Primo Piano
Migranti: quando il ritorno può essere un’opportunità
Festa dei Popoli a Palermo: “chiamati a formare un solo corpo di Cristo e a vivere insieme con Dio”
Emigrazione: questa sera su Rai 1 il film “Mother Cabrini” sulla patrona dei migranti
Rosario per l’Italia: stasera da Pietrelcina con mons. Accrocca
Epifania missionaria in emigrazione
Loreto - “Ma, allora, i Re magi siamo noi!” esclama orgoglioso un emigrato italiano, appena terminata la Messa nella parrocchia italiana di Londra. Si illumina, come per una rivelazione improvvisa. Traduce, così, l’omelia di oggi, festa dell’Epifania, in termini quotidiani, spiccioli. Con personaggi nostrani.
Avevo spiegato poco prima, per filo e per segno, la dinamica dei Re magi. Venire da molto lontano. Trovarsi perduto. Condividere ciò che si ha di più caro, di tipico e di prezioso. Mettersi in ginocchio nella terra raggiunta. Ammirare la vita in qualcosa di povero e di essenziale. Infine, essere un re nel proprio Paese, ma, strada facendo, diventare un nomade qualsiasi.
Sì, è vero, - mi dico, - i nostri emigranti italiani all’estero sono dei Re magi in carne ed ossa per questa terra straniera. Travestiti, tuttavia, da pastori. Quante umiliazioni! Vita difficile e tormentata agli inizi, come ricordava ancora l’altro giorno Antonio: “Sono cinquant’anni che sto qui, ma i primi tempi erano veramente duri, tutt’altra cosa rispetto ad adesso...” Deve essere stato arduo vivere qui, visto che tuttora non è proprio facile campare in terra inglese per i tantissimi giovani italiani che vi capitano. E in giro per il mondo i nostri erano chiamati in tanti modi, ma sempre con lo stesso disprezzo: ritals, macaroni, cìncali, dongo, negri, mafiosi...
“È stata la nostra guerra di resistenza!” commenta Umberto, sulla settantina, ormai con mezzo sorriso da vecchio combattente. “Quando incontri un uomo lo giudichi dai vestiti, quando te ne separi lo giudichi dal cuore!” recita qui un antico proverbio. All’addio ad ogni emigrante, infatti, sono tanti i volti inglesi che compaiono d’incanto in chiesa. E i nostri a volte li senti ripetere: «Abbiamo dato quanto di migliore avevamo a questa terra! Non ci resta più niente, neanche un po’ di salute!». Sono la giovinezza, i figli, le energie migliori, una grande laboriosità, delle belle qualità morali... Ecco i tesori aperti e condivisi con un popolo sconosciuto. Il Paese qui è cresciuto con loro e attraverso di loro.
Resta, in fondo, per i nostrani Re magi solo la gioia di veder contenti i figli e i nipoti, acclimatati ormai alla nuova terra. E poi questa invidiabile vita fraterna con un’altra gente, un altro popolo. Sì, questa apertura di mente e di cuore, questa interculturalità è un vero dono di Dio.
“Per me, invece, che vado spesso all’estero, i Re magi sono semmai gli altri...”, interviene Paola, soffiando vento contrario. È una giovane dottoressa che viene spesso in Inghilterra per stage o per congressi. La ascolto, per capire meglio. “Nel mio campo, per esempio, non si condivide nulla. Ognuno tiene per sé le cose, il proprio sapere, come un tesoro geloso”. E porta un esempio: in un recente congresso all’estero ha imparato in soli tre giorni moltissime cose nuove, mentre in un altro a Genova tre specialisti giravano attorno agli argomenti quasi non volessero rivelare nulla. “Se chiedi qualcosa a qualche studioso all’estero - ti precisa meglio - ti dà spiegazioni con calma, ti trasmette sapere. Da noi, prima ti guardano come per umiliarti, poi cercano di dare qualche risposta generica”.
E allora, tranquilla, aggiunge: “Qui, è vero, sono freddi, ma in caso di bisogno sono presenti e concreti. Un responsabile che trovavo freddo e distante in un momento di difficoltà si è offerto lui stesso di prestarmi la carta di credito, cosa impensabile con i miei colleghi italiani! Qui trovo che la gente è più concreta, pratica, ti aiuta sul serio; la nostra invece è calorosa, ma poi...”
Mi sorprendo, allora, nell’accostare le due realtà trovandovi come una strana legge del contrappasso. La vecchia lezione dei nostri emigranti che si spezzavano la schiena per gli altri. I nostri connazionali in patria, che in un individualismo sorprendente, conservano gelosamente i propri tesori, incapaci di condividere. Chissà, sarà forse una nuova regola d’oro: quella di curare ognuno il proprio interesse, di chiudersi nel particolarismo, di perdere di vista il bene comune.
Così mi viene da pensare, mentre guardo uscire dalla nostra chiesa questi italiani, vecchi combattenti, ormai dal passo inglese. Hanno capito, in fondo, di non appartenere - come i Re magi in cammino - a nessuna terra. Né a quella di origine, né a quella di arrivo. E in quest’ora avanzata della vita sentono che la terra promessa, da sempre cercata, è ben lontana e tuttavia prossima... Dove ci si sentirà dire, finalmente, come a dei veri Re magi alla grotta: “Welcome!” La parola più rara e più dolce per uno straniero. (p. Renato Zilio)
Migrantes Asti: ieri la Giornata dei Popoli con mons. Prastaro
Asti - Nella solennità dell’Epifania la chiesa diocesana di Asti ha festeggiato ieri la Giornata dei Popoli all’interno di una Celebrazione Eucaristica promossa dalla Pastorale Giovanile e dall’Ufficio Migrantes. E stato il primo incontro dell’anno per tutti i giovani della diocesi con un’apertura universale in occasione di una giornata dedicata alla fratellanza di tutti i popoli. L’appuntamento ieri pomeriggio in Cattedrale dove il vescovo, mons. Marco Prastaro - vescovo delegato per la Migrantes della Conferenza Episcopale del Piemonte e Vale d'Aosta - ha celebrato una messa animata dai giovani e delle comunità etniche del territorio per un momento di profonda fraternità attorno alla mensa dell’unico Padre.
Don Rodrigo e Daniela Iavarone, responsabili della Pastorale Giovanile e di Migrantes, sottolineano come “sia importante che le comunità continuino a invitare i giovani all’unico incontro che è possibile in presenza: la Celebrazione Eucaristica, il cuore della nostra vita cristiana”. “Un incontro ancora possibile in presenza è la partecipazione alla Messa. Sarebbe un bel segnale per i giovani – aggiungono – quello di darsi appuntamento in Cattedrale per vivere, in comunione con il Vescovo, insieme, distanti ma vicini, questo momento di intensa spiritualità aperto a tutti popoli”.
Migrantes Napoli: oggi Festa dei Popoli con card. Sepe
Nella tradizione della festa della Befana, poi, ai figli degli immigrati, verranno donati giocattoli offerti dal Movimento Cristiano Lavoratori e dall’Ordine di Malta.
Vangelo Migrante: Solennità dell’ Epifania del Signore
p. Gaetano Saracino
Migrantes Palermo: domani Festa dei Popoli con mons. Lorefice
Migrantes Reggio Emilia-Guastalla: domani l’Epifania dei Popoli
Reggio Emilia - Mercoledì 6 gennaio, la Migrantes della diocesi Reggio Emilia – Guastalla promuove domani alle ore 11.30 in Cattedrale una celebrazione eucaristica per ‘Epifania dei Popoli.
Presiederà monsignor Alberto Nicelli, Vicario generale della diocesi.
Migrantes Torino: domani la festa dei Popoli con mons. Nosiglia
Migrantes Vicenza: domani la Festa dei Popoli
Operazione Colomba, “sale il livello di intolleranza” contro i rifugiati siriani in Libano
Migrazioni e respingimenti nel Mediterraneo: mons. Lorefice si augura che il nuovo anno “ci porti a un vero cambiamento delle politiche europee”.
Madonnari: conclusa la V edizione del Concorso “Città di Taurianova”
Bosnia-Erzegovina: 1.700 persone senza cibo né rifugi
Caritas: “rischio catastrofe umanitaria in Bosnia-Erzegovina”
Roma - La situazione già precaria dei migranti in Bosnia-Erzegovina rischia di aggravarsi ulteriormente sia per il peggioramento delle condizioni meteo, sia per i continui trasferimenti da un campo profughi all’altro, in strutture dove mancano le condizioni minime per una sopravvivenza dignitosa. “L’esito è una probabile catastrofe umanitaria che può condurre anche a violenze e gravi tensioni sociali”. Lo denuncia oggi Caritas italiana. Intanto in Bosnia è appena cominciata la ricostruzione del campo di accoglienza di Lipa, andato quasi completamente distrutto qualche giorno fa. L’esercito sta montando le prime tende. “Lipa è però un luogo assolutamente inadatto all’accoglienza, soprattutto in questo periodo invernale – ricorda Caritas –. Era infatti stato chiuso la settimana scorsa perché altamente pericoloso per la vita delle persone che ospitava: è sprovvisto di elettricità, acqua potabile e riscaldamento, in una zona dove le temperature scendono sotto zero. Subito dopo la sua chiusura, un incendio aveva distrutto le poche tende rimaste nel campo”. Le 1.200 persone ospitate al momento della chiusura – prosegue Caritas – erano finite per strada senza una sistemazione alternativa. I tentativi di riaprire l’ex campo Bira (nella città di Bihac) o di allestire l’ex caserma in località Bradina (non distante da Sarajevo) da parte delle autorità locali sono falliti per le proteste dei cittadini e delle autorità locali. Alla fine la soluzione è stata la riapertura del campo di Lipa, “nonostante tutti gli attori internazionali fossero contrari, perché significa mettere a rischio la vita di centinaia di persone, dal momento che in quel campo non potranno essere garantite in poco tempo le condizioni minime necessarie per vivere”.