Primo Piano

Commissaria Diritti umani Consiglio Europa: i paesi europei devono modificare le politiche migratorie che mettono in pericolo i rifugiati e i migranti che attraversano il Mediterraneo

9 Marzo 2021 -

Bruxelles - «I paesi europei non stanno proteggendo i rifugiati e i migranti che cercano di raggiungere l’Europa attraversando il Mediterraneo. L’arretramento nella protezione della vita e dei diritti dei rifugiati e dei migranti si aggrava e causa ogni anno migliaia di morti che potrebbero essere evitate». Lo ha detto oggi Dunja Mijatović, Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, pubblicando un rapporto intitolato “Una richiesta di soccorso per i diritti umani. Le crescenti lacune nella protezione dei migranti nel Mediterraneo”. Il rapporto stila un bilancio dell’attuazione, da parte degli Stati membri, della Raccomandazione 2019 della Commissaria, relativa al soccorso dei migranti in mare. Fornisce inoltre una serie di misure concrete che gli Stati europei devono prendere con urgenza per adottare un approccio rispettoso dei diritti umani di fronte agli attraversamenti del Mediterraneo. Il rapporto illustra gli sviluppi avvenuti da luglio 2019 a dicembre 2020 in cinque aree principali: operazioni di ricerca e salvataggio efficaci; sbarco sicuro e rapido delle persone soccorse; cooperazione con le organizzazioni non governative; cooperazione con paesi terzi; rotte sicure e legali. Si concentra su questi aspetti principalmente per quanto riguarda la rotta del Mediterraneo centrale. Tuttavia, molte delle azioni richieste descritte nel documento si applicano anche a tutte le altre principali rotte migratorie del Mediterraneo e alla rotta dell’Atlantico, tra l’Africa occidentale e la Spagna. Questo rapporto sottolinea che, nonostante alcuni progressi limitati, la situazione dei diritti umani nel Mediterraneo rimane "deplorevole. I naufragi continuano a verificarsi in modo allarmante, con oltre 2.400 morti registrate nel periodo considerato, un numero che potrebbe essere ben al di sotto di quello reale".

Rosario per l’Italia: domani da Teramo con mons. Leuzzi

9 Marzo 2021 - Roma - Il Rosario per l’Italia dei media CEI fa tappa a Teramo. Domani, mercoledì 10 marzo alle ore 20.50 questo appuntamento settimanale con la preghiera, promosso durante il tempo della pandemia dalla televisione della Chiesa Italiana Tv2000 (canale 28 del digitale terrestre e 157 della piattaforma Sky), sarà trasmesso dalla Cappellania Universitaria nella parrocchia di San Gabriele dell’Addolorata in Colleparco di Teramo. Al Santo Rosario, presieduto dal Vescovo di Teramo - Atri, mons.  Lorenzo Leuzzi, saranno presenti circa cinquanta giovani ragazze e ragazzi. La Parrocchia di San Gabriele in Colleparco – intitolata proprio al santo patrono della gioventù, in onore del quale si è appena celebrato l’inizio dell’Anno Giubilare per il Centenario della Canonizzazione – è infatti luogo di riferimento per la Cappellania della vicina Università degli Studi di Teramo, che sarà presente non solo con i suoi studenti ma anche con il suo Rettore Dino Mastrocola. Inoltre, per l’occasione, dal Santuario di Isola del Gran Sasso giungerà il busto con la reliquia di San Gabriele che sarà posto sull’altare. Il Santo patrono d’Abruzzo sarà invocato a ogni decina del Santo Rosario, in un momento di preghiera che si preannuncia di grande comunione tra i giovani di Teramo e tutto il territorio nazionale. Il Rosario per l’Italia potrà essere seguito anche tramite l’emittente radiofonica inBlu2000 (www.inblu2000.it).  

Cosenza: i tre Rapporti Migrantes al centro della riflessione sull’enciclica “Fratelli Tutti” promossa dalla Università della Terza Età

9 Marzo 2021 - Cosenza - Si parlerà dei "tre volti" della migrazione nel corso promosso a Cosenza dall'Università della Terza Età. "Fratelli tutti: i tre volti dell'immigrazione" è, infatti, il tema che sarà trattato - giovedì 11 marzo alle 16,30 e trasmesso da Te A57 - da Pino Fabiano, direttore regionale Migrantes per la Calabria. Durante la conferenza Fabiano parlerà dei tre Rapporti che ogni anno la Fondazione Migrantes pubblica per far conoscere il mondo della mobilità umana: il Rapporto Immigrazione, curato insieme alla Caritas Italiana, il Rapporto Italiani nel Mondo e il rapporto sul Diritto d'Asilo.  

 

Matrimonio, sacramento d’amore

9 Marzo 2021 - Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l'uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati. L'amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce. […] In virtù della sacramentalità del loro matrimonio, gli sposi sono vincolati l'uno all'altra nella maniera più profondamente indissolubile. La loro reciproca appartenenza è la rappresentazione reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di Cristo con la Chiesa. (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n.13 – 22 novembre 1981)   La seconda parte dell’esortazione apostolica Familiaris Consortio è molto densa perché è quella dedicata alla esplicitazione del fondamento teologico del sacramento del matrimonio. Ancora una volta il Papa riparte dal “principio” e spiega come essere creato a immagine e somiglianza di Dio che è Amore significa per l’uomo e la donna essere chiamati alla fondamentale vocazione di amare ed essere amati. La Rivelazione cristiana conosce due strade per rispondere a questa chiamata: il matrimonio e la verginità, due strade che si illuminano reciprocamente. In questa ottica la sessualità, la donazione totale dei corpi non può dirsi qualcosa di puramente biologico ma riguarda l’intimità più profonda della persona ed è per questo che l’unico luogo in cui si può esplicitare in pienezza è il matrimonio. Questo sacramento è l’immagine e il simbolo dell’alleanza fra Dio e il suo popolo. Il culmine di questa alleanza si ha con Cristo che si dona sulla croce e gli sposi partecipano proprio di questa natura della carità. Lo Spirito Santo li abilita a questo tipo di amore. Ecco allora il principio dell’indissolubilità, non da viversi come un vincolo ma come la partecipazione piena alla fedeltà di Dio che mai può venire meno. È la stessa partecipazione che attraverso il sacramento rende gli sposi capaci di vivere la fecondità come manifestazione dell’amore di Dio per gli uomini. Gli sposi che diventano genitori sono abilitati ad amare i propri figli e il loro amore è il segno visibile dello stesso amore di Dio.  «Non si deve, tuttavia, dimenticare – scrive il Papa - che anche quando la procreazione non è possibile, non per questo la vita coniugale perde il suo valore». Molte sono le vie per esercitare un servizio alla vita della persona e superare l’ostacolo, pur doloroso, della sterilità, prima fra tutte quella dell’adozione. Quella che il matrimonio crea è la famiglia umana che si inserisce nella famiglia di Dio che è la Chiesa, in un rapporto di reciproca edificazione. La famiglia, chiesa domestica fa crescere uomini e donne che attraverso il battesimo entrano a far parte della Chiesa e questa condivide con la famiglia umana il beneficio della redenzione di Cristo, morto e risorto per essa. Infine il documento papale torna sul rapporto fra matrimonio e verginità. Le due realtà non sono in contrapposizione, ma anzi confermano reciprocamente il valore delle due strade che si offrono all’uomo e alla donna per l’edificazione del Regno dei Cieli. «La verginità tiene viva nella Chiesa la coscienza del mistero del matrimonio e lo difende da ogni riduzione e da ogni impoverimento». Quello formulato da Giovanni Paolo II è un impianto dottrinale ricco ed esaustivo, supportato dalla sapienza di padri della Chiesa come Tertulliano e San Giovanni Crisostomo. Forte del magistero del Concilio Vaticano II e dell’approfondimento di esso già compiuto da Paolo VI, papa Wojtyla elabora una teologia del matrimonio che non aveva ancora ricevuto una tale sistematizzazione. In essa gli sposi possono ritrovare la traccia sicura per la loro vocazione e i riferimenti saldi nella Scrittura e nel Magistero. Il matrimonio che, in quegli anni, ancora non viveva così forte la crisi che oggi sperimentiamo, non può più essere considerato un sacramento di valore inferiore rispetto all’ordine o rispetto alla consacrazione religiosa, ma anzi assume una dignità altissima nell’economia della Chiesa e per questo l’Esortazione Apostolica prosegue con la sua parte più ampia dedicata ai compiti della famiglia cristiana. (Giovanni M. Capetta - Sir)    

Profugo ucciso in Croazia da mina antiuomo

9 Marzo 2021 - Milano - Cercavano di sfuggire alla polizia che pattugliava la foresta di Saborsko, poco dopo essersi lasciati alle spalle il confine bosniaco, in un’area dove nessun croato mette piede da anni per non rischiare di innescare una delle 20mila mine antiuomo di cui è disseminata l’area. Ma proprio uno degli ordigni ha dilaniato un pachistano e ferito una decina di altri migranti. Il gruppo aveva approfittato del rialzo delle temperature, con la neve che oramai è quasi completamente sparita, per tentare la traversata verso la Slovenia, in direzione dell’Italia. Le notizie che arrivano sono ancora incomplete. L’intervento degli sminatori per soccorrere gli stranieri coinvolti nell’esplosione non è stato semplice. Gli specialisti hanno dovuto bonificare e tracciare un percorso per raggiungere i feriti. (Su www.avvenire.it un video dell’accaduto).  

Papa Francesco: “la migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare”

8 Marzo 2021 -

Città del Vaticano - «La migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare». Papa Francesco è atterrato da poche ore a Ciampino dopo una tre giorni in una delle terre più martoriate: l’Iraq. Durante il volo di ritorno, parlando con i giornalisti che lo hanno accompagnato ha detto che la gente irachena «non ha nessuno dei due, perché’ non possono non migrare, non sanno come farlo. E non possono migrare perché’ il mondo ancora non ha preso coscienza che la migrazione è un diritto umano». La volta scorsa – ha continuato il pontefice – un sociologo italiano, parlando dell’inverno demografico in Italia «mi diceva che entro quarant’anni dovremo ’importare’ stranieri perché’ lavorino e paghino le tasse delle nostre pensioni. In Francia sono stati più furbi, sono andati avanti di dieci anni con la legge a sostegno della famiglia, il loro livello di crescita è molto grande». «Ma la migrazione la si vive come un’invasione», ha aggiunto: “«Ieri ho voluto ricevere dopo la messa, perché lui lo ha chiesto, il papà di Alan Kurdi, questo bambino, che è un simbolo: per questo io ho regalato la scultura alla Fao. È un simbolo che va oltre un bambino morto nella migrazione, un simbolo di civiltà che muoiono, che non possono sopravvivere, un simbolo di umanità. Servono urgenti misure perché la gente abbia lavoro nei propri Paesi e non debba migrare. E poi misure per custodire il diritto di migrazione. È vero che ogni Paese deve studiare bene la capacità di ricevere, perché non è soltanto la capacità di ricevere e lasciarli sulla spiaggia. È riceverli, accompagnarli, farli progredire e integrarli. L’integrazione dei migranti è la chiave». Il papa ha quindi ringraziato «i Paesi generosi che ricevono i migranti: il Libano che ha, credo, due milioni di siriani; la Giordania è generosissima: più di un milione e mezzo di migranti. Grazie a questi Paesi generosi! Grazie tante!”. (Raffaele Iaria)

L’immigrazione non è ancora emancipazione per le donne

8 Marzo 2021 - Roma - Nel 1977 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite propose ad ogni Paese, nel rispetto delle proprie tradizioni, di istituire la "United Nations Day for Women's Rights and International Peace". Molte nazioni adottarono l’8 marzo in quanto già in diversi paesi si celebrava in questa data. La Giornata Internazionale dei Diritti della Donna, viene associata alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita nel 1999 che si ricorda ogni anno il 25 novembre. Dietro queste due date ci sono anni e anni di manifestazioni, di battaglie, di documenti scritti, ma purtroppo ancora in molti luoghi del pianeta le donne fanno fatica a farsi riconoscere i propri diritti, e anche nelle cosiddette società emancipate poche sono le donne che si trovano ai posti di comando. Il dibattito sulla parità di genere è uno degli obiettivi della comunità internazionale messo nella Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Un programma di azione per le persone, il pianeta e la prosperità, sottoscritto nel 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. L’Obiettivo 5 dell’Agenda cita ‘Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze”. Problemi che, in alcuni casi, sono ancora più sostanziali nelle donne immigrate come si può leggere nel prossimo numero del mensile della Fondazione Migrantes, "Migranti Press". “L’immigrazione non è ancora emancipazione per le donne” è il titolo dell'articolo a firma di Laura Zanfrini, docente all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.  Il diritto all’istruzione per tutte le bambine, il contrasto alla violenza di genere, la promozione femminile nel sistema politico ed economico, questi alcuni punti riportati. Facendo riferimento all’attenzione sottolineata da alcuni anni dai “migration studies” in cui a livello internazionale si individuano due tratti distintivi dell’emigrazione femminile: il peso che le donne hanno nei flussi migratori, oggi sono quasi quanti gli uomini; e quanto le donne emigrate hanno spesso da un punto di vista economico valenza positiva, perché le principali produttrici di reddito non solo per le proprie famiglie ma per le economie dei Paesi da dove provengono. Un excursus sulla migrazione per ricongiungimento familiare, la preziosa presenza di alcune immigrate nelle famiglie italiane come le badanti, principalmente dell’Est Europa, la non presenza nel mondo del lavoro per le donne mogli- madri e non impegnate fuori delle mura domestiche, perché provenienti da determinate culture.  Il concettò di parità di genere non si può raggiungere se i Paesi ospitanti non offrono migliori opportunità anche alle donne immigrate.  

I migranti: trent’anni fa la Chiesa salentina era già “in uscita”

8 Marzo 2021 - Lecce - Sino al ’91 a sbarcare su queste coste, di notte e di nascosto, erano soltanto i contrabbandieri. Quasi sempre italiani che trafficavano con le sigarette. E non venivano mai dall’Albania che era uno stato impenetrabile. Poi, improvvisamente, giunse qualche barca malandata, carica di persone prive di tutto. Ci si rese subito conto che si trattava di fuggiaschi che scappavano da una società in disfacimento. Si capì che erano disperati in cerca di fortuna. Avevano bisogno di tutto e guardavano con occhi stupiti e rispettosi. Non chiedevano niente, eppure avevano bisogno di tutto. Molti riuscivano a dire qualche parola in italiano. Conoscevano i nomi dei calciatori e delle squadre di calcio. Sapevano dire “Vecchia Romagna etichetta nera”, ma erano soltanto incuriositi dal caminetto acceso nell’angolo di una casa accogliente.  Sì, perché in Albania, di nascosto dal regime, vedevano la televisione italiana. Si affollavano attorno ai pochi televisori disponibili e con occhi sognanti raccoglievano e sintetizzavano l’intero Occidente negli spot pubblicitari trasmessi dalla televisione italiana, l’unica che si potesse ricevere al di là del Canale d’Otranto. Nei primi giorni di marzo fu come un’improvvisa esplosione: approdavano dappertutto lungo tutta la costa, con vecchi pescherecci o piccole navi in disarmo, da abbandonare dopo l’arrivo. Ripiene all’inverosimile. E con un gran numero di giovani, anche giovanissimi, persino ragazzi, spinti all’imbarco da genitori che osavano sperare in un futuro dignitoso per i loro figlioli. Nella settimana fra il 3 e il 9 marzo di quell’anno, in provincia di Lecce si contarono 900 minori non accompagnati. Un problema nel problema. Lo Stato faceva fatica a trovare ricoveri e luoghi di accoglienza. Mancavano le direttive. Nessuno sapeva che cosa fare. I Salentini, invece, capirono ed agirono. L’Episcopato salentino inventò - già allora - la Chiesa in uscita e la mise in atto. In una sola serata il Tribunale dei minori affidò circa 500 minori ad una sola persona: a mons. Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo di Lecce. E dalla redazione de L’Ora del Salento partì un tam tam che in tanti ripresero ed amplificarono. In pochi giorni i minori riuscirono a trovare una casa o un istituto, e comunque un letto, un pasto caldo, una comunità di accoglienza. E quando una nave ancora più grande riversò sulla banchina del porto di Brindisi una fiumana di persone infreddolite, coperte a malapena da un grande foglio di plastica tirato fuori da un privato, nel gesto disperato di proteggere dalla pioggia, allora partì la famosa telefonata dell’arcivescovo Settimio Todisco al prefetto di Brindisi: “O trova lei la soluzione, o io apro la cattedrale ed ospito tutti in chiesa. Questa gente non può rimanere qui”. Fu uno slancio di solidarietà corale, che coinvolse tutti. Come dimenticare l’invito del parroco don Michele Gentile, dei Salesiani, durante l’omelia della domenica: “Vi prego cari fratelli, non portateci più generi alimentari: abbiamo i depositi intasati e i frigoriferi stracolmi. Piuttosto fateci avere saponi, pannolini, indumenti per bambini piccoli. Aiutateci dandoci una mano. Grazie”. Mons. Ruppi raccomandò ai suoi collaboratori: rendetevi conto che arriveranno anche stasera e poi domani sera e poi ancora. Andateli ad aspettare lungo le spiagge. E un funzionario della Prefettura scrutava continuamente il cielo: stasera tira troppo vento - diceva - forse possiamo andare a dormire, con questo vento è difficile che possano sbarcare. Fu un momento straordinario, che si prolungò nel tempo. Molti volontari scoprirono nuovi bisogni e impararono sul campo a dare le dovute risposte. Qual era il bisogno più urgente dei migranti? Non chiedevano né scarpe né vestiti e neppure cibo e bevande; desideravano invece comunicare con le famiglie rimaste in Albania o con i parenti che potevano essere in Italia, ma chissà dove. Si riuscì a riunire tantissime famiglie, con sforzi inenarrabili. Nella concitazione dello sbarco e dei soccorsi, era accaduto di tutto: ed era grande la disperazione di chi non sapeva dove fosse il figlio, il marito, il parente, la mamma o il papà con cui aveva compiuto la traversata del Canale d’Otranto. Si organizzò l’accesso alla scuola e si offrirono servizi educativi integrativi, si riuscì ad inserire nel mondo del lavoro... Si fecero grandi cose. Quei migranti sono oggi cittadini pienamente integrati nella società civile italiana, talvolta con ruoli di rilievo; molti hanno studiato, qualcuno si è laureato. Alcuni sono tornati in Albania. Oggi alcuni Italiani vanno a lavorare in Albania e fra le due sponde dell’Adriatico c’è uno scambio fraterno. I migranti del marzo del 1991 hanno segnato un’esperienza più unica che rara. E la comunità salentina ha dimostrato che la via della integrazione e della pacifica convivenza è possibile. Il segreto? Riconoscersi fratelli ed agire con massima lealtà. Se questo è accaduto, significa che è possibile. Ed allora giova farne memoria, per proseguire con fiducia e speranza. (Nicola Paparella – Portalecce)  ​    

C’è un oltre l’8 marzo

8 Marzo 2021 - Roma - In prima pagina quattro immagini di donne: Ann Nu Thawng, la suora birmana inginocchiata davanti alla polizia, dietro le sbarre il volto della giornalista bielorussa Katerina Borisevich in lotta contro le menzogne del presidente Lukashenko, la regista cinese Chloe Zhao che ha destinato il prestigioso premio cinematografico Golden Globe ai nomadi, Hatice Cengiz compagna del giornalista Jamal Khashoggi massacrato il 2 ottobre 2018 nella sede del consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul. Alle quattro immagini apparse sui giornali nella prima settimana di marzo si è affiancata quella della diciannovenne Angel ritratta poco prima di venire uccisa dagli agenti birmani: indossava una maglietta con la scritta “Andrà tutto bene”. Donne in prima linea nella difesa e nella promozione dei diritti umani, i diritti di tutti. Con loro altre donne che nelle loro terre hanno cambiato e stanno cambiando la direzione della storia. Donne che contestano con la forza della non violenza e sfidano in ginocchio o in carcere la stessa violenza. Le donne, di cui parlano le immagini di questi giorni, sapevano e sanno di avere di fronte un potere dato per incrollabile. Non si sono arrese, sono vissute e vivono l’attesa di un “oltre”, un’attesa fatta di custodia di un sogno in piccola parte diventato realtà e in gran parte da realizzare. Le radici del sogno sono nell’accoglienza, dentro sé stesse, di una vita nuova. Sono dentro un’esperienza che suscita uno sguardo lucido sul presente e sul futuro. «La lucidità - si legge nel mensile di marzo “Donne Chiesa Mondo” de L’Osservatore Romano - è quella capacità di vedere chiaramente la realtà, alla luce della verità, non di ragionare per emozioni, sotto il giogo di percezioni errate. Si può dedurre che le donne hanno questa qualità in dotazione, fin dalla nascita? Più degli uomini?». Le risposte non possono che essere il frutto di una riflessione limpida, libera da ideologie, da luoghi comuni, da pregiudizi. C’è un “un oltre l’8 marzo” da mettere in agenda. È un oltre da coltivare nella coscienza del mondo perché i giovani e le giovani crescano senza essere prigioniere di dualismi alimentati da diversi poteri. Le immagini delle donne dell’oltre che pagano a caro prezzo la loro passione per la dignità di ogni persona confermano che il cammino è ancora lungo ma è possibile e vale la pena continuarlo. Quei volti si rivolgono all’opinione pubblica per scuoterla, avvertono che la società sta cambiando, annunciano al mondo nuovi orizzonti di senso. (Paolo Bustaffa)    

Scalabriniane nella Giornata internazionale della donna: Covid non faccia chiudere gli occhi sulle violenze e sugli abusi

8 Marzo 2021 - Roma - «Il Covid non può far chiudere gli occhi davanti a una crisi economica e sociale senza precedenti e a un traffico di esseri umani che continua a contraddistinguere i Paesi più poveri del mondo. Più di una donna migrante su due è vittima di abusi psicologici e fisici, quasi quattro su dieci sono state colpite da torture. Sono questi numeri che devono far capire come l’aiuto alle donne che si trovano in situazioni che le rendono vulnerabili, in Italia, come nel resto del mondo, sia una delle priorità da seguire. Anche durante questo periodo di pandemia». A dirlo è suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Suore missionarie Scalabriniane in occasione della Giornata internazionale della donna che si celebra oggi, 8 marzo. “Questi numeri testimoniano che nell’agenda dei decisori politici non può esserci solo la gestione dell’emergenza coronavirus, pur se prioritaria e importante – ha aggiunto – Le donne hanno un ruolo fondamentale nella famiglia, nello sviluppo dei figli, della voglia di riscatto e crescita che deve contraddistinguere questo momento storico. Grazie alle intenzioni del Santo Padre abbiamo creato case di accoglienza ‘a tempo’, come quelle aperte a Roma del progetto ‘Chaire Gynai’, dove diamo modo a persone in condizioni di fragilità e semi-autonome di potersi integrare e vivere una nuova vita tutta a colori. Se da una parte la rete sociale vuole accogliere, integrare, proteggere e promuovere, dall’altra è opportuno che gli Stati di tutto il mondo decidano una linea chiara nella lotta contro la tratta, il traffico e la violenza contro le donne. Proteggerle vuol dire proteggere la vita, sempre, perché un mondo senza le donne sarebbe sterile, perché loro sanno guardare ogni cosa con occhi materni che vedono oltre e sono capaci di fare nascere la solidarietà e la fraternità universale dal di dentro dello stesso dramma dell’emigrazione, in vista di cieli nuovi e una terra nuova! Grazie a tutte le donne che si dedicano per difendere la vita e la dignità della condizione femminile, rese vulnerabili dallo sfruttamento e dall'ingiustizia».  

Un cambiamento dei cuori

8 Marzo 2021 - Città del Vaticano - Erbil, Mosul, Ninive. Nomi che non facciamo fatica a ricordare per la tragedia hanno vissuto solo pochi anni fa, per le ferite che i terroristi dell’Isis hanno inferto a chiese e moschee, per le uccisioni e le violenze sulla popolazione. A Erbil il grande campo profughi ha accolto i rifugiati siriani e oltre 540 mila sfollati iracheni in fuga da Qaraqosh e Mosul occupate. Quest’ultima nei secoli è stata una straordinaria mescolanza di etnie e religioni, fino a quando non è diventata, per tre anni, la capitale del sedicente Stato islamico; da qui sono fuggite almeno 500 mila persone, di cui 120 mila cristiani. Papa Francesco è nella piazza delle Quattro chiese – siro-cattolica, siriaco-ortodossa, armena-ortodossa, e caldea – per la preghiera per le vittime della guerra: «Ti affidiamo coloro, la cui vita terrena è stata accorciata dalla mano violenta dei loro fratelli, e ti imploriamo anche per quanti hanno fatto del male ai loro fratelli e alle loro sorelle: si ravvedano, toccati dalla potenza della tua misericordia». Bacia una croce costruita con pezzi della chiesa di Karamles bruciata dall’Isis, e libera una colomba in segno di pace, nel luogo dove l’Isis aveva minacciato di invadere Roma e mettere la sua bandiera sulla cupola di San Pietro. «Se Dio è il Dio della vita - e lo è - a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace - e lo è - a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore - e lo è - a noi non è lecito odiare i fratelli». Il potere dei segni, come l’abbraccio, virtuale, del Papa a Abdullah Kurdi, il padre del piccolo Alan, l’immagine del piccolo corpo sulla spiaggia turca ha fatto il giro del mondo, morto con la madre e il fratello mentre tentava di raggiungere l’Europa. Ancora una volta Francesco chiede un cambio di mentalità, prega perché tornino i cristiani nelle loro città: «vi incoraggio a non dimenticare chi siete e da dove venite» dice a Qaraqosh, dove l’aiuto della Chiesa e della comunità internazionale nella ricostruzione ha permesso il rientro di poco più del 40 per cento di quanti vi abitavano nell’agosto del 2014. Chiede di «custodire i legami che vi tengono insieme, custodire le vostre radici». È davanti la chiesa dell’Immacolata concezione, profanata dagli uomini dell’Isis che hanno bruciato mobili, registri e libri sacri, e hanno utilizzato il coro come poligono di tiro: «il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola. L’ultima parola appartiene a Dio e a suo figlio, vincitore del peccato e della morte». In questa terza domenica di Quaresima il libro dell’Esodo, la prima lettura, ci ricorda che Dio, al popolo ebraico che attraversa il mar Rosso, dona dieci parole, tre riguardano la relazione con Dio e sette il rapporto con i nostri fratelli. Come dire, si deve vivere bene con Dio, ma per questo è necessario vivere bene con il nostro prossimo. Perdono e conversione sono le due parole proprie del tempo liturgico che stiamo vivendo. I santi sono il punto di riferimento, afferma il Papa che ricorda: «per diventare beati non bisogna essere eroi ogni tanto, ma testimoni ogni giorno». È il Vangelo delle Beatitudini che cambia davvero il mondo, non il potere o la forza. Per questo dice: «non smettere di sognare, non arrendetevi, non perdete la speranza». Il perdono è la parola chiave, necessario, dice, «da parte di coloro che sono sopravvissuti agli attacchi terroristici»; necessario «per rimanere nell’amore, per essere cristiani». Conversione, dunque, perché «serve la capacità di perdonare e nello stesso tempo il coraggio di lottare» per portare «pace in questa terra». Quando Gesù caccia i mercanti dal tempio, è il Vangelo di questa domenica, pone in primo piano la necessità di un cambiamento radicale anche nei nostri cuori, vero tempio di Dio. In questo tempo che ci accompagna alla Pasqua, Gesù entra nei nostri cuori e manda all’aria le bancarelle delle nostre piccolezze e meschinità. Per questo, concludendo la sua giornata nella piana di Ninive, luogo di sofferenze, di ferite di privazioni, Francesco prega «per la conversione dei cuori, per il trionfo di una cultura della vita, della riconciliazione e dell’amore fraterno, nel rispetto delle differenze, delle diverse tradizioni religiose, nello sforzo di costruire un futuro di unità e collaborazione tra tutte le persone di buona volontà». (Fabio Zavattaro - Sir)    

Papa Francesco: ad Erbil l’incontro con il padre del piccolo Alan

8 Marzo 2021 - Città del Vaticano – Papa Francesco fa ritorno in Vaticano dopo il viaggio apostolico in Iraq di questo fine settimana. Questa mattina, dopo aver celebrato la Santa Messa in privato, si è congedato dal personale, dai benefattori e dagli amici della Nunziatura Apostolica e si è trasferito in auto all’Aeroporto Internazionale di Baghdad per la cerimonia di congedo dall’Iraq. Al Suo arrivo il Papa è stato accolto dal Presidente della Repubblica iracheno, Barham Ahmed Salih Qassim, all’ingresso della Presidential VIP Lounge, dove ha avuto luogo un breve incontro privato. Quindi, dopo il saluto delle Delegazioni, il Santo Padre è salito a bordo di un A330 dell’Alitalia per far ritorno in Italia. L’arrivo all’Aeroporto di Roma-Ciampino è previsto per le ore 12.45. Intanto, ieri, Papa Francesco, al termine della celebrazione eucaristica nello Stadio di Erbil, ha incontrato Abdullah Kurdi, papà del piccolo Alan, naufragato con il fratello e la madre sulle coste turche nel settembre 2015 mentre con la famiglia tentava di raggiungere l’Europa. Il Papa – ha detto il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, «si è intrattenuto a lungo con lui e con l’aiuto dell’interprete ha potuto ascoltare il dolore del padre per la perdita della famiglia ed esprimere la profonda partecipazione sua e del Signore alla sofferenza dell’uomo. Il Sig. Abdullah ha manifestato – ha aggiunto Bruni - gratitudine al Papa per le parole di vicinanza alla sua tragedia e a quella di tutti quei migranti che cercano comprensione, pace e sicurezza lasciando il proprio paese a rischio della vita». (Raffaele Iaria)  

Papa Francesco in Iraq: Raschid, “restituirà dignità all’Iraq e al suo popolo martoriato”

5 Marzo 2021 - Firenze - Papa Francesco «restituirà dignità all’Iraq e al suo popolo martoriato». A parlare è Rashid Osama, 68 anni, Segretario Generale della Scuola Fiorentina per l’Educazione al Dialogo Interreligioso e Interculturale alla quale aderisce anche la diocesi fiorentina. La visita del Pontefice, che ha voluto questo viaggio «nonostante tutte le difficoltà» rappresenta «un segno di speranza» per una popolazione «stremata dalla situazione politica ma molto colta e molto dialogante. In questo Paese, infatti, convivevano fedeli di tante religioni, soprattutto abramitiche, senza alcun problema. Oggi, invece, tanti sono perseguitati a causa della loro fede. E questo ci fa molto soffrire soprattutto per chi, pur vivendo all’estero, conosce la cultura degli iracheni». Il Pontefice – aggiunge Osama a www.migrantesonline.it - è un “uomo di pace e porterà un messaggio di pace e di fratellanza. E questa è una grande boccata d’ossigeno per tutti noi iracheni». Osama dice di essere «un iracheno patito: amo l’Iraq ma anche l’Italia che mi ha accolto e che ringrazio». Un ringraziamento va a Papa Francesco, «uomo di fede che vuole realmente la pace in tutto il mondo. E questo ci aiuta a lavorare per la pace e per il dialogo». Vivendo a Firenze, Osama ha “conosciuto” Giorgio La Pira, il “sindaco santo”, un «grande leader, un rivoluzionario per le relazioni di pace tra i popoli e la promozione del dialogo interculturale e interreligioso”. E a Firenze la Scuola Fiorentina per l’Educazione al Dialogo Interreligioso e Interculturale vuole essere «luogo di alta formazione culturale e professionale per la creazione di una nuova classe dirigente esperta e sensibile ai problemi di dialogo interreligioso e interculturale della società odierna e futura nei suoi vari aspetti». (Raffaele Iaria)

Papa in Iraq: “gioia grande” per gli iracheni che vivono in Italia per questo viaggio

5 Marzo 2021 - Roma – Una «grande gioia” la visita di Papa Francesco in Irak per gli iracheni che vivono in Italia e che in queste ore stanno seguendo con attenzione, tramite la Tv il viaggio e stanno pregando per questi giorni. Lo dice a www.migrantesonline.it Faiz Shoni, 45 anni, in Italia da 14, sposato con due figli. «Una gioia grande  per noi iracheni e per questo popolo che ha molto sofferto e soffre ancora a causa della guerra e che ha bisogno oggi di pace vera e duratura». Faiz ha conosciuto questa guerra ed ecco perché si dice «convinto di lavorare per la pace nel suo Paese». E lo fa impegnandosi in una serie di attività umanitarie. In famiglia «da giorni – dice – stiamo pregando per questa visita e speriamo che pori frutti concreti per l’Iraq e per l’intera area». «Continueremo a pregare, insieme a tutti gli iracheni: questo viaggio – conclude – è molto importante». (R.Iaria)

Papa Francesco: viaggio in Iraq “un dovere verso una terra martoriata da tanti anni”

5 Marzo 2021 -

Roma -  Papa Francesco è arrivato in Iraq. E' infatti atterrato all’aeroporto Internazionale di Baghdad, prima tappa del suo viaggio in questo Paese. Al suo arrivo, è stato accolto dal Primo Ministro della Repubblica d’Iraq, Mustafa Abdellatif Mshatat, conosciuto come AlKadhimi, per un breve incontro privato nella Sala Vip dell’aeroporto, dopo il quale si è trasferito al Palazzo presidenziale per la cerimonia ufficiale di benvenuto.  In volo ha ringraziato i giornali - 74 di 15 Paesi - che viaggiano con il Volo papale. E, incontrandoli, ha detto - dopo il saluto del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni - di essere «contento di riprendere i viaggi, e questo è un viaggio emblematico. È anche un dovere verso una terra martoriata da tanti anni. Grazie di accompagnarmi. Io cercherò di seguire le indicazioni e non dare la mano ad ognuno, ma non voglio rimanere lontano: passerò per salutarvi più da vicino. Grazie tante». (R. Iaria)

Papa Francesco in Iraq: Certini, un viaggio che “aiuti a costruire l’architettura di una società di pace”

5 Marzo 2021 - Firenze - «Una presa di coscienza internazionale per una pace duratura in Irak e nell’intero Medio Oriente». Questo l’auspicio di Maurizio Certini, direttore del Centro Internazionale Studenti “Giorgio La Pira” di Firenze che accoglie centinaia di studenti provenienti da tante parti del mondo e anche dal medio Oriente. Ecco allora l’urgenza di «riprendere il processo di pace senza perdere la memoria  di quanto avvenuto a livello internazionale negli ultimi anni». Per Certini «dalla guerra non si esce mai migliori. Ecco allora l’urgenza di pace». Questo viaggio apostolico del papa “artigiano internazionale  della pace” vuole essere - dice a www.migrantesonline.it un viaggio che «aiuti a costruire l’architettura di una società basata sulla pace, la giustizia e il rispetto dei diritti umani». (R.Iaria)  

Rifugiati iracheni a papa Francesco: “la nostra terra sta sanguinando e ha bisogno di pace”

5 Marzo 2021 - Città del Vaticano -  “Noi stiamo pregando tanto per questo viaggio perché la nostra terra sta sanguinando ed ha bisogno di pace”. E’ quanto hanno detto i ragazzi iracheni a Papa Francesco questa mattina incontrandolo a Casa Santa Marta prima del viaggio in Iraq che il papa compirà fino a lunedì 8 marzo. Il Pontefice si è intrattenuto per alcuni momenti con circa 12 persone accolte dalla Comunità di Sant’ Egidio e dalla Cooperativa Auxilium, rifugiatesi in anni recenti in Italia dall’Iraq. A raccontarlo al Sir come è andato l’incontro è Angelo Chiorazzo, presidente della Cooperativa Auxilium che li ha accompagnati insieme a Daniela Pompei della Comunità di sant’Egidio e all’Elemosiniere, il card. Konrad Krajewski. “Il papa – racconta Chiorazzo – aveva il volto contento. Era evidente che stava partendo con una grande serenità nel cuore. È sceso dalle scale con la borsa in mano, si è soffermato a parlare tanto con loro. Un ragazzo si è voluto fare un selfie dicendo che avrebbe inviato la foto ai suoi genitori a Baghdad. È commovente vedere attraverso questi ragazzi con quanta attesa l’Iraq sta aspettando il Papa perché vedono in lui il segno di una speranza, l’attesa che presto anche nella loro terra, le armi cessino di fare morti e la pace possa finalmente germogliare”. Ognuno dei ragazzi presenti, tutti di fede musulmana, ha una storia di sofferenza forte alle spalle e con ciascuno il Papa si è soffermato a parlare. Con Ali Ahmad Taha, 27 anni, curdo iracheno della città di Sulaymaniyya, ospite di Mondo Migliore dal dicembre 2019, il Papa ha avuto parole di conforto. Alì infatti è fuggito dall’Iraq dopo essersi rifiutato di arruolarsi e aver visto il fratello assassinato dall’ISIS. Ha attraversato Turchia e Grecia sul fondo di un camion, ma proprio alla fine del suo travagliato viaggio verso l’Italia, sul Raccordo Anulare di Roma, è scivolato ed è stato travolto. Gli è stata amputata la gamba destra al Policlinico Gemelli, che lo sta ancora seguendo per alcune terapie. Ahmed, Ghaleb e Rami Taha sono invece tre fratelli di 30-32-37 anni. Arrivati con i genitori in Italia nel 2010, oggi sono dipendenti della Cooperativa Auxilium. Youssif Ibrahim Al Tameemi, 24 anni, iracheno nato a Bagdad, di professione barbiere, è ospite di Mondo Migliore dove è arrivato nel dicembre del 2020. Quando ha saputo che avrebbe incontrato il Papa si è commosso e ha detto: “Il mio Paese sanguina da troppi anni, e spero con tutto il cuore che questo viaggio porti la pace. Ringrazio Papa Francesco perché con coraggio non è rassegnato alla guerra e va nel mio Paese chiedendo di essere tutti  fratelli”. E poi ci sono Mohamed Hakel Abdulrahman, 30 anni, nato a Duhok nel  Kurdistan iracheno e Shwan Lukman Kader, 28 anni di Bagdad, curdo iracheno. È a Mondo Migliore dal 2018. Ha detto: “Era tanto tempo che desideravo incontrare il Papa e non ci volevo credere quando mi hanno detto che ci voleva salutare prima di partire. Ero emozionatissimo e sono riuscito solo a dire che il cuore di tutti noi è con lui”.

Regione Puglia: una seduta straordinaria del Consiglio Regionale per celebrare il trentennale dell’emigrazione albanese

5 Marzo 2021 - Bari - Il 7 marzo del 1991 la città di Brindisi si risvegliò con decine di navi, con a bordo 27mila albanesi, provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico. E poi lo sbarco a Bari della nave Vlora, l’8 agosto del 1991, con l’arrivo di 20mila albanesi. Avvenimenti che hanno segnato profondamente i rapporti tra il popolo pugliese e il popolo albanese. La Regione Puglia nel trentennale dell’emigrazione albanese, oggi ricorderà questi eventi con una seduta straordinaria del Consiglio regionale alla quale parteciperanno il Primo Ministro dell’Albania Edi Rama ed il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio Insieme al presidente della Regione Michele Emiliano ed alla presidente del Consiglio Loredana Capone saranno presenti in aula capigruppo e presidenti di Commissione, la delegazione del governo albanese con il Ministro di Stato per la Ricostruzione Arben Ahmetaj, il Ministro della Salute e dell'assistenza sociale Ogerta Manastirliu, il Ministro dell'istruzione, dello Sport e della Gioventù Evis Kushi, e Fate Velaj, Membro del Parlamento, il vice ministro sen. Teresa Bellanova ed i sottosegretari on. Assuntela Messina, Anna Macina, Rosario Sasso, Ivan Scalfarotto e Francesco Paolo Sisto. Presenti anche i massimi rappresentanti diplomatici, l’Ambasciatore d’Italia a Tirana Fabrizio Bucci, l’Ambasciatore della Repubblica d’Albania Anila Bitri Lani e la Console generale della Repubblica d’Albania in Italia Gentiana Mburimi. Il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli interverrà in video Tra gli eventi che precederanno la seduta consiliare è prevista l’inaugurazione della mostra “Exodus”, a cura di Nicola Genco, allestita nell’Agorà del Palazzo del Consiglio regionale e l’esibizione del violoncellista Redi Hasa. Negli stessi spazi è allestita la mostra “Compagni e Angeli” a cura di Alfredo Pirri. I Rettori delle Università Pugliesi consegneranno al Primo ministro Rama una copia del Manuale per la ripartenza “Regioni Sicure” tradotto in lingua albanese e redatto grazie al lavoro di 130 personalità del mondo scientifico delle quattro Università con il coordinamento dell’associazione culturale “L’Isola che non c’è”.  

Migrantes: in distribuzione il numero di Marzo della rivista “MigrantiPress”

5 Marzo 2021 -

Roma  - “Con cuore di Padre” è il titolo della copertina del nuovo numero della rivista mensile della Fondazione Migrantes, “MigrantiPress”. A dicembre Papa Francesco ha scritto una lettera sulla figura di San Giuseppe ed ha indetto un Anno speciale che si concluderà  l'8 dicembre 2021Sono note a tutti la “predilezione” dell’attuale pontefice per le persone umili e poco appariscenti, e la sua diffidenza verso la mentalità “moderna”, che mette sempre al centro il calcolo economico e l’autoaffermazione ad ogni costo. Tutto ciò – si legge nell’editoriale del giornale - emerge con chiarezza anche nelle riflessioni sulla figura di San Giuseppe, del quale si mettono in evidenza soprattutto l’assoluto disinteresse che ne caratterizzò la vita e la gratuità del suo amore per Gesù e Maria, ad imitazione del “cuore di Padre” con cui Dio guarda l’umanità intera. 

Nel numero, in distribuzione in questi giorni, articoli su San Giuseppe e la gente del viaggio e la devozione del beato Scalabrini a San Giuseppe e su San Gemine, santo protettore immigrato di san Gemine. E poi articoli sulla rotta balcanica, sugli studenti internazionali e, ancora, i 70 anni del mensile delle Missioni Cattoliche Italiane di Germania e Scandinavia, “Corriere d’Italia”. Spazio anche alle difficoltà della gente dello spettacolo viaggiante durante questo tempo di pandemia. E poi il “Lessico dell’immigrazione “ e “Gli italiani che hanno fatto...”.

 

Istat: peggiorano le condizioni di famiglie sia con stranieri sia di soli italiani

5 Marzo 2021 -

Roma - Peggiorano le condizioni di famiglie sia con stranieri sia di soli italiani. Lo sottolinea l'Istat nel report sulle "stime preliminari povertà assoluta e elle spese per consumi". Nel 2020, l’incidenza di povertà assoluta passa dal 4,9% al 6,0% tra le famiglie composte solamente da italiani, dal 22,0% al 25,7% tra quelle con stranieri, che conoscono una diffusione del fenomeno molto più rilevante e tornano ai livelli del 2018. Tuttavia, tra il 2019 e il 2020 si riduce la quota di famiglie con stranieri sul totale delle famiglie povere, passando da oltre il 30% al 28,7% (più del 31% nel 2018). Questo seppur limitato cambiamento strutturale si può imputare al considerevole incremento di famiglie povere composte solamente da italiani che rappresentano circa l’80% delle 335mila famiglie in più che si contano nel nostro Paese nel 2020.