Primo Piano

Viminale: da inizio anno sbarcate 14.412 persone migranti sulle coste italiane

31 Maggio 2021 - Roma - Sono 14.412 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane in questo 2021. Di questi 2.520 sono di nazionalità bengalese (17%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (1.981, 14%), Costa d’Avorio (1.379, 10%), Eritrea (969, 7%), Guinea (914, 6%), Egitto (914, 6%), Sudan (878, 6%), Marocco (572, 4%), Mali (557, 4%), Algeria (413, 3%) a cui si aggiungono 3.315 persone (23%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina. Per quanto riguarda la presenza di migranti in accoglienza, i dati parlano di 76.061 persone su tutto il territorio nazionale di cui 417 negli hot spot (285 in quelli della Puglia e 132 in quelli della Sicilia), 50.055 nei centri di accoglienza e 25.589 nei centri Sai. La Regione con la più alta percentuale di migranti accolti è la Lombardia (13%, in totale 9.821 persone), seguita da Emilia Romagna (10%), Lazio e Piemonte (9%), Sicilia (8%), Campania (7%), Toscana, Puglia, Calabria e Veneto (6%).

Naima: “chiedo solo di essere accolta”

31 Maggio 2021 - Madrid -  «Sì, ho avuto molta paura. Pensavo di morire in mare con la mia bambina. Poi ho visto il sub della Guardia Civil e ho cominciato a fargli segnali di soccorso. Mi ha preso la piccola che avevo sulle spalle e l’ha portata fra le braccia a riva. Non l’ho più rivisto da allora, ma da qui lo ringrazio profondamente. Ora c’è un po’ di luce nel nostro futuro». Naima è la madre del fagottino di due mesi con la tutina a righe rosa strappato dieci giorni fa dall’agente del gruppo sommozzatori, Juan Francisco, alla morte nelle acque del Tarajal a Ceuta, durante la crisi che in 72 ore ha portato 10mila migranti a riversarsi a nuoto nell’enclave spagnola nel Maghreb. Quell’immagine del salvataggio ha fatto il giro del mondo con un clamore al quale Naima è rimasta aliena. Con i suoi tre figli di 2 mesi, 5 e 12 anni, si nasconde in un tugurio, per la paura di essere rimandata – come la gran parte dei suoi connazionali – dall’altro lato della frontiera, a Castillejo, Fnideq in arabo, il vecchio protettorato spagnolo e specchio povero di Ceuta, cresciuto in due decenni da 6mila a 77mila abitanti. La madre marocchina ha raccontato la sua odissea alla tv La Sexta, riuscita a rintracciarla. «Ero disperata », assicura. «Non avevo più un lavoro, nulla da dare da mangiare ai miei figli, neanche il latte, e mi stavano per cacciare di casa. Quando ho saputo che la frontiera era aperta non l’ho pensato due volte e mi sono lanciata in acqua con i bambini. So che molti sono morti in mare e molti altri si sono suicidati. Ma non avevo altra scelta, per la fame». Naima era una delle tremila 'porteadoras', le donne-mule cariche di mercanzie che facevano la spola fra Castillejo e Ceuta con piccoli commerci e merci di contrabbando, fino a che il Marocco non ha chiuso i varchi del Tarajal, con una decisione unilaterale nell’ottobre 2019. Porre fine al contrabbando in prevalenza di piccoli elettrodomestici e abiti usati, ma anche beni di prima necessità come pannolini, alcol, prodotti igienici - la finalità con cui Rabat giustificò allora la misura. E di passo asfissiare l’enclave spagnola, che con Melilla il regno alauita rivendica come proprie. Ma nell’isolamento, aggravato dal prolungato sbarramento imposto dalla pandemia, a restare intrappolate nel nulla sono state le centinaia di 'porteadoras', come Naima, residenti a Castilejo o provenienti dall’interno e dall’Atlas per racimolare poche centinaia di dirham al giorno. Spesso giocandosi la vita nella calca per passare i controlli con i pesanti fardelli. Sono l’anello debole della catena della crisi diplomatica e politica fra il Marocco e la Spagna, lungi dall’essere risolta alla frontiera sud d’Europa. E a poco sono valse le proteste che a febbraio, al grido di 'aprite la frontiera, avete ucciso Fnideq!', hanno coinvolto i tanti marocchini costretti a chiudere negozi, decine di piccole botteghe, e le vendite ambulanti, che davano da campare non solo alla gente di Fnideq ma anche a quella della vicina Beliones. Assieme ai tanti stagionali o alle lavoratrici domestiche che ogni giorno passavano la frontiera per lavorare a Ceuta. A marzo, 300 contratti temporanei offerti da Rabat alle 'porteadoras' per lavorare nel settore tessile a Tangeri e alcuni impieghi come spazzine sono state una goccia d’acqua nel deserto. Servita comunque a contenere le manifestazioni. Naima guadagnava l’equivalente di 20 euro al giorno, sufficienti per sfamare i suoi tre bambini. Da oltre un anno neanche quelli. Per questo, quando il 18 maggio ha saputo che la gendarmeria marocchina aveva allentato i controlli per poche ore, non ha esitato a lanciarsi verso la scogliera del Tarajal, aggrappata con i figli a salvagenti giocattolo. Non poteva sapere che, in un cinico calcolo strategico, con migliaia di altri disperati era utilizzata da Rabat come 'bomba umanitaria' su Ceuta, per fare pressione su Madrid a fini politici. Ora, nascosta nell’enclave, chiede aiuto al governo spagnolo, perché - supplica - «mi dia un’opportunità e mi accolga con i miei figli». (Paola Del Vecchio)  

Il mondo in un mese accanto alla Madre

31 Maggio 2021 - Milano - Ci sono Lourdes e Fatima, Città del Messico e Nagasaki, Loreto e Pompei, il Myanmar e l’Australia. La maratona di preghiera dei santuari, che il Papa conclude oggi ai Giardini Vaticani, è stata un originale giro del mondo. Di quelli che non trovi sulle carte geografiche ma disegnati sulle pareti del cuore, con gli occhi della memoria e i sogni del possibile come navigatori. Una 'mappa' dello spirito incorniciata da due linee, una orizzontale a unire i compagni di strada, l’altra orientata verso l’alto, a legare la terra al cielo in quel dialogo di vita che si realizza nella preghiera. Perché si viaggia da soli e al tempo stesso insieme, tutti figli unici dello stesso Padre e non è un paradosso ma realtà, Vangelo di misericordia, logica della carità. I santuari ce lo ricordano in modo chiaro, stanno lì a sottolineare come le vicende personali si intreccino con il dovere della condivisione, come succede nelle famiglie, quelle almeno dove si parla la stessa lingua degli affetti. Alla radice del loro nascere quasi sempre incontri personali che poi diventano patrimonio comune, la prima pietra parla il linguaggio dell’io, il resto dell’edificio si costruisce insieme, mattone dopo mattone, mescolando lacrime e Ave Maria, sogni e sorrisi, pentimenti e voglia di cambiamento. Succede così anche di fronte alla tragedia della pandemia, che a ben vedere è specchio di questa dimensione, individuale e plurale. Un male, un nemico che colpisce il singolo, ma si può vincere solo se lo si combatte uniti, e lasciare indietro i Paesi poveri, nella globalizzazione che indebolisce i confini, non sarebbe soltanto peccato etico, ma un drammatico autogol per le economie della salute delle comunità più ricche. L’itinerario di preghiera promosso dal Papa per invocare la fine della pandemia e la ripresa delle attività sociali ci dice però anche altro, molto altro, soprattutto sottolinea la fragilità umana e l’inadeguatezza dell’autosufficienza. Un binomio fatto di bisogni e offerte d’aiuto su cui gli architetti del sacro hanno disegnato cupole e basiliche, dipinti e statue, grandi cattedrali e piccole cappelle incastonate tra i monti. A ripercorrerne le origini una per una ci si immerge in storie spesso minime su cui irrompe la grandezza dell’Eterno e la via per avvicinarlo, un itinerario che quasi sempre passa dall’incontro con la Vergine. Madre che chiede preghiera, che si manifesta come una viandante bisognosa di latte per il Figlio, che indica una fonte di salvezza. Sono episodi di vita 'piccola' con protagonisti marinai sballottati dalle onde, venditori ambulanti, contadini, spesso giovanissimi. Vicende di statue che d’improvviso diventano così pesanti da non poterle sollevare, di icone miracolose, di luce tanto potente da oscurare il sole. Ed è bello accorgersi che tutto inizia dalla fedeltà a una promessa, dal coraggio dell’inaspettato, dall’eredità di uno stupore. Dal desiderio di ringraziare. Non a caso i santuari, quasi sempre sono una specie di 'ex voto', le fondamenta scavate ad apparizione 'ancora fresca', con il brivido dell’emozione che rende narratori, indagatori dell’animo, soprattutto testimoni. Il coraggio di condividere ciò che si è vissuto, anche a rischio di impopolarità e prese in giro, unito alla capacità di guardare avanti, di ipotizzare itinerari imprevedibili, di aprire frontiere nuove. Oggi  il Papa chiuderà il mese di maggio ritmato dalla preghiera per la liberazione dal virus, rivolgendosi alla 'Madonna che scioglie i nodi'. Ne indicherà cinque, dalla relazionalità ferita alla crisi del lavoro che non c’è, dal dramma della violenza al progresso umano chiamato a non dimenticare gli ultimi, fino al problema, più interno alla Chiesa, della pastorale. Temi, drammi, urgenze, racchiusi nelle lacrime e in tutte le preghiere che salgono al cielo dai santuari. In apparenza uguali, in realtà ciascuna diversa da tutte le altre. Al di là delle storie personali e dei confini, anzi superando ogni frontiera. Come un giro del mondo fatto senza viaggiare. Dimenticando le carte geografiche, alla scoperta dei luoghi della spirito, disegnati sulle pareti del cuore. (Riccardo Maccioni – Avvenire)  

L’amore della Trinità

31 Maggio 2021 - Città del Vaticano - Nella Deus caritas est Benedetto XVI scrive che l’amore deve essere comunicato agli altri perché Dio ci ricolma del suo amore, “messaggio di grande attualità e di significato molto concreto” in un mondo in cui “al nome di Dio a volte viene collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza”. Amore, dunque, che sarà sempre necessario: “non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo”. Con la loro condotta i cristiani dovrebbero mostrare quell’amore che è la realtà di Dio, l’essenza della Santa Trinità, “il mistero di un unico Dio. E questo Dio è il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Tre persone, ma Dio è uno. Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito è Dio. Ma non sono tre dei: è un solo Dio in tre Persone”. Francesco torna ad affacciarsi su piazza San Pietro per la recita della preghiera mariana, e, nel discorso che pronuncia, ricorda la Santissima Trinità, una festa che siamo chiamati a vivere non gli uni senza gli altri, sopra o contro gli altri, ma con gli altri, per gli altri e negli altri. Difficile capire il mistero della Trinità, di un Dio che si fa uomo per amore. Difficile anche per i Padri della Chiesa, teologi e esegeti, che nel corso della storia hanno impegnato tanto tempo nella riflessione, nella preghiera, e hanno versato fiumi di inchiostro per cercare di spiegare un Dio che è comunione di tre persone, legate l’una all’altra da essere una sola. Ma proprio qui c’è la chiave per capire questo mistero: Deus caritas est, Dio è amore e per questo “pur essendo uno e unico, non è solitudine ma comunione, fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Perché l’amore – afferma papa Francesco – è essenzialmente dono di sé, e nella sua realtà originaria e infinita è Padre che si dona generando il Figlio, il quale si dona a sua volta al Padre e il loro reciproco amore è lo Spirito Santo, vincolo della loro unità”. Mistero che ci è stato svelato da Gesù stesso, che ci “ha fatto conoscere il volto di Dio come Padre misericordioso; ha presentato sé stesso, vero uomo, come Figlio di Dio e verbo del Padre, salvatore che dà la sua vita per noi; e ha parlato dello Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, Spirito di verità”. Nel secondo capitolo della Genesi leggiamo: “non è bene che l’uomo sia solo”. L’uomo non è stato creato a immagine di un Dio solitario, ma di un Dio amore. Cristo con la sua presenza in mezzo a noi porta a compimento quanto leggiamo nell’Antico Testamento – è la prima lettura domenicale tratta dal Deuteronomio – e cioè di un Dio che parla dal fuoco, che sceglie “una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie”. E ci dice che sin dall’inizio ha messo la tenda in mezzo a noi, liberandoci dalle schiavitù che ci opprimono. In un tempo sospeso, come quello che stiamo vivendo, in cui lo stare assieme è esercizio non sempre possibile, in cui spesso esaltiamo le nostre individualità, e innalziamo muri e frontiere, Dio ci dice, nelle tre persone, che siamo chiamati a essere comunità, famiglia. Così Gesù, che si lascia avvicinare da coloro che erano considerati peccatori, anzi mangia con loro condividendo qualcosa che era determinante e sacro per gli ebrei: la tavola. Mangiare insieme significava celebrare comunione con Dio, vivere una amicizia e spezzando assieme il pane si fa dell’altro un compagno: cum panis. La festa di ieri, dunque, ci fa contemplare questo meraviglioso mistero di amore e di luce da cui proveniamo e verso il quale è orientato il nostro cammino terreno. Dice Francesco: “nell’annuncio del Vangelo e in ogni forma della missione cristiana, non si può prescindere da questa unità alla quale chiama Gesù”. Unità essenziale “non è un atteggiamento, un modo di dire”; essenziale “perché è l’unità che nasce dall’amore, dalla misericordia di Dio, dalla giustificazione di Gesù Cristo e dalla presenza dello Spirito Santo nei nostri cuori”. Infine, l’Angelus è anche occasione, per il Papa, di annunciare che il primo luglio ci sarà, in Vaticano, un incontro “con i principali responsabili delle comunità cristiane presenti in Libano, per una giornata di riflessione sulla preoccupante situazione del Paese e per pregare insieme per il dono della pace e della stabilità”. (Fabio Zavattaro – Sir)    

Viminale:da inizio anno sbarcate 14.054 persone sulle coste italiane

28 Maggio 2021 - Roma - Sono 14.054 le persone migranti sbarcate sulle coste da inizio anno. Di questi 2.481 sono di nazionalità bengalese (18%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (1.932, 14%), Costa d’Avorio (1.379, 10%), Eritrea (960, 7%), Guinea (911, 6%), Egitto (892, 6%), Sudan (877, 6%), Mali (557, 4%), Marocco (547, 4%), Algeria (407, 3%) a cui si aggiungono 3.111 persone (22%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Tessitori del “Noi ecclesiale”

28 Maggio 2021 - Roma - “La sfida resta quella di costruire percorsi che diano voce alle specificità delle comunità del Paese all’interno di un più ampio Noi ecclesiale: in quest’ottica, appare evidente che la sinodalità debba essere considerata non in prospettiva sociologica, ma nella sua dimensione spirituale: ancora prima delle scelte procedurali, essa ha a che fare con la conversione ecclesiale, a cui richiama costantemente il Papa”. Questo passaggio del comunicato finale della 74ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana restituisce il significato profondo del “cammino sinodale” avviato. Quel “Noi ecclesiale” è inclusivo e non esclusivo, nel senso che non disegna appartenenze segmentate ma riporta al centro dell’essenza stessa della Chiesa. La comunicazione, in questo senso, aiuta a tessere i fili delle comunità, intrecciandoli e annodandoli con creatività. (Vincenzo Corrado)

Ascoli Piceno: prime Comunioni e Cresime per 7 ragazzi del circo Madagascar

28 Maggio 2021 - Ascoli Piceno – Prime Comunioni e Cresime per sette ragazzi del Circo Madagascar. Si svolgerrano oggi pomeriggio nella chiesa dei Santi Simone e Giuda a Monticelli. Il circo è fermo da 7 mesi nella periferia del quartiere ascolano. A presiedere la celebrazione mons. Domenico Pompili, amministratore apostolico “sede vacante” di Ascoli Piceno. I ragazzi, Connor, Nathan, Tracy, Nicole, Kimberly, Ryan e Christian, si sono preparati per questo importante appuntamento seguiti da Linda Schiavi, Sandro Ciaffoni ed Emidio Luzi, tre catechisti della parrocchia. Oltre al grande significato in sé l’evento odierna suggella il rapporto di solidarietà che si è venuto a creare tra la comunità ascolana e queste famiglie.

Mons. Perego sui migranti: serve uno scatto di umanità e di solidarietà

28 Maggio 2021 - Roma – Mons. Gian Carlo Perego ringrazia i vescovi italiani che lo hanno chiamato alla presidenza della Commissione Episcopale per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes durante l’ultima Assemblea svoltasi a Roma. In questo – ha detto oggi in una intervista a VaticanNews – il presule ha “visto un'attenzione dell'episcopato italiano al tema delle migrazioni come uno dei temi che stanno attraversando non solo l'opinione pubblica, ma anche la coscienza e la vita delle nostre comunità cristiane. Quindi, farmi ritornare, penso che sia stato anche un segno anche per dire di riprendere a rafforzare un cammino, che già era avvenuto, in un tempo nuovo, in un tempo in cui il cammino della Chiesa, che è un cammino sinodale, deve incontrare il cammino anche degli uomini, soprattutto degli uomini migranti che soffrono e che sono in una situazione ancora più difficile, come vediamo dalle immagini tutti i giorni”. In questi giorni c’è una ripresa degli sbarchi che – ha spiegato – “sono quattro volte meno rispetto al 2014-2015, quando arrivavano 150-170mila persone, oggi ne vediamo 35mila, che però  segnalano un disinteresse a riprendere il discorso, soprattutto,  di revisione di Dublino e di responsabilità comune dell'Europa, e su questo la Chiesa italiana è preoccupata. Non si possono abbandonare le persone in mare, vedere morire delle persone. D’altra parte, però, è importante che si arrivi a delle decisioni, da una parte, di redistribuzione dei migranti e dei richiedenti asilo su tutto il territorio europeo, dall'altra a una politica rinnovata con i Paesi al di là del Mediterraneo”. E parlando delle foto, che hanno fatto il giro del mondo, di bambini vittime del mare il neo presidente della Commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes sottolinea che sono  morti della “indecisione, sono i morti del rinvio”. Occorre “uno scatto non solo di umanità, ma anche di politica, nel senso di come ce lo ricorda il Papa nella Fratelli tutti, nel capitolo V, una politica  che sia attenta al rispetto della dignità della persona, della vita delle persone e che cerchi, effettivamente, di considerare ogni persona un fratello, quindi una politica che sia certamente di solidarietà e non, invece, di ignoranza di questi problemi”. Nell’intervista mons. Perego allarga lo sguardo a tutti i mondi della mobilità: “oltre che ai volti dei richiedenti asilo e degli immigrati in Italia, delle diverse comunità, delle famiglie dei lavoratori e di chi cerca cittadinanza, i volti dei nostri cittadini italiani che vanno all'estero. Penso soprattutto ai più giovani, che si trovano in una situazione di difficoltà in alcuni Paesi, come  quella in cui si trovano gli italiani in Inghilterra da quando è uscita dall’Unione europea. Guarda poi anche a quegli altri piccoli mondi che hanno vissuto drammaticamente la realtà della pandemia, come il mondo dei circensi, dei fieranti e dello spettacolo viaggiante che si sono trovati con i tendoni chiusi, con le attività e le attrazioni chiuse per oltre un anno con la vita fortemente segnata. Fortunatamente – ha aggiunto - c'è stato un buon contributo da parte della Conferenza Episcopale Italiana, grazie all’8 per mille gestito da Migrantes e da Caritas a favore anche di queste imprese e di queste famiglie, circa 80mila persone”. E parlando del prossimo Sinodo, di cui si è parlato nell’Assemblea dei vescovo, ha detto che “l'icona più bella” del sinodo, che “significa camminare insieme, è l’icona dei migranti e, quindi, credo che, anche dalla storia dei migranti, dalla loro esperienza, potrà venire un grosso contributo all’esperienza di una Chiesa in cammino, affinché la Chiesa sia in cammino”.  

Mondo Scalabrianiano: l’augurio a mons. Perego a Presidente Migrantes

28 Maggio 2021 - Roma – “Con grande gioia” le Suore Missionarie Scalabriniane hanno appreso la notizia dell’elezione a presidente della Commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes di mons. Giancarlo Perego, vescovo di Ferrara-Comacchio. “Con stima e riconoscenza facciamo – si legge in una nota - gli auguri con la promessa di sostenere il nuovo servizio con la preghiera e la collaborazione”. Mons. Perego ha “un’attenzione molto particolare verso i migranti: il suo sguardo va sempre oltre le frontiere. Siamo realmente contente di poter collaborare nuovamente insieme a lui per il bene dei migranti”, commenta la superiora provinciale per l’Europa, sr. Milva Caro. L’augurio a mons. Perego di un “buon lavoro” arriva anche dagli scalabriniani che ricordano il recente passato del presule alla direzione della Fondazione Migrantes.    

Corridoi umanitari: oggi arrivati 70 profughi dall’Africa

28 Maggio 2021 -

Roma - Questa mattina sono atterrati a Fiumicino, con un volo di linea dell’Ethiopian Airlines proveniente da Addis Abeba, 70 profughi del Corno d’Africa che erano da tempo rifugiati nei campi dell’Etiopia e che negli ultimi mesi hanno sofferto un aggravamento delle loro condizioni di vita a causa del conflitto nel Tigrai. Il loro ingresso in Italia è stato reso possibile grazie a un Protocollo d’intesa con lo Stato italiano, firmato nel 2019 dalla Conferenza Episcopale Italiana e della Comunità di Sant’Egidio che prevede l’arrivo di 600 persone vulnerabili.

Ad accogliere a Fiumicino i 70 profughi - 8 nuclei familiari con 13 minori e 40 singoli, in maggioranza giovani sotto i 25 anni - sono stati i volontari ed alcuni familiari, da tempo residenti nel nostro Paese, in qualche caso già cittadini italiani. Saranno ospitati in diverse città (Roma, Bologna, Belluno, Parma, Brisighella, Cologno Monzese, Padova, Rieti, Ancona, Taranto) presso associazioni, parrocchie, appartamenti di privati e istituti religiosi, con il supporto di famiglie italiane che si occuperanno di accompagnare il percorso d’integrazione sociale e lavorativa sul territorio, garantendo servizi, corsi di lingua italiana, inserimento scolastico per i minori, cure mediche adeguate. Tutto ciò grazie a un progetto totalmente autofinanziato con l’8x1000 della Cei, fondi raccolti dalla Comunità di Sant’Egidio e la generosità non solo di associazioni e parrocchie ma anche di cittadini che hanno offerto le loro case e il loro impegno gratuito e volontario.

Migrantes Torino: in morte di un giovane senza speranza

28 Maggio 2021 - Torino – Si muore durante il viaggio. Si muore cercando di oltrepassare le frontiere. Si muore nelle acque del mare. Si muore assiderati di notte sulle montagne nel passaggio tra l’Italia e la Francia. Le frontiere, che per alcuni significano protezione, per altri sono il simbolo del passaggio alla morte. Si muore «lentamente» nell’indifferenza generale, si muore anche quando finalmente si è «arrivati» e il viaggio sembra finito, ma non si «arriva» mai. Muoiono le persone che diventano invisibili, muoiono le persone che continuano a subire violenze fisiche e strutturali. Muore chi non ha un «posto», chi non ha diritti. A Torino Musa Balde, 23 anni, originario della Guinea Conakry, era in attesa di un rimpatrio che avrebbe messo fine ad un sogno, ad un progetto, ad un investimento. Musa ha interrotto l’attesa impiccandosi con le lenzuola della camera dove si trovava in isolamento per motivi sanitari. Fine! Il suo gesto ci dice che ha considerato il suicidio l’unico modo per uscire da un Centro che gli negava la libertà e il futuro. Ha voluto mettere fine a una sofferenza divenuta per lui «insopportabile». La morte di Musa apre uno tra i tanti interrogativi scomodi per il nostro Paese e per il nostro ordinamento giuridico, su come l’immigrazione viene gestita, sui costi «economici» e «umani» di certe «strutture di morte». Ancora una volta perde la vita un giovane in cerca di un futuro dignitoso, la cui speranza si è frantumata con il diniego del riconoscimento dei documenti.  In questi casi subentra la povertà e la vulnerabilità di chi diventa «irregolare» e si ritrova per strada. Lo sguardo di pregiudizi, diffidenza, indifferenza lo si percepisce addosso, su un corpo privato di dignità. Per Muse la strada ha significato subire la violenza pesante di tre uomini a Ventimiglia. Ha vissuto sul suo corpo la rabbia di bastonate, calci, colpi e ha visto con i suoi occhi un mondo al contrario, dove la vittima viene rinchiusa in un Cpr (Centro di permanenza e rimpatrio) e i carnefici lasciati liberi.  Forse il vissuto di Muse gli ha tolto la naturale capacità di reazione e di resilienza di questi giovani ragazzi. Forse faceva parte di quella nuova categoria di soggetto «fragile», «vulnerabile» con un marcato malessere psicologico. Chissà?! La Procura di Torino ha avviato accertamenti sul caso. È arrivata l’accusa del Garante nazionale dei Diritti delle persone private della libertà personale, Mauro de Palma, sul fatto che nel Cpr di corso Brunelleschi, a Torino, non sia stato seguito in modo adeguato. La vita, così come la morte, richiede rispetto. L’Arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, in più occasioni ci ha ricordato come questi gesti obbligano tutti a riflettere sulle ferite interiori che segnano il percorso di molti immigrati. Lunedì 31 maggio ai Santi Martiri si terrà una preghiera per Musa, presieduta dall’arcivescovo, per esprimere dolore e «compassione», affidare la sua anima a Dio che certamente è per la vita e saprà «restituire» senso e dignità a questo figlio. Per tutti noi, credenti o non, appartenenti a diverse confessioni, innamorati dei Testi Sacri, della Costituzione e convinti che i diritti umani siano inalienabili e non negoziabili, si aprono laceranti interrogativi e sfide a cui non possiamo più sottrarci. Viviamo in un’Europa che alza i muri, che criminalizza lo straniero per il fatto di essere straniero, che provoca una violenza sempre più manifesta. Viviamo in un Paese che «produce» irregolari (sono oltre 600 mila) e che alimenta una cultura dello scarto sempre più cinica, un mondo indifferente a chi vorrebbe urlare la sua disperazione, ma non ha voce. Come Musa, quanti disperati vivono accanto a noi? Come riuscire allora ad essere più umani, a farci prossimi ai nostri fratelli, superando stereotipi e paure? È possibile invertire la rotta con piccoli gesti quotidiani. A partire dal saluto offerto nell’incontro casuale con l’altro, un sorriso, uno sguardo dolce e comprensivo e qualche parola scambiata con chi sta in strada, per fargli ricordare che esiste e che è un essere degno.  Porgere la mano in segno di aiuto e offrire le proprie conoscenze per indirizzare la persona che è in cerca di aiuto. Dall’altra, chi ne ha la possibilità, dovrà continuare a fare informazione, sensibilizzare, contrastare la violenza con la denuncia, opponendosi alle strutture di morte e chiedendo alla politica «scelte» coraggiose perché ogni uomo sia portatore di una dignità inviolabile. Perché la cultura «del ribasso» non diventi un alibi per nessuno e perché finalmente la presenza dei nostri fratelli e sorelle stranieri diventi motivo di investimento del nostro Paese e non voci di spesa a perdere. «Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1,26). (Sergio Durando – Direttore Migrantes Torino)

Migrantes Cosenza-Bisignano: domenica il Rosario dei Popoli

28 Maggio 2021 - Cosenza - Papa Francesco ha chiesto che nel mese di maggio tutta la Chiesa possa invocare l’intercessione della Beata Vergine Maria per la fine della pandemia. Domenica 30 maggio la Migrantes di Cosenza-Bisignano si ritroverà presso la Parrocchia S. Maria Madre della Chiesa a Cosenza, per recitare alle ore 18.00 il “Rosario dei popoli” insieme alle comunità cattoliche e alle comunità ortodosse e, successivamente, alle ore 19.00, per celebrare la Santa Messa.  

Al via collaborazione UEFA-UNHCR per sostenere i rifugiati

28 Maggio 2021 - Siamo certi che, chiudendo gli occhi, molti rivedranno le emozionanti immagini della partita immaginaria di calcio (senza il pallone!) del film Timbuktu (capolavoro di A. Sissako del 2014), poiché esse hanno saputo trasmetterci la passione per questo incredibile gioco di quei ragazzi del Ciad, amore per uno sport che nemmeno le imposizioni e le minacce degli jihadisti di Boko Haram riescono a porre fine:  forse il più bel manifesto della universalità di questo gioco. Questa considerazione pensiamo che sia una di quelle che hanno hanno fatto sì che la UEFA, Unione Europea delle Federazioni Calcistiche, e l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, abbiano sottoscritto un Protocollo di Cooperazione per sostenere l’accesso dei rifugiati allo sport e favorire l’inclusione sociale. Il Protocollo impegna le due organizzazioni a sviluppare iniziative a lungo termine per sostenere i rifugiati, e tutti coloro che sono stati costretti a fuggire dalle proprie case, sfruttando il potere di trasformazione del calcio per promuovere i loro diritti e sostenere la loro integrazione nelle comunità che li ospitano. La partnership incoraggerà anche una stretta collaborazione sul campo tra le federazioni affiliate alla UEFA e gli uffici dell’UNHCR in tutta Europa. “In qualsiasi parte del mondo io viaggi per l’UNHCR, nei campi per rifugiati, negli insediamenti, nei paesi e nelle città, vedo che il calcio ha la capacità di unire le persone intorno a una passione comune. Attraverso la nostra partnership con l’UEFA speriamo di utilizzare il potere del calcio per far incontrare le persone che sono state costrette a fuggire e le comunità che li accolgono,” ha detto l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Filippo Grandi. “Lo sport rappresenta un’opportunità di inclusione per i bambini e per i giovani rifugiati – ha anche il potere di aiutarli a ricostruire le loro vite e ispirare a valori positivi,” ha aggiunto. Per il presidente della UEFA Aleksander Čeferin, il Protocollo di Cooperazione “è un modo efficace per rafforzare ulteriormente il calcio come potente strumento per favorire l’inclusione sociale sostenibile dei rifugiati e promuovere la coesione sociale. La partnership con l’UNHCR si basa sul già ampio lavoro della UEFA in questo settore, anche attraverso le iniziative e i programmi della Fondazione UEFA per i Bambini. La cosa più importante è che le nostre attività congiunte avranno un impatto reale sulla vita quotidiana dei rifugiati e di tutte le altre persone costrette alla fuga”. “La partnership istituzionale con l’UNHCR sottolinea l’impegno della UEFA in linea con il nuovo pilastro sulla Responsabilità della Strategia UEFA e le sue politiche specifiche di Supporto ai Rifugiati e di Inclusione, che riflettono la nostra volontà di assicurare il sostegno del calcio europeo su temi cosi importanti per la società civile”, ha aggiunto Il direttore dell’area Calcio e Responsabilità Sociale della UEFA, Michele Uva. L’accordo è stato firmato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, e dal Direttore dell’area Calcio e Responsabilità Sociale della UEFA, Michele Uva, presso la sede dell’UNHCR a Ginevra. (www.migrantitorino.it)  

Vangelo Migrante: Solennità della Santissima Trinità (Vangelo Mt 28,16-20)

27 Maggio 2021 - Cosa c’è nel mistero di Dio? C’è dentro qualcuno? C’è dietro qualcosa? Per capirlo l’uomo, dotato di istinto religioso, nel tempo ha usato la forma a lui più congeniale: la ragione e le deduzioni derivanti da essa. Finendo quasi sempre per ciondolare tra due estremi: Dio come un’invenzione, una proiezione delle proprie paure o esigenze; Dio come il totalmente altro ed elevato lassù nei cieli: prendere o lasciare. Nella prima lettura un indizio, può aiutarci a dipanare la questione: nel Deuteronomio Mosè attesta che l’esperienza di Israele non è quella di aver capito, cercato, sentito Dio ma quella di essere stato cercato da Dio: “si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?” Israele è la testimonianza vivente che una vita vissuta come qualcuno che è stato cercato è diversa da quella di chi prende iniziativa su tutto! Nel Vangelo, Gesù lo conferma. Egli appare ai discepoli e afferma che Lui è Dio: “a me è stato dato ogni potere, in cielo e sulla terra”. E non prosegue dicendo, come ci si aspetterebbe: ‘io sono qua: venite! Chi è qua si salva, chi non c’è, si arrangia!’ No! Ma dice: ‘io sono Dio: andate!’ Dio ci viene a cercare. E quando l’uomo riceve e accoglie l’incontro con Dio, egli diventa la mano, la voce, il corpo stesso di Dio che va a cercare ogni uomo. È dall’inizio del Vangelo che Gesù dice questo: “il Regno di Dio è vicino!” Dio non viene a spiegarci delle cose ma a donarci la sua vita, il suo modo di esistere che vuol dire la vita concreta reale, quella che vivono tutti … ma da figli, uniti al Padre celeste. E in Lui, uniti a tutti gli uomini. In questa unione, quello che celebriamo nella S. Trinità non è un teorema, qualcosa da capire ma qualcosa che ci è stato rivelato, insegnato e ci è stato donato di fare nostro per poterlo dire. Quel ‘babbo’ ci ha visitato nel Figlio e ci abbraccia nello Spirito. L’accoglienza e l’ospitalità sono la casa dove dimora stabilmente in mezzo a noi! Questo è il suo progetto: “ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo!” (p. Gaetano SARACINO)  

Card. Bassetti: “più che lo ius soli è importante lo ius culturae”

27 Maggio 2021 - Roma - “Più che lo ius soli, per me è importante lo ius culturae”. Così il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, ha risposto alle domande dei giornalisti su questo tema, durante la conferenza stampa conclusiva della 74ª Assemblea generale della Cei. “Lo ius culturae – ha spiegato il cardinale precisando di parlare a titolo personale, visto che nel dibattito tra i vescovi non si è affrontata questa tematica – significa dare cittadinanza a qualcuno che ha fatto un cammino, che si è inculturato, che è stato accettato, che è compagno di banco dei nostri ragazzi. Implica un cammino che si è fatto insieme”.

Capitani reggenti San Marino in visita a Sant’Egidio: “collaborazione per i corridoi umanitari”

27 Maggio 2021 - Roma - I Capitani Reggenti della Repubblica di San Marino, Giancarlo Venturini e Marco Nicolini, assieme al Segretario di Stato per gli Affari Esteri Luca Beccari, hanno visitato oggi Sant’Egidio, dove hanno incontrato il fondatore Andrea Riccardi, il presidente Marco Impagliazzo, una delegazione della Comunità e alcuni rifugiati provenienti dalla Siria e dall’Africa accolti in Italia grazie ai corridoi umanitari. Durante la visita è stata riaffermata la volontà di lavorare insieme concretamente per l’accoglienza e l’integrazione di migranti e rifugiati, favorendo le vie legali e sicure. Le massime autorità di San Marino hanno illustrato il contenuto della legge “Disposizioni in materia di accoglienza di minori stranieri non accompagnati”, approvata lo scorso 30 aprile con procedura d’urgenza e all’unanimità da parte del Consiglio Grande e Generale. Per rendere operativa tale legge, il governo di San Marino e la Comunità di Sant’Egidio hanno sottoscritto un memorandum, che consentirà nei prossimi mesi l’arrivo di alcuni minori stranieri non accompagnati attraverso i corridoi umanitari. Durante la firma dell’accordo, il Segretario di Stato Luca Beccari ha affermato la volontà di San Marino di “fare la sua parte per rispondere alla grande sfida del fenomeno migratorio in uno spirito di solidarietà”. Sottolineando l’amicizia pluriennale che lega la Comunità di Sant’Egidio alla Repubblica di San Marino, Andrea Riccardi ha osservato come “San Marino ha saputo guardare lontano con interesse e lungimiranza, assumendosi la responsabilità di affrontare problemi complessi”.    

Che fatica essere uomini

27 Maggio 2021 - Palermo - Nel 1988 Sergio Endrigo esordì con questo canto nel quale, dopo aver visto cose strane nel cielo e sulla terra, affermava “Che fatica essere uomini” e concludeva: Partirà, la nave partirà. Dove arriverà, questo non si sa. Sarà come l'Arca di Noè, il cane, il gatto, io e te”. In un mondo soggiogato dall’economia, dal potere politico e dall’immagine è fatica essere uomini. È fatica essere “persone”. È fatica non rimanere prigionieri di un “io” plurale che schiaccia persone e popoli. L’io delle multinazionali, dei dittatori di turno, etc. È fatica essere persone “in relazione” capaci di costruire armonie interpersonali e di inter-indipendenti. “Il “noi” non è un “io” grande. Il “noi” è il grande contenitore di quella vita in relazione che costituisce l'umano e l'umano non può che essere questo “io” in relazione.[1] È fatica essere uomini capaci di riconoscere le libertà fondamentali dell’altro, di altri gruppi umani, di altri popoli che scelgono di andare a vivere in un angolo della terra diverso da quello dove sono nati. È fatica essere uomini leali, aperti e capaci di riconoscere gli errori della politica espansionistica che ha prodotto e continua ad alimentare le mille forme di schiavitù che costringe milioni di uomini e donne a migrare, a cercare una speranza di vita migliore. Una speranza che li rende audaci, intrepidi, capaci di varcare frontiere e mari per iniziare una nuova vita. È fatica essere uomini in questo tempo di pandemia, in un mondo che “è già un altro: non dobbiamo aspettare che cambi, è già un altro. Nessuno sa se questo nuovo mondo, dentro cui camminiamo, sarà in grado di trasformare in impulso positivo quel sentimento di reciprocità, di solidarietà che la pandemia ha fatto vedere, e cioè la consapevolezza che siamo legati gli uni agli altri, anche se questo sistematicamente lo neghiamo”. È fatica essere uomini quotidianamente martellati dall’informazione sui continui sbarchi e sui continui naufragi di barconi con il loro carico umano in fuga dalle mille forme di schiavitù, ma che spesso, purtroppo, trovano il riposo eterno in fondo al mare. È fatica essere uomini che, come cristiani, ci lasciamo fecondare e guidare dall’azione dello Spirito Santo che ci rende capaci di mettere l’altro al centro della vita. Lo stesso Spirito, di cui profetizzò Ezechiele, entra dentro l'umano e rende possibile all' umano ciò che all'umano è impossibile. “Dobbiamo praticare un cristianesimo che cerca Dio dove Dio non c'è, perché se continuiamo a cercare Dio dove Dio c'è e certo che lo troviamo. Sì, lo preghiamo, e Dio adesso ci dice: è venuto il tempo di trovarmi dove non ci sono perché dove non ci sono mi devi portare tu. Sì, in un barcone di migranti che rischia di morire. Dio lì non c'è perché se ci fosse questi sarebbero salvi. Dio c'è quando questi vengono salvati. Allora se accade che questi vengono salvati, ecco che Dio si fa presente. Chi sono questi che hanno reso presente Dio questi che li hanno salvati? Sono i profeti di oggi.”[2] Quanto è attuale in ogni ambito della vita ma specialmente nel rapporto con i migranti, quanto affermato da S. Giovanni della Croce: “Là dove non c’è Amore, metti Amore e troverai Amore”. L’accoglienza di Gesù morto e risorto svuota il nostro “io” e ci rende audaci discepoli ed intrepidi apostoli nell’oggi del mondo. È l’esperienza di S. Paolo quando ai Galati dice: “non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.”[3] Nell’andare verso i migranti, come anche nell’accoglierli, come cristiani viviamo l’incontro dell’Amore. Allora l’immigrato non è più visto come “hostes”, come uno che attenta alla nostra sicurezza, quanto piuttosto come “hospes” come un ospite che porta Dio tra di noi. In questo nostro tempo, nello scorrere della storia come “kronos”, entra il “kairos” come tempo della grazia, come occasione favorevole, opportunità di cambiamento per vivere la “charis”, come prossimità, frammento di eternità, germoglio dei “cieli nuovi e della terra nuova”. Vivere questo significa vivere il tempo del Regno di Dio tra noi, del “noi più grande”.[4] Possiamo dare il nostro contributo portando i nostri “cinque pani e due pesci” al Signore della storia per rispondere al bisogno di salvezza di chi cerca speranza, facendo tutto ciò che ci è possibile fare, sapendo sempre che “se il Signore non costruisce la casa invano fatica i costruttore”.[5] Noi siamo certi che “la speranza non delude”, che il Signore è con noi nella barca della nostra vita che naviga in un mare in tempesta. Allora la nave partirà ma questa volta dentro non ci saranno “il gatto, in cane io e te”, ma ci sarà la famiglia umana. (p. Sergio Natoli – Migrantes Palermo) [1] Mauro Magatti, Verso un noi sempre più grande, Incontro con la Diocesi di Agrigento, 11 maggio 2021 [2] Mons. Antonio Staglianò, Verso in noi sempre più grande, Incontro con la diocesi di Agrigento,18 maggio 2021 [3] Gal. 2, 20 [4] Cfr. Impellizzeri-Lorefice, L’ospite porta Dio tra noi, Il Pozzo di Giacobbe, 2021, p. 55 [5] Salmo 127, 1

Gli ultimi morti in Libia: “Sono bimbi, non spazzatura”, l’urlo del vescovo

27 Maggio 2021 - Milano - Nuovamente corpi di bambini sulla spiaggia, quasi fossero spazzatura. Una vergogna indicibile per l’umanità, una sconfitta per l’Europa le immagini arrivate dalle coste della Libia, mentre nei nostri orecchi e nel nostro cuore c’è ancora l’eco del grido della mamma del piccolo Joseph scomparso, come tanti altri bambini, nel Mar Mediterraneo. Quando il 30 settembre del 2013, in una delle tante (troppe) tragedie che hanno reso il Mare nostrum un cimitero, furono trovati i corpi di 13 giovani sulle spiagge di Sampieri, ricordo il contrasto stridente tra una turista che continuava il suo jogging come se niente fosse accaduto e il grido di un’anziana donna in dialetto siciliano: «Fimmativi! Sunu figghi di mamma» (Fermatevi! Sono figli di mamma). E poi tante donne avvolsero i corpi in coperte scelte tra le più belle. Il sensus fidei del popolo di Dio è anche questo: la vita vale, va onorata, senza se e senza ma. E quindi ogni vita va salvata! Legge degli uomini di mare e della coscienza che spinge ONG, ma anche tanti pescatori, ad “esserci” per salvare vite… Legge della coscienza e legge di Dio; anzi, prima che legge, il modo con cui Dio interviene nella storia: salvando! Salvando «a caro prezzo», restando «in agonia fino alla fine dei tempi» – come ricordava Pascal – e quindi indicando il luogo dove ancora oggi incontrarlo, soccorrerlo, riconoscerlo. Chiedendo alla Chiesa di essere “Chiesa in uscita” per sintonizzarsi sul primerear di Dio, sul prendere l’iniziativa per salvare – ci ha detto papa Francesco nell’ Evangelii gaudium, chiarendo come l’annuncio del Vangelo diventa profezia nella storia. Se ora sono dei bambini a diventare “scarti” o, come nel caso del piccolo Juan Francisco, ad essere salvati, questo rinnova il gesto di Gesù: mettendo al centro i bambini, ci chiarisce come accoglierli, difenderli, «mettersi ai piedi della loro crescita» diventa vera conversione a Dio e vero futuro dell’umanità. Per questo sui numeri (usati spesso per creare paura) prevalgano i volti! L’epifania del volto continua a dirci, come ricordava il filosofo Levinas, «Non mi uccidere!»: non mi uccidere con la tua indifferenza, non mi uccidere con una politica che non parte dai beni essenziali, non mi uccidere con una religiosità che separa rito e vita. Come ci ricorda papa Francesco nella “Fratelli tutti” commentando la parabola dell’uomo lasciato mezzo morto per strada, «in quelli che passano a distanza c’è un particolare che non possiamo ignorare: erano persone religiose […] il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace» (FT74). E poi un messaggio per tutti, per risvegliare la comune responsabilità: «I “briganti della strada” hanno di solito come segreti alleati quelli che “passano per la strada guardando dall’altra parte”» (FT75). E quindi la prospettiva della responsabilità comune, per ricostruire il “noi” che ci farà uscire diversi dalla crisi di umanità che stiamo attraversando. «Con i suoi gesti – sottolinea papa Francesco - il buon samaritano ha mostrato che “l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontri» (FT 66). Dovrà essere tenuto presente anche nel cammino sinodale delle nostre Chiese, che dovrà avere il respiro della compagnia delle donne e degli uomini del nostro tempo, tutti amati dal Signore, e la “misura alta” del Vangelo che ritroviamo facendo nostra la predilezione di Gesù per i piccoli e poveri. E questo ci permetterà di offrire con coraggio e libertà alla politica, alla cultura, all’economia la spinta al “di più” del Vangelo e la prospettiva di una storia che si compie in Dio. Con quella speranza incarnata a cui fanno pensare i versi di Tesfalidet Tesfom, giovane migrante morto all’ospedale di Modica per le torture subite in Libia: «Nulla è irragiungibile / sia che si ha poco o niente/ tutto si può risolvere/ con la fede in Dio //. Ciao, ciao. Vittoria agli oppressi». (mons. Antonio Stagliano – Vescovo delegato Migrantes Sicilia – www.famigliacristiana.it)  

Mons. Perego: continuerò a seguire la mobilità con uno sguardo preferenziale ai mondi della Migrantes

27 Maggio 2021 - Roma - Ritorno alla Fondazione Migrantes come Presidente dopo che ne sono stato Direttore dal 2009 al 2017. Il ritorno coincide con un tempo non facile del cammino delle persone: nuovi sbarchi, ma meno arrivi di migranti; il ritorno del tema della cittadinanza; un cammino scolastico segnato da abbandoni e un lavoro ancora più precario...sono solo alcuni temi che interpellano il cammino della Chiesa che incrocia il cammino degli uomini. È un unico cammino insieme, sinodale, con un'attenzione alle gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce della gente, soprattutto dei più poveri e malati. Continuerò a seguire questo cammino e a condividerlo, con uno sguardo preferenziale ai mondi della Migrantes: emigranti, immigrati, richiedenti asilo rifugiati, circensi e fieranti e rom e sinti. (mons. Gian Carlo Perego – Presidente Fondazione Migrantes)

Ente Circhi: la gioia per la nomina di mons. Perego a Presidente Migrantes

27 Maggio 2021 - Roma - Per il mondo del circo italiano mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio è “un grade faro e un prezioso amico”. Lo si legge in un post pubblicato dall’Ente Nazionale Circhi. Nella sua esperienza di uomo di fede vissuta insieme agli ultimi, dopo essere stato ordinato sacerdote nel 1984 e incardinato nella diocesi di Cremona, fra i diversi impegni assunti, dal 2009 al 2017 è stato Direttore Generale della Fondazione Migrantes. Nel corso di questa responsabilità, il presidente dell'Ente Nazionale Circhi, Antonio Buccioni e tutto il mondo del circo “hanno potuto conoscere e apprezzare le doti umane e spirituali di mons. Perego. Basti dire che le due udienze in Vaticano che hanno richiamato la gente del viaggio attorno a due papi della statura di Benedetto XVI e Francesco, nel 2012 e nel 2016, sono state organizzate, preparate e vissute insieme a mons. Perego alla direzione della Fondazione Migrantes. Ma la sua vicinanza ai circensi non si è limitata a queste pur importantissime, ed anzi memorabili, occasioni. Tanti sono stati i momenti di confronto, collaborazione e sostegno. I suoi messaggi per la Giornata mondiale del circo sono sempre stati dei punti di luce e di estrema chiarezza”. “Con miopia non si favorisce l’istallazione del Circo nelle zone più accessibili delle città; si penalizza il Circo con animali senza distinzione per chi – come è nella migliore tradizione circense – costruisce una relazione ammaestrativa straordinaria con gli animali, che indica rispetto, cura”, scrisse ad esempio nel 2017 come ricorda l’ENC. Ieri i vescovi hanno eletto mons. Perego alla presidenza della Commissione CEI per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, che succede a mons. Guerino Di Tora al quale “va il ringraziamento dell'Ente Nazionale Circhi per il lavoro svolto. “Sincere felicitazioni a mons. Perego e salutiamo con molta gratitudine la sua elezione. Con lui da ormai molti anni ci sentiamo in profonda sintonia, sostenuti e accolti da un vero padre che non dimentica nessuno e che ha ben compreso l'autentico Dna della gente del circo”, dichiara Buccioni.