Primo Piano

L’integrazione al tempo del Covid: una sfida e un’opportunità

12 Aprile 2021 - Roma - Il Covid-19 non ha fermato l’impegno di Sophia Impresa Sociale nell’accompagnamento di giovani migranti in condizioni di vulnerabilità in un percorso che tocca tutti gli aspetti di una reale integrazione. In questo anno di pandemia, Sophia ha accolto dodici nuovi volti, raddoppiando il suo organico, e ha creato aree e metodi di lavoro per rispondere all’incertezza del presente senza sacrificare l’aspetto umano e relazionale. Lo “stop” forzato ha rappresentato un’occasione per rinnovare lo spirito di accoglienza e integrazione del progetto di accompagnamento al lavoro “Creare Valore Attraverso l’Integrazione” e del progetto educativo “Educare Senza Confini” sul tema dell’immigrazione. La solitudine e la paura dovute dall’attuale crisi sanitaria, hanno reso più difficile il percorso dei giovani migranti. Sophia si è fatta carico delle difficoltà incontrate da alcuni giovani migranti residenti a Roma, creando una rete di associazioni ed enti pronta ad assistere ciascuno dal punto di vista legale, sanitario, psicologico e soprattutto formativo, riuscendo a mantenere la relazione sempre viva attraverso tutti gli strumenti di comunicazione possibili, laddove i limiti delle restrizioni anticovid non permettevano l'incontro. Il colpo più duro inferto dalla pandemia è stato, senz'altro, la crisi del mercato del lavoro. Ma anche in questo caso Sophia ha saputo rispondere con responsabilità offrendo, e talvolta creando da zero, delle concrete opportunità lavorative: mentre formava i giovani ai mestieri artigianali - in seno al progetto” Creare Valore attraverso l'integrazione" - è riuscita, con il sostegno della campagna Liberi di Partire, Liberi di Restare della CEI, a creare una squadra capace di portare a termine diverse commesse di lavoro, per enti e aziende esterne. Oggi, un anno dopo, il team di “lavori artigianali” conta 10 giovani e almeno 5 commesse all’attivo. “I ragazzi hanno creato un gruppo solido che riesce a lavorare insieme in serenità e amicizia”, racconta Carlo, responsabile del progetto. Alcuni giovani impegnati nelle commesse artigianali, venuti a conoscenza dei progetti di educazione sul tema dell’immigrazione che Sophia promuove nelle scuole italiane ed estere, hanno espresso il desiderio di partecipare con le loro storie e testimonianze. Emblematico è il caso di Mamady, che Sophia ha integrato nel progetto "Educare Senza Confini”: quest’anno il progetto ha debuttato in Guinea, dove Mamady sta formando più di 700 studenti nelle scuole di Conakry. Parallelamente, nelle classi virtuali italiane, Sophia non ha mai smesso di portare agli studenti testimonianze, esperienze dirette e la verità sul tema dell'immigrazione, cavalcando anche la difficoltà della DAD: Sophia ha messo in piedi modalità interattive, giochi e sondaggi, per toccare il cuore dei giovani e portarli oltre i pregiudizi. Nei primi 3 mesi del 2021, alla sua sesta edizione, il progetto educativo è già arrivato a più di 1000 studenti italiani. "Ma è anche vero che una persona e un popolo sono fecondi solo se sanno integrare creativamente dentro di sé l’apertura agli altri.” (Enciclica Fratelli Tutti di Papa Francesco). Un motto che Sophia ha fatto proprio e che sta portando avanti nonostante tutte le difficoltà del momento presente. (A.C.)    

CEI: domani la presentazione di “Custodire le nostre Terre”

12 Aprile 2021 - Roma - A sei anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, la Chiesa che è in Italia si interroga sulla ricezione del documento e sull’impatto della mancata cura del Creato sulla salute della popolazione, sull’ambiente e sulle dinamiche sociali e lavorative. Lo fa sabato 17 aprile con il convegno online “Custodire le nostre terre”, promosso dalla Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute, dalla Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, dagli Uffici Nazionali per la pastorale della salute e per i problemi sociali e il lavoro, e dalla Caritas italiana. Temi e relatori del convegno saranno presentati domani, martedì 13 aprile, alle 11, in una conferenza stampa alla quale prenderanno parte mons. Carlo Maria Redaelli, Arcivescovo di Gorizia e Presidente della Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute, mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, mons. Antonio Di Donna, vescovo di Acerra e Presidente della Conferenza Episcopale Campana. Modera Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI.

Avventura migratoria di due sacerdoti vicentini

12 Aprile 2021 - Vicenza - Padre Enrico Morassut nasce e cresce a Vicenza, ma ha tutto il sapore di un altrove. L’energia, la risata esilarante, la decisione, la resistenza, l’erranza. Forse, tutti cromosomi friulani. All’origine, una lontanissima storia di emigrazione: il nonno Antonio, friulano, a Bucarest come giardiniere del console, vi incontra Libera Italia, giovane badante vicentina, classe 1866. Così, l’emigrazione porterà il sacerdote lontano, in Francia, tra le numerose comunità italiane, poi in Lussemburgo, e infine in Canada. Ovunque, per i nostri italiani emigrati. Ma volentieri si rifugia nel «Fogolar furlan» l’associazione friulana, che all’estero incontra dappertutto. Naviga nelle feste, negli incontri, i cori di montagna, le celebrazioni e i giornali delle nostre comunità come un pesce nell’acqua. Giancarlo, il fratello, ricorda come fosse ieri i suoi brevi ritorni a Vicenza, per respirare finalmente aria di casa. «Non si parlava che di montagna, di cime e di sentieri da percorrere» si lascia andare con nostalgia. «Le dolomiti erano il suo regno. Lo vedevi arrampicarsi come uno stambecco nel suo ambiente naturale!». E quando salì le montagne per sempre, per incontrare per davvero Dio, tutta la corale era là per accompagnarlo con quel tenero e commovente canto dei monti «Signore delle cime» di Bepi De Marzi, altro talento vicentino. Non ci poteva essere conclusione più bella. E più vera. Solo due parole per definire un missionario scalabriniano di Rossano Veneto. Viveva di passione e di compassione. Appassionato di una cittadina francese, immersa nelle nebbie del Nord, Herserange, un paese come tutti, ma che non abbandonerà mai. Perché si trova nel cuore del mondo siderurgico-minerario della regione, dove si sviluppa un’industria di primordine nel dopoguerra. Strutture enormi, fabbriche grandiose invadono e stravolgono tutta la zona. Migliaia di italiani si riversano in questo bacino come tanti altri stranieri. La classe operaia è forte, il padronato è onnipotente. Quasi un padreterno sulla terra, tutto dipende da lui: casa, famiglia, scuole, trasporti e loisirs. Se ti curvi è possibile avere questo, se manifesti un dissenso ti si spoglia di tutto. Antoinette, una pasionaria ottantenne, ricorda ancora come con le altre operaie prendeva in mano la fabbrica di ceramica, - il vicino Longwy ne era una eccellenza - quando il padrone voleva chiuderla. Processi, picchetti di resistenza, solidarietà tra famiglie. Era come essere in guerra: stesso spirito combattivo, stesso interesse comune per la vita, per il pane e il futuro. E il missionario, padre Eliseo Marchiori, era sempre accanto. Era per lui come una missione: sostenere questi operai, - della siderurgia, della miniera o della ceramica – con i loro diritti e le loro speranze. Appassionato per l’uomo e per la sua dignità. «Siamo tutti figli di Dio – tuonava, deciso - perché, allora, una vita da schiavi per molti ?». Eppoi, alla sera, lo trovavi a coltivare il suo pezzo di orto, come tanti altri operai, sul «terril», la collina maledetta, fattasi pian piano dalla montagna di detriti che usciva dalle viscere della miniera. Orgoglioso di mostrarvi le sue melanzane, i pomodori, le verdure coltivate sopra quella collina. Dello scarto, se ne prendeva cura.  Quasi una parabola della sua vita: prendersi cura degli ultimi. Accanto al suo, altri piccoli orti di altri operai come Mohamed, Alì, Paulo, … marocchini, spagnoli, portoghesi. Ritrovarsi lassù, era come una grande famiglia. Un pezzo di umanità. Ma coltivava anche una dote rara in ambienti duri come quelli: la compassione.  Un’empatia particolare, interiore, con qualsiasi migrante, a qualsiasi cultura o religione appartenesse. Herserange l’aveva formato a un’apertura di mente e di cuore impensabile altrove. Nella sua vecchia cucina operaia incontravi spesso per cena o per pranzo qualche rumeno o pakistano o siriano, sbarcati da poco a Herserange e un po’ perduti. Da lui del buon vino, un enorme formaggio, del pane e una grande cordialità erano sempre messi sulla tavola. Quasi per dirvi: «Siediti, si mangia qualcosa assieme!».  E non si poteva immaginare il piacere del missionario nel vedervi finalmente seduto e obbediente all’invito. Per parlare con passione di tutto e di ogni cosa, di filosofia e di botanica, di teologia e di politica a cuore aperto e con parola franca.  Ma quel giorno, il vescovo non credeva ai propri occhi. Uscendo da una chiesa gremitissima, c’era fuori altrettanta folla se non di più… Era per salutare per sempre il loro «père Elysée». Nel giorno del suo addio. Per dire grazie di uno sguardo o di una parola accolta. Da un uomo vero. Da un fratello di tutti. (. P. Renato Zilio)

Migrantes Catania: celebrata la Giornata Internazionale dei Rom, Sinti e Camminanti

12 Aprile 2021 -

Catania - L'Ufficio Migrantes della diocesi di Catania, in occasione della Giornata Internazionale dei Rom, Sinti e Camminanti, ha celebrato una solenne celebrazione eucaristica presso la parrocchia della Divina Maternità della B.M.V. in Cibali. La Santa Messa è stata presieduta dal parroco don Gianluca Giacona e concelebrata dal direttore dell'Ufficio per l’animazione missionaria, don Deodato Mammana, con l’assistenza dei diaconi don Giuseppe Cannizzo, direttore dell’Ufficio Migrantes, don Santo Rizzo e don Giuseppe Calantropo, entrambi collaboratori dello stesso Ufficio Pastorale.

Giuseppe Cannizzo ha ricordato la genesi dell'istituzione della Giornata Internazionale dedicata a Rom e ai numeri statistici che riguardano questa grande famiglia nel mondo ed in Europa ed ha sottolineato come “l’evangelizzazione è una missione di tutta la Chiesa, perché nessun cristiano dovrebbe rimanere indifferente di fronte a situazioni di emarginazione in relazione alla comunione ecclesiale. Anche i cristiani Rom sono chiamati a partecipare attivamente alla missione evangelizzatrice della Chiesa, promuovendo l’attività pastorale nelle loro comunità”.

Significativo poi il richiamo alla situazione di emergenza causata dalla pandemia da Covid-19, che si sta vivendo attualmente fra i popoli di tutti i Paesi del Continente, compreso quello Rom. “Sono tempi difficili anche per questi nostri fratelli", ha concluso don Cannizzo: "tra loro il rischio di contagio è ancora più alto a causa delle condizioni in cui spesso vivono: spazi piccoli, privi di servizi e talvolta in assenza di acqua, di elettricità e delle condizioni minime per condurre una vita dignitosa. Ragion per cui, questo è il tempo, come ha ricordato anche Papa Francesco, di lasciare da parte ogni forma di odio ed emarginazione”.

All'incontro erano presenti, un buon numero di fedeli italiani e rappresentanti di comunità multietniche, che hanno voluto partecipare come "testimonianza di integrazione e fratellanza tra popoli".

 

“Dateci garanzie per il futuro”

12 Aprile 2021 -

Milano - Poche settimane prima che scoppiasse l’emergenza Covid 19, Silvia S. ha avuto bisogno di un’assistente per il padre anziano appena dimesso dall’ospedale: «Abbiamo fatto una prova con una ragazza moldava da poco in Italia e ai primi di marzo ha iniziato a lavorare con noi». Maria (abbiamo deciso di chiamarla così) però è irregolare. O meglio, lo era quando ha incontrato Silvia e la sua famiglia: «Abbiamo subito aderito alla regolarizzazione, il 30 luglio abbiamo presentato la domanda». Otto mesi dopo Silvia e Maria stanno ancora aspettando la convocazione dalla Prefettura di Milano per completare il percorso di emersione.

Otto mesi durante i quali non sono mancate le difficoltà: «All’Asl non ci hanno dato la tessera sanitaria per Maria, abbiamo dovuto insistere per fargliela avere. Anche il codice fiscale provvisorio che le hanno dato ha creato dei problemi – racconta Silvia –. Maria ha due figli piccoli nel suo Paese, non li vede da più di un anno e non può uscire dall’Italia fino a quando non avrà il permesso di soggiorno. Sta persino pensando di rinunciare al lavoro e tornare in Moldavia se la situazione non si risolverà in tempi brevi».

Quella di Maria è una delle 200mila vite sospese tra i cittadini stranieri che hanno aderito alla procedura di emersione lanciata dal Governo nel maggio 2020. La denuncia sui ritardi lanciata da 'Ero Straniero' sta producendo i primi risultati, visto che al 6 aprile sono diventate 16.781 le domande definite positivamente (1.783 i dinieghi, 594 le rinunce) e nel frattempo sono state operate assunzioni di personale a tempo determinato per sbrigare più pratiche: finora su 800 individuati, ne sono stati assunti 492.

Ciononostante, la regolarizzazione va avanti piano. Una situazione che sta causando seri disagi ai lavoratori 'emergenti' come Manuel, peruviano: da novembre 2019 lavora come badante per una persona anziana, che però poche settimane fa gli ha annunciato di voler interrompere il rapporto di lavoro. «Anche se il datore di lavoro si è impegnato a completare l’iter, Manuel dovrà affrontare una serie di problemi – racconta Edda Pando, dello sportello Arci 'Todo Cambia' di Milano –. Non potrà avviare un altro contratto regolare fino a quando non sarà completata la procedura: ha due figli da mantenere e sarà costretto a lavorare in nero. Inoltre, ha già versato un anno e mezzo di contributi, ma se verrà licenziato non potrà ricevere il sussidio di disoccupazione». Anche Emma lavora come badante da gennaio 2020: «La sua datrice di lavoro ha presentato domanda per la regolarizzazione impegnandosi a sottoscrivere il contratto in un secondo momento, una possibilità prevista dalla norma, ma non lo ha ancora fatto – spiega Edda Pando –. Inoltre, minaccia di non presentarsi in prefettura per completare l’iter ricattando Emma, che vorrebbe cambiare lavoro ma non può farlo». Molto frequenti sono anche i casi in cui il datore di lavoro è deceduto e il 'regolarizzando' si trova in un limbo. «Non può instaurare un nuovo rapporto di lavoro fino a quando non si è concluso l’iter. Inoltre, il lavoratore avrebbe diritto alla disoccupazione: il problema è che non si riesce a inviare la richiesta» sintetizza Carla Puccilli, del patronato Acli di Milano. «Se una procedura pensata per durare pochi mesi si prolunga all’infinito genera molti problemi – aggiunge l’avvocato Francesco Mason, che sta seguendo diversi casi tra Venezia, Padova e Treviso –. La domanda di emersione dovrebbe permettere di ottenere qualsiasi diritto legato alla condizione di lavoratore ma, di fatto, molti uffici non la accettano. Un mio cliente, ad esempio, aveva la necessità della patente per raggiungere la sede di lavoro, ma la motorizzazione gli ha negato la possibilità di fare l’esame». Un ulteriore elemento che complica le pratiche di emersione è la richiesta di attestare l’idoneità alloggiativa da parte di chi ha presentato la domanda di adesione, pena il rigetto della stessa: «Molte persone che hanno fatto domanda di emersione risiedono in Cas che non sono in grado di fornire questo documento – spiega ancora Mason –. Lo stesso vale per chi viene ospitato da amici o condivide una stanza con altre persone. Chiedere l’idoneità alloggiativa a una persona che sta facendo una domanda di emersione non ha senso se consideriamo l’obiettivo della procedura di far emergere persone irregolarmente soggiornanti in Italia, che spesso si trovano in situazioni abitative precarie». (Ilaria Sesana – Avvenire) 

 

Il dono della Misericordia

12 Aprile 2021 - Città del Vaticano - Sette giorni dopo la Pasqua, Gesù appare ai discepoli nel Cenacolo, dove si trovavano, le porte chiuse per “timore dei Giudei”, leggiamo nel quarto Vangelo. Sette come i giorni della creazione, come dire che in quel periodo è racchiuso tutto il tempo e tutto lo spazio. Sette è il simbolo di Dio e della sua perfezione e completezza; sette sono le settimane del tempo di Pasqua. Sette sono gli anni di abbondanza e altrettanti quelli di carestia in Egitto al tempo di Giuseppe. Nell’Apocalisse il sette torna sette volte per indicare chiese, candelabri, stelle, coppe, spiriti, suggelli e tombe. Sette giorni dopo la Pasqua, la chiesa fa memoria della festa introdotta da san Giovanni Paolo II, devoto di suor Faustina Kowalska che proclama santa durante il Giubileo del duemila. Attraverso la misericordia Gesù opera la “risurrezione dei discepoli”, che viene loro offerta “attraverso tre doni: dapprima Gesù offre loro la pace, poi lo Spirito, infine le piaghe”. Celebra la Messa nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, papa Francesco; con lui alcuni missionari della Misericordia – sacerdoti con poteri speciali di assoluzione, voluti da Francesco con il Giubileo della Misericordia nel 2015 – presenti detenuti dal carcere di Regina Cæli, dal reparto femminile di Rebibbia, e Casal del Marmo di Roma, infermieri, alcune Suore Ospedaliere e alcune persone con disabilità, una famiglia di migranti dall’Argentina, rifugiati provenienti da Siria, Nigeria ed Egitto. Misericordia. Papa Giovanni XXIII, aprendo il Concilio, voleva una Chiesa che “preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore”. Paolo VI, chiudendo il Vaticano II, ricordava che “l’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio”. Papa Wojtyla consegnerà al mondo la sua enciclica Dives in Misericordia: “la Chiesa contemporanea è profondamente consapevole che soltanto sulla base della misericordia di Dio potrà dare attuazione ai compiti che scaturiscono dalla dottrina del Concilio Vaticano II”. Benedetto XVI, a Erfurt, nell’ex convento agostiniano, dove ha studiato Martin Lutero, ripropone l’interrogativo dell’iniziatore della Riforma, quasi premessa dell’Anno della fede: “come posso avere un Dio misericordioso”. Francesco apre a Bangui, Repubblica Centroafricana, l’Anno Santo della Misericordia: nel mistero di Dio, la misericordia “non è una sua qualità tra le altre, ma il palpito stesso del suo cuore”; così nella Fratelli tutti, propone l’icona del Samaritano, come chiave dell’enciclica. Sette giorni dopo, il primo della settimana, Gesù incontra i suoi “angosciati” e “sfiduciati”, leggiamo in Giovanni, e “li rialza con la misericordia”; e loro, afferma papa Francesco con un suo neologismo, “misericordiati, diventano misericordiosi. È molto difficile essere misericordioso se uno non si accorge di essere misericordiato”.  Ai discepoli Gesù dice: “pace a voi”. La pace di Gesù suscita la missione: “non è tranquillità, non è comodità, è uscire da sé. La pace di Gesù libera dalle chiusure che paralizzano, spezza le catene che tengono prigioniero il cuore. Gesù oggi ripete ancora: pace a te, che sei prezioso ai miei occhi. Pace a te, che sei importante per me”. Il secondo dono è lo Spirito Santo, “per la remissione dei peccati”. Al centro della confessione, la mano “sicura e affidabile” del Padre “che ci rimette in piedi”, ricorda il Papa, “non ci siamo noi con i nostri peccati, ma Dio con la sua misericordia. Non ci confessiamo per abbatterci, ma per farci risollevare”. Il terzo dono, sono le piaghe, “da quelle siamo guariti”; come l’incredulo Tommaso, “tocchiamo con mano che Dio ci ama fino in fondo, che ha fatto sue le nostre ferite, che ha portato nel suo corpo le nostre fragilità”. Non “dubitiamo” più della sua misericordia, e “adorando, baciando le sue piaghe scopriamo che ogni nostra debolezza è accolta nella sua tenerezza”. I discepoli “misericordiati” hanno condiviso tutto e “nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune”. Il Papa sottolinea: “Non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro”. Prima avevano litigato su premi e onore, la misericordia “ha trasformato la loro vita”. (Fabio Zavattaro - Sir)  

MCI Romania: dalla Domenica delle Palme una nuova comunità a Orodea

9 Aprile 2021 - Bucarest - Dallo scorso 28 marzo, Domenica delle Palme, la Missione Cattolica Italiana in Romania ha un'altra Missione ad Oradea, grazie alla "benevolenza del vescovo mons. László Böcskei", sottolinea il coordinatore nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Romania, don Valeriano Giacomelli. Orodea è situata a nord-ovest della Romania, capoluogo della provincia Bihor. In questa zone - dice don Valeriano - si stima una presenza di italiani che si aggira intorno alle 600 unità. La Santa Messa verrà celebrata nella chiesa situata nel centro fortificato della città chiamato Cetate. La chiesa ospita per le funzioni liturgiche anche un'altra minoranza, quella slovacca, ed è un edificio progettato da un architetto italiano.  Questa chiesa - sottolinea il sacerdote italiano - è parte integrante del Palazzo Principesco all'interno della Fortezza di Oradea.  

Migranti Valsusa: incontro diocesi con istituzioni

9 Aprile 2021 - Torino - Il 7 aprile scorso negli uffici della curia vescovile di Susa si è tenuta una riunione convocata dall’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, mons. Cesare Nosiglia, per confrontarsi sulla situazione dei migranti alla frontiera della Val di Susa: un incontro voluto dalla Chiesa locale con le istituzioni e le associazioni che operano in questo ambito, per provare ad individuare percorsi e soluzioni condivise, fa sapere oggi la diocesi in una nota. A livello istituzionale erano presenti per la Prefettura di Torino il viceprefetto aggiunto Paolo Cosseddu e il funzionario Assistente Sociale Donatella Giunti. I territori di frontiera erano rappresentati dal sindaco del comune di Oulx, Andrea Terzolo, quello di Claviere, Franco Capra, e dall’assessore alle politiche sociali del comune di Bardonecchia Marchello Piera. Il mondo del volontariato era rappresentato dalla CRI - comitato di Susa, con la presidente Grazia Rapaggi ed il responsabile della sezione di Bussoleno Michele Belmondo, da Paolo Narcisi, presidente della associazione Rainbow for Africa Onlus, e dal volontario Luca Guglielmetto.  Per la Chiesa locale erano presenti il direttore Migrantes di Torino e del Piemonte, Sergio Durando, il direttore della Caritas di Susa, Alessandro Brunatti, il vicario della diocesi di Susa mons. Daniele Giglioli e don Luigi Chiampo in veste di rappresentante della Fondazione Talità Kum Budrola onlus e della Migrantes diocesana, che gestisce il Rifugio Fraternità Massi di Oulx, nonché responsabile dell'Ufficio Migrantes della diocesi di Susa L’incontro - spiega oggi la diocesi -  ha permesso di fare il punto sull’evoluzione del fenomeno migranti negli ultimi anni, a partire dai primi passaggi a Bardonecchia nel 2017 per arrivare alla situazione attuale, che coinvolge principalmente i comuni dell’Alta Valle, geograficamente in prima linea, ma che interroga profondamente e che chiama all’azione tutto il territorio della Valle. Negli ultimi mesi i passaggi si sono intensificati e sono ormai prevalenti gli arrivi dalla rotta balcanica di famiglie con bambini piccoli e di soggetti fragili, la capacità di accoglienza è concentrata nel comune di Oulx con i 55 posti del Rifugio Fraternità Massi che è il riferimento principale per la rete informale di associazioni e volontari che opera a favore dei migranti. Lo sgombero della casa cantoniera occupata di Oulx, che, se pure al di fuori della legalità, garantiva un punto di appoggio ulteriore ai flussi di passaggio, ha messo in luce l’esigenza di affiancare alla volontà e alla generosità dei privati una risposta istituzionale più forte come anticipato da mons.  Nosiglia nella sua lettera del 25 marzo. Stimolati dall’arcivescovo a una progettualità di più ampio respiro, i partecipanti hanno condiviso un progetto di azione per il rilancio delle attività a sostegno dei migranti basato su alcuni punti fondamentali: la riorganizzazione del Rifugio di Oulx, con il contributo di fondi pubblici, per consolidare questo nodo logistico della accoglienza; l’estensione della capacità di accoglienza ad altri comuni della media valle grazie alla disponibilità di strutture private e della protezione civile da utilizzare quando necessario; il potenziamento della rete di soccorso e assistenza, di base e sanitaria, su tutto il territorio dell’ Alta valle, riconoscendo e supportando il ruolo delle associazioni che già operano sul territorio e l’impegno della diocesi  che ha profuso locali e fondi della Caritas. In particolare, il passaggio da una azione locale e gestita con risorse private ad una azione di territorio con il contributo della prefettura e del ministero dell’interno, deve segnare un salto di qualità nella gestione di un fenomeno che non diventa di ordine pubblico solo se si lavora in modo coordinato alla salvaguardia e alla tutela delle persone in transito, dei loro diritti e necessità di base. Mons. Nosiglia ha concluso ribadendo il ruolo importante che hanno e che possono avere le comunità parrocchiali della diocesi di Susa e di Torino, con il loro capitale umano e la naturale capacità di accoglienza, e d’intesa con i rappresentanti della Prefettura si è impegnato a sollecitare una risposta rapida da parte delle istituzioni.

Migrantes Torino: dal 21 aprile un corso per famiglie che desiderano accogliere

9 Aprile 2021 - Torino - Un corso per famiglie che desiderano accogliere. Lo propone, dal prossimo 21 aprile, l'Ufficio Migrantes di Torino ed è rivolto a chi è interessato all'accoglienza dei rifugiati che necessitano ancora di un supporto per poi poter proseguire in autonomia il loro percorso di integrazione nel nostro paese. Si tratta di un percorso di formazione, con il confronto con chi ha già vissuto questa esperienza, rivolto a singoli e famiglie che vogliono sperimentare l’accoglienza di un rifugiato nella propria casa. Il corso è articolato in quattro incontri di approfondimento dedicati ai temi delle aspettative, dei diritti e dell’esperienza di accoglienza. Il corso, promosso dalla Migrantes di Torino, si avvale della collaborazione dell’Associazione Famiglie Accoglienti, nell’ambito del progetto Rifugio Diffuso promosso dall’Ufficio Stranieri di Torino.

Viminale: da inizio anno sbarcate 8.505 persone sulle coste italiane

9 Aprile 2021 - Roma - Sono 8.505 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Di questi 1.239 sono di nazionalità tunisina (15%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Costa d’Avorio (1.109, 13%), Bangladesh (915, 11%), Guinea (752, 9%), Sudan (465, 5%), Eritrea (430, 5%), Egitto (362, 4%), Mali (361, 4%), Marocco (317, 4%), Algeria (316, 4%) a cui si aggiungono 2.239 persone (26%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Migrantes: in distribuzione il nuovo numero di Migranti-Press

9 Aprile 2021 -

Roma - “Niger, frontiera d’Europa”. Questo il titolo di copertina del nuovo numero del mensile della Fondazione Migrantes, “Migranti-Press” e che contiene un reportage sul viaggio di una delegazione Migrantes nel piccolo Paese Africano. La delegazione era composta, fra gli altri, da mons. Antonino Raspanti, Vescovo di Acireale e vicepresidente della CEI, mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti e delegato Migrantes per la Conferenza Episcopale Piemonte-Valle d’Aosta e dal direttore generale della Fondazione Migrantes, don Giovanni De Robertis. Una visita alla piccola comunità cristiana presente in quel Paese, come spiega don De Robertis nell’editoriale: i cattolici sono appena 35.000, di cui circa 5.000 nigerini e il resto sub-sahariani, su una popolazione di oltre 22 milioni di abitanti e un territorio circa cinque volte l’Italia. «L’idea – scrive il sacerdote - è nata durante l’incontro dei Vescovi del Mediterraneo del febbraio 2020 a Bari». Ma perchè il Niger? Perché «questo Paese è diventato il punto di passaggio obbligato per tutti i subsahariani che vogliono arrivare in Libia e poi in Europa. Perché qui, nel campo di Hamdallaj, nel deserto a circa 40 km da Niamey, si trovano quei minori soli che le Nazioni Unite hanno salvato dai campi di detenzione libici, insieme ad altre centinaia di persone, e che noi speriamo possano arrivare presto in Italia per motivi di studio e ricominciare a vivere». Nel numero anche il punto sui corridoi umanitari, su un progetto, finanziato dalla Campagna “Liberi di partire, Liberi di Restare” in Costa d’Avorio, un progetto d'integrazione avviato dalla Migrantes della diocesi di Andria, un focus sulla Repubblica Democratica del Congo dopo l’uccisione dell’Ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista congolese, Mustapha Milambo. Nel servizio le testimonianze di alcuni studenti internazionali che hanno studiato in Italia e poi sono ritornati nel loro Paese per dare il loro contributo. E ancora un approfondimento su Eleonora Ragusa e gli italiani in Giappone, un servizio sul circo Rolando Orfei fermo a Rieti a causa della Pandemia e alcune iniziative delle Migrantes diocesane per conoscere il mondo, il popolo Rom e per sconfiggere una cultura di pregiudizio. (R. Iaria)

Scoprirsi italiani: i viaggi delle radici in Italia. Domani “Speciale Europa”

9 Aprile 2021 -

Roma - Domani, Sabato 10 aprile alle ore 15, si chiude il ciclo di appuntamenti sul “turismo delle radici” questa volta dedicato all’Europa. Durante l'incontro si parlerà di questa particolare forma di turismo (il turismo delle radici) con diversi ospiti, che, dalle loro prospettive (istituzionali, estere, e regionali), racconteranno del doppio filo che lega chi è partito, chi è restato e chi ritorna. Inoltre, per quest’ultimo appuntamento ci sarà uno spazio  dedicato alle radio che raccontano gli italiani nel mondo, per capire quali sono i temi che occupano i loro palinsesti e che spazio occupa  il turismo delle radici. Tra gli interventi Giovanni de Vita del Ministero Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), Irene Castagnoli, Console Generale d’Italia a Parigi, Raffaele Napolitano, Coordinatore Comites Bruxelles-Belgio, Toni Ricciardi, Storico delle migrazioni all'Università di Ginevra, Ilaria del Bianco, Presidente dell'Unaie, Paola Cairo di PassaParola e RadioARA, Luciana Mella di Radio Colonia, Filippa Dolce di RadioCom.tv, Roberto Paletta di Radio Pizza, Claudia Donnini, Presidente Comites di Parigi. A coordinare e stimolare il dibattito Marina Gabrieli, Riccardo Giumelli, Delfina Licata e Giuseppe Sommario. Il webinar, dal titolo che riprende la ricerca “Scoprirsi italiani: i viaggi delle radici in Italia”, potrà essere seguito sulle pagine Facebook dell’Osservatorio e del Festival delle Spartenze: https://www.facebook.com/ORI-Osservatorio-Permanente-delle-Radici-Italiane-102943638303531https://www.facebook.com/festivalspartenze; e sulle “frequenze” di Radio Com: www.radiocom.tv.

Gesuiti: “la pandemia ha aggravato le disuguaglianze nel sistema di accoglienza”

9 Aprile 2021 - Roma - “Di male in peggio. Il Covid-19 aggrava le disuguaglianze nell’accoglienza dei richiedenti asilo”. E’ questo il titolo del rapporto realizzato dal Jesuit Refugee Service comparando i vari Paesi europei. “Tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo 2020 – si legge nel rapporto - è diventato chiaro che l'epidemia di Covid-19 aveva raggiunto l'Europa. A metà marzo quasi tutti gli Stati membri dell'Ue hanno adottato una serie di misure per limitare il contagio, comprese misure come quella di limitare i viaggi sia nazionali che internazionali. Inoltre, in molti paesi, i governi hanno ordinato alle loro popolazioni di rimanere a casa e prendere le distanze in presenza di altre persone”. “In molti paesi europei – continua il rapporto - il Jrs è attivo nel fornire accoglienza ai richiedenti asilo, sia all'interno dei sistemi di accoglienza nazionali o colmando alcune lacune di tali sistemi. Jrs ha quindi assistito in prima persona alle difficoltà incontrate dai richiedenti asilo nell'adesione alle misure di prevenzione del Covid-19 dovendo spesso condividere i loro spazi di vita con molte altre persone. Il Jrs ha anche rilevato come la già carente fornitura di accoglienza e assistenza sia stata aggravata dalla pandemia”. “Insieme a partner in nove Stati membri dell'Ue (Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Malta, Portogallo, Romania e Spagna) abbiamo deciso di mappare e analizzare la possibilità di accedere e rimanere nel sistema di accoglienza durante la pandemia. Abbiamo anche studiato l’impatto delle misure di prevenzione del Covid-19 sulle condizioni materiali di accoglienza. Infine, abbiamo esaminato la resilienza dei sistemi di accoglienza in tempi di pandemia esplorando fattori come la capacità di risposta delle autorità responsabili nel fornire orientamenti alle strutture di accoglienza e l'adattabilità dei diversi modelli di accoglienza ai requisiti del Covid-19. Abbiamo raccolto e confrontato le informazioni relative alla situazione in questi campi in precedenza, durante e dopo il blocco iniziale, tenendo traccia degli sviluppi rilevanti fino a fine novembre 2020. In questo rapporto, "lockdown" si riferisce al periodo in cui il più alto numero di restrizioni (cioè limitazioni di movimento, limitazione massima della vita sociale e pubblica e raduni, chiusura di negozi, bar e ristoranti) erano in atto nella maggior parte dei paesi. Il periodo di lockdown iniziale è iniziato approssimativamente a metà marzo ed è durato fino a maggio/giugno 2020, per la maggior parte dei paesi. Questo è stato seguito da un periodo in cui le restrizioni per il Covid-19 sono state allentate, sebbene mai completamente rimosse. Nell'estate del 2020, alcuni paesi hanno reintrodotto misure più rigorose e all'inizio di novembre 2020 erano entrate in vigore nuove forme di lockdown di nuovo nella maggior parte dei paesi presi in esame”. “Questa ricerca si basa sulle informazioni raccolte dall'esperienza diretta dei partner del Jrs che prestano servizi nelle strutture di accoglienza e organizzano direttamente l'accoglienza per i richiedenti asilo, all'interno dei sistemi nazionali formali o indipendentemente. Le informazioni sono state verificate in modo incrociato e integrate da una ricerca documentale per confermare i nostri risultati. Nei casi di Belgio e Spagna, dove i partner del Jrs Europa non sono direttamente coinvolti nell'accoglienza dei richiedenti asilo, le informazioni sono state raccolte principalmente attraverso ricerche documentali e contatti con altre organizzazioni nazionali pertinenti”. “Il nostro lavoro è stato limitato da diversi fattori al di fuori del nostro controllo: l'intrinsecamente volatile situazione correlata alla pandemia si traduce in misure che sono in continua evoluzione e difficili da seguire e valutare, soprattutto visto il breve lasso di tempo durante il quale abbiamo la mappatura. Inoltre, l'esperienza diretta dei nostri partner non è sempre in grado di riflettere un'immagine completa delle problematiche legate all'accoglienza in un dato paese. Questo è in particolare il caso dei paesi in cui l'accoglienza è organizzata da una grande moltitudine di attori o dove la responsabilità è decentralizzata. Tuttavia, siamo fiduciosi che i risultati che presentiamo sono sufficientemente rappresentativi per consentirci di trarre lezioni pertinenti e raccomandazioni per il futuro, sia nel contesto di una pandemia, sia più in generale per una politica di accoglienza umana, accogliente e inclusiva”.  

Il migrante arrivato dal mare che accoglie i fratelli profughi

9 Aprile 2021 - Roccella Jonica - Mohammed Hussin Hari è giunto a Roccella Jonica sei anni fa. Era il 6 novembre 2015 e il freddo s’era già impossessato del suo spazio di stagione quando sbarcò da un’imbarcazione sulla costa ionica reggina assieme ad altri disperati compagni di viaggio salpati dalla Turchia. Uno straniero come i tanti che arrivano qui sulle rotte della disperazione e della speranza; ma ora Momo – così lo chiamano tutti – ha un motivo in più per non sentirsi estraneo nella comunità calabrese: infatti è diventato cittadino onorario di Roccella Jonica per meriti speciali. Il Consiglio comunale lo scorso mese di marzo gli ha tributato il riconoscimento «in segno della profonda riconoscenza e concreta gratitudine per il suo operato e come manifestazione dei sentimenti di solidale accoglienza che caratterizzano la nostra comunità». Momo parla 5 lingue e ogni volta che un barcone approda nella Locride è sempre il primo ad accogliere i migranti e a fare da tramite con forze dell’ordine, medici e volontari. È lui che tranquillizza tanto chi arriva quanto chi deve accogliere. La goccia che ha colmato il vaso della riconoscenza della comunità calabrese nei confronti di questo mediatore linguistico di origini irachene è caduta la scorsa estate, quando a Roccella arrivò l’ennesimo gruppo di migranti, tra cui 15 minori non accompagnati. Il giorno dopo si seppe che alcuni di loro erano positivi al Covid. Scattò allora una complicata macchina organizzativa, mirata anzitutto a trovare loro una sistemazione. Ma soprattutto c’era da pensare a come garantire ai ragazzi, già duramente provati, le cure e l’assistenza necessarie a rendere dignitosa e sicura la loro permanenza in quarantena. Senza trascurare l’impatto della notizia sulla popolazione. Fu proprio Momo allora a tendere una mano fondamentale: «Tranquillo sindaco, sto io con i ragazzi. Mi prendo cura io di loro per questa settimana». Sette giorni che diventarono un mese, mentre Comune, Prefettura e forze dell’ordine lavoravano per garantire la sicurezza e la salute di tutti. Al fianco dei ragazzi c’era sempre Momo: parlava con loro, sempre più sconfortati, riferiva di cosa avevano bisogno, cucinava, curava le loro ferite, verificava che prendessero i medicinali, sorvegliava sulle condizioni igieniche. Fino al 18 agosto, quando l’ultimo giovane migrante partì per Roma. «Senza Mohammed quei ragazzi non avrebbero retto, non saremmo riusciti a garantire un’ospitalità dignitosa», sottolinea ora il portavoce dell’amministrazione comunale ricordando l’arrivo di Momo cinque anni fa, accolto dai volontari dell’Associazione 'Aniello Ursino', da Mimmo e dalla signora Rosella. Aggiunge: «Ha iniziato a lavorare, a conoscere altre persone che hanno imparato a stimarlo per la sua serietà e la sua disponibilità. Ogni volta che si registra uno sbarco la prima cosa che tutti chiediamo è: 'Ma Momo c’è?'. E Momo c’è, sempre». «Grazie, grazie a tutti per questo riconoscimento. È una cosa grande per mi», racconta commosso il neo-cittadino nel suo italiano ancora incerto ma più che comprensibile, a margine della manifestazione ufficiale celebrata il mese scorso in municipio. «tutti qui mi rispettano, grazie, grazie a tutti. Sono felice, in questo momento così difficile per tutto il mondo, di essere in Italia e a Roccella». Ma felice si dimostra anche il sindaco della cittadina della Locride, Vittorio Zito, il quale ricorda l’impegno continuo di Momo ad ogni sbarco e sottolinea come l’aiuto garantito la scorsa estate è andato non solo a vantaggio di Roccella «ma di tutta l’umanità. Momo riesce sempre a tranquillizzare i migranti spiegando loro che cosa devono fare e d’altra parte a noi dice quali sono le loro esigenze». (Domenico Marino)  

Giornata internazionale Rom: occasione per richiamare l’attenzione su questo popolo

8 Aprile 2021 - Roma - Ogni anno la Giornata internazionale del popolo rom e sinto, che si celebra oggi,  richiama l’attenzione su questo popolo composto da uomini, donne e bambini spesso ignorati e lontani dai nostri interessi.  Una data, quella dell’8 aprile, che nasce quando, nella Primavera del 1971, alcuni intellettuali e attivisti rom di tutta Europa si incontrarono a Chelsfield, vicino Londra, in un congresso internazionale per riflettere sulla condizione delle rispettive comunità. Una comunità, quella dei rom e sinti in Europa che conta circa 12 milioni di persone. In Italia circa 170 mila. Di questi circa 18 mila quelli in emergenza abitativa e di essi circa 11.500 in insediamenti progettati, costruiti e gestiti dalle istituzioni locali e meno di 7 mila in insediamenti informali. Secondo alcuni dati sul territorio italiano si contano 111 insediamenti formali per soli rom in una sessantina di Comuni italiani con una presenza interna di cittadini italiani che raggiunge il 49%. Persone spesso non riconosciuti nel nostro Paese. Un mancato riconoscimento che oltre a non aiutare la tutela di alcuni diritti fondamentali, accresce l’apolidia e sempre più, nelle nostre città, produce emarginazione e ghettizzazione. Ecco allora l’urgenza di un maggiore impegno per trovare nuove strade che aiutino ad abbattere pregiudizi e barriere ideologiche.  

Le sfide dell’emigrazione: un dibattito all’università di Siena

8 Aprile 2021 - Siena - Si è svolto questa mattina, in videoconferenza, il seminario dal titolo “Le sfide dell’emigrazione”, organizzato dal dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell’Università di Siena. L’incontro è stato organizzato per gli studenti dei corsi di Storia dei rapporti tra Stato e Chiesa, tenuto dal professor Bianchi, e Demografia e disuguaglianza territoriali, tenuto dalla professoressa Buccianti. A relazionare sono stati chiamati il card. Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena – Colle Val D’Elsa - Montalcino e delegato Migrantes della Conferenza Episcopale Toscana e mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, con una lunga esperienza nel campo delle migrazioni e  già Direttore Generale della Fondazione Migrantes. Il dibattito si è aperto con i saluti istituzionali del Direttore del Dipartimento prof. Gerardo Nicolosi e con una introduzione del card. Lojudice seguito dalla testimonianza di mons. Pierpaolo Felicolo, direttore Migrantes della diocesi di Roma e dalla relazione di mons. Perego che ha concentrato il suo intervento sulle sfide che ci smuovono, ci obbligano ad assumere nuove prospettive e a sviluppare nuove risposte sul tema migratorio. Quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse, ha detto il presule che ha sviluppato alcuni punti su cui riflettere a partire dalla sfida della realtà contro l’ideologia. Oggi – ha detto - sono circa 272 milioni i migranti internazionali, di cui il 74% in età economicamente attiva (tra 20 e 64 anni). Di questi 164 milioni sono lavoratori migranti, 26 milioni sono i rifugiati, 4,2 milioni i richiedenti asilo e 50,8 milioni gli sfollati interni, sia per conflitti che per catastrofi naturali. Riferendosi all’Italia i migranti sono circa 5.300.000, la maggior parte in età economicamente attiva. Di questi 2 milioni sono le famiglie; quasi tre milioni i lavoratori; 207mila i rifugiati; solo 1 su 10 di coloro che sono sbarcati sulle nostre coste si è fermato in Italia. Sono solo 80 mila il saldo tra chi è arrivato e chi è partito. L’Italia, per tanti motivi, ha detto mons. Perego, non è un Paese in cui i migranti vogliono fermarsi. A seguire ha analizzato “La sfida dell’apertura e dell’accompagnamento più che del rifiuto e del respingimento”; “La sfida dell’Investimento nella cooperazione allo sviluppo”. Ha affrontato il tema sull’”accompagnamento degli studenti stranieri” e sulla cittadinanza italiana  ha detto che bisogna estendere “più che limitare”. E ancora il tema sulle “Aree metropolitane e i migranti”. In generale i migranti tendono a spostarsi dalla periferia verso il centro delle città per sentirsi più inclusi, ha detto mons. Perego. E poi la sfida dei diritti che hanno i migranti, la sfida dell’ingresso di famiglie e di richiedenti asilo, la sfida delle seconde generazioni, e concludendo, la sfida allo sfruttamento lavorativo. Concludendo i lavori il card. Lojudice ha evidenziato come una delle sfide sul tema migratorio oggi è quello ideologico che bisogna superare con la conoscenza del fenomeno. Il porporato ha poi citato i messaggi di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra ogni anno sottolineandone l’importanza non solo dal punto ecclesiale ma anche civile.

Vangelo Migrante: II domenica di Pasqua o della Divina Misericordia (Vangelo Gv 20, 19-31)

8 Aprile 2021 - Ogni domenica è detta ‘Pasqua della Settimana’, perché celebra il mistero della Resurrezione di Gesù con la stessa Solennità e la stessa intensità del giorno di Pasqua. Domenica prossima è la domenica ‘in Albis’ perché tradizionalmente quanti venivano battezzati la notte di Pasqua in questo giorno dismettevano le proprie vesti bianche. Giovanni Paolo II le accostò anche il titolo di ‘domenica della misericordia’, riprendendo dal Vangelo quanto Gesù dice ai suoi discepoli: “ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati …”. Il Vangelo ci racconta anche l’esperienza dell’apostolo Tommaso: quando Gesù viene in mezzo ai suoi discepoli la sera dello stesso giorno, quello della Resurrezione, Tommaso non c’è; Gesù torna otto giorni dopo e Tommaso è presente. Al racconto dei fatti, Tommaso non crede. La sua vicenda vive nell’immaginario come emblema del rapporto tra fede e ragione. A ben vedere, la sua storia ci rivela cos’è la fede e qual è il ruolo della ragione in relazione ad essa: non è logica e non si basa su deduzioni di tipo causa-effetto. L’assenza e la presenza nel luogo dove Gesù ‘sta in mezzo a loro’ non è marginale: per incontrare il Signore è necessaria la presenza nel Cenacolo. La fede non parte da Tommaso ma da Gesù che gli porge la mano: “metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; allunga la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo ma credente”. Essa è un’offerta di Gesù e allo stesso tempo richiede una condizione umana: la presenza nel Cenacolo, complementare alla sua proposta. L’atto del credere resta sempre un atto libero, consapevole … e onesto, a condizione che si riconosca ragionevolmente quando la verità precede le proprie convinzioni. L’effetto è visibile a tutti: la gioia! “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”, conclude Gesù. Il Signore si fa sempre trovare … da chi lo cerca e, per primo, tende la mano!

p. Gaetano Saracino

     

Comunità di S. Egidio: “Superare pregiudizi e puntare su scuola e integrazione”

8 Aprile 2021 -

Roma - In occasione del “Romanò Dives”, la giornata internazionale dei Rom, che si celebra oggi, 8 aprile, in ricordo del primo Congresso mondiale dei Rom tenutosi nel 1971 vicino Londra, la Comunità di Sant’Egidio rivolge gli auguri a tutti i Rom (e alle popolazioni romanì che si identificano con questo nome) e sottolinea alcune idee, preoccupazioni e prospettive sulla presenza di questo popolo in Italia ed Europa. Occorre anzitutto "prendere le distanze da vecchi e nuovi pregiudizi, fonte di ostilità e discriminazioni, e intraprendere con coraggio iniziative che favoriscano la piena inclusione dei Rom nelle nostre società, valorizzando la cultura e la condivisione della memoria, considerando che quasi nessuno in Italia conosce il Porrajmos, lo sterminio di Rom e Sinti durante la seconda guerra mondiale". Bisogna poi puntare su un serio programma di scolarizzazione, una "autentica priorità - si legge in una nota - per un popolo, che in larga parte è costituito da bambini e giovani (circa il 50% delle 140.000 presenze in Italia ha meno di 18 anni). Solo "investendo seriamente su un’istruzione e una formazione di qualità si potrà avere una generazione pienamente integrata nella nostra società". Infine occorre "attuare politiche di inserimento abitativo, superando la logica emergenziale che spesso contraddistingue l’azione delle istituzioni rispetto a questa minoranza: la presenza di Rom e Sinti non è episodica o occasionale ed è evidente che approcci perennemente emergenziali non facilitano l’integrazione e sono spesso causa di spreco di fondi pubblici. L’integrazione dei Rom è possibile, come dimostrano tante situazioni, di cui Sant’Egidio ha fatto esperienza in anni di amicizia e impegno a loro fianco. Quando per i Rom valgono gli stessi criteri che per altre fasce di popolazione, l’integrazione funziona".

Gli spazi cimiteriali non cattolici in Italia: un convegno domani

8 Aprile 2021 - Roma - Domani, venerdì 9 aprile 2021 alle ore 16.00 si terrà in modalità online la Tavola rotonda “Gli spazi cimiteriali non cattolici in Italia”. L'intento è quello di avviare, a partire da una ricerca svolta presso il Dipartimento di Storia, antropologia, religioni, arte, spettacolo  per conto della Fondazione Migrantes, un confronto sulle questioni aperte – vecchie e recenti – che riguardano la governance dei cimiteri e dei "reparti speciali" delle minoranze religiose presenti in Italia. All'incontro interverranno, tra gli altri, dopo i saluti del direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, Maria Chiara Giorda, docente di Storia delle religioni,  Yassine Lafram, presidente dell'Unione Comunità Islamiche d'Italia Vakeria Leotta di Unitalia-Sefit e Silvia Omenetto.  Le conclusioni sono affidate a Carla Ferrario, docente di Geografia all'Università del Piemonte Orientale.

“Fratelli Tutti”: un corso di Alta Formazione al Seraphicum

8 Aprile 2021 - Roma - Si chiama “Fratelli tutti”, come l’enciclica di papa Francesco, il corso di alta formazione promosso dalla Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” Seraphicum, per andare al cuore della fraternità nelle sue declinazioni ecclesiologica, teologica, sociale, politica ed economica. Il corso, che sarà avviato a partire dal nuovo anno accademico (prima lezione il 5 ottobre), vede la collaborazione di realtà attivamente impegnate sul campo, come la Comunità di Sant’Egidio e il “Progetto economia di comunione”. Tre i moduli previsti per studiare la Fratelli tutti, anticipati dalle lezioni introduttive di fra Ugo Sartorio (teologo dei frati minori conventuali e giornalista) che consentiranno di avere uno sguardo d’insieme sulla ricchezza del documento, per poi approfondire le specifiche tematiche. Ci si soffermerà quindi sull’aspetto relativo all’ecclesiologia, mettendo in evidenza la visione di Chiesa e di fraternità in papa Francesco, nell’enciclica e, più in generale, nel suo magistero. Seguirà la parte relativa alle religioni con la partecipazione di esperti in tema di dialogo interreligioso, così da analizzare il “metodo Bergoglio” nel dialogo con le altre fedi. Quindi si passerà all’ambito politico-economico, per esaminare quanto papa Francesco suggerisce alla Chiesa e all’umanità in tema di politica e di economia. Il corso viene proposto nelle modalità on line e in presenza, tutti i martedì dalle ore 15 alle 19, per un totale di 120 ore (dal 5 ottobre 2021 al 31 maggio 2022, con obbligo di presenza per almeno i 2/3 delle lezioni), al termine delle quali dovrà essere presentata una tesina che consentirà di ottenere il certificato di frequenza. Accompagneranno gli studenti nell’approfondimento della Fratelli tutti, i teologi Ugo Sartorio, Simona Segoloni ed Enzo Galli; Marco Gnavi della Comunità di Sant’Egidio, direttore dell’Ufficio ecumenismo e dialogo per la Diocesi di Roma, con l’equipe della Comunità di Sant’Egidio; Luigino Bruni, economista e storico del pensiero economico con l’equipe del “Progetto Economia di Comunione”. "Con questo Corso di alta formazione - spiega fra Raffaele Di Muro, Preside e responsabile dell’iniziativa formativa - la Facoltà intende sviluppare temi molto cari a papa Francesco e assai importanti sotto i profili umano, sociale ed ecclesiale. Dall'enciclica del Papa emerge chiaramente la sua visione di Chiesa, il legame tra le religioni e il programma per una politica ed una economia sostenibili. Nel corso delle lezioni, gli esperti invitati ci aiuteranno a fare luce su queste dimensioni, così da approfondire l'enciclica alla luce di tutto il magistero di papa Francesco. Siamo certi che i partecipanti trarranno un grande beneficio formativo, anche in considerazione della preparazione dei docenti invitati. A tal proposito, sento di ringraziare tutti docenti, in particolare la teologa Simona Segoloni, la Comunità di Sant’Egidio e lo staff del "Progetto Economia di Comunione per la preziosa collaborazione".   Per ulteriori informazioni, si può visitare il sito web www.sanbonaventuraseraphicum.org o scrivere asegreteria@seraphicum.org. Termine delle iscrizioni il prossimo 30 settembre. Scarica qui la brochure del corso. Qui la domanda di iscrizione.