Istat sulla 'povertà assoluta' in Italia hanno delineato un quadro sociale su cui è doveroso riflettere a fondo: oltre 2 milioni di famiglie vivono in condizioni di miseria, con un incremento di ben 335mila nuclei familiari rispetto all’anno scorso. Si tratta del dato peggiore dal 2005 a oggi. E purtroppo le famiglie più colpite dall’aumento dell’indigenza sono quelle in cui sono presenti figli minorenni. È impossibile non rimanere sgomenti di fronte a questi dati che raccontano un Paese in difficoltà e che è stato colpito nel suo cuore pulsante: ovvero, nella famiglia. In quella famiglia che è, prima di tutto, il luogo della carità coniugale e dell’incontro tra generazioni diverse, ma è anche tradizionalmente una fonte di propensione al risparmio e di solidarietà sociale. E perciò mi chiedo: come non inserire questo tema tra i principali argomenti di discussione pubblica del nostro Paese? Nel 1954, di fronte allo stato di grave povertà in cui versavano moltissime famiglie fiorentine che non avevano più una casa dove vivere, Giorgio La Pira non esitò a ordinare, sulla base di una vecchia norma ottocentesca, la requisizione di centinaia di alloggi per motivi di 'necessità pubblica'. Alle violentissime polemiche che seguirono quella decisione, il sindaco di Firenze rispose con queste parole: «Ma che dovevo fare? Ho dato una mano di speranza a tante famiglie povere e disperate!». Anche oggi c’è bisogno di dare una «mano di speranza» alle tante famiglie sempre più povere e disperate. Il Reddito di cittadinanza è uno strumento certamente da perfezionare, ma di cui non si può più fare a meno. Ma ora c’è soprattutto da garantire un’adeguata dotazione finanziaria all’«assegno unico universale» che, dopo un’azione promossa dal Forum delle associazioni familiari, ha riscosso un amplissimo consenso politico. Si tratta di una svolta fondamentale, primo passo per porre finalmente la famiglia con figli al centro delle politiche sociali, mentre delinea una storica equità per le famiglie dei lavoratori autonomi e contribuisce a mettere l’Italia al passo di altri Paesi europei. In quest’ultimo tornante prima del traguardo definitivo occorre però sgombrare il campo da ogni paura, in modo che nessuna famiglia 'perda' qualcosa da questa riforma. Confido infatti che il Governo e anche il Parlamento, che si è mosso in modo compatto attorno questo provvedimento, sappiano aiutare concretamente le nostre famiglie così duramente provate dalla crisi prodotta dalla pandemia. Altri segni di speranza sono rappresentati da alcuni semi che sono stati appena gettati: il Sinodo per l’Italia e il secondo Incontro sul Mediterraneo. Il Sinodo, in particolare, è una grande opportunità per la comunità ecclesiale del nostro Paese e sarà necessario costruire un cammino inclusivo e aperto a tutti, a partire dalle famiglie. Mai come oggi, infatti, in questa società impoverita e sfilacciata, c’è bisogno di rammendare le fila di un tessuto sociale sempre più sfibrato attraverso l’esperienza e la sapienza della famiglia. Il Mediterraneo, invece, è ancora oggi una drammatica realtà che parla con forza alla Chiesa universale. Ciò che mi preoccupa di più, dinanzi all’immane tragedia dei numerosi fratelli e sorelle, più di cento, sepolti vivi, ancora una volta, nelle acque del Mare Nostrum, è il giudizio di Dio su noi tutti che assistiamo inermi a queste disgrazie. Al di là dei sentimenti di umana pietà nei confronti delle vittime, non dobbiamo e non possiamo dimenticare che Dio ha voluto fare dell’intera umanità un solo popolo, un’unica famiglia, «fratelli tutti». (card. Gualtiero Bassetti - Presidente della Conferenza episcopale italiana)  

La Giornata mondiale delle Vocazioni e le migrazioni

23 Aprile 2021 - Roma - La prossima domenica, 25 aprile, la Chiesa celebra la 58° Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni. Al centro del messaggio per l’odierna Giornata, il Santo Padre mette in evidenza la figura di San Giuseppe, Patrono della Chiesa Universale, esempio di ogni vocazione. Riprendendo il Vangelo della fuga in Egitto, che è poi l’emblema della Fondazione Migrantes, il Pontefice scorge in S. Giuseppe il “segno di una vocazione riuscita e una testimonianza di una vita toccata dall’amore di Dio” e da ciò, nasce la sua paterna “cura nel custodire” la Santa Famiglia di Nazareth, tutta la Chiesa e i tanti fratelli e sorelle che vivono ogni situazione di migrazione. San Giuseppe, continua il Pontefice, rimane un “bell’esempio di vita cristiana quando …non ci lasciamo paralizzare dalle nostre nostalgie, ma ci prendiamo cura di quello che il Signore, mediante la Chiesa, ci affida!”. Ripensando a questa Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni, rimangono ancora attuali le indicazioni della Congregazione per la Educazione Cattolica, circa la formazione pastorale dei futuri presbiteri, consacrati e consacrate, impegnati nella mobilità umana, datata gennaio 1986. Si legge nel documento che “…gli Atenei ed i Seminari, non solo riservino (alla loro formazione) un maggior spazio di informazione, ma soprattutto si preoccupino di assicurare una migliore preparazione di tutti i sacerdoti, secolari e regolari, delle religiose, nonché di quanti in genere si apprestano a lavorare in questo campo”. Nel Pontificato di Papa Francesco emerge l'attenzione e l’importanza riservata alla questione migratoria e il suo costante richiamo pastorale alla Chiesa universale e a quelle particolari per la cura dei migranti, la loro accoglienza e i loro diritti. L’impegno profuso dal Santo Padre rafforza la ragione per cui la Pastorale della mobilità umana è da ritenersi tra le discipline Teologiche. Continua il documento della Congregazione “…alcune Università hanno già sentito la necessità di avviare l'insegnamento di questa disciplina”, per questo l’Istituto dei Missionari di San Carlo, meglio conosciuti come Scalabriniani, fondati dal beato Giovanni Battista Scalabrini, l’apostolo dei migranti, promuove e sostiene la ricerca e lo studio della mobilità umana. La formazione accademica per la Pastorale della mobilità umana è promossa dagli Scalabriniani con il SIMI (Scalabrini International Migrationn Institute) incorporato presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma. I partecipanti ai corsi accademici di licenza e dottorato mostrano i volti di una Chiesa impegnata ad annunciare il Vangelo con, tra e per i migranti di ogni continente. Se, come ricorda il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Vocazione, la gioia è il segno della “vicinanza fedele a Dio e al prossimo”, non stanchiamoci di pregare il Padre perché nei seminari e negli istituti religiosi, rafforzi il sì generoso di uomini e di donne a seguire Cristo migrante tra i migranti. (Mirko Dalla Torre)

Assindatcolf: procedure rallentate per la sanatoria causa Covid

23 Aprile 2021 - Roma - “L’85% delle 207 mila domande di regolarizzazione presentate nell’ambito della sanatoria 2020 ha riguardato il lavoro domestico e di cura: grazie al monitoraggio avviato dalla campagna ‘Ero Straniero’ sappiamo che al 16 febbraio 2021, a 6 mesi dalla chiusura della finestra per l’emersione, solo il 5% delle domande era giunto nella fase finale della procedura. Considerando che mediamente, per sua natura, un rapporto di lavoro domestico resta attivo meno di un anno, il rischio è che molti dei lavoratori che oggi sono in attesa di ottenere il permesso di soggiorno si vedano interrompere il rapporto di lavoro ancora prima che questo venga regolarizzato”. È quanto dichiara Andrea Zini, presidente di Assindatcolf, Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico. “Per questo motivo – continua Zini – abbiamo sottoscritto l’iniziativa della campagna ‘Ero Straniero’ che lo scorso 20 aprile ha inviato una lettera aperta al Governo per chiedere di intervenire affinché si velocizzino le procedure legate dell’esame delle domande di emersione e regolarizzazione, in parte rallentate dalla pandemia, consentendo di completarle per via telematica e non esclusivamente in presenza, come oggi avviene. Stessa procedura, quella telematica, sarebbe necessario attuarla anche in caso di subentro del nuovo datore di lavoro, qualora la famiglia presentatrice dell’istanza abbia rinunciato ad instaurare il rapporto di lavoro per motivi di forza maggiore e non solo. Infine riteniamo corretto che, ai lavoratori che non hanno disponibilità di trovare un nuovo datore che subentri, venga rilasciato un permesso di attesa occupazione di almeno 6 mesi”. “Accanto a queste misure urgentissime – conclude Zini – auspichiamo che il Parlamento riprenda velocemente l’iter della proposta di legge di iniziativa popolare Ero Straniero, ferma ormai da più di anno: la riforma del sistema di ingresso dei cittadini extra comunitari per motivi di lavoro non può più attendere. La nuova normativa è un passaggio fondamentale non solo per venire incontro alle esigenze delle famiglie, che tendono sempre più strutturalmente all’invecchiamento, ma anche per evitare che in futuro si ricreino sacche di irregolarità come quelle a cui la sanatoria 2020 ha cercato di dare una prima risposta, al momento però, senza risultati concreti”.  

Sant’Egidio: cordoglio per le vittime del naufragio

23 Aprile 2021 -

Roma Al largo della Libia si è consumato l’ennesimo dramma dell’immigrazione con un bilancio di vittime che alcune Ong stimano ad oltre cento. La Comunità di Sant’Egidio esprime innanzitutto il suo "cordoglio alle famiglie dei migranti, che nel loro viaggio hanno patito sofferenze e soprusi dalla partenza dal loro paese fino alla tragica sorte nelle acque del Mediterraneo. Un sentimento di pietà che occorre riaffermare di fronte ad una notizia che rischia di passare in secondo piano in questo amaro tempo di pandemia". Sant’Egidio lancia un appello alle autorità che "avrebbero potuto provare - si legge in una nota - a soccorrere il battello di fortuna andato alla deriva, a fronte di segnalazioni già arrivate nella giornata di mercoledì, perché vengano garantiti i salvataggi in mare di chi è in pericolo di vita". Per questo è "urgente rispondere al più presto alla domanda di aiuto proveniente dai migranti in transito verso l’Europa, in particolare di quelli attualmente in Libia, con progetti a lungo respiro che puntino a svuotare i luoghi di detenzione, a esaminare le situazioni delle singole persone e a consentire vie di salvezza legali come i corridoi umanitari. Al tempo stesso occorre costruire un futuro vivibile nei paesi di origine, soprattutto per i giovani, con il sostegno dell’Unione europea".

“Pasqua africana” con mons. Corazza a Forlì

23 Aprile 2021 - Forlì - Domenica scorsa, nella Chiesa Basilica-Abbazia di San Mercuriale di Forlì, mons. Livio Corazza,  Vescovo di Forlì-Bertinoro, ha celebrato con tutti gli africani di lingua francese la "Pasqua Africana", una celebrazione divenuta ormai un'istituzione. E' tradizione per la comunità africana cattolica francofona celebrare ogni anno nella seconda o terza domenica del Tempo di Pasqua la sua festa pasquale chiamata "Pasqua Africana - Pasqua di tutti i popoli". L'Assistente Spirituale della comunita, don Francesco Diri K.  (inoltre Coordinatore della Cappellania per la pastorale francofona diocesana, costituita dai 6 sacerdoti fidei donum provenienti da paesi francofoni dell'Africa, in servizio nella diocesi di Forlì), cinque  anni fa - dice il sacerdote - ha istituito questa celebrazione per permettere a tutti gli africani francofoni e amici di ritrovarsi per festeggiare insieme l'evento principale e fondamentale della nostra fede: la Pasqua. "È stato - aggiunge - uno stupendo momento di festa, una esperienza commuovente di gioia condivisa per i circa 200 fedeli presenti e il Vescovo Livio Corazza che per la prima volta ha celebrato la S. Messa con i fratelli emigrati africani di lingua francese della sua diocesi", alla presenza anche del coordinatore nazionale delle Comunità Africane Francofone,  don Matteo Faye, che "ci ha gratificato della sua presenza insieme con tutti i sacerdoti fidei donum francofoni della diocesi". Al termine della Messa è stato donato al vescovo una casula "kentè-kita", (cucita con una pregiata stoffa reale africana che indossano molti Re e Principi di vari paesi dell'Africa d'ovest). Teleromagna, la tv Regionale che "ringraziamo" ha ripreso tutta la celebrazione. I cristiani francofoni di Forlì - spiega il cappellano, don Diri - si ritrovano ogni terza domenica del mese alle ore 15,00 nella Basilica San Mercuriale per la loro mensile celebrazione eucaristica. "Ci auguriamo - dice - che questa Messa con il suo primo Pastore possa ridare nuovi fervori, e favorire la rinascita di questa comunità provata dalla pandemia come molte altre in Italia".

Migrantes: cordoglio per l’ennesima strage nel Mediterraneo

23 Aprile 2021 - Roma - La Fondazione Migrantes "esprime dolore e sdegno per l’ennesima strage – circa 130 persone, fra cui donne e bambini -  avvenuta nel Mediterraneo, nel canale di Sicilia. Che questa ennesima tragedia - si legge in una nota - provochi in noi un sussulto di umanità e d’impegno a creare canali legali e sicuri di ingresso, come già auspicato dal Global Compact del dicembre 2019 voluto dalle Nazioni Unite".

Papa Francesco in visita alle persone in condizioni di necessità accolte mentre attendevano di essere vaccinate.

23 Aprile 2021 - Città del Vaticano - Oggi, nel giorno del suo onomastico, poco dopo le 10.30, Papa Francesco si è recato nell’atrio dell’Aula Paolo VI in visita alle persone in condizioni di necessità accolte e accompagnate da alcune associazioni romane mentre attendevano di essere vaccinate. Lo fa sapere la Sala Stampa vaticana in una nota diffusa poco fa. Il Papa ha salutato i presenti, lungo il percorso preparato nell’Aula per la vaccinazione, dall’ingresso fino all’area di attesa a procedura avvenuta. Al termine del tragitto si è fermato per offrire un uovo di cioccolata, che è stato distribuito a tutti dal personale volontario, nel "rispetto delle misure sanitarie previste". Nell’uscire i presenti hanno intonato un canto di augurio per l’onomastico al Papa mentre si fermava a conversare con alcuni volontari, in un clima festoso e di affetto, ringraziandoli e raccomandando loro di “continuare nell’impegno!”. Tramite l’Elemosiniere, Papa Francesco ha rivolto parole di "gratitudine a quanti hanno contribuito per la procedura di vaccinazione e per l’iniziativa del 'vaccino sospeso' che permetterà di raggiungere tanti in attesa di vaccino nei paesi più poveri". Nella giornata di oggi saranno vaccinate poco meno di 600 delle circa 1400 persone bisognose a cui è stata somministrata la prima dose nelle scorse settimane, fa sapere ancora la Sala Stampa. (Raffaele Iaria)  

Centro Astalli: “profondo dolore” per la morte di 130 persone in mare

23 Aprile 2021 - Roma - Il Centro Astalli esprime profondo cordoglio e dolore per la morte 130 persone in mare nel tentativo di arrivare salve in Europa. A loro si aggiungono una donna e un bimbo trovati, poche ore prima, senza vita su una barca con altre 100 persone riportate indietro in Libia. "Siamo sgomenti davanti all'orrore e all'indifferenza dei governi nazionali e dell'UE", sottolinea p. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli: "ci si ostina a definire politiche migratorie, quelli che sono accordi stipulati con governi antidemocratici, spendendo capitali che potrebbero essere utilizzati per gestire le migrazioni in maniera sicura, legale e a beneficio di tutta la comunità. Non possiamo tollerare che vite perse in mare non suscitino reazioni e risposte umanitarie. La politica democratica e le istituzioni che la decidono - conclude p. Ripamonti - hanno come compito principale di garantire una vita degna e libera a ogni essere umano sulla terra".