14 Maggio 2020 - Roma – Sino 4.237 i migranti che nel 2020 sono sbarcate in Italia. Il dato è aggiornato dal Ministero degli Interni alle ore 14 di ieri. La maggioranza delle persone sbarcate sul territorio italiano è di nazionalità bengalese (830, 20%). Gli altri provengono da Costa d’Avorio (571, 13%), Sudan (390, 9%), Algeria (323, 8%), Marocco (309, 7%), Tunisia (270, 6%), Somalia (211, 5%), Guinea (206, 5%), Mali (162, 4%), Egitto (88, 2%) a cui si aggiungono 877 persone (21%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.
Fino ad oggi sono stati 750 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare.
Primo Piano
Papa Francesco: tutti i credenti del mondo in preghiera oggi per chiedere la fine dell’epidemia
14 Maggio 2020 - Città del Vaticano - Oggi si celebra la Giornata di preghiera, digiuno e opere di carità promossa dall’Alto Comitato della Fratellanza Umana e Papa Francesco ha incoraggiato tutti a unirsi a questo invito. “L’Alto Comitato per la Fratellanza Umana oggi ha indetto una giornata di preghiera, digiuno, per chiedere a Dio misericordia e pietà in questo momento tragico della pandemia. Tutti siamo fratelli. San Francesco di Assisi diceva: ‘Tutti fratelli’. E per questo, uomini e donne di ogni confessione religiosa, oggi, ci uniamo nella preghiera e nella penitenza, per chiedere la grazia della guarigione da questa pandemia”, ha detto introducendo la celebrazione di questa mattina a Casa Santa Marta.
E nell’omelia è tornato a riflettere sulla Giornata di preghiera e digiuno di oggi: “tutti noi fratelli e sorelle di ogni confessione preghiamo per la fine della pandemia, uniti nella fratellanza che ci accomuna in questo momento di dolore” ha detto aggiungendo che “non ci aspettavamo questa pandemia e tanta gente muore e muore da sola, senza poter fare nulla. Pensiamo a chi soffre, alle conseguenze economiche a quello che avverrà dopo. Tutti insieme preghiamo Dio. Qualcuno – ha quindi aggiunto - forse dirà che questo è relativismo religioso. Non è così. Ognuno prega Dio come può. Siamo uniti tutti come fratelli, pregando secondo la propria cultura e religione. Chiedendo perdono a Dio per i nostri peccati perché Dio fermi questa pandemia. Oggi è un giorno di fratellanza. È un giorno di penitenza e di preghiera. La pandemia è venuta come un diluvio. Ma ci sono tante altre pandemie e non ce ne accorgiamo, guardiamo da un’altra parte, siamo indifferenti di fronte ad altre tragedie”. Il Papa ha quindi ricordato che nei primi quattro mesi di quest’anno sono morte 3.700mila persone per fame nel mondo: “la pandemia della fame”, l’ha definita papa Francesco: “dobbiamo pensare anche alle altre pandemie: pandemie delle guerre e della fame e altre ancora. Importante è che oggi insieme preghiamo ognuno secondo la propria tradizione, giornata di preghiera, digiuno e carità. Quando Dio vide che il popolo di Ninive si convertì fermò la pandemia. Chiediamo che Dio benedica tutti noi e che abbia pietà di noi”, ha detto concludendo.
R.Iaria
I dimenticati della pandemia
14 Maggio 2020 - Roma - Fino a tre mesi fa l’emergenza erano — impropriamente — considerati loro. Gli immigrati. Quando poi un’emergenza vera è piombata a sconvolgere le vite tranquille di molti di noi, loro non sono stati semplicemente retrocessi, ma scomparsi. Parliamo dei migranti, i trasparenti, i dimenticati, le vittime anonime della pandemia. «Mai l’immagine dello scarto così spesso evocata da Papa Francesco è risultata così appropriata a descrivere la condizione sociale di questi uomini e donne» esordisce così il vescovo Guerino Di Tora, che del fenomeno ha un osservatorio privilegiato in quanto presidente della Fondazione Migrantes. «La pandemia ci ha messo nella condizione di fare a meno dei loro servizi, e ce ne siamo sbarazzati, come appunto si fa con gli scarti». Monsignor Di Tora, che è membro del Consiglio permanente della Cei, è appena reduce da una serie di incontri con i suoi collaboratori sul territorio che gli hanno fornito un quadro tanto deprimente quanto allarmante. «Sì, ho appena terminato di incontrare on line i vari responsabili delle Migrantes diocesane, ma anche i nostri referenti all’estero perché come sapete noi ci occupiamo anche degli emigrati italiani all’estero. E oltre questi incontri di ricognizione siamo in contatto pressoché quotidiano con le strutture diocesane della Caritas e con i cappellani delle varie comunità nazionali. Soprattutto il collegamento con le Caritas è fondamentale, perché in fondo la nostra organizzazione è maggiormente dedicata all’orientamento pastorale e gode di poche risorse per il sostentamento, per cui il vero braccio operativo sono le Caritas diocesane, con le quali debbo dire stiamo lavorando sinergicamente molto bene». Un mondo quello della Caritas che Di Tora conosce molto bene, essendo succeduto a don Luigi Di Liegro alla guida della Caritas di Roma per diversi anni. «Il problema principale che registriamo è la perdita del lavoro di moltissimi migranti. Nel settore agricolo, ma soprattutto nel settore della collaborazione familiare e dell’assistenza agli anziani. Non è solo questione di restrizioni alla mobilità, che in teoria non si sono mai verificate per badanti e colf. Piuttosto per evitare ogni possibile rischio di contagio dall’esterno molte famiglie hanno deciso di fare a meno del loro aiuto. O anche peggio: molte collaboratrici familiari come è noto lavorano al nero: il timore di molti datori di lavoro è stato che se le colf fossero state fermate ai controlli e avessero dichiarato l’indirizzo dei posti di lavoro verso cui si dirigevano avrebbero determinato il rischio di una denuncia all’Inps: così sono state licenziate dalla sera alla mattina, senza alcun indennizzo». «Sì. È proprio così — gli fa eco Lucia Montebello che, in quanto responsabile dell’Emporio Caritas di Roma ha una nitida immagine della situazione —. Gli accessi all’emporio centrale della Caritas romana sono cresciuti del 150 per cento, e di questi almeno il 70 per cento è costituito da famiglie di immigrati. Ma soprattutto quello che ci sorprende è l’affacciarsi di nazionalità che raramente si rivolgevano a noi: per esempio molti filippini, che tradizionalmente si occupano appunto delle faccende domestiche, ed ora hanno perso il lavoro». «La cappellania degli Ucraini — continua Di Tora — sta facendo un gran lavoro per aiutare le tante badanti rimaste disoccupate, almeno a pagare gli affitti e le bollette». «Forse anche peggiore è la situazione nell’agricoltura, nella raccolta di pomodori e prodotti stagionali, perché alle diffuse situazioni di sfruttamento e caporalato ora si aggiunge la minaccia “o accetti quel poco che ti diamo o te ne vai”». Il ricatto funziona soprattutto nei confronti degli irregolari, i quali ovviamente non usufruiscono di nessuna forma di supporto tra quelle varate dal governo in questa fase emergenziale. Su questo l’opinione del vescovo Di Tora è lapidaria: «Una pronta regolarizzazione delle situazioni in sospeso è un fatto di civiltà. Peraltro è conveniente, perché regolarizzando si argina il rischio di una deriva malavitosa per le frange più deboli». Don Gianni De Robertis, che della Migrantes è il direttore e motore delle tante iniziative in cantiere, aggiunge al proposito: «Spesso ci scordiamo che le situazioni di irregolarità sono prodotte dalle normative e non dalla cattiva volontà dei migranti. E che è in forza delle irregolarità che si generano situazioni non solo di sfruttamento ma di vero e proprio stato di schiavitù. Intollerabile ai giorni nostri in Europa. Vi sono poi situazioni di estrema debolezza che sono oggettivamente difficili da far emergere a regolarità, penso per esempio a due ambiti su cui stiamo lavorando molto in questi giorni, quello dei nomadi e quello dei giostrai e dei circensi. I giostrai stanno ormai fermi da tre mesi, hanno il serio problema del mangiare quotidiano, e ai circensi si aggiunge anche il problema del mangiare per gli animali. È un problema che non riguarda solo i circensi e giostrai stranieri in Italia, ma anche i giostrai italiani all’estero, che hanno spesso difficoltà a rientrare. Nelle città deserte dei giorni passati le uniche figure che si scorgevano per strada erano quelle dei Rom che esploravano nei cassonetti dei rifiuti». «Finora abbiamo parlato solo dei migranti già residenti in Italia — riprende il vescovo Di Tora — ma non dobbiamo dimenticare il problema dei nuovi arrivi, anch’esso sottaciuto. Mentre qui si moriva di coronavirus, in Libia, indifferenti alla pandemia, i bombardamenti sono continuati nella totale indifferenza internazionale. C’è gente che continua a scappare dai teatri di guerra e non possiamo immaginare che per via della pandemia questa gente possa essere lasciata al suo destino richiudendo i porti». Dal centro alla periferia. Don Sergio Gamberoni è il responsabile della Migrantes nella città più martoriata d’Italia dal virus, Bergamo. «In questi 80 giorni si sono ribaltati tanti preconcetti sulla presenza dei migranti nei nostri territori. Il virus ci ha messi tutti sulla stessa barca. Con gare di solidarietà reciproca. Nell’immaginario collettivo ora gli extracomunitari sono anche i medici cubani e albanesi venuti generosamente ad aiutarci. Sono la comunità islamica che ha raccolto e donato 30 mila euro al nostro ospedale. E hanno suscitato reazioni e iniziative che qualche mese fa erano impensabili, e che hanno visto le nostre comunità produttive alla ricerca di un dialogo e di un sostegno. L’imperativo che ci ha guidati è stato “rimanere vicini, mantenere relazioni, indifferentemente dalla provenienza, cultura e credo. Figli di un solo Dio. Fratelli nella sventura”. I cappellani delle comunità nazionali si sono spesi oltre ogni limite, tanto che tre di essi hanno dovuto condividere la malattia. Abbiamo supportato anche con trasmissioni in streaming le preghiere degli altri riti cristiani. Abbiamo cercato di aiutare le parrocchie che hanno avuto defunti stranieri e sostenere le loro famiglie, anche musulmani. Quando è morto un imam di soli 41 anni abbiamo aiutato perché la popolazione islamica potesse seguire i funerali in una diretta seguita da 900 persone. Abbiamo dato spazio sul nostro sito a un diario quotidiano del Ramadan che consentisse alle comunità islamiche di mantenersi in contatto in un digiuno che non ha precedenti. Digiuno, peraltro, che quest’anno è iniziato sotto la stessa luna nella quale noi abbiamo celebrato la nostra Pasqua. Le diffidenze, le chiusure si sono sciolte come neve al sole. Molti bergamaschi hanno riconosciuto in quegli stranieri “quelli che ci hanno permesso di continuare a mangiare”. Quando un fruttivendolo musulmano ammalato di covid è ritornato per fortuna salvo dall’ospedale, i suoi vicini e clienti lo hanno accolto con affetto con una pergamena di “attestato di cittadinanza: se non te la dà lo stato, te la diamo noi”». E queste sono solo una piccola parte delle storie che don Sergio ha vissuto e può testimoniare di queste settimane a Bergamo. «È proprio vero che nel male alberga sempre un germe di bene. Io sono convinto che alla fine di questa terribile storia si volterà pagina nelle relazioni tra italiani e stranieri. Tutto sarà diverso». Un ottimismo quello di don Sergio da apprezzare ma che rimane in sospeso per quella parte del paese che presentava fasce di grave debolezza socio-economica già prima della pandemia, e che presumibilmente si aggraveranno nei prossimi mesi di sofferenza economica. «In quelle zone, soprattutto nel meridione, il pericolo di una guerra tra poveri è sempre dietro l’angolo» conclude don Gianni De Robertis. «Per questo una maggiore attenzione ai più poveri e ai migranti conviene a tutti». (Roberto Cetera – Osservatore Romano)
La vita si fa storia
13 Maggio 2020 - Roma - Nel Messaggio che caratterizza la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (24 maggio), Papa Francesco richiama la necessità della “pazienza” e del “discernimento” per “riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano”. Dalla volontà di raccogliere questo invito nasce il libro “La vita si fa storia” (Ed. Morcelliana), curato dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali insieme con il Cremit dell’Università Cattolica e l’UCSI.
In un tempo segnato dalla sofferenza e dalla speranza, il testo vuole offrire chiavi di lettura e aprire prospettive per una comunicazione che sa creare ponti di comprensione. Il tutto valorizzato da un’opera inedita di padre Marko Ivan Rupnik, cui va un sentito ringraziamento per la disponibilità nel realizzarla e nell’illustrarla con una riflessione. Le 190 pagine sono arricchite da una serie di proposte educative e di schede pastorali destinate a famiglie, educatori, animatori e operatori della comunicazione. Buona lettura. (Vincenzo Corrado)
Mazara del Vallo: donne mazaresi e tunisine donano mascherine al comune
13 Maggio 2020 - Mazara del Vallo - Le donne del “Progetto Donna”, il laboratorio di cucito della “Fondazione San Vito Onlus” di Mazara del Vallo -, hanno preparato 50 mascherine di protezione in stoffa che sono state donate al Comune di Mazara del Vallo. Le donne mazaresi e tunisine hanno voluto mettere al servizio della solidarietà la propria competenza acquisita durante le attività laboratoriali del progetto. L’idea è nata proprio nel momento in cui era difficile trovare mascherine. Così le donne, nonostante costrette rimanere a casa, si sono organizzate per fare le mascherine in stoffa da donare poi al Comune.
Pandemia e stato sociale
13 Maggio 2020 - Andria - Nell’ultimo decennio e soprattutto negli anni più vicini a noi, lo “stato sociale” delle nostre Città è stato ridotto a “modello di sopravvivenza” ed oggi è imploso del tutto. Senza che siano diminuite le povertà tradizionali arginate con forme di assistenzialismo, (bonus alimentare, utenze, fitto casa ecc...) oggi sono emerse nuove povertà che riguardano coppie di giovani senza futuro, piccoli imprenditori, commercianti indebitati e lavoratori a nero, diversi costretti pur di portare il pane in tavola, non tutelati.
Dobbiamo arginare la crisi sociale, economica, relazionale, lavorativa provocata dall’emergenza corona virus. Certamente non basterà. Una crisi che potrebbe durare anni. Questa emergenza ci costringerà a modificare la nostra società, ma anche l’attuale sistema economico, che genera precarietà, fragilità e nuove e antiche emarginazioni. È una sfida.
Non possiamo permettere che in tanti debbano accontentarsi delle briciole, del pacco viveri o bussare continuamente alla porta della solidarietà e carità. Dobbiamo in primis ridare dignità a tutti, dobbiamo, oltre a sconfiggere il virus, debellare le ingiustizie e gli squilibri.
In tanti forse non riusciranno a beneficiare degli sperati aiuti e sostegni: lavoratori con scarse tutele; famiglie numerose; famiglie giovani, con bimbi piccoli; senza fissa dimora; lavoratori stagionali.
Aver deciso di tenere aperto il Centro di Ascolto della Casa Accoglienza “S. M. Goretti” della diocesi di Andria ha dato una possibilità di non lasciare isolati chi è solo ed è più fragile in queste ore non del tutto luminose.
Infatti con l’inasprirsi della crisi economica e sociale da Covid 19, il Centro di Ascolto ha visto un forte aumento di nuove presenze, quelli della “prima volta”, in situazioni di impoverimento o dalla necessità di far fronte ad emergenze economiche di ogni genere. Un allargamento e una diversificazione della povertà che complicano e preoccupano il presente e il futuro di tanti Comuni Italiani. Tale situazione, non solo può accrescere il divario tra inclusi ed esclusi ma può anche allargare aree di conflitto sociale, generando odio e disprezzo nei confronti dell’altro e delle Istituzioni compresa la Chiesa.
Ecco perché oggi lo “stato sociale” delle nostre comunità cittadine deve dare risposte concrete a tutti quei cittadini caduti in povertà. È necessario individuare linee strategiche di indirizzo comunale, come hanno fatto diversi Comuni, attraverso la partecipazione attiva di organizzazioni sociali, imprenditori, enti no profit ecc ... e ripensare una visione cittadina, che tenga insieme salvaguardia di diritti, di legalità, di ambiente, di salute e di impresa.
Il coinvolgimento della base sociale sarà vitale per il post emergenza, altrimenti si rischia di nebulizzare risorse, competenze e attività e accentuare per di più il fenomeno delle diseguaglianze economiche e sociali della Polis.
Don Geremia Acri – direttore Migrantes Andria - e i volontari
Cei: aiuto ai Paesi africani e altri Paesi poveri nell’emergenza coronavirus
13 Maggio 2020 -
Roma - La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, dopo il primo intervento pari a 6 milioni di euro, ha deciso lo stanziamento di ulteriori 3 milioni di euro, provenienti dai fondi dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, per aiutare i Paesi africani e altri Paesi poveri nell’attuale situazione di crisi mondiale.
Nella consapevolezza che, a causa della pandemia, la situazione già drammatica di tali Paesi può divenire devastante, la Presidenza Cei ha incaricato il Servizio per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo e la Caritas Italiana di elaborare una strategia d’azione che permetta di incrementare il numero dei progetti, selezionandoli tra quelli presentati dagli ospedali e dalle istituzioni cattoliche operanti sul territorio e ritenuti validi dopo la prima manifestazione di interesse.
Gli ambiti di intervento restano quelli sanitario e formativo. Considerata la gravità della circostanza, i progetti finanziati dovranno essere finalizzati entro tre mesi dall’erogazione del contributo richiesto.
Domani giornata di preghiera e digiuno per invocare la fine della pandemia
13 Maggio 2020 -
Roma - L’Alto Comitato per la Fratellanza Umana propone di celebrare domani, giovedì 14 maggio, una Giornata mondiale di preghiera, digiuno e opere di carità “per rispondere insieme a questa chiamata, invocando Dio Onnipotente per salvare il mondo, aiutandoci a superare la pandemia, per restituire sicurezza, stabilità, salute e prosperità cosicché, cessata questa crisi pandemica, la nostra Terra possa essere meglio di prima un posto accogliente per l’umanità e la fratellanza umana”.
“Il nostro mondo si trova di fronte a un grande pericolo che minaccia le vite di milioni di persone a causa della diffusione della pandemia del coronavirus (COVID-19)”, ricorda l’Alto Comitato per la Fratellanza Umana che nel riaffermare “il ruolo della medicina e della ricerca scientifica nel combattere la pandemia”, chiede di non “dimenticare di cercare rifugio in Dio di fronte a questa grave crisi”. Di qui l’invito rivolto a “tutti i popoli del mondo a pregare ciascuno secondo le proprie convinzioni religiose, osservare il digiuno e compiere opere buone, per far cessare la pandemia”. “Ciascuno di noi, dovunque si trovi, e secondo gli insegnamenti delle rispettive tradizioni di fede e filosofie – è l’esortazione – cerchi l’aiuto divino per il soccorso nostro e del mondo intero da questa catastrofe, per ispirare gli scienziati nel trovare una cura per il virus e salvare il mondo intero dalle ripercussioni di questa grave pandemia nei campi della salute, dell’economia e sull’umanità”.
Anche il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso “invita i credenti di tutte le religioni e le persone di buona volontà” ad unirsi spiritualmente a questa Giornata di preghiera e digiuno e opere di carità. L’appuntamento, ricorda il dicastero vaticano, “non prevede alcuna manifestazione comune pubblica, com’è comprensibile per prevenire i rischi di contagio, ma sarà vissuta da ciascuno nella propria interiorità, ponendosi dinanzi a Dio e alla propria coscienza”.
Media Cei: questa sera la recita del Rosario guidato da mons. Parmeggiani
13 Maggio 2020 - Roma - Avvenire, Tv2000, InBluradio, Sir e Federazione dei settimanali cattolici e Corallo, d’intesa con la segreteria generale della Cei, invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi questa sera, festa della Madonna di Fatima, alle 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da Tv2000 e InBlu radio oltre che su Facebook. Questa volta andrà in onda dal Santuario Nostra Signora di Fatima a San Vittorino Romano. A guidarlo sarà il vescovo di Tivoli e di Palestrina, mons. Mauro Parmeggiani.
Papa Francesco prega per studenti e insegnanti
13 Maggio 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco questa mattina ricorda e prega per gli studenti e gli insegnanti. “Preghiamo oggi per gli studenti, i ragazzi che studiano, e gli insegnanti che devono trovare nuove modalità per andare avanti nell’insegnamento: che il Signore li aiuti in questo cammino, dia loro coraggio e anche un bel successo”, ha detto introducendo la liturgia.
Nell'omelia il Papa concentra la sua riflessione sul “rimanere in Lui, in Gesù che nel brando del Vangelo di oggi usa l’immagine della vite, come i tralci rimangono nella vite. “E questo ‘rimanere’ non è un rimanere passivo, un addormentarsi nel Signore: questo sarebbe forse un sonno beatifico”. Invece “questo ‘rimanere’ – ha detto il Papa - è un ‘rimanere’ attivo, e anche è un ‘rimanere’ reciproco. Perché? Perché Lui dice: ‘Rimanete in me e io in voi’. Anche Lui rimane in noi, non solo noi in Lui. È un rimanere reciproco”.
Questo “rimanere reciproco” - ha proseguito – “è un mistero”, “un mistero di vita, un mistero bellissimo”. “È vero, i tralci senza la vite non possono fare nulla perché non arriva la linfa, hanno bisogno della linfa per crescere e per dar frutto. Ma anche l’albero, la vite ha bisogno dei tralci, perché i frutti non vengono attaccati all’albero, alla vite. È un bisogno reciproco, è un rimanere reciproco per dar frutto”.
“E questa è la vita cristiana”, ha detto il Papa spiegando che senza Gesù“non possiamo fare nulla, come i tralci senza la vite. E il rapporto tra noi e Gesù “è un rapporto di intimità, un rapporto mistico, un rapporto senza parole. ‘Ma Padre, ma questo, che lo facciano i mistici!’. No: questo è per tutti noi. Con piccoli pensieri: ‘Signore, io so che Tu sei: dammi la forza e io farò quello che tu mi dirai’. Quel dialogo di intimità con il Signore. Il Signore è presente, il Signore è presente in noi, il Padre è presente in noi, lo Spirito è presente in noi; rimangono in noi. Ma io devo rimanere in Loro”.
“Che il Signore - è la preghiera del Papa - ci aiuti a capire, a sentire questa mistica del ‘rimanere’ su cui Gesù insiste tanto”. “Tante volte noi, quando parliamo della vite e dei tralci, ci fermiamo alla figura, al mestiere dell’agricoltore, del Padre, che quello che porta frutto lo taglia, cioè lo pota, e quello che non porta frutto lo taglia”. “È vero, fa questo, ma non è tutto, no. C’è l’altro. Questo è l’aiuto: le prove, le difficoltà della vita, anche le correzioni che ci fa il Signore. Ma non fermiamoci qui. Tra la vite e i tralci c’è questo ‘rimanere’ intimo. I tralci, noi, abbiamo bisogno della linfa, e la vite ha bisogno dei frutti, della testimonianza”.
Centro Astalli: “i diritti e la dignità delle persone non sono stagionali”
12 Maggio 2020 - Roma - “I diritti non sono stagionali, non c’è un tempo in cui sono maturi, non c’è un tempo di saldi dei diritti”. Lo afferma padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, a proposito del dibattito in corso sulla regolarizzazione di circa 600.000 migranti che lavorano senza diritti in Italia. “Un tema cruciale per la vita di tante persone – prosegue – rischia di diventare un insopportabile gioco di potere e di consensi”. “Come sempre – osserva al Sir – trattiamo la questione nella sua parzialità: come gestire l’attuale periodo di raccolta di frutta e verdura, per quanto tempo concedere il permesso di soggiorno, solo per il tempo strettamente necessario al bisogno di manodopera? Dimentichiamo che abbiamo a che fare con persone con la loro dignità, che non è stagionale”. Padre Ripamonti cita le parole di Papa Francesco al termine dell’udienza generale del 6 maggio: “È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori [i braccianti agricoli] e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e la dignità del lavoro”.
Migrantes Sicilia: “Nessuno indietro, tutti umani”
12 Maggio 2020 -
Palermo - “Migranti: dolore reso invisibile“. Così mons. Antonino Staglianò, vescovo di Noto e delegato Migrantes della Conferenza episcopale siciliana, in un documento dal titolo “Nessuno indietro, tutti umani!“sull'”emergenza migranti” in questo “tempo di emergenza Covid-19”.
Di seguito alcuni punti di sintesi dell’intervento del vescovo e del suo “appello alla comune umanità contro il virus dell’indifferenza“, da lui stesso evidenziati.
- Una strage per naufragio senza adeguato soccorso e senza molta informazione a Pasqua; 4000 migranti (tra cui 600 bambini e ragazzi non accompagnati) approdati sulle nostre coste nel corso di questi primi mesi del 2020, che rischiano di diventare invisibili, perché c’è la crisi del coronavirus: sono indicibili sofferenze occultate! Alle quali non si risponde umanamente, anzi c’è un crescente rischio di gravi omissioni e di facili strumentalizzazioni con cui, utilizzando la pandemia, si accentua un rischio di pericolo senza seria informazione e documentazione.
- Il vero pericolo, piuttosto, è quello di lasciare i migranti in condizioni di emarginazioneche rende loro impossibile proteggersi dal punto di vista sanitario (e quindi veramente proteggerci tutti!); il vero pericolo è quello di non creare canali regolari e di lasciarsi in balia di trafficanti, che approfittano di restrizioni rigide per offrire le loro mediazioni. Chiediamo per questo ai nostri governanti – a livello regionale, nazionale, europeo – politiche sagge di accoglienza, integrazione e anche di una regolarizzazione dei migranti a favore del mondo del lavoro. La nostra agricoltura ha tanto bisogno dell’apporto dei migrati, ma certo il primo motivo della regolarizzazione resta quello della dignità che a tutti deve essere riconosciuta. Senza mai lasciare indietro nessuno, non importa se italiano o straniero, importa solo che sia un uomo! Il pericolo più grande in questo tempo di pandemia diventa, infatti, quello di cadere nel virus dell’indifferenza, come denunciato dal papa nel messaggio di Pasqua: «Mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua il vero pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente… quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità!».
- Non possiamo, allora, passare oltre senza fermarci, soccorrere, costruire un mondo più giusto. Per noi cristiani i migranti (quelli che arrivano nelle nostre coste, ma anche i nostri giovani costretti a migrare in cerca di lavoro pure loro) sono visita di Dio, sacramento del suo agire nella storia. La carità di questo tempo di emergenza, vera perché verso tutti (poveri del territorio, nuovi poveri anche tra le fasce medie, migranti), rafforza il senso dell’eucaristiache di nuovo ci apprestiamo a celebrare in forme comunitarie, come fonte e culmine di vita cristiana. E come uomini riconosciamo nei migranti la cifra di un vivere che, come abbiamo capito in questo tempo di crisi, ci chiede di attraversare paure e smarrimento restando uniti, vivendo quelli che la nostra Costituzione chiama inderogabili doveri di solidarietà.
- I migranti del mondo (e i nostri giovani costretti a migrare anche loro per lavoro) sono, non solo sofferenze che ci interpellano, ma anche la cifra del nostro futuro. Accogliendolo, il nostro futuro resta umano per tutti e il mondo potrà ripensarci come unica famiglia di Dio, nella pace. Rinnoviamo per questo l’appello di papa Francesco, alla fine dell’incontro dei vescovi del Mediterraneo (nuovo “mare di Tiberiade” per Giorgio La Pira) svoltosi a Bari lo scorso febbraio, a ripensare il mondo, e quindi la migrazione, ritrovando tutti e per tutti vie di pace e di giustizia: «Dai nostri cuori di pastori si eleva un forte appello agli attori coinvolti e alla comunità internazionale, perché taccia il frastuono delle armi e si ascolti il pianto dei piccoli e degli indifesi; perché si mettano da parte i calcoli e gli interessi per salvaguardare le vite dei civili e dei tanti bambini innocenti che ne pagano le conseguenze, affinché muova i cuori e tutti possano superare la logica dello scontro, dell’odio e della vendetta per riscoprirsi fratelli, figli di un solo Padre, che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi».
Cattolici, evangelici e ortodossi critici sulle politiche migratorie Ue: “condizioni incompatibili con la dignità umana”
12 Maggio 2020 - Berlino - Le Chiese cristiane in Germania sono critiche nei confronti della politica migratoria e dei rifugiati dell’Unione europea. Sebbene l’Ue sia stata premiata solo pochi anni fa per il suo contributo alla promozione della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani con il premio Nobel per la pace, oggi invece – affermano le Chiese – si circonda di nuovi muri e recinti e stabilisce campi di sosta alle sue frontiere esterne.
“Le condizioni sono incompatibili con il rispetto della dignità umana”, sostiene una dichiarazione congiunta pubblicata dalle Chiese cattolica, evangelica e ortodossa tedesche.
Nel documento viene chiesto di “misurare ogni individuo nella sua dignità” nell’ambito della politica dei rifugiati e delle migrazioni.
Con il documento comune, il presidente della Conferenza episcopale tedesca (Dbk), mons. Georg Bätzing, il presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania (Ekd), il vescovo Heinrich Bedford-Strohm, e il presidente della Conferenza episcopale ortodossa in Germania, il metropolita Augoustinos, invitano a prendere parte alla conferenza per la 45ª Settimana interculturale che si svolgerà dal 27 settembre al 4 ottobre prossimi e riguarderà il tema “Vivere insieme, crescere insieme”.
Numerosi singoli eventi decentrati sono previsti in tutta la Germania. I rappresentanti delle Chiese indicano Gesù Cristo come modello, perché si era avvicinato ai disprezzati, ai più poveri, ai malati e agli emarginati: tutti sono invitati a seguire questo esempio. I vescovi, coscienti dei problemi nati dall’epidemia di Covid-19, invitano gli organizzatori della Settimana interculturale ad agire con molta creatività, perché si “può dare un forte segnale di spirito comune, soprattutto in tempi difficili”.
Covid19: come la Chiesa continui ad aiutare le persone in movimento
12 Maggio 2020 - Città del Vaticano - Sebbene l’intera umanità sia impegnata a combattere il COVID-19, tale impegno non dovrebbe andare a detrimento delle attività di assistenza delle persone che avevano prima ed hanno ancora bisogno di aiuto e protezione. Gran parte del mondo è in lockdown al fine di limitare la diffusione del virus e questo rappresenta una sfida particolarmente dura per i migranti. Papa Francesco ha posto in evidenza la minaccia rappresentata dal Coronavirus su migranti e civili che vivono in zone di guerra. Per tale ragione, il Santo Padre ha chiesto l’immediato cessate il fuoco globale in ogni angolo della terra, per proteggere i più vulnerabili. Le Sue parole sono state riprese da diverse autorità cattoliche, tra cui il Cardinale Bo in Birmania (https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2019-06/card-bo-porre-conflitti-armati-myanmar.html)
Tra coloro che si battono per le persone sfollate, le Suore missionarie di San Carlo Borromeo Scalabriniane sono da sempre impegnate nell’assistenza dei migranti. Secondo Suor Neusa de Fatima Mariano, la Superiora generale, l’appello del Santo Padre di vivere accanto agli ultimi e servirli non va dimenticato; l’emergenza Coronavirus non deve interrompere il lavoro fatto finora per proteggere le persone in movimento.
In diversi casi, la pandemia è stata usata per giustificare restrizioni nell’accoglienza e protezione di migranti e rifugiati. La Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea (COMECE) ha lanciato un appello agli Stati Membri dell’Unione Europea affinché i migranti non siano abbandonati alla morte nel Mediterraneo. Con riferimento ai molti migranti che non sono stati tempestivamente salvati e fatti sbarcare nel porto UE più vicino nei giorni scorsi, la COMECE ha chiesto che il diritto umanitario internazionale e il diritto internazionale dei diritti umani vengano applicati, specialmente in situazione di elevata vulnerabilità e pericolo. LA COMECE ha invitato l’UE a trovare "un meccanismo di solidarietà prevedibile concordato tra gli Stati membri".
Adam è morto tra il fango del campo di Moria, senza ricevere cure
12 Maggio 2020 - Milano - Per due lunghe sere, lo scorso ottobre a Smirne, sulla costa occidentale della Turchia, avevano raccontato ad Avvenire i dettagli del loro viaggio, i progetti, i costi, persino gli accordi presi con i trafficanti, quelli di cui aspettavano da un momento all'altro la chiamata, rigirandosi il cellulare fra le mani. Abdinasir e Adam, entrambi trentenni, amici di nazionalità somala, attendevano il momento giusto per salire su un gommone e attraversare, in piena notte, il tratto di mar Egeo che li separava dall'isola greca di Lesbo, porta d'ingresso per l'Europa. Già centinaia di migliaia di persone avevano fatto lo stesso prima di loro, all'imbocco della rotta migratoria attraverso i Balcani che da anni è la via più battuta per il vecchio continente.
Ai due amici avevamo chiesto se fossero consapevoli delle condizioni terribili in cui versano i campi rifugiati dell'Egeo, in particolare quello di Moria a Lesbo, il peggiore hot spot di identificazione che l'Unione Europea sia riuscita a mettere in piedi, con 19mila persone in un'area che dovrebbe accoglierne 2.800. «Certo, ma non ci resteremo a lungo» ci aveva risposto Abdinasir, anche per conto dell'amico che non parlava inglese.
Non è stato così, almeno non per Adam. In questi ultimi sette mesi, in attesa che le autorità analizzassero la sua domanda d'asilo, è sempre rimasto sull'isola, al campo o ricoverato all'ospedale del capoluogo Mitilene, affetto da gravi problemi cardiaci. Tre sono stati i ricoveri, ma poi è sempre stato rimandato nella sua tenda igloo piantata nel fango, dove ha passato un inverno con temperature sotto lo zero, piogge torrenziali, servizi igienici ridottissimi, acqua fredda, file per il cibo, risse, accoltellamenti e persino attacchi anti-migranti di frange estremiste locali.
Alla fine, mercoledì 29 aprile, Adam si è accasciato fra le tende ed è morto. “Infarto”, ci ha comunicato un operatore di Kitrinos Healthcare, il presidio medico di volontari che ha ricevuto il referto dall'ospedale. «Aveva decine di documenti rilasciati dai medici sulla sua patologia cardiaca, con tutti gli incartamenti siamo andati ripetutamente alla “Reception” (le autorità greche addette all'immigrazione, ndr). L'hanno sempre ignorato» ci dice l'amico Abdinasir che non si dà pace. Anche nel caos di Moria, esistono specifici programmi per il trasferimento dei malati e dei casi più vulnerabili: com'è possibile che Adam, dopo tre ricoveri, fosse ancora nella sua misera tenda, senza medicinali? «Abbiamo centinaia di persone nelle stesse condizioni» è la risposta di un operatore di Kitrinos.
Ora dal 3 maggio, a seguito delle pressioni della Commissione Europea, preoccupata che l'emergenza da coronavirus trasformi i campi in una bomba di contagi, il governo greco ha avviato una serie di trasferimenti verso la terraferma. Si conta di far partire 2.380 richiedenti asilo sul totale dei 38.300 bloccati nelle isole. «Hanno cominciato a trasferire ogni domenica gruppi di persone, anche individuandole dalla nostra lista di malati cronici, più altri casi di vulnerabilità, come le donne incinte», dicono da Kitrinos.
Non sappiamo se Adam fosse su quella lista o su quella dell'Acnur o delle autorità greche. Oggi non fa alcuna differenza per lui, per la moglie Mulki e per i suoi cinque figli, che si trovano a centinaia di migliaia di chilometri dal padre. Adam resterà nel cimitero di quell'isola che avrebbe dovuto essere solo la prima tappa per una vita nuova, l'unico lembo di Europa che, invece, gli sia stato concesso di vedere. (Francesca Ghirardelli – Avvenire)
Papa Francesco prega per gli infermieri, esempio di eroismo
12 Maggio 2020 - Città del Vaticano - Papa Francesco ha pregato oggi per gli infermieri, esempio di eroismo in questo tempo di pandemia “Oggi è la Giornata degli infermieri. Ieri ho inviato un messaggio. Preghiamo oggi per gli infermieri e le infermiere, uomini, donne, ragazzi e ragazze, che hanno questa professione, che è più di una professione, è una vocazione, una dedizione. Che il Signore li benedica. In questo tempo della pandemia hanno dato esempio di eroicità e alcuni hanno dato la vita. Preghiamo per le infermiere e gli infermieri” ha detto introducendo la celebrazione a Casa Santa Marta.
Nell'omelia ha parlato della pace. Il Signore - ha detto il Papa - prima di andarsene dà il dono della pace. “Non si tratta della pace universale, la pace senza guerre che noi desideriamo, ma la pace del cuore. Il Signore – ha detto il pontefice - la dà non come la dà il mondo. Sono paci diverse. Il mondo ti dà la pace interiore come un tuo possesso, come una cosa tua che ti isola dagli altri, è un tuo acquisto, e tu ti chiudi in quella pace: è una pace per sé stessi, ti rende tranquillo e felice ma ti addormenta e anestetizza. È un po’ egoista”. La pace di Gesù “ti mette in movimento, non ti isola, ti fa andare dagli altri, ti mette in comunicazione. La pace di Gesù è gratuita, è un dono, è feconda, ti porta sempre avanti”.
Per papa Francesco “se anche nei momenti difficili resto nella pace, quella è la pace del Signore, che è piena di speranza e guarda il cielo, la pace definitiva”. E dopo aver citato una lettera di un sacerdote ha sottolineato che la pace che ci dà Gesù è “una pace per oggi e per il futuro, è iniziare a vivere il cielo, con la fecondità del cielo. Non è anestesia, l'altra sì: e quando la dose di anestesia finisce ne prendi un'altra e poi un'altra ancora. La pace di Gesù è definitiva, feconda e contagiosa, non è narcisistica come quella del mondo, perché guarda il Signore. L'altra guarda sé stessi”.
R.I.
Mons. Bellandi in visita al circo Togni: la testimonianza del presule
11 Maggio 2020 - Salerno - Ho avuto modo di fare visita due volte al Circo Lidia Togni, presente a Salerno per una tournée dal 14 febbraio e poi rimasto qui bloccato a causa dell’epidemia del Coronavirus.
Domenica 16 febbraio, in tempi ancora “non sospetti”, sono passato per salutare quei bambini con disabilità e le loro famiglie, gentilmente invitati ad uno spettacolo di beneficenza dalla storica Famiglia Togni presieduta da Vinicio Togni Canestrelli.
La seconda visita, in piena emergenza pandemia, ho ritenuto importante farla per far sentire la vicinanza della Chiesa e della città di Salerno a questa particolare realtà, composta da famiglie e animali, rimasta bloccata in quello spazio aperto adibito ai previsti spettacoli. (https://www.migrantesonline.it/2020/05/11/migrantes-salerno-campagna-acerno-mons-bellandi-in-visita-al-circo-togni/, ndr)
Sono rimasto favorevolmente colpito dal clima sereno che vi ho trovato e dalla gratitudine mostrata dalla Direzione per l’attenzione con cui la comunità salernitana stava venendo incontro alle necessità del Circo, particolarmente offrendo aiuti alimentari sia per le persone ivi presenti, sia per gli animali al seguito.
Ho potuto visitare gli ambienti e intrattenermi con il Direttore Vinicio Togni, dal quale sono uscite solo espressioni cordiali di ringraziamento e mai di lamento o di insofferenza.
Mi auguro che presto, superata l’emergenza di questo periodo, l’attività del Circo possa riprendere, sia per garantire ai suoi addetti un atteso quanto necessario sostentamento economico, sia per offrire nuovamente momenti di serenità e spensieratezza ai tanti amanti di questa storica realtà, che ha accompagnato intere generazioni di bambini e giovani (ma non solo) con i propri spettacoli.
Mons. Andrea Bellandi
Arcivescovo Salerno-Campagna- Acerno
Germania: una ragazza italiana di 12 anni cuce gratis mascherine per una casa di cura per anziani
11 Maggio 2020 - Dieburg - In questo periodo di paura e di isolamento, in parte una soluzione per combattere il coronavirus si è trovata, anche se ciò non emerge spesso tra i comunicati stampa. Sto parlando del nostro senso di solidarietà, del nostro senso di responsabilità, della capacità di prenderci cura gli uni degli altri. Ogni giorno ci sono centinaia di persone pronte a offrire il loro aiuto a chi ne ha più bisogno, ogni giorno molti di noi compiono un gesto di generosità mettendo al centro dell’attenzione il bene comune anche a costo di tralasciare il proprio.
A Groß Zimmern, un paesino vicino a Dieburg in Assia, Alessia, una ragazzina di 12 anni, di origine italo/tedesca, ha confezionato in meno di una settimana 50 mascherine. L’idea è nata dopo aver letto sul giornale locale che la casa di riposo per anziani Priska a Dieburg, aveva urgentemente bisogno di mascherine.
Per Alessia non è stato difficile mettersi al lavoro davanti alla macchina da cucire, in quanto è molto abile nel campo e quando sono sorte delle complicazioni “ho chiesto a mia nonna Waltraud di aiutarmi” ha dichiarato Alessia. L’obiettivo è stato quello di aiutare, di dare un piccolo contributo, così a lavoro terminato Alessia ha consegnato le mascherine alla signora Weimar, responsabile della casa per anziani Priska. “In questo momento in cui l’emergenza del Coronavirus costringe tutti a casa, e dove si è venuta a creare una carenza di mascherine, nel mio piccolo ho voluto contribuire a dare una mano” ha detto Alessia. (Licia Linardi)
Francia: un medico italiano e il covid 19
11 Maggio 2020 - Parigi - Leonardo è un medico italiano che vive e lavora in Francia. Ha 55 anni e lavora da 22 al Centro Ospedaliero Universitario di Lilla occupandosi di trapianti del midollo osseo. Sin da giovane ha frequentato la Missione Cattolica italiana di Roubaix ed ha avuto come missionario don Ferruccio Sant, attualmente delegato delle Missioni cattoliche Italiane in Francia. All’inizio di questa pandemia – racconta a www.migrantesonline.it - si è “subito offerto volontario per curare i pazienti infetti ricoverati nell’ospedale dove lavoro. E così mi sono trasferito all’unità COVID per adempiere quello che considero un dovere e per aiutate i medici”. Ma qualche settimana dopo si è ammalato e “ho dovuto assentarmi dal lavoro per tre settimane e vivere in quarantena in famiglia: ho tre figli, due femmine e un maschio. Per fortuna non sono stato ricoverato perché non ho avuto complicazioni respiratorie”. Questo periodo, racconta, “mi ha permesso di rileggere la mia vita quotidiana, una vita che assomiglia a molte persone di oggi. Ho misurato quanto siamo prigionieri di questa società consumista e individualista e quanto abbiamo dimenticato di guardarci attorno e di ‘andare’”. Ora Leonardo sta bene e vuole tornare in questa unità di malattia per continuare la sua “missione e cioè quella di curare”, dice.
R.Iaria
Ambasciata Pechino: incontro online con accademici italiani
11 Maggio 2020 - Brescia - Primo appuntamento di dialogo virtuale tra l’Ambasciatore d’Italia a Pechino Luca Ferrari e il Consiglio Direttivo dell’Associazione degli Accademici Italiani in Cina (AAIIC), presieduta dal prof. Ivan Cardillo.
Tema principale dell’incontro, tenutosi in videoconferenza, sono state le opportunità di rafforzamento della collaborazione tra l’AAIIC, le istituzioni e le altre componenti del Sistema Italia nell’ideare e realizzare le future attività dell’associazione, anche con uno sguardo alle tematiche dei cambiamenti ambientali. È stata anche un’occasione di ascolto e di riflessione sulle esigenze e le prospettive degli accademici italiani in Cina dinanzi alle sfide poste dall’epidemia di COVID-19 e dall’impatto delle misure per il suo contenimento.
“Ho sentito il dovere - ha dichiarato l’ambasciatore Ferrari - di far sentire il sostegno dell’ambasciata agli accademici italiani in Cina in un momento complesso come questo, che meglio non potrebbe ricordarci l’importanza e il valore della ricerca. Essa costituisce uno dei settori più importanti sui quali è costruito il rapporto bilaterale italo-cinese. Anche da questo punto di vista, ritengo fondamentale il ruolo dell’AAIIC, già espressione di una realtà associativa che rappresenta un segmento tra i più vitali, qualificati ed apprezzati della comunità italiana in Cina”.
Fondata nel dicembre del 2015 su impulso dell’ambasciata e della rete consolare in Cina, l’AAIIC conta oggi più di centocinquanta soci tra docenti e ricercatori italiani, attivi in oltre quaranta università distribuite su tutto il territorio cinese ed impegnati con importanti progetti nazionali e internazionali in numerose discipline, dall’ambito STEM a quello delle scienze sociali, sino all’area umanistica. Forte di una solida tradizione storica di cooperazione scientifica intergovernativa, la collaborazione nella ricerca tra Italia e Cina è il frutto di oltre ottocento accordi e intese tra istituti accademici cinesi e italiani.