29 Gennaio 2026 - Anticipiamo l'editoriale del prossimo numero di "Migranti Press", a firma di Massimo Faggioli, che attualmente insegna Ecclesiologia presso il "Trinity College" di Dublino, in Irlanda. La sua famiglia è nata a Minneapolis e ha vissuto molti anni negli Stati Uniti.
La nostra famiglia, i Faggiolis, è nata come tale a Minneapolis, una delle due città gemelle, le Twin Cities affacciate sul fiume Mississippi. Mia moglie e io abbiamo insegnato sette anni nell’università cattolica in quelle città, che mi hanno fatto conoscere l’America vera, non quella finta di telefilm come Happy Days o Friends. Abbiamo ancora molti colleghi, amici e parenti in quella zona urbana plasmata come poche dalla presenza delle chiese – protestanti (luterani scandinavi in particolare), ancora prima di quelle cattoliche.
Nel resto dell’America, uno dei modi di definire quelli del Minnesota è Minnesota nice, per dire di una gentilezza particolare nei modi di fare, all’opposto dei modi bruschi degli americani di New York o Boston. Quando un minnesotano che non ti conosce non è d’accordo con te, dice that’s interesting oppure that’s different, per non esacerbare il disaccordo.
Non stupisce che quella città sia stata uno dei centri dell’ecumenismo negli Stati Uniti. Su quelle rive del Mississippi nacque anche, cent’anni fa esatti, il movimento per la riforma liturgica in Nordamerica, che poi seguì la corrente del fiume fino al Midwest più a sud. Quella chiesa locale è la culla del cattolicesimo sociale americano (cercare su Google monsignor John Ryan), che influenzò le politiche del New Deal di Franklin D. Roosevelt.
La cultura sociale solidarista non è solo materia di politiche pubbliche, ma anche di stili di vita: aiutarsi tra colleghi in momenti complicati (il trasloco, la nascita di un figlio/a) era parte integrante della vita in una città (quella di Charles Schulz, il padre di Snoopy e Charlie Brown dei Peanuts) molto fredda nelle temperature, ma calda nei rapporti umani.
La comunità somala e quella Hmong (rifugiati dal Laos, una delle conseguenze della guerra in Vietnam) sono parte integrante della vita della città, e da decenni. È una chiesa locale in cui la liturgia eucaristica viene celebrata anche in forma inculturata per i nativi americani.
Sono molti i motivi di contrasto tra le scene di violenza da parte delle forze federali per le strade di Minneapolis e i ricordi personali che ho di quella città. Ma non stupisce la scelta di prendere di mira quella zona del paese da parte dell’amministrazione Trump: per le sue tradizioni politiche solidariste e democratiche, ma anche per la presenza capillare e pacifica di chiese e religioni (compresi ebraismo e islam) nel tessuto politico e sociale.
Una parte di America in cui religioni e democrazia si ispirano reciprocamente, in modi molto diversi dall’ideologia del Make America Great Again. (Massimo Faggioli)
23 Gennaio 2026 - L’ultimo numero del 2025 di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina e approfondisce il tema-guida del Rapporto Italiani nel Mondo 2025: non siamo un Paese di “cervelli in fuga”.
L’Italia si racconta come il Paese della grande fuga dei giovani altamente qualificati, ma parlare di “cervelli” è offensivo per chi parte come per chi resta. E l’immagine tragica della “fuga” offusca la dimensione della “scelta”.
14 Gennaio 2026 - Stiamo vivendo un inferno, con sempre meno consapevolezza. Difficile costringere la mente a rifletterci, mentre la legna sussurra nel camino e il sole si inabissa fra gli alberi e il mare, oltre la finestra. Eppure c’è dolore, all’esterno e non solo. «Se la lettura del Vangelo, della Bibbia, non ti graffia dentro, non è autentica». Inizia così il pomeriggio con Marcello Silvestri, artista, pittore e scultore italiano di respiro internazionale, che ha viaggiato insieme alle sue opere a Roma, Parigi, Bruxelles, New York, Osaka. È stato uno degli artisti che hanno impreziosito la Bottega d’Arte aperta da Fondazione Migrantes sulla Terrazza del Pincio a Roma, in occasione dell’Earth Day 2025.
[caption id="attachment_70064" align="aligncenter" width="300"] Marcello Silvestri[/caption]
Impegnato nel sociale, ha interpretato la Bibbia mescolandola ad appelli ecologici, denunce della violenza bellica, meditazioni su migrazioni e rifugiati. «Come nell’Apocalisse, l’immagine della porta chiusa. Il testo dice: “Sto alla porta e busso”. Quindi c’è qualcuno che sta dietro quella porta, che vuole entrare… Ricorda la parabola dell’amico importuno. Questo Cristo che è dietro la porta e bussa, se non lo avvertiamo come una persona che ci dà fastidio, che ci fa alzare, per poi scoprire che invece è una persona che vuole stare con te, vuole mangiare insieme, non possiamo comprendere il Vangelo. Non è un racconto del passato. Ha una contemporaneità».
È una contemporaneità che passa anche attraverso le immagini?
Io leggo, in Isaia 64, che “tutti siamo avvizziti come foglie”, che “le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”. Nessuno cerca il bene. È una fotografia che Isaia fa della contemporaneità di chi legge quel testo. Pensiamo, allora, a questa parola nella nostra contemporaneità: nei migranti e nei profughi che non vengono accolti, come se ci fosse una scritta davanti a tutte le coste d’Italia e d’Europa: “Vietato l’ingresso agli stranieri”.
Isaia ha un altro mondo nella testa, per questo dice così – “avvizziti come foglie” – usa questa immagine, ma poi aggiunge: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani”. Prima ci vengono messe davanti le foglie calpestate e bagnate dalla pioggia, oggi le immaginiamo calpestate dalle scarpe, dalle gomme delle macchine e dei motorini, marce. Allora, dobbiamo abbinare il testo di Isaia con quello della Genesi, perché nel creare l’uomo Dio ammucchia il fango.
Se entriamo dentro queste parole febbrili, vediamo il fango raccolto, ammucchiato, con la grazia che un vasaio usa per costruire un vaso. Un testo così vecchio diventa contemporaneo quando io vedo il vasaio che costruisce: c’è il fango delle foglie morte, c’è il gesto liturgico del vasaio che plasma, e questo modo di accarezzare il vaso sono le mani di Dio che ci accarezzano per costruire la nostra persona. Questa è la contemporaneità del testo sacro.
[caption id="attachment_70063" align="aligncenter" width="300"] Marcello Silvestri, "Tombe in mare con cartiglio"[/caption]
E la contemporaneità dell’arte?
In un’opera che ho realizzato in tema di migrazioni (Naufragio, 2016, ndr), ci sono degli occhi che ci guardano, fra le onde. È la vergogna dei cosiddetti governi emancipati, questi occhi che chiedono aiuto, chiedono pietà. Si rifà al naufragio di san Paolo, ma il suo naufragio diventa la contemporaneità del nostro oggi.
Oppure, in un’altra opera (Tombe in Mare, 2015, ndr) rappresento lapidi di differenti forme e misure, come sono differenti le fedi e il credo delle persone che l’acqua ha inghiottito. E poi, in basso, un cartiglio, l’ultimo grido soffocato dall’onda che emette chi chiede aiuto e non riesce a terminare la parola.
Un simbolo inventato, che non è nessuna lingua ma che potrebbe essere ciascuna.
Una locuzione di aiuto, inaudito e inascoltato. Cose che nessuno vuole udire e vedere. I giornali ne parlano, i politici fanno omaggi, ma rimane la bestemmia di un aiuto mancato. Allora ci vuole un’arte che dica queste cose, che vada oltre le edulcorate parole di pietà.
Dirlo come?
Sono tanti anni che traduco il testo biblico a colori. Ho dilatato la lettera, perché la lettera non si vede. Quando io parlo voi non vedete niente, ascoltate, invece la lettera scritta la vedi. Ma san Paolo vuole che la fede sia trasmessa attraverso la predicazione, “la stoltezza della predicazione”, e la predicazione può essere verbale o cromatica. Allora io dilato la verbalità della parola, la faccio diventare cromatica e parlo alle persone.
C’è un problema, però: è una predicazione non fatta di regole e dogmi ma, per così dire, di affetto e adattamento a chi ho davanti. Il mio pubblico è stato sempre quello del terzo stato. Ho vissuto per anni alla Repubblica dei Ragazzi, dove si raccoglievano giovani senza famiglia. Ho fatto per un decennio catechesi nel carcere di Civitavecchia e a ragazzi con problemi di tossicodipendenza. A queste persone non puoi presentare subito la dottrina, perché a loro non interessa. Devi presentarti con il Vangelo che è amore al prossimo.
Pensiamo a un bambino di 8 anni che vede la madre fatta a pezzi dal suo sfruttatore; oppure a un ragazzo che fa migliaia di chilometri per trovare un posto dove poter respirare e vivere: arriva in Italia, da solo, dopo aver visto gli altri annegare, è subito reclutato dalla malavita, spaccia droga e finisce in carcere. Non sappiamo da dove viene, cosa gli serve, cosa gli è successo, cosa vorrebbe fare: sappiamo solo che merita la galera. Il Vangelo è libertà, è bellezza, è un grazie per la vita.
[caption id="attachment_70062" align="aligncenter" width="300"] Marcello Silvestri, "Naufragio"[/caption]
Spetta anche all’arte mostrarlo?
Per far capire il Vangelo serve una catechesi visiva, oltre che di parole. Prendiamo l’immagine della vite, che è Cristo, e dei tralci. Ci sembra un’immagine bella, ma se si guarda come è fatto il tronco della vite, si vede che è nodoso, con lacerazioni e spacchi: sono le torsioni dell’anima che vive Gesù prima di essere crocifisso. Nella mia rappresentazione della vite, siamo alla transavanguardia, sia come tecnica che come proposta artistica.
La drammaticità di questo discorso lo dice l’opera, questa icona contemporanea che mostra la realtà, queste nervature, questi dolori, come anche la speranza del frutto. Fra l’altro, il Vangelo raccontato con questo tipo di immagini semi-astratte è accettato anche dai protestanti.
Ancora, prendiamo la Lettera agli Ebrei. Dice: “Avete assaporato la bella parola di Dio”, per-ché in greco kalòs kai agathòs, il bello e il buono, si identificano. Quindi, la bellezza e la bontà della parola di Dio coincidono. C’è un estetismo, un’architettura, che può mostrare il senso del testo originale del “gustare” qualcosa che è “bello”. Ci vogliono persone che raccontino con il colore, con la materia, la contemporaneità dei testi che si leggono.
Però anche la contemporaneità cambia, e quindi il modo di raccontarla.
Sì. Prendi il tema dell’ecologia: l’ho affrontato ripetutamente, anni fa con i dipinti figurativi del Cantico delle Creature di san Francesco; nel 2025 con la mostra “Sacra. Ecologia Dentro”, che, ispirata dalla Laudato si’, mostra la terra, l’aria, l’acqua, il fuoco, i quattro elementi della vita, in stile astratto, arte povera. Il Cantico come lo avevo rappresentato negli anni ’90 non possiamo più proporlo oggi: dovremmo invece proporre il Miserere mei, Deus, perché abbiamo lasciato che altri distruggessero la terra, diventata proprietà di miliardari e sfruttatori.
[caption id="attachment_70061" align="aligncenter" width="207"] Marcello Silvestri, "La battaglia"[/caption]
In questo senso, quale via traccia l’arte?
C’è bisogno di rivalutare l’umanità di Cristo. Dio si è incarnato. Non si è fatto solo “ebreo”, solo “bianco”, solo “nero”. Si è fatto carne, si è fatto umanità. Dobbiamo saper leggere l’unica umanità vera, la sua, perché noi siamo tutti disumani: l’unica umanità è quella di Cristo.
Per questo, vanno sottolineate le opere che ha fatto Cristo, perché noi nell’arte lo vediamo sempre rappresentato in bronzo, in gesso, in legno, in plastica. Ma quella è carne e ossa, è vissuto, è verità, è persona, è incarnato.
E va visto, letto e vissuto come umanità. Quando mangia le spighe, quando perdona, quando guarisce, sono le stesse opere che dovremmo fare noi nel nostro lavoro: compiere quelle opere lì, amare il prossimo attraverso il nostro lavoro.
Viviamo una generazione corrotta, non c’è più l’umanità, non esiste. Ecco il compito nostro: dire e fare, con tutti i limiti creaturali, che questo è il Vangelo e che questo è il senso umano di esistere. (Simone Varisco | "Migranti Press" 11-12 2025)
26 Gennaio 2026 - “La speranza è itinerante. Mio padre e mia madre erano aramei erranti” è stato il tema che ha fatto da filo rosso fra due importanti incontri tra rom, sinti, caminanti e operatori pastorali in cammino con loro: il primo a Napoli, tra il 12 e il 14 settembre, per il convegno nazionale specifico della Fondazione Migrantes; il secondo a Roma, nei giorni 18 e 19 ottobre, per il Giubileo dei rom, sinti e caminanti. Il tema, scelto come titolo del Giubileo, è stato il centro di una lectio magistralis dell’arcivescovo di Napoli, il card. Domenico Battaglia – “don Mimmo” – rivolta a più di 70 persone presenti nell’aula magna del seminario diocesano a Capodimonte, che ospitava il primo incontro: sono arrivati dal Veneto, dalla Lombardia, dal Piemonte, dall’Emilia-Romagna, dalle Marche, dal Lazio e dalla Campania.
Insieme a loro numerosi rom, provenienti specialmente dai campi della città metropolitana di Napoli. Una città che aveva già accolto e abbracciato i presenti al loro arrivo, il giorno prima, in particolare con la visita alle catacombe di San Gennaro, gestite da un’impresa sociale – “La paranza” – fondata da don Antonio Loffredo, esempio di cura dei talenti dei giovani provenienti dalle zone più marginali della città (in questo caso il Rione Sanità).
Il Vangelo non chiede prima un domicilio e poi la fede
Mons. Battaglia nella sua lectio ha chiarito subito che la frase “un arameo errante era mio padre” non è triste: è una chiave. Dice che veniamo “da poco” e che Dio costruisce casa proprio lì, dove e quando mancano le sicurezze. Per la pastorale con rom e sinti vuol dire riconoscere la dignità di chi vive di soste e ripartenze, smontare il pregiudizio che confonde mobilità e sospetto, passare dall’“integrazione” che uniforma a un’alleanza che valorizza lingue, mestieri, musica e famiglia allargata.
Se il padre era “errante”, il Vangelo non chiede prima un domicilio e poi la fede: offre una famiglia che cammina con chi è in viaggio, capace di fermarsi in un’area di sosta, in un campo tollerato, in un parcheggio ai margini, e di iniziare dal passo giusto: salutare, conoscere i nomi, ascoltare le storie, chiedere permesso, parlare con capifamiglia e mamme, costruire fiducia prima di realizzare progetti.
La pastorale specifica lo ripete da anni: non “progetti per”, ma “percorsi con”. Si parte dall’ascolto, si riconosce l’autorevolezza degli anziani, si formano catechisti interni, si punta sulla scuola dei piccoli e su lavori dignitosi per gli adulti, si promuovono aree di sosta legali e sicure, si trasforma l’elemosina in responsabilità reciproca.
Non assistenza a strappi, ma vicinanza stabile. Non eventi isolati, ma alleanze territoriali con Comuni, associazioni e parrocchie di confine. È lo stile di fraternità sociale ricordato tante volte da papa Francesco.
Dal “loro” al “noi”
I pronomi “io” e noi” che ritornano nel testo – ha spiegato “don Mimmo” – dicono che la storia di Dio non è lontana: entra in casa, entra in roulotte, entra nel campo. Non parliamo di “loro”: parliamo di noi. È così che la memoria fa pace con la vita.
La comunità cristiana, allora, non arriva con moduli precotti e prediche lunghe; arriva con presenza fedele, passi piccoli, ma continui: camminare con le persone, valorizzare le famiglie, proteggere i piccoli, creare legami con scuola e sanità, promuovere luoghi sicuri e legali.
La pastorale non è assistenza a scatti, è alleanza che ridà dignità. Se impariamo a dire “noi”, cambia il tono di tutto: meno diffidenze, più fiducia; meno discorsi, più cura concreta; meno “venite da noi”, più “veniamo con voi”.
L’Eucarestia è una cena: si controlla sempre chi manca
Le sollecitazioni del card. Battaglia, insieme ad alcune domande-guida, sono state lo stimolo dei successivi lavori di gruppo, organizzati in tavoli tematici, in cui sono emersi tanti spunti di riflessione.
Nel pomeriggio poi si è “praticato” ciò che si era discusso durante la mattina: i partecipanti, divisi per gruppi, sono stati accompagnati da operatori locali e volontari a conoscere la realtà dei campi rom presenti a Napoli. Il gruppo più numeroso si è recato a Giugliano, dove risiedono in condizioni di estrema povertà più di 700 persone; altri sono stati a Scampia, altri ancora nei campi di Gianturco e Barra-Ponticelli. Al termine, tutti a cena a Scampia, ospiti di una famiglia del campo, e infine insieme con la musica degli “O’ Rom”, guidati da Carmine D’Aniello, che uniscono la tradizione napoletana e quella rom.
La domenica, l’Eucarestia è stata presieduta dal vescovo ausiliare di Napoli, S.E. monsignor Michele Autuoro, presidente della Fondazione Missio.
Prima del pranzo conclusivo c’è stata la restituzione del frutto dei tavoli tematici, guidata da padre Alex Zanotelli. Tra i punti emersi, il primo ha riguardato il rapporto con politica e pubblica amministrazione: “La politica è sorda nei confronti dei rom”, si è detto. Molti non hanno il certificato di nascita, quindi non possono ottenere la residenza e di conseguenza non possono avere un lavoro. Forte è anche la consapevolezza che occorre continuare a sostenere cammini per favorire l’uscita dai campi.
Il secondo punto riguarda la Chiesa. È stata ribadita la necessità di conoscere e frequentare i rom che vivono nei territori delle parrocchie, di intraprendere un cammino insieme, per tendere a quel “noi” di cui aveva parlato il card. Battaglia. Se si crea una relazione, non può rimanere solo nel campo, ma bisogna esprimerla fuori, nella società e nella parrocchia. L’Eucarestia è una cena: si controlla sempre chi manca, prima di iniziare. E se mancano gli ultimi, non si inizia. Le barriere, certamente, ci sono, ma si possono superare: con il dialogo, l’ascolto attento e rispettoso, la creatività necessaria per costruire un percorso umano. E per fare tutto questo è necessario anche superare le divisioni ancora presenti tra soggetti ecclesiali e con altri “mondi”; per costruire alleanze profetiche.
Il terzo punto è quello dei luoghi “virtuosi” di integrazione. La scuola è lo spazio che ha maggiore potenziale, ma lo sono anche lo sport, la musica e ogni momento o esperienza di aggregazione pomeridiana. È vitale accompagnare i ragazzi soprattutto nell’età dell’adolescenza, il periodo in cui si rischia di più di fare dei passi indietro. In questa cura dei luoghi, va inclusa anche la comunicazione: c’è una cattiva informazione sui rom, anche tramite i social.
Il quarto punto emerso riguarda i percorsi possibili per passare dall’“assistenzialismo” alla cooperazione costruttiva. La progettualità deve venire dai fratelli e dalle sorelle rom, perché sono loro che devono prendere coscienza del problema. Dopo l’assistenza, nelle situazioni di emergenza, tutte le persone vanno aiutate nell’autonomia e nella responsabilità. Il ruolo degli operatori gagè deve essere quello di facilitare la consapevolezza dell’importanza della scuola e della formazione, dall’infanzia fino all’espletamento dell’obbligo, e la conoscenza dei propri diritti e doveri di cittadini. È un lavoro che aiuta a creare ponti con il resto della società e che chiama le diocesi ad affiancare e supportare anche altri soggetti del cosiddetto terzo settore.
Il Giubileo a Roma con il Papa
Dopo poco più di un mese dall’incontro di Napoli, si è celebrato a Roma il “Giubileo dei rom, sinti e caminanti”, alla presenza di papa Leone XIV. Più di 3.500 persone provenienti da tutta Europa – incluso un gruppetto di caminanti dall’Irlanda – si sono radunate al mattino del sabato 18 ottobre nell’aula Paolo VI, in Vaticano.
Qui si sono susseguiti canti, testimonianze e riflessioni sulla storia e la vita di rom, sinti e caminanti, in attesa del Pontefice, il quale alle ore 11.45 è giunto sul palco della grande Aula progettata da Pier Luigi Nervi. Tre conduttori di eccezione hanno accompagnato l’uditorio nella mattinata: Maris Milanese, presentatrice di TV2000; Eva Rizzin, sinta, ricercatrice universitaria in antropologia e storia della politica; e Jordan Halilovic, rom, studente di economia a Roma.
Tra i momenti più toccanti, la performance di una canzone gitana dedicata al Santo Padre, l’ascolto di alcune testimonianze su vicende dolorose di resilienza del popolo romanès e la meravigliosa danza dei bambini rom rumeni del gruppo musicale “Elijah”. Inoltre, i presenti hanno potuto ascoltare alcune bellissime poesie e musiche della tradizione romanì di Spagna, Francia, Austria, Cecoslovacchia, Italia, Paesi balcanici e altre parti di Europa, a riprova del fatto che la cultura romanì è trasversale a tutta l’Europa.
Il dialogo dei bambini e dei giovani con Leone XIV
Dopo il suo discorso, papa Leone ha avviato un dialogo a braccio con alcuni bambini e giovani rom. La prima domanda che questi ultimi gli hanno rivolto è stata: «Come essere amici di Gesù?». «Essere amico di Gesù – ha risposto il Pontefice – comincia con l’essere amico: è importante essere amici di tutti, è bello avere una vera amicizia. Non possiamo essere amici di Gesù senza conoscerlo. Conoscere l’altro e che l’altro conosca me stesso. Il dialogo con Gesù che si ha nella preghiera è un elemento importante. […] Cercare Gesù anche in comunità, amare Gesù, essere amico di Gesù vuol dire essere amico della Chiesa, cercare anche gli aiuti della Chiesa».
È seguita un’altra domanda: «Possiamo crescere in un mondo senza guerre? Possiamo fare qualcosa affinché questo avvenga? ». Qui il Papa ha risposto così: «La pace è possibile, non è soltanto un sogno. Per vivere in pace dobbiamo essere noi stessi persone di pace. Se vogliamo cambiare il mondo, cominciamo da noi: nelle famiglie, tra i compagni di scuola, con il rispetto e il dialogo. Così si costruisce un mondo di pace».
Quindi, sul tema del pregiudizio e della diversità, il Papa ha aggiunto: «I bambini non sono preoccupati di chi è diverso. Siamo noi adulti che iniziamo a giudicare e a separare. Ogni essere umano è nato con l’immagine di Dio».
Vi è stata quindi un’ultima domanda in spagnolo, riguardante i poveri. Papa Leone ha risposto nella stessa lingua, dicendo: «Siamo tutti esseri umani, ricchi e poveri. Amare un povero è amare una persona senza distinzioni. Bisogna fare attenzione ai pregiudizi e rispettare chi è lontano, chi è nel bisogno, chi è diverso».
Il congedo e il passaggio dalla Porta Santa
Papa Leone, dopo un momento di preghiera alla Vergine, riprendendo il gesto compiuto 60 anni prima da san Paolo VI, ha incoronato la scultura originale della Madonna con il Bambino – presente in sala – “Regina dei rom e sinti”, e ha impartito la benedizione apostolica. Ciascun partecipante aveva ricevuto in dono un’immagine di quella scultura, contenuta in un sacchetto in stoffa realizzato dal laboratorio di sartoria dell’Istituto Penale di Reggio Emilia, alla cui manifattura hanno partecipato anche ospiti sinti della struttura detentiva.
Al termine, Leone XIV ha salutato uno a uno i malati e le persone in carrozzina sedute nelle prime file – scambiando qualche parola con ciascuno –, ha benedetto un neonato, firmato biglietti e strumenti musicali, per poi congedarsi tra numerosi applausi. Concluso l’incontro in Aula Paolo VI, il gruppo giubilare si è recato in pellegrinaggio in San Pietro, varcando la Porta Santa.
La celebrazione finale al Santuario del Divino Amore
L’indomani, domenica 19 ottobre, i rom, sinti e caminanti rimasti a Roma si sono dati convegno presso il santuario del Divino Amore – dove sono custodite le reliquie del beato Zefirino, unico santo rom riconosciuto dalla Chiesa cattolica – per un’Eucarestia all’aperto. La concelebrazione è stata presieduta da S. Em. il cardinal Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La Santa Messa è stata animata con canti di tutte le tradizioni musicali romanì europee, coinvolgendo i presenti in una vera celebrazione di gioia e di ringraziamento a Dio per il dono della Vita. È stato il modo più bello per concludere il cammino comune che ci ha portato da Napoli a Roma. (Eraldo Cacchione e Simone Strozzi in "Migranti Press" 11-12 2025)
13 Gennaio 2026 - L’ultimo numero del 2025 di Migranti Press, il mensile della Fondazione Migrantes, propone in copertina e approfondisce il tema-guida del Rapporto Italiani nel Mondo 2025: non siamo un Paese di “cervelli in fuga”. L’Italia si racconta come il Paese della grande fuga dei giovani altamente qualificati, ma parlare di “cervelli” è offensivo per chi parte come per chi resta. E l’immagine tragica della “fuga” offusca la dimensione della “scelta”.
In evidenza, i due editoriali e l’intervista all’artista Marcello Silvestri. Nell’editoriale del direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo, che abbiamo già anticipato su migrantesonline.it, troviamo ciò di cui è opportuno dire grazie per il 2025 accanto alle sfide per il 2026, una in particolare… Nell’altro editoriale, Paolo Lambruschi accende un piccolo spot su degli emigrati italiani che non ti aspetti. Mentre con Marcello Silvestri affrontiamo il possibile ruolo dell’arte nel vivere la contemporaneità, con una riflessione particolare su ciò che riguarda la mobilità umana.
E ancora, oltre all’ultima puntata della rubrica “Paesi sicuri?” – che ci ha accompagnato per tutto il 2025 – dedicata all’Algeria, due racconti di donne che nel mondo “salvano e si salvano” di Antonella Mariani, la questione del disagio abitativo delle comunità immigrate in Italia, vista da una città come Salerno, la strada fatta insieme a rom, sinti e caminanti, dall’Incontro nazionale degli operatori pastorali di settore a Napoli fino al Giubileo con Leone XIV a Roma.
Infine, le nostre rubriche (Norme e giurisprudenza, Brevi e Segnalazioni – Libri, Cinema, Arte, etc).
Editoriale
I “grazie” per il 2025. E la sfida per il 2026
mons. Pierpaolo Felicolo
L’altro editoriale
“Italbangla” a Londra. Gli emigrati italiani che non ti aspettiPaolo LambruschiPrimo Piano
Oltre la fuga e la retorica dei “cervelli”. Il Rapporto Italiani nel Mondo 2025
Delfina Licata
L’Italia secondo il RIM. Intervista a Paolo Pagliaro
Simone SereniImmigrati e rifugiati
Protagoniste. Donne nel mondo che salvano e si salvano
Antonella Mariani
La lunga strada verso un “abitare sicuro”
Antonio Bonifacio
Il problema abitativo tra le comunità immigrate. Una ricerca specifica dal Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes 2025
Simone Varisco
22 Dicembre 2025 - Siamo nel tempo di Natale. E in quello dei bilanci. Il 2025, dal punto di vista ecclesiale, è stato innanzi tutto all’insegna della gratitudine.
Siamo grati per la vita di papa Francesco, da cui ci siamo congedati nella notte tra la Pasqua e il Lunedì dell’Angelo; per l’elezione di papa Leone; per aver potuto attraversare quest’anno giubilare.
In particolare, è stato bellissimo vivere il Giubileo dei migranti, in concomitanza eccezionale con la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Il passaggio di testimone tra Francesco e Leone qui è stato sul territorio italiano, con i 96 pastorale fatta alla base e nel esplicito: papa Bergoglio aveva indicato il tema della Giornata – “Migranti, missionari di speranza” – e papa Prevost ci ha regalato un Messaggio che ci consegna un’immagine-guida, quella della missio migrantium.
Siamo certamente soddisfatti anche del lavoro della Fondazione nel corso dell’anno, a livello nazionale e soprattutto sul territorio italiano, con i 96 progetti specifici e 10 di ricerca sostenuti e animati.
La realizzazione dei nostri tre Rapporti annuali – Rapporto Immigrazione, con Caritas Italiana; Rapporto Italiani nel Mondo; Report "Il diritto d’asilo" – è poi l’espressione più istituzionale ed evidente di un’azione di ricerca, informazione, formazione e accompagnamento pastorale fatta alla base e nel quotidiano da tanti piccoli tasselli.
La mobilità umana, dall’Italia e verso l’Italia, è un fenomeno complesso e intrecciato, con diverse criticità, ma anche ricco di opportunità.
Fin qui, le cose belle e comunque importanti nella nostra missione pastorale.
Ovviamente, i “ma” sono tanti e preoccupanti, in un contesto internazionale in cui la logica della guerra, l’ossessione per la “sicurezza armata” e per la costruzione del nemico, sembrano guadagnare ogni giorno un metro in più.
Mi soffermo su due aspetti per arrivare a una domanda sincera e aperta. Da un lato, i dati preliminari sul 2025 diffusi da Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, ci dicono che c’è un forte calo degli ingressi irregolari nell’Unione Europea. Ma, come ha commentato su Avvenire Paolo Lambruschi, “resta grave il bilancio di perdite di vite umane, con oltre 1.700 morti sulle rotte migratorie mediterranee che partono dal continente africano in direzione della Fortezza Europa”.
Dall’altro lato, politica e media, in Italia come altrove, continuano a soffiare strumentalmente sulle paure della cittadinanza rispetto ai fenomeni migratori e alle loro presunte implicazioni.
Mi sembra che dobbiamo fare i conti col fatto che produrre ricerche, informazioni e dati o confutare scientificamente dei preconcetti sia necessario, ma non basti – anche nelle nostre parrocchie – a riportare l’opinione pubblica dentro i binari dell’obiettività e a restituire alle persone, di cui parliamo e di cui ci occupiamo tutti i giorni, la loro dignità.
Cosa possiamo fare?
In questo senso, penso anche alle occasioni in cui nel corso dell’anno ci siamo dovuti chiedere se fosse necessario emanare l’ennesimo comunicato per commentare l’ennesimo naufragio, macabra e inaccettabile ricorrenza di morti evitabili.
Non corriamo forse il rischio di assuefarci alla ritualità del pianto, delle parole, dei commenti? Con le nostre parole accendiamo davvero un riflettore? Cominciamo a chiedercelo. Altrimenti le morti, che la statistica e la spettacolarizzazione del dolore lasciano senza volto e senza storia, saranno inutili.
Come Fondazione Migrantes vogliamo raccogliere questa sfida per il 2026 insieme a te che leggi: aiutaci a trovare le parole, le proposte, le scelte opportune. Alla luce del Vangelo. (mons. Pierpaolo Felicolo | "Migranti Press" 11-12 2025)
[caption id="attachment_69453" align="aligncenter" width="1024"] (Max Hirzel)[/caption]
17 Dicembre 2025 - Il 18 dicembre si celebra la Giornata internazionale dei migranti, proclamata dall'Onu nel 2000 per ricordare l'approvazione - il 18 dicembre 1990 - della "Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie". Per l'occasione ripubblichiamo integralmente da "Migranti Press" l'intervista di Ilaria De Bonis a Marco Omizzolo sulla vicenda "esemplare" - un storia di successo ma anche di fallimenti - di Balbir Singh.
È forse ingenuo definire la storia di Balbir Singh semplicemente come di successo o “a lieto fine”. Ma, in effetti, quella del bracciante sikh indiano rimasto schiavo per sei anni in una tenuta di uno dei tanti “padroni” dell’Agro pontino, e poi liberato, non può essere chiamata in altro modo.
L’uomo, originario del Punjab come migliaia di altri braccianti nelle campagne laziali, è emerso dalla trappola di una vita disumana e fuori legge (schiavizzata eppure “normalizzata” in Italia), grazie alla sua forza di volontà, alla preghiera, e a una profonda fede in Dio, quella del sikhismo appunto.
Ma senza la rete di persone, con Marco Omizzolo al centro, che si sono occupate di lui, dopo mesi di lavoro in accordo con le forze dell’ordine, Balbir non sarebbe mai uscito dalla schiavitù.
Ne abbiamo parlato proprio con Omizzolo, classe 1975, sociologo, giornalista, attivista e grande conoscitore della realtà nelle campagne della Pianura Pontina. È co-autore con Singh di Il mio nome è Balbir, pubblicato da People editore.
«Oggi Balbir è impiegato come lavoratore agricolo nelle campagne italiane, con un contratto di lavoro in regola e ha preso la patente. È molto grato all’Italia per averlo aiutato a uscire da questo incubo. Per lui lavorare, rimanere qui e poter guidare un veicolo è un grande successo! Sia dal punto di vista lavorativo che personale e famigliare, Balbir Singh sta crescendo», ci spiega Omizzolo.
Tuttavia questa storia racconta anche il fallimento di un Paese, il nostro, che consente di tenere in piedi un sistema di corruzione, criminalità e schiavitù molto solido, dove i “padroni” si spalleggiano a vicenda e alcuni imprenditori locali, grazie alla connivenza degli enti intermedi, possono schiavizzare gli esseri umani.
Ci sono leggi, spiega Omizzolo, come la Bossi-Fini, che «rendono possibili situazioni di precarizzazione, eclissamento dei diritti e delegittimazione» delle persone, con o senza permesso di soggiorno. Marco è decisamente uno dei riferimenti di quella rete che combatte da moltissimi anni per portare alla luce situazioni di sfruttamento e rafforzare gli strumenti a favore di chi vive in Italia.
Tuttavia, rispetto al fenomeno ignobile del trattamento dei braccianti nelle campagne, del lavoro in nero e della violazione degli obblighi sanitari e legali, ammette di non essere per nulla ottimista: «Questo fenomeno, che sfocia nello schiavismo, nonostante le molte inchieste fatte e nonostante sia tutto uscito allo scoperto, non è stato scalfito in Italia».
L’affermazione di Omizzolo, che è anche docente universitario, pesa come un macigno. La denuncia è forte: «c’è una macchina social-politica e culturale che persiste. Un impianto normativo procedurale e un welfare che hanno come scopo quello di produrre schiavi. Negli anni questa macchina è rimasta invariata».
L’intricato meccanismo che rende “mafiosa” tutta l’attività che ruota attorno ai “padroni” è stato analizzato in diversi libri da Omizzolo; in particolare con "Il sistema criminale degli indiani punjabi in provincia di Latina", pubblicato nel volume a cura di Stefano Becucci e Francesco Carchedi, Mafie straniere in Italia, come operano come si contrastano (Franco Angeli, 2016).
Dall’altra parte della barricata ci sono persone senza protezione, ma molto rispettose persino del padrone: tutto ciò è insito nella visione del sikhismo, così come l’attaccamento al lavoro e il senso di solidarietà. Nonché la voglia di fare giustizia.
«Abbiamo anche avviato delle cause contro alcune aziende – dice Omizzolo –, ma ci vogliono almeno tre anni per ottenere giustizia. E nel frattempo molti lavoratori vengono licenziati. Ci sono casi di donne maltrattate, che hanno subito abusi e ricatti sessuali, ma non è scontato pensare che ottengano giustizia».
C’è la storia di una trentenne molto coraggiosa che anni fa ha raccontato tutto nel corso di un’assemblea pubblica, mettendosi a nudo con fatica: «e non è facile per le donne, abituate al silenzio e a star nell’ombra, denunciare gli abusi», dice Marco.
Queste vite sommerse e ben nascoste, occultate da un sistema che è nato per lo sfruttamento, già da alcuni anni stanno emergendo.
È amaro constatare come l’azione di Omizzolo e quella di tanti come lui, compresa la Chiesa cattolica che sul territorio è impegnata ad aiutare, «hanno fatto emergere il sistema, ma non lo hanno potuto indebolire».
Il sociologo dice che c’è «una ecclesia straordinaria, come quella del Monastero di San Magno a Fondi, che fa tanto per dare sostegno a chiunque ne abbia bisogno». Ma il sentore è che la buona volontà non basti più. Che serva un’azione politica forte. L’azione dei sindacati, ad esempio, nella quale lo stesso Omizzolo credeva molto in passato, «appare oggi deludente», ammette lui.
Se qualche tempo fa ci aveva raccontato: «non è vero che il sindacato ha esaurito la sua funzione: qui siamo di fronte a nuovi conflitti sociali», oggi è decisamente più scettico e per certi versi abbattuto.
Tornando invece alla “parte sana”, e di nuovo a Balbir, che è portatore di speranza vera, vale la pena leggere il libro perché è un’incredibile immersione nell’universo fisico, mentale e spirituale di un uomo dall’elevata forza morale. «Da circa sei anni non entro in un negozio, non torno a casa dai miei figli, non vado a fare una passeggiata, a una festa sikh o a un matrimonio. Sono carne e ossa usate dal padrone per i suoi interessi», racconta nel volume.
Per ben sei anni, relegato in una roulotte, vive vessazioni, fame, privazione di libertà personale e duro lavoro. E tuttavia non si arrende, mantiene salda la sua umanità e lo sguardo alto al cielo: è un insegnamento di come si possa non passare dal ruolo di vittima a quello di carnefice, e di come si possa testimoniare il bene.
Leggendo, noi pure veniamo contagiati, siamo spinti all’azione. Non possiamo più dire di non sapere o di non voler vedere. Balbir non apre gli occhi al sistema corrotto, perché non fa miracoli, ma li apre al resto del mondo libero.
«Noi schiavi abitiamo accanto a voi, a volte anche dentro le vostre case» scrive Balbir nel capitolo “La schiavitù è sotto gli occhi di tutti, eppure ci chiamate invisibili”. «Ci potete incontrare per strada, in un cantiere, al supermercato, in fila all’Ufficio immigrazione della Questura o mentre pedaliamo su una bicicletta scassata, indossando uno zaino enorme per consegnare nelle vostre mani delle gustosissime pizze made in Italy cucinate da molti di noi».
Come ci spiega ancora Marco Omizzolo la vicenda di quest’uomo «non è un caso eccezionale, isolato ma Balbir ha comunque vinto».
«È stato da poco di nuovo in India dove ha potuto riabbracciare la moglie e i figli e soprattutto conoscere il nipotino nato da poco. È possibile affermare che Balbir si dava per morto e invece abbraccia il futuro. Aveva anche pensato al suicidio durante quei sei anni, ma alla fine non lo ha fatto, perché è un uomo profondamente religioso e la sua religione gli vieta di uccidersi».
Balbir ci insegna la postura da assumere, il senso di gratitudine per il creato e l’amore per gli altri da mantenere anche in situazioni di grave sofferenza. «Lo schiavo oggi non ha le catene, però, per come viene considerato, trattato, definito e sfruttato, non può esercitare quei diritti che voi considerate normali». Eppure ha sempre la possibilità di scegliere se stare dalla parte della vita o della morte, del cielo o dell’abisso, del sorriso e della speranza o della disfatta totale. ("Il successo di Balbir Singh e il fallimento di un sistema schiavista. Una conversazione con Marco Omizzolo" di Ilaria De Bonis - da "Migranti Press" 10 2025).
[caption id="attachment_69167" align="aligncenter" width="1024"] Balbir Singh e Marco Omizzolo[/caption]
4 Dicembre 2025 - Roma, 4 dicembre 2025. È in uscita il numero 10/2025 di Migranti Press, il periodico della Fondazione Migrantes. In copertina, la “giovane Italia silenziosa” che emerge dal Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes 2025: un’Italia che è cambiata e continua a cambiare, senza clamore, ma con la forza di una trasformazione profonda. È l’Italia dei giovani di origine straniera, nati o cresciuti in un Paese che è anche il loro, che oggi rappresentano non soltanto una componente numerica rilevante, ma soprattutto un laboratorio vivente.
In evidenza, l’editoriale della presidente dell’associazione “Tutori in rete”, Paola Scafidi, che chiede “un tutore volontario per ogni minore”: la realtà dei minori stranieri non accompagnati vista da chi vorrebbe prendersene cura, ma ancora non può farlo fino in fondo; e poi, il progetto, da poco concluso a Roma, della Mostra immersiva sull’emigrazione italiana, “Come ponti sul mondo”.
E ancora, oltre alla rubrica “Paesi sicuri?”, questa volta dedicata al Sudan, anche “La speranza è una radice”, l’esperienza del Festival dell’Accoglienza di Torino; l’intervista a Marco Omizzolo sulla storia di Balbir Singh e di come si è liberato dalla schiavitù del caporalato; un racconto di una giovane studentessa su Gaza, premiato al concorso “La scrittura non va in esilio” del Centro Astalli.
Infine, le nostre rubriche (Norme e giurisprudenza, Brevi e Segnalazioni – Libri, Cinema, Arte, etc).
22 Ottobre 2025 - Il 22 ottobre 2025 parte ufficialmente la 10ma edizione del Festival della Migrazione, promosso sin dal principio dalla Fondazione Migrantes. Ecco come il presidente del Festival, Edo Patriarca, ha presentato questa edizione speciale della manifestazione, nata a Modena, sulle pagine dell'ultimo numero di "Migranti Press".
Raccontare 10 anni del Festival della migrazione è come raccontare un po’ la storia del Paese. Il tema delle migrazioni è una questione sulla quale si è giocato tanto nella politica come pure nel dibattito pubblico sociale e culturale. Quali sono stati e sono tuttora gli assi portanti di questa avventura iniziata da un gruppo di amici, dall’associazione Porta Aperta, con l’Università di Modena e la Fondazione Migrantes?
I punti sono rimasti pressoché invariati nonostante nel frattempo si siano succeduti governi di vario colore e con maggioranze diverse. Anzitutto abbiamo raccontato la realtà del fenomeno migratorio con verità e onestà. Abbiamo scritto nella nostra Agenda che “viviamo in emergenza dimenticando che le migrazioni sono un fenomeno strutturale, inestinguibile, che andrebbe accompagnato da una narrazione onesta fondata sulla verità del le cose, sulla realtà conosciuta e accolta per quella che è.
Troppa la propaganda, troppe le informazioni non veritiere e l’enfasi data alla presunta eccezionalità o all’emergenza del fenomeno migratorio che offuscano le cause più profonde e le dinamiche effettive”. Da qui il contributo di analisi e di dati offerti per fare chiarezza sul fenomeno. Partire dai dati di realtà per non offrire il fianco a stereotipi e luoghi comuni cavalcati da populismi che costruiscono il consenso sulla paura del diverso, sulla sacralizzazione dei confini da difendere con muri e barriere normative di ogni tipo, sulla presunta invasione che minaccerebbe le tradizioni del Paese e persino le sue radici cristiane.
Sappiamo che non è in atto alcuna invasione, che non sono i migranti a modificare la mappa demografica di un Paese invecchiato che perderà nei prossimi decenni abitanti soprattutto nelle aree interne, anche per l’emigrazione di tanti giovani italiani. Non saranno i 5 milioni di residenti stranieri in gran parte di religione cristiana a modificare questo trend negativo.
Dunque il Festival non è solo un’occasione per fare chiarezza, dicevamo, ma anche per svelare le contraddizioni sulle quali si sono mossi i governi succedutisi negli anni. La più evidente è la questione lavoro. La relazione tecnica che accompagna il cosiddetto “decreto flussi” – approvato nel luglio scorso dall’attuale governo –, che consente l’ingresso di mezzo milione di migranti regolari nel prossimo triennio, dichiara che “le dinamiche positive dell’andamento generale dell’economia e dell’occupazione possono essere sostenute solo da una politica migratoria che consenta in Italia di avere manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e di difficile reperimento nel nostro Paese”.
Fermo restando che i lavoratori non sono pacchetti, numeri o solo “forza lavoro”, ma persone con diritti, quella del governo appare di primo acchito una presa di posizione sensata. Peccato non se ne traggano le dovute conseguenze: non si parla di politiche di accoglienza e di inter-relazione con le comunità locali; di regolarizzazione della immigrazione originariamente irregolare, ma ormai stabile e integrata; di formazione scolastica e professionale; di modifica della legge Bossi-Fini e di quella per accedere alla cittadinanza italiana; di investire risorse e speranze, in un Paese con il più basso tasso di natalità al mondo, sugli oltre 20 mila minori non accompagnati ospitati nel sistema Sai (Sistema accoglienza e integrazione) in carico ai Comuni, e che oggi rischiano di non aver più i mezzi per portarli avanti; non ultimo di favorire i ricongiungimenti familiari, proprio perché crediamo nella famiglia come spazio vitale anche per i lavoratori stranieri.
Abbiamo sempre dichiarato che il Festival è anche un evento politico nella sua accezione più nobile, per la costruzione di comunità sempre più fraterne e accoglienti, plurali e ricche di diversità. La nostra Agenda scritta a più mani, con il contributo del Comitato scientifico, intende offrire ai soggetti pubblici e privati e alle istituzioni una bussola, un orientamento per governare un fenomeno strutturale che si gestisce solo con politiche lungimiranti e stabili nel tempo.
Inoltre le battaglie per i diritti dei migranti misurano la qualità e la tenuta della democrazia e dello stato di diritto (quello sostanziale), che è nato proprio a tutela soprattutto delle persone più fragili. Con preoccupazione stiamo assistendo alla sua lenta erosione, indotta dall’ideologia del “governo forte” che attraversa le democrazie mature e che vorrebbe ridurre alla irrilevanza le autorità sovranazionali, avere una magistratura sempre allineata e Parlamenti ridotti a passacarte e sotto dettatura.
Ma l’aspetto più significativo del Festival è quello culturale, con il coinvolgimento delle Università, delle Migrantes diocesane, dell’associazionismo laico e cattolico, e di tante amministrazioni locali e regionali. Un riferimento costante sono i Messaggi per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, quelli di papa Francesco e ultimo quello di papa Leone: “Migranti, missionari di speranza”.
In questi anni abbiamo narrato le migrazioni come un elemento costituivo della nostra umanità, un tratto quasi esistenziale. Gli uomini e le donne da sempre sono cresciuti sulla strada, le migrazioni da sempre hanno fatto la storia delle comunità. E questo ha comportato contaminazioni culturali e religiose straordinarie. Lo spirito che ha animato le precedenti edizioni è quello che anima la vita dei navigatori più esperti: viaggiano spesso andando di bolina, controvento, praticando lo studio e l’osservazione attenta del presente, senza attardarsi e guardando avanti.
Conoscere per comprendere per l’appunto, modificando i punti di osservazione, le posture, indagando con ostinazione nuove prospettive. Temi come l’educazione interculturale, la libertà religiosa e il dialogo fra le religioni, il valore delle diaspore nel nostro Paese, la presenza creativa dei giovani italiani ormai di seconda e terza generazione, l’Italia delle professioni sempre più “colorate” da persone con background migratorio, sono stati temi sempre presenti in tutte le edizioni.
È questa l’Italia che verrà e che noi testardamente continueremo a raccontare. Il messaggio di Leone XIV ci spinge a proseguire su questo cammino: lo sentiamo molto vicino: “In un mondo oscurato da guerre e ingiustizie, anche lì dove tutto sembra perduto, i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza”. Essi sono una benedizione, in un tempo in cui sono necessari e urgenti la condivisione e la cooperazione contro ogni forma di chiusura, contro nazionalismi e sovranismi.
“La generalizzata tendenza a curare esclusivamente comunità circoscritte – continua il San to Padre nel suo Messaggio – costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana”. Papa Leone si rivolge soprattutto alle chiese locali, talvolta irrigidite e appesantite; le sollecita a restare aperte, a mantenere viva la dimensione pellegrina e a contrastare la tentazione di “sedersi”. Comunità per essere “nel mondo” e non per diventare “del mondo”. Un invito alle comunità cristiane che noi pensiamo valga per tutte le comunità locali in cui vive ancora speranza e fiducia nel futuro. (Edo Patriarca - "Migranti Press" 9 2025)
16 Ottobre 2025 - È in uscita il numero 9/2025 di Migranti Press, il periodico della Fondazione Migrantes. In copertina, il balzo mondiale di Mattia Furlani da cui prende spunto l’“altro editoriale” di Elena Miglietti, che mostra come dall’osservatorio quotidiano offerto dai piccoli e grandi atleti dello sport di base e dalle loro famiglie emerga già un Paese reale che chiede solo di essere visto, sostenuto e pienamente legittimato.
A seguire, dopo l’editoriale di S.E. mons. Gian Carlo Perego sulla specifica rilevanza dei corridoi umanitari per le donne in fuga da violenze e privazioni, in primo piano, la presentazione della nuova edizione del Festival della Migrazione – “Oltre il mare, oltre i muri” –, che compie 10 anni: come costruire città più giuste e inclusive?
E poi: il giubileo dei migranti, letto anche alla luce del pellegrinaggio in vita di alcuni giovani santi; l’intervista a p. Pat Murphy, direttore della Casa del Migrante a Tijuana, in Messico, al confine con gli Stati Uniti; e quella a Gabriella Kuruvilla sul ruolo della letteratura della migrazione nel processo di inclusione; e la nostra scheda sui Paesi cosiddetti “sicuri”: questa volta parliamo di Tunisia.
E ancora, la memoria della tragedia di Mattmark, a 60 anni da quella “ultima strage” di lavoratori italiani emigrati; l’esperienza del Coro Millecolori a Napoli; il contributo della Fondazione Migrantes all’effettivo esercizio del diritto allo studio per i figli e le figlie delle famiglie dello spettacolo viaggiante in Italia.
Infine, le nostre rubriche (Norme e giurisprudenza, Brevi e Segnalazioni – Libri, Cinema, Arte, etc).
11 Settembre 2025 - È in uscita il numero 7/8 del 2025 di Migranti Press, il periodico della Fondazione Migrantes. Si tratta di un numero speciale, interamente dedicato alla Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2025 (GMMR), che quest’anno – per volontà di papa Francesco – si celebra eccezionalmente in concomitanza con il Giubileo dei migranti e del mondo missionario (4-5 ottobre 2025).
Nella prima parte del numero, una serie di articoli propongono una sintesi essenziale delle principali tendenze degli ultimi 25 anni negli ambiti di azione pastorale e di ricerca della Fondazione Migrantes (emigrazione, immigrazione, rifugiati e richiedenti asilo, rom-sinti e camminanti, spettacolo viaggiante) e nella legislazione e giurisprudenza italiana dello stesso periodo.
La seconda parte è dedicata a uno speciale regionale – sempre suddiviso per ambiti – che in quest’anno giubilare si sofferma sul Lazio.
In copertina, il tema e l’immagine usata per il manifesto della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. E poi: il commento biblico al tema della GMMR di p. Claudio Monge e il sussidio liturgico per la celebrazione della GMMR.
Nel suo Messaggio per la GMMR, “Leone XIV evoca una missio migrantium, – scrive nell’editoriale il direttore della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo – la «missione realizzata dai migranti, per la quale devono essere assicurate un’adeguata preparazione e un sostegno continuo frutto di un’efficace cooperazione interecclesiale». Il Papa sembra volerci dire che è proprio questa, oggi, la prima forma di testimonianza evangelica di speranza da contemplare, accanto, certamente, a quella delle comunità che li accolgono. Sono migranti e rifugiati i primi missionari della speranza in questo tempo in cui il cielo appare chiuso come lo sono tante frontiere! Una sottolineatura che mi fa vedere meglio che spesso diamo molto – troppo? – più spazio a quello che facciamo e diciamo noi per loro, invece che direttamente alla voce, alla testimonianza e allo sguardo sulla realtà dei migranti e dei rifugiati, anche nelle nostre comunità”
18 Luglio 2025 - A margine della tavola rotonda “I Nord e i Sud del mondo: quali relazioni oggi?”, promossa da Progetto Continenti il 14 giugno presso il Convento di Sant’Andrea a Collevecchio (RI), "Migranti Press" ha intervistato S.E. mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana per l’Italia meridionale.Eccellenza, c’è stato un tempo in cui l’Europa discuteva animatamente circa la propria identità e le proprie radici cristiane. Oggi quel le radici sembrano affiorare solo nei discorsi, ma non nelle scelte. Di fronte a un’Europa che si chiude, che si mostra fragile e disorientata sul tema delle migrazioni, lei ha parlato di “smarrimento”. È forse questo lo smarrimento di chi ha perso memoria delle proprie radici?
Sì, ho parlato volutamente di smarrimento. Non si tratta solo di una crisi politica o sociale: è, prima ancora, una crisi di senso. L’Europa sembra aver perso il filo della propria narrazione fondativa, quello che univa diritto e misericordia, giustizia e accoglienza. Il dibattito sulle “radici cristiane” si è spesso ridotto a una sterile contesa ideologica, dimenticando che il Vangelo è innanzitutto prossimità, non uno slogan identitario.
Oggi quelle radici affiorano nei discorsi, ma raramente ispirano scelte coraggiose. Occorrerebbe tornare a ciò che san Paolo VI chiamava “umanesimo integrale”: un’Europa fondata su un’idea alta dell’umano, capace di custodire i più fragili come pietre angolari del progetto comune (cfr Ef 2,20). Lo smarrimento attuale è il segno di una memoria tradita. Non si può custodire la memoria senza la fatica del discernimento storico e spirituale. La gestione delle migrazioni è la cartina al tornasole di una civiltà.
Quando l’altro è visto solo come un capro espiatorio e non come una rivelazione di senso, significa che abbiamo reciso le radici evangeliche che parlano di “forestiero accolto” (cfr Mt 25,35). L’Europa che si chiude è un’Europa impaurita, e la paura – come insegna Roberto Esposito – è sempre cattiva consigliera nella costruzione dell’ordine politico. Ma se tornassimo a vedere in ogni volto migrante il riflesso di Cristo, allora sì, quelle radici diventerebbero carne, decisione, civiltà.
“Sogno un’Europa solidale e generosa. Un luogo accogliente ed ospitale, in cui la carità – che è somma virtù cristiana – vinca ogni forma di indifferenza e di egoismo”, scriveva papa Francesco nel 2020. Oggi, però, sembra prevalere un’Europa chiusa e impaurita, che fatica a riconoscere il volto umano del migrante. Quanto ci siamo allontanati da quel sogno?
Ci siamo allontanati da quel sogno tanto quanto ci siamo allontanati dal Vangelo. Perché quel sogno non è un’utopia astratta: è il riflesso più concreto dell’annuncio cristiano, che ci chiede di riconoscere nel volto dell’altro – soprattutto nel volto sofferente, straniero, vulnerabile – la carne stessa di Cristo.
Oggi l’Europa sembra vivere una forma di afasia morale: non trova più le parole, né le categorie, per riconoscere l’altro come fratello. È il segno di una deriva culturale e spirituale, in cui il sogno della fraternità è stato soppiantato dalla retorica della paura. In molti Paesi europei assistiamo al riemergere di forme di nazionalismo difensivo, che costruiscono l’identità sul rifiuto dell’altro.
Come ha lucidamente osservato Tony Judt, il problema non è solo l’oblio, ma la manipolazione del passato a fini identitari: la costruzione della nazione si accompagna troppo spesso a un racconto mitico, epurato dalle responsabilità storiche, che giustifica chiusure e autoassoluzioni. Anche Paul Ricoeur, nella sua opera La memoria, la storia, l’oblio, ci ammonisce sull’ambivalenza della memoria: essa può essere forza di riconciliazione, ma anche strumento di esclusione, se ridotta a narrazione unilaterale.
Ecco perché una memoria davvero cristiana deve essere memoria ospitale, aperta all’altro e capace di trasformare la storia in responsabilità. Oggi, al contrario, si innalzano muri, si esternalizzano le frontiere, si criminalizza il soccorso. Eppure, la carità, che papa Francesco chiamava “somma virtù cristiana”, non è un’appendice dell’agire politico: è il suo cuore dimenticato. Senza carità, anche la giustizia si svuota. E senza accoglienza, l’Europa tradisce sé stessa.
Siamo dunque lontani da quel sogno, sì. Ma il sogno resta. Ed è nostro compito – come Chiesa e come cittadini – renderlo ancora abitabile. La speranza non è ingenuità, ma forza trasformativa. Abbiamo bisogno di un’Europa più unita nella compassione che nei trattati, capace di riconoscere che la difesa della dignità umana viene prima di ogni confine.
Dal 2013 si stima che oltre 30.000 persone abbiano perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa attraversando il Mediterraneo. Dopo la tragedia di Cutro, nel febbraio 2023, lei ha parlato di un “fallimento collettivo” che pesa come una colpa storica, denunciando una “miopia politica”, ma anche una “cecità spirituale”. Le migrazioni ci interpellano come cristiani, ancor prima che come cittadini. Non dovremmo allora chiederci se, oltre all’inadeguatezza della politica, vi sia anche una difficoltà propria del Popolo di Dio nel riconoscere nelle migrazioni un autentico “segno dei tempi” da leggere e interpretare alla luce del Vangelo?
Sì, è una domanda profonda e imprescindibile. Le migrazioni non sono soltanto un fenomeno sociale o politico, ma un segno dei tempi, nel senso più vero che il Concilio Vaticano II ha dato a questa espressione. Sono il grido della storia che reclama di essere ascoltato alla luce del Vangelo. Se non impariamo a leggere questi drammi come vere e proprie realtà teologiche, rischiamo di separare la fede dalla realtà, il culto dalla giustizia, la liturgia dalla carità.
La tragedia di Cutro, come le migliaia di vite spezzate nel Mediterraneo, sono “epifanie” della nostra indifferenza strutturale: riflettono una civiltà che ha smarrito la grammatica della compassione. Per questo parlai – e oggi ribadisco – di un fallimento collettivo, che riguarda non solo le istituzioni, ma anche la coscienza ecclesiale e della comunità.
Se un’intera generazione resta muta davanti alla morte dei poveri in mare, significa che qualcosa si è rotto non solo nel sistema, ma anche nell’anima. La Chiesa, Popolo di Dio in cammino, è chiamata a una conversione profonda: non può restare neutrale davanti al grido dei migranti, né limitarsi a offrire solo assistenza caritativa, per quanto indispensabile.
È tempo di una pastorale profetica, capace di alzare la voce contro le ingiustizie strutturali e di accompagnare i migranti come sacramenti di una presenza divina che ci visita nel povero, nel perseguitato, nel naufrago. In questo senso, il Vangelo ci precede: non ci chiede il permesso per essere annunciato nelle periferie del mondo. “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi [...] sono anche le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (GS 1).
Il fenomeno migratorio è oggi uno dei nodi centrali della storia della salvezza, perché ci obbliga a domandarci non solo “cosa dobbiamo fare”, ma soprattutto “chi vogliamo essere”. Non possiamo accettare che il Mediterraneo sia ormai un grande cimitero liquido, né restare prigionieri di una spiritualità disincarnata, che consola ma non converte. Accogliere non è solo un gesto etico, ma una scelta escatologica: una risposta concreta alla presenza viva di Dio nei poveri.
Vorrei concludere spostando il nostro sguardo dalle migrazioni forzate a quella presenza silenziosa – o, meglio, silenziata – costituita da oltre 5 milioni di stranieri regolarmente e stabilmente residenti nel nostro Paese. Il cardinale Zuppi, in più occasioni, ha denunciato i rischi di una lettura politicizzata e strumentale del fenomeno migratorio, sottolineando, invece, la necessità di affrontarlo con coraggio politico e senso di responsabilità sociale. Alla luce dell’esito del recente referendum sulla cittadinanza, le chiedo: possiamo dire che, allo stato attuale, in Italia manchino proprio quel coraggio politico e quel senso di responsabilità auspicati dal presidente della Cei?
Sì, possiamo dire che in Italia manca ancora quel coraggio politico e quel senso di responsabilità sociale auspicati dal cardinale Zuppi. Il referendum sulla cittadinanza ha mostrato quanto il tema resti fragile, spesso banalizzato o strumentalizzato politicamente, nonostante si tratti di una questione fondamentale per la qualità della nostra democrazia. Parliamo di oltre 5 milioni di persone straniere stabilmente residenti, molte delle quali pienamente integrate nella vita del Paese, ma escluse dal riconoscimento giuridico. È una zona grigia che contraddice il principio di giustizia.
Detto questo, è importante riconoscere anche i segnali positivi. Penso al recente Protocollo d’intesa firmato tra la Cei e il ministero dell’Interno, che rafforza la collaborazione tra istituzioni civili e realtà ecclesiali per un’accoglienza diffusa, dignitosa e sostenibile. È un passo concreto che dimostra come sia possibile coniugare legalità e solidarietà, coesione sociale e rispetto delle regole. Da queste sinergie può nascere una politica migratoria più giusta, umana e lungimirante. Come cristiani, non possiamo accontentarci di uno sguardo neutrale o rinunciatario.
La Parola di Dio ci interpella con forza: ci chiama a essere un popolo dell’accoglienza, non spettatori passivi di un mondo ferito, ma testimoni attivi di una storia di riconciliazione. Non basta osservare le ingiustizie da lontano: siamo chiamati a incarnare il Vangelo nei luoghi dove si decide il destino dell’umano. La cittadinanza, in questa prospettiva, non è solo un atto legislativo, ma una forma di responsabilità reciproca: è il gesto con cui riconosciamo l’altro non come ospite temporaneo, ma come parte viva della comunità.
Come ha scritto papa Francesco nella Fratelli tutti, “nessuno può affrontare la vita isolatamente” (n. 30). È un principio che vale anche per le nazioni. Riconoscere i nuovi italiani, accompagnare i percorsi di integrazione, superare la logica dell’eccezione e della paura: sono tutte tappe essenziali per costruire una società più giusta, matura e fedele al Vangelo. (Elia Tornesi in Migranti Press 6 2025)
[caption id="attachment_61802" align="aligncenter" width="1024"] (foto: Calvarese/SIR)[/caption]
15 Luglio 2025 - Il titolo della ricerca voluta e finanziata dall’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), – “L’integrazione tra sfide e opportunità. Uno studio sulle condizioni socio-economiche dei rifugiati in Italia” – non gli rende abbastanza giustizia.
Perché non si tratta di uno studio tra i tanti, ma del primo in assoluto così esteso realizzato in Italia, e uno dei primi in Europa, sulle condizioni socio-economiche successive all’accoglienza delle persone che hanno avuto sia una protezione internazionale (da qui in avanti Bip, ossia “beneficiari di protezione internazionale”) che una protezione temporanea (da qui in avanti Btp, cioè “beneficiari di una protezione temporanea”). Lo studio è stato portato avanti con la società di consulenza Lattanzio Kibs e con l’associazione di ricercatori specializzati sulla mobilità umana, Fieri, che hanno contribuito con diversi ricercatori; e si è avvalso di un comitato scientifico composto da rappresentanti del ministero dell’Interno, del ministero del Lavoro, del ministero dell’Economia, della Banca mondiale, dell’Associazione nazionale dei comunica italiani (Anci), di Confindustria, del Tavolo asilo e immigrazione, dell’ Unione nazionale italiana per i rifugiati ed esuli (Unire), nonché da rappresentanti di Unhcr Italia ed Europa.
Il percorso di ricerca e l’individuazione degli intervistati
La ricerca è durata più di anno. I primi mesi hanno impegnato i ricercatori in un lavoro preliminare su più di 200 articoli correlati al tema. Successivamente si sono messi in campo strumenti di indagine sia qualitativi che quantitativi.
Le principali nazionalità delle persone da intervistare sono state individuate in base al Paese di provenienza, al genere, all’area di residenza e al tempo di permanenza, scegliendo sia persone da poco riconosciute, che persone presenti in Italia da 5 anni e altre da 10. I criteri di selezione adottati hanno portato a scegliere persone che provenivano da Nigeria, Eritrea, Mali, Somalia, Sudan, Iraq, Siria, Pakistan, Afghanistan, Venezuela, El Salvador e Ucraina. Tra questi l’84% è un Bip e il 16% Btp; le donne erano il 37% dei Bip e l’80% dei Btp; il 34% di loro era residente nel Nord-Ovest del Paese, il 16% nel Nord-Est, il 31% nelle regioni del Centro e il 19% nel Sud e nelle Isole.
Ricordiamo che secondo l’Istat le persone con un permesso Bip in Italia sarebbero circa 100.000, mentre i Btp sarebbero circa 150.000, per una popolazione totale di 250.000 persone. Grazie anche alla collaborazione con la rete Europasilo si sono individuate le 1.231 persone intervistate in 16 diverse città, grandi e piccole, in tutta Italia.
Le interviste sono state effettuate tutte in presenza e la traccia è stata un questionario semistrutturato di circa 60 domande. Ci sono stati anche colloqui più approfonditi con circa 20 tra “attori principali” e rifugiati e 10 focus group che hanno coinvolto 80 persone, oltre a una giornata finale che ha riunito i ricercatori con altri accademici e con il comitato scientifico di ricerca. Insomma, si tratta di una ricerca caratterizzata da un altissimo rigore scientifico.
Lo studio aveva come obiettivo quello di fornire una comprensione quanto più possibile completa sia delle sfide affrontate dalle persone dopo il riconoscimento della protezione internazionale e della protezione temporanea in Italia, che provare a entrare nel merito di quali sono i fattori sistemici e strutturali che influenzano in positivo o in negativo la loro integrazione.
I risultati
Ora proviamo a vedere alcuni dei risultati dello studio. Innanzi tutto, spicca un elemento: i titolari di protezione temporanea o internazionale in Italia sono mediamente più giovani, ma anche più istruiti della popolazione straniera in generale.
La scarsa conoscenza della lingua italiana rappresenta un ostacolo all’integrazione socio-economica: circa il 53% dei rifugiati accolti ne ha una conoscenza medio-bassa. Più aumenta il livello di conoscenza della lingua, più aumenta la possibilità di occupazione e anche il riconoscimento salaria-le. Su questo aspetto, in particolare, è necessario dire che le norme che hanno tolto la possibilità di frequentare dei corsi di italiano all’interno dei centri – sia nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) che in quelli del Sistema accoglienza e integrazione (Sai) – quando si è ancora nella condizione di richiedenti asilo, in particolare il cosiddetto “decreto Cutro” (dl 20/2023), evidentemente non hanno favorito il successivo processo di integrazione.
I dati più preoccupanti riguardano però la povertà. Nella ricerca si sono usati tre indicatori diversi: povertà assoluta, povertà relativa, esclusione sociale e deprivazione materiale. Si trova in condizioni di povertà assoluta il 43,5% delle persone intervistate. Questo indicatore viene calcolato in base al reddito e in questa fascia ci sono più che altro donne e chi risiede in Italia da meno tempo.
È in condizione di povertà relativa – che si calcola tenendo conto del reddito mediano nazionale – il 67% delle persone intervistate. Bisogna considerare, per fare un raffronto, che si trova in condizione di povertà relativa il 17% degli italiani e il 39% degli stranieri residenti. In questa fascia ci sono soprattutto le persone meno istruite e chi è in Italia da meno tempo. Si trova, infine, in una situazione di esclusione sociale e deprivazione materiale il 26% degli intervistati. Questa particolare condizione si calcola osservando quanti intervistati non possono godere di almeno 7 dei 13 servizi indicati come essenziali. Gli italiani nella medesima situazione sono l’8% e i migranti in generale il 31%.
Il reddito medio mensile dei nostri Bip e Btp è di poco più di 1.100 euro al mese, a confronto dei 1.680 degli italiani e dei 1.330 dei migranti in generale. Si tenga conto che il 40% degli intervistati percepisce meno di 1.000 euro. L’84% dei rifugiati intervistati lavora da quando è in Italia, ma generalmente svolgendo mansioni a bassa qualifica; anche se il tasso di istruzione, la conoscenza della lingua e il tempo di permanenza nel Paese possono lentamente risultare dei fattori per migliorare la loro posizione.
Rispetto alle difficoltà economiche in cui molti di loro si sono ritrovati, la rete cui possono fare riferimento è molto ridotta: il 49% del campione può contare su una o due persone, mentre contrariamente alla vulgata pochissimi hanno usufruito di un qualche sussidio locale o statale: il 73% non ha mai chiesto o ricevuto nulla. Il 62% degli intervistati vive con qualcuno, ma la casa è comunque stata o è ancora un problema. Il 16% di essi vive attualmente in una situazione molto precaria e un altro 26% ha avuto problemi rispetto a dove vivere nell’ultimo anno. L’alloggio risulta essere un problema soprattutto per gli uomini, per chi ha meno di 45 anni e per chi viene da un Paese africano.
Il 45% delle persone raggiunte dalla ricerca – poco meno di uno su due – dichiara di aver subito qualche forma di discriminazione o perché straniero o per il colore della pelle, ma la cosa ancora più triste è che l’83% delle vittime dichiara di non aver denunciato l’accaduto “per non avere problemi, perché succede spessissimo, perché non servirebbe, perché non può provarlo…”.
La lenta e difficile situazione di inserimento socio-lavorativo delle persone rifugiate in Italia, anche quando sono nel nostro Paese da diversi anni, testimonia la durezza del loro percorso anche una volta che sono in salvo. Dall’altro lato, appare un’occasione persa proprio per il Paese che li ha accolti e riconosciuti come meritevoli di protezione, perché vuol dire che non siamo in grado di permettere loro di usare e valorizzare i talenti che hanno – ricordiamoci che il 19% per cento di loro ha un titolo universitario – e che potrebbero essere una risorsa preziosa per tutti. (Mariacristina Molfetta in Migranti Press 6 2025)
[caption id="attachment_61322" align="aligncenter" width="1024"] (foto: Valeria Ferraro)[/caption]
7 Luglio 2025 - La consapevolezza dell’intima connessione tra ciascuno di noi e gli altri va ridestata, in un tempo che è caratterizzato dalla “morte del prossimo”. Ma questa morte porta con sé inevitabilmente anche la nostra condanna a morte!
Nel famoso racconto biblico genesiaco, “l’operazione chirurgica” del Dio creatore, che dal fianco dell’Adam (il tirato dalla terra, sessualmente ancora indistinto) dà origine a «un aiuto che gli sia di fronte» (Gn 2,18b), significava che solo una mancanza, una perdita, apre un essere all’alterità e che non è possibile una relazione autentica se non accetto di essere ferito, mancante, mendicante.
Ma già le Sacre Scritture ci ricordano che, purtroppo, non è sempre così, e Caino ne è la prova. La Genesi ci ricorda anche che Dio pose sulla fronte del fratricida, un segno per preservarlo dalla vendetta del primo venuto. Perché la rottura delle relazioni alimenta il circolo vizioso della violenza e rende impossibile il rapporto stesso con Dio!
Il Cristo, si spingerà ancora più lontano istituendo la relazione, la Cura dell’altro e cioè la prossimità dell’essere umano all’essere umano, alla stessa altezza della prossimità di Dio all’umanità. Non potremmo interpretare diversamente delle affermazioni come «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». (Mt 25,40).
Oggi siamo chiamati a riscoprirlo senza esitazioni, come credenti e, soprattutto, come cristiani, leggendo tra le righe di una storia che è caratterizzata in modo particolare dalla mobilità umana, spesso e volentieri non frutto di una libera scelta, ma di drammatiche condizioni di vita. Siamo chiamati a istituire un pensiero a partire e non malgrado l’esistenza dello straniero, un pensiero dove la condizione di “stranierità” non rappresenti una condanna ineluttabile o una minaccia da scongiurare, ma piuttosto una parola da accogliere che, una volta accolta, genera una nuova etica e un nuovo pensiero al cui centro non si erge più “l’io” ma “l’altro”, come via d’irruzione dell’Assoluto nella storia.
Bisogna ripensare il migrare, tratto caratterizzante la post-modernità, come a un “luogo teologico”, cioè un ambito che ci permette di percepire aspetti originali ed essenziali del Dio della nostra fede, uscendo da una concezione pauperistica del migrante, che apre solo a una prospettiva assistenzialistica e non alla teologia.
Per secoli, la teologia della migrazione è ruotata attorno a una “stranierità” colta nel suo senso escatologico: che implica, cioè, un distacco progressivo da questo mondo come espressione di una tensione verso un Regno che non è di questo mondo. Ebbene, in una stagione in cui si assiste a dei fenomeni di chiusura, di ripiegamento su sé stessi, dove l’altro è respinto come minaccia o, nella migliore delle ipotesi, è considerato come “semplice oggetto” di sfruttamento economico, o come interlocutore che devo condurre, volente o nolente, alla “mia verità”, la “stranierità” è da riscoprire non nel senso dell’abbandono di questo mondo, ma come invito ad abitare diversamente questo mondo, secondo una logica non dell’appropriazione, ma della gratuità.
Bisogna sapersi cogliere come stranieri e pellegrini perché è su questo sentiero che il Risorto si mette sulle nostre tracce, come l’Accogliente che si fa accogliere per aprirci al senso delle Scritture (cfr Lc 24); un Dio che si rivela in modo inatteso e sorprendente: il “totalmente differente” che si dimostra, tuttavia, non “indifferente” alla nostra umanità. (Claudio Monge, teologo e direttore del DoSt-I, centro culturale domenicano di Istanbul | in Migranti Press 6 2025)
[caption id="attachment_61469" align="aligncenter" width="1024"] (Foto: Agenzia Romano Siciliani)[/caption]
3 Luglio 2025 - È in uscita il numero 6 del 2025 di Migranti Press, il periodico della Fondazione Migrantes. In copertina, uno studio dell’Unhcr, il primo in assoluto così esteso realizzato in Italia, e uno dei primi in Europa, sulle condizioni socio-economiche dei rifugiati successive all’ottenimento della protezione.
In primo piano, l’intervista a S.E. mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana per l’Italia meridionale, su Europa, accoglienza dei migranti e sul ruolo e la responsabilità della Chiesa.
E poi: l’editoriale di p. Claudio Monge: una possibile traccia per sviluppare una teologia della mobilità umana e dell’ospitalità.
E, ancora.
La nostra scheda sui Paesi cosiddetti “sicuri”: questa volta parliamo di Costa d’Avorio.
“Le voci silenziate dell’accoglienza”: l’esperienza quotidiana e le opinioni di migranti e operatori sul sistema italiano.
La proposta di convivenza e condivisione tra giovani e migranti del Progetto Combo del Centro Astalli di Trento.
Migrazioni e salute mentale: il progetto “La cura di chi cura” della Fondazione Mamre di Torino.
“Un manifesto rosa”: un racconto di Luigi Dal Cin per ricordare l’emigrazione italiana in Belgio e la tragedia di Marcinelle.
E, infine, le nostre rubriche (Norme e giurisprudenza, Brevi e Segnalazioni – Libri, Cinema, Arte, etc).
29 Maggio 2025 - È in distribuzione, in Italia e all’estero, il numero 4-5 del 2025 di Migranti Press, il periodico della Fondazione Migrantes. In copertina, l’editoriale “doppio” di S.E. mons. Gian Carlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della Cei e della Fondazione Migrantes. Per ricordare e ringraziare Francesco per il suo magistero e il suo servizio alla Chiesa, e per accogliere papa Leone XIV.
In evidenza, l’intervista ad Alba Lala, segretaria generale del Coordinamento nazionale delle nuove generazioni italiane (Conngi), una delle anime del comitato promotore dell’imminente referendum sulla cittadinanza; e il nostro viaggio dentro il volontariato giovanile in Italia, in particolare tra coloro che cercano esperienze di servizio con e per i migranti: cominciamo con le proposte di ASCS, l’Agenzia scalabriniana per la cooperazione allo sviluppo.
E, ancora. L’esperienza di giornalismo al femminile di “Donne senza frontiere”. L’intervista al prof. Andrea Bassi che racconta genesi e motivazioni della ricerca AVIS – “Il dono che include” – sul rapporto tra cittadini di origine straniera e agire solidaristico. La spinta del tema della prossima Giornata del migrante e del rifugiato sul sentiment positivo verso il Giubileo. La scheda sull’Albania della nostra rubrica “Paesi sicuri?”. Italea, il programma di “viaggi delle radici” per italiani residenti all’estero e italo-discendenti. L’arte come “spazio accogliente” di vita, culture e religioni: l’esperienza di Bottega d’Arte. E, infine, le nostre rubriche (Norme e giurisprudenza, Brevi e Segnalazioni – Libri, Cinema, Arte, etc).
27 Maggio 2025 - Entro nel cantiere – siamo nella zona Ardeatina, nella periferia di Roma – mentre Aziz e altri colleghi stanno lavorando alla pulitura dei filtri di un macchinario. Il suo responsabile lo fa chiamare in un piccolo container lì accanto.
Entra, chinandosi un poco sotto la porta dell’ufficietto, e guarda i presenti un po’ sorpreso, guardingo: forse intuisce e spera, forse teme qualcosa di spiacevole. “In questa busta – è Marco Ruopoli, il presidente della cooperativa Sophia, che rompe il silenzio – c’è una lettera che dice che hai i documenti. Hai ottenuto la protezione speciale”.
Aziz non ci crede, scuote la testa, dice qualche parola confusa. Usciamo e ci mettiamo in cerchio, ora ha realizzato, si commuove, ma sorride, un sorriso che è un abbraccio. Sono di fronte a lui. Alza la testa e incrocia il mio sguardo: “Non so chi tu sia, ma ricorderò per sempre il tuo viso. Perché sei l’angelo di questa notizia”. Mi sento in imbarazzo. Ma grato di poter condividere in una mia giornata qualsiasi la gioia di una giornata speciale, specialissima, di un’altra persona. Sono l’ospite di un mattino, ma mi sento per un istante anche io parte della sua storia, di questa storia. Possiamo chiamarlo “il metodo Sophia”: lavorare insieme ad altri per scoprire ciascuno la propria dignità e il proprio posto nel mondo, condividendo la vita quotidiana.
“Questa sentenza è il prodotto di un percorso durato sette anni, e di qualcuno che nel mentre ti accompagna passo passo”, spiega Ruopoli. “In questo piccolo traguardo suo, c’è il cuore del lavoro di Sophia con i migranti: l’accompagnamento, il lavorare con loro su vari livelli, il tempo. Ci vuole veramente una pazienza incredibile per arrivare a giorni come questo, per noi e per loro”.
Aziz ora scalpita per tornare subito in Senegal, ma deve attendere il documento. D’altra parte, avendo già un contratto di lavoro con la cooperativa, può passare direttamente a un permesso di soggiorno da lavoro. “Eppure, in questi sette anni ci sono stati momenti veramente difficili da gestire. Un giorno, due anni fa, mi arriva un suo messaggio sul telefono: voleva una mano per tornare in Africa. Se fosse partito, avrebbe perso tutto. E allora lì, insieme, a rimotivare, a lavorare”.
La cooperativa Sophia – attualmente 12 soci e 24 collaboratori, con un’età media di 24 anni – grazie al sostegno di fondazioni private e bancarie e della Conferenza episcopale italiana, nei suoi oltre 12 anni di attività ha sviluppato progetti in più ambiti: educazione sul tema della migrazione nelle scuole di Italia e Senegal per più di 20.000 studenti; dal 2023, formazione a distanza per ragazzi e ragazze di 11-18 anni a rischio di dispersione scolastica, appartenenti alle famiglie dello spettacolo viaggiante (questi due progetti, in particolare, sono sostenuti dalla Fondazione Migrantes); e poi, un percorso personale di accompagnamento dei giovani nel mondo del lavoro, che finora ha coinvolto più di 150 giovani; infine, la formazione ai mestieri artigianali, in particolare al mestiere edile, elettrico e idraulico, e un accompagnamento personale per 200 giovani italiani e migranti.
Progetti che sono collegati a vari servizi che Sophia, che è anche un’impresa sociale, mette poi sul mercato: dal lavoro che fa Aziz, ai servizi di manutenzione per condomini e parrocchie.
Ma come è nata la cooperativa Sophia? “Facevo la tesi in economia – racconta Ruopoli – e iniziai a orientarla sulla realtà che vivevo in quel momento. Avevo deciso di avviare un’attività di affissione, e cinque, sei giorni dopo, bussò alla porta un candidato minore a sindaco di Roma e chiese se potevo dargli una mano con la campagna elettorale: era proprio il succo della mia tesi. In quei giorni avevo incontrato al semaforo Dullal, misi insieme i pezzi del puzzle, e scoprii che potevo far lavorare non uno ma 30 ragazzi migranti. Da lì poi è nata Sophia”.
[caption id="attachment_59637" align="aligncenter" width="300"] Dullal e Marco.[/caption]
La Fondazione Migrantes è stata la prima a crederci: “Ebbi modo di entrare in contatto con mons. Perego. Gli raccontai quello che facevamo coi migranti – che all’inizio era pulire i condomini e attaccare i manifesti – e lui mi invitò a mandare un progetto, che poi fu finanziato. Ed eccoci qui”.
La cooperativa è nata nel 2013 con 4 soci e all’inizio è stata dura. Poi, paradossalmente, lo sviluppo più significativo è avvenuto in tempo di Covid: “Non potendo lavorare nei servizi, abbiamo iniziato a ragionare sulle aree di lavoro. Nel terzo settore sono molto importanti amministrazione e rendicontazione, progettazione e comunicazione. Sono cose che in qualche modo avevamo sempre fatto, ma se volevamo sopravvivere dovevamo strutturarci un po’.
In quel periodo lo Stato si faceva da garante su prestiti a tasso bassissimo, un prestito che tuttora stiamo pagando. E ci siamo detti: ‘va bene, prendiamo questo prestito, investiamolo sulle persone e iniziamo a tirare su le aree di lavoro’. E nel 2020 in poco tempo siamo diventati da 10 a 29 tra soci e collaboratori”.
Ora Sophia sta vivendo una nuova sfida interna dovuta a una fase di crescita. Ed è dunque un tempo di verifica anche del cammino spirituale, di ispirazione ignaziana, che gran parte dei soci e dei collaboratori condividono, e che li ha fatti incontrare. Si tratta probabilmente del nucleo dell’esperienza di Sophia, e del modo di procedere e di vedere il lavoro: “Non ci siamo neanche scelti tra di noi, ma un passo alla volta camminando siamo diventati compatibili anche come logica”.
Un’esperienza sorgiva molto forte che però non ha impedito di coinvolgere sul piano pratico, attraverso il lavoro, anche persone di religione musulmana e induista, o non religiose. “Noi puntiamo a far scoprire a ciascuno quello che può fare meglio e a farglielo sperimentare. È una sfida molto grande e complessa. Ma quando, a scelte fatte, ti resta gioia e pace nel cuore, è un segno buono, no?”. (Simone Sereni)
30 Aprile 2025 - Il numero 3 del 2025 di Migranti Press, il periodico della Fondazione Migrantes, era già stampato e in spedizione da qualche giorno quando abbiamo tutti ricevuto la notizia dolorosa della morte di papa Francesco. Abbiamo atteso un tempo più opportuno per presentarne i contenuti. Eccoli.
In copertina, la speranza concreta di due belle esperienze di integrazione, nelle quali emergono il rispetto della dignità delle persone e la fiducia in relazioni comunitarie coraggiose: l’esperienza della cooperativa Sophia di Roma e quella del progetto di accoglienza portato avanti dal CIAC di Parma sulla base del modello del community matching. Di che si tratta?
Poi, gli editoriali del direttore del JRS, Michael Schöpf SJ, sull’impatto operativo della decisione del governo degli Stati Uniti di congelare gli aiuti esteri; e quello del Delegato nazionale per le Missioni Cattoliche Italiane in Germania, don Gregorio Milone, su come i cattolici italiani stanno vivendo il particolare momento politico ed ecclesiale del paese.
E, ancora. La seconda scheda della nostra rubrica sui “Paesi sicuri”: questa volta ci siamo occupati del Bangladesh. Un approfondimento ragionato sui dati Frontex 2024. Il resoconto della missione della Fondazione Migrantes con le Acli in visita presso la comunità italiana di New York City. La prospettiva sulla “fuga dei cervelli” dei ricercatori italiani in America Latina. L’esperienza della “scuola itinerante” per centinaia di bambini e giovani delle famiglie dello spettacolo viaggiante in Italia. E, infine, le nostre rubriche (Norme e giurisprudenza, Brevi e Segnalazioni – Libri, Cinema, Arte, etc).
29 Aprile 2025 - La decisione del governo degli Stati Uniti di congelare gli aiuti esteri ha scosso profondamente il mondo umanitario, mettendo a rischio non solo servizi essenziali, ma anche la resilienza a lungo termine delle comunità più vulnerabili.
Lo scorso 24 gennaio, anche noi del Jesuit Refugee Service (Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati) abbiamo ricevuto una comunicazione ufficiale in cui ci veniva chiesto di interrompere immediatamente progetti di assistenza consolidati, che raggiungono oltre 100.000 rifugiati e sfollati in nove Paesi. Parliamo, ad esempio, del supporto psicosociale per membri della comunità yazidi in Iraq, sopravvissuti al genocidio del 2014 per mano dello Stato islamico; di attività di protezione dell’infanzia rivolte ai minori non accompagnati in Etiopia; di un progetto in India per rifugiati dal Myanmar, che prevede aiuti d’emergenza, servizi psicosociali e per la salute mentale.
L’amministrazione Trump ha escluso dal blocco solo le attività considerate “salva vita” in senso molto restrittivo: cibo, acqua e alcuni medicinali. Ma cosa significa davvero “salva vita”?
Uno dei nostri programmi più colpiti è il progetto educativo nell’est del Ciad, regione segnata da instabilità e povertà cronica. Qui il blocco dei fondi minaccia il sostentamento di 450 insegnanti e rischia di costringere decine di migliaia di studenti ad abbandonare la scuola, aumentandone significativamente il rischio di diventare vittime di trafficanti o di sfruttamento. Il congelamento ha colpito anche il supporto alla salute mentale per 500 studenti e le attività di sostentamento per le famiglie, rendendo ancora più difficile spezzare il ciclo della marginalizzazione.
[caption id="attachment_57972" align="aligncenter" width="300"] BAC exam in Farchana, Chad (foto: JRS).[/caption]
Possiamo davvero ridurre la sopravvivenza al solo accesso a cibo e acqua? Per noi, anche l’istruzione e il supporto alla salute mentale, che aiutano a curare i traumi e ricostruire il futuro, sono essenziali per vi- vere con dignità e sono spesso salva vita.
Eppure, viste le dichiarazioni di disimpegno da parte di un numero crescente di governi, la politica sarà sempre meno incline a finanziare attività di questo tipo. Stiamo già osservando un drammatico incremento della vulnerabilità di un numero incredibile di persone, costrette a pagare il prezzo di tali decisioni. Inoltre, la progressiva riduzione di risorse e opportunità non farà che acuire le tensioni, sia tra i rifugiati che tra le comunità locali. Altrettanto preoccupante è la crescente tendenza all’abbandono della cooperazione multilaterale, un pilastro fondamentale degli aiuti umanitari globali.
Il progressivo smantellamento di un sistema basato sulla solidarietà e su valori condivisi sta portando a un mondo frammentato, dove prevale la logica della forza. La politica tende sempre più a ridursi alla tutela del proprio tornaconto a scapito dell’impegno per il bene comune. Lo vediamo nell’ormai diffusa narrazione di odio e divisione che va ben oltre le semplici misure amministrative, nelle politiche migratorie e di accoglienza sempre più restrittive, nell’isolamento di governi autocratici che stringono accordi esclusivamente tra simili.
Stiamo assistendo a un passaggio verso un nuovo ordine globale, in cui le relazioni transazionali e l’interesse nazionale avranno la precedenza sulla dignità umana. A mio avviso, è questo l’aspetto più preoccupante di tutti: se non ci sono relazioni basate sul riconoscimento dell’altro e sulla pari dignità di ogni individuo, la strada verso il conflitto e la violenza è inevitabile.
Come JRS, sosteniamo le parole di papa Francesco nella lettera indirizzata ai vescovi degli Stati Uniti il 10 febbraio 2025: “Ciò che viene costruito sul fondamento della forza e non sulla verità riguardo alla pari dignità di ogni essere umano incomincia male e finirà male”. È necessario riscoprire il valore della solidarietà e del bene comune, riaffermando con decisione che la dignità umana non è negoziabile. Solo così potremo costruire un futuro che non lasci indietro nessuno e che non apra un mondo di odio in cui tutti noi dobbiamo vivere. (Michael Schöpf SJ, direttore internazionale del Jesuit Refugee Service - JRS su Migranti Press 3 2025)
28 Aprile 2025 - Il 16 aprile la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen ha proposto di anticipare l’attuazione di due misure del Patto sulla migrazione e l’asilo (procedure “rapide” ed eccezioni sui Paesi “sicuri”) e di redigere una lista UE di Paesi di provenienza “sicuri”. Le proposte dovranno ora essere approvate dall’Europarlamento e dal Consiglio Europeo.
Se l’Europarlamento e il Consiglio approveranno la proposta, gli Stati membri potrebbero subito applicare la procedura di frontiera o una procedura accelerata alle persone che hanno lasciato Paesi i cui cittadini richiedenti protezione internazionale nell’UE ottengono protezione solo nel 20% dei casi, o meno.
I Paesi terzi considerati “sicuri” e i Paesi d’origine “sicuri” potrebbero essere designati con delle eccezioni, in modo da offrire «agli Stati membri maggiore flessibilità, escludendo regioni specifiche o categorie di individui chiaramente identificabili». Questa seconda anticipazione andrebbe a influire sulla legittimità delle liste di Paesi “sicuri” stilate da alcuni Paesi membri, fra cui l’Italia.
In un primo elenco UE di Paesi di origine “sicuri”, secondo la Commissione, dovrebbero esserci Kossovo, Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Marocco e Tunisia, oltre ai Paesi candidati ad entrare nell’Unione, tranne i casi di «violenza indiscriminata in situazioni di conflitto, sanzioni adottate dal Consiglio nei confronti del Paese o un tasso di riconoscimento dei richiedenti asilo a livello UE superiore al 20%».
Dall'inizio dell'anno sulla rivista Migranti Press della Fondazione Migrantes è presente una nuova rubrica - a cura dell'Osservatorio permanente sui rifugiati "Vie di fuga" - che intende informare proprio sulla situazione sociale e politica dei Paesi considerati "sicuri" dal nostro governo, che al momento sono 19. Nell'ultimo numero si parla del Bangladesh, dove la situazione dei diritti umani "è critica. Secondo i monitor dei diritti umani del Paese, le forze di sicurezza sono responsabili di centinaia di sparizioni, di torture e di varie forme di repressione".