Primo Piano

A Lugano, ai tempi del Coronavirus

31 Marzo 2020 - Lugano - E ti ritrovi con le spalle al muro. Certo, mura di casa. Ma sempre di muri si tratta. Ti ritrovi con la realtà delle cose. Con ciò che è giusto e quello che non lo è ancora. In una società frenata dalle circostanze. Che esiste, consuma, ma che si sfugge e non progetta nulla. Mi ritrovo a pensare alla vita. Alle occasioni perse. Ai traguardi da raggiungere. Ai sogni che ormai è meglio lasciare dove si trovano. Nelle pochissime occasioni per avvicinare la realtà, trovo un mondo pietrificato. Immobile nelle sue illusioni e nei suoi desideri, nel suo necessario e nel suo superfluo. Cammino in città, tra file di negozi chiusi. Guardo le vetrine. Sorrido alle novità di una primavera che quest’anno non potrò vivere. Quando i commerci riapriranno, tutta questa merce diventerà inutile con l’arrivo della nuova stagione, quale che sia. Perché ho capito che merce è, e merce rimane. Altro che appagante esperienza di acquisto. Potessi anche acquistarla tutta e subito, non saprei cosa farmene. Passo i giorni a rovistare nei cassetti. A scoprire il necessario e il superfluo. Penso a tutte le volte che ho acquistato qualcosa d’inutile e di cui ora non so proprio cosa fare. A domandarmi cosa ho provato quando l’ho comprata, e se una prossima volta ci cascherò ancora. No, lo prometto: la prossima volta non comprerò più senza pensare. Cammino per le strade deserte. La gente si evita. Cerco di abituarmi a una quotidianità costretta alla pura sopravvivenza, bloccata. Si ha un bel dire che questo è il vivere dei giorni nostri. Non è vero, lo so. Allora comincio a immaginare cosa accadrà quando ci diranno che siamo liberi, che si torna come prima. A sognare come sarà il ritorno al futuro. Lo prometto. Non farò gli stessi errori. Acquisterò e vivrò nel modo necessario ai miei bisogni, quelli di cui ho vissuto in queste lunghissime settimane. Sognerò quanto basta, senza ambizioni impossibili. Darò più valore al quotidiano, al dialogo con gli altri. Non dimenticherò quello che ho riscoperto essermi veramente indispensabile. Ho imparato a non affidare alla tecnologia il monopolio della mia conoscenza e del mio destino. Ho imparato che è inutile poter raggiungere il mondo intero se ora non posso incontrare nessuno. Lo capisco oggi, quando la nostra esistenza è a rischio, quando l’isolamento è diventato un valore sociale, ora che siamo tutti invitati a non frequentarci, a parlare attraverso un vetro, e farcelo bastare. Darò più valore al mondo e al modo in cui ho vissuto e vivrò. Darò più valore a incontrare gli altri. A condividerne socialità, esigenze e cultura. La mia nuova disponibilità verso il mondo esterno mi aiuta a dimenticare la solitudine di oggi. Attendo di tornare a vivere come la persona diversa che sto diventando. Allora non mi opprime più il muro domestico che adesso pesa sulle mie spalle e segna il confine della libertà. Mi scosto da questa barriera di pietra fredda e inerte. Apprezzo il valore dei miei pensieri, felice di sapere che tra breve torneranno a guidare il destino della nuova persona che sarò. In quelmomento, veramente, sì: andrà tutto bene. (Andrea De Grandi – Corriere degli Italiani)

Migrantes e Ass. Ercolini a fianco dei Rom

31 Marzo 2020 - Roma - L'associazione Ercolini di don Orione, fondata nel 2004 dall’attuale vescovo di Ascoli Piceno, mons. Giovanni D'Ercole, sostiene diversi nuclei Rom in questa emergenza del coronavirus. Purtroppo i diretti interessati – dice Salvatore Paddeu dell’Associazione - sono bloccati nelle loro abitazioni e non possono svolgere i modesti lavori che li consentivano di sostenere le spese quotidiane. Ad esempio Zineta non può recarsi a pulire la Chiesa di Prima Porta come da tempo si era accordata col parroco. In grave difficoltà anche ìDilan, che vive con la sua famiglia in un borgo vicino Latina che “non può svolgere i suoi lavori, agricolo la mattina e aiuto chef nelle ore serali”. “A parte il minimo sostegno economico, siamo – aggiunge Paddeu - per loro un punto di riferimento. Ci chiamano spesso per esser aggiornati sulla triste realtà e inoltre cerchiamo di essere per loro di conforto”. “Migrantes – conclude - continua a sostenere le nostre attività a conferma dell'importante ruolo di coordinamento strategico in un momento molto delicato che trova tutti noi inermi e speranzosi nella Divina Provvidenza”.

Fondazione Moressa: imprenditori immigrati in Italia sopra quota 700 mila, il 9,6% del totale

31 Marzo 2020 - Venezia - Tra le imprese in difficoltà a causa del coronavirus, non bisogna dimenticare che una componente significativa (una su dieci) è rappresentata dagli imprenditori immigrati A fine 2019 gli imprenditori nati all’estero erano 722.712, pari al 9,6% degli imprenditori totali. Negli ultimi dieci anni, mentre i nati in Italia sono diminuiti (-6,9%), i nati all’estero sono aumentati (+32,7%). La stessa tendenza si conferma, anche se in modo molto meno marcato, nell’ultimo anno: -0,6% per gli italiani, +1,9% per gli stranieri. Questi i dati dello studio presentato dalla Fondazione Moressa in cui si fotografa la situazione al 31 dicembre 2019. Secondo i dati nel 2019 la Cina si conferma il primo paese (75.542), seguita da Romania e Marocco, entrambe con circa 70 mila imprenditori. Sommando queste tre nazionalità otteniamo il 30% di tutti gli imprenditori nati all’estero. Gli imprenditori cinesi sono cresciuti del +52,4% negli ultimi 10 anni. Nell’ultimo anno, gli imprenditori cinesi continuano ad aumentare (+2,4%), così come i rumeni (+3,4%), mentre calano i marocchini (-3,5%). Negli ultimi anni sono in forte crescita le comunità dell’Asia meridionale: su tutte il Bangladesh (+133,6% dal 2010, ma in flessione nell’ultimo anno), ma anche Pakistan (+145,4%) e India (+146,9%). Esaminando il settore di attività, un terzo degli imprenditori di origine immigrata opera nel Commercio (33,4%). Seguono i Servizi (23,1%) e le Costruzioni (21,0%). Prendendo in considerazione invece l’incidenza degli immigrati per ciascun settore, il comparto in cui la componente straniera ha il peso maggiore è l’edilizia, con il 15,4%. Seguono commercio (13,2%) e Ristorazione (12,0%). La prima regione per numero di imprenditori stranieri è la Lombardia, con oltre 150 mila unità (oltre un quinto del totale nazionale). In questo caso, la componente immigrata rappresenta l’11,3% dell’imprenditoria complessiva. La seconda regione è il Lazio, con oltre 86 mila imprenditori: qui si registra l’incidenza più alta in assoluto (12,8%). Seguono poi tre regioni con oltre 60 mila imprenditori stranieri: Toscana, Emilia-Romagna e Veneto. A livello provinciale, in termini assoluti le concentrazioni più importanti di imprenditori immigrati sono nelle grandi città: Milano, Roma, Torino e Napoli. Se invece consideriamo l’incidenza sul totale imprenditori, il picco massimo si raggiunge a Prato, dove il 23,7% degli imprenditori è straniero. Altre 5 province segnano un valore al di sopra del 14%: Trieste, Imperia, Milano, Roma e Firenze. Nel 2019 le imprese condotte (prevalentemente) da imprenditori immigrati sono 548 mila, il 10,7% del totale. Tra queste, la stragrande maggioranza (95,4%) è gestita al 100% da imprenditori nati all’estero, segno di una ancora debole interazione tra imprenditori italiani e stranieri. Il Valore Aggiunto prodotto, secondo i ricercatori della Fondazione Moressa, ammonta a quasi 126 miliardi di euro, pari all’8% del totale. A livello territoriale, quasi un quarto del V.A. delle imprese straniere si concentra in Lombardia (30 miliardi). Se invece osserviamo l’incidenza del V.A. delle imprese straniere in ciascuna regione, i valori massimi si registrano in Toscana (11,0%) e Liguria (10,6%). Valori sopra la media nazionale anche in molte altre regioni del Centro Nord tra cui Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio.

De Robertis (Migrantes):  “non dimenticare le fasce più vulnerabili, chi vive alla giornata”

31 Marzo 2020 -
Roma - Un  appello “a non dimenticare le fasce di persone più vulnerabili: gli immigrati che continuano a lavorare nei campi. Se non ci fossero loro non avremmo cibo per noi. I migranti che sono rinchiusi nei centri; le famiglie rom, i circensi e lunaparkisti”. Con l’auspicio che i Comuni, coinvolti negli ultimi provvedimenti governativi per le persone più in difficoltà, “facciano arrivare gli aiuti a tutti, soprattutto a coloro che sono nell’impossibilità di avere altre fonti di reddito e vivono alla giornata”. A parlare al Sir è don Gianni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes. A livello nazionale e diocesano arrivano molte richieste, soprattutto dalle famiglie di circensi, giostrai e rom, “che hanno difficoltà addirittura a reperire cibo – racconta don De Robertis -. Devono far fronte al necessario per le famiglie e dare da mangiare agli animali. Alcuni immigrati non possono pagare gli affitti di casa. È una situazione pesante”. A Torino, inoltre, l’amministrazione ha chiesto alla Fondazione Migrantes un elenco dei cimiteri non cattolici. “Questo vuol dire che ci sono morti per il coronavirus anche tra gli stranieri”, dice. “Tra il personale paramedico tanti sono stranieri”, ricorda don De Robertis, e “molti stanno dando un grande contributo accanto ai nostri anziani”. “In questi giorni – afferma – ci stiamo rendendo conto che l’Italia potrà farcela solo se lavoriamo tutti insieme per il benessere del Paese, indipendentemente dalla provenienza. Stiamo riscoprendo che non esiste un ‘noi’ e un ‘loro’. Spero che questa consapevolezza non venga meno al termine dell’emergenza”. Finora le misure per prevenire il contagio nei campi rom sono state “molto labili”, osserva il direttore della Migrantes: “In alcuni comuni si sono limitati a dire: andate alle Caritas. Ma nei campi si vive in spazi ristretti, in promiscuità, non c’è acqua”. “Noi speriamo che l’ultimo provvedimento del premier Conte possa arrivare un po’ a tutti – dichiara  -. Però bisognerebbe andare a vedere cosa sta accadendo nei vari comuni”. Tra le amministrazioni virtuose don De Robertis cita Bari, che ha mandato un camion con generi di prima necessità al campo rom. Una situazione ad alto rischio – ricorda – è quella nei grandi centri di accoglienza o di rimpatrio –  dove sono accolti o rinchiusi gli immigrati: “Lì sono in condizioni assolutamente non idonee a contenere il contagio. Ci sono camerate, pochi bagni. Questo può diventare un pericolo per tutti”.

Quaresima e Coronavirus: “Signore, ecco colui che tu ami è malato”

31 Marzo 2020 - “Signore, ecco colui che tu ami è malato.” Il Vicario del Papa per la Diocesi di Roma, chiamato con grande affetto e semplicità da clero e laici “don Angelo”, ha iniziato con queste parole domenica 29 marzo la sua omelia sul Vangelo della resurrezione di Lazzaro, che da allora sta accompagnando anche la nostra meditazione quotidiana. E oggi noi tutti, fedeli e sacerdoti della Diocesi di Roma, dobbiamo ripetere dolenti, speranzosi e costernati proprio per lui, per il nostro amato Cardinale, queste stesse parole: “Signore, ecco colui che tu ami è malato”. Il virus cieco e alieno che sta flagellando il mondo ha colpito anche lui. C’era da aspettarselo… ah, don Angelo, dove ti ha portato la radicalità della tua sequela, la tua incuria per te stesso? Proprio un paio di settimane fa gli avevo scritto un messaggio, pregandolo di avere cura di sé, aggiungendo però che secondo me non si stava affatto tutelando. D’altronde, che ci si poteva aspettare da un uomo così libero da se stesso? Tutti quelli che, come il sottoscritto, hanno avuto la fortuna di conoscerlo da prima che fosse “promosso”, hanno tirato un sospiro di sollievo quando, divenuto cardinale, hanno visto che don Angelo è rimasto il don Angelo di sempre (ma lo sapevamo già): un uomo libero, sorridente, paterno, scherzoso, perennemente disponibile – una persona concreta e solida, capace di stare al cento per cento nelle situazioni in cui Dio lo ha messo, tanto al vertice del Vicariato quanto in una cucina in cui prepara con le sue mani la cena (dall’antipasto al dolce) per i suoi figli spirituali innumerevoli volte accolti alla sua mensa – e lì non di rado ripescati dal male. Ascolta, Signore, la nostra preghiera, perché la rivolgiamo a Te per colui che tu ami, per un uomo che, essendo divenuto maestro per molti, è comunque sempre rimasto tuo discepolo. Siamo certi, Signore, che Tu non resterai imperturbato dinanzi alla nostra preghiera. Sappiamo che questa nostra preghiera confluisce nel fiume ininterrotto di analoghe preghiere che stanno in queste settimane salendo a Te da parte di tutti coloro che hanno una persona cara colpita dalla malattia. Non vogliamo corsie preferenziali, come non le vuole senz’altro don Angelo… sappi però, Signore, che anche per noi fedeli della Chiesa di Roma si tratta dello stesso tipo di dolore degli altri: abbiamo una persona cara, abbiamo nostro padre, colpito dalla malattia e ricoverato in ospedale, e noi, come tutti quelli a cui sta capitando una cosa del genere, non possiamo non pregarti solleciti e speranzosi, non possiamo fare finta di non tenerci al tuo intervento salvifico in favore di nostro padre don Angelo. Crediamo anche, Signore, che Tu opererai sempre e comunque ciò che sarà a maggior gloria del Padre e per il nostro maggior bene. Non vogliamo svendere la fede di cui ci hai fatto dono solo perché ora siamo afflitti, né vogliamo ridurre la nostra speranza a una trattativa magica mossa dalla paura che prova l’animale-uomo, l’uomo naturale privo di attese escatologiche. È solo che, Signore, in noi abbandono in Te, e speranza (forse un po’ infantile) che tutto andrà come vorremmo per il nostro amato don Angelo, si intrecciano, e mentre siamo certi che tutto andrà secondo la tua volontà amorosa, la povera carne del nostro cuore trepida, auspicando, forse troppo banalmente, in una guarigione. …mentre la mia mente e il mio cuore si contorcono per arrivare a una conclusione adeguata, mi arrivano, serene e rinfrescanti, le parole con cui don Angelo ha concluso quell’omelia di domenica scorsa: “Noi siamo nella vita, ne siamo certi, e da qui sgorga la fede. Uniamoci a tutti coloro che credettero in Lui. Vogliamo vivere con Lui, immergerci nel suo Spirito, perché chi vive in Lui e crede in Lui non morirà in eterno”. Va bene, don Angelo, ancora una volta voglio fidarmi di te, come quando ero seminarista e tu mi guidavi come un padre; provo ad assumere il tuo sguardo su tutta la vicenda di questi mesi, e sulla tua in particolare e, mentre ci provo, sento che non ho più paura. (Alessandro Di Medio - Sir)  

Scalabriani: “una sola casa” perché nessuno sia escluso

31 Marzo 2020 - Roma - Nel difficile momento sanitario globale che stiamo vivendo i Missionari Scalabriniani di Europa Africa, attraverso il braccio operativo della Agenzia Scalabriniana per la cooperazione allo Sviluppo, lanciano una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi che mira a continuare il sostegno a quel “prossimo”, in particolare migrante e rifugiato, che sta soffrendo della pandemia dell’indifferenza o della marginalizzazione, ma che condivide con tutti “una sola casa”. Coinvolgendo i propri servizi pastorali e i programmi progettuali sparsi tra Europa ed Africa, ed il network da essi generato, gli scalabriniani intendono ribadire che “l'impegno di servizio e prossimità̀ messo in atto da decenni, in quello che è chiamato terzo settore, non si è arrestato; che il bisogno di accoglienza, protezione, promozione e integrazione gridato dall’umanità̀ in cammino è stato, senza dubbio, messo alla prova dalla più grande destabilizzazione mondiale dopo gli ultimi conflitti mondiali, ma non ha smesso di essere di urgente attualità”. Si è deciso di utilizzare il tema della casa, dove ognuno nella nostra vecchia Europa è “costretto” a stare in questi giorni, legandosi anche al Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2020 che sarà incentrato sugli sfollati interni che ricorda come tale realtà̀ “non sia scontata per una gran parte di umanità̀”, si legge in una nota. La Campagna “Una Sola Casa” nasce quindi con l'obiettivo di riflettere ed agire insieme per confermare l’impegno di servizio già in atto e coinvolgere sempre più altri nell' ‘essere casa’ per tutti”. La Campagna è strutturata intorno ad alcune brevi riflessioni video e testuali che trattano diversi aspetti del "costruire" una sola casa con l'altro. P. Gaetano Saracino, missionario scalabriniano impegnato da anni nel proporre una riflessione ecclesiale attraverso il complesso mondo dei media, presterà la voce e il volto per proporre tali tematiche (link al primo video https://youtu.be/kpAw5OMm6_k). La Direzione Regionale stessa della Congregazione Scalabriniana sarà la prima a offrire un sostanzioso contributo economico che ci auguriamo cresca e porti frutto dove c’è più bisogno. I fondi raccolti saranno utilizzati per affrontare l'emergenza che stiamo vivendo oggi, ma soprattutto quella che ci troveremo a vivere domani, quando questa fase critica sarà finita; quando molti dei beneficiari dei nostri servizi sparsi in Europa e Africa avranno bisogno di un supporto in più per ripartire, dalla fondamentale sussistenza alimentare ad una ripresa lavorativa. La pagina della Campagna visibile all’indirizzo www.ascsonlus.org/una-sola-casa sarà via via aggiornata con nuovi contenuti, tutti contrassegnati dall'hashtag #unasolacasa, messaggio chiave dell’iniziativa.

Migrantes Palermo: ogni giorno una stazione della Via Crucis sul canale Youtube dell’Ufficio

31 Marzo 2020 - Palermo - L’Ufficio Migrantes di Palermo promuove ogni giorno una stazione della Via Crucis sul canale Youtube, “un passo in avanti per gustare la gioia della Resurrezione, per camminare con Gesù”. “Ogni giorno potrete seguire una stazione della via Crucis – dichiara padre Sergio Natoli della Migrantes - alla quale si potrà partecipare. Spero aiuti tanti a camminare alla sequela di Gesù”. https://www.youtube.com/channel/UCaIfxZWVfa2yJ6QtZ1Z0jNg/videos

Papa Francesco prega per i senza fissa dimora

31 Marzo 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco ricorda e prega per i senza fissa dimora “Preghiamo per coloro che sono senza fissa dimora, in questo momento in cui dobbiamo essere dentro casa: perchè la società si accorga di questa realtà e li aiuti e la Chiesa li accolga", ha detto introducendo questa mattina la Messa da casa Santa Marta e trasmessa in streaming. Nell’omelia, commentando le letture del giorno, sottolinea che Gesù si è fatto peccato per salvarci. Gesù “non ha peccato: si è fatto peccato”, ha detto il papa che ricorda la Lettera di San Pietro “Portò i nostri peccati su di sé”. E “quando noi guardiamo il crocifisso, pensiamo al Signore che soffre: tutto quello è vero. Ma - ha detto il Pontefice – ci fermiamo prima di arrivare al centro di quella verità: in questo momento, Tu sembri il più grande peccatore, Ti sei fatto peccato. Ha preso su di sé tutti i nostri peccati, si è annientato fino ad adesso. La croce, è vero, è un supplizio, c’è la vendetta dei dottori della Legge, di quelli che non volevano Gesù: tutto questo è vero. Ma la verità che viene da Dio è che Lui è venuto al mondo per prendere i nostri peccati su di sé al punto di farsi peccato. Tutto peccato. I nostri peccati sono lì”. “Dobbiamo – ha detto papa Francesco - abituarci a guardare il crocifisso sotto questa luce, che è la più vera, è la luce della redenzione. In Gesù fatto peccato vediamo la sconfitta totale di Cristo. Non fa finta di morire, non fa finta di non soffrire, solo, abbandonato … ‘Padre, perché mi hai abbandonato?’. Un serpente: io sono alzato come un serpente, come quello che è tutto peccato. Non è facile capire questo e, se pensiamo, mai arriveremo a una conclusione. Soltanto, contemplare, pregare e ringraziare”, ha concluso.

“Rete di speranza”, il nuovo programma di Tv2000

30 Marzo 2020 - Roma - Parte su Tv2000 (canale 28 del digitale terreste e 157 di Sky) ‘Rete di speranza’, il programma che racconta la Chiesa ai tempi del coronavirus, in onda dal martedì al venerdì alle ore 19.30 dal 31 marzo. Le Messe pubbliche sono sospese, le parrocchie e gli oratori sono avvolti dal silenzio ma la Chiesa italiana non ha perso la parola, non si è chiusa nelle canoniche, non ha abbandonato i suoi fedeli. Alla presenza fisica di tanti sacerdoti, che soprattutto nelle zone più colpite dal coronavirus, hanno continuato ad essere vicini alle famiglie provate dal dolore, si è sommata, giorno dopo giorno, la presenza crescente e solo apparentemente virtuale di quanti, in tutta Italia, hanno trovato nei social strumenti nuovi per rimanere fedeli alla propria missione. Vescovi, sacerdoti, religiose, responsabili di associazioni e di movimenti, animatori parrocchiali sono da settimane protagonisti di una creatività pastorale senza precedenti fatta di dirette Facebook, video sui profili YouTube di diocesi e parrocchie, riflessioni rilanciate via WhatsApp, preghiere via Instagram, esercizi spirituali su piattaforme di videoconferenza. “Rete di speranza”, vuole raccontare tutto questo, vuole rilanciare le voci della Chiesa al tempo del coronavirus, cogliendo l’occasione per riflettere, con un ospite in collegamento Skype, sul cambiamento che la Chiesa italiana sta vivendo. Ogni giorno il programma riproporrà, dunque, alcune di queste voci “catturate” nella Rete: voci di speranza, esempi di una nuova “Chiesa in uscita”, testimonianze di un popolo di Dio che nel momento della prova riconosce l’essenzialità di una fede viva, capace di rispondere alle domande più profonde che l’esperienza che stiamo vivendo pone nel cuore di ciascuno di noi. Un programma di Dario Quarta e Gennaro Ferrara che ne è anche il conduttore. "Abbiamo sentito, come emittente della Conferenza episcopale italiana - dice il direttore di Tv2000 Vincenzo Morgante - l’esigenza di continuare a portare la Chiesa nelle case dei telespettatori. E abbiamo pensato di farlo con lo stile che ci contraddistingue: attraverso il racconto, attraverso le testimonianze, attraverso le persone. Nel tempo che stiamo vivendo, di difficoltà e di paura, la Chiesa non si ferma, ma continua con ogni mezzo e, soprattutto, con nuovi mezzi a portare avanti la propria missione, reinventandosi e mettendosi in gioco per stare vicino ai fedeli. E se la distanza minima di sicurezza è di un metro, la Rete è il luogo in cui oggi ci si può aggregare: diventa sala parrocchiale, oratorio, sagrestia. Questo è il tema del nuovo programma che abbiamo pensato di dover proporre. Un dovere, dunque, alla base di un progetto che nasce per raccogliere tutti i segni del cambiamento, le speranze e le voci di un popolo”.    

La vita al Parcolido di Ostia al tempo del corinavirus

30 Marzo 2020 - Roma – Dà una nota di malinconia vedere i cancelli chiusi del “parcolido” sia dalla parte dei bambini con la sala compleanni e tante giostrine e giochi dove lavora Dezia, figlia di Gino Pugliè, sia quella dei grandi dove abbiamo il nostro stand… Anche il “Paradiso dei bambini” di fronte a noi, di Masci, sempre pieno di bimbi è vuoto e chiuso . E così al porto di Ostia, a Torvaianica, a Napoli, a Milano…in tanti quartieri di Roma e in tutta l’Italia, la Spagna, la Francia ecc. Quanti amici condividono le loro preoccupazioni telefonandoci! Anche del circo. Quanti si trovano in posti lontani dalla loro residenza ed hanno tantissimi problemi, cominciando dal cibo…! Don Mirko Dalla Torre, Monica e Flaviano Ravelli della Migrantes, e gli altri nelle varie regioni, Maurizio Crisanti dell’Anesv ed Antonio Buccioni dell’Ente Nazionale Circhi, Gino Pugliè della Confesercenti e tanti della Caritas sono sulla breccia…e cercano di dare una mano. Qualche eco arriva anche a noi e cerchiamo di fare da tramite soprattutto con la Croce rossa e con le varie Caritas. Dal momento che non possiamo uscire ci teniamo in stretto contatto telefonico con tantissimi amici.Ci danno notizie, ci inviano con whatsApp messaggi, video, notizie, foto; ci confidano le loro paure e le loro speranze, ci raccontano la loro emozione davanti al papa in una piazza san Pietro vuota, sotto la pioggia, in preghiera, collegato col mondo intero, venerdì scorso. La nostra è una piccola comunità di una decina di famiglie. Piccole casette di legno, carovane…è un piccolo mondo che vibra con tutta l’Italia. Molti hanno parenti in Romagna, in Veneto, in Toscana, in Umbria, nelle Puglie, in Sardegna… Ma anche in Francia e in Inghilterra. La sofferenza di essere lontani è grande. Qui ci diamo una mano. I nostri amici non vogliono che usciamo, perché vista la nostra età siamo più a rischio. Alessia e Fabrizio si presentano in carovana col foglietto e la penna per scrivere ciò di cui abbiamo bisogno e fanno la spesa anche per noi. Il piccolo Oscar pittura un po’ tutto e per aiutarlo a non mettere pittura dovunque prestiamo pennarelli, disegni, cartoncino, pezzi di legno…A volte Emma, la cugina più grande o Asia, giocano con lui e fanno qualcosa insieme… E i grandi lodano i…suoi capolavori. Ogni tanto vediamo la piccola Elisa, nata meno di un mese fa, sorella di Emma, nipotine di Ginetto e Giannina.. E’ la gioia della vita. Epifania e Lionella hanno cucito a macchina per tutti noi del Parcolido le mascherine necessarie per uscire. Anna Amelia ha stampato i fogli per le autocertificazioni e tanti disegni per Oscar…. Massimo e Valerio finiscono i lavori della loro carovana e nello stesso tempo migliorano il lunapark. Noi cerchiamo di mettere più ordine nello stand e anche le carovane. Un po’ tutti cucinano cose buone e le offrono alle altre famiglie con tanto amore. Geneviève ricorda a tutti i vari appuntamenti di preghiera col papa a cui tutti qui vogliono bene. Preghiamo al mattino con il papa, poi diciamo le lodi, e facciamo la comunione. Preghiamo per chi è sulla breccia, chi cerca di salvare le vite mettendo a rischio la propria, come medici, infermieri, volontari, lavoratori dei settori indispensabili che continuano ogni giorno accettando i rischi. E supplichiamo il Signore perché si fermi la pandemia e possiamo ricominciare il lavoro, la vita insieme con un amore rinnovato, con più solidarietà e rispetto per le persone e la natura. Ora è il tempo della speranza e della solidarietà. La speranza e la fiducia sono da rinnovare ogni giorno.   Le Piccole Sorelle Anna Amelia e Geneviève Joseph

Mediterranea: “il Governo italiano regolarizzi i migranti, sull’esempio del Portogallo”

30 Marzo 2020 - Roma - “Sentire le parole di un governo, quello portoghese, che ha il coraggio di dichiarare che la sicurezza si costruisce con l’estensione dei diritti e non con la loro violazione è una delle cose migliori accadute in questo periodo così difficile, ed è la concretizzazione di parole come quelle pronunciate dal Papa in una sera di pioggia: nessuno si salva da solo”. Lo scrive Mediterranea Saving Humans nella sua pagina Facebook, chiedendo al governo italiano di “avere questo coraggio: il Portogallo ha aperto la strada. Regolarizzare subito le persone in posizione irregolare presenti nel nostro Paese significa permettere loro di accedere alla sanità e ai servizi sociali: significa prendersi cura di ciascuno di noi”. “Siamo tutti sulla stessa barca, in mezzo a questa tempesta. Che siano questi gli esempi da seguire adesso, contro chi, come altri governanti, a cominciare da Orban in Ungheria, strumentalizza invece una tragedia mondiale per devastare la democrazia e imporre prassi dittatoriali. L’etimologia della parola ‘crisi’ ci racconta che questo è più che mai il momento della scelta. Scegliere chi essere, da che parte stare, cosa resterà di queste settimane che stanno sconvolgendo il mondo”.    

Cei: altri 3 milioni di euro per essere a fianco delle strutture sanitarie

30 Marzo 2020 - Roma - Continuando l’opera di sostegno alle strutture ospedaliere, molte delle quali stanno radicalmente modificando la propria organizzazione interna per rispondere all’emergenza sanitaria, la Conferenza Episcopale Italiana mette a disposizione altri 3 milioni di euro – provenienti dai fondi dell’otto per mille, che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica – a beneficio della Fondazione Policlinico Gemelli, dell’Ospedale Villa Salus di Mestre, dell’Ospedale Generale Regionale Miulli di Acquaviva delle Fonti (BA). Per sostenere le strutture sanitarie è aperta una raccolta fondi. Chi intende contribuire può destinare la sua offerta – che sarà puntualmente rendicontata – al conto corrente bancario: IBAN: IT 11 A 02008 09431 00000 1646515 - intestato a: CEI - causale: SOSTEGNO SANITÀ    

Migrantes Toscana: le Comunità al tempo del Coronavirus

30 Marzo 2020 - Firenze - Il drammatico momento che stiamo vivendo ci costringe a guardare veramente dentro noi stessi, al nostro stile di vita, alle nostre attività. L’epidemia del Covid_19 è arrivata in Toscana e anche a Firenze. Firenze non vive l’emergenza sanitaria della Lombardia e di altre regioni ma qui tutto si è fermato. L’attività legata al turismo è momentaneamente sospesa e non si sa quando riprenderà. In questo contesto le comunità migranti sembrano non aver problemi di coronavirus, ma devono affrontare altre situazioni molto difficili che riguardano il lavoro e la famiglia. Con la cessazione delle attività lavorative collegate in modo particolare alla ristorazione alcune comunità sono in disagio: in modo particolare: India, Sri Lanka, Marocco, Filippine, Cina, Ucraina, Romania, Albania. Molte di queste persone lavorano negli alberghi come aiuto cuoco, personale per la pulizia, altri hanno dei piccoli locali di ristorazione. In modo particolare chi è più direttamente toccato è il mondo delle badanti e delle colf. A Firenze la comunità Filippina, Ucraina e Rumena. Alcuni assistenti di queste comunità ricevono notizia che i loro connazionali hanno perso il lavoro di badanti o sono stati licenziati. Altro settore in difficoltà è lo spettacolo viaggiante che per ragioni di salute pubblica non possono esercitare la loro professione e sono rimasti senza lavoro da più di un mese a questa parte. Inoltre non sappiamo se il Comune ha temporaneamente sospeso le tasse di utilizzo del suolo pubblico. Notiamo che molti giostrai con residenza a Firenze svolgono il lavoro nei dintorni: Santuario dell’Impruneta, Fucecchio, Empoli, Arezzo, per le sagre e le feste patronali in modo particolare: S. Giuseppe 19 marzo e L’Annunziata 25 marzo. In questo contesto molti di loro si sono rivolti alla Migrantes per chiedere aiuti. La Migrantes si è fatta presente in modo particolare assicurando il sostegno del vitto grazie alla collaborazione con la Caritas Diocesana. Il coordinamento Caritas ha permesso a quanti sono in disagio di accedere al pacco alimentare e alle strutture di accoglienza temporanee in conformità alle norme sanitarie per l’epidemia presente. La Migrantes di Firenze collabora con la Caritas: giovani volontari delle comunità migranti stanno aiutando la Caritas per la preparazione dei pacchi alimentari. Un altro aspetto importante, emerso in questi giorni, è il coordinamento regionale dello spettacolo viaggiante che ha avuto effetti positivi nell’affrontare situazioni di emergenza. Ci sono stati continui contatti e scambi di informazioni tra: Mons. Piergiorgio Saviola referente dello spettacolo viaggiante per Firenze e la Sig.ra Ivonne Tonarelli responsabile regionale per lo spettacolo viaggiante. Anche il coordinamento regionale Migrantes ha dato la sua collaborazione mettendo in rete le informazioni con le zone interessate: Livorno, Grosseto, S. Miniato, Prato, Pistoia e Montecatini. (p. Alessandro Bedin – Migrantes Firenze e Toscana)  

Quaresima e Coronavirus: ritrovare i nostri cari defunti a tavola con Lui

30 Marzo 2020 - Oggi vogliamo rimanere nell’eco luminosa del Vangelo che ci è stato donato dalla liturgia di ieri, la cosiddetta “domenica di Lazzaro”, in cui Gesù inizia il corpo a corpo con la Nemica sua e di tutto il genere umano, la morte. Desideriamo attingere ancora a qualcuno dei suoi numerosi livelli di profondità, e trarre un po’ di ristoro spirituale mentre continuiamo ad attraversare il deserto della Quaresima duemilaventi. Tra le tante luci che questo Vangelo iniziatico ci offre, qui senz’altro è data un’importante chiave di lettura per rischiarare e lenire il dolore della perdita dei propri cari – tema purtroppo molto attuale in questi giorni di pandemia, più di quanto ci rassicurerebbe pensare. Pertanto, mentre ci avviciniamo alla Pasqua, che sola potrà dischiudere fino in fondo il mistero della morte e convertirlo, per qualche giorno ci soffermeremo a contemplare come il Dio che si mostra nel suo Figlio fatto uomo risponde alla sfida della morte, del morire, e del lutto. Il primo punto che ci viene mostrato è il modo in cui Cristo affida al Padre il suo amico morente: “Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: ‘Signore, ecco, colui che tu ami è malato’. All’udire questo, Gesù disse: ‘Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato’. Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava.” (Gv 11, 3-6). Tu o io ne saremmo stati capaci? Saremmo stati in grado di affidare al Padre una persona amata in pericolo? Gesù, che sa vedere il fine ultimo di tutte le cose (e vuole insegnarci a fare altrettanto), accetta la tensione dell’impotenza, della distanza, dell’ignoto: affida Lazzaro alle mani del Padre. E il Padre Lazzaro glielo restituirà. “Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: ‘Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato’” (Gv 11, 41-42). È il Padre che resuscita Lazzaro; Gesù, come vedremo nei prossimi giorni, gli dà piuttosto la forza di uscire dal sepolcro e di mostrarsi al mondo. Il Padre ridà a Gesù Lazzaro, come aveva ridato Isacco ad Abramo (cfr. Eb 11, 19: “Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo”). Il Padre ridà a Gesù Lazzaro, perché Gesù glielo aveva affidato, e nessuno può strappare dalle mani del Padre chi gli viene affidato (cfr. Gv 10, 29). Mettiamo nelle mani di Dio i nostri cari che non ci sono più: il Padre ce li donerà di nuovo. In che modo Dio ci restituirà le persone che gli abbiamo affidato per sempre? Facendoci sedere a mensa con loro nel suo Regno. Il capitolo seguente di Giovanni ci mostra una calda scena familiare, un ritrovo conviviale tra persone che si vogliono bene, e tra costoro c’è anche Lazzaro: “Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali” (Gv 12, 1-2). A quella mensa familiare e serena dimenticheremo separazioni e lamenti, e gusteremo la gioia di una comunione che non era finita, ma solo temporaneamente velata. Una gioia semplice e spontanea, come quella dei bei pranzi delle feste in famiglia come solo noi italiani sappiamo viverli (liberati però in quel giorno da ogni traccia di paura e meschinità). Una festa di cui quelle attuali non sono che ombre tenui e allusive. Se quest’anno ci fosse tolta la possibilità di pranzare a Pasqua con i nostri cari, a causa della quarantena o per motivi più dolorosi e drastici, non cessiamo di ricordare pieni di speranza che niente potrà toglierci la gioia di ritrovare un giorno i nostri affetti nel grande pranzo della Pasqua eterna nel Regno. (Alessandro Di Meo – Sir)

Papa Francesco prega per chi ha paura e non riesce a reagire

30 Marzo 2020 - Città del Vaticano - La preghiera e il pensiero di Papa Francesco questa mattina sono stati rivolti per coloro che hanno paura e non riescono a reagire. “Preghiamo oggi per tanta gente che non riesce a reagire: rimane spaventata per questa pandemia. Il Signore li aiuti ad alzarsi, a reagire per il bene di tutta la società, di tutta la comunità”, ha detto introducendo la celebrazione di questa mattina a Casa Santa Marta. Il papa inizia la sua omelia ricordando le parole del salmo di oggi ”il Signore è il mio pastore non manco di nulla”. “E’ l'esperienza che hanno avuto queste due donne delle Letture di oggi. Una donna innocente accusata falsamente, calunniata e una donna peccatrice. Ambedue condannate a morte. La innocente e la peccatrice”. In queste due figura qualche Padre della Chiesa vedeva “la figura della Chiesa: santa ma con figli peccatori"”, ha detto il papa. “Ambedue le donne – spiega - erano disperate, umanamente disperate. Ma Susanna si fida di Dio. Ci sono anche due gruppi di persone, di uomini; ambedue addetti al servizio della Chiesa: i giudici e i maestri della Legge. Non erano ecclesiastici, ma erano al servizio della Chiesa, nel tribunale e nell’insegnamento della Legge. Diversi. I primi, quelli che accusavano Susanna, erano corrotti: il giudice corrotto, la figura emblematica nella storia. Anche nel Vangelo, Gesù riprende, nella parabola della vedova insistente, il giudice corrotto che non credeva in Dio e non gliene importava niente degli altri. I corrotti. I dottori della Legge non erano corrotti, ma ipocriti. E queste donne, una è caduta nelle mani degli ipocriti e l’altra nelle mani dei corrotti: non c’era uscita”. La prima donna, Susanna, come si racconta nel libro di Daniele, “esplicitamente si fida di Dio e il Signore intervenne”. La seconda, nel Vangelo di Giovanni, “poveretta, sa che è colpevole, svergognata davanti a tutto il popolo – perché il popolo era presente in ambedue le situazioni – non lo dice, il Vangelo, ma sicuramente pregava dentro, chiedeva qualche aiuto” . Papa Francesco evidenzia come “ognuno di noi ha le proprie storie. Ognuno di noi ha i propri peccati. E se non se li ricorda, pensi un po’: li troverai. Ringrazia Dio se li trovi, perché se non li trovi, sei un corrotto. Ognuno di noi ha i propri peccati. Guardiamo al Signore che fa giustizia ma che è tanto misericordioso. Non vergogniamoci di essere nella Chiesa: vergogniamoci di essere peccatori. La Chiesa è madre di tutti. Ringraziamo Dio di non essere corrotti, di essere peccatori. E ognuno di noi, guardando come Gesù agisce in questi casi, si fidi della misericordia di Dio. E preghi, con fiducia nella misericordia di Dio, preghi (per) il perdono”. (R.Iaria)  

Quaresima e Coronavirus: faccia a faccia con il nemico

29 Marzo 2020 - Ancora una volta, come già domenica scorsa, siamo invitati a leggere il male con uno sguardo finalistico, e non causale: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato” (Gv 11, 4). Verrà un bene dal male, una luce dall’oscurità – ma questo non significa che ciò sarà semplice, o gratis. Smentendo del tutto quelli che immaginano una divinità pagana che manda strali per punire, oggi vediamo un Dio che, anche se sa che vincerà, sta comunque male per come (e dove) è finito l’uomo, perché “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi” (Sap 1, 13). “Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: ‘Dove lo avete posto?’. Gli dissero: ‘Signore, vieni a vedere!’. Gesù scoppiò in pianto” (Gv 11, 33-35). Il Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima ci mostra un Dio che piange per l’uomo che muore, perché non avrebbe mai voluto per lui un destino triste e squallido come la fossa, ma anche che piange per quelli che restano, per il loro lutto, per la loro pena, per la loro fatica di andare avanti. L’Incarnazione comporta questo: Dio ha accettato di vivere tutte le dimensioni della fragilità umana. Dio sa, perché ha accettato di assumere in sé tutto questo, cosa si prova a perdere una persona cara, a non averle potuto dire addio, a non aver potuto nemmeno assistere al suo funerale… Dio sa, perché l’ha vissuto, cosa sta provando tanta gente in questi giorni strani e tristi, i giorni del coronavirus. Lo sguardo pasquale, che riconosce il bene nel male, è autentico se prende sul serio il male: questa quarantena non è una vacanza, è l’imposizione dovuta a una situazione calamitosa e per molti mortale. Potremo andare oltre il male e compiere il passaggio pasquale, solo se accettiamo di guardare in faccia il male con serietà – altro che corsette e flash mob dai balconi! Solo se accettiamo di farci carico sul serio di questa situazione potremo contribuire a convertirla con l’amore, un amore che, come quello di Cristo sulla Croce, ci richiede e richiederà sacrifici. Gesù l’ha pagata cara, la salvezza dell’uomo: la morte gli presenterà il conto per quest’uomo che Lui le strappa, e Lui questo conto lo pagherà sulla Croce. Niente facili supereroismi: amare a costo zero non sarebbe stato amare. Teniamolo presente nei prossimi giorni, se dovesse finire la Quaresima ma non la quarantena. Per convertire la morte in vita occorre pagare un conto sulla propria pelle, e questo non ci deve turbare, perché è invece il segno della nostra vera grandezza, la nostra somiglianza con Dio: noi, come Lui e da Lui, abbiamo il potere di dare la vita, nel duplice significato di dare via la nostra perché qualcun altro viva. (Alessandro De Medio – Sir)

Papa Francesco: la preghiera per coloro che piangono

29 Marzo 2020 - Città del Vaticano – La preghiera e il pensiero di Papa Francesco questa mattina è andato a coloro che in queste ore piangono. “Penso a tanta gente che piange: gente isolata, gente in quarantena, gli anziani soli, gente ricoverata e le persone in terapia, i genitori che vedono che, siccome non c’è lo stipendio, non ce la faranno a dare da mangiare ai figli. Tanta gente piange. Anche noi, dal nostro cuore, li accompagniamo. E non ci farà male piangere un po’ con il pianto del Signore per tutto il suo popolo”, ha detto introducendo la celebrazione eucaristica a Casa Santa Marta, nella V domenica di Quaresima. Nel Vangelo di oggi si legge del pianto di Gesù dopo la morte di Lazzaro. “Gesù aveva degli amici. Amava tutti, ma aveva degli amici con i quali aveva un rapporto speciale, come si fa con gli amici, di più amore, di più confidenza … E tante, tante volte sostava a casa di questi fratelli: Lazzaro, Marta, Maria … E Gesù sentì dolore per la malattia e la morte del suo amico”, ha detto il papa: “Gesù, Dio, ma uomo, pianse”, dopo la morte dell’amico. Un’altra volta nel Vangelo si dice che Gesù ha pianto, ha ricordato papa Francesco: “quando pianse su Gerusalemme. E con quanta tenerezza piange Gesù! Piange dal cuore, piange con amore, piange con i suoi che piangono. Il pianto di Gesù. Forse, ha pianto altre volte nella vita - non sappiamo -; sicuramente nell’Orto degli Ulivi. Ma Gesù piange per amore, sempre”. Per il Papa “Gesù non può vedere la gente e non sentire compassione. I suoi occhi sono con il cuore; Gesù vede con gli occhi, ma vede con il cuore ed è capace di piangere”. E “oggi, davanti a un mondo che soffre tanto, a tanta gente che soffre le conseguenze di questa pandemia, io mi domando: sono capace di piangere, come sicuramente lo avrebbe fatto Gesù e lo fa adesso Gesù? Il mio cuore, assomiglia a quello di Gesù? E se è troppo duro, (anche se) sono capace di parlare, di fare del bene, di aiutare, ma il cuore non entra, non sono capace di piangere”. E allora chiediamo a Gesù questa grazia: “Signore, che io pianga con te, pianga con il tuo popolo che in questo momento soffre. Tanti piangono oggi. E noi, da questo altare, da questo sacrificio di Gesù, di Gesù che non si è vergognato di piangere, chiediamo la grazia di piangere. Che oggi sia per tutti noi come la domenica del pianto”. (R.Iaria)  

Vangelo Migrante: commento al Vangelo della V domenica di Quaresima (Gv 11, 1-45. Resurrezione di Lazzaro

28 Marzo 2020 - In un crescendo, nei Vangeli di queste domeniche sono apparsi con sempre maggiore evidenza il dramma dell’uomo e la gloria di Dio: nell’uomo prevale la necessità dell’acqua, della luce, della vita; da Dio provengono la sorgente che disseta, la verità che illumina, la resurrezione che dà vita. L’episodio della resurrezione di Lazzaro, questa domenica, è la prova generale della Resurrezione di Gesù, il fondamento della nostra fede. La morte resta un dramma ed è il problema dell’uomo. Non solo quella esistenziale ma anche le tante morti e mortificazioni, dinanzi alle quali i nostri desideri e i nostri progetti non possono nulla. In questi giorni ne stiamo avendo la prova. Nel Vangelo odierno colpisce una sorta di lentezza da parte di Gesù. Marta, la sorella del defunto gliela fa notare.: “se tu eri qui, mio fratello non moriva”. A volte l’attesa di un Suo intervento, lento e quasi distratto, sembra metterci alla prova. Perché fa così? Dal Vangelo odierno impariamo che i tempi di Dio non sono i nostri e l’intervento di Dio non va confuso nel far qualcosa: Dio non è cura palliativa ma uno che risolve le cose alla radice. Come per la Samaritana Egli chiede da bere per poi offrire acqua in abbondanza, così per Lazzaro aspetta la morte, ed anche una sorta di necrosi, per poter operare la vita. È probabile, e anche molto umano che, presi dalle nostre paure e dal nostro dolore, noi non ce ne accorgiamo. Il primo segno dell’Opera di Dio è proprio questo: nella necrosi nessuno mette mano; Gesù lo fa perché Dio va dove non va nessuno. E da lì ricomincia la vita: scatena le porte degli inferi e riprende l’uomo dove i vermi se lo mangiano e lo porta con sé. Il Suo pianto è una risposta a Maria. Sembra dirgli: “Ho colto profondamente il tuo stato. Ti ho accolto”. Il passaggio è importante. Molte volte, impotenti dinanzi alle tante lacrime di chi chiede di essere accolto, forse anche a noi è sembrato più logico darci da fare senza aver fatto prima quel silenzio, anche ferito e in lacrime, che ci mette in condizione di entrare in relazione con Dio, farci accogliere da Lui e riconoscere l’Opera sua, che vive e dà vita anche attraverso le nostre azioni. Solo sentendoci accolti dal Lui possiamo dare il meglio di noi stessi.

P. Gaetano Saracino

 

Per essere voce di tutti: la benedizione del Papa e dei vescovi

28 Marzo 2020 -

Da solo, per essere voce di tutti. I malati, gli operatori sanitari, la gente comune. Da solo, portando sulle spalle il dolore di chi non può esserci.

Da solo, con le braccia alzate nella benedizione, che è già indicare una strada.

Quella che abita la realtà senza diventarne schiava, che sa distinguere il necessario dal superfluo, che nella colpa pensa più al perdono che alla punizione. Se c’è un’immagine che riassume la strana giornata vissuta dalla Chiesa ieri, una specie di Venerdì Santo in anticipo, è il richiamo alla misericordia quando intorno tutto testimonia sofferenza, rabbia, delusione. È la piazza, l’immensa piazza San Pietro vuota mentre il Papa invita alla pazienza e alla speranza, è la pioggia che ritma il suo appello alla fede, è il coraggio di mettere in ascolto il cuore quando invita a combattere un nemico invisibile con armi altrettanto nascoste: la preghiera e il servizio silenzioso. Lontani dalla luce che abbaglia sì, eppure capaci di trasformare il mondo dal di dentro, di restituire umanità dove viene maltrattata e combattuta come una parolaccia, soprattutto in grado di dare una risposta alla paura, di incanalarla nella ragione perché non diventi rassegnazione o, peggio, rancore.

Niente frasi fatte e tanta concretezza dunque, più perseveranza che gesti clamorosi, pazienza e umiltà invece delle false eppure suadenti ricette miracolose.

Com’è nello stile delle guide sicure, come sono i pastori. Umili costruttori di una comunità che non dimentica nessuno, ma anzi, per citare la pagina del Vangelo, lasciano il resto del gregge per andare a cercare l’unica pecora che si è perduta. Ma oggi quello smarrimento è di tanti, in Italia e in tutto il mondo: dai familiari che piangono un parente o un amico che non hanno potuto salutare, alle vittime del virus, imprigionate nel peggiore degli incubi: morire da soli.

A loro, specialmente a loro, hanno voluto rendere omaggio i nostri vescovi, nella visita di benedizione e di consolazione fatta ieri ai cimiteri. Un pellegrinaggio del dolore tra tombe con pochi fiori, per regalare una carezza a chi non l’ha potuta avere nel suo ultimo giorno, prima dell’unico respiro di vita rimasto. Nei campisanti come li chiamano gli anziani, timbro di fede a un luogo di lacrime, i pastori della Chiesa italiana erano soli. Come il Papa sul sagrato di piazza San Pietro. E proprio come lui, i loro discorsi, compresi quelli senza parole, sono stati al plurale e declinati al futuro, quasi un anticipo della vita nuova, hanno ricordato, che ci attende tutti, per non morire mai. Eppure anche lì, tra le lapidi e le pietruzze dei sentieri, più delle parole sono stati importanti i gesti. La preghiera silenziosa, la calma del raccoglimento, soprattutto lo sguardo lungo, quasi a stringere in un unico abbraccio ciascuna delle storie riassunte da una fotografia, sintetizzate da qualche frase devota incisa sul marmo.

Un modo per restituire un’identità, per testimoniare a chi non c’è più l’affetto e il ricordo di una comunità intera, di uomini e donne costrette in casa da una responsabilità obbligata e dalla paura, tante volte sorella immatura della fragilità. Che invece, quando riconosciuta e accettata, può diventare il seme di un capolavoro, come il blocco d’argilla che nelle mani dello scultore si trasforma in un’opera d’arte.

Un’immagine in cui c’è tutta la sfida lanciata dal Papa e dalle chiese del nostro Paese, cioè l’invito ad accettare di sentirsi piccoli per diventare grandi, il richiamo al coraggio della fede, che non cancella le difficoltà e problemi, soprattutto in questi tempi terribili, ma li rilegge guardando alla croce. Il legno che unisce la terra al cielo, ma prima ancora la via dolorosa che ha come meta una gioia infinitamente più grande.

Abbiamo una speranza, ha detto ieri sera il Papa: nella croce di Cristo siamo stati "risanati e abbracciati". Vuol dire che anche nella stagione del virus, del nemico invisibile che fatichiamo a combattere, ci sarà sempre qualcuno con noi, a tenerci la mano, a sussurrarci una parola giusta, a insegnarci una preghiera. Isolati, magari sì, ma soli mai. 

Riccardo Maccioni - Avvenire

Ritorna in Italia il Circo Zavatta grazie a Migrantes e Enc

28 Marzo 2020 - Roma - Attraccherà nel porto di Brindisi  questa mattina la nave che sta riportando in Italia dalla Grecia il Circo Zavatta al completo. Lo riferisce a www.migrantesonline.it don Mirko Dalla Torre della Commissione Migrantes per lo Spettacolo Viaggiante. Le famiglie del circo, per un totale di circa trenta persone fra cui diversi bambini, hanno potuto imbarcarsi nella notte grazie all’impegno congiunto dell’ambasciata italiana ad Atene, dell’Ente Nazionale Circhi e della Fondazione Migrantes, che ha messo in campo ogni sua risorsa per trovare uno sbocco ad una situazione apparentemente priva di vie d’uscita. Il Circo Zavatta, durante la sua ultima tournée in Grecia, era stato confinato in un campeggio a seguito delle misure straordinarie prese dal governo ellenico per far fronte all’epidemia di Coronavirus. Le famiglie del circo erano impossibilitate a procurarsi le cose più urgenti, con la prospettiva di rimanere a lungo in questo stato di penoso isolamento, oppure di dover rientrare in Italia senza le loro attrezzature che – ricordiamo – sono strumenti di lavoro, con i quali i circensi si guadagnano il necessario per sé e i loro figli. La famiglia Zavatta si è allora rivolta all’Ente Nazionale Circhi, ma ha anche interessato la Fondazione Migrantes, che è a fianco delle famiglie dello Spettacolo Viaggiante in tutte le circostanze della loro vita, racconta don Dalla Torre: "potendo contare anche sulla disponibilità del personale consolare italiano e di alcuni altri esponenti delle istituzioni, si è giunti, dopo qualche giorno di colloqui e trattative con le autorità di Atene, a individuare una soluzione percorribile e accettabile per tutti". Il circo con tutte le attrezzature è stato trasferito in un porto vicino e, verso la mezzanotte di ieri, venerdì 27 marzo, si è finalmente imbarcato per rientrare in Patria. La Fondazione Migrantes ringrazia di cuore tutti coloro che hanno contribuito alla soluzione di questo difficile caso, ed auspica che questo metodo di lavoro congiunto e concorde diventi un modello per affrontare in futuro altre situazioni di questo tipo. (Raffaele Iaria)