Primo Piano

8X1000 Cei: progetti in Armenia

24 Settembre 2019 - Roma -  “Quello che fa qui, in Armenia, la Chiesa italiana purtroppo non è conosciuto affatto in Italia a partire dagli stessi italiani. Eppure viaggiando in questi luoghi, ci rendiamo conto che è una presenza costante e importantissima che cambia e migliora la vita di tante persone”. Matteo Calabresi è il responsabile del Servizio Promozione per il sostengo economico alla Chiesa grazie ai fondi dell’8xmille. Fa parte di una delegazione di giornalisti legati alla Fisc (la Federazione italiana dei settimanali cattolici), in viaggio per l’Armenia per raccontare le “buone notizie” dei progetti realizzati grazie appunto all’8xmille. Si tratta di un impegno capillare in tutta l’Armenia a favore soprattutto delle due fasce di popolazione più vulnerabili, gli anziani e i bambini, in un Paese in cui la mancanza cronica di occupazione spinge la popolazione più giovane a lasciare il Paese. Un esodo che sta  svuotando interi villaggi. Grazie ai fondi 8xmille gli operatori della Caritas sono riusciti a realizzare ad Artashat un progetto di assistenza domiciliare per gli anziani e il centro “Piccolo Principe”, per la protezione e sostegno ai bambini e alle loro famiglie. A Gyumri invece opera il centro diurno di Accoglienza sempre per anziani e il progetto “Caldo inverno” per il riscaldamento delle loro case. A Ashotsk invece l’Ospedale Redemptions Mater grazie ai camilliani serve in un territorio isolato e abbandonato 13mila persone garantendo l’assistenza e la cura sanitaria. Calabresi, cosa l’ha colpita di più di questa terra? Ho conosciuto una povertà molto simile ai paesi meno sviluppati. Una realtà che non mi aspettavo. Quello che mi ha colpito di più, è la solitudine in cui vivono qui le persone e in particolare gli anziani. In Africa o in Sud America siamo sicuramente di fronte a povertà estreme ma c’è sempre una famiglia allargata che rimane vicina. Qui invece abbiamo visto una solitudine assoluta. Ma abbiamo anche conosciuto persone estremamente dignitose. C’è un orgoglio nazionale molto radicato e il cristianesimo fa parte dell’identità di questo popolo. Mi sembra che ci sia una grande speranza in questa Chiesa e per questo Paese. Come si scelgono i progetti da finanziare? Con i soldi che noi eroghiamo ogni anno per gli interventi caritativa al Terzo Mondo pari ad un costo di 40 milioni di Euro, si riescono a fare molte cose. La procedura è chiara. Le ong, appoggiandosi alla Chiesa locale, formulano una domanda di progetti all’ufficio Cei per gli interventi caritativi al terzo mondo. La domanda viene valutata da un Comitato e se approvata, con una procedura trasparente e di rendiconto, si inviano tranche per tranche i soldi per il progetto. Potremmo fare di più? Certo. Si può sempre fare di più. Per la carità i bisogni sono infiniti. Però quello che si fa, è un segno importante. Gli interventi della chiesa italiana sono tra i più importanti al mondo. Sono 10 anni che faccio questo lavoro. Ho visitato tantissimi progetti in tantissimi paesi e vedo che gli italiani con la chiesa italiana sono presenti  nei punti più poveri del mondo. Dal Madagascar al Brasile. Di fronti ai mali del mondo, questi progetti, seppur importanti, sembrano una goccia nell’oceano. Si sente scoraggiato? Perché scoraggiato? Quando si avviano progetti così belli, torno al contrario, con grande speranza. Questi progetti sono poco conosciuti. Sembra quasi che ci sia un disagio in Italia a parlare di 8xmille. Come pensate di superarlo? È una domanda che ci stiamo chiedendo da anni. Sembra quasi una famiglia in cui i bambini non sanno nulla del modo in cui vengono spesi i soldi. Non siamo però bambini e credo che tutti dobbiamo chiederci come la Chiesa realizza i progetti che vediamo o come vengono finanziati gli oratori dove mandiamo i nostri figli. Nessuno si chiede come si pagano queste spese. Quindi cosa state facendo? Noi, per esempio, stiamo incentivando dei corsi di formazione in tutte le parrocchie. Le ricerche ci dicono che da una parte i fedeli per pudore non chiedono e dall’altra i sacerdoti stentano a parlare perché hanno paura di toccare un argomento scomodo. Quando invece, grazie agli incaricati diocesani, si fanno questi corsi di formazione, i riscontri sono tutti positivi. Si scopre che non c’è nulla da nascondere, che non c’è nessun scheletro nell’armadio e che è possibile ritrovarsi in un rapporto di fiducia nuovo. (M.C.Biagioni – Sir)

Card. Bassetti: “Il mio episcopato sotto la tutela di Maria”

24 Settembre 2019 - Roma - “Rivolgo la mia gratitudine a Maria perché sotto la sua tutela ho messo il mio episcopato con la consacrazione l’8 settembre, la nomina per Arezzo il 21 novembre (festa della presentazione al Tempio), la nomina per Perugia il 16 luglio (festa del Carmine) e oggi festa della Madonna della Mercede”. Così il presidente della Conferenza episcopale italiana, il card. Gualtiero Bassetti, in un’intervista del Tg2000, il telegiornale di Tv2000, a margine del Consiglio permanente della Cei e di una messa celebrata per il 25° anniversario della sua ordinazione episcopale ha spiegato il significato della sua missione di vescovo. “Maria mi ha insegnato – ha aggiunto il card. Bassetti a Tv2000 - quello che a Cana ha detto ai servi: ‘Fate tutto quello che lui vi dirà. Non lasciate cadere nel vuoto nemmeno una parola di Gesù’. Ho sentito la mia vita in questi 25 anni a servizio del Vangelo, dei poveri e soprattutto dei piccoli”.  

Campagna “Io accolgo”: “no accordi con Libia e decreti sicurezza”

24 Settembre 2019 - Roma - Reintrodurre la protezione umanitaria; abrogare la norma riguardante la residenza dei richiedenti asilo; ristabilire un sistema nazionale di accoglienza che promuova l’inclusione sociale di richiedenti asilo e titolari di protezione; abrogare le norme riguardanti i divieti per le navi impegnate nei salvataggi: sono queste le principali richieste contenute nell’appello al parlamento e governo presentato oggi a Roma dalla campagna “Io accolgo”, che riunisce una cinquantina delle principali organizzazioni che si occupano di accoglienza e migrazioni per testimoniare un’altra visione del fenomeno migratorio e promuovere azioni politiche efficaci. Sarà chiesto ai cittadini di firmarlo attraverso una piattaforma on line e banchetti in piazza. Il prossimo 29 settembre, Giornata mondiale del migrante e rifugiato, saranno in piazza San Pietro per la raccolta firme. Tutte queste richieste sono relative a norme contenute nei decreti sicurezza e sicurezza bis, di cui chiedono l’abrogazione. L’altra richiesta riguarda l’annullamento degli accordi con il governo libico, per cui i migranti intercettati dalla guardia costiera libica vengono riportati forzatamente in Libia “dove vengono commessi crimini contro l’umanità”. L’abolizione della protezione umanitaria così come previsto dal primo decreto sicurezza, ad esempio, “ha fatto scivolare migliaia di persone nell’illegalità – ha ricordato Giulia Gori, della Federazione delle Chiese evangeliche – aumentando di fatto l’insicurezza. Ci auguriamo che il nuovo governo voglia correggere queste storture e smettere di usare il tema migrazioni per fare campagne elettorali”. Antonello Cervo, dell’Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione), ha puntato l’attenzione sulla norma ritenuta “assolutamente discriminatoria” che impedisce ai richiedenti asilo di iscriversi all’anagrafe “e nega di fatto la possibilità di fruire dei servizi sociali e sanitari”. Hassan Bassi, del Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza), ha ricordato che in base al decreto sicurezza i richiedenti asilo non possono più essere inseriti nel sistema di accoglienza gestito dai Comuni (ex Sprar) “ma possono essere accolti unicamente nei Centri di accoglienza straordinaria, strutture prefettizie di grandi dimensioni e prive di servizi fondamentali come i corsi di italiano, l’orientamento lavorativo e la mediazione interculturale, ostacolando così l’integrazione nei territori”.

Ventimiglia: le suore scalabriniane avviano il Servizio itinerante per i migranti

24 Settembre 2019 -
Ventimiglia - Tre mesi a Ventimiglia, al confine tra Francia e Italia, a sostenere i migranti. E’ questa la nuova sfida che oggi ha portato lì il Servizio itinerante delle suore missionarie scalabriniane. Fino al prossimo 20 dicembre, infatti, un gruppo di tre sorelle (una italiana, una filippina e una brasiliana) interverranno sul posto a sostegno dei progetti di aiuto e sostegno della Chiesa. L’iniziativa è nata in collaborazione con le diocesi di Ventimiglia-Sanremo e di Imperia, nella speciale coincidenza con la prossima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato.
Il progetto rientra nell’ambito delle attività già messe in campo dalla Congregazione delle suore missionarie di San Carlo Borromeo (Scalabriniane), che sin dalla loro fondazione di fine Ottocento si occupano di assistenza ai migranti. Le sorelle, con il Servizio Itinerante, un gruppo di pronto intervento, intendono essere presenti nelle frontiere più ‘calde’ del mondo per fornire aiuto ai rifugiati o a chi, più in generale, si trova costretto a emigrare.
“E’ una sfida accompagnare, farsi compagne di viaggio con chi si trova in difficoltà – spiega suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale –.  Ci rendiamo conto della grande quantità di frontiere che sono luoghi di emergenza per i migranti. Abbiamo scelto di realizzare questo nuovo progetto per aiutare i migranti che, dopo la traversata dell’Africa e del Mediterraneo, chiedono di andare in Francia. I confini sono sempre muri: vanno abbattuti perché la speranza di un mondo migliore non si può tradurre in un documento, in un bollo, in un certificato. La volontà di costruire la città di Dio e dell'uomo, come dice papa Francesco, si alimenta con ponti di dialogo, e con la speranza in un futuro più bello e sereno, che è un diritto universale dell’uomo”.

GMMR: a Ragusa incontri e testimonianza del parroco di Aleppo

24 Settembre 2019 - Ragusa - Incontri con persone che vivono nei paesi di provenienza degli immigrati a Ragusa, in occasione della Giornata mondiale del migrante e rifugiato, che ricorre domenica 29 settembre. Il primo appuntamento, il 27 settembre, alle 18.45, nella parrocchia San Giuseppe Artigiano di Ragusa, su “Aleppo. Nelle Macerie la vita riparte”. A raccontarla sarà padre Ibrahim Alsabagh, parroco della parrocchia di san Francesco ad Aleppo, in collegamento dalla città siriana. L’iniziativa è organizzata dagli Uffici diocesani Migrantes, Caritas e Missionario, disponibili anche a incontrare le comunità parrocchiali, le scuole e chi sia interessato, per affrontare questa realtà in tutti i suoi aspetti. La colletta che sarà raccolta durante la Giornata mondiale del migrante e rifugiato servirà per il cofinanziamento di progetti pastorali e sociali specifici della Fondazione Migrantes per rafforzare l’accoglienza e l’integrazione nelle varie diocesi.

Corsano: una mostra permanente sulle Migrazioni

24 Settembre 2019 - Corsano - L’Associazione “Emigranti nel Mondo” di Corsano dal prossimo mese di ottobre inaugurerà, presso la propria sede, un Museo delle migrazioni con oggetti, foto e reperti di vario genere che documentano varie fasi della civiltà salentina del secolo scorso. I visitatori si troveranno davanti diversi ambienti che riproducono la vita dei nostri antenati: ci sarà una stanza dedicata alla civiltà contadina, cui seguiranno stanze intitolate alle migrazioni nei diversi Paesi (Belgio, Svizzera; Francia e Germania) con documentazioni relative a tragedie che hanno colpito i connazionali all’estero (Marcinelle e Mattmark) per arrivare alle attuali immigrazioni dall’Africa e dall’Asia. L’associazione propone anche agli alunni delle scuole salentine un percorso di studio e attività pratiche da svolgere in orario scolastico con la finalità di “far conoscere ai nostri ragazzi i sacrifici e le condizioni di vita e di lavoro di tantissimi salentini che, per poter dare un futuro alla propria famiglia hanno dovuto emigrare”.

Migrantes Reggio Emilia-Guastalla: GMMR e pellegrinaggio dei Popoli

24 Settembre 2019 - Reggio Emilia - La Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato dal 1914. È  sempre un’occasione per “dimostrare la preoccupazione per le persone vulnerabili in movimento, per pregare per le sfide e aumentare la consapevolezza sulle opportunità offerte dalla migrazione”, si legge in una nota dell’Ufficio Migrantes di Reggio-Emilia-Guastalla. Nel 2019, la Giornata verrà celebrata domenica prossima  29 settembre. Papa Francesco ha scelto il tema “Non si tratta solo di migranti” per “mostrarci i nostri punti deboli e esortartci a che nessuno rimanga escluso dalla società, che sia un cittadino residente da molto tempo, o un nuovo arrivato”. Domenica 29 settembre alle 16,45 nella cripta della Cattedrale di Reggio Emilia si terrà una Meditazione musicale su testi di Papa Francesco. Insieme agli insegnanti dell'Istituto Diocesano di Musica e Liturgia, suoneranno e canteranno artisti originari della Cina e della Nigeria. Al mattino un gruppo partirà da Reggio Emilia per partecipare alla Messa con il Papa in piazza S. Pietro a Roma. Il prossimo appuntamento è il 13 Ottobre per il Pellegrinaggio dei Popoli al santuario della B. V. di Lourdes a Montericco.

Mons. Meini: “non arrendersi alla cultura” del “prima noi e poi gli altri”

23 Settembre 2019 - Roma - Ricordare la dignità che rende “intangibile” ogni vita umana significa anche “non arrendersi alla cultura” del “prima noi e poi gli altri”. Lo ha detto oggi pomeriggio  il  vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, mons. Mario Meini, vescovo di Fiesole, aprendo i lavori della sessione autunnale del Consiglio Permanente della Cei.  Per il presule quando l’altro è “persona bisognosa, priva di ogni opportunità, le nostre chiusure consolidano ingiustizie ed egoismi”. Mons. Meini ha quindi parlato della prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebrerà domenica 29 settembre e che costituisce, come ha scritto Papa Francesco nel suo messaggio, “un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza umana” e, più in generale, dell’umanità di tutti. Questo – ha aggouto il vice presidente della Cei, “ci mette in guardia dalla scorciatoia che vorrebbe ricondurre al fenomeno migratorio le paure e le insicurezze di un malessere civile, che in realtà muove da cause ben più profonde”. Anche l’incontro del prossimo febbraio a Bari punta a “costruire del Mediterraneo una diversa narrazione; lo faremo – ha spiegato mons. Meini -  a partire dalla disponibilità a metterci in ascolto delle diverse esperienze, sensibilità e prospettive che animano le Chiese, che si affacciano sul bacino del Mare Nostrum”.

Migrantes: domenica la celebrazione della GMMR

23 Settembre 2019 -
Roma - Papa Francesco, ieri, al termine della preghiera mariana dell’Angelus, ha ricordato che domenica prossima, 29 settembre, ricorrerà la 105a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (GMMR). Per l’occasione presiederà, in Piazza San Pietro una solenne liturgia eucaristica alle ore 10.30.
Il tema scelto dal Pontefice per la Giornata è “Non si tratta solo di migranti”, un tema che invita a riflettere sul fatto che migranti, rifugiati, sfollati interni e vittime della tratta sono tra i destinatari di una preoccupazione più grande, che riguarda tutti gli abitanti delle periferie esistenziali e, in fondo, riguarda tutti noi come singoli e come unica famiglia umana.
Si tratta infatti delle nostre paure, della nostra umanità, del nostro desiderio comune di costruire un mondo migliore.
La Celebrazione Eucaristica presieduta dal Santo Padre è organizzata dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) in collaborazione con la Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede.
La CEI ha deciso di unirsi al Santo Padre, chiamando a raccolta in Piazza San Pietro tutti i fedeli. L’invito è esteso  a tutti coloro che si stanno impegnando pastoralmente a favore di migranti, rifugiati e vittime della tratta, in Italia e all’estero. “Un’occasione per stringerci a lui ed esprimergli la nostra gratitudine per il suo coraggioso magistero. Concretamente, se ognuna delle nostre Chiese inviasse a Roma un gruppo, contribuiremmo a offrire un segno di comunione attorno al successore di Pietro”, ha scritto in una lettera il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Cei.
Per informazioni e biglietti per la S. Messa in Piazza San Pietro si prega di rivolgersi alla Fondazione Migrantes: segreteria.direzione@migrantes.it.
L’organismo pastorale della Cei invita anche tutti propri uffici pastorali dislocati sul territorio, a inviare fotografie e altro materiale relativo alle celebrazioni della Giornata nelle diverse diocesi all’indirizzo mail: segreteria@migrantes.it

Il volto missionario della Chiesa: da oggi a Roma il Consiglio Permanente della Cei

23 Settembre 2019 -

Roma - Da oggi a mercoledì 25 settembre si svolge a Roma la sessione autunnale del Consiglio episcopale permanente. Dopo l’Introduzione del vicepresidente Mario Meini, vescovo di Fiesole, i lavori prevedono una riflessione sugli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il quinquennio 2020-2025.

Un primo testo, già condiviso con i vescovi, si colloca nel solco di Evangelii gaudium, disegnando tre cerchi concentrici dell’incontro tra il Vangelo e gli uomini di oggi. All’ordine del giorno anche una ripresa e un approfondimento, dopo i lavori dell’Assemblea generale di maggio, circa “Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria”.

L’obiettivo è offrire proposte per percorsi con cui rinnovare il volto missionario della Chiesa italiana. Il Consiglio si soffermerà anche sull’Incontro di riflessione e spiritualità Mediterraneo frontiera di pace (Bari, 19-23 febbraio 2020). ​

GMMR: diversità culturale… ricchezza per la società

23 Settembre 2019 -

Roma - Una società matura fa della diversità culturale un punto di forza, una risorsa da sfruttare in tutte le sue sfaccettature, una sorgente da cui abbeverarsi. Comprendere e accettare il diverso apre la mente e l’orizzonte verso il futuro. Si può essere cittadini del mondo anche rimanendo all’interno delle proprie mura domestiche. Non si deve essere dei viaggiatori seriali per conoscere le tante culture. La globalizzazione oggi porta nelle nostre case, nelle nostre scuole, nelle nostre strade usanze e conoscenze diverse. La diversità è una risorsa da sfruttare positivamente per allargare gli orizzonti culturali. Purtroppo nel linguaggio mediatico non sempre la parola ‘diverso’ assume questa accezione. Anzi, non di rado, diventa un demone da distruggere, un problema da fronteggiare, una paura da sopire. E la sintesi di tutto questo diventa la discriminazione e il rifiuto di chi non si conosce. L’immigrazione ha vissuto l’esplosione dei numeri, dei flussi, degli arrivi; anche questa una rivoluzione sociale e che ha trasformato un fenomeno limitato in un esodo di proporzioni bibliche. E l’incrocio tra media e immigrazione si presenta cruciale nella definizione dei tempi che stiamo vivendo. Non è certo una grande rivelazione affermare che, per chi opera nei media, l’immigrazione è un tema impellente, stringente, urticante e, naturalmente, molto delicato.

È un tema sensibile proprio perché da molto tempo le notizie collegate ai migranti sono uscite dal mero campo della cronaca per entrare nell’ambito politico con tutto ciò che comporta nelle scelte che i governi in questi anni hanno voluto-dovuto fare. E dobbiamo necessariamente constatare che la forte connotazione politica assunta dall’informazione sull’immigrazione non facilita chi svolge il mestiere di comunicatore: un giornalista preferirebbe parlare di vittime di naufragi o di problemi dell’integrazione avendo presenti principalmente gli aspetti umani, sociali e cronachistici, mentre è praticamente impossibile, adesso, non tenere presente della contrapposizione ideologica esplosa in Italia e in Europa ma anche in tantissimi confini del mondo come quello tra Messico e Stati Uniti. Un lembo del pianeta in cui ha risuonato il rumore delle ruspe mentre ergono un muro. Il piano del dibattito politico ha assunto toni e temi grotteschi sovrastando il grido di dolore di tante famiglie perbene in cerca di un legittimo futuro migliore. 

Oggi la comunicazione si esprime prevalentemente per titoli, per slogan, per aforismi, e questo moltiplica la radicalizzazione delle opposte visioni, impoverendo un dibattito già in partenza forzato negli scarni schemi di ‘pro e contro’ l’immigrazione oppure nel contrasto irrimediabile fra chi sostiene che l’immigrazione è un arricchimento sociale, economico e culturale e chi sostiene che essa porti principalmente problemi di criminalità e di affollamento sul mercato del lavoro. Nel tema scelto da Papa Francesco per la 105esima edizione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra il 29 settembre ‘Non si tratta solo di migranti’ si comprende come il fenomeno dell’immigrazione abbracci realtà molto diverse tra loro ma accomunate da un unico desiderio: vivere una vita più dignitosa. E questa dignità non può essere, come si dice in gergo giornalistico, ‘in esclusiva’ per alcuni ma deve essere comune per tutti gli esseri umani. Purtroppo la trattazione mediatica delle notizie riguardanti l’immigrazione è divenuta oggi altamente problematica. Nonostante ciò, in questa gran confusione che ormai si è creata, ritengo irrinunciabile sia la prosecuzione di una copertura giornalistica vasta e articolata sia il mantenimento di una serenità e neutralità connaturate all’attività giornalistica. Per questo forme d’informazione che mirano alla pancia, all’emotività spicciola, al clamore dovrebbero essere deontologicamente e umanamente respinte con forza. Queste modalità di spettacolarizzazione sono piuttosto diffuse e costituiscono tentazioni da cui occorrerebbe rifuggire con la massima determinazione. Lo sguardo dei bambini sbarcati sulle nostre coste dopo giorni di navigazione senza cibo e acqua, la sofferenza delle madri che portano in grembo la speranza di un futuro migliore per i propri figli, la disperazione degli uomini in cerca di un lavoro per mantenere la famiglia sono immagini indelebili che non si possono cancellare e trasformare in una campagna politica. Certamente tra le migliaia di migranti ci sarà qualcuno che coscientemente intende delinquere ma la maggioranza di questa gente spesso tende la mano all’Italia e all’Europa. Per questo noi operatori della comunicazione, soprattutto televisiva, abbiamo l’obbligo di mostrare la realtà senza filtri ideologici, dando voce agli ultimi, agli indifesi senza categorie o stereotipi. Solo così, contrastando la ”globalizzazione dell’indifferenza”, il diverso diventa vicino. Solo così la diversità culturale diventa ricchezza per la società (Vincenzo Morgante -direttore di Tv2000)

Migrantes Aversa: veglia diocesana di Preghiera per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

23 Settembre 2019 - Aversa - In preparazione alla 105a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata in tutto il mondo domenica 29 settembre, gli uffici Migrantes e Caritas della diocesi di Aversa organizzano la veglia di preghiera “Si tratta di noi - Testimonianze, preghiere e riflessioni per un mondo votato all’inclusione e alla solidarietà”. L’appuntamento è fissato per mercoledì 25 settembre 2019, alle ore 19.30, presso la Caritas Diocesana di Aversa (Vicolo S. Agostino, 4). “Questa giornata assume un senso ancora più profondo nei difficili tempi che viviamo al giorno d’oggi”, osserva don Evaristo Rutino, direttore dell’Ufficio diocesano Migrantes: “lo stesso Papa Francesco ha rivolto accorati e ripetuti appelli a favore dei migranti, dei rifugiati, degli sfollati e delle vittime della tratta; appelli che devono essere compresi alla luce di una profonda preoccupazione per tutti gli abitanti delle periferie esistenziali. Accoglienza e inclusione, dunque, rientrano nel disegno di Dio”. “Non si tratta solo di migranti”, questo il tema del messaggio che che accompagna quest’anno la Giornata Mondiale: difatti, come sottolinea Papa Francesco nel suo messaggio, ad essere in gioco non è solo la causa dei migranti, ma tutti noi, il presente e il futuro della famiglia umana. I migranti “ci aiutano a leggere i segni dei tempi, (…) a liberarci dagli esclusivismi, dall’indifferenza e dalla cultura dello scarto. Attraverso di loro il Signore ci invita a riappropriarci della nostra vita cristiana nella sua interezza e a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione, alla costruzione di un mondo sempre più rispondente al progetto di Dio”. Pregnante e accurata, dunque, appare la scelta del brano evangelico che costituisce il cuore della veglia di preghiera: la pagina del Vangelo di Matteo (14,22-33) che racconta il turbamento e la paura dei discepoli alla vista del loro Maestro che cammina sulle acque. “Il Signore è venuto a liberarci dalla schiavitù delle nostre paure, in particolare del timore verso gli “altri”, gli sconosciuti, gli emarginati, i forestieri”, aggiunge don Carmine Schiavone, direttore della Caritas diocesana. “Non dimentichiamo la lezione del Sommo Pontefice, che definì perfino legittimo questo timore a causa della mancanza della giusta preparazione a questo incontro con l’altro che, però, è anche incontro con Cristo”. L’affamato, l’assetato, il forestiero, l’ignudo, il malato e il carcerato che bussa oggi alla nostra porta è Gesù stesso che chiede di essere incontrato e assistito. “La parola del figlio di Dio - conclude don Evaristo Rutino - non lascia spazio a dubbi di sorta quando afferma ‘tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’ (Mt 25,40)”.

Per comprendere meglio il dramma dei migranti

23 Settembre 2019 - Città del Vaticano - Si intitola «Umanità InInterRotta» l’itinerario di un gruppo di giovani, guidati da un sacerdote scalabriniano, che in questi giorni stanno attraversando alcuni Paesi europei per sensibilizzare le popolazioni sul dramma dei migranti. Zaino in spalla, padre Jonas Donazzolo, insieme a Paola Tellatin, Davide Pignata, Martina Cociglio, Milena Baretta, Simone Garbero, Valentina Scala, Miriam Casetta e la giovane fotografa Barbara Beltramello stanno facendo un viaggio attraverso i confini di terra della rotta balcanica, dalla frontiera tra la Siria e la Turchia fino all’Italia. Sono partiti il 6 settembre scorso da Gaziantep, in Turchia, e concluderanno il loro itinerario mercoledì 25 settembre a Trieste. L’iniziativa vuole essere «un grido di solidarietà nei confronti di quelle vite migranti sospese ai confini e spesso dimenticate dall’Unione europea», «un racconto di piccole scintille di speranza portate da coloro che, quotidianamente, si impegnano al loro fianco» e «una denuncia di diritti calpestati, di attese infinite e di tacite violenze, da diffondere presso le organizzazioni internazionali, gli enti, le associazioni, le scuole e la società civile europea». Quotidianamente sulla pagina Facebook di “Via Scalabrini 3” — il programma di animazione giovanile interculturale promosso dai missionari di san Carlo (scalabriniani) — il gruppo in cammino condivide foto, immagini, pensieri, riflessioni e aggiornamenti sull’itinerario. L’idea di «Umanità InInterRotta» — si legge nel sito viascalabrini3.com — nasce dal desiderio di farci migranti con i migranti, cercando in prima persona di accorciare le distanze tra chi, come noi, possiede un passaporto che ci apre ogni confine e possibilità e chi, invece, sogna l’Europa, ma trova solamente una via sbarrata da muri, respingimenti violenti e attese infinite in campi profughi o in insediamenti di fortuna. «Vogliamo percorrere i passi dei migranti nel loro cammino verso l’Europa, incontrando le persone e le comunità che vivono nelle terre di transito e conoscendo le buone pratiche di accoglienza e di inclusione messe in opera da chi, nonostante le difficoltà, cerca di aprirsi alla solidarietà e costruire ponti. Con il nostro racconto, testuale e audiovisivo vogliamo contribuire a dare voce alle vite bloccate ai confini e costruire percorsi di solidarietà anche attraverso il volontariato». «Più di una settimana fa — raccontano i giovani scalabriniani sulla pagina Facebook — atterravamo a Gaziantep, grande città a sud della Turchia, a poche decine di chilometri dal confine con la Siria. Lì un quarto della popolazione è composta da siriani: quasi 500.000 persone, un record in un Paese che è il primo al mondo per presenza di rifugiati. A Gaziantep abbiamo ascoltato storie e conosciuto persone, racconti di guerra, bombe, abusi, fuga, speranze per il futuro, ottimismo e pessimismo. Quale futuro per i siriani lì a due passi dal confine di uno Stato diviso tra potenze? Torneranno a casa quando finirà la guerra? La guerra finirà? O andranno in Europa o in America o in Australia?». I ragazzi hanno incontrato anche decine di Organizzazioni non governative che forniscono aiuti umanitari ai rifugiati siriani. A Kirsehir, una cittadina nel centro dell’Anatolia, hanno avuto il piacere di conoscere due missionarie comboniane inviate per stare accanto alle famiglie siriane. A Smirne, hanno parlato con i volontari di una ong che lavora con i migranti nel quartiere Basname. Questa è la zona in cui ci si accorda con i trafficanti per attraversare il mare e arrivare in Grecia. Rischiando la vita. «Abbiamo lasciato la terra turca anche noi sul mare — dicono — ma su di un comodo traghetto turistico, con in mano i nostri passaporti che ci hanno portati in meno di un’ora sull’isola di Samos, in Europa». Dopo Gaziantep, Kirsehir, Smirne (Turchia), Samos, Atene, Salonicco (Grecia), e Skopje (Macedonia) Belgrado (Serbia), Sarajevo, Velika Kladusa e Bihać (Bosnia ed Erzegovina), padre Jonas insieme a Paola, Davide, Martina, Milena, Simone, Barbara, Valentina e Miriam andranno a Zagabria (Croazia), Lubiana (Slovenia), e infine a Trieste. (Francesco Ricupero - Osservatore Romano)

Papa Francesco: l’invito alla celebrazione di domenica prossima per la GMMR

23 Settembre 2019 - Città del Vaticano - Domenica prossima, 29 settembre, si celebrerà la 105ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Per  Per l’occasione Papa Francesco presiederà una solenne celebrazione eucaristica in Piazza San Pietro. Lo ha annunciato lui stesso ieri al termine della preghiera mariana dell'Angelus invitando "a partecipare a questa celebrazione per esprimere anche con la preghiera la nostra vicinanza ai migranti e rifugiati del mondo intero". (R.I.)

CEI: da lunedì il Consiglio Episcopale Permanente

20 Settembre 2019 - Roma – Si riunirà, dal 23 al 25 settembre a Roma, la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente.  Dopo l’Introduzione del Vice-presidente Mons. Mario Meini, Vescovo di Fiesole, i lavori prevedono una riflessione sugli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il quinquennio 2020-2025. Un primo testo, già condiviso con i Vescovi, si colloca nel solco di Evangelii Gaudium, disegnando tre cerchi concentrici dell’incontro tra il Vangelo e gli uomini di oggi, spiega una nota. All’ordine del giorno del Consiglio una ripresa e un approfondimento,  dopo i lavori dell’Assemblea Generale di maggio, circa Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria. L’obiettivo è “offrire proposte per percorsi con cui rinnovare il volto missionario della Chiesa italiana”. Il Consiglio si soffermerà anche sull’Incontro di riflessione e spiritualità Mediterraneo frontiera di pace: verranno illustrati i contenuti e si farà un punto sulla preparazione e sull’organizzazione dell’evento che si svolgerà a Bari dal  19 al 23 febbraio 2020.

Campagna “Io accolgo”: appello per abrogare i Decreti Sicurezza e annullare gli accordi con la Libia

20 Settembre 2019 - Roma – La campagna “Io accolgo”  ha deciso di lanciare un appello rivolto a Governo e Parlamento in cui si chiede di abrogare i Decreti Sicurezza e di annullare gli accordi con la Libia, oltre a una revisione complessiva delle politiche sull’immigrazione. L’obbiettivo è quello di riaprire – spiega una nota - il dibattito nella società e nelle aule parlamentari su questi temi: “Senza un intervento di modifica, infatti, le norme approvate dalla precedente maggioranza restano pienamente in vigore, continuando a produrre effetti devastanti in termini di violazioni dei diritti e di esclusione sociale dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione”. Pur avendo il nuovo Governo in programma la revisione della disciplina in materia di sicurezza, alla luce delle osservazioni formulate dal Presidente della Repubblica, l’appello di #ioaccolgo richiama “l’urgenza di intervenire su aspetti ritenuti di particolare importanza, fra cui l’abrogazione o comunque una profonda modifica dei due decreti, nonché l’annullamento degli accordi con la Libia”. Il testo dell’appello verrà presentato in una conferenza stampa che si terrà a Roma, martedì 24 settembre.

Papa Francesco: il vescovo sia vicino al popolo di Dio per non lasciarsi condizionare dalle ideologie

20 Settembre 2019 - Città del Vaticano - I vescovi siano vicini a Dio con la preghiera, ai loro sacerdoti, vicini fra loro e, infine, al popolo di Dio. E’ la strada che il Papa indica, questa mattina, nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta. La sua riflessione, riferisce Vaticano News, parte dalle Letture della Liturgia di ieri e di oggi, concentrandosi sui consigli che l’Apostolo Paolo dà al giovane vescovo Timoteo: consigli che proseguono, poi, anche nella Seconda Lettera. Ieri al centro di questi consigli vi era l’esortazione a non trascurare il “ministero come un dono”. Oggi il cuore della riflessione è il denaro, ma anche il pettegolezzo, “le chiacchere, le discussioni stupide”: tutte cose che indeboliscono la vita ministeriale, sottolinea Francesco. “Quando un ministro – sia sacerdote, diacono, vescovo – incomincia ad attaccarsi ai soldi”, si lega alla radice di tutti i mali, ribadisce il Papa richiamandosi alla Prima Lettura di oggi nella quale Paolo ricorda, appunto, che l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali (1Tm 6,2c-12). “Il diavolo entra dalle tasche”, dicevano “le vecchiette del mio tempo”, rimarca il Papa, come altre volte. Nell’omelia Francesco si concentra sui consigli che l’apostolo Paolo dà a Timoteo e a tutti i ministri nelle due Lettere. A essere vicini sono, infatti, chiamati non solo i vescovi ma anche sacerdoti e diaconi. Sono quattro le “vicinanze” che il Papa indica. Prima di tutto il vescovo “è un uomo di vicinanza a Dio”. Il Papa ricorda che quando gli apostoli per servire meglio vedove e orfani hanno “inventato” i diaconi, per spiegarlo Pietro afferma che “a noi”, cioè agli apostoli,  spetta “la preghiera e l’annuncio della Parola”. “Il primo compito di un vescovo” è, dunque, pregare: “dà la forza”, spiega, e risveglia anche “la coscienza di questo dono, che non dobbiamo trascurare, che è il ministero”. La seconda vicinanza alla quale è, poi, chiamato il vescovo è quella ai suoi sacerdoti e diaconi, i suoi collaboratori, che sono i vicini più prossimi. “Tu devi amare prima il più prossimo, che sono i tuoi sacerdoti e i tuoi diaconi”, evidenzia: E’ triste quando un vescovo si dimentica dei suoi sacerdoti. E’ triste sentire lamentele di sacerdoti che ti dicono: “Ho chiamato il vescovo, ho bisogno di un appuntamento per dire qualcosa, e la segretaria m’ha detto che tutto è pieno fino a tre mesi…”. Un vescovo che sente questa vicinanza ai sacerdoti, se vede che un sacerdote lo ha chiamato oggi, al massimo domani dovrebbe richiamalo, perché lui ha il diritto di conoscere, di sapere che ha un padre. Vicinanza ai sacerdoti. E i sacerdoti, vivano la vicinanza tra loro, non le divisioni. Il diavolo entra lì per dividere il presbiterio, per dividere Così infatti, avverte il Papa, iniziano i gruppetti che “dividono per ideologie”, “per simpatie”. La terza vicinanza dunque è quella dei sacerdoti fra loro, mentre la quarta è quella al popolo di Dio: Nella seconda Lettera, Paolo incomincia, dicendo a Timoteo di non dimenticarsi la sua mamma e la sua nonna, cioè di non dimenticarsi da dove sei uscito, da dove il Signore ti ha tolto. Non dimenticarti del tuo popolo, non dimenticarti delle tue radici! E adesso, come vescovo e come sacerdote, occorre essere sempre vicino al popolo di Dio. Quando un vescovo si stacca dal popolo di Dio finisce in un’atmosfera di ideologie che non hanno niente a che fare con il ministero: non è un ministro, non è un servitore. Ha dimenticato il dono – gratuito – che gli è stato dato. In conclusione, il Papa riassume e torna a chiedere di non dimenticare queste “quattro vicinanze”, inclusa quella del collegio episcopale e presbiterale: la vicinanza a Dio, la preghiera; la vicinanza ai sacerdoti da parte del vescovo e dei sacerdoti con il vescovo; la vicinanza dei sacerdoti tra loro e dei vescovi tra loro e la vicinanza al popolo di Dio. Il quale, esorta con decisione, è invitato a pregare perché vescovi e sacerdoti abbiano queste vicinanze, “per i vostri dirigenti”: “quelli che vi conducono sulla via della salvezza”. Voi pregate per i vostri sacerdoti, per il parroco, per il vice parroco, o soltanto lo criticate? Bisogna pregare per i sacerdoti e per i vescovi, perché tutti noi – il Papa è un vescovo - sappiamo custodire il dono – non trascurare questo dono che ci è stato dato – con questa vicinanza.

UNHCR premia i “corridoi umanitari

20 Settembre 2019 - Ginevra - Un premio per i “corridoi umanitari” che hanno portato in Italia persone in fuga dalla Siria e da altre zone di conflitto su percorsi legali e sicuri: lo ha voluto assegnare l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati per sottolineare il valore dell’iniziativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Cei (che opera attraverso gli organismi collegati Caritas Italiana e Fondazione Migrantes), Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei) e Tavola Valdese, in collaborazione con il governo italiano. Si tratta della sezione regionale per l’Europa del Premio Nansen. Da febbraio 2016 a oggi sono arrivati oltre 2.000 rifugiati e persone vulnerabili in Italia in base a quattro accordi distinti, firmati dalle quattro realtà religiose insieme con i ministeri dell’interno, de-gli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Parroco Lampedusa racconta la situazione dei migranti nell’Isola delle Pelagie

20 Settembre 2019 - Lampedusa - L’hot spot di Lampedusa “è sovraffollato come sempre. Lì la situazione è sempre precaria. Dovrebbe avere le condizioni per essere accogliente, invece è un luogo chiuso e militarizzato”. A parlare all’agenzia Sir è don Carmelo La Magra, parroco di San Gerlando a Lampedusa. Nonostante i continui trasferimenti verso la terraferma l’hot spot di Contrada Imbriacola è sovraffollato perché  sono approdati sull’isola con barchini un totale di 171 migranti, che si aggiungono ai 90 già presenti nel centro, ossia la capienza massima prevista. Nelle ultime due settimane sono arrivate in autonomia circa 600 persone partite da Tunisia e Libia e le forze dell’ordine hanno denunciato l’insufficienza dei loro organici rispetto agli interventi quotidiani legati agli sbarchi.  “Se i trasferimenti verso la terraferma non sono costanti la gente è costretta a dormire a terra”,  riferisce il sacerdote: “ma in questi giorni mi sembra siano ripresi con maggiore tempestività. Gli sbarchi in autonomia sono invece più o meno come le settimane passate. La differenza è che se ne sta parlando di più”. Intanto sul sagrato della sua parrocchia a Lampedusa stanno protestando in queste ore una ventina di tunisini: hanno in mano dei cartelli perché temono di essere rimpatriati. “E’ una protesta pacifica – dice il parroco -. Sono seduti e hanno dei cartelli in mano Abbiamo chiesto se hanno bisogno di qualcosa ma non vogliono aiuti. Non sappiamo se gli sia stato permesso di fare richiesta di asilo, come previsto dalle procedure”. Ricordando che il diritto d’asilo “è personale, non di massa, e non dovrebbe essere negato in base alla nazionalità”, don La Magra chiede che “sia data a tutti la possibilità di formulare le proprie richieste”.

Come eravamo: il salvataggio italiano, quaranta anni fa, dei boat people vietnamiti

20 Settembre 2019 - Città del Vaticano - Si è parlato molto sui giornali italiani, tra luglio e agosto, della vicenda dei “boat people” vietnamiti salvati nel 1979 dall’Italia grazie a un’efficace quanto repentina operazione compiuta nel Mar cinese meridionale. Una storia per alcuni aspetti commovente, protagonista un paese, il “bel paese”, piuttosto diverso da quello che sarebbe diventato 40 anni dopo. Belle immagini, quelle che ritraggono i marinai italiani in compagnia delle persone soccorse, in gran parte bambini, e dei loro genitori riconoscenti. Belle immagini quelle dei profughi intenti a verniciare il ponte della nave, per rendersi utili. Bellissimo vedere i visi sorridenti, le espressioni soddisfatte che solo chi vive una vita piena, e piena di senso, riesce ad avere. Impressionante osservare quanto rispetto trasudi da quel messaggio, diventato famoso, che veniva letto in lingua vietnamita ai profughi: “Le navi vicine a voi sono della Marina Militare dell’Italia e sono venute per aiutarvi. Se volete, potete imbarcarvi sulle navi italiane come rifugiati politici ed essere trasportati in Italia. Attenzione, le navi vi porteranno in Italia, ma non possono portarvi in altre nazioni e non possono rimorchiare le vostre barche. Se non volete imbarcarvi sulle navi italiane potete ricevere subito cibo, acqua e infine assistenza e medici. Dite cosa volete fare e di cosa avete bisogno”. Commovente leggere i ringraziamenti dei vietnamiti: “Ammiraglio, comandante, ufficiali, sottufficiali e marinai; grazie per averci salvati! Grazie a tutti coloro che con spirito cristiano si sono sacrificati per noi notte e giorno. Voi italiani avete un cuore molto buono; nessuno ci ha mai trattato così bene. Eravamo morti e per la vostra bontà siamo tornati a vivere. Questa mattina quando dal ponte di volo guardavamo le coste italiane una dolce brezza ci ha accarezzato il viso in segno di saluto e riempito di gioia il nostro cuore. Siete diversi dagli altri popoli; per voi esiste un prossimo che soffre e per questa causa vi siete sacrificati. Grazie”. E infine la risposta dei soccorritori, sobria, finanche severa. Ma quanto civile...: “Noi siamo dei militari; ci è stata affidata una missione e abbiamo cercato di eseguirla nel modo migliore. Siamo felici d’aver salvato voi e così tanti bambini e di portarvi nel nostro paese. L’Italia è una bella terra anche se gli italiani, a volte, hanno uno spirito irrequieto. Marco Polo andò con pochi uomini alla scoperta dell’Asia; voi venite in tanti nel nostro piccolo mondo. Sappiate conservare la libertà che avete ricevuto”. Fu una corsa agli aiuti, all’accoglienza, dalle diocesi cattoliche alla comunità civile. Alla fine si raccolsero anche troppe risorse rispetto al necessario. Era il 1979. Che cosa è successo, dopo? Cosa ci ha cambiato tutti così tanto? Cosa ci ha imbarbarito, resi duri, cinici, ben più che “irrequieti”, piuttosto, in qualche caso, ringhiosi giustizieri? Nel cercare di rispondere a queste domande, imperativo rigoroso è l’esercizio dell’obiettività. L’Italia era in effetti un paese diverso. Il mondo era diverso. Da poco si era consumata la tragedia di Aldo Moro, l’atmosfera era cupa come il piombo di quegli anni. Il Muro a Berlino era ben saldo e ogni tanto, bisogna ricordarlo sempre, qualcuno moriva nel tentativo di oltrepassarlo. Chi oggi rivendica primazie nazionali potrebbe anche ricordarci che all’epoca il fenomeno migratorio dall’estero in Italia era pressoché sconosciuto. E che pertanto è improprio parlare dell’accoglienza di un migliaio di vietnamiti paragonandola all’arrivo quotidiano sulle coste italiane di centinaia di migranti. L’Italia del 1979 viveva ancora un profondo senso di colpa: anche a causa del terrorismo, era ricaduta nelle lacerazioni di 35 anni prima, quando si era trovata spaccata in due per effetto di una guerra decisa da una dittatura alla quale, se non aveva aderito entusiasticamente, non aveva neanche opposto una grande resistenza. Un paese al quale nonostante tutto era stata concessa una generosa apertura di credito dai suoi ex nemici. In un certo senso echeggiava ancora, nella coscienza nazionale, la celebre frase di De Gasperi quando dopo una corposa anticamera in occasione della conferenza di pace a Parigi, di fronte ai leader dei paesi vincitori, aveva esordito così nel suo intervento: “Tutto è contro di me, tranne la vostra personale cortesia”. Di più. Occorre dirlo: l’Italia era un paese della Nato e andare ad accogliere i profughi vietnamiti in fuga dal regime comunista rappresentava oggettivamente una formidabile occasione di propaganda occidentale. Però, soprattutto, l’Italia voleva ricambiare la “cortesia” di essere stata aiutata. Voleva entrare a pieno titolo nel novero dei paesi più sviluppati, democratici, civilizzati. Era assetata di futuro. Di grandi ideali. La classe politica, nelle sue carenze, rappresentava pregi e difetti della società italiana ma non aveva rinunciato a sognare, ad avere un’idea di paese. Esistevano ancora gli uomini di Stato. Dello Stato. Esistevano ministri, come Attilio Ruffini nel 1979 alla Difesa, che al più piccolo dei suoi figli Ernesto raccontava come l’operazione di salvataggio dei profughi vietnamiti era in assoluto ciò di cui andava più fiero di tutta la sua carriera politica. C’era Pertini. C’era una macchina organizzativa capace in soli cinque giorni di trasformare tre navi da guerra, la Vittorio Veneto, la Andrea Doria e la Stromboli, in ospedali da campo e accoglienti nursery per chi non parlava una parola di italiano. Una classe politica che non aveva timore di chiedere aiuto al Vaticano per avere interpreti vietnamiti (si immagini quali polemiche oggi potrebbe suscitare un fatto del genere). L’Italia accolse quella povera gente, pure essendo ancora relativamente povera. Ma non pensò al contingente. Pensava a quello che avrebbe potuto essere, al sogno di un’Italia di cui essere fieri. Servirebbe tanto, oggi, una politica che ricominciasse a parlare di progetti a lunga scadenza, una classe dirigente che, da destra e da sinistra, volesse mettersi seriamente attorno a un tavolo riscoprendo il gusto dell’unica missione per la quale una élite in quanto tale trova la sua giustificazione, quella di assumersi la responsabilità di disegnare il futuro di una comunità. Ecco cosa ci è successo, in fondo. È accaduto che, 40 anni dopo, abbiamo smesso di sognare. Di sognare un bel Paese. (Marco Bellini – Osservatore Romano)