Londra - La crescita numerica della comunità italiana nel Regno Unito negli ultimi anni è stata impetuosa. Gli iscritti all’AIRE in Inghilterra e Galles sono più che raddoppiati nel giro di 8 anni, passando da poco meno di 200 mila a più di 415 mila. Lo evidenzia il Consolato Generale d’Italia a Londra che ha diffuso uno studio statistico su “La presenza italiana in Inghilterra e Galles”, frutto, scrive il console generale d’Italia a Londra Marco Villani, dell’analisi dei dati disponibili nell’anagrafe consolare del Consolato Generale d’Italia a Londra (aggiornata al luglio 2020) e rappresenta “una fotografia che, sebbene soggetta a invecchiamento data la dinamicità della nostra presenza nel Regno Unito, costituisce una bussola e un punto di partenza per qualsiasi eventuale studio futuro”. Questo studio, attraverso i dati AIRE della Sede e dell'Home Office, analizza la collettività attraverso vari criteri statistici (es. età, titolo di studio, tipo di impiego, luogo di residenza e nascita etc.). Una studio - spiega ancora il console – che “intende gettare luce sulla comunità italiana residente in Inghilterra e Galles. O meglio, sulle diverse comunità italiane che vi convivono. La prima cosa che stupisce, anche ad uno sguardo superficiale, è la complessità di questa grande realtà italiana. Il 10% dei nostri connazionali ha più di 65 anni, circa il 20% meno di 18. Oltre agli studenti, sono rappresentate tutte le categorie professionali: impiegati, operatori sanitari, accademici, addetti alla ristorazione e all’ospitalità, artisti, scrittori, insegnanti, operai, imprenditori, funzionari, dirigenti, agricoltori, giornalisti e religiosi (l’elenco potrebbe continuare…). Circa metà dei nostri cittadini sono nati in Italia, un quarto nel Regno Unito e il rimanente quarto nel resto del mondo. Un affascinante caleidoscopio culturale dove si incontrano nuova cittadinanza e cittadini italiani divenuti tali per discendenza. In un contesto, in cui chi è arrivato nell’ultimo decennio (più della metà dei nostri cittadini) si aggiunge a chi chiama ‘casa’ questa isola da decenni. Per questo dobbiamo parlare di ‘comunità’ al plurale. Pur convivendo accanto le une alle altre, le nostre comunità si sfiorano, senza praticamente toccarsi. Senza neanche accorgersi, o quasi, della presenza delle altre”. Comunità che sono “lo specchio dell’Italia, ma uno specchio particolare, che ci permette di guardare non solo l’immagine riflessa del presente, ma anche quella del passato”.
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Don Basile (Mci Lucerna): ha senso oggi essere missionario con gli italiani?
Lucerna - Spesse volte mi vengono fatte queste domande: “Ha senso ancora oggi nel 2020 parlare di missione ? Ha senso ancora oggi parlare di missionari ?”
Beh, effettivamente, può sembrare superfluo forse oggi usare questi due termini missione e missionario, soprattutto per noi che viviamo in Svizzera. Potevano essere usati una volta per indicare l’opera evangelizzatrice di coloro che partivano per i continenti per annunciare il Vangelo di Gesù a quei popoli che mai avevano sentito parlare di Lui; ma oggi nel mondo della globalizzazione, molti dicono che non ha più senso parlare di missione e di missionari.
Eppure, personalmente, penso che soprattutto oggi sia necessario appropriarsi del significato “genuino” di questi due termini che non vanno mai persi (per brevità di spazio non posso dilungarmi sulla mia riflessione) ma penso che sia “urgente” soprattutto oggi parlare di Missione e di missionari e non solo come presbiteri o consacrati, bensì come battezzati.
Mi trovo in Svizzera come presbitero da circa 25 anni a servizio delle Comunità di lingua italiana e il mio essere qui in questo contesto elvetico è come dice il nostro Papa Francesco “ il riflesso della gratitudine di quanto si è ricevuto”: mai finirò di dire grazie al Signore per il dono del Battesimo e ancor più per il dono del Sacerdozio ministeriale.
E’ vero che la nostra azione missionaria in Svizzera è cambiata, ma la nostra opera e proposta evangelica rimane sempre valida e attuale per i nostri tempi “Hic et nunc”. I motivi sono tanti non per ultimo il fatto che in Svizzera continuano ad arrivare molti italiani e il contesto elvetico,purtroppo, continua a vedere sempre di più la fede in Gesù come un qualcosa di non importante o essenziale per la vita personale.
Spesse volte quando mi trovo a parlare con le autorità svizzere e italiane ribadisco l’importanza della Missione oggi in Svizzera, intesa come ”segno e presenza concreta” a servizio degli italiani. Una proposta evangelica, quella che continuo a fare insieme ai miei collaboratori laici, che abbia il taglio della concretezza, dunque una proposta evangelica che sia soprattutto valida perché espressione autentica di quella Parola che sa essere a volte silenziosa, ma efficace dell’Amore di Gesù. Penso soprattutto oggi in Svizzera come in Europa (paesi ormai secolarizzati) ci sia bisogno di un nuovo Annuncio: nuovo nei metodi e nelle proposte, nuovo negli atteggiamenti, nuovo nello slancio, nuovo nell’essere autentici e veri discepoli di Gesù a partire dal Battesimo che abbiamo ricevuto.
Concludo con un racconto, che ci riferiscono le Fonti francescane, il quale riassume quello che in semplicità mi sforzo di fare in Svizzera, nel mio piccolo contesto del Canton Lucerna, insieme ai miei collaboratori e che spero possa essere da sprono.
“Un giorno, uscendo dal convento, san Francesco incontrò frate Ginepro. Era un frate semplice e buono e san Francesco gli voleva molto bene. Incontrandolo gli disse: “Frate Ginepro, vieni, andiamo a predicare”. “Padre mio” rispose, “sai che ho poca istruzione. Come potrei parlare alla gente?”.
Ma poiché san Francesco insisteva, frate Ginepro acconsentì. Girarono per tutta la città, pregando in silenzio per tutti coloro che lavoravano nelle botteghe e negli orti. Sorrisero ai bambini, specialmente a quelli più poveri. Scambiarono qualche parola con i più anziani. Accarezzarono i malati. Aiutarono una donna a portare un pesante recipiente pieno d’acqua. Dopo aver attraversato più volte tutta la città, san Francesco disse: “Frate Ginepro, è ora di tornare al convento”. “E la nostra predica?”. “L’abbiamo fatta… L’abbiamo fatta” rispose sorridendo il santo. Se hai in tasca il profumo del muschio non hai bisogno di raccontarlo a tutti. Il profumo parlerà in tua vece. La predica migliore sei tu”.
Don Mimmo Basile
Missione Cattolica Italiana di Lucerna
Don Vignola (MCI Amburgo): l’esperienza come prete “Fidei donum”
Don Giacomelli (MCI Romania): “mostrare” gli effetti della presenza di Dio
La missione oggi: la voce dei missionari con gli italiani nel mondo
Raffaele Iaria
I missionari italiani e la loro esperienza nel mondo
Roma - Domenica prossima si celebra la Giornata Mondiale Missionaria. Il tema scelto dalle Pontificie Opere Missionarie in Italia è “Eccomi, manda me. Tessitori di fraternità”. Testimoni di questa “tela” di fraternità e speranza sono le diverse iniziative portate avanti dalle diocesi italiane in varie parti del mondo e anche tanti missionari del nostro Paese “fidei donum”. Testimonianze che aiutano a riflettere sul senso della vita cristiana e dell’impegno missionario oggi. In questo servizio vogliamo citarne alcuni attraverso le storie pubblicate dai giornali diocesani.
“Chi ha un lavoro giornaliero è stato maggiormente colpito dall’emergenza sanitaria in questo ultimo periodo. Si parla di persone che stanno in strada con la pala, il trapano o il pennello in mano, oppure i proprietari di negozi nei bazar o chi si occupa delle pulizie per le strade o nelle case. Quando la nostra comunità ci ha inviato un contributo di cinquemila Euro dall’Italia, siamo andati a comprare viveri come farina e riso e li abbiamo impacchettati per distribuirli a circa cinquanta famiglie”, racconta al settimanale di Cosenza-Bisignano, “Parola di Vita” Andrea Giordano, genovese di nascita, ma calabrese di origine, in Pakistan come missionario laico fidei donum del Movimento dei Focolari e in missione con una particolare convenzione sostenuta dall’otto per mille destinato alla Chiesa Cattolica, scrive il giornale diretto da don Enzo Gabrieli. Prima della pandemia il giovane si occupava principalmente di attività di evangelizzazione per i giovani e per le comunità e con le famiglie era stato avviato un progetto di aiuto a gruppi di indù che si erano convertiti al Cristianesimo e che vivevano in campagna. In Pakistan – racconta Andrea - il lockdown è stato più blando che in Italia, perché le persone non avevano l’obbligo di rimanere in casa. Però sia i negozi di vestiario che le fabbriche essenziali sono stati chiuse e i trasporti pubblici sono stati interrotti. Il 14 marzo “la mia comunità ha celebrato l’ultima messa, stando attenti a mantenere il distanziamento fisico. Io sono stato fortunato: abitando di fronte alla parrocchia, il mio sacerdote ha detto la messa ogni giorno per me e per le altre tre persone con cui vivevo. Tra i membri della nostra comunità non c’erano casi di indigenza, perché tanti di noi sono insegnanti o infermieri. Tuttavia, la sanità non è pubblica: chi ha bisogno di andare in ospedale deve pagare il servizio”. Il giovane è tornato ad agosto in Italia a Mendicino e vorrebbe tornare in Pakistan.
In Perù vive un altro giovane che proprio alla vigilia del Giornata verrà ordinato sacerdote nella sua diocesi di origine. Si tratta di Damiano Boffo, di Fossalta Maggiore, nella diocesi di Vittorio Veneto. La celebrazione, come riferisce il settimanale “L’azione” è diretto da don Alessio Magonza – sarà presieduta da Mons. Giorgio Barbetta, originario di Sondrio e ausiliare della diocesi di Huari (Perù). È nel seminario di quella diocesi che Damiano ha approfondito la sua vocazione e lì, un anno fa, è stato ordinato diacono, scrive il giornale. Ora il passo del sacerdozio nella sua terra natale “per dare modo ai miei familiari e ai miei tanti amici di essermi vicini” dice. Poi ripartirà per Huari, dove lo attende l’incarico di parroco. Fin da bambino, in famiglia Damiano ha respirato i valori dell’Operazione Mato Grosso: “a 14 anni ho iniziato a partecipare a un gruppo giovani dell’Operazione a San Michele di Piave. Facevamo incontri serali e servizi il sabato e la domenica: imbiancature, raccolte ferro... Il tutto per raccogliere fondi per le missioni dell’Operazione. Ho anche preso parte a campi di lavoro in giro per l’Italia”. L’impatto appena arrivato in Perù – racconta al giornale - è stato “duro: sono partito pensando di andare a salvare il mondo e invece non è affatto così”. Nella zona di Huari la Chiesa cattolica è ancora ben radicata, “tra la gente c’è una religiosità semplice, tanta devozione, è molto bello”, racconta ancora. Don Damiano tornerà a metà novembre, Covid permettendo.
Il settimanale di Reggio Emilia-Guastalla, “La Libertà”, diretto da Eduardo Tincani racconta questa settimana l’esperienza del “Villaggio del sorriso”, casa di accoglienza delle Suore Missionarie della Consolata a Meru, in Kenya. Il Villaggio del sorriso è una casa di accoglienza designata a ricevere bambini/e senza famiglia e ridare loro dignità, serenità, gioia e futuro, scrive, spiega il giornale: la loro è una storia di sofferenza e umiliazione, ma dopo i primi timori, vivendo nel Villaggio, “tornano a sorridere, guardando al futuro con speranza e s’impegnano a rendere più bella la loro vita”. Complessivamente il Centro ospita 120 persone, attualmente 65 bambine e 55 bambini: 74 frequentano le elementari e scuola materna, 22 nelle secondarie, 16 in attesa di scegliere e frequentare corsi vocazionali e 8 nei corsi vocazionali. Grazie all’aiuto di Dio e alla Sua Provvidenza che arriva anche tramite il gruppo missionario di Sant’Agostino di Reggio Emilia, “abbiamo avuto innumerevoli buoni risultati: Charles ha terminato il corso per infermiere ed è già al lavoro in un ospedale di Meru. È lui che custodisce il fratello più piccolo. Doris ha terminato il corso da hostess, lei ha al Villaggio un fratello e sorella che attendono il suo aiuto. Orundo insegna all’Università, Eugene e Josephine frequentano l’Università e anche per loro il futuro sarà migliore, Dominic è stato al Villaggio 17 anni e ora, felice e indipendente, lavora come elettricista specializzato...”, racconta il servizio scritto da suor Gianna Irene Peano.
Raffaele Iaria
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Ultimo aggiornamento ore 12,30 del 12 ottobre 2020
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“Maschio e femmina li creò. I rapporti interpersonali”. Questo il tema del convegno nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia che si svolgerò, in videoconferenza, dal 28 settembre al 2 ottobre. Il Convegno “sarà molto diverso dai convegni cui siamo abituati da sempre. Il coronavirus ci costringe a farlo in videoconferenza, un modo di incontrarsi che in questi ultimi mesi tanti di noi hanno già sperimentato con successo. È più comodo, si può partecipare da casa o dall’ufficio, senza mascherina, senza problemi di igiene e di distanze, senza lunghi costosi viaggi. Basta il cellulare, il tablet, o il computer, attrezzato di videocamera e di microfono”, spiega la delegazione. I lavori saranno incentrati sui temi del IV Foro del “Cammino sinodale” e verranno moderati dalla nuova direttrice dell’ufficio Udep della Delegazione, Paola Colombo.
I lavori saranno aperti dall’intervento del Direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis. Tra gli interventi quella del vescovo ausiliare di Colonia Dominicus Schwaderlapp, responsabile della Internationale Seelsorge della diocesi e delle Comunità d’altra madre lingua.
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M.D.T.