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Papa Francesco: “la migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare”

8 Marzo 2021 -

Città del Vaticano - «La migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare». Papa Francesco è atterrato da poche ore a Ciampino dopo una tre giorni in una delle terre più martoriate: l’Iraq. Durante il volo di ritorno, parlando con i giornalisti che lo hanno accompagnato ha detto che la gente irachena «non ha nessuno dei due, perché’ non possono non migrare, non sanno come farlo. E non possono migrare perché’ il mondo ancora non ha preso coscienza che la migrazione è un diritto umano». La volta scorsa – ha continuato il pontefice – un sociologo italiano, parlando dell’inverno demografico in Italia «mi diceva che entro quarant’anni dovremo ’importare’ stranieri perché’ lavorino e paghino le tasse delle nostre pensioni. In Francia sono stati più furbi, sono andati avanti di dieci anni con la legge a sostegno della famiglia, il loro livello di crescita è molto grande». «Ma la migrazione la si vive come un’invasione», ha aggiunto: “«Ieri ho voluto ricevere dopo la messa, perché lui lo ha chiesto, il papà di Alan Kurdi, questo bambino, che è un simbolo: per questo io ho regalato la scultura alla Fao. È un simbolo che va oltre un bambino morto nella migrazione, un simbolo di civiltà che muoiono, che non possono sopravvivere, un simbolo di umanità. Servono urgenti misure perché la gente abbia lavoro nei propri Paesi e non debba migrare. E poi misure per custodire il diritto di migrazione. È vero che ogni Paese deve studiare bene la capacità di ricevere, perché non è soltanto la capacità di ricevere e lasciarli sulla spiaggia. È riceverli, accompagnarli, farli progredire e integrarli. L’integrazione dei migranti è la chiave». Il papa ha quindi ringraziato «i Paesi generosi che ricevono i migranti: il Libano che ha, credo, due milioni di siriani; la Giordania è generosissima: più di un milione e mezzo di migranti. Grazie a questi Paesi generosi! Grazie tante!”. (Raffaele Iaria)

I migranti: trent’anni fa la Chiesa salentina era già “in uscita”

8 Marzo 2021 - Lecce - Sino al ’91 a sbarcare su queste coste, di notte e di nascosto, erano soltanto i contrabbandieri. Quasi sempre italiani che trafficavano con le sigarette. E non venivano mai dall’Albania che era uno stato impenetrabile. Poi, improvvisamente, giunse qualche barca malandata, carica di persone prive di tutto. Ci si rese subito conto che si trattava di fuggiaschi che scappavano da una società in disfacimento. Si capì che erano disperati in cerca di fortuna. Avevano bisogno di tutto e guardavano con occhi stupiti e rispettosi. Non chiedevano niente, eppure avevano bisogno di tutto. Molti riuscivano a dire qualche parola in italiano. Conoscevano i nomi dei calciatori e delle squadre di calcio. Sapevano dire “Vecchia Romagna etichetta nera”, ma erano soltanto incuriositi dal caminetto acceso nell’angolo di una casa accogliente.  Sì, perché in Albania, di nascosto dal regime, vedevano la televisione italiana. Si affollavano attorno ai pochi televisori disponibili e con occhi sognanti raccoglievano e sintetizzavano l’intero Occidente negli spot pubblicitari trasmessi dalla televisione italiana, l’unica che si potesse ricevere al di là del Canale d’Otranto. Nei primi giorni di marzo fu come un’improvvisa esplosione: approdavano dappertutto lungo tutta la costa, con vecchi pescherecci o piccole navi in disarmo, da abbandonare dopo l’arrivo. Ripiene all’inverosimile. E con un gran numero di giovani, anche giovanissimi, persino ragazzi, spinti all’imbarco da genitori che osavano sperare in un futuro dignitoso per i loro figlioli. Nella settimana fra il 3 e il 9 marzo di quell’anno, in provincia di Lecce si contarono 900 minori non accompagnati. Un problema nel problema. Lo Stato faceva fatica a trovare ricoveri e luoghi di accoglienza. Mancavano le direttive. Nessuno sapeva che cosa fare. I Salentini, invece, capirono ed agirono. L’Episcopato salentino inventò - già allora - la Chiesa in uscita e la mise in atto. In una sola serata il Tribunale dei minori affidò circa 500 minori ad una sola persona: a mons. Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo di Lecce. E dalla redazione de L’Ora del Salento partì un tam tam che in tanti ripresero ed amplificarono. In pochi giorni i minori riuscirono a trovare una casa o un istituto, e comunque un letto, un pasto caldo, una comunità di accoglienza. E quando una nave ancora più grande riversò sulla banchina del porto di Brindisi una fiumana di persone infreddolite, coperte a malapena da un grande foglio di plastica tirato fuori da un privato, nel gesto disperato di proteggere dalla pioggia, allora partì la famosa telefonata dell’arcivescovo Settimio Todisco al prefetto di Brindisi: “O trova lei la soluzione, o io apro la cattedrale ed ospito tutti in chiesa. Questa gente non può rimanere qui”. Fu uno slancio di solidarietà corale, che coinvolse tutti. Come dimenticare l’invito del parroco don Michele Gentile, dei Salesiani, durante l’omelia della domenica: “Vi prego cari fratelli, non portateci più generi alimentari: abbiamo i depositi intasati e i frigoriferi stracolmi. Piuttosto fateci avere saponi, pannolini, indumenti per bambini piccoli. Aiutateci dandoci una mano. Grazie”. Mons. Ruppi raccomandò ai suoi collaboratori: rendetevi conto che arriveranno anche stasera e poi domani sera e poi ancora. Andateli ad aspettare lungo le spiagge. E un funzionario della Prefettura scrutava continuamente il cielo: stasera tira troppo vento - diceva - forse possiamo andare a dormire, con questo vento è difficile che possano sbarcare. Fu un momento straordinario, che si prolungò nel tempo. Molti volontari scoprirono nuovi bisogni e impararono sul campo a dare le dovute risposte. Qual era il bisogno più urgente dei migranti? Non chiedevano né scarpe né vestiti e neppure cibo e bevande; desideravano invece comunicare con le famiglie rimaste in Albania o con i parenti che potevano essere in Italia, ma chissà dove. Si riuscì a riunire tantissime famiglie, con sforzi inenarrabili. Nella concitazione dello sbarco e dei soccorsi, era accaduto di tutto: ed era grande la disperazione di chi non sapeva dove fosse il figlio, il marito, il parente, la mamma o il papà con cui aveva compiuto la traversata del Canale d’Otranto. Si organizzò l’accesso alla scuola e si offrirono servizi educativi integrativi, si riuscì ad inserire nel mondo del lavoro... Si fecero grandi cose. Quei migranti sono oggi cittadini pienamente integrati nella società civile italiana, talvolta con ruoli di rilievo; molti hanno studiato, qualcuno si è laureato. Alcuni sono tornati in Albania. Oggi alcuni Italiani vanno a lavorare in Albania e fra le due sponde dell’Adriatico c’è uno scambio fraterno. I migranti del marzo del 1991 hanno segnato un’esperienza più unica che rara. E la comunità salentina ha dimostrato che la via della integrazione e della pacifica convivenza è possibile. Il segreto? Riconoscersi fratelli ed agire con massima lealtà. Se questo è accaduto, significa che è possibile. Ed allora giova farne memoria, per proseguire con fiducia e speranza. (Nicola Paparella – Portalecce)  ​    

Rifugiati iracheni a papa Francesco: “la nostra terra sta sanguinando e ha bisogno di pace”

5 Marzo 2021 - Città del Vaticano -  “Noi stiamo pregando tanto per questo viaggio perché la nostra terra sta sanguinando ed ha bisogno di pace”. E’ quanto hanno detto i ragazzi iracheni a Papa Francesco questa mattina incontrandolo a Casa Santa Marta prima del viaggio in Iraq che il papa compirà fino a lunedì 8 marzo. Il Pontefice si è intrattenuto per alcuni momenti con circa 12 persone accolte dalla Comunità di Sant’ Egidio e dalla Cooperativa Auxilium, rifugiatesi in anni recenti in Italia dall’Iraq. A raccontarlo al Sir come è andato l’incontro è Angelo Chiorazzo, presidente della Cooperativa Auxilium che li ha accompagnati insieme a Daniela Pompei della Comunità di sant’Egidio e all’Elemosiniere, il card. Konrad Krajewski. “Il papa – racconta Chiorazzo – aveva il volto contento. Era evidente che stava partendo con una grande serenità nel cuore. È sceso dalle scale con la borsa in mano, si è soffermato a parlare tanto con loro. Un ragazzo si è voluto fare un selfie dicendo che avrebbe inviato la foto ai suoi genitori a Baghdad. È commovente vedere attraverso questi ragazzi con quanta attesa l’Iraq sta aspettando il Papa perché vedono in lui il segno di una speranza, l’attesa che presto anche nella loro terra, le armi cessino di fare morti e la pace possa finalmente germogliare”. Ognuno dei ragazzi presenti, tutti di fede musulmana, ha una storia di sofferenza forte alle spalle e con ciascuno il Papa si è soffermato a parlare. Con Ali Ahmad Taha, 27 anni, curdo iracheno della città di Sulaymaniyya, ospite di Mondo Migliore dal dicembre 2019, il Papa ha avuto parole di conforto. Alì infatti è fuggito dall’Iraq dopo essersi rifiutato di arruolarsi e aver visto il fratello assassinato dall’ISIS. Ha attraversato Turchia e Grecia sul fondo di un camion, ma proprio alla fine del suo travagliato viaggio verso l’Italia, sul Raccordo Anulare di Roma, è scivolato ed è stato travolto. Gli è stata amputata la gamba destra al Policlinico Gemelli, che lo sta ancora seguendo per alcune terapie. Ahmed, Ghaleb e Rami Taha sono invece tre fratelli di 30-32-37 anni. Arrivati con i genitori in Italia nel 2010, oggi sono dipendenti della Cooperativa Auxilium. Youssif Ibrahim Al Tameemi, 24 anni, iracheno nato a Bagdad, di professione barbiere, è ospite di Mondo Migliore dove è arrivato nel dicembre del 2020. Quando ha saputo che avrebbe incontrato il Papa si è commosso e ha detto: “Il mio Paese sanguina da troppi anni, e spero con tutto il cuore che questo viaggio porti la pace. Ringrazio Papa Francesco perché con coraggio non è rassegnato alla guerra e va nel mio Paese chiedendo di essere tutti  fratelli”. E poi ci sono Mohamed Hakel Abdulrahman, 30 anni, nato a Duhok nel  Kurdistan iracheno e Shwan Lukman Kader, 28 anni di Bagdad, curdo iracheno. È a Mondo Migliore dal 2018. Ha detto: “Era tanto tempo che desideravo incontrare il Papa e non ci volevo credere quando mi hanno detto che ci voleva salutare prima di partire. Ero emozionatissimo e sono riuscito solo a dire che il cuore di tutti noi è con lui”.

Papa Francesco: prima del viaggio per l’Irak incontro con 12 rifugiati

5 Marzo 2021 - Roma - Papa Francesco è in viaggio per l'Irak. Prima della partenza, nel lasciare Casa Santa Marta poco prima delle 07:00 in direzione dell’Aeroporto di Fiumicino, si è intrattenuto per alcuni momenti con circa 12 persone accolte dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Cooperativa Auxilium e rifugiatesi in anni recenti in Italia dall’Iraq, dove il Papa si sta recando  per il suo 33° Viaggio Apostolico. Il gruppo era accompagnato dall’Elemosiniere, il card. Konrad Krajewski. Ieri pomeriggio, alla vigilia della sua partenza per l’Iraq, il pontefice si è recato nella Basilica di Santa Maria Maggiore e si è fermato in preghiera davanti all’icona della Vergine Salus Populi Romani affidando il viaggio apostolico alla sua protezione, come fa sapere la Sala Stampa della Santa Sede. (R.Iaria)

Oltre 360 migranti a bordo della Sea Watch3 attendono un porto sicuro

3 Marzo 2021 - Roma - «Un’altra notte in mare, in balia delle onde e del freddo, non è ciò di cui hanno bisogno. Devono sbarcare. Subito». A scriverlo su Twitter è l’ong Sea Watch tornando a chiedere un porto sicuro per i 363 migranti, di cui un terzo sono minori, salvati nel Mediterraneo negli ultimi giorni in cinque diverse operazioni dal proprio personale a bordo della Sea Watch3. «Le 363 persone a bordo di Sea Watch 3 sono esauste e hanno bisogno di sbarcare al più presto. Abbiamo chiesto a Italia e Malta l’assegnazione di un porto sicuro ma non abbiamo ancora ricevuto risposta», fa sapere sempre su twitter l’ong tedesca.  

Centro Astalli: al via corso di formazione on line “La lezione della pandemia”

2 Marzo 2021 -
Roma - Prende il via domani pomeriggio un corso di formazione on line rivolto a scuole e insegnanti sui temi delle migrazioni e del dialogo interculturale, organizzato dal Centro Astalli. Già 200 i docenti iscritti promosso dal Centro Astalli che, con i progetti Finestre e Incontri, è al fianco di centinaia di scuole, docenti e alunni in tutta Italia nell’affrontare la sfida di trasformare la didattica interculturale e interreligiosa fatta di presenza e condivisione di spazi ed esperienze, in un una didattica on line cercando di modellare strumenti e contenuti per dialogare con i ragazzi in una sorta di scuola “diffusa”. Ad aprire il ciclo di tre incontri “La lezione della pandemia” , in collaborazione con CeFAEGI – Centro di Formazione per l’Attività Educativa dei Gesuiti d’Italia e la Fondazione MAGIS, nell’ambito del progetto europeo CHANGE, domani interverranno Chiara Tintori e p. Camillo Ripamonti. Gli autori de “La trappola del virus” (Edizioni Terra Santa, 2021) dialogheranno con Eleonora Camilli, giornalista dell'agenzia "Redattore Sociale", sui temi contenuti nel nuovo libro del Centro Astalli che vuole essere anche uno strumento per insegnanti e studenti. “L’incontro quotidiano con i rifugiati - dice il presidente del Centro Astalli, p. Ripamonti -  nella pandemia ci ha mostrato che siamo davanti a una sfida che oltre che sanitaria è anche sociale, culturale ed educativa. La formazione e l’istruzione sono diritti inalienabili di ogni ragazzo, sono via democratica per la realizzazione personale di ciascuno in una comunità plurale in cui la cittadinanza sia un diritto che si trova nei banchi di scuola e non più un privilegio di discendenza”.

Siria: incendio in campo profughi

2 Marzo 2021 - Roma - Sono almeno quattro le vittime - una donna e i suoi tre figli - dell’incendio che nel fine settimana ha colpito il campo profughi di El Hol, nel nord-est della Siria. Secondo alcune fonti locali le fiamme si sarebbero propagate a causa dell’esplosione di un fornello a gas durante i festeggiamenti di un matrimonio fra gli sfollati ospitati nel campo. Almeno altre 30 persone sono rimaste ferite, molte con ustioni anche gravi. A El Hol, secondo l’Unicef, si trovano più di22mila bambini di 60 nazionalità diverse oltre a migliaia di minori siriani.  

Viminale: da inizio anno sbarcate 5.033 persone migranti sulle coste italiane

1 Marzo 2021 - Roma - Sono 5.033 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Di questi 710 sono di nazionalità tunisina (14%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Costa d’Avorio (470, 9%), Bangladesh (364, 7%), Guinea (305, 6%), Eritrea (239, 5%), Algeria (229, 5%), Egitto (200, 4%), Sudan (194, 4%), Mali (155, 3%), Marocco (131, 3%) a cui si aggiungono 2.036 persone (40%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è aggiornato alle 8 di questa mattina ed è stato pubblicato sul sito del Ministero degli Interni.  

CEI: la Presidenza stanzia 500mila euro per la popolazione del Tigray

1 Marzo 2021 - Roma - La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha deciso lo stanziamento di 500mila euro dai fondi otto per mille, che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, a favore delle popolazioni del Tigray, in Etiopia. Dal novembre scorso, la zona del Tigray è al centro di uno scontro militare e politico che sta ulteriormente aggravando le già precarie condizioni dell’area, provata dalla malnutrizione e da importanti problemi sanitari. Sono milioni le persone che necessitano di assistenza umanitaria. Il conflitto infatti ha provocato 1,3 milioni di sfollati interni e circa 60.000 profughi fuggiti principalmente in Sudan, oltre che danni significativi alle infrastrutture. I saccheggi, sempre più frequenti, stanno mettendo a repentaglio l’erogazione dei servizi sociali essenziali. Un numero imprecisato di centri sanitari è stato vandalizzato e gli operatori non retribuiti hanno lasciato i loro posti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che solo il 22% delle strutture sanitarie sia funzionante. La Chiesa cattolica etiope, con la Caritas nazionale, ha subito attivato una rete di coordinamento per monitorare la crisi e garantire una risposta umanitaria adeguata, coinvolgendo gli Uffici diocesani, i membri internazionali della rete Caritas già presenti sul territorio e altre realtà tra cui Medici con l’Africa Cuamm. Lo stanziamento della Presidenza CEI è destinato a garantire cibo e acqua, beni di prima necessità, kit sanitari e scolastici e a supportare le strutture sanitarie della regione sia con interventi di ristrutturazione che di fornitura di farmaci, dispositivi medici e materiali.  

Viminale: da inizio anno sbarcate 4.536 persone migranti sulle coste italiane

26 Febbraio 2021 - Roma - Sono 4.536 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Di questi 560 sono di nazionalità tunisina (12%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Costa d’Avorio (470, 10%), Bangladesh (364, 8%), Guinea (305, 7%), Eritrea (239, 5%), Egitto (200, 5%), Sudan (194, 4%), Algeria (177, 4%), Mali (155, 3%), Marocco (131, 3%) a cui si aggiungono 1.741 persone (38%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.  

Assisi: domani intenzione di preghiera per i profughi

26 Febbraio 2021 - Assisi – E’ rivolta ai profughi l’intenzione di preghiera per la pace che si svolgerà domani, 27 febbraio nella diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino. L’appuntamento, voluto dal vescovo, mons.  Domenico Sorrentino, e portato avanti dalla Commissione diocesana per lo “Spirito di Assisi” si ripete con cadenza mensile in ricordo dello storico incontro per la pace del 1986, voluto da San Giovanni Paolo II. Nel suo messaggio il vescovo invita a rivolgersi «all’unico Dio pensando ai profughi che fuggono da guerre, violenze e miseria e non ricevono adeguata accoglienza e riconoscimento. Il pensiero va ai fratelli e alle sorelle che sono costretti al freddo e a sofferenze immani nelle montagne dei Balcani e che talvolta sono persino respinti con la violenza». Con loro verranno ricordati quanti sono sottoposti alla «stessa sorte» nella frontiera tra Messico e Stati Uniti, in quella tra Myanmar e Bangladesh o Thailandia e moltissimi altri. «Che Dio converta i cuori di coloro che nella comunità internazionale hanno il potere di trasformare il rifiuto in accoglienza e rispetto», aggiunge mons. Sorrentino. Come di consueto non è previsto un momento comune, ma ognuno è invitato a pregare per questa intenzione nell’arco della giornata di domani (R.I.)  

Ordine di Malta: un corso sulla Protezione dei migranti e dei rifugiati per le Autorità libiche

25 Febbraio 2021 - Roma - Ha preso il via, nei giorni scorsi, il Corso sulla Protezione dei migranti e dei rifugiati per le Autorità libiche organizzato dal Sovrano Ordine di Malta in collaborazione con il think tank britannico Forward Thinking. I partecipanti al corso – organizzato online a causa delle limitazioni di viaggio imposte dalla pandemia – sono rappresentanti del governo libico, dei ministeri di Difesa, Interni, Giustizia e Lavoro e formazione, e altre importanti istituzioni nazionali. Il corso nasce dalla continua instabilità politica e sociale che il paese sta vivendo con le molte sfide poste dalla crisi migratoria e dei rifugiati. “La Libia sta affrontando una sfida globale, con implicazioni regionali, guidata da fattori che superano le sue frontiere”, ha dichiarato il Gran Cancelliere dell’Ordine di Malta, Albrecht Boeaselager, nel suo discorso di apertura. “In molti incontri avuti a partire dal 2015 con un gruppo di politici libici, rappresentanti del governo e delle istituzioni, così come stakeholder internazionali, quello che è emerso è che l’unica via da seguire è impegnarsi con i molti attori coinvolti nella regione in un processo di capacity building che consenta al paese di affrontare le tante questioni urgenti”. Il corso si tiene in cinque giornate con sessioni quotidiane facilitate dall’Istituto internazionale di diritto umanitario che ha sede a Sanremo. Attraverso letture interattive, e una piattaforma di e-learning ad hoc che offre riferimenti, infografiche e una biblioteca online, il corso punta a promuovere un dialogo interattivo che consenta ai partecipanti di condividere le migliori pratiche e le esperienze. Sono offerte cinque diverse sessioni, tra cui il quadro giuridico della protezione internazionale, e la protezione internazionale in mare con il Corpo di Soccorso italiano dell’Ordine di Malta che porta la propria esperienza nelle operazioni di soccorso nel Mar Mediterraneo, con la presentazione del suo Presidente, Gerardo Solaro del Borgo. L’Ordine di Malta, insieme a Forward Thinking, è impegnato da diversi anni nella promozione del dialogo sulle principali sfide che la Libia sta affrontando, a 10 anni dalla rivolta del 2011. Come spiegato questa mattina da Albrecht Boeselager: “La protezione della dignità umana è, ed è stata per secoli, la nostra priorità. Per oltre 900 anni, il Sovrano Ordine di Malta ha portato avanti una missione di cura rivolta a chiunque avesse bisogno, a prescindere da nazionalità, condizione sociale, religione o genere. Con oltre 250 entità – associazioni, ambasciate, corpi di soccorso, corpi di volontariato – diffuse in cinque continenti, l’Ordine di Malta è più impegnato che mai a combattere le violazioni dei diritti umani”.    

Oim e Unhcr: almeno 41 persone disperse in naufragio

24 Febbraio 2021 - Roma - «Salvare la vita di rifugiati e migranti alla deriva nel Mediterraneo deve tornare ad essere una priorità dell’Unione europea e della comunità internazionale». Questo è l’appello che l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni, e l’Unhcr, Agenzia Onu per i rifugiati, lanciano dopo aver raccolto le testimonianze dell’ultimo ed ennesimo naufragio. Il team di Unhcr presente a Porto Empedocle in attesa dello sbarco dalla nave mercantile Vos Triton di 77 migranti e rifugiati, ha raccolto testimonianze accurate circa il naufragio avvenuto sabato 20 febbraio nel Mediterraneo centrale che confermano come almeno 41 persone sarebbero annegate e sono ora disperse: «120 persone si trovavano su un gommone partito dalla Libia giovedì 18 febbraio, fra le quali 6 donne, di cui una in stato di gravidanza, e 4 bambini. Dopo circa 15 ore il gommone ha cominciato ad imbarcare acqua e le persone a bordo hanno provato in ogni modo a chiedere soccorso. In quelle ore, 6 persone sono morte cadendo in acqua mentre altre due, avendo avvistato un’imbarcazione in lontananza hanno provato a raggiungerla a nuoto, annegando». Dopo circa tre ore la Vos Triton si è avvicinata per effettuare un salvataggio ma «nella difficile e delicata operazione moltissime persone hanno perso la vita in mare. Solo un corpo è stato recuperato. Fra i dispersi ci sarebbero, 3 bambini e 4 donne, di cui una lascia un neonato attualmente accolto a Lampedusa». Ad oggi sarebbero già circa 160 le vittime del 2021 nel Mediterraneo centrale. Lungo tutta la rotta che porta, attraverso la Libia, al Mediterraneo centrale, sono decine di migliaia le persone vittime di inenarrabili brutalità per mano di trafficanti e miliziani. Secondo i dati pubblicati da Unhcr, su un totale di oltre 3.800 persone, riferisce il Sir,  arrivate in Italia via mare dal 1° gennaio al 21 febbraio, 2.527 sono partite dalle coste libiche. Secondo i dati raccolti dall’Oim, nello stesso periodo sono state oltre 3.580 le persone intercettate in mare e riportate in Libia, dove sono costrette a subire una condizione di detenzione arbitraria e corrono il rischio di diventare vittime di abusi, violenze e gravi violazioni di diritti umani.

P. Kasong spiega la zona in cui è stato ucciso l’ambasciatore italiano

24 Febbraio 2021 - Cesena - «Tutto il nostro Paese è molto dispiaciuto per quanto è accaduto ieri», dice al telefono padre Edmond Kasong, dal 2018 parroco a San Giorgio-Bagnile, nella diocesi di Cesena-Sarsina. Il sacerdote francescano (frate minore) è originario del Congo, del Kasai orientale, una zona molto lontana da dove è avvenuta l'imboscata che ha causato la morte dell’ambascioatore italiano in Congo, Luca Attanasio, del carabinieri Vittorio Iacovacci e del   loro autista congolese, Mustafa Milambo, nel nord Kivu, vicino al Rwanda e al Burundi. «La zona est, del Congo, quella di Goma, è la più esposta e la più pericolosa del Paese - aggiunge il sacerdote parlando con il settimanale della diocesi, “Corriere Cesenate” -. È la zona più sfruttata dalle multinazionali, in particolare per il coltan (materia prima fondamentale per le batterie degli smartphone e le auto elettriche, ndr). È una zona di confine e qui il Rwanda vorrebbe allargare i propri territori. In quelle province muoiono migliaia di persone ogni anno. È un territorio fuori dal controllo del governo». «Ci sono tanti interessi in gioco», conclude il sacerdote «non c'è pace in quel territorio, dove i  bambini non conoscono la scuola e la gente è sempre in fuga. Tanti stanno morendo per difendere la loro terra».  

Scalabriniane: cresce un circuito di mobilità nel Centroamerica

24 Febbraio 2021 -
Roma - La frontiera a Nord, tra Messico e Stati Uniti d’America, è uno dei principali corridoi migratori del mondo, segnato da violazioni dei diritti fondamentali e da un alto rischio per la vita dei migranti, con discriminazione e xenofobia. Ma la migrazione nel Continente è anche altro: ce n'è una centroamericana di cui si parla meno. E’ questo quanto contenuto nel dossier “Mobilità nella frontiera: Tijuana come spazio di (ri)costruzione della vita”, realizzato dal Csem- il Centro scalabriniano di studi migratori. L’analisi fatta dai ricercatori del Csem, parte proprio da Tijuana luogo di frontiera tra Usa e Messico dove proprio le scalabriniane hanno creato un modello di accoglienza nell’Istituto Madre Assunta, delle Suore Missionarie Scalabriniane. Il testo analizza la migrazione centroamericana da una prospettiva regionale più vasta, analizzando le differenze che hanno coinvolto i singoli Stati. El Salvador, Honduras e Guatemala possono considerarsi come nazioni che hanno avuto principalmente una emigrazione verso gli Stati Uniti. Il Belize, invece, ha la doppia caratteristica di essere sia recettore dei migranti centroamericani sia luogo di partenza verso gli Usa. Il Nicaragua, invece, è l’eccezione regionale, con alti indici di intensità migratoria verso il Costa Rica. Panama ha flussi importanti di migranti verso gli Usa, a causa della sua condizione storica e politica con la federazione e, ora, è un Paese che ha mutato in parte la propria realtà e ne accoglie molti. Ma esistono anche circuiti migratori intraregionali in Centroamerica, facilitati nel programma di libera circolazione Ca4 e per l’uso del dollaro a El Salvador e a Panama. In questo panorama risalta il caso del Messico, tanto che ora si parla di un circuito migratorio centroamericano. I dati parlano nel 2010 della presenza di 59,936 centroamericani nel Paese. Sono dodici milioni i messicani negli Usa, con una curva che ha avuto il suo picco nel 2007, con 6,9 milioni a partire da quell’anno. Secondo lo studio che tocca l’America, dal 1970 al 2020 il contesto sociopolitico è mutamente cambiato. Se negli anni Settanta il tipo di migrazione era principalmente politica (a causa dell’esilio derivato da dittature e da regimi coloniali di Belize e Panama), si è passati ai lavoratori economici degli anni Novanta e ai primi rifugiati ambientali e sfollati interni degli anni Duemila. Dal 2010, invece, l’America è caratterizzata da rifugiati, dalle migrazioni familiari, infantili e giovanili e dalle carovane dei migranti. Particolarmente critica è la violenza omicida che caratterizza alcuni Paesi: il tasso più elevato è a El Salvador (58 omicidi ogni 100.000 abitanti, con una media tra il 2016 e il 2019), poi Honduras (45 ogni 100.000), Belize (36,5 ogni 100.000).  Le rimesse incidono parecchio sui sistemi economici dell’America Latina: a El Salvador contano il 21,4% del Pil, in Honduras il 20%, in Guatemala il 12%, in Nicaragua l’11,3%, in Belize il 5% e in Messico il 2,7%. Uno dei temi maggiormente trattati è stato quello della violenza istituzionale. In 5 anni il Venezuela ha espulso ha espulso 4,5 milioni di persone, specialmente verso i Paesi dell’America Latina. Nel 2014 solo il 2,3 per cento della popolazione venezuelana viveva all’estero e nel 2019 la cifra è cresciuta al 16%, la seconda dell’America Latina dopo El Salvador, la cui percentuale è al 25%. Il Messico ha il 10% dei suoi cittadini all’estero. Ma nel Sud del continente, si legge nello studio, “inefficienza, rozzezza e bassezza di molte istituzioni pubbliche e private, esercitano una violenza passiva sulla popolazione”. Oggi, “l’impunità istituzionale, la violenza sistemica e la povertà neoliberale hanno portato alle principali cause della migrazione”.​

L’unica “oasi” contro il virus per i migranti è padre Mata

24 Febbraio 2021 - Milano - Cresce in queste ore la speranza di rivedere i genitori e gli amici che ce l’hanno fatta a raggiungere el otro lado, gli Usa. È la reazione dei migranti latinoamericani alla notizia arrivata dalla nuova presidenza Usa. Il governo di Joe Biden consentirà il graduale ingresso negli Stati Uniti di migliaia di richiedenti asilo bloccati in Messico. Da venerdì scorso, gli Usa hanno cominciato ad accettate le 25mila persone che hanno fatto richiesta di ingresso. I migranti dovranno registrarsi e superare un test Covid-19, prima di poter entrare attraverso uno dei tre valichi di frontiera e già si mobilitano i centri di accoglienza che dovranno smistare i profughi. Nel frattempo, dopo lo stop imposto dalla pandemia, è ripreso con forza il flusso. «Abbiamo appena ricevuto 17 ragazzini. Arrivano da Honduras, Guatemala, Belize ed Ecuador. Appena giunti, la signora Irma e il team della mensa di Santa Cecilia li ha fatti mangiare. Erano sfiniti. Il maestro Aldo, un membro del gruppo Migrant Care, ci fornisce coperte per combattere il freddo della notte. Preghiamo perché la Pastorale del migrante sia sempre viva nella diocesi di Torreón». Padre Antonio Mata – nel mezzo della doppia pandemia del Covid e della violenza – continua ad assistere i migranti che fanno rotta  nel nord del Messico e non hanno altra possibilità che ricevere la sua assistenza. Anche qui il numero di chi ha perso la vita per il Covid è alto. Nello Stato di Coahuila sono 5.600, alle cifre ufficiali bisogna aggiungere le pneumonie atipiche e le morti non registrate di villaggi e periferie, dove il bilancio fa almeno raddoppiare le cifre riportate nelle statistiche ufficiali. (Nicola Nicoletti - Avvenire)  

Fondazione ISMU: in Italia gli stranieri sono circa 6 milioni

24 Febbraio 2021 - Milano - La Fondazione ISMU stima che al 1° gennaio 2020 gli stranieri presenti in Italia siano 5.923.000 su una popolazione di 59.641.488 residenti (poco meno di uno straniero ogni 10 abitanti). Tra i presenti, i residenti sono circa 5 milioni (l’85%), i regolari non iscritti in anagrafe sono 366mila, mentre gli irregolari sono poco più di mezzo milione (517mila, -8,0%, rispetto alla stessa data del 2019). Rispetto alla stessa data del 2019, il numero di stranieri presenti è sostanzialmente invariato con un calo pari a -0,7%. Nel 2020, l'anno segnato dallo scoppio della pandemia Covid-19, si registra un aumento degli sbarchi (34mila), dopo due anni di diminuzione (23mila nel 2018 e 11mila nel 2019). Calano invece le richieste d’asilo che nel 2020 sono state 28mila (contro le 43.783 del 2019). Nonostante la ripresa degli sbarchi, il fenomeno migratorio nel nostro paese «mostra - spiegano i ricercatori dell'Ismu - i segnali di una fase di relativa stagnazione. Tale tendenza potrà verosimilmente accentuarsi anche a seguito della crisi economica che il post-pandemia porterà con sé, rallentando gli arrivi e incentivando la mobilità degli stranieri e naturalizzati verso altri paesi». In prospettiva - si legge nel rapporto - «una riduzione della consistenza numerica è attesa anche per quanto riguarda la componente irregolare, su cui agiranno sia gli effetti della sanatoria intervenuta nel corso di quest'anno, sia l'eventuale riduzione della forza trainante di un mercato del lavoro che quasi certamente faticherà a recuperare le posizioni, già non brillanti, dell'epoca pre-Covid». Sono questi alcuni dei principali dati del XXVI Rapporto sulle migrazioni 2020, elaborato da Ismu presentato ieri in modalità online. Alla presentazione sono intervenuti Mariella Enoc, Presidente Ismu, Giovanni Fosti, Presidente di Fondazione Cariplo; Patrick Doelle, Rappresentanza in Italia della Commissione europea; Vincenzo Cesareo, Segretario Generale Fondazione Ismu, ; Livia Ortensi, Responsabile Settore Statistica di Fondazione Ismu,  Laura Zanfrini, Responsabile Settore Economia e Lavoro di Fondazione Ismu, Paola Barretta ricercatrice dell'Osservatorio di Pavia; Giovanni Giulio Valtolina, Responsabile Settore Famiglia e Minori e Religioni di Ismu e Venanzio Postiglione, Vicedirettore del "Corriere della Sera".

Istat: più sposi stranieri al Centro e al Nord

19 Febbraio 2021 - Roma - La quota dei matrimoni con almeno uno sposo straniero è notoriamente più elevata nelle aree in cui è più stabile e radicato l’insediamento delle comunità straniere, cioè al Nord e al Centro. Lo rileva il Report “Matrimoni, Unioni Civili, Separazioni e divorzi – 2019” dell'Istat. In queste due aree del Paese quasi un matrimonio su quattro ha almeno uno sposo straniero mentre nel Mezzogiorno questa tipologia di matrimoni è circa del 10%. A livello regionale in cima alla graduatoria vi sono la provincia autonoma di Bolzano (32,4%), la Toscana (28,1%), l’Umbria (26,8%) e la Lombardia (25,3%). Tutte le regioni del Mezzogiorno si trovano sotto la media nazionale.  

Istat: quasi due matrimoni su 10 con almeno uno sposo straniero

19 Febbraio 2021 - Roma - Nel 2019 sono state celebrate 34.185 nozze con almeno uno sposo straniero, valore sempre in aumento negli ultimi 5 anni. Questa tipologia di matrimoni riguarda quasi due matrimoni su 10 (il 18,6% del totale dei matrimoni). Il dato è stato fornito dall’Istat nel report “Matrimoni, Unioni Civili, Separazioni e divorzi – 2019”. I matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ammontano a oltre 24 mila nel 2019 e rappresentano la parte più consistente (70,7%) dei matrimoni con almeno uno sposo straniero. Nelle coppie miste la tipologia più frequente è quella in cui lo sposo è italiano e la sposa è straniera (17.924, pari al 9,7% delle celebrazioni a livello nazionale nel 2019). Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono 6.243, il 3,4% del totale delle spose. Le cittadinanze coinvolte sono molto diverse a seconda della tipologia di coppia considerata, sottolinea l’Istituto statistico italiano. Gli uomini italiani che nel 2019 hanno sposato una cittadina straniera hanno nel 17,0% dei casi una moglie rumena, nel 14,0% un’ucraina, nel 6,5% una brasiliana e nel 6,3% una russa. Le donne italiane che hanno contratto matrimonio con un cittadino straniero, invece, hanno più spesso sposi con cittadinanza marocchina (15,2%) o albanese (9,7%). Il nostro Paese esercita un’attrazione per numerosi cittadini provenienti soprattutto da paesi a sviluppo avanzato che scelgono l’Italia come luogo di celebrazione delle nozze. I casi in cui entrambi gli sposi sono stranieri sono 10.018 (il 5,4% dei matrimoni totali). Se si considerano solo quelli in cui almeno uno degli sposi è residente in Italia, il totale è pari a 5.924 nozze. Considerando i matrimoni di sposi entrambi stranieri in cui almeno uno è residente in Italia, quelli più diffusi sono tra rumeni (1.462 nel 2019, pari al 24,7% dei matrimoni tra sposi stranieri residenti), seguono quelli tra nigeriani (799 pari al 13,5%) e ucraini (487 pari a 8,2%). Le ragioni di questi diversi comportamenti nuziali vanno ricercate, verosimilmente, nei progetti migratori e nelle caratteristiche culturali proprie delle diverse comunità oltre che nella connotazione maschile o femminile che le collettività presentano. In molti casi i cittadini immigrati si sposano nel paese di origine e i coniugi affrontano insieme l’esperienza migratoria, oppure si ricongiungono nel nostro Paese quando uno dei due si è stabilizzato. Mettendo a confronto alcune tra le principali cittadinanze residenti in Italia colpisce, infatti, come cambi la distribuzione per tipologia di coppia, sottolinea l’Istat: nel caso delle cittadinanze ucraina, russa, polacca e brasiliana si tratta in larghissima parte di matrimoni tra donne straniere e uomini italiani. Situazione opposta si riscontra nel caso, ad esempio, della cittadinanza marocchina dove a primeggiare sono nettamente i matrimoni tra sposi stranieri e spose italiane. La quota di matrimoni con sposi entrambi stranieri contraddistingue i cittadini nigeriani e, in misura minore, peruviani e cinesi. Infine, i matrimoni che coinvolgono i cittadini albanesi mostrano una maggiore equidistribuzione tra le varie tipologie.  

Covid-19: migranti burundesi bloccati nel Sud Kivu per la chiusura del confine

19 Febbraio 2021 -

Kinshasa – “A causa dell'isolamento per la lotta al Covid-19, attualmente nel villaggio di Katogota osserviamo la chiusura dei confini. Quindi è impossibile per gli immigrati burundesi che si trovano nel nostro villaggio tornare nel loro Paese” afferma una nota dell’organizzazione umanitaria ACMEJ, che opera in questo villaggio del Sud Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), al confine col Burundi.

Gli espatriati burundesi sono arrivati nella RDC per visitare parenti e amici, altri per cercare un lavoro, altri ancora fuggono dall'insicurezza nel loro Paese. Al momento - riferisce l’agenzia Fides - alcuni sono ospitati dalle famiglie d’accoglienza, altri stanno in case prese in affitto. Si moltiplicano però i conflitti tra la popolazione di Katogota e gli immigrati che non possono più permettersi di pagare l’affitto della casa, mentre alcuni di loro sono diventati un pesante fardello per le famiglie che li ospitano.

Anche il centro medico locale che non ha i mezzi economici per garantire cure gratuite, si è lamentato di essere sopraffatto dalla situazione degli immigrati burundesi affetti da diverse malattie che non sono in grado di sostenere le spese mediche. I burundesi hanno bisogno urgente di aiuti umanitari soprattutto per i bambini che continuano ad ammalarsi. È quindi altamente auspicabile e urgente che le organizzazioni umanitarie inviino aiuti agli immigrati in difficoltà, in primis medicinali e assistenza medica.

"Auspichiamo che i governi del Burundi e della RDC guidino una discussione bilaterale per la riapertura delle frontiere, nel rispetto delle misure di barriera contro il Covid-19. Ciò consentirebbe a questi immigrati di tornare a casa e la situazione della comunità di Katogota potrebbe alleggerirsi” conclude l’ACMEJ.